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Storia di San Valentino

Si riporta quanto raccolto da libri, pitture, stampe

e racconti tramandati a voce,

sul santo Patrono dell'amore,

San Valentino Vescovo e martire,

arricchito da libera interpretazione.

 

UN PO' DI STORIA

          Prima dell'EDITTO DI Milano sancito da Costantino nel 313, la Chiesa non poteva liberamente manifestarsi in pubblico. In molte zone c'era una vera persecuzione contro i cristiani, che venivano incarcerati ed anche uccisi. La storia di questi primi tre secoli è piena di testimonianze di martiri, che volentieri offrivano la propria vita, pur di non rinunciare a quella fede che il Signore aveva loro donato.

Terni, il cui nome viene dalla sua ubicazione (tra fiumi = inter amna), era una città tranquilla. Non troppo lontana da Roma, aveva ricevuto il Vangelo dai primi discepoli degli Apostoli. Cento anni dopo la risurrezione del Signore, c'era già una comunità fiorente. I fedeli e coloro che desideravano abbracciare questa fede si riunivano sotto la guida di un successore degli Apostoli, il Vescovo, che presiedeva l'Eucarestia e amministrava gli altri sacramenti. Gli incontri avvenivano nelle case e si sceglievano quelle più capienti per accogliere più gente possibile. I Vescovi erano aiutati da alcuni presbiteri (sacerdoti) che istruivano i catecumeni (coloro che si preparavano a ricevere il battesimo) e, in parti più lontane, celebravano la Messa.

Tutta la vita religiosa si svolgeva intorno al Vescovo, che era il pastore e il responsabile della comunità. Il Vescovo a sua volta era in diretto contatto col Vescovo di Roma, il Papa, successore di San Pietro, da cui prendeva direttive, incoraggiamento e spesso anche, per i poveri, aiuti economici, che erano amministrati, insieme alle stesse offerte dei fedeli del luogo, dai Diaconi.

Coloro che avevano queste mansioni speciali, vivevano come gli altri. Avevano il proprio lavoro e dedicavano alle riunioni il tempo libero. Una catechesi spicciola comunque si svolgeva proprio attraverso il proprio lavoro, nei campi, nelle officine, nelle case di ogni fedele.

Chi aveva abbracciato la fede non si vergognava di manifestarla ad altri, anzi ne era fiero ed invitava parenti e amici ad ascoltare istruzioni o racconti evangelici che si tramandavano di bocca in bocca.

Il cristianesimo fu portato in Umbria da un certo Brizio, nativo di Antiochia di Siria, il quale sarebbe venuto a Roma nel 45 d.C. insieme a san Pietro. Con lui c'era il padre, Anastasio, presto ucciso per la fede, e il fratello Eutizio che, insieme altri fedeli, per sfuggire alla persecuzione, si erano spinti fino a Spoleto. Il buon seme maturò, anche se molto lentamente, a causa dell'ostilità dell'impero romano.

Erano passati anche San Pellegrino e Sant'Antimo, vescovi di Spoleto,  che viaggiando verso Roma, furono invitati a fermarsi nella pianura di Terni per fortificare nella fede i cristiani, che crescevano sempre di numero, anche se le persecuzioni ne stavano indebolendo il coraggio.

 

VALENTINO PASTORE E PADRE

Valentino nacque da una delle prime famiglie cristiane, verso il 170 d.C. I genitori avevano un buon fondamento di vita evangelica, tramandata a loro volta dai nonni. La loro casa era presto diventata luogo di incontro per gli abitanti della zona che si riunivano per pregare e celebrare i sacramenti. Era ampia ed aveva uno spazioso giardino, poiché il padre coltivava i fiori che venivano venduti a Roma.

Giovinetto imparò presto a pregare e ad aiutare i poveri, tanto che presto fu ordinato sacerdote per ordine del Papa Vittore allo scopo di aiutare il Vescovo che, allora, non risiedeva a Terni. Il Papa l'aveva conosciuto, perché, insieme al padre, più di qualche volta si era incontrato con lui, nelle diverse visite che, per motivi di commercio, erano fatte alla capitale.

Incoraggiato dal Vescovo di Roma, la sua casa era diventata un punto di riferimento per incontri di preghiera.

Anche il suo giardino, mentre lavorava, con tanti operai che aiutavano suo padre, si trasformava in un oratorio di canti e lodi a Dio.

Quando si parlava, l'argomento era sempre Gesù, la sua passione, i suoi miracoli, i suoi insegnamenti e soprattutto la sua resurrezione.

Crescendo la comunità, fu necessario dare stabile dimora a colui che guidava il gregge di Cristo, in quella vasta valle del Nera. Così nel 199, Valentino, anche se abbastanza giovane, fu consacrato Vescovo, cioè successore degli Apostoli nella Chiesa locale.

La sua vita non cambiò. Presiedeva i riti religiosi. Annunciava la Parola in ogni occasione, ma soprattutto la sua casa e il suo giardino divennero il luogo più frequentato dai giovani. Molti chiedevano il battesimo. Molti volevano sapere di più su Gesù. Molti venivano a confidare al santo Vescovo i propri problemi.

A tutti dava saggi consigli. Tutti pendevano dalle sue labbra che sapevano aprire il cuore anche ai pagani più incalliti nei vizi.

Cominciò presto una processione anche di malati, che chiedevano a Valentino una preghiera particolare per la loro guarigione. Tutti uscivano dalla sua casa per lo meno confortati.

Avveniva, non di rado, più di qualche guarigione miracolosa. Insieme alla salute del corpo, Valentino donava quella dello spirito. Invitava a ringraziare Dio e a credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio, fatto uomo per venire incontro alle nostre necessità.  Insisteva molto sulla fede. Solo la fede salva dai mali spirituali ed anche fisici, diceva.

Non era facile convincere coloro che venivano dalla non lontana Roma. Lì, la ricerca del piacere dominava e la rinuncia dettata dal Vangelo appariva ardua, se non assurda. Valentino sapeva far spingere lo sguardo sull'aldilà, sul dopo la morte, sul premio eterno e, nonostante le brutte abitudini, molti restavano avvinti e convinti.

La sua attenzione era soprattutto rivolta ai giovani. Venivano delle coppie di innamorati a far benedire il loro amore dal santo Vescovo. Accoglieva tutti benevolmente, anzi, col tempo, aveva preso l'abitudine di offrire un fiore ai giovani fidanzatini che chiedevano la sua benedizione.

