BABANYBABA
Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Luglio-Agosto 2009
(VEDI FOTO)
“BABANYIBABA!”
(I Parte)
di Roberto Scaccia
Questa volta ho fatto aspettare molto queste mie righe, è passato più di un anno dal mio ultimo viaggio in Congo. Ma la ragione è molto semplice. Chi leggerà queste righe avrà senz’altro letto anche quelle scritte da Manuela. E sì, perché questa volta il viaggio ha avuto altri due partecipanti, Manuela, appunto, e Pietro, entrambi di Ceprano.
Quando è stato certo che avremmo avuto dei “neofiti”, si sono subito insinuate in me due paure. La prima riguardava il dover preoccuparsi non solo dei pericoli, dei rischi da correre in prima persona ma di sentirsi in qualche modo responsabile anche di quelli che avrebbero corso, più o meno consapevolmente, a volte con incoscienza, anche gli altri. L’altra era più “egoistica”. E cioè il timore che le reazioni, positive o negative, sicuramente provocate loro dal viaggio, avrebbero potuto, in qualche modo, avere dei risvolti anche verso la “mia” Africa.
E, pur se mi sono fatto una mia idea personale di quello che può essere stato il loro viaggio, ho volutamente evitato di chiedere direttamente le loro impressioni. Mi sono reso conto, però, che, in ogni caso, le mie sensazioni, le mie emozioni, restano quelle di sempre e mai potrebbero essere cambiate dalle loro o da quelle di chiunque, un domani, volesse affrontare una simile esperienza.
Comunque, nel momento in cui è stato chiesto di scrivere i soliti articoli, mi è sembrato giusto far largo ai giovani, largo alla novità, largo alle sensazioni di qualcun altro, magari con la curiosità di scoprirle uguali, simili o del tutto diverse dalle mie. Anche perché avevo capito, durante l’incontro di A.MI.CA. di ottobre 2009, che qualcun altro aveva voglia di “parlare”, di condividere con gli altri la sua esperienza.
Ma, dopo le “condivisioni” di Manuela, ecco anche il mio saltellare tra ricordi, sensazioni, emozioni che sicuramente non seguiranno un comune filo logico, molto più simile ad una chiacchierata tra amici che ad un resoconto vero e proprio.
Il perché del titolo scelto. Babanyibaba è un termine tshiluba che, tradotto in italiano, suona suppergiù come “Mamma mia!”, una espressione che è venuto spesso spontaneo usare nell’ultimo come anche nei precedenti viaggi.
Appena il tempo di chiudere, a Ceprano, le celebrazioni per la festività della Madonna del Carmine e, il 21 luglio, prestissimo come al solito, si parte. All’arrivo, nella serata dello stesso giorno, dopo un viaggio insolitamente tranquillo, la solita afa (malgrado ci si trovi nel periodo più “freddo”) ci attende all’aeroporto Ndjili di Kinshasa. Ma, babanyibaba!: un piccolo pullman, nuovo di zecca, ci attende sotto l’aereo per accompagnarci nel settore dei controlli documenti. Mai successo prima! Babanyibaba!: preoccupato per la foto poco chiara dei nostri nuovi passaporti, mi rendo conto che non la guardano proprio perché, sullo schermo di un computer (funzionante!) vedo apparire foto e dati del mio passaporto tramite un collegamento internazionale! Babanyibaba!: la mia valigia non è arrivata e quindi mi ritrovo solo con i pantaloni e la maglietta che indosso! Anche questo è la prima volta che succede e non è una bella sensazione immaginare di non avere a portata di mano tutto quello che mi servirà nel corso del viaggio!
Malgrado questo, però, la gioia per l’affettuoso incontro con padre Roger e suor Yvonne prima, e poi con gli altri frati e suore delle comunità di Kinshasa. E la piacevole sensazione di ritrovarsi a casa, magari non quella di prima abitazione (quella per la quale non si paga l’ICI, almeno per il momento, per intenderci!), forse la seconda casa, quella che ci accoglie solo qualche volta e per periodi limitati, ma pur sempre la propria casa, una casa che amiamo.
