Roberto Scaccia
Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Settembre-Ottobre 2007
“MON PÈRE BONJOUR”
(Prologo)
di Roberto Scaccia
Dopo tante sollecitazioni, mi decido a sedermi davanti al mio computer per cercare di buttare giù il racconto del nostro (mio e di Padre Mario) ultimo viaggio nella Repubblica Democratica del Congo.
La mia ritrosia non è dipesa da scarsa attenzione verso chi vuol sapere e nemmeno dal non avere qualcosa da dire, ma da una sensazione strana che accompagna ogni mio ritorno in Italia. Sensazione che si acuisce ogni volta di più e che viene provocata da più cose, alcune anche da me difficilmente individuabili, altre un po’ (poco però!) più chiare.
Tra queste ultime, una specie di “gelosia”, la difficoltà nel “regalare” anche ad altri le sensazioni, le gioie, le tristezze che ogni viaggio provocano in me, quasi il dover “mettere in piazza” i miei sentimenti, cosa che, chi mi conosce bene, sa che mi è sempre stato difficile fare. E, inoltre, l’essere “arrabbiatissimo” verso il nostro modo di concepire la vita.
In Congo, e in tanti altri posti del mondo, la vita è molto più semplice e schematica. Oggi mi sono svegliato (cosa di per sé già positiva!): riuscirò a trovare il modo di mangiare almeno una volta, per poco che sia? Oggi mi sento male: come farò a trovare le medicine per curarmi? E se anche le trovassi, riuscirò a trovare i soldi per pagarle? In breve, i problemi di quei luoghi sono riassumibili in una sola parola: Sopravvivenza!
Poi, dopo solo 24 ore di viaggio, eccomi catapultato nella nostra incapacità nel riconoscere quanto siamo fortunati solo per il fatto di essere nati in questa parte di mondo, nel nostro essere maestri nel crearci i problemi dove essi non esistono o come se quelli veri non fossero sufficienti: “Il mio collega d’ufficio fa il mio stesso lavoro ed ha la qualifica ‘C5’ mentre io solo ‘C4’! E non per una questione di soldi (!?!), ma per una questione di giustizia!”; “Ma come, mia madre / mio padre me lo devo sorbire io e poi io e mio fratello / mia sorella dobbiamo dividere in parti uguali!”; “E no, eh!, a lui / a lei sono toccati 25 cm di terreno in più!!!”.
Si potrebbe continuare all’infinito, ma questi pochi esempi servono a far capire quello che voglio dire. E trovarmi di nuovo immerso in questi “problemi esistenziali” fa crescere in me la rabbia e la tentazione di chiudermi in me stesso, di evitare che essi possano inquinare e far scomparire la carica che porto con me da quei viaggi.
Una carica che non riguarda solo me. Proprio l’altro giorno mi è arrivata una e-mail da parte della mia amica Raffaela, che ha fatto circa nove mesi di volontariato come infermiera in Congo, e non credo di fare cosa a lei sgradita condividendo con voi alcune sue considerazioni: “L’Africa mi manca tanto, mi sono consacrata al Signore e non c’è giorno che non gli chieda di partire in missione... nel mio cuore spero per l’Africa, ma Lui sa meglio di me cosa è meglio per me... ma la preghiera insistente sicuramente avrà risposta. L’Africa mi ha toccato l’osso. Sai, ci dicevano alla scuola per infermieri che, se facendo un’iniezione tocchi l’osso con l’ago, provochi molto dolore... Ecco per me questa esperienza è stata così... Ma di un’iniezione non bisogna guardare al dolore ma al farmaco iniettato e al suo beneficio... per cui ne ho tratto beneficio”.
È questo “dolore” che ti rimane dentro, che ti costringe a non dimenticare e ad avere una parte di te sempre in un altro posto. Prima di spiegare meglio, vorrei dire il perché del titolo “assegnato” a quest’ultimo viaggio, una motivazione ben precisa e subito a me chiara.
“Mon Père, bonjour”. Era il modo con cui ci accoglievano i bambini, soprattutto quelli della scuola, mentre quelli di strada, a volte, sostituivano il “Mon Père” con “Mutoke (bianco)”, senza che la parola assumesse un carattere dispregiativo o si perdesse la musicalità della frase. Si, anche io ero “Mon Père”, perché in genere un bianco che si trova presso di loro o è qualcuno che va lì per sfruttarli o è un sacerdote, un frate, un missionario. E visto il contesto in cui ci incontravamo e le persone con cui mi presentavo loro, non potevo che essere, anch’io, un “Mon Père”!
E quel loro saluto cadenzato, quella sorta di cantilena, sono entrati nel mio cuore e continuo ad ascoltarlo ancora adesso. Continuo a sentire le loro voci, a vedere i loro volti, i loro sorrisi, i loro occhi già velati di una tristezza “anziana”, la loro gioia che può consistere in un flash che scatta o nella possibilità di toccare un “mutoke”!
Non c’è giorno, da quando sono tornato, che non li senta e non li veda, ma la cosa non mi preoccupa, non penso di essere diventato improvvisamente matto!!! Semplicemente, mi sembra di aver capito cosa possa provare un papà, un genitore, che ha un figlio gravemente malato, o tossicodipendente, o in carcere: anche nei momenti di calma relativa, anche nei momenti di gioia loro donata da una vita che in ogni caso continua (e deve continuare), la loro calma, la loro gioia è sempre velata dal pensiero di quel figlio sfortunato, una gioia che non potrà essere mai completamente piena se non quando il problema di quel figlio non sarà risolto.
E come succede a loro, parte della mia testa e del mio cuore restano collegati a quei figli, fratelli, genitori, che ho lasciato nella Repubblica Democratica del Congo, a volte con il rammarico di non essere capace di fare per loro quello che sarebbe necessario fare come padre, fratello, figlio. O peggio, la paura è che a volte possa mancare la “voglia” di fare quanto possibile fare!!!
Sono passati alcuni mesi dal nostro ritorno ed ho già cominciato a pensare al prossimo viaggio: ci sarà? Quando? Presto? Non ho fatto calcoli, e so bene che ci sono “obblighi” (familiari, affettivi, di lavoro, di salute, ecc.) che non mi permettono di andare così spesso come vorrei, ma la “mia” Africa la vivo ogni giorno, ogni volta che ricordo un nome, un volto, un sorriso, un pianto, e che riesco a sentirli non come un qualcosa di esterno ma come una parte integrante di me stesso; ogni volta che sono capace di battermi, di lottare per quel figlio, quel fratello, quel genitore sfortunato.
“MON PÈRE BONJOUR”
(I Parte)
di Roberto Scaccia
Arriva finalmente il 27 settembre ed alcune persone di buona volontà (Carla, Silvia, Maria Chiara e Sandra), un po’ invidiose ed un po’ preoccupate per noi, ci accompagnano all’aeroporto di Fiumicino. E, dato ricorrente dei nostri viaggi in Africa, cominciano subito i problemi aeroportuali ed aerei.
Alla porta di controllo vengo bloccato per 10 minuti perché cercano non so cosa nel mio bagaglio a mano. Alla fine viene scoperto l’oggetto misterioso: una pericolosissima confezione di bagnoschiuma da un litro!!! Un cortesissimo funzionario mi spiega che non possono far passare bottiglie così grandi e quindi devono requisirmela. Lo stesso funzionario, però, mi dice che, se l’avessi acquistata nei negozi all’interno dell’aeroporto, sarebbe passata tranquillamente perché non ci sono altri controlli all’interno.
Ma allora, sono pericolosi o no tali oggetti? Io sono d’accordissimo con severe misure di sicurezza, ma mi sembra che alcune volte si cada nel ridicolo!!!
Comunque, anche se con una mezz’oretta di ritardo, si parte per Brussels. Cambio di aereo e siamo di nuovo pronti alla partenza. L’aereo della compagnia belga manda i motori al massimo e viene lanciato sulla pista. Ma all’improvviso frenata secca e decollo interrotto. Si torna indietro, hanno rilevato un guasto e devono effettuare i dovuti controlli. Ma non è che vogliono prepararci piano piano agli aerei che poi dovremo necessariamente prendere in Africa!?!
Alla fine, se Dio vuole, si parte. Alla solita sensazione di grandezza e immensità che dà il viaggiare per ore ed ore sul deserto, si aggiunge, quasi alla fine del viaggio di andata, una sensazione di paura e preoccupazione legata ad una di fascino e attrazione. Uno spettacolo incredibile si offre ai miei occhi: è già buio e tutto intorno al nostro aereo è un susseguirsi di fulmini e saette!!! In Africa è il periodo delle piogge, e con esse uno scenario che mi fa sentire piccolo, sperduto nella grandezza della natura!!! Il cuore mi batte forte, indeciso se lasciarsi prendere più dalla paura o dalla magnificenza dello spettacolo: ci passeremo solo vicino o ci troveremo in mezzo ad uno dei classici temporali africani? Ed ogni tanto il pensiero va al decollo interrotto: avranno davvero riparato il guasto?
Ma tutto va per il meglio e l’aeroporto di Kinshasa ci accoglie come al solito: tanto caldo e tanta confusione.
Recuperiamo in fretta il nostro bagaglio e, grazie anche ai soliti “angeli custodi”, sbrighiamo velocemente tutte le pratiche burocratiche aeroportuali. Restiamo ancora un po’ in attesa però, perché attendiamo il volo francese che porterà altri 2 italiani che vengono a trovare un loro parente sacerdote. E, durante l’attesa, scopriamo che le persone che ci daranno un passaggio in auto hanno accompagnato all’aeroporto un frate italiano che tornava a casa per un periodo di riposo: padre Marcellino. Peccato, non sarà possibile vedersi, il caso ha voluto che lui scegliesse di partire proprio il giorno in cui noi arrivavamo!
Malgrado l’ora tarda, le suore che ci ospitano ci hanno aspettato per la cena e così il momento del pasto diventa, come sempre, non solo il momento della condivisione del cibo, ma anche quello dei ricordi e della gioia dell’incontro.
Un’impressione mi colpisce subito: all’arrivo e ancora per tutti i giorni del primo soggiorno a Kinshasa, non viene mai fuori il nome di padre Germano, anche se si sente ben presente in mezzo a noi e se il pensiero di tutti va a qualcuno che, se ancora vivo, sarebbe stato sicuramente lì. Non si sa bene il motivo, forse per paura che il sottolineare l’assenza di una persona potesse far sembrare meno grande la gioia per chi è arrivato, come una forma di pudore nei nostri confronti, ma questa situazione è andata avanti per alcuni giorni e solo pian piano sarebbe sparita.
Al nostro risveglio (per la verità durante i miei soggiorni africani ho sempre dormito pochissimo!), ci accorgiamo che sono in corso i lavori di costruzione di un muro intorno al piccolo appezzamento di terreno, a fianco della loro abitazione, su cui realizzare un “Foyer Social” (struttura destinata alla formazione di tutte quelle donne – giovani ragazze, ragazze madri e donne abbandonate – che si trovano nell’impossibilità di continuare gli studi) ed un nuovo pollaio. Poi i primi giri nella capitale, soprattutto per acquistare quello che ci manca: asciugamani (prendono troppo spazio nella valigia ed abbiamo cose più importanti e necessarie ai nostri amici congolesi da portare), bagnoschiuma (chissà perché?!?), videocassette, ecc.
Il sabato mattina abbiamo l’opportunità di conoscere il nunzio apostolico, S.E. Mons. Giovanni D’Aniello, in visita alle suore insieme al suo papà che, malgrado l’età, è venuto a trovarlo in Africa. Quello che mi colpisce positivamente, ogni volta che incontro qualche “personalità” religiosa in Congo, è l’estrema “familiarità” con cui sono capaci di trattare anche noi “comuni mortali”. E così, bevendo insieme un’aranciata e mangiando le “tumbele” (noccioline africane) riusciamo anche a vedere realizzato un piccolo progetto per la casa delle suore: l’acquisto di un gruppo elettrogeno che si decide di finanziare insieme.