La sua predicazione era sempre la stessa.  Dio ci ama e noi dobbiamo restituirgli questo amore, amando il prossimo come lui ci ha amato. Insisteva nel dire che il primo prossimo era lo sposo o la sposa, poi i figli, e poi gli altri, tutti. Insisteva molto sulla famiglia che era voluta da Dio. Al principio - diceva - Dio ci ha creati maschio e femmina a sua immagine e somiglianza e l'immagine e la somiglianza erano nell'Amore. Perciò ci ha creati perché amassimo. Il primo amore doveva essere tra l'uomo e la donna nel matrimonio. Per questo benediceva ogni coppia e quando portavano a lui il frutto del loro amore, tracciava un piccolo segno di croce sulla fronte dei bambini invocando la benedizione del Signore.

Quando venivano delle coppie, i cui bambini sembrava non arrivassero, incoraggiava, faceva mettere in ginocchio i due sposi, pregava con loro e li benediceva di nuovo. Presto tornavano a ringraziarlo con un bebè in braccio.

Se c'erano difficoltà economiche, invitava ad avere fiducia nella divina provvidenza e a guardare la famiglia di Nazaret. Insisteva nel far fissare lo sguardo sulla mamma di Gesù, la Madonna con Gesù Bambino in braccio. "Coraggio - diceva - come Maria!". Prometteva preghiere e a tutti non mancava mai il dono di un fiore. Nelle situazioni più difficili il fiore era sempre una rosa.

Tanti altri fatti si raccontano di Valentino, quasi tutti ricordano il suo intervento a favore dei giovani fidanzati o delle famiglie.

 

IL SANTO DELL'AMORE

Alcuni racconti

Un giorno si trovò a passare in mezzo alla campagna, dove molto folta era la vegetazione. Pregava, come di consueto, ma la sua preghiera fu distratta da un vociare eccitato e violento. Erano due giovani, un ragazzo e una ragazza che litigavano. Stavano per venire alle mani. Si accostò cautamente e chiedendo scusa domandò loro se vi fosse una fonte d'acqua lì vicino. Quel forestiero e quella domanda, apparentemente sciocca, fermò il dissidio. I loro occhi, però, sprizzavano odio. Uno sbrigativo "non lo so" dell'uno e dell'altra, con il desiderio di liberarsi presto di quell'intruso, fu la loro risposta., per continuare a litigare. Valentino invece ne approfittò e continuando, a voce alta, un racconto che stava meditando come preghiera, cominciò a raccontare che esisteva una fonte "di acqua viva" che avrebbe dissetato non solo l'arsura della gola, ma anche quella del cuore. Anzi, chi ne avrebbe bevuto si sarebbe trasformato lui stesso in fonte zampillante per gli altri.

        Sbigottiti, prima diffidenti, poi incuriositi, i due giovani si misero ad ascoltarlo. "Ma di quale acqua parli?... Noi, diventare acqua? Sciocchezze!...". E Valentino: "Eppure lui l'ha detto!". Loro: "Ma di chi parli? Che cosa vuoi dire?" Il Vescovo con tutto il fervore: "Se lo conosceste!... Vi aiuterebbe a risolvere tutti i vostri problemi. Ho sentito che eravate agitati. Scusatemi, ma se cercate la pace, solo lui ve la può dare".  Il ragazzo, meno timido della ragazza, interloquì: "Ma questa è filosofia, o forse una dottrina!". "No - rispose Valentino - Non è né filosofia, né dottrina, è una persona".

La ragazza prese coraggio e domandò: "Come si chiama?". Alzando gli occhi al cielo e con un fare solenne Valentino pronunciò lentamente: "Gesù!".

I due giovani, sentendo quel nome (non ne avevano mai sentito parlare) furono come colpiti da un fulmine. Si scossero, si fissarono negli occhi, che erano già pieni di lacrime. Si sentirono spinti da una forza misteriosa che li fece abbracciare. Non solo finì il litigio, ma con insistenza chiesero di continuare a parlare loro di quella persona che aveva fatto nascere nel loro cuore non solo la pace, ma il vero amore.

Erano pagani. Fissarono altri incontri e divennero cristiani molto fervorosi. Valentino li portò nel luogo dove stavano litigando, e poco lontano fece notare una fonte di acqua zampillante. Li battezzò e raccomandò loro di diventare, come aveva detto Gesù, fonte di grazia per gli altri.

Diventarono tanto pieni di zelo che raccontando ad altri giovani l'accaduto invogliarono molti a fare visita a Valentino. E Valentino a tutti donava un fiore, fortificando e trasformando i sentimenti in vero amore. Non chiedeva molte cose, invitava solo a ripetere quel nome, Gesù, garantendo che sarebbe stato lui a rendere saldo l'amore che nasceva nel loro cuore. Il passaggio obbligato era il battesimo (primo sacramento per il perdono dei peccati), ma Valentino non lo esigeva, erano gli stessi giovani che, col tempo, lo chiedevano. E lui, beato, dopo qualche tempo, benediceva quelle tante nozze, nate da un fiore.

Un'altra volta venne dal vegliardo Vescovo una fanciulla, Serapia. Era cristiana e gli confidò che si era innamorata di un giovane cavaliere romano, che era pagano. Parlarono a lungo insieme. Il Vescovo affermava che un vero matrimonio non poteva esistere se non ci fosse stata anche una intesa spirituale. Di questo ne era convinta la stessa ragazza. La donazione dell'uno all'altra doveva essere completa e la differenza di religione avrebbe creato delle difficoltà nei rapporti, e sarebbero nati dei contrasti anche grandi.

Serapia lo sapeva, ma l'amore era tanto forte che piangeva. Supplicò Valentino perché pregasse per quel giovane e fissasse un incontro con lui, per riuscire a convertirlo. Il cavaliere si chiamava Sabino. Commosso da tanta insistenza, Valentino si mise a pregare. Pregarono insieme e per sette giorno Serapia venne a ripetere la stessa preghiera con Valentino. Partecipò alla sua Messa comunicandosi con fervore.

L'ottavo giorno fu la stessa Serapia ad affrontare il discorso con Sabino. Gli parlò di Gesù, che era il Figlio di Dio, fatto uomo per la nostra salvezza, che aveva accettato la morte in croce spargendo tutto il suo sangue per il perdono dei peccati dell'intera umanità.

Cercò di illuminarlo anche sulla Messa come sacrificio che rinnovava l'offerta che Gesù aveva fatto di sé sulla croce. Parlò dei cristiani. Raccontò di come si cibassero, durante quel rito, del corpo e sangue dello stesso Gesù. Non era facile descrivere queste cose. Con tutto il fervore e gli occhi lucidi dalla commozione cercò di dimostrare come Gesù si rendeva presente, nel pane e nel vino, per le parole del vescovo.