In merito al tema “casa”, mi ha fatto molto piacere, negli ultimi tempi, quello che ha detto Padre Roger in una sua e-mail. Nel mese di giugno di quest’anno è stato in Italia per un po’ di giorni ed è venuto a trovarci a Ceprano insieme a Padre Mario. Dopo il suo ritorno in Congo, gli avevo scritto una e-mail in cui gli avevo riferito la mia speranza di un futuro, prossimo incontro, non si sa se in Italia o in Congo, dove Dio vorrà, e lui, tra le altre cose, mi ha detto: “Qui si parla molto di te e qui tu hai già una casa”!
Babanyibaba! Anche se so che, come cristiano, l’amore che si dona in nome di Dio non ha bisogno di ricambio, come uomo, ed ogni cristiano è anche uomo, mi ha fatto piacere sapere che i sentimenti di amore cresciuti e radicati nel mio cuore per tanti che io considero i miei amici e fratelli congolesi sono sentimenti ricambiati con uguale amore!
In questi ultimi tempi sono venuto a conoscenza di due libri ambientati nella Repubblica Democratica del Congo. Il primo è Una lampadina per Kimbau (già citato da Manuela nelle sue pagine) di Chiara Castellani, che racconta la sua esperienza di medico, e non solo, in Congo; il secondo mi è stato regalato da mia figlia ultimamente ed è Il sogno del bambino stregone, di Luca Castellitto, e narra la storia vera di Michel, bambino di otto anni di Kinshasa cacciato di casa perché considerato uno ndoki, uno stregone che attira il malocchio sulla propria famiglia.
Malgrado le difficoltà che ho trovato, negli ultimi anni, a dedicarmi alla lettura, anche a causa di un lavoro che mi ha chiesto un enorme dispendio di energie mentali, mi riprometto di leggere al più presto i due libri, favorito anche dal prossimo pensionamento. Anche se le “storie” che preferisco sono quelle che riesco a “leggere” nel corso dei miei viaggi: le storie dei tanti bambini che non si arrendono all’evidenza e si battono per sopravvivere, anche se le loro sofferenze si leggono nei loro visi scavati, nelle loro pance gonfie ma non di cibo, nei loro occhioni tristi; le storie delle tante mamme e dei tanti papà sconvolti e disperati per non poter garantire ai propri figli nemmeno un pasto giornaliero o una pur minima sicurezza sanitaria, disperazione che, mista ad una sorta di rassegnazione, traspare chiaramente nei loro sguardi; le storie delle persone speciali disposte a sopportare le privazioni di quel popolo, le loro malattie, per non far mancare, contemporaneamente, il loro appoggio materiale e la volontà di far conoscere loro la gioia di Dio.
Pensando a tutte quelle storie, mi vengono in mente i tanti telefilm e film che ogni tanto vengono inseriti nelle programmazioni delle varie TV nazionali e locali, non so se ne avete mai visto qualcuno. Grandi case ben attrezzate, vegetazione rigogliosa ed aria pura, paesaggi da sogno, animali selvaggi che passeggiano indisturbati e tranquillamente nel giardino di casa, che sembra una vera e propria arca di Noè!
Beh, nella realtà non c’è niente di tutto questo! Nei miei viaggi non sono riuscito ancora a vedere animali particolari, ad eccezione di qualche scimmia e di qualche pappagallo, anche se non sono mancati gli animali pericolosi: serpenti nascosti nell’erba, pronti a regalare il loro veleno; pulci perforanti che, una volta penetrate nei piedi, vi depositano le uova e ne mangiucchiano le dita; zanzare pronte a pungere in ogni istante ed a “donare” quella malattia da noi considerata una cosa ormai superata, la malaria, ma che in quei posti sono ancora la ragione più frequente di mortalità, basti pensare che, a causa di essa, ogni 30 secondi muore un bambino. Così come, lo avrete sentito qualche tempo fa anche in una pubblicità dell’Unicef (ricordate gli occhioni grandi e tristi di Arianna?), ogni 10 secondi un bambino muore per cause legate alla fame.
E che non siano solo numeri lo dimostra il fatto che ogni volta che effettuiamo un nostro viaggio, manca il volto conosciuto di qualche bambino tra gli adottati a distanza, bambini che, pur più fortunati di tanti altri, non sono immuni dai pericoli e dalle malattie così diffuse nel loro Paese, cui qualche volta anche loro, più forti e fortunati di altri, devono arrendersi.