Nel pomeriggio andiamo invece a trovare i frati congolesi che si trovano nel Centro Spiritualità Teresiano della capitale. Tra le loro attività anche una casa editrice (Editions Carmel Afrique) per la quale avevano chiesto il nostro aiuto. Forse le parole “Casa Editrice” fanno pensare ad un qualcosa di mastodontico. Qui si tratta di una piccola struttura, attrezzata con un computer ed una fotocopiatrice, ma l’importante è darsi da fare. E aiutare la crescita di un popolo è anche dargli la possibilità di stampare libri da leggere.
La domenica l’incontro con gli adottati a distanza di Kinshasa. Malgrado la tosse e la febbre a 38 (accuratamente nascosta nei mie contatti con l’Italia), si festeggia con i ragazzi: riso e pollo consumato insieme fanno da sottofondo alle foto ed alle storie che mi permettono di conoscere meglio alcuni di loro.
Bernadette: ha perso l’anno scolastico. Dopo la morte della madre, a Kananga, lei e la sorella si trovano a vivere a Kinshasa con una zia. Ma all’improvviso questa zia impazzisce e cerca di ucciderle con un machete. Vengono salvate dall’intervento di alcuni vicini e dei militari. Ma la paura è talmente forte che le provoca guai fisici e psicologici. Dopo un periodo passato come ospiti delle suore, fortunatamente la situazione si stabilizza e le due sorelle riescono a trovare, lì vicino, un posto dove vivere da sole, anche se l’anno scolastico di Bernadette è ormai saltato.
Gloire: durante le foto mi colpiscono la sua estrema magrezza ed il viso sofferente, inoltre è l’unica a non fare una grossa accoglienza al cibo condiviso. Suor Yvonne sa che soffre di anemia, ma il giorno dopo scopriamo la verità. La zia, con la quale vive, ci informa che i suoi genitori sono morti di AIDS e lei è seriopositiva. A volte si sente abbastanza bene ma altre volte il suo fisico risente in modo pesante della situazione.
Quanti bambini si trovano nelle stesse condizioni? Quanto numerosi sono i malati di AIDS? Quanti...? Quanti...? Quanti...? In confronto a queste situazioni, la mia febbre fa sorridere.
Mi costringe, però, a restare a casa il giorno successivo e questo, purtroppo, mi dà la possibilità di dare un’occhiata ad un giornale congolese. Su di esso trovo la notizia che informa di presunti casi di Ebola a Kananga, proprio la città dove dobbiamo recarci. Prima di partire per il Congo, avevamo saputo di un’epidemia di Ebola nel Kasai occidentale, nella zona dove eravamo diretti. La mia curiosità (e la mia preoccupazione) mi aveva portato a cercare notizie di questa malattia su internet e, purtroppo, le avevo trovate. Malgrado il contagio non sia così facilmente trasmettibile, la malattia ha dei sintomi terribili (vi risparmio i particolari!) e quasi sempre, nel giro di sole 72 ore, porta ad una morte atroce!
Ma, malgrado molta preoccupazione e le raccomandazioni delle suore, che ci invitano a fare molta attenzione anche agli accorgimenti igienici consigliati, prepariamo la nostra partenza per Kananga, che fissiamo per martedì 2 ottobre.
Continua)
Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Settembre-Ottobre 2007
“MON PÈRE BONJOUR”
(II Parte)
di Roberto Scaccia
Il nostro arrivo a Kananga ha il sapore particolare del “ritorno a casa”. Una casa dove ci sono, purtroppo, poche novità. È vero, si vedono sempre più frequenti non le capanne vere e proprie, costruite gettando del fango sulle frasche, ma costruite con l’utilizzo di mattoncini fatti con lo stesso fango e messi ad essiccare al sole. Ma a parte questo non si notano grossi cambiamenti, il tempo sembra immobile. E basta allontanarsi di poco dai centri abitati più grandi per ritrovare le capanne tradizionali.
Qualcosa cambia nel nostro stare a Kananga, nel senso che il nostro viaggio è molto più “statico” di quelli precedenti. Questo perché padre Mario, al contrario di quanto era solito fare padre Germano, non si fida molto a guidare personalmente la jeep (cosa che nemmeno io mi azzarderei mai a fare!) e, quindi, siamo un po’ legati a qualche suora o qualche frate disposto a farci da “autista”.
Abbiamo così più tempo da dedicare alle foto degli adottati a distanza, perché padre Mario vuole che al nostro ritorno tutti possano avere foto e risultati scolastici dei ragazzi per i quali si sono impegnati.
È sempre bello vedere quanto sono cresciuti, come sono cambiati, è bello rivedere quelli che una volta erano bambini ormai adulti e prossimi al diploma. In questi ultimi anni si sono diplomati circa una ventina di adottati a distanza e questo è un grosso risultato se confrontato con la scarsa affluenza dei bambini nelle scuole, specialmente nelle scuole superiori.
Ma non sono tutte rose e fiori. Ogni volta che torno in Congo manca purtroppo qualcuno di quei bambini. L’essere fortunati rispetto ad altri, non li mette comunque al riparo dalle malattie che mietono continuamente morti: la malaria, la verminosi, l’AIDS, la fame, la povertà. Si, quaggiù anche la fame e la povertà possono essere considerate una malattia. Navigando nel sito internet www.misna.org, che fornisce notizie da tutte le zone dove si trovano missionari, ho appreso dei dati raccapriccianti. Proprio nella Repubblica Democratica del Congo muoiono, ogni giorno, 1.200 persone per cause legate alla povertà. È come se ogni mese sparisse (36.000 persone) una cittadina poco più piccola di Frosinone, la mia Città. E, in tutta l’Africa, ogni secondo, ripeto, ogni secondo, muoiono 2 bambini. Qui la mia mente si è rifiutata di fare calcoli, forse per evitare di sentirsi troppo in colpa!!!
Mi direte: “Perché sentirti in colpa, cosa c’entri tu?”. Nessuno di noi può tirarsi fuori, nessuno può pensare di essere senza colpa. Diceva Graziano, Padre della Chiesa, nel Decretum: “Nutri colui che è moribondo per fame, perché, se non lo avrai nutrito, lo avrai ucciso”!!!
Mi sono reso conto di aver saltato un altro tipo di morte, quella per “ignoranza”!!! A Bikuku, quartiere di Kananga dove svolgono la loro attività le Suore Carmelitane di San Giuseppe, abbiamo trovato una grande, bella novità: una sala operatoria. Niente a che vedere con quelle nostre super-tecnologiche ma, in ogni caso, un qualcosa che, per quei luoghi, è molto “avveniristico”!!! La sala operatoria, anche se già funzionante precedentemente, è stata ufficialmente inaugurata durante il nostro soggiorno, e precisamente l’8 ottobre 2007, quando un funzionario governativo l’ha ispezionata ed ha dato ufficialmente il placet, a nome dello Stato, per il suo utilizzo.
Poter usufruire dei servizi di tale struttura medica non è completamente gratuito, perché ci sono da coprire le spese del materiale da utilizzare e, soprattutto, per il chirurgo che si reca, alcuni giorni della settimana, ad effettuare materialmente le operazioni. Ma Suor Aña, che era la responsabile della casa di Bikuku, ha chiesto a padre Mario l’aiuto per poter istituire un fondo dove poter attingere per poter permettere operazioni anche in favore di quelle persone (la maggior parte) che non hanno la possibilità di pagare alcunché. Richiesta che ha subito trovato l’appoggio (spirituale e materiale) di padre Mario, a nome della Provincia Romana dei Carmelitani e di A.MI.CA. (Amicizia Missionaria Carmelitana).
Dicevo, morire di “ignoranza”. Poco prima di partire per il nostro viaggio, avevamo ricevuto la notizia della morte di Esther, una ragazza di 18 anni adottata a distanza. Proprio nell’ambulatorio delle suore a Bikuku, nel quartiere dove la ragazza abitava, abbiamo saputo che le era stata diagnosticata una appendicite acuta che necessitava di un’operazione urgente. Ma i genitori della ragazza non hanno voluto, perché avevano trovato un’altra causa ai suoi malesseri: qualche giorno prima di sentirsi male, aveva litigato con la nonna e questa le aveva “mandato” una maledizione. Malgrado il tentativo dei suoi genitori di intercedere con la nonna, quest’ultima si era mostrata irremovibile e non aveva concesso il suo perdono.
Morale della favola, questo tira e molla basato sull’ignoranza ha ottenuto un solo risultato: la ragazza non è stata operata ed è morta poco tempo dopo!!! Quanto cammino ancora da fare, e quanto importante diventa, per quel popolo, la possibilità di far studiare i propri figli!!!
Due giorni dopo essere arrivati a Kananga, il 4 ottobre, sono iniziati una serie di contatti tra l’Italia ed il mio cellulare. Suor Genoveffa da Fabrica di Roma, mia moglie e tutti i miei amici hanno cominciato a tempestarmi di telefonate e sms: era arrivata in Italia la notizia che un aereo che partiva da Kinshasa, la capitale, a causa del distacco del motore era precipitato sulla città e volevano rassicurazioni sulla nostra salute. La notizia è tornata quanto mai di attualità proprio in questi giorni: a Goma, città nel nord-est del Congo, un altro aereo è caduto sul mercato della città mentre stava decollando.
In Congo, purtroppo, questi incidenti aerei non fanno più notizia, sono all’ordine del giorno. La gente sa che gli aerei sono inaffidabili ma, per chi è obbligato a spostarsi, non esiste altro modo di farlo, essendo temerario, visto lo stato delle piste, anche il solo pensare di utilizzare la Jeep, anche per piccoli tragitti. Non resta che una sola possibilità: salire sull’aereo, farsi il segno della croce, e sperare che non decida di cadere proprio quel giorno!!!
Ed anche il nostro spostamento da Kananga a Tshikapa, altra tappa del nostro viaggio, non è sfuggito a questa prova. Questa volta, invece di passare per Tshikapa nel nostro viaggio di riavvicinamento a Kinshasa, abbiamo deciso di recarci lì a metà del soggiorno a Kananga. Raggiungere Tshikapa è sempre stata la parte più avventurosa del nostro viaggio, ma stavolta abbiamo superato ogni immaginazione.
Nei precedenti viaggi abbiamo sempre dovuto far ricorso ai famigerati Antonov, vecchi aerei di fabbricazione russa che ricorrono più spesso tra gli aerei caduti. Padre Germano diceva: “Per questi aerei non si parla mai di manutenzione, viaggiano in continuazione e si fermano solo in un caso: quando cadono”!!! Così ogni volta spero che non si debba prendere un Antonov. Ma stavolta non solo abbiamo dovuto prendere un Antonov, ma si trattava di uno dell’anteguerra: una sola elica, ali sovrapposte, carrello fisso e, dulcis in fundo, non sono riuscito a capire se era più vecchio l’aereo o il pilota che lo guidava!!!
Diciassette persone ammassate in uno spazio dove 8 sarebbero state già strette, più il carico che, su questi aerei, non manca mai; 8 piccoli sedili addossati alla parete; la chiusura del portellone che era data da un gancetto tipo quello delle persiane di casa; una partenza “asmatica” che faceva immaginare che l’aereo non ce l’avrebbe mai fatta a decollare, con la voglia di scendere a spingere per cercare di dargli un po’ di velocità; 1h 40m per percorrere una distanza (circa 270 km) che anche gli aerei “scassoni” degli altri viaggi avevano percorso in circa 40m; l’aria irrespirabile e 4-5 persone che hanno continuato a rimettere per tutto il viaggio!!!