Sabino non trovava difficoltà ad ammettere che ci fosse una nuova religione ed anche una nuova divinità, fra le tante che esistevano nell'impero romano, ma quando si parlava di sangue aveva un brivido di disgusto.

Non riusciva a capire come i cristiani si potessero nutrire del corpo e del sangue di Gesù che si diceva morto e poi risorto.

Serapia, non sapeva cosa dire. Insisté invitandolo a partecipare una volta alla preghiera che si svolgeva nella casa di Valentino. Sabino accettò alla condizione di tenersi in disparte e nascosto. Si stabilì il giorno. La sala quella sera era piena di giovani coppie che chiedevano a Valentino la benedizione per le loro nozze. A un angolino, in ginocchio, Serapia piangeva. Sabino stava in fondo seduto su uno sgabello. Faceva l'indifferente.

Valentino celebrò la Messa. A Sabino non sfuggirono le parole "Questo è il mio sangue sparso per voi e per tutti". Quelle parole lo confusero ancora di più, ma l'atteggiamento del santo vescovo, il calore e la convinzione con cui erano state pronunciate, lo colpirono. Doveva veramente accadere qualcosa di straordinario lì, su quell'altare. Poi il gran silenzio e la preghiera dei presenti che, dopo avere ascoltato con molto raccoglimento, erano rimasti in ginocchio immobili. Poi l'atteggiamento di qualcuno che si era prostrato fino a toccare la terra con la fronte. Tutto stava creando in lui un cambiamento del cuore.

Finito quel rito, quando i presenti, dopo avere ricevuto la benedizione e il consueto fiore da Valentino, erano usciti, Serapia si accostò a Valentino e gli presentò Sabino.

Andarono in giardino. Valentino raccolse una rosa e, mentre parlava, delicatamente dal gambo cercò di togliere tutte le spine che sporgevano. Si punse. Si bagnò di sangue le dita. Poi offrì quella rosa ai due giovani stringendo le loro mani intorno al gambo della rosa. Lo sguardo si posò soprattutto su Sabino. Gli occhi di tutti e tre si riempirono di lacrime. Quel gesto, quella stretta, quello sguardo e quelle lacrime toccarono definitivamente il cuore del cavaliere romano.

Come se continuasse un vecchio discorso, Valentino proruppe: "Allora, credi in quel Gesù del quale ti ha parlato Serapia? Dare il sangue vuol dire dare se stesso". Un sommesso e incerto "sì", quasi singhiozzando, ruppe il silenzio. I due giovani si abbracciarono, mentre il buon vescovo poggiando le sue mani sulla loro testa, li benediceva:

 "Andate in pace nel nome di Gesù! Vivete insieme nel nome di Dio! Amatevi con l'amore del Signore!". 

Fuori, per la strada, i due sposini si accorsero che avevano il dorso delle mani bagnate di sangue, era il sangue del vescovo punto dalle spine della rosa.

Simbolo o presagio? L'amore è vero se si bagna di sangue. Il mistero del sangue di Gesù sparso per l'umanità si illuminò nel suo significato più profondo nell'animo di Sabino. Amore e sacrificio non possono essere scissi. Si guardarono negli occhi e, senza dirsi nulla, capirono che dovevano essere pronti anche loro a qualche grande sofferenza.

Sabino divenne cristiano. Il loro amore, santificato dal sangue di Cristo e da quello del santo vescovo, crebbe di giorno in giorno. Quando Serapia si ammalò Sabino chiese a Valentino di non permettere che la morte li separasse. Pregarono insieme, e quando per Serapia giunse la sua ora, Sabino ottenne la grazia di seguirla. Così, per l'intercessione di Valentino, restarono uniti nell'amore per l'eternità.

Un'altra volta Valentino, solo con la sua presenza, riuscì a rappacificare due uomini che si stavano sfidando a duello per una donna. Passò, non disse nulla, guardò solo a lungo il cielo, davanti a loro. Quello sguardo attirò l'attenzione dei due che si voltarono anche loro verso l'alto. Videro forse qualcosa? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che gettarono via le spade e, rappacificati, tornarono alle loro case.

 

ALCUNI MIRACOLI

Oltre le grazie spirituali si moltiplicarono, per intercessione del Vescovo Valentino, tanti altri miracoli. A tutti chiedeva sempre la fede. "Dobbiamo credere - diceva - a Gesù Cristo, Figlio di Dio, che è morto ed è risorto. E che è vivo in mezzo a noi. Siamo diventati suoi amici e dobbiamo sentirci tali!".

Diventava presto amico di chiunque andava a lui, ma più che l'amicizia con sé era felice di vedere che nasceva una vera amicizia con il Signore.

Una sposa si trovava in difficoltà per il vestito di nozze. Era una schiava e non poteva permettersi il lusso di vestire come le donne libere. Avrebbe voluto avere, almeno per un giorno, l'impressione di essere come tutte le altre.

Era cristiana. Anche il futuro sposo aveva abbracciato la fede da qualche tempo. Ne parlarono al Vescovo. Insieme convennero che il matrimonio doveva essere preso come una missione sacra voluta da Dio. L'aspetto esteriore non doveva avere molta importanza. Ciò che contava era e doveva essere lo spirito di donazione con cui si univano. Quella rinuncia fu generosamente offerta al Signore dalla giovane sposina che non osò insistere. Fu  Valentino, invece, che un giorno li invitò a casa sua per pregare insieme. Non voleva che quel momento tanto importante avesse avuto un punto di tristezza. Uscirono e, mentre parlavano della creazione dell'uomo e della donna, ricordando il passo della Genesi, Valentino si appoggiò a una roccia dicendo: "Dio ha creato il cielo e la terra e tutte le cose belle che ci sono per l'umanità, ma la cosa più bella è l'amore. E' come l'acqua per la natura". Terminate queste parole, allontanatosi dalla roccia, dal punto toccato con la sua mano sgorgò improvvisa una fonte di acqua cristallina. Stupiti i due fidanzati furono invitati da Valentino a pregare e lodare Dio per tutto ciò che di buono e di bello li circondava. La preghiera si fece intensa. Gli occhi di tutti e tre si sollevarono al cielo. Quando li abbassarono, meraviglia!, al posto della sorgente, apparve il vestito che si desiderava.