Parlando di animali pericolosi mi è venuta la tentazione di nominare anche quello che può divenire il più pericoloso di tutti: l’uomo. Perché non tutti sono come quelli citati più sopra, disposti a donare la propria vita per gli altri, ci sono anche quelli pronti ad imbracciare un fucile ed a puntarlo contro il proprio simile; ci sono quelli che non hanno alcuno scrupolo a calpestare chiunque possa in qualche modo interferire con i loro programmi, naturalmente mirati al proprio arricchimento; ci sono quelli che non riconoscono ad ognuno la dignità di uomo, ma la considerano riservata solo ad alcuni, più o meno numerosi, comunque ad una élite.
II parte
“Bonjour Roberto, je suis à Kinshasa mais malade. Je dois fairele traitement. Priez pour moi. Salutations aux amis”.
Queste le parole di un sms arrivatomi il 25 novembre scorso dal Congo da parte di suor Yvonne, suora congolese che alcuni hanno conosciuto di persona in occasione di alcuni suoi passaggi in Italia negli anni scorsi, l’ultimo nel periodo dicembre 2009 – gennaio 2010.
Un sms di questo tenore non è stato il primo e sicuramente non sarà l’ultimo.
Quasi sempre sono sms (o messaggi di posta elettronica) che ci parlano di necessità, di problemi, di malattie. E in ognuno di quei sms o messaggi ci viene chiesta la stessa cosa: Priez pour moi, Priez pour nous. Non c’è situazione in cui non si rifugino nella preghiera, in cui non ci chiedano di aiutarli con la preghiera, ma il pensare che anche nella malattia non abbiano altro che la preghiera mi fa star male, provoca in me una sorta di ribellione!
D’altra parte cosa resta loro da fare? Già Manuela ha parlato ampiamente della situazione sanitaria apparsa ai suoi occhi, ma è assurdo pensare, tanto per fare un esempio che ho toccato con mano, che una semplice confezione di dieci pastiglie di vitamina C possa costare, in un paese povero come il Congo, 11 dollari. Vi sembra poco? Voglio aiutarvi a fare dei confronti.
Quando siamo tornati dal nostro viaggio, abbiamo riportato con noi anche delle lettere scritte dai genitori di alcuni dei bambini adottati a distanza alla famiglia di riferimento in Italia. Ce n’era una che, scritta in francese, ho dovuto tradurre agli amici cui era indirizzata. Tra le altre cose, il papà della bambina raccontava la sua attività, che consiste nel mettersi in strada con un carrettino da spingere manualmente e recarsi dove ci sono i mercati nella speranza che qualcuno abbia bisogno del suo aiuto per trasportare la merce acquistata. Con questo lavoro riesce a recuperare
ogni giorno 500 franchi congolesi, 1000 nelle giornate più fortunate. Mille franchi congolesi corrispondono all’incirca ad un dollaro.
Presa come base, quindi, la cifra di 500 franchi congolesi, ho provato a chiedere cosa è possibile acquistare con essi. La risposta è stata questa: 3 banane, oppure (attenzione, sottolineo oppure) 2 bicchieri di riso, oppure 1 bicchiere di fagioli, oppure circa ? chilo di farina di mais o di manioca. Babanyibaba!, se considerate che ogni famiglia mediamente è composta da 7-10 persone, è facile capire perché il loro pasto (unico e quando possibile) sia formato principalmente da una specie di
polenta (bidia o fufù) e capirete bene come non solo in caso di malattia non resti
che pregare, ma tante volte tocchi farlo anche per poter mettere qualcosa nello stomaco ed in ogni altra necessità giornaliera!
Quando mi metto a fare questi conti, guardando a casa nostra, mi viene spesso in mente che è difficile che in una nostra famiglia ci sia più di un figlio e che, come “scusante”, venga tirato in ballo, anche da persone che hanno redditi di un certo livello, l’eccessivo “costo” che porterebbe con sé un altro figlio. Babanyibaba!, a volte questa esclamazione non va bene solo per il Congo ma è d’obbligo anche da noi!