È bene che chiunque volesse mai partecipare ai nostri viaggi metta bene in preventivo, tra gli altri, il pericolo reale e serio rappresentato da questi aerei (!?!) che si è “obbligati” ad utilizzare!!!
Comunque, se Dio vuole, il 9 ottobre arriviamo a Tshikapa.
(Continua)
Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Settembre-Ottobre 2007
“MON PÈRE BONJOUR”
(III Parte)
di Roberto Scaccia
Anche a Tshikapa problemi aeroportuali. Il mio passaporto, regolarmente rinnovato in Questura nel mese di giugno, sembra non essere in regola per il personale dell’aeroporto, malgrado abbia già passato la prova “autenticità” a Kinshasa e Kananga. Mentre suor Merveille (congolese) si incarica di “risolvere” quei problemi, abbiamo il tempo di salutare suor Marie Angèle, che nel viaggio precedente si trovava al Quartier XX Mai di Kananga, ed il nostro “vecchio” amico padre Pierre, Wakudiba nella lingua locale (personaggio conosciuto a chi ha letto gli articoli sul precedente viaggio del 2005).
Grazie alla sua maestria nella guida della Jeep riusciamo a percorrere, in circa un’ora, una pista di circa 8 chilometri che separano l’aeroporto dalla casa delle suore e dalla “Paroisse Saint Vincent” dove egli svolge il suo apostolato. Otto chilometri dove si alternano zone rocciose, in cui la Jeep “deve” saltare da un masso all’altro (nel vero senso della parola, come se ci trovassimo dentro un cartone animato), perché la violenza delle acque piovane ha scavato e portato via la parte sabbiosa della pista, e zone iper-sabbiose, dove si è raccolta la sabbia trascinata dalle acque ed è possibile passare (solo per chi è particolarmente abile) quando la pista è asciutta.
Ma “Tatu Pierre” è garanzia di sicurezza e con lui si arriva sempre, magari tardi, ma si arriva.
Anche Tshikapa ha la sua parte di malinconia. Negli ultimi due viaggi abbiamo trovato suor Olivia, una suora salvadoregna conosciuta fin dal primo viaggio effettuato nel 1991, una colonna della missione congolese che purtroppo, anche lei per motivi di salute, è dovuta rientrare in Salvador nel 2006. Fortunatamente il suo stato di salute è migliorato, ma in ogni caso non le permette di poter tornare, almeno per il momento, nella sua amata missione.
Il giorno dopo il nostro arrivo, due funzionari dell’aeroporto si presentano a casa delle suore ancora per i problemi sorti con il mio passaporto, anzi, stavolta pretendono un fotocopia non solo del mio ma anche di quello di padre Mario. Non siamo riusciti bene a capire a cosa mirasse tutto quel controllare, ma da quel momento i nostri passaporti non hanno più attirato l’attenzione di alcuno.
Superati i problemi di viaggio (aereo, pista impossibile, passaporti), un altro si profila all’orizzonte: il cibo. Su espressa richiesta di padre Mario, Tatu Pierre prepara, per quella sera, una cena a base di carne di serpente boa. Malgrado il mio senso di avventura, però, questo è un esame che non riesco a superare. So che la carne di serpente, in particolare quella del boa, viene considerata una prelibatezza, ma il solo pensare che si tratti di un animale “strisciante” non mi permette di lanciarmi nell’assaggio.
Ho avuto però conferma che, in caso di necessità, due cose restano fondamentali: qualsiasi cosa non velenosa viene considerata commestibile; niente viene sprecato. Ci viene infatti detto che le “ossa” del serpente boa non vanno gettate. Dopo averle essiccate, vengono infatti tritate e la polvere ottenuta utilizzata come medicinale.
Il nostro tempo a Tshikapa è sempre indefinibile perché non si sa mai quando sarà disponibile un aereo (possibilmente decente) che ci permetta di riprendere il nostro viaggio. Questa volta ancor di più, tanto che ad un certo punto abbiamo pensato anche di affrontare il viaggio di ritorno a Kananga in Jeep. Ma anche Tatu Pierre, capace di saltellare con le ruote da masso a masso, ci ha detto che sarebbe stato impossibile, visto l’estremo degrado della pista ed il fatto che ci trovavamo nel periodo delle piogge.
Malgrado l’incertezza della data di ritorno, abbiamo comunque modo di effettuare i nostri giri. Da essi tiro fuori alcuni flash rimasti nella mia mente:
- la vita della maternità. Due ricordi restano più vivi. Il pianto continuo di un bambino, abbandonato dalla madre subito dopo la nascita e accudito dalla nonna paterna impossibilitata, però, a placare la sua fame perché ormai priva di latte. Fortunatamente il giorno dopo la madre è tornata e lo abbiamo capito dalle grida di scherno delle altre mamme che la prendevano in giro. E l’esistenza di una specie di “tassa di morte”. In pratica le suore, che non ricevono alcuna sovvenzione statale, devono però pagare una penale di 60 dollari nel caso in cui una donna muoia nel momento in cui partorisce;
- la visita al nuovo ambulatorio TBC. Premesso che quella che viene curata per TBC è, spesso, solo la prima manifestazione di un’altra malattia ben più grave (AIDS o SIDA, come viene chiamata laggiù), attualmente le medicine per questa malattia vengono distribuite alle 7,00 di mattina per cercare di evitare un contatto diretto con gli altri malati che si rivolgono all’ambulatorio. Si sta però costruendo, in collaborazione con la Parrocchia, una nuova piccola struttura riservata solo ai malati di TBC;
“MON PÈRE BONJOUR”
(IV Parte)
di Roberto Scaccia
A Kananga riprendiamo le attività lasciate in sospeso durante la nostra puntata a Tshikapa. Alcuni brevi spunti presi da quei giorni.
Le celebrazioni eucaristiche ed i momenti di preghiera. Fin dal primo viaggio (1991) mi ha colpito l’intensità con cui i Congolesi vivono le celebrazioni. Nessuno si fa prendere dall’affanno, in quel momento l’incontro con Dio è il solo “problema” che occupa il loro cuore e la loro mente. Alla fame, alla malattia ci si penserà poi, ora c’è posto solo per Dio. E così non fa niente se ogni canto dura 10-15 minuti, il canto fa parte integrante della preghiera e, come tale, viene vissuto da tutti. E non fa niente se il sacerdote fa un’omelia di oltre mezz’ora, sta spiegando la Sua Parola ed è per Lui che loro sono venuti.
Non potendo, per questione di spazio e tempo (toh, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto!!!), analizzare momento per momento la celebrazione eucaristica, mi limiterò a tre di quelli che più hanno colpito la mia attenzione:
- l’offertorio. Come sempre è un momento lunghissimo. Al contrario di quello che accade da noi, nessuno passa tra i banchi ma ognuno si alza per portare la sua offerta. E nessuno si tira indietro perché tutti sanno che, per quanto grande sia la loro povertà, c’è sempre qualcuno che sta peggio, e sanno che la loro offerta servirà in parte ad aiutare quelle persone. Il momento dell’offertorio “africano” mi fa sempre pensare all’offerta più gradita al Signore, quella della vedova che, pur potendo fare “solo” una piccolissima offerta, con essa non si priva del superfluo ma del necessario. E fa la sua offerta quasi di nascosto, è così poco quello che dà! Quante volte, invece, noi facciamo suonare forte la nostra moneta per far sentire agli altri quanto grande è stata la nostra offerta;
- la comunione. Mi colpisce come, anche formalmente, siano tutti capaci di prendere l’ostia nel giusto modo: mano sinistra nella mano destra che viene poi utilizzata per portare la particola alla bocca. Noi in questo siamo più “estrosi”. Se non ci avete mai fatto caso, provate a guardare in quanti modi diversi e fantasiosi siamo capaci di avvicinarci all’altare;
- la reposizione del Sacramento. Da noi sembra essere qualcosa che riguarda esclusivamente il sacerdote. Loro, invece, si alzano tutti in piedi e partecipano in modo pieno al “saluto” ed alla “gravità” del momento.
E l’uscita dalla messa è occasione per i saluti, la foto da fare con gli amici bianchi per avere un ricordo per gli anni a venire. E, visto che quasi nessuno ha i soldi per potersi permettere una macchina fotografica, c’è sempre una sola persona che ne possiede un vecchio modello (ma funzionerà veramente?) e la mette “a disposizione” degli altri. Visto però che lo sviluppo costa, se lo fa pagare, in anticipo, da quelli che vogliono una foto.
Altro spunto mi viene offerto da altre storie particolari di cui vengo a conoscenza.
- Pierre. Adottato a distanza, iscritto al IV Liceo Scientifico (il diploma si consegue al VI anno), insieme ad un suo amico ha ritenuto di essere già pronto per ben altro. Hanno così deciso di iscriversi all’università ed hanno presentato domanda per partecipare alla selezione, una specie di test di ingresso. Il bello è che hanno superato brillantemente la selezione ma... Purtroppo non avevano calcolato che poi, per iscriversi, avrebbero dovuto consegnare il diploma di scuola superiore!!! Peccato, ci hanno provato ma è andata male! Oltretutto hanno perso anche l’anno scolastico!
- Bienvenu. È un bambino di circa 3 anni che abita nei pressi delle suore nel quartiere di Bikuku. L’ho conosciuto al centro nutrizionale. Durante la distribuzione del cibo ho notato quello scricciolo che continuava a piangere e veniva in qualche modo tenuto a bada dagli altri bambini, ma non riuscivo a capire perché non gli venisse dato subito del cibo. Suor Justine mi ha poi spiegato che Bienvenu non fa parte del programma del centro nutrizionale (destinato a bambini particolarmente denutriti e debilitati, “curati” con un pasto giornaliero fisso per due mesi) ma, abitando in una capanna lì vicino, ha scoperto che a quell’ora viene distribuito il pasto ed allora, invitato o non invitato, lui si presenta e comincia a piangere fino a quando non ottiene qualcosa da mettere nello stomaco. Tre anni e doversi già “inventare” il modo per cercare del cibo. Ah, se ponessimo un po’ delle attenzioni (a volte eccessive!) che dedichiamo ai nostri figli anche nei confronti dei tanti “Bienvenu”, siano essi del Congo, del Ruanda, del Burundi, del Camerun, del... (mettete voi il nome, c’è solo l’imbarazzo della scelta).
Infine, i bambini della scuola elementare.
Per chi, come me, è ormai abituato al “caos” che regna nelle nostre scuole, entrare nella scuola elementare del quartiere XX Mai di Kananga è stato un tuffo nel passato. Accompagnato da suor Adrienne, direttrice della scuola, sono entrato nelle varie aule ed in ognuna si è ripetuto lo stesso rituale: i bambini che si alzano in piedi, il loro cantilenante Mon Père, bonjour, il restare in piedi fino a quando la direttrice non dice il suo Asseyez vous, il loro sedersi solo dopo aver “cantato” il loro Merci. Qui da noi queste cose avvenivano alla mia età (stiamo parlando di quasi 50 anni fa!), poi il “progresso” ha portato altre conquiste e quelle “attenzioni”, che io ritengo frutto della buona educazione, sono sembrate sorpassate.
I bambini delle elementari sono alloggiati temporaneamente nelle aule della scuola materna costruita, con il nostro aiuto, qualche anno fa. Ma le autorità statali hanno già fatto sapere che non va bene che i bambini della scuola elementare siano insieme a quelli della scuola materna (?!?). Le suore hanno quindi iniziato a costruire le prime due aule della nuova scuola elementare ed è già in progetto la costruzione di tutto il complesso scolare, che prevede in totale sei aule (il ciclo della scuola elementare va dalla I alla VI), gli uffici della direzione ed alcuni bagni.
