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Caprarola storia della città
Adagiata a poco più di 500 metri lungo il pendio del versante orientale dei monti Cimini, Caprarola appare sovrastata dalla mole del palazzo-fortezza, fattovi costruire nel XVI secolo dal Farnese.
Nel XIII secolo è documentata l’ esistenza qui di un piccolo centro fortificato, che due secoli dopo era possedimento della famiglia dei Prefetti di Vico.
Nel 1431 esso registra un accrescimento di popolazione; probabilmente a quest’ epoca erano già formati i due borghi che portano ancora oggi il nome di Corsica e Sardegna.
Nel 1440 Caprarola venne acquistata dagli Anguillara e a questa famiglia si deve la costruzione del castello che in seguito prenderà il nome di palazzo Riario.
Nel 1456 Caprarola viene rioccupata dai Prefetti di Vico, i cui feudi saranno, però, sequestrati da Paolo II nel 1465. A quest’ epoca, di fronte al castello, vi è una piccola chiesa parrocchiale; nelle viuzze del borgo uno slargo con l’ antica fontana delle Tre Cannelle, che completa la struttura del centro.
Quando Caprarola, agli inizi del Cinquecento, passa in proprietà alla famiglia Farnese, si apre per la città un’ epoca di grandi trasformazioni; nel 1521 il borgo appartiene a Pier Luigi e a Ranucci, figli naturali del cardinale Alessandro Farnese, futuro papa Paolo III.
Pochi anni più tardi (1530) i nuovi signori concepiscono il progetto di una grande fortezza, da costruirsi sulla sommità dell’ abitato. Il progetto e i lavori sono affidati ad Antonio da Sangallo il Giovane, ma i lavori si interrompono sei anni più tardi. Risale a questo momento l’ impianto pentagonale e la parte basamentale della grande costruzione.
Quando Paolo III Farnese sale al soglio pontificio (1534), subito estende i possedimenti territoriali della famiglia, istituendo, per i suoi figli, il ducato di Castro.
Un altro cardinale Alessandro Farnese, nipote del pontefice, riprende il progetto del palazzo.
Dal 1559 il Vignola interviene sul grande pentagono sangallesco, concependo una soluzione nuova e ardita che trasforma e segna in maniera definitiva l’ intera città.
Il progetto del Vignola non si limita alla concezione monumentale del palazzo-fortezza, che doveva celebrare i fasti farnesiani, ma ridisegna in sua funzione il piccolo centro; il palazzo sorge in alto, preceduto da scenografiche rampe, alle quali si giunge attraverso una grande nuova strada rettilinea che, sopraelevata sui borghi, ne taglia e riconnette allo stesso tempo il tessuto tortuoso, superando le irregolarità altimetriche che avrebbero impedito un accesso "trionfale" al castello, punto d’arrivo e fondale della nuova prospettiva urbana.
Il taglio della nuova via (attuale Via Nicolai)comportò l’ abbattimento di numerose case; il cardinale intervenne con varie facilitazioni per incentivare la ricostruzione sul nuovo fronte stradale, per i cui prospetti il Vignola probabilmente fornì molte indicazioni.
Il primo tratto della strada nuova è quella che colma il dislivello fra palazzo Farnese e il vecchio palazzo Riario tramite un ponte, alla cui quota più bassa resta aperto un passaggio per conservare la comunicazione fra le strade dei borghi. A questo punto si rese necessario rialzare anche l’ altezza della piccola chiesa parrocchiale, sulla quale fu costruito l’ attuale Duomo.
In questo primo tratto si costruirono il palazzo Sebastiani e il palazzo di Ettore Mariani su progetto del Vignola. Le difficoltà tecniche incontrate per inserire la nuova strada sopraelevata furono numerose; sempre il Vignola pose mano a molte operazioni di taglio, elevazione e ricostruzione dei fabbricati.
Alla sua morte(1573), il palazzo Farnese poteva dirsi completato; successivamente (1590) importanti lavori furono compiuti al giardino, da Giacomo Del Duca, e fu aggiunta la palazzina. Ancora alla committenza farnesiana è dovuta la costruzione, nel 1621, della chiesa barocca di S. Teresa; nel 1649 si conclude il dominio dei Farnese.
