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fossero tutti profeti

Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Luglio-Agosto 2009

 

“Fossero tutti profeti…”

(I Parte)

di Manuela Rea

 

Dal messaggio del 29 giugno di papa Benedetto XVI per la giornata missionaria mondiale emerge l’invito a rinvigorire l’impegno del mandato missionario che Cristo ha affidato ad ogni battezzato per fare suoi discepoli tutti gli uomini: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura…” (Mc 16, 15).

Nonostante fossi consapevole che l’annuncio della buona novella non è esclusivo di chi parte ma compito ed impegno di ognuno di noi, ho sempre portato nel cuore il desiderio di una esperienza di volontariato missionario nella Repubblica Democratica del Congo, una simpatia per quella terra che nasce da quando, ancora bambina, fra Giovanni Caterina, missionario nell’allora Zaire, ogni volta che tornava in Italia veniva a farci visita. I suoi racconti, la sua testimonianza, le sue lettere e in particolar modo la lettera diario di cui mi ha fatto dono e nella quale per iscritto mi racconta vita morte e miracoli della vita e realtà congolese dal gennaio 1998 all’agosto 1999, mi hanno sempre incuriosita e fatto sperare, forse senza crederci veramente, che prima o poi sarei andata. Nel tempo questa simpatia, come spesso accade nei rapporti di amicizia, si è tramutata in un vero sentimento d’amore per il “mio” Congo che mi è stato contagiato da altre persone che ho conosciuto negli anni e che hanno riservato e tuttora riservano, parte della loro vita e del loro tempo per questa nobile causa: la missione in terra congolese sia da lontano che in loco.

Dopo tanta attesa per impegni di studio prima e di lavoro poi, quest’anno mi è stato concesso il privilegio di ravvivare la passione per la missione ad extra mediante questo viaggio che mi ha dato oltre la possibilità di tastare con mano la desolante, cruda, drammatica realtà, quella di far visita ai frati carmelitani ed alle care suore carmelitane di San Giuseppe che come altri “operano, si affaticano, gemono sotto il peso delle sofferenze e donano vita”.

Mai come ora posso capire quanto vero sia il pensiero che il Papa esprime nel suo messaggio.

Il loro tempo è completamente messo al servizio dei poveri e degli emarginati, quindi completamente assorbito, a parte quello riservato alla preghiera, dalle necessità altrui soprattutto là dove si trovano centri sanitari e nutrizionali. È così che donano vita privilegiando nel loro servizio coloro che tutti rifiutano o dimenticano. Struggenti emozioni si provano per la cura che mostrano nei riguardi dei bambini malnutriti, di chi è malato, di chi arriva tramortito dopo chilometri e chilometri di viaggio a piedi con la speranza di guarire. Per loro non c’è, come da noi, la possibilità di scandire la giornata secondo tempi ben precisi, tutto è relativo come pure non esiste non rispondere ad un fratello che arriva, secondo il nostro galateo, “nelle ore più impensate…”. Si è sempre pronti, non si disturba mai!

La loro fatica mentale e fisica, a fine giornata non è misurabile… solo raggiungere con la macchina il mercato o sbrigare un servizio in città richiede tanto tempo e tanta, tanta pazienza, perché c’è sempre qualcosa che non va… quello che noi riusciremmo a risolvere nel giro di due ore richiede tutta la mattinata, se va bene. Ed è nel silenzio più profondo e nell’affidamento al Signore che vivono i disagi, le preoccupazioni, le ansie di possibili saccheggi (durante la nostra permanenza, di notte è stata derubata una donna che vendeva le banane e sono stati saccheggiati due conventi delle suore diocesane). E che bello vedere comunità religiose giovani anche dal punto di vista anagrafico che nella gioia scelgono di lavorare nella vigna del Signore per portare avanti l’opera della salvezza ed accendere nel volto di ogni fratello, anche se tra contraddizioni e sofferenze, la speranza di una vita nuova. Lungi da me pensare che sia una prerogativa di chi scelga di andare lontano. Nel suo messaggio il Papa ricorda, espressamente e con insistenza, che è un dovere di tutti i battezzati: “la missione della Chiesa è quella di contagiare di speranza tutti i popoli: per questo Cristo chiama, giustifica, santifica e invia i suoi discepoli ad annunciare il Regno di Dio, perché tutte le nazioni diventino Popolo di Dio…. Annunciare il Vangelo deve essere per noi, come già per l’apostolo Paolo, impegno impreteribile e primario…. La Chiesa universale si sente responsabile dell’annuncio del Vangelo di fronte a popoli interi. Essa deve continuare il servizio di Cristo al mondo”.