Un giorno venne a piangere ai piedi di Valentino un giovane, Fontejo Triburzio. Aveva il fratello molto ammalato. Stava per morire. Era uno schiavo che veniva portato a Roma, insieme alla sua famiglia, per essere venduto. Aveva avuto qualche minuto di libertà per assistere il fratello che sembrava proprio agli estremi. Supplicò Valentino. Il fratello sarebbe stato abbandonato di lì a poco, dichiarato inutile, anzi dannoso, al commercio degli schiavi.

Erano alloggiati di fronte al giardino di Valentino. Questi si recò dall'ammalato e prima di pregare, disse loro chiaramente che non era lui che guariva, ma un certo Gesù che era venuto su questa terra per liberare dalle malattie e dalla schiavitù. Il discorso fu approfondito, perché tutta la famiglia avrebbe davvero desiderato la libertà.  Parlò loro della bontà di Dio che era venuto a vivere tra noi, soffrendo come noi, per aiutarci a vivere meglio.

La vera schiavitù - diceva - è quella del male, del peccato, delle passioni. Gli schiavi e i poveri erano i più disponibili ad accettare il messaggio evangelico. Questo Valentino lo sapeva e quando sembravano abbastanza convinti, chiese loro se avessero voluto ricevere il battesimo, come adesione piena a quanto descritto. Avevano ascoltato quasi incantati e, senza repliche, aderirono a quell'invito. Non pensarono più alla guarigione. Il loro pensiero stava già volando sulla vita eterna piena di felicità e di vera libertà. L'attesa poteva anche essere nella sofferenza, ma tutto sarebbe finito, anzi trasformato in gioia. Se ciò fosse avvenuto presto, meglio così.

Quando Valentino versò l'acqua sul capo del moribondo, questi riprese le forze e in pochi istanti guarì completamente. Partirono tutti per Roma, conservando con gratitudine il ricordo di quell'incontro. Anche la schiavitù, per l'intera famiglia, divenne da quel giorno più leggera.

 Fontejo capitò a servizio di un retore ateniese, Cratone, che si era trasferito a Roma per motivi di studio. A casa sua aveva aperto una scuola dove insegnava greco e latino a diversi giovani romani e forestieri. Tre studenti, Procolo, Efebo e Apollonio, provenienti da Atene, erano in quei giorni i suoi discepoli. Per pagare l'insegnamento vivevano con Cratone aiutandolo nel lavoro di conciatura di pelli. Stavano sempre a casa sua ed avevano fatto amicizia con lo schiavo Fontejo, che godeva la fiducia dei padroni. Questi gli avevano affidato la direzione degli stessi lavori e della casa.

Tra giovani, per quanto di differente condizione, si era creato un buon rapporto di amicizia. Tra loro c'era anche il figlio dello stesso  Cratone, che si chiamava Cherimone. Suo intimo amico era Abondio,l figlio del prefetto di Roma, Furio Placido.  Tutti e cinque  avevano cominciato a interessarsi di quanto da qualche giorno aveva cominciato a raccontare lo schiavo Fontejo.

Cherimone improvvisamente si ammalò. Una malattia strana che non lo faceva più muovere. Spesso intorno al letto dell'ammalato, per fargli compagnia, si riunivano questi amici e Fontejo ne approfittava per continuare il suo racconto, che piaceva a tutta a brigata.

Col tempo la malattia si aggravò. I familiari chiamarono molti medici, ma nessuno sapeva dire di che male si trattasse e, peggio, nessuno era riuscito a trovare un rimedio adatto. Cherimone tendeva a raggomitolarsi su se stesso. Era diventato storpio e a stento faceva qualche passo con le stampelle.

I giovani amici si consultarono. Avevano sentito da Fontejo la guarigione del fratello operata grazie al capo della comunità di questa nuova religione, nella valle del Nera, non troppo lontano da Roma. Erano passati diversi anni e quel "santone" - così si esprimevano - doveva essere molto anziano. Ma come parlarne a Cratone? Questi, da buon greco, era radicato nella religione pagana ed aveva mandato cospicue offerte per sacrificare alle divinità protettrici della salute.

Il figlio peggiorava sempre di più. Fu lo schiavo Fontejo che ebbe il coraggio di parlarne. Presentò al padrone la cosa come se si trattasse di un medico famoso, non volle minimamente accennare alla questione religiosa. Valentino aveva guarito suo fratello che stava per morire.

Fu stabilito che i tre amici, Procolo, Efebo e Apollonio si sarebbero recati in quella valle, tra i fiumi, per cercare quest'uomo ed accompagnarlo a Roma fino al letto del malato.

Non erano troppo convinti neppure loro, ma si doveva tentare di tutto per l'amico in fin di vita.

Valentino, molto vecchio, stava nel suo giardino a contemplare i fiori. Ormai alla sua età più che la coltivazione c'era la contemplazione. Visti i tre giovani, colse per loro alcune rose, erano le ultime tre in boccio, e le offrì loro, come aveva fatto fin ad allora con tutti i giovani che venivano a trovarlo. Le mani gli tremavano e le spine lo punsero di nuovo al punto che l'offerta fu piena di sangue. Questa volta, un presagio per lui.

Si intrattenne con loro affabilmente. Dissero che era stato uno schiavo a indirizzarli da lui. Valentino ricordava Fontejo e la famiglia. Ricordava la preghiera sul fratello gravemente ammalato. Era passato più di qualche anno. Quando sentì che quel giovane schiavo aveva parlato loro di Gesù, gli brillarono gli occhi. Non ne sapevano molto, ma ora erano venuti per le sue "arti magiche" o mediche. I tre giovani spiegarono che erano venuti per portarlo a Roma. Si trattava di un loro intimo amico. Gli parlarono della tremenda deformazione e malattia misteriosa.

Forse Valentino li aspettava. Aveva avuto certamente non solo una intuizione, ma un avviso dall'Alto. Non si mostrò per nulla meravigliato, anzi sorrideva e alzava gli occhi al cielo, come se fosse in ascolto di qualche altra voce che veniva da lassù.

 Cercò di spiegare che tutto era proprio collegato a quel nome, a quella persona, Gesù. Lui non era né medico, né mago. Era solo un cristiano, un vecchio cristiano che aveva cercato di far conoscere Cristo, per rendere la vita degli altri più serena. Si era prodigato soprattutto con i giovani ed era contento che adesso lo venissero a trovare da Roma proprio dei giovani. Era un disegno di Dio.