Il nostro soggiorno a Kananga volge al termine, ma una complicazione mette il punto interrogativo sul nostro ritorno: padre Mario si sente strano e pensa di avere un attacco di malaria. Un controllo effettuato all’ambulatorio di Bikuku ce lo conferma: malaria di 2° grado. Ma è necessario arrivare almeno a Kinshasa. Poi, tenuto conto che ci saranno alcuni giorni per riposare, si vedrà cosa fare.
Il 20 ottobre ci prepariamo per il viaggio a Kinshasa. L’appuntamento è per le 11,00 ma, conoscendo le abitudini ed i tempi congolesi, suor Carmelina ci dice che è sufficiente recarsi all’aeroporto verso le 13,00. Alle 11,00 però suor Rebecca viene di corsa a chiamarci e ci dice che l’aereo che abbiamo appena sentito passare sulla casa è della compagnia CAA, la compagnia aerea con cui abbiamo prenotato i nostri posti. Di corsa (relativamente, tenuto conto delle condizioni della strada!) ci accompagnano all’aeroporto, ma, arrivati, ci viene detto che siamo in ritardo e i nostri posti non sono più disponibili. Solo la tenacia e la grinta di suor Rebecca, congolese, ci permettono di far timbrare i nostri biglietti e di salire sull’aereo (naturalmente stracolmo!).
Dopo un volo abbastanza tranquillo, ci viene comunicato che entro dieci minuti saremmo atterrati nella capitale. Ma i minuti passano, 20-30-40, e sotto di noi mi sembra di veder scorrere sempre lo stesso paesaggio. Alla fine ci confermano che stiamo girando in circolo e che non possiamo atterrare finché non arriva l’autorizzazione dall’aeroporto di Kinshasa. Un pensiero si fa strada nella mia testa: ci sarà abbastanza carburante per questo supplemento di volo non previsto?
Grazie a Dio, però, finalmente arriva l’autorizzazione ed atterriamo a Ndjili, l’aeroporto di Kinshasa.
“MON PÈRE BONJOUR”
(V Parte)
di Roberto Scaccia
Gli ultimi giorni del nostro viaggio passano in un’atmosfera di “gioia malinconica”. Gioia perché si torna a casa, si rivedono le persone amate, si torna alla nostra vita “normale”. Malinconia perché si avvicina il momento di lasciare gli amici congolesi, il momento dei saluti, il momento in cui ci si sente un po’ “traditori” a lasciare tanti fratelli soli nella necessità. Ma alla fine mi rendo conto che, pur essendo contento di poter incontrare le tante persone che ormai sono entrate a far parte della mia “famiglia”, il mio posto è qui in Italia. E questo non significa “abbandonare a se stessi” i fratelli congolesi, ma anzi avere la possibilità di poter fare da qui molto più di quello che potrei fare in Congo.
D’altra parte, cosa potrei fare laggiù? Forse giusto un lavoro di manovalanza, e non è certo la mano d’opera quella che manca in quel paese. Forse solo chi è medico o infermiere potrebbe essere certo di dare un aiuto importante. Tutti gli altri possono fare tanto, più di quello che possono mai immaginare, portando avanti le iniziative che si organizzano in favore di quelle popolazioni.
Anche quegli ultimi giorni, però, mi danno la possibilità di immagazzinare nel mio cuore dei ricordi che poi verranno a galla nei giorni che passano tra un viaggio e l’altro.
Per esempio, mi trovo a casa delle suore il giorno in cui vengono materialmente consegnate le somme inviate ai loro “figli” dalle famiglie adottive a distanza tramite la Provincia Romana dei Carmelitani Scalzi. E mi colpisce subito Nadine, una bimbetta di 10 anni a cui suor Yvonne consegna direttamente il denaro, mentre per tutti gli altri il denaro viene consegnato al genitore o, in ogni caso, all’adulto che accompagna il bambino. Quando vanno via tutti, suor Yvonne mi chiede: “Hai notato che c’è stato un caso in cui il denaro è stato consegnato ad una mamma tramite la bambina adottata?”. Ed alla mia risposta affermativa, mi spiega il perché.
Nadine, ragazzina molto sveglia e studiosa, un giorno si reca a scuola ma non viene fatta entrare perché i responsabili dell’Istituto le dicono che sua madre non ha pagato la quota scolastica per lei. Tornata a casa chiede a sua madre il perché del mancato pagamento. La madre le risponde che la suora questa volta non le ha dato il denaro e quindi non ha potuto effettuare il pagamento. Senza perdersi d’animo, Nadine si reca allora da suor Yvonne che, alle sue rimostranze, le assicura di aver come sempre consegnato il denaro a sua madre. A quel punto la bambina torna a casa e costringe la madre ad andare con lei dalla suora per metterle a confronto e cercare di scoprire chi dice la bugia. Messa alla strette, alla fine la mamma di Nadine confessa di aver regolarmente ricevuto il denaro, ma di averlo usato per coprire le tante altre spese necessarie al sostentamento della famiglia. Da quel giorno Nadine pretende che suor Yvonne consegni direttamente a lei il denaro e, subito dopo, è lei stessa che lo consegna alla madre che va ad accompagnarla. In questo modo è certa che non potrà più dirle di non averlo ricevuto.
I miei amici di Ceprano sanno che quella bambina è rimasta nel mio cuore. Quanta risolutezza in uno scricciolo di 10 anni, quanta determinazione nel cercare di risolvere i problemi senza perdersi d’animo. Io dico sempre che prima o poi sentirò parlare di lei come del primo presidente donna del Congo! E pensare che ha fatto tutta quella fatica per poter andare a scuola. Immagino già quanti dei nostri ragazzi sarebbero contenti se venissero fermati all’ingresso della scuola e fatti tornare a casa: finalmente niente lezioni!
Tante altre cose si affollano ancora nel mio cuore e nella mia mente, sembra incredibile che riesca a ricordare così precisamente tanti particolari, proprio io che per la mia smemoratezza vengo considerato un po’ “rimbambito” (forse senza un po’) dai miei amici.
E così si affollano nella mia mente Padre Mimmo, un frate italiano dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, che svolge il suo apostolato missionario a Kinshasa; Filiberto e Maria, che andiamo a trovare prima di ripartire, una coppia italiana che vive da tantissimi anni in Congo conosciuta nel corso del primo viaggio (1991) effettuato con Padre Paolo Rinelli; Mbombo, conosciuta a Kananga quando aveva (forse) 6 anni, adottata a distanza da me e Carla, che ora si trova a Kinshasa con la sorella, che adesso ha (forse) 23-24-25 (?) anni e si è finalmente diplomata; Bob, Bobette e l’anziana donna che, pur non avendo niente per lei stessa, li ha accolti nella sua casa perché orfani a causa della recente guerra; le facce un po’ spaurite dei bambini che vengono proposti da Suor Yvonne per nuove adozioni a distanza e vengono da noi per fare la foto; tutti i bambini incontrati in quei giorni, poveri e miseri dal punto di vista materiale, ma capaci di regalarci la loro “gioia”! Ma ho intenzione di chiudere qui le memorie del mio viaggio 2007. Oltretutto si avvicina una prossima partenza, a luglio di quest’anno, con la gioia di sapere che questa volta, oltre me e Padre Mario, partiranno altri due amici di Ceprano, Manuela e Pietro. Allora ancora poche cose.
Il 24 ottobre notte, il giorno prima di partire, mi tocca provare un’altra esperienza poco piacevole. A breve distanza dalla casa delle suore vengono sparati numerosi colpi di mitraglietta. È una sensazione sconvolgente. All’esplosione dei primi colpi mi sveglio e non riesco più a riprendere sonno. Continuo ad ascoltare tutti i rumori che viaggiano nella notte; cerco di capire se i colpi che si ripetono si avvicinino o si allontanino rispetto a quelli sentiti poco prima; cosa sarà successo? Sarà una questione isolata o è solo l’inizio di un problema più grande pronto a diventare insostenibile nei prossimi giorni? Il pericolo, l’incertezza, l’angoscia: alcuni degli “amici” con cui quelle popolazioni devono convivere quotidianamente!
E arriva il giorno della partenza. Un vero e proprio diluvio mette in dubbio il nostro viaggio. Tutte le strade intorno alla casa delle Suore Carmelitane sono impraticabili per la violenza delle piogge. Poi l’intuizione di Suor Yvonne: passare attraverso un convento di suore di altra congregazione che ha una doppia uscita su due strade diverse. Finalmente ci incamminiamo verso l’aeroporto. Ma il diluvio ha creato problemi su tutte le strade, il traffico è in tilt e cominciamo a disperare di poter arrivare in tempo. L’intraprendenza del nostro autista ci permette di arrivare in aeroporto alle 19,50 (anziché alle 18,30), ma in ogni caso facciamo in tempo a prendere il nostro aereo. Si parte.
Arrivati a Brussels chiamiamo Suor Yvonne per avere la certezza del suo ritorno a casa. Ci rassicura ma ci dice che quella pioggia violenta, nella zona vicina alla loro abitazione, ha provocato la morte di 15 persone! Ancora morti, ancora lutti per quel popolo!
Il 26 ottobre pomeriggio arriviamo a Roma e come sempre troviamo chi ci attende con gioia. La stessa mia gioia. Ma chi mi conosce bene, e quelli che sono venuti a prenderci mi conoscono sicuramente bene, non può non notare il mio sguardo velato di malinconia, di dolore, di amore. Perché nel mio cuore continuano a risuonare quelle parole cadenzate: “Mon Père, bonjour”. Il mio cuore che, anche da lontano, continua a rispondere loro: “Bonjour mes fils, non vi dimenticherò mai. E, con l’aiuto del buon Dio, continuerò a fare tutto quello che è nelle mie possibilità. Lo so, è poco, ma quel poco sarà sempre a vostra disposizione e sono sicuro che ci penserà Dio, nel suo Amore immenso, a moltiplicare il poco che può uscire dalle mie, anzi dalle nostre mani!”.
Quante volte nel corso di questo racconto avete letto “grazie a Dio”, “con l’aiuto di Dio”, “a Dio piacendo”…! Se non si crede nella Provvidenza di Dio è inutile intraprendere un viaggio in Congo. Perché è solo “rimettendosi nelle sue mani” che si può sperare di superare tutti i pericoli che incombono durante il nostro cammino laggiù. Ed anche perché, se non si conosce la sua “bontà misericordiosa”, sarebbe difficile capire come sia possibile per quelle popolazioni sopravvivere nelle condizioni in cui si trovano, potrebbe essere facile lasciarsi andare allo scoraggiamento.
Pur nella sua onnipotenza, però, Egli ha bisogno del nostro aiuto: Cristo non ha labbra, ha soltanto le nostre labbra per parlare agli uomini; Cristo non ha mani, ha bisogno che le nostre mani lo aiutino; Cristo non ha mezzi, ha bisogno dei nostri mezzi!!!
Perciò nessuno pensi di valere così poco da non poter fare qualcosa per gli altri; nessuno si lasci scoraggiare dalle difficoltà, dai pochi mezzi a disposizione, dal tanto che c’è da fare: “Non ti girare, è proprio te che sta chiamando!!!”. Affidiamoci a Lui e facciamo tutto quello che è nelle nostre possibilità! D’altra parte, non è Lui stesso che ci ha detto: “Ogni volta che avrete fatto questo (dar da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, ecc.) ad uno di questi piccoli, lo avrete fatto a me”?