Tornando al problema sanitario ed alle esperienze personali, a parte i soliti 2-3 giorni di febbre che accompagnano ogni mio viaggio (affrontati con le medicine che, immancabilmente, sono nostre compagne di viaggio; anche se la sera prima ero stato punto da qualcosa che non siamo riusciti a vedere ed ho sentito un fortissimo dolore alla spalla con immediato rigonfiamento della parte, per cui avevo il dubbio che la febbre potesse essere stata provocata da quella puntura), a parte i soliti attacchi di malaria cui, ad ogni viaggio, deve assoggettarsi padre Mario (eh, l’età!), a parte alcuni piccoli problemi intestinali di Pietro, ci sono stati due momenti particolarmente preoccupanti. Il primo è stato il giorno precedente l’inaugurazione del Foyer Social realizzato, con il nostro aiuto, a Kinshasa. Nel pomeriggio Manuela ha cominciato ad avere un po’ di febbre. In serata, però, il “piatto forte”. Mentre si stavano dando gli ultimi ritocchi, suor Rebecca si è sentita male, è svenuta e non si riusciva a farla rinvenire. Si è quindi deciso di portarla in una
specie di ambulatorio in città, fornito di 4- 5 posti letto, dove è possibile trovare personale sanitario e, se necessario, fare analisi di laboratorio o radiografie. Con la jeep delle suore, ci siamo avviati velocemente (anch’io facevo parte della “spedizione”) verso la città. E quando dico “velocemente” intendo correre ad oltre 100 km orari su strade (che vedeva solo il nostro autista!) piene di buche, senza luci (se non quelle, peraltro basse, dei fari) che potessero indicarci quanto profonde fossero quelle buche, con il rischio di spezzarci l’osso del collo ad ogni curva, ad ogni buca più profonda delle altre; intendo il doversi districare, in modo a dir poco “azzardato”, nel traffico caotico che, in determinate ore, rende impossibile percorrere le strade della città; intendo i “litigi” che ogni tanto il nostro autista doveva affrontare con qualche poliziotto o qualche altro autista che non si era accorto della nostra emergenza! Babanyibaba!, quando siamo arrivati avevo lo stomaco sottosopra ed avrei voluto baciare la terraferma! Mentre all’interno prestavano le prime
cure a suor Rebecca, sono rimasto fuori dell’ambulatorio, in una specie di cortiletto all’aperto, ed ho avuto modo di guardarmi intorno. Oltre a quello che probabilmente era una specie di portiere-guardiano, oltre alle decine e decine di zanzare che hanno allegramente banchettato anche con il mio sangue, c’era una mamma con una bambina di 5-6 anni. La bambina aveva il suo braccio sinistro “fermato” con un pezzo di cartone tenuto su con un po’ di cerotto. Non sapevo chi delle due stesse peggio, la mamma, dal cui viso traspariva un’immensa stanchezza e debolezza, o la bambina, certamente dolorante, che cercava tra le braccia della mamma, nelle sue coccole (tutto il mondo è paese!), un po’ di conforto alle sue sofferenze. In entrambe spiccavano occhi che esprimevano malinconia, quasi rassegnazione ad un peggio inevitabile. In quel momento avrei voluto prendere in braccio quella bambina, come fosse stata mia figlia, per permettere a quella madre di riposarsi e per donare alla piccola un po’ di sollievo anche con le mie di coccole. Nella realtà non ho fatto niente, anche perché non so che reazioni avrei potuto provocare, ma quella
immagine è restata nel mio cuore e la voglia di aiutare in qualche modo altre mamme ed altri bambini sofferenti, il desiderio di mettere in pratica le parole incalzanti di Gesù, che continua incessantemente, senza possibilità di fraintendimenti, a “spingerci” all’amore, specie per i più deboli, mi dà la forza di mantenere vivo il mio impegno nelle iniziative di A.MI.CA., anche quando dall’altra parte mi scontro con il disinteresse, con l’arroganza, con le scuse più futili, con il “disgusto” e, diciamolo, anche con gli insulti!!!
Suor Rebecca, comunque, è poi tornata in comunità e sembra (l’ipotetica è d’obbligo) che il suo
malore fosse stato provocato da un calo di potassio. L’altro momento è stato il peggiorare delle condizioni di Manuela. Malgrado gli antibiotici che avevamo dietro, la sua febbre non diminuiva, le procurava forti dolori al collo ed anche inappetenza.