Accettò e fu stabilita la partenza per il giorno dopo. Intanto i tre giovani furono ospiti suoi e parteciparono la sera ad un incontro di Valentino con i suoi fedeli. Sarebbe stato l'ultimo e la gente sembrava lo intuisse. Disse che doveva recarsi a Roma, perché il Signore lo chiamava. Il ritorno era nelle mani di Dio. Quegli occhi continuavano ad alzarsi verso il cielo e il suo volto diveniva sempre più raggiante e sorridente. Iniziò la celebrazione dell'Eucarestia. Nella prima parte parlò a lungo con i fedeli, ripetendo il racconto della passione e morte del Signore. Si mostrava tanto assorto nella descrizione che sembrava raccontare qualcosa a cui aveva assistito.

"Se il chicco di grano non muore, non produce frutto", disse a un certo punto. Poi si fermò. Chiamò più vicino all'altare quattro coppie di giovani che erano in attesa di sposarsi. Disse loro che non aveva più rose nel suo giardino, ma l'amore poteva comunicarlo ugualmente. L'avrebbero preso dalla Comunione. Parlò loro dell'amore di Gesù che aveva dato la vita proprio per amore.

Se vi volete veramente bene - aggiunse - dovete essere disposti ciascuno a dare la vita per l'altro. Questo è il vero amore". Poi continuò dicendo che era un dono quello che sentivano nel cuore, perché l'amore viene da Dio e non deve essere profanato. Le ultime sue parole mettevano in guardia dall'egoismo che guasta l'amore, dalla ricerca sfrenata del piacere che trasforma l'amore in dominio, in sfruttamento, in una vera e propria schiavitù.

I tre giovani stavano attenti come tutti e nel cuore sentivano già una grande ammirazione per questo pastore buono che stava salutando le sue pecorelle. Nell'aria c'era un senso di addio. Assistettero a tutto il rito commossi, anche se ancora non capivano di che cosa si trattasse.

Quel "Prendete e mangiatene tutti", quel "Questo è il mio sangue", li portava a pensare alla magia. Non comprendevano, ma dentro di loro sentivano che non era magia.

Nella loro mente si affacciò il comportamento di quello schiavo, Fontejo, che li aveva spinti a venire. Era onesto, ubbidiente, premuroso. Anche lui parlava di quel Gesù che era venuto a insegnare la bontà, l'amore e che ne era stato il primo testimone con la vita data per gli altri. La luce stava entrando dentro di loro lentamente.

Si salutarono tutti con un abbraccio fraterno. I presenti si mostrarono affabili specialmente con i tre forestieri. Si erano accorti che non appartenevano ancora alla stessa fede.

In tutti i volti si scopriva la serenità, la pace, nonostante il saluto a Valentino apparisse come definitivo. A Roma c'era la persecuzione. Ma era il Signore che lo chiamava. Dopo fasi alterne e contraddittorie, l'imperatore Decio, con l'editto del 249, aveva creato scompiglio tra i cristiani. Tutti i cittadini dell'impero erano obbligati ad offrire sacrifici, o incenso alle divinità romane. L'unico scampo era la fuga, altrimenti ai cristiani non restava che il carcere, le torture e il martirio. Andare a Roma era un rischio.

Lo sapeva Valentino e lo sapevano i fedeli a lui devoti. Ma se il Signore chiama, non si deve tergiversare.

Valentino benedisse tutti tracciando quel segno di croce, completamente nuovo per i nostri giovani. Tutti si segnarono. I nostri tre si toccarono solo la fronte, non sapendo fare altro, per non impressionare i presenti con la loro estraneità,.

Garantirono, come poterono, a Valentino, l'incolumità. Non se ne sarebbe fatta parola che con quelli di casa. Il mattino presto si misero in viaggio. Il carro, trainato da due cavalli, traballava percorrendo la strada sconnessa che portava a Roma. Il santo vecchio sobbalzava, e nonostante tutto continuava a istruire, a raccontare di Gesù, del Vangelo.

Rispondeva con convinzione alle domande dei tre interlocutori, che volevano sapere sempre di più. Si fermarono due volte, per far riposare i cavalli, ma anche per far prendere fiato a Valentino. Questi ne approfittava per appartarsi tra i cespugli e pregare. La forza della sua parola stava tutta nella preghiera. Il suo aspetto ieratico stava, infatti, conquistando sempre di più i tre accompagnatori. Capelli e barba bianca, volto luminoso, occhi lucidi rivolti spesso al cielo, accompagnavano le sue parole che diventavano sempre più convincenti.

La seconda sosta fu più lunga. Si era vicini ad una fonte. Furono i tre giovani che chiesero a Valentino il battesimo. Erano pronti. I giovani, un po' come tutti i giovani, intuiscono la verità e l'abbracciano con entusiasmo, senza ritardi. Una catechesi densa e abbastanza completa, convinse Valentino a non ritardare quel momento di grazia. La gioia li coinvolse e continuarono il viaggio imparando a cantare i salmi..

Nel tardo pomeriggio arrivarono in casa di Cratone.  La famiglia stava aspettando ansiosa. Offrirono subito dell'acqua all'ospite e ai tre compagni di viaggio. Fu  Fontejo che si fece avanti per primo, buttandosi in ginocchio davanti al santo Vescovo. Questi lo sollevò tracciandogli sulla sua fronte un piccolo segno di croce e  abbracciandolo con affetto. In disparte i tre amici gli confidarono allo schiavo di essere diventati "fratelli". Appena rinfrescati, Cratone illustrò la situazione a Valentino, aggiornando gli accompagnatori sul peggioramento del loro amico. Aveva chiaramente fretta di far intervenire l'illustre ospite. Senza altri chiarimenti, infatti, fu condotto nella camera del malato. Valentino, umile e calmo, si accostò al capezzale e cominciò ad accarezzare la fronte di Cherimone, sostando qualche minuto silenziosamente in quell'atteggiamento.

Dopo, ai piedi del letto, Cratone cominciò con un dialogo la supplica per ottenere la guarigione del figlio. Palesò al santo vescovo che aveva saputo della guarigione del fratello del suo schiavo e ora sperava solo in lui. Valentino interrompeva il discorso con un pacato: "Se tu vuoi, sarà guarito". Al che, Cratone, credendo che l'allusione vertesse sulla spesa e il denaro necessario, prontamente soggiunse: "Ti darò metà dei miei beni, basta che me lo guarisci".

Con pazienza Valentino cominciò a parlargli della fede: "Devi credere al mio Cristo. La tua fede è più preziosa al Signore, di qualsiasi altra cosa". Lentamente passò in rassegna le false divinità alle quali credeva Roma e ovviamente la sua casa. Divinità fatte di legno o di metallo, che non hanno nessun potere di guarire. "Solo al vero Dio, al quale ti propongo di credere, spetta l'adorazione. Solo lui ha il potere di dare la vita o toglierla, di guarire e anche risuscitare dai morti."