SS. MARIA E SILVESTRO A CAPRAROLA
La fondazione di questo convento, anche se progettata e attuata tra il 1621-1623 sotto il generalato di P. Mattia di S. Francesco, fu prospettata molto prima “ai Padri della Scala” dal Cardinale Odoardo Farnese, cioè sotto il generalato del V. Domenico di Gesù Maria, che era ben noto al Cardinale per la sua fama della santità e per i molti servizi resi alla chiesa. Era intenzione del Cardinale” fare un monastero di Frati Carmelitani Scalzi a S. Silvestro per una divotione e spirituale beneficenza del popolo et ornamento di questa terra”. E nel documento di fondazione precisa meglio il sito dove doveva sorgere il “monastero”, cioè sul posto dove gli abitanti di Caprarola avevano eretto una cappella in onore del santo, a ridosso della scarpata sottostante all’attuale piazzale della chiesa. La sua immagine sarebbe stata sistemata e venerata nella nuova chiesa e in un proprio altare. “La chiesa e il convento dovranno esser costruiti su questo colle, esattamente sul luogo dove al presente esiste la chiesetta di S. Silvestro e la nuova chiesa dovrà portare il titolo di S. Maria e di S. Silvestro Papa”.
L’Ordine accettò la fondazione il 4 novembre 1620, approvò il progetto del costruendo convento eseguito dall’architetto farnesiano Girolamo Rainaldi il 14 nov. seguente, sottoscrisse lo strumento di fondazione il 28 maggio 1621, deputando alla firma il P. Ferdinando di S. Maria e scegliendo il “ fondatore” nella persona di P. Giovanni di S. Girolamo. Il Rainaldi, stendendo il progetto, oltre a armonizzare le disposizioni del Cardinale con le esigenze di povertà e di semplicità avanzate dai religiosi, si trovò ad affrontare il problema dello spazio che poteva essere risolto solo col taglio della piccola montagna sovrastante. P. Marziale di S. Maria, nella relazione della fondazione, precisa :” nel luogo dove si è fabbricato l’ecclesia(sic) e il convento c’era un montagna”. Nonostante il tempo necessario per operare questo taglio, che verosimilmente fu iniziato nei primi mesi del 1621, le difficoltà del trasporto dei materiali sul posto allora impervio e la non trascurabile ampiezza della fabbrica, il grosso dei lavori fu svolto in soli tre anni(1621-1623), due anni in meno del termine imposto dal Cardinale. E ne risultò una costruzione che per ” la maestà del tempio, la ricchezza della suppellettile, la disposizione della casa, l’amenità dei giardini e la diversità delle officine capaci di far fronte a tutti i servizi” superava tutte le altre case dell’Ordine. L’inaugurazione avvenne il I° novembre 1623. In sul mattino P. Domenico di G. Maria, vicario generale dell’Ordine celebrò la S. Messa Solenne alla presenza del Cardinale, che volle essere rivestito dello Scapolare, e intronizzò il SS. Sacramento nella nuova chiesa.
Il Rainaldi, per la costruzione della chiesa, dovette far conto con lo spazio a disposizione e si orientò per un modello di chiesa più larga e meno lunga per evitare un ulteriore taglio della parete tufacea. Naturalmente fu obbligato a scelte architettoniche conseguenti per attenuare l’impressione di trovarsi dinanzi ad uno spazio sacro insolito, quasi tanto largo quanto lungo. E vi riuscì egregiamente, non certo rinunziando ai postulati fondamentali dell’arte corrente, ma usando di questi per imprimere a tutta la costruzione un movimento che esorcizzasse le aride misure metriche e che partendo dal grande cornicione di peperino si trasmettesse ai due ordini di cornicioni minori sottostanti, l’uno sorretto da colonne festonate e l’altro più in basso stretto dalle stesse colonne con la funzione di architrave ad aperture rettangolare che raggiungono il pavimento. E in alto in mezzo ai due cornicioni uno specchio di muro con apertura ora ovale ora angolare. Di questo giuoco fanno parte anche le aperture ad arco dei tre altari e tutta la loro ornamentazione, così come l’ha voluta espressamente il Cardinale. Così il Rinaldi ci regalava una chiesa bella e originale, ampia e luminosa con una splendida facciata a due ordini che richiama, senza pedanteria, le linee e gli ornamenti dell’interno della chiesa. Appunto per questa libertà di variazioni sul tema la facciata viene attribuita all’arch. Martino Longhi Junior. Ma nonostante l’insistenza di alcuni documenti che si tramandano l’uno all’altro questa attribuzione, non è serio parlare di lui come il vero progettatore della facciata - nel 1621 aveva appena 19 anni - . Tutt’al più si può parlare di un esecutore che seppe interpretare con la sensibilità di un’artista precoce il progetto del suo maestro.