Anche questa ultima cosa era molto preoccupante perché Manuela (chi la conosce lo sa) non è che abbia, come me, grassi superflui da bruciare. La situazione è andata sempre peggiorando fino a che è stato deciso, proprio la mattina della nostra partenza, di portarla nello stesso ambulatorio dove era stata accompagnata suor Rebecca. Fatte le analisi del sangue e sottoposta a visita da un medico, le è stata diagnosticata una malaria di secondo grado e consigliata una cura. Dato che, prima della nostra partenza, un medico ci aveva detto che, in effetti, la malaria viene curata meglio con le medicine del posto che in Italia, abbiamo iniziato la cura prescritta. Al nostro ritorno, però, dopo un viaggio particolarmente faticoso per lei e pieno di preoccupazioni per noi, Manuela si è dovuta ricoverare in ospedale, dove le è stata diagnosticata non la malaria ma una semplice, banale, ma non meno pericolosa se sottovalutata, puntura di zecca!
Alcune considerazioni. Tra le analisi, la visita e le medicine sono stati spesi circa 60 dollari, e non è che ci abbiano applicato tariffe maggiorate perché siamo bianchi, erano le normali tariffe applicate. E, sulla base di quanto descritto in precedenza, chi, se non noi, avrebbe potuto permettersi di spendere una simile cifra? E quante volte, con le poche attrezzature che hanno, viene diagnosticata la malaria anche quando in realtà si ha un’altra malattia?
Mi viene in mente un’altra situazione. Qualche tempo fa sono stato operato per una cisti e, durante le medicazioni, è venuto fuori che il medico che mi aveva operato si reca anche lui periodicamente in Africa ad offrire gratuitamente le sue prestazioni professionali. Gli ho anche raccontato come una delle cose che mi preoccupa di più, durante i miei soggiorni africani, è la
situazione sanitaria: chi potrebbe aiutarmi in caso di problemi più seri di una febbre, come potrei risolvere problemi un po’ più gravi di un mal di gola? E lui mi ha parlato della sua esperienza e di come, la sera di un giorno passato ad effettuare operazioni di ogni tipo, anche lui abbia avuto un dubbio e, ad un medico del luogo che faceva parte del suo staff, abbia chiesto: “Ma se dovessi
aver bisogno io di essere operato, per esempio di appendicite, come farei?”. Sapete qual è stata la risposta? “Fra i milioni di persone che in Africa ogni anno muoiono di malaria, di tifo, di AIDS, pensi che possiamo preoccuparci di qualche migliaio di persone che muore per un attacco di appendicite?”.
Babanyibaba!, forse ora vi sarà un po’ più chiaro il perché della mia rabbia iniziale e perché, spesso, quelle persone non abbiano che una sola cosa: la preghiera!!!
Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Luglio-Agosto 2009
“BABANYIBABA!”
(III Parte)
di Roberto Scaccia
Elementi costanti di tutti i miei viaggi in Congo sono stati i problemi negli spostamenti interni. Ultimamente mi è giunta la notizia che si starebbero costruendo delle strade per congiungere alcune località dell’interno tra di loro (tra cui, sembra, la strada che collegherebbe Kananga a Tshikapa, due dei nostri appuntamenti fissi) e con la capitale, Kinshasa. Impegnate in quei lavori sarebbero delle ditte cinesi, i quali non solo hanno ormai invaso i mercati europei ma stanno prendendo sempre più piede anche nel continente africano, e quindi anche in Congo.
Già nel corso del nostro ultimo viaggio avevamo toccato con mano i lavori stradali che ditte cinesi stavano effettuando nelle strade della capitale, e quindi la notizia non mi ha sorpreso più di tanto. Qualche dubbio in più l’ho avuto sugli effettivi motivi che spingono società multinazionali straniere ad impegnarsi in quei territori. E così, basta collegarsi con internet, utilizzare un qualsiasi motore di ricerca, e scoprire che una Joint Venture (accordo di collaborazione tra due o più imprese) cinese-congolese si è impegnata ad investire pesantemente nel quasi inesistente settore infrastrutturale della Repubblica Democratica del Congo in cambio (ma guarda un po’ che sorpresa!!!) di un ampio accesso a concessioni minerarie.
Pur non essendo a conoscenza degli esatti termini dell’accordo, chi pensate che troverà più giovamento, più guadagno da quegli accordi? A voi la risposta, a me sembra che la storia non cambi mai rotta, che si ripeta in continuazione.