Cratone obiettò che lui poteva anche aderire a questa fede, ma non si poteva chiedere questo al figlio in tali condizioni. La fede salva chi ce l'ha, sosteneva. Allora Valentino raccontò come a Gesù fu presentato un paralitico, addirittura calato dal tetto da quattro uomini. Fu guarito per la fede di questi, probabilmente il paralitico non poteva neppure parlare e non sapeva ciò che gli stavano facendo. Gesù aveva compiuto tanti miracoli per la richiesta fatta dai genitori o dai padroni dell'ammalato. Con calma espose la nuova dottrina che presenta Gesù Cristo come Figlio di Dio, del Dio vero. Parlò del battesimo che purifica dai peccati, poi fece una vera e propria catechesi sulle verità fondamentali della fede cristiana, esponendo il mistero dell'incarnazione di Dio in Maria Vergine. Parlò dei miracoli compiuti da Gesù per far credere alla sua divinità, la tempesta sedata, il comando ai venti di calmarsi, il camminare sulle acque.

Se la prendeva con calma, Valentino. Contrariamente a Cratone che avrebbe voluto arrivare presto alla conclusione.

In fine raccontò come questo Gesù, Figlio di Dio, fu messo in croce, ove morì, fu sepolto e il terzo giorno risuscitò e alla presenza di molti salì al cielo, da dove tornerà per il giudizio finale. Questa era la sostanza del cristianesimo.

Le cose che diceva calavano lentamente nell'animo di Cratone che voleva credere, ma che forse, aveva ancora nell'animo, come prima preoccupazione, la guarigione del figlio.

Fu chiamata tutta la famiglia. Cratone stesso espose brevemente la nuova religione e spronò tutti ad aderirvi senza riserve. "Sì, vogliamo credere e vogliamo sapere cosa dobbiamo fare". Valentino soddisfatto propose il battesimo, garantendo che già il desiderio sincero avrebbe ottenuto la guarigione del figlio, ma doveva essere sincero.

Intervennero, alla fine, anche i tre amici di Cherimone: Procolo, Efebo e Apollonio, che, già convinti e già battezzati, iniziarono a pregare con Valentino.

Fatto buio, Valentino chiese di poter restare tutta la notte nella camera del malato, perché una simile malattia, diceva, aveva bisogno di molta preghiera e digiuno, come era stato detto da Gesù.

Misero per terra delle stuoie e lo lasciarono solo. La porta fu chiusa dal di dentro. I parenti restarono fuori in ansia. Ogni tanto si accostavano alla porta augurandosi di sentire la voce di Cherimone che ormai non riusciva neppure più a parlare.

Valentino si prostrò e così chino passò gran parte della notte, mettendo al suo fianco il ragazzo malato. Una luce all'improvviso illuminò tutta la stanza. Valentino si levò e comandò a Cherimone di fare altrettanto, per lodare Dio nel canto con lui, a braccia alzate. Così avvenne. Improvvisamente gli arti del giovane tornarono sani.

Da fuori, sia la luce, come la voce salmodiante del malato fece esultare l'intera famiglia, che aveva vegliato nell'attesa di quel momento. Volevano entrare, ma Valentino non lo permise fino all'alba. Doveva ringraziare il Signore con Cherimone. Al mattino tutti potettero abbracciare il ragazzo guarito, completamente sano.

In ginocchio baciarono i piedi di Valentino e lo pregarono di non ritardare il battesimo.

La casa di Cratone divenne una casa di riunioni cristiane. Molti alunni che frequentavano la sua scuola si convertirono. Fece parte dei nuovi cristiani anche Abondio, figlio del prefetto di Roma, che non volle più abbandonare Valentino. Pendeva dalle sue labbra. Tutti volevano sapere di più su Gesù e Valentino dalla mattina alla sera non faceva altro che istruire quelli che venivano.

 

IL MARTIRIO

 Uno dei momenti più importanti e più commoventi nella città di Roma fu l'incontro col Vescovo di Roma Felice I°. Venne il Papa in persona a trovare l'anziano Vescovo nella casa di Cratone, diventata ormai una scuola del Vangelo. Sapeva bene Valentino che il Vescovo di Roma era il pastore di tutta la Chiesa. Per ordine di un suo predecessore era stato ordinato sacerdote e poi vescovo. Altre volte si era incontrato con il successore di San Pietro. Ricordava bene alcuni di loro, ne erano succeduti più di tredici, durante la sua vita. Le chiavi che Gesù simbolicamente aveva consegnato a San Pietro, erano state ben custodite da tanti santi pontefici, molti dei quali le avevano bagnate col proprio sangue.

E, sì, di sangue si parlò con Felice. Era in atto una nuova ondata di persecuzione e i due vegliardi si incoraggiarono vicendevolmente per rimanere forti nella fede. Il proposito di tutti e due era quello di non fermarsi. Costi quel che costi, Cristo doveva essere annunziato. La visita del Sommo Pontefice fece aumentare la devozione di molti fedeli verso Valentino.

           La cosa non poteva rimanere nascosta. Abondio si mostrava pubblicamente cristiano e anche gli altri erano fieri di questa nuova fede. Le divinità pagane, ormai, per loro non contavano nulla.   Alcuni abbandonarono anche gli studi per darsi completamente al cristianesimo, unendosi ai tanti fratelli sparsi nella città.

Si accese allora lo sdegno di quasi tutti i senatori che ordinarono al prefetto, Furio Placido, di fare arrestare Valentino.

Gli fu fatto un primo processo. Colpevole solo di amare e di spingere all'amore. Ma il nome di Gesù sulle sue labbra infastidiva il prefetto che con mille offerte e minacce tentava di fargli offrire sacrifici ai falsi dèi. Tutto inutile. Fu anche fatto battere con verghe, ma Valentino sereno sorrideva, alzando gli occhi al cielo. Alla fine si decise di rinchiuderlo in carcere, sperando in un ripensamento. Anche lì una processione continua di gente lo voleva ascoltare, lo voleva toccare. Molti si accontentavano di vederlo attraverso le inferriate di una finestra alta, che dava aria alla sua cella.

 Fu allora che avvenne un fatto strano. Alcuni colombi, nonostante il viavai di persone, non faceva altro che tubare proprio tra le sbarre di ferro della finestra. Questo per diversi giorni. Sembrava che conoscessero Valentino. Infatti erano i colombi del suo giardino, che miracolosamente avevano ritrovato il proprio padrone. Ma che volevano? Valentino si ricordò che aveva lasciato nel carro, che lo aveva portato a Roma, la chiave del giardino riservato ai colombi, che accoglieva spesso anche i bambini. Era un prato ameno, dove il santo Vescovo aveva creato dei giochi per i più piccoli, coi quali, specialmente adesso che era vecchio, piaceva di intrattenersi per insegnare, tra l'altro, ad amare Gesù.