"A VOLTE RITORNANO"
(I parte)
di Roberto Scaccia (Ceprano – Frosinone)
Mi è stato chiesto un resoconto dell’ultimo viaggio effettuato nella Repubblica Democratica del Congo, nel mese di agosto di quest’anno, insieme a Padre Germano ed Elda di Montecompatri. La cosa da una parte mi fa piacere, perchè vorrei far partecipi gli altri di quanto mi arricchiscano questi viaggi, dall’altra mi spaventa. Non essendo interessato a fare soltanto una semplice "cronaca" di quanto accaduto, mi sono posto una domanda: come trasmettere agli altri sentimenti, sensazioni, emozioni? È come far capire il sapore di un cibo senza farlo assaggiare! Ma visto che non sono abituato ad arrendermi davanti alle difficoltà, ci provo.
Quando è cominciata a circolare l’eventualità di un nuovo viaggio nella Missione carmelitana del Congo, altre persone si sono mostrate seriamente interessate ad esso, quasi tutte, non a caso, facenti capo al Convento di Ceprano. Qualcuno ha dovuto rinunciare subito all’idea a causa di motivi di salute dei familiari o per impellenti motivi di studio o per motivi di lavoro o perché ancora troppo giovane. E qualcuno (né mia moglie né mia figlia, che sono state, invece, tra coloro che hanno dovuto rinunciare) ha provato a far notare anche a me l’"inopportunità" di questo viaggio. Ma essendo poco abituato a ragionare in termini di "opportunità" e di "interesse" personali, il risultato è stato quello che vi sto raccontando.
Fino alla fine abbiamo sperato, però, che si aggregasse a noi Gaetano, un amico di Ceprano (FR). Abbiamo anche acquistato il biglietto aereo per lui, ma alla fine ha dovuto rinunciare. Appartenendo ad un corpo militare (GdF) non è riuscito a convincere i suoi superiori a firmargli le ferie necessarie, sia perché la Repubblica Democratica del Congo viene considerato paese ad alto rischio (pari, per intendersi, all’Iraq. E questo non ci sarà mai nessun giornale – se non forse "Avvenire" – o telegiornale che ve lo dirà) sia perché avrebbe dovuto fornire una lista precisa dei luoghi in cui si sarebbe recato e dei tempi di soggiorno. Poiché uno dei simboli di quello Stato è la precarietà e poiché il viaggio è stato poi organizzato in una sola settimana, alla fine, a malincuore (suo e nostro), ha dovuto rinunciare.
Giovedì 4 agosto, quindi, Padre Germano, Elda ed io ci siamo ritrovati a Fiumicino per cominciare questo viaggio, che prevedeva l’arrivo a Kinshasa (via Parigi) intorno alle 17.30. Ma a Parigi i primi intoppi (la capitale francese è stata un grosso problema anche al ritorno, ma di questo riferirò poi). Quando eravamo ormai già tutti imbarcati, il caos. Un passeggero seduto negli ultimi posti ha cominciato a "dare i numeri" dicendo che lui non voleva più partire. Il comandante dell’aereo è riuscito a tranquillizzarlo ma a quel punto una signora si è impuntata: da quell’aereo quel signore, che aveva spaventato i suoi figli, doveva scendere, altrimenti sarebbe scesa lei con tutta la sua famiglia! Altre urla, litigi, spintoni, intervento della polizia francese! Risultato: sono stati fatti scendere tutti i passeggeri coinvolti, compresi (anche per motivi di sicurezza) i loro bagagli. Finalmente si è potuti partire, ma con oltre tre ore di ritardo.
Purtroppo il ritardo accumulato ci ha fatto arrivare a Kinshasa insieme ad un altro volo proveniente da Bruxelles, il che ha raddoppiato il "normale" caos che sempre si incontra all’aeroporto della capitale.
Come al solito abbiamo trovato ad attenderci le suore che, a parte il risolverci i problemi burocratici aeroportuali, hanno fatto come sempre da filo conduttore a tutto il nostro viaggio. Non importa che il loro nome (S. Yvonne, S. Reina, S. Olivia, ...) cambiasse secondo le località in cui ci siamo recati, il risultato è stato sempre lo stesso: la loro affettuosa accoglienza, il loro metterci a disposizione la loro ospitalità, i loro momenti di preghiera, la loro amicizia, le loro attenzioni, tutto quello che hanno e anche quello che non hanno. Tutto perché i loro "Amici" (non è casuale l’iniziale maiuscola) italiani, abituati a quelle comodità cui esse rinunciano quotidianamente, non avessero a "patire" troppo!!!
E vi assicuro che il loro comportamento non è legato a "calcoli" o motivi di "opportunità", perché le loro attenzioni erano rivolte a noi in quel momento come, sempre, le rivolgono alle popolazioni del luogo. Semplicemente, avendo veramente Cristo nel cuore, non riesce loro difficile occuparsi degli altri, che diventa un modo "normale" di comportarsi!!!
Dopo un viaggio un po’ travagliato per le strade "sgarrupate" e caotiche di Kinshasa, abbiamo preso possesso delle nostre stanze adornate di fiori (di campo, naturalmente) e di biglietti di benvenuto.
Il nostro programma prevedeva un giorno di riposo nella capitale e la partenza il sabato 6 per Kananga, l’ultima località dove Padre Germano ha svolto, fino al mese di settembre 1999, la sua attività missionaria. Ma poiché nella R.D. del Congo i programmi sono qualcosa di aleatorio da sottomettere sempre alla prova dei fatti, il nostro primo soggiorno nella capitale è stato allungato di un giorno.
Abbiamo così avuto la possibilità di incontrare alcuni dei bambini adottati a distanza da famiglie italiane e fare loro la foto. Non abbiamo potuto fare, invece, il solito giro nella Città perché la Jeep delle suore era piazzata su due puntelli e senza le due ruote posteriori. Quando ne abbiamo chiesto il motivo, ci hanno risposto che si erano rotti alcuni pezzi, che non sapevano se tali pezzi erano in commercio e che, anche se ci fossero stati, loro non avrebbero avuto la possibilità economica di acquistarli.
Che differenza con quanto accade qui da noi! Quando magari nostro figlio, che, per carità, va avanti così bene nei suoi studi all’università, o anche noi stessi, abbiamo bisogno di cambiare l’auto perché la nostra ormai è "datata"! E poi adesso vanno di moda i Fuoristrada!!!
In quei due giorni, inoltre, abbiamo avuto la possibilità di toccare con mano l’operosità nonché l’ingegnosità delle suore di Kinshasa nelle loro attività: l’allevamento di polli, con annessa raccolta di una ottantina di uova giornaliere, la cucitura di capi di abbigliamento per religiosi e non, l’invenzione della "crème", in pratica dei ghiaccioli fatti in casa con acqua, latte e zucchero, e venduti agli spettatori delle partite che si svolgono, nell’arco dell’intera giornata, nel campo di calcio (?!?!) posto proprio di fronte alla loro casa.
Queste attività sono di estrema utilità per loro, in quanto forniscono delle entrate con cui magari non riescono a riparare l’auto quando si rompe, ma almeno a coprire le spese indispensabili, come quelle per la casa e per le vettovaglie; e di estrema utilità anche per la popolazione del luogo, che riesce ad acquistare prodotti a prezzo inferiore di quanto pagherebbe nei mercati ed ha anche la certezza di acquistare prodotti igienicamente sicuri.
Comunque, alla fine siamo riusciti a trovare posto su un aereo (Hewa Bora Airways, il meglio per il Congo!!! Anche questo sarà un tema che riprenderemo) in partenza domenica 7 agosto. Per fortuna, pur non essendo più previsto il permesso governativo prima necessario per le zone minerarie, Padre Germano, conoscendo bene le abitudini del luogo, aveva pensato di far compilare per ognuno di noi, dal Delegato Generale dei Carmelitani Scalzi del Congo, un "Ordre de Mission" con cui attestava la nostra intenzione, in qualità di amici dell’Ordine dei Padri Carmelitani, di visitare le Comunità Carmelitane del Kasai Occidentale.
Grazie a quel documento (all’aeroporto di Kinshasa ci hanno detto che senza non ci avrebbero lasciato partire) siamo arrivati, nel primo pomeriggio della domenica, a Kananga.
"A VOLTE RITORNANO"
(II parte)
di Roberto Scaccia
Scendendo dall’aereo che si era posato sulla pista dell’aeroporto di Kananga siamo rimasti un po’ perplessi: è vero che abbiamo molti amici e Padre Germano è conosciutissimo in quei posti, ma trovare una banda musicale, un fotografo ufficiale ed un sacco di gente schierata lungo tutta la pista, ci è sembrato un po’ eccessivo, anche perché Padre Germano non aveva avvisato nessuno del nostro viaggio, se non confratelli e consorelle. Ma subito l’equivoco è stato chiarito: aveva viaggiato con noi un Vice-Ministro e lo schieramento era tutto per lui.
Siamo però riusciti lo stesso a ritagliarci la nostra parte di "benvenuto ufficiale". Mentre attraversavamo la pista qualcuno ha riconosciuto Padre Germano e subito si sono levati numerosi "Germain! Germain!" e la maggior parte della gente schierata ha abbandonato il posto occupato nelle varie righe e si è riversata verso di noi per salutarci!!!
Non so se gli "scagnozzi" della personalità si sono accorti del putiferio da noi scatenato, ma so che soltanto dopo che eravamo riusciti a scioglierci dal caldo abbraccio della gente e tutti, quindi, erano tornati al loro posto, hanno deciso di far scendere il Vice-Ministro dall’aereo.
Questa volta non abbiamo alloggiato alla Parrocchia Notre Père ma presso il "Tabor", la casa di accoglienza della suore. Certo, fa un po’ effetto parlare di casa di "accoglienza": una stanza scarna con lavabo in camera ma senza acqua; un letto dove è stato necessario inserire due "Settimana Enigmistica" per coprire le molle che uscivano dal materasso (i due giornali, con tanto di buchi creati dalle molle, fanno parte dei miei ricordi materiali del viaggio); due stanze adibite a doccia ma senza acqua, per cui, per potersi lavare, bisognava aspettare che venissero riempiti due bidoni con dell’acqua presa all’esterno, cercando di consumarne il meno possibile (sembrerà strano ma è possibile riuscire a fare una doccia, shampoo compreso, con una sola bacinella di acqua!!!). Ma vi assicuro che il calore umano ricevuto in quei giorni, dalle suore e da quanti incontrati nel nostro viaggio, ha fatto "impallidire" le comodità delle nostre case di accoglienza italiane.
Malgrado le notizie poco rassicuranti giunte prima di partire (situazione tesa a causa del rinvio delle elezioni previste nel giugno 2005, con acquisto "smodato" di "machete" da parte non si sa di chi!!!), andando in giro per le strade di Kananga non si notavano, apparentemente, grosse differenze con il precedente viaggio del 2003. Il che, purtroppo, non è una buona notizia perché, come l’altra volta, abbiamo incontrato tanta fame, tanta povertà, tanta malattia. Ma si notava, però, qualcosa di diverso nel comportamento della gente. Due anni fa, nei luoghi dove sorgono i mercatini improvvisati, la gente restava a chiacchierare anche in tarda serata. Questa volta, al calar del sole (considerate che alle 19,00 era già buio completo), la gente si ritirava nelle proprie case, nelle proprie capanne, come chi si aspettava che il buio potesse favorire qualcosa di poco piacevole.
E, a proposito di elezioni, in vari posti si vedevano lunghe file di persone che aspettavano il loro turno per farsi registrare come "votanti". In pratica è forse la prima volta che si effettua una qualche forma di anagrafe della popolazione, cosa mai avvenuta prima d’ora, con le notizie su date e nomi affidati più che altro alla memoria dei familiari.