Comunque, in attesa di avere notizie sulla effettiva realizzazione di quelle opere e poi, cosa ancora più importante, sulla loro manutenzione e quindi reale utilizzabilità, ad oggi, se vi volete spostare all’interno del territorio congolese, le “carrette volanti” sono ancora l’unico mezzo per farlo. E quei viaggi sono fonte continua della ormai consueta esclamazione: babanyibaba!
Capita così di recarsi in aeroporto ed aspettare delle ore prima di partire, con il patema d’animo, peraltro, di scoprire il mezzo che si dovrà utilizzare. Anche questa volta sono stati quasi sempre degli Antonov, non a livello dell’aereo dell’anteguerra, un solo motore ad elica, utilizzato nel corso del viaggio 2007, ma comunque aerei abbondantemente superati che qui da noi non sarebbero usati nemmeno per fare un giro di pista senza decollare.
Ed una volta preparati, e rassegnati!, all’aereo che si deve utilizzare, il problema dei biglietti. Quasi sempre quelli venduti sono in numero superiore ai posti disponibili, per cui iniziano le manovre di avvicinamento, le strategie studiate per cercare di evitare di restare a terra (a qualcuno succede sempre!), pur in possesso di biglietto regolarmente e profumatamente pagato. Nel corso dell’ultimo viaggio (che fortunati Pietro e Manuela!), c’è stato in particolare un momento di estrema tensione.
Nel tentativo, da parte di tutti, di raggiungere al più presto la scaletta dell’aereo che portava da Kananga a Tshikapa, sono saltati tutti i controlli preventivi che avrebbero dovuto filtrare i passeggeri ben prima di arrivare all’aereo. La confusione è stata talmente tanta che ad un certo punto è intervenuto un militare con un fucile mitragliatore per cercare di tenere dietro la gente, e si è piazzato proprio davanti me. A prescindere da ogni altra considerazione, mi sono trovato a chiedermi: “Ma questo fucile avrà il colpo in canna? E la sicura sarà stata messa? E se dovesse partire davvero, inavvertitamente, un colpo?”. Babanyibaba!, avendo fatto il servizio militare e sapendo, per averlo vissuto sulla mia pelle, che effetto particolare “dona” l’avere un’arma in mano, anche a persone pacifiche e di estremo raziocinio, è stato un momento di particolare tensione, particolarmente sgradevole non solo per i neofiti ma per tutti!!!
Ma, a parte quel momento particolare, ci sono state altre situazioni, alcune da me già vissute nel corso degli altri viaggi e probabilmente già condivise con voi, altre delle assolute novità.
Tra i momenti già vissuti possiamo considerare:
- le tante preghiere che accompagnano ogni volo. Quelle di intercessione al momento del decollo, quelle di richiesta di protezione nel corso del volo, quelle di ringraziamento al momento di avvenuto atterraggio! Babanyibaba!, vi assicuro che raramente ho vissuto momenti di gioia più intensi di quelli che provo ogni volta che sento il carrello dell’aereo toccare il suolo congolese;
- l’incredibile caldo, accompagnato ad indicibile sudorazione (sarà anche l’effetto della paura strisciante che accomuna tutti i passeggeri?), che bisogna sopportare una volta sull’aereo, sulla pista assolata, in attesa della partenza;
- il “refrigerio naturale” provocato, una volta in volo, dalle nubi che entrano nell’aereo facendosi strada nelle sue infrastrutture (a tenuta stagna, eh?!?), con la “romantica” impressione di camminare sulle nuvole!
Tra le novità:
- la perdita delle valigie. Vi ho già raccontato della mia che si era persa nel viaggio da Roma a Kinshasa. Nel viaggio da Kinshasa a Kananga se ne è persa una di Manuela. In quello da Kinshasa a Roma se ne sono perse ben due, naturalmente una delle mie ed una di Manuela. Unica nota positiva comune, il loro ritrovamento, anche se accompagnata dai temporanei disagi. È andata ben peggio ad una famiglia congolese arrivata con noi a Roma che ha perso tutte e sei le sue valigie, di cui si era persa ogni traccia già da Brussels;
- l’avventura dei meshi. I meshi sono dei bruchi neri e gialli considerati in Congo una prelibatezza culinaria. Poiché sono un cibo molto gradito anche a suor Yvonne, prima del viaggio di ritorno da Tshikapa a Kinshasa suor Marie Josée e suor Francisca ci hanno chiesto se potevamo portargliene un po’, già cucinati, con il nostro bagaglio. E così abbiamo fatto. Durante il viaggio, però, ad un certo punto Manuela ha cominciato ad agitarsi, sentiva qualcosa “strisciare” sulla sua pelle. Che sorpresa (e che impressione, per lei!) scoprire che le stavano passeggiando addosso alcuni meshi! Ma come, non dovevano darceli già cucinati? Ma subito dopo, scoperto l’arcano. Un altro passeggero se ne portava dietro una bella scorta, solo che li portava, ben vivi, in una busta che aveva appoggiato ai piedi del suo sedile e non si era accorto che la busta si era aperta e le bestiole stavano bellamente effettuando la loro passeggiata quotidiana in ogni dove!