I bambini imparavano anche a rispettare e amare gli animali. Nel giardino ce n'erano diverse specie, ma i colombi erano i preferiti. Svolazzando tra le manine dei piccoli, beccavano le briciole che gioiosamente erano loro offerte.

Quell'angolo di "paradiso terrestre" era rimasto chiuso. Gli uccelli potevano volare, ma i bambini ne restavano fuori. L'aveva fatto per prudenza. I piccoli, senza di lui, potevano farsi del male. Poi non ci aveva più pensato.

"Lasciate che i piccoli vengano a me", aveva detto Gesù. Valentino li aveva amati come Gesù. Lasciarli soli era una pena. Chi avrebbe preso cura di quelle anime innocenti? Gesù stesso per difenderle, aveva esclamato: "Guai a chi li scandalizza!", anzi aveva aggiunto con fuoco: "Meglio legarsi un masso al collo e gettarsi nel mare che fare del male a uno di questi piccoli". Quando il tempo glielo aveva permesso, aveva passato molte ore della giornata con loro, specialmente quando gli adulti stavano a lavorare. Ora in carcere il tubare dei colombi aveva risvegliato in lui anche questo pensiero. La chiave.

Sognò, una notte, San Pietro che gli faceva vedere una chiave. Sì, era quella del Regno dei cieli, datagli da Gesù, pensò, ma l'apostolo sembrava invitarlo a prenderla per darla ad altri. Si svegliò per il forte batter d'ali dei colombi. Lo guardavano dall'alto della finestra, come se aspettassero qualcosa. Capì e chiese al primo visitatore di andare nella casa di Cratone per farsi dare quella chiave.

Fu portata  a lui, ma come fu appoggiata sul limite della finestra, due colombi, nonostante il peso, riuscirono a prenderla e portarla via. Valentino, soddisfatto, li accompagnò con una benedizione e una preghiera per i bambini che avrebbero potuto rientrare nel suo giardino. Certamente gli angeli custodi avrebbero avuto cura di loro. Tra il volare di tutti gli altri colombi, gli sembrò proprio di vedere una schiera di angeli accompagnare gli uccelli.

Pianse commosso ripensando a Gesù che aveva detto: "Gli angeli dei bambini stanno sempre alla presenza di Dio". E adorò Dio che si era manifestato in quel modo straordinario. Da quel momento si sentì anche più pronto al martirio.

 Il prefetto vedendo che non otteneva nulla e per paura che aumentassero i discepoli di questa nuova religione, decise di concludere definitivamente questa vicenda. Di notte improntò un processo con l'ultimo tentativo. Valentino fu accusato di avere allontanato dagli dèi di Roma tanti giovani. La difesa la improntò lui stesso. Parlò di nuovo dell'amore, del vero amore che era venuto a portare Cristo sulla terra. Quello che a Roma si chiamava amore era solo soddisfazione della passioni più basse, era ricerca del piacere a scapito delle ragazze. Parlò a difesa soprattutto delle schiave che erano costrette a prostituirsi ai padroni. Ripetendo le parole di Gesù che aveva detto che il vero amore era dare la vita per chi si amava, si infervorò tanto, che il suo volto  improvvisamente da infuocato divenne luminoso. Quasi abbagliati da quella luce, il prefetto e quelli che stavano con lui, urlarono: "Basta! Ti facciamo vedere noi come si dà la vita per chi si ama". Fu decretato che doveva morire. E si doveva eseguire subito la condanna per paura che la gente creasse dei problemi.

 Valentino si lasciò trascinare senza opporre la minima resistenza, anzi era lui che camminava avanti ai suoi carnefici e li aiutava ad alzarsi, perché nel buio e nella fretta non facevano altro che inciampare. Era luminoso, ma la luce che emanava dal suo volto, non illuminava la strada tortuosa che lo stava portando sulla Via Flaminia. Il buio intorno a lui si faceva ancora più pesto. La luce che emanava era misteriosa: si vedeva, ma non faceva vedere intorno. La catena che gli legava le mani serviva di sostegno agli accompagnatori.

           Valentino pregava e continuava a parlare dell'amore ai suoi aguzzini. "Gesù l'aveva detto: Voi siete la luce del mondo. Non si può nascondere un lanterna. Voi mi state portando su un candelabro, perché possa illuminare molti altri".

Qualcuno della ciurma, colpito da queste parole, senza farsene accorgere, si nascondeva e spariva nel buio, illuminato interiormente dall'atteggiamento tanto sereno di Valentino. Amore, luce, perdono, furono le ultime parole che pronunciò.

Arrivarono al luogo stabilito, fuori la città, solo il prefetto,  il boia e un piccolo gruppo di soldati. Valentino chiese qualche minuto. Si inginocchiò, alzò gli occhi al cielo e ripeté nella preghiera, prima, le parole di Santo Stefano, mentre era lapidato: "Padre, non imputar loro questo peccato!", poi, le parole di Gesù sulla croce: "Perdonali, perché non sanno quello che fanno!".

Fece un cenno con la mano al boia. Poteva procedere. Mentre pronunciava le altre parole di Gesù: "Padre, nelle tue mani rimetto...", la spada gli troncò la testa e la voce, che da quel momento diventò in cielo una supplica al Padre per tutti coloro che lo avrebbero invocato. Anche la luce del suo volto si spense per risplendere ancora di più dinanzi al Volto Santo di Dio.

Di nascosto avevano seguito il corteo gli amici Procolo: Efebo, Apollonio ed altri giovani convertiti al cristianesimo nella casa di Cratone. Pregavano per Valentino e con Valentino. Videro il prefetto dare l'ordine di seppellire subito quel corpo in quello stesso posto.

Appena partita la ciurma si precipitarono in quel luogo e disseppellirono la salma. Avevano promesso a Valentino che l'avrebbero riportato a Terni e vollero mantenere la promessa. Mentre alcuni correvano in città per prendere un carro, altri in preghiera asciugavano con panni il sangue che aveva intriso il terreno, per farne delle preziose reliquie. Come si usava per i martiri, ne raccolsero anche in un'ampolla per deporla a fianco alla tomba (come appare nelle catacombe), per testimoniarne il martirio.