Presso il "Tabor", inoltre, era insediata la commissione che doveva scegliere coloro che un giorno saranno occupati nelle elezioni (un po’ i nostri scrutatori). Centinaia di persone che affrontavano lezioni e selezioni con la speranza di ritrovarsi fra gli "eletti". E sapete quale sarà il compenso giornaliero per i prescelti? Circa 200 franchi congolesi. Detto così potrebbe non significare niente, ma per comprendere meglio l’entità del compenso può essere utile sapere che per acquistare tre banane occorrono 100 franchi. Con la paga di un giorno, quindi, si potrebbero acquistare sei banane: se considerate che le famiglie sono formate in genere da 8-12 persone si può capire meglio quanto poco guadagno potessero sperare quelle persone. Eppure a centinaia continuavano ad inseguire quella speranza!!!
A quei giorni è legato uno dei ricordi più vivi del mio viaggio. Un pomeriggio attendevamo che ritornasse la Jeep delle suore per poterci recare ad acquistare il biglietto aereo per Tshikapa e ci si sono avvicinati alcuni giovani che aspettavano di conoscere l’esito delle selezioni. Tra di loro c’era qualcuno che voleva solo perdere tempo, magari prendere in giro giocando sulla mia difficoltà con il francese parlato, ma altri erano interessati a scoprire quali fossero le differenze fra le diverse culture, la loro e la nostra. E un po’ con l’aiuto di Padre Germano, un po’ andando a scavare nel mio francese scolastico, un po’ con il "monticiano" di Elda, è venuto fuori un confronto serrato in cui, alla fine, mi sono sentito sconfitto.
Tante le domande che hanno fatto, tanta la curiosità:
- perché in Europa nascono così pochi bambini? C’è forse una legge che vieta di averne di più?
- perché in Italia le persone si sposano così tardi? E soprattutto, perché gli uomini, anche se hanno un lavoro, continuano a restare a casa con i genitori?
- c’è una legge che vieta il matrimonio con persone di razza diversa dalla nostra? E, in ogni caso, come reagirebbe una famiglia italiana se una ragazza dicesse ai suoi genitori di amare un ragazzo di colore?
Ma una è stata la domanda che più mi ha messo in crisi. Ci hanno chiesto quale era l’età media per gli italiani. Quando abbiamo detto loro che è di 78 anni per gli uomini e ancora più alta per le donne, hanno chiesto: "Perché per noi, invece, è di 42 anni per gli uomini e di 44 per le donne?". Cosa si poteva rispondere?
Che in Italia abbiamo la possibilità di mangiare tutti i giorni ed anche troppo per quello che sarebbe il nostro fabbisogno mentre da loro può ritenersi fortunato chi riesce a mangiare una volta al giorno e soltanto una manciata di "bidia" (simile alla nostra polenta)? Che noi abbiamo la fortuna, in caso di malattia, di poterci rivolgere ad un qualsiasi medico, pronto soccorso o ospedale (per scalcinato che sia), mentre da loro deve considerarsi fortunato chi ha la possibilità di potersi rivolgere, dopo aver fatto fino a 20 Km a piedi, ad un ambulatorio dove possono trovare una suora infermiera? Che in Italia muore di parto 1 donna su 5.000 mentre in Africa ne muore 1 su 100? Che noi in Italia siamo stati capaci, nel 2004, di spendere 140 milioni di euro (per chi ancora non ha molta familiarità con la nuova moneta, sarebbero circa 271 miliardi delle vecchie lire) per acquistare suonerie per telefono cellulare mentre loro devono vedere i loro figli morire di fame?
"Fortunatamente" non abbiamo dovuto approfondire il discorso, perché sono stati tutti richiamati dalla notizia che la commissione stava per far uscire i risultati delle selezioni. Ma quella domanda brucia ancora dentro di me!!!
Mi sto rendendo conto che questa seconda parte tutto sembra meno che un diario di bordo, ma ho già specificato che non mi interessa fare un resoconto "asettico" del nostro ultimo viaggio.
Comunque, l’essere arrivati di domenica non ci ha permesso di arrivare in tempo per uno di quelli che erano gli appuntamenti del nostro viaggio, l’ordinazione di Padre Pierre. Abbiamo però potuto partecipare ai festeggiamenti per questo "dono" del Signore ed alla prima messa da lui celebrata nella "nostra" Parrocchia, quella di Notre Père, il pomeriggio di lunedì 8 agosto. E, altro appuntamento importante del nostro "carnet", vivere con intensità, il 10 agosto, la festa per l’erezione a Parrocchia della Chiesa "Mariya Mamu wa Carmel" nel quartiere XX May di Kananga.
Una festa vissuta con particolare emozione da Padre Germano, visto che la Chiesa era stata costruita nel periodo in cui svolgeva la sua attività missionaria in Congo.
"A VOLTE RITORNANO"
(III parte)
di Roberto Scaccia
Terminati gli impegni ufficiali, le successive giornate a Kananga non sono state "vuote" e di riposo.
È stato possibile incontrare Padre Marcellino e passare con lui qualche ora del nostro e del suo tempo (poco per la verità, tenuto anche conto dei suoi impegni sempre pressanti).
Abbiamo incontrato Padre Costantino, il carmelitano congolese che ha sostituito i "nostri" missionari nella Parrocchia "Notre Père" e che si trovava lì in "vacanza". In vacanza perché adesso è lui stesso missionario in una località della Repubblica Centrafricana.
Abbiamo incontrato Padre Étienne, già conosciuto ai tempi del precedente viaggio perché era l’aiuto di Padre Costantino in Parrocchia ed adesso lo ha sostituito come parroco. La cosa bella è stata rendersi conto di quanto egli sia amato dai suoi parrocchiani. Tutti ne parlano bene sottolineando la sua disponibilità, la sua capacità di ascolto, il suo impegno nei confronti di tutti. È stato bello avere la conferma, quindi, che nella "nostra" parrocchia sono rimaste intatte le caratteristiche di servizio agli altri e che i Padri locali non stanno facendo altro che continuare a svolgere, con lo stesso zelo e lo stesso impegno, il compito prima svolto dai missionari rientrati in Italia.
Abbiamo avuto la possibilità di provare le capacità di pilota di "Suor Schumacher", al secolo Suor Carmelina, così soprannominata da noi per la sua capacità di ottenere gli stessi tempi del ferrarista non sull’asfalto ma su una pista in sabbia piena di buche, con grave discapito de "lu cotarizzo" di Elda. Il bello era che ogni tanto si lamentava di qualche rumorino alla trasmissione!!!
Abbiamo avuto il nostro immancabile "incontro" con i militari dell’esercito congolese. Il giorno che abbiamo deciso di andare a fare una gita alle "piccole cascate", distanti una quindicina di chilometri dalla missione di Ntambue (prima gestita dai carmelitani ed ora da sacerdoti della Diocesi di Terni), lungo la pista abbiamo trovato un posto di blocco, cioè una canna posta di traverso lungo la pista. È sempre pericoloso avere a che fare con i militari, perché hanno un’arma in mano e non si sa mai di che umore siano.
Fortunatamente abbiamo incontrato dei buoni soldati, che ci hanno rovinato la gita perché, in mancanza di un permesso, non ci hanno fatto passare, ma non ci hanno creato altri problemi, scusandosi anzi del dover necessariamente far rispettare ordini ben precisi per impedire l’ingresso in un posto ritenuto "militarmente strategico" (?!?).
Nella stessa giornata abbiamo provato il "brivido" della Jeep rotta a 15 Km da "casa"; di un manicotto di gomma spaccato che faceva salire la temperatura del motore; dell’assistenza gratuita fornitaci prima presso la missione di Ntambue e poi, lungo una pista deserta, da alcuni congolesi che transitavano per caso con un camion dell’anteguerra e che ci hanno sostituito il pezzo rotto con un manicotto di fortuna rintracciato tra le tante cose che si portano dietro. Questi mezzi sono provvisti di una marea di ricambi e materiale di fortuna perché non è raro incontrarne uno fermo lungo una pista, con il motore smontato e gli "autisti" che, poggiando tutto sulla sabbia, cercano di riparare il guasto. Quelli che transitano sulla stessa pista sono fortunati se il camion ha avuto il tempo, prima di fermarsi, di uscire dal tratto "rotabile"; in caso contrario chi si trova questo ostacolo davanti o riesce a trovare il modo di aggirarlo trovando una pista supplente o devono fermarsi ed aspettare che il mezzo venga riparato, anche se questo può a volte significare stare fermi per alcuni giorni.
Me la immagino la scena qui da noi, sempre pronti a strombazzare se solo la prima macchina ferma ad un semaforo non riparte entro un decimo di secondo dall’accensione del verde!!!
Inoltre, abbiamo avuto la possibilità di visitare e vedere con i nostri occhi tutti i progetti realizzati con il nostro aiuto nella Parrocchia e nelle località di Kambote, Bikuku, XX Mai; visitare le maternità, gli ambulatori, le scuole. Ma uno è l’appuntamento che mi ha sempre dato una carica maggiore, l’incontro con i bambini: quelli delle adozioni a distanza, quelli dei centri nutrizionali e tutti gli altri, quelli incontrati per strada.
Andare periodicamente giù in Congo mi ha dato la possibilità di vedere crescere alcuni di questi "bambini", un po’ come succede con i nostri figli: accorgersi di quanto siano cresciuti in altezza, chiedere se hanno studiato, informarsi sulla loro salute. Mi sembra ieri (e invece è il luglio 1991) che sono andato in Congo per la prima volta e che, su invito di Padre Paolo, abbiamo accettato (con Carla) di adottare a distanza una bambina che era venuta a trovarci e che si chiama Mbombo Marie Christine; mi sembra ieri di aver visto per la prima volta questo scricciolo tutto "pelle ed ossa". Ed invece quest’anno ho incontrato una signorina e per la prima volta ho potuto parlare direttamente con lei, senza il bisogno di un "interprete", perché ha imparato il francese ed abbiamo potuto colloquiare in quella lingua. Certo, c’è il problema dell’età: secondo i nostri calcoli dovrebbe avere 20 anni, lei ha detto di averne 18, ma la cosa non è rilevante e, soprattutto, non è sorprendente. Ho già detto che non dobbiamo pensare che in Congo esista un’anagrafe come qui da noi. A quanto ne so io, date e nomi vengono lasciati alla memoria di genitori e parenti, per cui è facile che qualche volta la memoria faccia dei brutti scherzi!
I bambini che frequentano i Centri Nutrizionali sono quelli che, invece, non abbiamo adottato individualmente ma quelli che adottiamo collettivamente ogni volta che partecipiamo a qualche iniziativa che ci permette, tra le altre cose, di sovvenzionare l’acquisto di derrate alimentari necessarie al funzionamento dei Centri. Per chi ancora non lo sapesse, i Centri Nutrizionali sono degli "ambulatori" un po’ particolari. Non usano prodotti farmaceutici ma, intervenendo nei confronti di bambini particolarmente denutriti, attuano una semplice cura: dare un pasto fisso al giorno a questi bambini per circa due mesi, permettendo loro di rinforzarsi e di poter affrontare con più forza gli stenti della vita futura.
Poi ci sono i bambini più anonimi ma non per questo meno importanti: quelli incontrati per strada; quelli che ci circondavano ovunque ci fermassimo; quelli che si spintonavano anche solo per poter sfiorare i "Batoke", i bianchi; quelli che si sentivano ricchi solo perché avevano ricevuto una caramella, una carezza, un momento di attenzione.
Tutti i bambini, quelli e questi, hanno delle caratteristiche comuni: la gioia, la voglia di vivere, la vivacità. Ma anche un’altra: la tristezza negli occhi!!! Se avrete la possibilità di incontrare questi bambini, guardateli negli occhi: ci leggerete il dolore, la fame, gli stenti, la mancanza di speranza che ne fanno dei "piccoli vecchi"!!!