Babanyibaba!, come vedete, alcune volte sono situazioni che è anche simpatico raccontare a posteriori, altre volte si tratta di situazioni che fanno sorridere ben poco.
A mio parere, sono un po’ lo specchio di quel popolo, le contraddizioni di un popolo calato in una realtà che ben poco ha di comico, che quasi sempre ha sfumature e conseguenze tragiche, eppure un popolo capace di mettere in evidenza la sua allegria, la sua gioia di vivere. Vi faccio questa confidenza con il cuore di padre, e di un padre che, a conti fatti, si ritiene fortunato proprio in quel suo ruolo. Ma avete guardato con attenzione i nostri bambini, i nostri ragazzi? Avete notato i loro “musi” che niente di quello che hanno riesce a rallegrare? Se li metto a confronto con la gioia dei bambini o degli adolescenti congolesi, capaci di “esplodere” di gioia per un flash che scatta, per una caramella, per la carezza di un mutoke, per un tamburo che suona, per un canto, beh, allora mi chiedo: “Dove abbiamo sbagliato?”!!!
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Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Luglio-Agosto 2009
“BABANYIBABA!”
(IV Parte)
di Roberto Scaccia
Momento importante dei nostri viaggi è anche quello del poter toccare con mano la realizzazione dei progetti per i quali viene chiesto il nostro aiuto. Vi assicuro che è una gioia del cuore rendersi conto, e documentare anche a tutti quelli rimasti a casa, di come i nostri sforzi vadano a buon fine. Ad ogni viaggio possiamo vedere con i nostri occhi aule scolastiche, ambulatori, chiese, sale parrocchiali, bagni, piccoli mulini, pannelli solari, ecc. ecc., venuti su lì, dove nel viaggio precedente c’era solo sabbia.
È stato così anche per il Foyer Social di Kinshasa, costruito grazie al nostro aiuto, la cui inaugurazione è avvenuta il 16 agosto, due giorni prima del nostro ritorno a casa. Erano presenti, oltre a tutti i Padri Carmelitani della comunità di Kinshasa, anche il Nunzio Apostolico, Mons. Giovanni D’Aniello, già conosciuto nel corso del viaggio datato 2007, e l’Ambasciatore di Malta, Geoffroy de Liedekerke, fraternamente attento ai bisogni ed a quanto necessario al buon andamento delle attività delle Suore Carmelitane di San Giuseppe.
Nell’omelia pronunciata nel corso della celebrazione eucaristica officiata durante l’inaugurazione, Mons. D’Aniello ha sottolineato:
«Possiamo vedere in questa realizzazione tre momenti: quello dell’amore, quello della fraternità e quello dell’attenzione con cui questa opera è stata realizzata.
Prima di tutto l’amore che questa congregazione porta in se stessa. Suor Yvonne e le altre suore sanno bene che sono molto legato a questa congregazione, che vengo spesso a visitare, e so che sono piene di questo sentimento di amore per gli altri, per il prossimo, che caratterizza loro come, in generale, tutta la chiesa del Congo. Allora questa casa è il frutto di questo amore che le suore hanno prima di tutto verso Dio, perché tutto ciò che facciamo è per Dio, per rendere grazia a Dio, anche se poi i destinatari di questo amore sono i fratelli e le sorelle. Ma è un amore che porta a Dio e direi che in questa costruzione, nell’ideazione di questo progetto, possiamo vedere la saggezza e l’amore di Dio che ha voluto che qualche cosa di visibile, di tangibile, fosse realizzato attraverso questa opera: l’amore per Dio, l’amore per la Chiesa, l’amore per il prossimo.