           Poi il viaggio di ritorno. Fu una vera processione. Nonostante la notte alta, la notizia si sparse presto tra i cristiani che in molti vollero riaccompagnare le spoglie del santo vescovo nella sua terra natia.

Arrivarono su un colle, poco lontano dall'agglomerato di case che formavano la città di Terni, ma i cavalli si rifiutarono di andare avanti. Furono sostituiti con dei buoi, ma non ci fu niente da fare. Si capì che era volontà del cielo seppellire Valentino in quel luogo. E' il posto dove oggi sorge la sua Basilica.

 

LA VENERAZIONE E IL CULTO

           Fu subito costruito un altare sopra la tomba che sarà sempre considerato l'altare della confessione, cioè il luogo dove Valentino "confessò con il sangue" la fede in Gesù Cristo.

Divenne presto meta di pellegrinaggi. La fama si diffuse, oltre Roma. Prima i suoi fedeli, poi da tutte le parti hanno cominciato a venire a pregare sulla sua tomba. Quando subirono il martirio i tre amici, Procolo, Efebo e Apollonio, il loro amico comune, Abondio, portò a seppellire i loro corpi vicino alla tomba di Valentino. E così fecero tanti altri fedeli.

Si cominciarono ad ottenere tante grazie. Valentino sembrava che continuasse ad avere premura soprattutto per i giovani, per i fidanzati e per quanti si raccomandavano a lui nei problemi di amore. Tutti partivano da lui con un amore rinnovato.

Nell'aria sembrava di risentire la frase di Gesù, tante volte ripetuta da Valentino: "Amatevi come io vi ho amati!". E il prodigio più grande era quello  soprattutto della riconciliazione e del perdono. Animi agitati, cuori che ribollivano di astio, menti che covavano vendette, arrivati sulla tomba di Valentino, restavano disarmati. Una luce interiore sembrava partisse da quell'urna per rivoltare i sentimenti e l'odio si cambiava in amore.

Dopo l'editto di Costantino, nel 313, fu eretta una piccola cappella, chiamata oratorio. Ma presto, con il concorso degli ormai tanti suoi devoti, si costruì la prima Basilica. Le vicende storiche (già descritte in altra parte), ci hanno portato fino ai nostri giorni, in cui l'amore e la famiglia riceveranno certamente, dall'intercessione di San Valentino, l'aiuto necessario per poter vivere l'amore secondo il progetto di Dio.

Due volte si tentò di portare il corpo di San Valentino in altra chiesa, ma non ci si riuscì. Quando, in circostanze di contesa, gli abitanti di Narni volevano che il santo stesse da loro, vennero quattro uomini robusti. L'urna non si muoveva, sembrava inchiodata, anzi il più forte, più volte come tentava di accostarsi, precipitava in terra senza potersi rialzare.

 

Un'altra volta fu fatta una processione per portarlo nella cattedrale di Terni, ma un fortissimo temporale costrinse la processione a tornare indietro.

Tanti altri segni di protezione si sono verificati intorno all'urna del santo. Ma soprattutto sono incalcolabili i segni spirituali di intercessione nella difesa del vero amore tra giovani fidanzati e giovani sposi. Molte grazie, sempre per le sue preghiere, le hanno ottenute le famiglie sul punto di disgregarsi. Una supplica al santo e presto tornava la pace.

Oggi la Basilica è meta di continue visite, soprattutto di giovani innamorati, che vengono a deporre davanti al santo, protettore dell'amore, i loro sentimenti.

La preghiera è per ottenere il vero amore, libero da ipocrisie e falsità. San Valentino, in quei pochi minuti che si resta nella sua Basilica, spinge il cuore alla donazione senza limiti, secondo il suo esempio, come ha insegnato e fatto Gesù.

San Valentino aiuta a trasformare i primi sentimenti di simpatia e attrazione fisica in moti dell'anima, in virtù, che partendo dall'accettazione vicendevole anche dei limiti e difetti, fa giungere al rispetto e stima: ottima base per un matrimonio veramente duraturo. Tutto questo, con San Valentino, ha il fondamento nella fede. Si viene a pregare perché si desidera avere la sua stessa fede. Chi viene, ne esce fortificato. Chi lo prega è spinto ad imitare la sua disponibilità e dolcezza con tutti. E riceve il coraggio di testimoniare con la vita il suo credo, anche senza giungere ad un martirio cruento (con spargimento di sangue). Se martirio può diventare la vita a due, con l'aiuto del Signore, intermediato da San Valentino, si riesce ad andare avanti ugualmente con serenità, anzi con gioia.

 

ALCUNI EVENTI STORICI SEGUENTI

            La costruzione della "cella memoriae" con piccolo oratorio, si trasformò col tempo in una chiesa sempre più grande.

Nel 742 il Papa Zaccaria incontrò Luitprando, re dei Longobardi, a Terni, e sulla tomba di San Valentino fu stipulato un trattato di pace con il quale il re restituiva i beni della Chiesa. In quegli anni, la Basilica era affidata ai Benedettini che la tennero fino al 1100. Poi sospesa la diocesi di Terni, la chiesa dedicata al Santo subì un inevitabile abbandono.

Nel 1218, ricostituita la diocesi, si provvide anche alla sua restaurazione. Ma fu solo dopo il Concilio di Trento (1563) che crebbe l'interesse per le tombe dei martiri.

Nel 1606, dopo il ritrovamento del corpo del santo, si pensò di edificare una Basilica completamente nuova. I lavori terminarono nel 1630. Partecipò alla sua costruzione l'Arciduca Leopoldo d'Austria (come è scritto, sul timpano dell'altare maggiore). Insieme fu costruito un Convento (a sinistra della chiesa, attualmente sede dell'università) per ospitare i Carmelitani scalzi chiamati a custodire la Basilica. I Padri curarono l'abbellimento della chiesa con grandi pitture, quasi tutte del famoso frà Luca della scuola fiamminga, appartenente allo stesso Ordine religioso.

Nel 1644 la Sacra Congregazione dei Riti, con approvazione del Papa Urbano VIII, stabilì che San Valentino vescovo e martire, fosse il Patrono principale della città di Terni.

Nel 1696 il corpo del santo fu sistemato definitivamente sotto l'altare maggiore, dove attualmente si trova.

La soppressione degli Ordini Religiosi, nel 1860, e la confisca dei loro beni da parte dello stato, fece ritirare i Carmelitani. Il Convento passò al comune. I Padri Carmelitani tornarono nel 1906, adattandosi in una piccola costruzione al lato destro della chiesa, dove attualmente risiedono.

Nel 1943 la Basilica divenne Parrocchia.

 

 
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