Mi vengono alla mente alcune parole di padre Werenfried, apostolo della carità: «Dio non piange in cielo, Dio piange sulla terra. E così Dio piange in tutti gli oppressi e i sofferenti del nostro tempo. Non possiamo amarlo senza asciugare le sue lacrime». Ricordiamoci di queste parole quando abbiamo la possibilità di fare qualcosa per questi bambini, per poco che sia: è con le piccole gocce che si formano i fiumi che poi sfociano nel mare!!!
Tornando al viaggio, il 16 agosto un problema ha iniziato, purtroppo, a far capolino. Mentre visitavamo l’ambulatorio, la maternità ed il centro nutrizionale di Bikuku, ci siamo accorti che Padre Germano aveva una gamba che ogni tanto gli cedeva, come se non vi avesse forza. Il giorno dopo, mercoledì, saremmo dovuti partire per Thsikapa con l’aereo. Pensando che potesse essere sintomo di stanchezza, Elda ed io siamo riusciti a convincerlo che forse era il caso si riposasse un po’ ed abbiamo posticipato il viaggio al sabato 20 agosto.
In quegli ultimi giorni di permanenza a Kananga, quindi, le nostre uscite si sono molto diradate e l’unico giro un po’ lungo l’abbiamo fatto per andare sul ponte costruito dai nostri missionari lungo la strada per Tshilumba, un ponte che ha permesso di risparmiare decine di chilometri per raggiungere le popolazioni di quel luogo.
Il riposo, però, non ha sortito l’effetto sperato ma Padre Germano, malgrado le nostre perplessità, ha deciso di continuare il viaggio. Dopo aver salutato tutti (tanti!!!) i nostri amici di Kananga, il 20 agosto siamo partiti in aereo (?!?) per Tshikapa.
(Continua)
"A VOLTE RITORNANO"
(IV parte)
di Roberto Scaccia
Tshikapa ci ha accolto con il suo fascino particolare e con le sue contraddizioni. È zona diamantifera e, quindi, potenzialmente ricca. Ma la ricchezza dei diamanti non è sicuramente di coloro che li ricercano. Tanti si recano in quei posti con il miraggio di facili guadagni e proprio per questo la popolazione è eterogenea, proveniente un po’ da tutto il paese. Basta spostarsi da un luogo all’altro per trovare genti e linguaggi diversi, e non è stato difficile incontrare anche conoscenti di Padre Germano provenienti da Kananga.
All’aeroporto abbiamo trovato ad attenderci Suor Olivia e Wakudiba, un padre schetista olandese (Padre Pierre) che svolge il suo mandato in quei posti e che festeggiava i suoi 40 anni di sacerdozio. Perché festeggiava un anniversario un po’ strano? Perché diceva di non sentirsi sicuro di arrivare a festeggiare la ricorrenza dei 50 anni e quindi aveva optato per una festa intermedia. Nella lingua locale "Wakudiba" significa "L’uomo venuto dal sole", un nome per noi un po’ strano se dato a qualcuno proveniente dall’Olanda!!!
Nel 2003, poco dopo averlo conosciuto nel nostro viaggio del febbraio di quell’anno, aveva avuto un incidente che gli aveva ridotto male tutte e due le ginocchia, si pensava che dovesse rientrare definitivamente in Europa e invece ci si è recato solo il tempo strettamente necessario all’operazione, dopodiché si è affrettato a riprendere il suo posto, pur zoppicante, tra la "sua" gente!!! Sicuramente qualcun altro avrebbe voluto fare la stessa cosa, ma la sua malattia non è stata altrettanto benevola.
Fattici largo, come sempre a fatica, tra le persone che affollavano il mercato nei dintorni dell’aeroporto (migliaia di persone in movimento!!!), abbiamo affrontato circa un’ora di viaggio per arrivare alla Missione Dibumba, dove si trova la casa delle suore. Un’ora per percorrere circa 8-10 Km, il che fa già capire le condizioni della pista percorsa, piena di buche profondissime, massi, crepacci e zone fangose (essendo appena iniziato, in anticipo, il periodo delle piogge) da superare.
Gli amici che erano rimasti a Ceprano, e con cui mi mantenevo in contatto via sms, hanno condiviso con me la gioia del mio arrivo alla Missione, con le sue uniche costruzioni in muratura rappresentate dalla Chiesa e dalla casa delle Suore, con il suo cielo che, di notte, sembra più stellato e più vicino del nostro, e, purtroppo, con l’estrema povertà delle sue popolazioni (dato peraltro comune a tutte le altre zone).
A volte, di sera, mi chiedevo se veramente quel cielo ha più stelle, se veramente è più vicino. Forse siamo noi europei che non siamo più abituati a guardarlo, distratti dai tanti "pensieri" e dalle cose "tanto più importanti" di cui tener conto. Mi piace pensare, però, che forse quello è un dono del buon Dio per ripagare in qualche modo quelle popolazioni delle tante sofferenze che devono sopportare!!!
Non appena arrivati ci è venuta a trovare una delegazione di "mamme naturali" dei nostri adottati a distanza. Per ringraziarci, sì, ma a modo loro: pregando insieme. Questa è un’altra caratteristica di quelle popolazioni, la preghiera, il continuo ringraziamento al Signore. A volte mi sorprendo a pensare: "Ma come, noi, così ‘ricchi’ ma così incapaci di vedere tutti i doni ricevuti, non siamo più capaci di ringraziare Dio e invece loro, così poveri, riescono a pregarlo e ringraziarlo sempre, ogni giorno? Di che cosa? Della povertà, della fame, delle malattie?". Ma fortunatamente loro non ragionano così e sono capaci di ringraziarlo di ogni cosa, a partire da quella più grande: la vita!!!
La gioia di essere arrivato in un posto che, pur conosciuto da poco, amo tantissimo era però mitigata dalla preoccupazione per le condizioni di salute di Padre Germano, che continuavano a peggiorare. Il che non ci ha impedito, comunque, di partecipare, domenica 21 agosto, ai festeggiamenti religiosi in onore di Wakudiba. Una cerimonia durata circa 4 ore e partecipata da centinaia di persone. E vi assicuro che nessuno (neanche quei pochi che lo avevano) ha iniziato a guardare l’orologio dopo i nostri "canonici" 45 minuti di celebrazione!!! Terminata la cerimonia abbiamo preferito tornare a casa delle suore, per permettere a Padre Germano di riposarsi.
Dal giorno dopo, invece, abbiamo avuto la possibilità, Elda ed io, di visitare la maternità, l’ambulatorio, il centro nutrizionale ed incontrare i bambini adottati. Ed abbiamo avuto la fortuna di vedere arrivare, proprio in quei giorni, la moto che è stata acquistata grazie alle nostre iniziative e che servirà agli spostamenti di un medico dell’ospedale di Tshikapa, privo di mezzo di trasporto, disponibile a recarsi, quando necessario, presso l’ambulatorio delle suore.
Wakudiba (anche per me ormai il suo nome è quello, non sono nemmeno sicuro che quello vero sia Pierre) aveva programmato anche un’uscita in Jeep per visitare i villaggi della zona, ma abbiamo dovuto rinunciare per le condizioni di Padre Germano. Nel giro di qualche giorno la situazione era molto peggiorata, ormai faceva fatica a camminare ed aveva problemi di eccessiva sudorazione.
Fortunatamente aveva il numero di cellulare del medico che lo aveva in cura. Lo abbiamo contattato e ci ha detto di fargli delle iniezioni di cortisone e, se possibile, una visita neurologica. Questo ci ha convinto (noi, non Padre Germano) che forse era preferibile far ritorno a Kinshasa, dove avremmo avuto più possibilità di reperire medicine e medici specialisti. Suor Ivonne ne conosceva uno e lo ha subito contattato, fissando un appuntamento per mercoledì 24 agosto a Kinshasa.
È uno strano destino che ci lega a Tshikapa. È il posto che più mi affascina ma dal quale siamo sempre costretti a ripartire in anticipo. Nel 2003 perché scadeva il nostro permesso di soggiorno nelle zone minerarie del paese e questa volta per la malattia di Padre Germano. E Suor Olivia ha dovuto far preparare anche un certificato del medico dell’ospedale di Tshikapa che autorizzava lo spostamento di Padre Germano alla capitale per più approfonditi accertamenti clinici. Questo perché a volte l’equipaggio dell’aereo non permette il viaggio a persone che sono in evidente malattia.
Mercoledì mattina ci siamo quindi recati all’aeroporto e trovato posto su un aereo dell’Air Kasai (Wakudiba e Suor Olivia ci hanno potuto accompagnare con la Jeep fin sotto l’aereo) siamo ripartiti per Kinshasa. Dopo il solito viaggio aereo avventuroso (!?!) siamo arrivati all’aeroporto della capitale dove, fortunatamente, i frati ci hanno fatto trovare sulla pista un’auto per Padre Germano che, una volta a casa al Quartier Kintambo, abbiamo cercato di convincere dell’opportunità di anticipare il nostro ritorno in Italia, previsto per il 2 settembre. Alla fine abbiamo deciso di rinviare la decisione a dopo la visita del neurologo.
La sera alle 18,00 il medico è arrivato e, dopo una lunga visita, non ha potuto darci grosse novità: se avevamo intenzione di restare ancora a lungo, lo avrebbe ricoverato per fare una serie di accertamenti; se invece il nostro ritorno era previsto a breve termine, anche lui consigliava di cercare di anticipare il viaggio.
La mattina dopo, giovedì 25 agosto, ci siamo quindi recati all’agenzia dell’Air France per vedere se c’erano posti disponibili su voli precedenti quello che avevamo fissato per la serata del 1° settembre. Inizialmente ci è stato risposto che era tutto prenotato fino alla fine di settembre; poi, dopo varie ricerche, la ragazza ci ha detto che si erano appena liberati 3 posti per il volo di quella sera stessa alle 21,00. A quel punto anche Padre Germano si è arreso, voleva dire che era destino che noi anticipassimo la partenza!
Saltava il nostro appuntamento con gli adottati di Kinshasa, saltava la possibilità di acquistare materiale da poter poi utilizzare per le nostre (plurale maiestatis?!?!) mostre missionarie, saltava la possibilità di trascorrere ancora qualche giorno nella nostra amata Africa...
(Continua)
Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Agosto 2005
"A VOLTE RITORNANO"
(V parte)
di Roberto Scaccia
Preparati e portati di corsa i bagagli all’Agenzia dell’Air France per anticipare i tempi di imbarco, siamo tornati a “casa” ed abbiamo avuto la possibilità di incontrare Padre Marcellino e due suoi amici di San Marino, anche loro in viaggio nella Repubblica Democratica del Congo.
Nel tardo pomeriggio abbiamo dato gli ultimi saluti e ci siamo recati all’aeroporto. A Kinshasa, specie sulla strada verso l’aeroporto, esiste un traffico che ha dell’incredibile, ad iniziare dalla qualità delle auto viaggianti. Ogni volta che mi ci trovo in mezzo, penso che siano tutte balle quando ci dicono che le auto che noi restituiamo vengono rottamate. Secondo me vengono portate in paesi dove possano avere una “nuova vita”!!! E quelli che citano il traffico di Napoli come “esempio” di traffico caotico e indisciplinato, non si sono mai trovati nel caos di Kinshasa. A confronto anche il guidatore italiano più spericolato e più scorretto va considerato un “chierichetto”!!!
Giunti, grazie a Dio, all’aeroporto, è iniziato il nostro viaggio di ritorno.
Un’attenzione particolare merita il nostro scalo all’aeroporto di Parigi. Lungi da me la volontà di generalizzare, ma se volevo avere idea di cosa fosse il “razzismo” e la “burocrazia”, ho potuto sperimentarlo sulla nostra pelle all’arrivo nella capitale francese.