È anche, inoltre, il risultato di un sentimento di fraternità che ha animato l’associazione A.MI.CA., presente con padre Mario e gli amici italiani che oggi sono qui. Padre Mario in Congo è chiamato tshinvundu, uragano, ma si vede che un uragano non distrugge solamente ma qualche volta serve anche a costruire. Allora ecco che questo uragano, la fraternità di una comunità lontana da noi, da questo Paese, ma che con questo Paese ha legami molto stretti, perché sono legami di fede, di spiritualità, ha permesso la costruzione di questa opera. E noi torniamo a ringraziarli, credo che le suore lo faranno ancora dopo, torniamo a ringraziarli sensibilmente perché è grazie a loro che si è potuto avere questa bella realizzazione oggi. Dunque una fraternità che non è soltanto di “bla-bla”, non è fatta solamente di parole, ma che si realizza, una comunità che ha voluto veramente partecipare questo amore, questa fraternità, questa vicinanza alla gente del Congo mettendo a disposizione i mezzi per costruire questa casa.
E c’è ancora qualcos’altro, dicevo: l’attenzione. L’attenzione della Chiesa, attraverso le suore, nel donare la possibilità di sviluppo sociale alle ragazze del quartiere, nell’aiutarle a mettere la loro attenzione, il loro sviluppo a servizio di tutta la popolazione, perché altri possano usufruirne, possano progredire poco a poco nella vita e possano avere una speranza per il futuro. Ecco allora che qui si andrà a produrre qualcosa, ecco che qui ci saranno delle ragazze che lavoreranno, delle ragazze che impareranno, delle ragazze che metteranno al servizio della comunità dove vivono e delle altre comunità ciò che hanno imparato.
Vedete dunque che è un insieme di sentimenti, o un insieme di visioni, che rappresentano non una visione semplicemente umana ma soprattutto una visione spirituale. È il Cristo, è Dio che ispira agli uomini determinate cose, soprattutto quando queste cose sono perseguite non con intenti egoistici ma sono messe a disposizione degli altri».
Babanyibaba!, l’amore di Dio, l’amore per il prossimo, la rinuncia all’egoismo, argomenti tanto di moda in questo periodo di “migranti”! il tema mi alletta, forse per la rabbia che provo dentro di me quando sento tante persone arrampicarsi sugli specchi per “aggirare” l’insegnamento del Cristo e trovare improbabili giustificazioni alla scarsa cristianità del loro pensiero, ben rappresentato, “elegantemente”, da un nostro uomo politico: Föra da i ball!!!
Tutto questo mi richiama alla mente un brano del vangelo: «Udito ciò, Gesù partì di là su una barca e si ritirò in disparte in un luogo deserto. Ma la folla, saputolo, lo seguì a piedi dalle città. Egli, sceso dalla barca, vide una grande folla e sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si accostarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù rispose: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”. Gli risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qua”. E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini» (Mt. 14, 13-21).
Non so perché ma quelle parole dei discepoli, “...congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”, mi sembrano tanto quel “Föra da i ball” di oggi, dettato dal timore che quella “folla” possa portarci via i nostri “cinque pani e due pesci”, appena sufficienti per noi, incuranti che, se veramente abbiamo Cristo con noi, dovremmo abbandonarci un po’ di più alla provvidenza divina e non dimenticare le sue parole: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”.
Gesù non “moltiplica” il pane ed i pesci, come erroneamente siamo portati a dire, ma li “spezza”, divide quello che c’è e lo dà ai discepoli, e quindi anche a noi, perché, nel suo nome, possiamo “distribuirlo alla folla”, possiamo farci sue mani, suoi piedi, sue labbra, suoi mezzi, per parlare ed agire in suo nome.
E ricordiamoci una cosa, o nel nome di un Cristo che diciamo di avere nel cuore, decidiamo veramente di operare perché questa gente possa godere, anche a casa loro, di una vera giustizia, oppure saranno sempre di più quelli che verranno a casa “nostra”, attratti da quel benessere che abbiamo conquistato, e spesso continuiamo a conquistare, a loro discapito.
Su questo argomento ci sarebbe ancora tanto da dire, ma lo spazio è tiranno e quindi va rimandato, eventualmente, ad altro momento.
(Continua)