La chiesa possiede tre quadri di altrettanti noti autori che sono il Reni, il Lanfranco e il Turchi e quattro dipinti di F. Luca carmelitano. Inoltre è dotata di un’artistica sagrestia in noce, opera dell’arch. Francesco Peperilli, che diresse i lavori del convento e della chiesa in assenza del Rainaldi..
Anche per il convento il Rainaldi dovette misurarsi con soluzioni dettate dallo spazio, ma si prese la sua rivincita posando le salde fondamenta della grande fabbrica su una piattaforma di tufo compatto che in più parti e per alcuni metri funge anche da parete. Mentre il primo piano, adibito ad abitazione dei padri, è formato da un quadrilatero, il secondo piano quello dello studentato si eleva su un solo lato del convento. Bisogna riconoscere che il tutto - chiesa convento e palazzina - nato da un disegno unitario - forma un complesso armonico, arioso e luminoso e non disdegna di apparire, come era nei voti del Cardinale, un completamento ideale del grande palazzo farnesiano.
Il convento divenne sede permanente dello studio filosofico a partire dal 1629, quando questo fu trasferito da Montecompatri a Caprarola insieme al priore, P. Eugenio di S. Benedetto e ai professori. E vi perseverò fino al 1968, salvo alcuni intervalli più o meno lunghi dovuti a cause maggiori, come la guerra intrapresa dai Farnesi nella zona, la conseguente carestia, ricorrenti difficoltà economiche dovute al gran numero dei religiosi e alle poche risorse, e le due soppressioni che obbligarono i religiosi a lasciare i conventi. In una parte dello studentato si svolgeva anche la formazione dei neo - professi, cioè dei giovani che, avendo terminato l’anno di noviziato, si dovevano impegnare a fortificarsi nella virtù e a prepararsi allo studio della filosofia. Facendo un conteggio approssimativo, nei 376 anni della sua esistenza, Caprarola ospitò lo studio filosofico per circa 250 anni.
Sia la chiesa che il convento e lo studentato, nonostante la solidità della fabbrica, ebbero bisogno di frequenti lavori di riparazione e di restauro. Il primo consistente intervento fu eseguito da P. Giacinto di S. Caterina nel triennio del suo priorato a Caprarola (1697-1700). “Restaurò il convento, lo fornì di nuovi ambienti e sostituì le vecchie travature delle volte, dando al convento un aspetto più maestoso e armonico e ai religiosi maggior comodità”. Un altro intervento importante avvenne tra gli anni 1920-1929 a spese del Consiglio Provinciale che, confidando anche nel generoso contributo del superiore generale, P. Luca di Maria SS. ma, operò il risanamento sia del convento che della palazzina adiacente che l’usura del tempo e la lunga assenza di interventi appropriati avevano “ridotto in uno stato deplorevole ..” Furono rifatti a nuovo i tetti, i pavimenti, le scale... ripulito tutto il convento, studentato compreso, e posa in opera di una nuova tubatura di ghissa per l’acqua...”. Un terzo intervento più radicale avvenne negli anni 1959-60. Il P. Provinciale col suo Consiglio, di fronte al problema della crescita degli studenti, maturò l’idea dell’ampliamento dello studentato e con esso decise il restauro completo della chiesa e del convento, il risanamento di alcuni ambienti, l’utilizzazione e la trasformazione in celle di alcuni spazi e infine la creazione di locali più ampi e ariosi nel piano dello studentato per un più sereno e comodo svolgimento della vita della accresciuta famiglia dei giovani studenti.
Con la chiusura dello studentato avvenuta per mancanza di vocazioni, questi lavori si rivelarono provvidenziali per inaugurare qualche anno dopo e senza troppo problemi, una “casa di spiritualità”, che vanta ormai un’attività trentennale.






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