Il lungo viaggio in aereo non aveva certo migliorato le condizioni di Padre Germano che, al nostro arrivo a Parigi, si trovava ormai nella quasi impossibilità di camminare. Della situazione si è accorto un dipendente dell’aeroporto (venuto ad aspettare alcuni bambini che avevano viaggiato da soli) che, telefonicamente, ha avvisato il competente ufficio chiedendo l’intervento di una carrozzella e di un addetto all’accompagno dei malati. Ma gli è stato risposto che, non avendo ricevuto alcuna comunicazione dall’aereo alla sua partenza da Kinshasa, non erano autorizzati ad inviare alcuno. Se proprio c’era necessità, l’interessato doveva recarsi presso i loro uffici e fare una richiesta scritta.
Chi ha avuto contatti con l’aeroporto di Parigi sa che le distanze sono enormi e quindi risultava più semplice cercare di arrivare al terminal dove avremmo trovato la coincidenza per Roma. Ci siamo organizzati in qualche modo, con Elda che accompagnava Padre Germano ed io che mi ero accollato i vari bagagli a mano.
Ma il nostro tentativo è stato un vero calvario per Padre Germano e quindi, indirettamente, per noi: compiere pochi passi alla volta e con molta fatica, fermandoci spesso per farlo riposare; provare a chiedere che ci dessero anche solo una normale sedia da ufficio con le rotelle, assicurando che avremmo provveduto a riconsegnarla, ma niente da fare; perdere, chiaramente, la nostra coincidenza; accorgersi che, per aiutare Padre Germano a scendere dal pullman che ci aveva accompagnato nei nostri spostamenti, vi avevo lasciato il mio bagaglio a mano (poi fortunatamente ritrovato grazie all’aiuto delle sole 2 persone gentili incontrate in quell’aeroporto); con il mio francese approssimativo spiegare con molta difficoltà, ad un ufficio dell’Air France, che avevo perso il mio bagaglio a mano e chiedere nuovi biglietti aerei, e rendermi conto che l’impiegata che era insieme a quella a cui mi ero rivolto, rimasta libera per tutto il periodo dei miei sforzi linguistici, conosceva e parlava perfettamente l’italiano, ma si era guardata bene dall’intervenire in mio aiuto; scontrarsi con l’intransigenza di un’altra impiegata che, malgrado l’intervento di 2 persone squisite (ripeto: le uniche incontrate), a momenti rischiava di farmi perdere, oltre la pazienza, anche la voglia di recuperare il mio bagaglio smarrito; riuscire a “trovare”, grazie ad Elda, una carrozzella dell’aeroporto incustodita, ma vedersela requisire dopo poca strada perché non avevamo le necessarie autorizzazioni ed accompagnatori; riprendere a fatica il nostro cammino verso il nuovo terminal, utilizzando anche un carrello del trasporto bagagli per non far stancare troppo Padre Germano (con lui che, malgrado la sofferenza, riusciva a scherzare con i bambini che si facevano spingere dai propri genitori su un carrello ed erano meravigliati che un uomo grande e grosso si divertisse allo stesso modo!!!); dover abbandonare quasi subito il carrello perché non trasportabile oltre il controllo elettronico; rischiare di perdere anche il nuovo aereo perché Padre Germano non ce la faceva proprio più; incontrare uno degli addetti al trasporto malati su carrozzella ma, benché avesse visto le condizioni di Padre Germano, sentirsi rifiutare il suo intervento, anche solo per i 50 metri che ci separavano al traguardo del nostro aereo, perché non avevamo le previste autorizzazioni!!! Un vero calvario!!!
In 54 anni di vita, non ho mai fatto a botte né ho mai alzato le mani su qualcuno, ma vi assicuro che tanti personaggi incontrati in quell’aeroporto sembravano togliermele dalle mani!!! Tanto più che è stata netta la sensazione che la scarsa attenzione del personale francese era provocata dal fatto che eravamo italiani!!!
E qui ho commesso un grande errore: “incazzato” nero (non esiste altra parola che possa esprimere bene il concetto), non ho messo addosso le mani su qualcuno, ma mi è sfuggito: “L’Africa? No, non è dove ho sempre saputo che fosse, ma qui, in Francia, nella nostra ‘civilissima’ Europa!!!”.
Chiedo umilmente scusa della mia frase, perché in quel momento non mi sono reso conto che l’offesa non la stavo rivolgendo né alla Francia né all’Europa, ma proprio all’Africa!!!
Che differenza con quanto accaduto a Tshikapa, con le autorità dell’aeroporto che, pur senza preavviso, hanno permesso alla Jeep di accompagnare un malato fin sotto l’aereo; con quanto accaduto, di ritorno da Tshikapa, a Kinshasa, con un facchino salito sull’aereo pronto ad “incollarsi” Padre Germano sulle spalle per non farlo stancare troppo e con una macchina dei frati fatta entrare fin sulla pista per trasportarlo all’esterno; con un incaricato dell’aeroporto di Kinshasa che, alla nostra partenza e senza poi chiedere alcun compenso, si è attivato, senza che nessuno glielo chiedesse, per recuperare una sedia a rotelle, sgangherata, senza una rotella, ma che è servita ad accompagnare Padre Germano fin sotto l’aereo dell’Air France!!!!!
Che cosa intendiamo per civiltà, la tecnologia avanzata o l’attenzione verso l’uomo, verso le sue necessità? Non sono io a dover dare una risposta, ognuno è libero di dare la propria, ma cerchiamo di essere attenti quando usiamo le parole e cerchiamo di conoscerne a fondo il vero significato.
Quando ho iniziato a scrivere questo articolo, avevo intenzione di parlare anche della scommessa che è ogni viaggio aereo in Africa, con la necessità di farsi il segno della croce ogni volta che si sale su una “carretta” del cielo (quanti rosari recitati durante i vari voli interni!!!) e sperare che non decida di cadere proprio quel giorno!!! Ma dopo aver rivissuto, anche a tanta distanza di tempo, queste ultime peripezie, vi confesso che mi spaventerebbe di più rivivere quest’ultima esperienza che azzardarmi a salire su un aereo congolese.
A proposito, su circa 57 linee aeree volanti (quando ci riescono) in quel paese, l’Europa ha vietato il volo sui nostri cieli a ben 50 di esse e, probabilmente, delle altre 7 non ha alcuna notizia!!! E in questo modo abbiamo risolto anche il problema della sicurezza degli aerei: l’importante è che non abbiamo problemi noi, se gli aerei cadono nel loro territorio a noi non è che interessi più di tanto!!! Qualcuno ha saputo che, poco dopo il nostro ritorno, nelle sole giornate che vanno dal 5 al 9 settembre 2005, sono caduti 4 aerei, con passeggeri a bordo, nella Repubblica Democratica del Congo? A Frosinone si dice: “Occhio non vede, cuore non duole”. Affari loro!!!
Mi è rimasto di spiegare il titolo di questo articolo: “A volte ritornano”.
Quando Padre Ennio mi ha chiesto di fare un resoconto del nostro viaggio, subito mi è venuto in mente questo titolo, ma senza saperne il vero motivo. Poteva significare tante cose: malgrado gli aerei, siamo riusciti a ritornare! Oppure che siamo riusciti a fare un altro viaggio in quei luoghi tanto amati.
Ma dopo la morte di Padre Germano ho avuto ben chiaro il suo significato: il titolo era riferito a lui. Sapevo, come lo sapeva lui stesso, come lo sapevano Elda e tutte le suore che ci hanno salutato con le lacrime agli occhi, che quello di agosto 2005 sarebbe stato il suo ultimo viaggio in Congo. Ma ho sempre continuato a sperare che il suo sogno potesse divenire realtà: riuscire a tornare a svolgere il suo mandato nel suo mondo, tra la sua gente.
Così non è stato, ma sono sicuro che adesso Padre Germano è in cielo e, probabilmente, ha un compito ben preciso: accogliere tutti quei bambini africani che, grazie anche all’indifferenza del mondo “civilizzato”, continuano a morire di fame, di miseria, di malattia!!!
Copyright © 2008 Carmelitani Scalzi
- l’allegria delle ragazze del Foyer Social, scuola di cucito, pronte nell’apprendere ciò che viene loro insegnato ma anche a dare un saluto “caloroso” ai visitatori ed a interrompere le lezioni (con il consenso delle insegnanti) per farsi immortalare in una foto ricordo;
- il momento del controllo del peso e quello delle vaccinazioni dei bambini, con gli infermieri che rimproverano le mamme richiamandole ad un rispetto più attento dei tempi di richiamo delle vaccinazioni;
- il viaggio in Jeep all’interno del territorio della missione, con l’estrema povertà di questa zona che contrasta con le antenne dei ripetitori telefonici a far bella mostra di sé, magari a stretto contatto con le povere capanne in fango;
- la festa con gli adottati di Tshikapa. La gioia e la freschezza di questi bambini, ancora capaci di “vergognarsi” quando vengono messi “in primo piano” e, per i più piccoli, il gesto visto più volte nel corso dei miei viaggi: coprirsi gli occhi con il dorso delle loro manine, come se il non vedere le persone che stanno loro davanti potesse farli sparire dalla vista di tutti;
- il contatto quotidiano con i bambini del centro nutrizionale. Il loro pasto viene distribuito intorno alle 12,00 ma, per evitare di far tardi e non avendo di meglio da fare, si presentano ogni mattina verso le 8,00 con i loro recipienti variegati, sempre pronti a sottoporsi alla “tortura” della foto con l’uomo bianco o degli scherzi di padre Mario.
Tutti momenti che si stampano in modo indelebile nel mio cuore e che mi impediscono di dimenticare anche uno solo dei visi incontrati in quei momenti.
Comunque dobbiamo pensare al nostro rientro a Kananga. Il 13 ottobre ci avviamo all’aeroporto di Tshikapa pronti anche ad effettuare un giro più lungo, passando cioè per la capitale Kinshasa, da dove è più facile trovare un aereo per Kananga.
Ma in Congo bisogna imparare a fidarsi poco dei programmi ed a improvvisare. Arrivati all’aeroporto, infatti, ci avvisano che nel pomeriggio è previsto un aereo per Kananga e ci viene anche assicurato che non sarà l’Antonov utilizzato nel viaggio di andata. Non è che ci si possa fidare poi molto. Comunque, dopo essere tornati alla missione, nel primo pomeriggio torniamo all’aeroporto. La vista del “catorcio giallo” in bella mostra sulla pista (!?!) ci fa rizzare i capelli in testa, anche i pochi di padre Mario. Ma ci viene confermato che non è il nostro aereo, che deve ancora arrivare da Kananga trasportando una personalità governativa.
Devo confessare che mentre guardo imbarcarsi le persone che viaggeranno con l’Antonov, con una punta di sollievo personale cerco di immaginare i loro volti stravolti all’arrivo (a Dio piacendo) a Kananga!!!
Finalmente arriva il nostro aereo, nuovo (un Fokker?), dove ci offrono addirittura una bibita ed alcuni dolci locali!!! Ma quello che mi colpisce di più è un’altra cosa. Con noi viaggiano anche dei detenuti accompagnati dai loro guardiani. La loro magrezza è impressionante, occupano in 3 i piccoli sedili da 2 posti. E questo mi fa ricordare quanto riferitomi dai missionari fin dal primo viaggio: il carcere è un qualcosa di indescrivibile, con una situazione certa. Se uno ha qualcuno che si preoccupa per lui, forse riesce a mangiare qualcosa. Per gli altri non resta che tirare la cinghia!!!
Con quest’altro “macigno” nel cuore atterriamo, dopo averne perso la speranza, a Kananga.