 Ognuno, quindi, si senta responsabile di questo nel posto cui è chiamato ad operare perché non si può essere cristiani e non missionari; “contagi” di gioia, di speranza il fratello che vive nel dolore, nelle tenebre, nello sconforto; collabori con il Signore perché il Regno di Dio, il regno dell’amore e della pace si stabilisca, si affermi in questo mondo e tutta l’umanità scopra la luce di Cristo e faccia esperienza dell’amore di Dio fin da ora, fin da questa terra per possedere un giorno la vita eterna: “...Voglio nuovamente confermare che il mandato d’evangelizzare tutti gli uomini costituisce la missione essenziale della Chiesa…. È in questione la salvezza eterna della persone”. E prendendo in prestito dal libro dei Numeri, “Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!”.

Chi poi ha ricevuto una illuminazione ed una sensibilità particolare riesce a curare il proprio impegno anche da lontano per sostenere le opere materiali (costruzioni di aule scolastiche, di centri sanitari, di foyer social, acquisto di tavoli, di macchine da cucire, di attrezzature sanitarie, sostentamento dei centri nutrizionali, adozioni a distanza, ecc.), e penso, dopo aver visto certe realtà, che anche quelle siano importanti! Come sarebbe la nostra vita se non avessimo l’assistenza sanitaria, l’istruzione, un pasto da mangiare? La preghiera ci basterebbe? Il corpo non si nutre forse e del pane materiale e di quello spirituale? Per chi sta bene e non manca di niente è difficile rendersi conto di quanto sia frustrante non avere l’indispensabile perché ormai ci si è abituati ad avere tutto e in maniera scontata. Per cui, secondo me, la più grande, la più vera e la più completa testimonianza di Cristo per chi si impegna, qui da noi, ad essere missionario è sì annunciare Cristo, farlo conoscere, amare e servire, ma anche sforzarsi di sensibilizzare, di lasciarsi sensibilizzare e coinvolgere nella solidarietà senza pregiudizi, senza tanti ma e tanti perché, con contributi concreti, piccoli che siano, pregare per i missionari e per le comunità cristiane impegnate in prima linea in ambienti ostili e ringraziare il Signore per essere stato fortunato a nascere in un paese sviluppato e di avere quel poco che si possiede perché c’è chi è stato più sfortunato di lui.

E proprio perché importante è anche sensibilizzare, dare idea di come, ancora nel 2009, si viva in altre terre, voglio condividere con voi i ricordi del mio recente viaggio.

 

Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Luglio-Agosto 2009

 

“Fossero tutti profeti...”

(II Parte)

di Manuela Rea

 

Ho ancora vivo, nel cuore e nella mente, il ricordo del momento in cui, con tanta ingenuità, chiesi a padre Germano di rimandare all’anno successivo il viaggio previsto con Roberto ed Elda nel lontano agosto 2005. La risposta datami con tanta serenità, “L’anno prossimo starò in pace con il Signore”, mi lasciò perplessa perché sapevo della sua grave malattia ma consideravo, e speravo, lontano il giorno del suo ritorno alla casa del Padre. Grazie al cielo partirono perché nel gennaio 2006 egli si spense serenamente, ed a me ci vollero altri quattro anni perché si presentasse la possibilità di partire.

E oggi, ad esperienza fatta, a chiunque porti nel cuore il desiderio di un viaggio nel Congo, dico con le parole di una canzone: “Se credi, chissà che un giorno non giunga la felicità, non disperare del presente, ma credi fermamente e il sogno realtà diverrà”. Ebbene sì, il mio sogno si è realizzato e con fierezza ed “orgoglio” voglio condividere con voi la mia esperienza.

Gioia interiore, entusiasmo, frammisti a grande ansia e preoccupazione per l’ignoto a cui andavo incontro, hanno scandito gli ultimi giorni, ore e secondi precedenti la partenza, e questo nonostante cercassi di imprimere nella mia mente, e fare mia, una frase che mi era capitata sotto gli occhi da diverso tempo: “Dio non chiama chi è capace ma rende capace chi chiama”.

È con questa certezza nel cuore che sono partita, insieme a padre Mario, Pietro e Roberto, nonostante qualche imprevisto di salute capitatomi qualche giorno prima della partenza. Incoscienza o lo zampino del “cosaccio” che come sempre gode del male altrui? Sicuramente il “cosaccio”... ma Dio rende capace chi chiama ed io ero certa di questa chiamata.

Nonostante la difficoltà della lingua, tutto è stato coinvolgente perché a parlare sono state le immagini di vita vissuta di quella gente provata dalla fame, dalle privazioni, e che può lottare esclusivamente per la sopravvivenza.

Il primo impatto è all’aeroporto di Kinshasa: tanti controlli burocratici, tanta gente in divisa, molta della quale non so che funzione avesse ma comunque lì presente a fare scena. Giungiamo nel grande locale adibito al ritiro dei bagagli: tanta gente, tanto caldo, vetri tutti chiusi, gran confusione, facchini che si litigano le valigie da portare. E mentre padre Mario e Roberto cercano di recuperare le nostre, io e Pietro ci gustiamo l’inizio della pellicola che di lì a poco si dipanerà ai nostri occhi.

Ad attenderci fuori ci sono suor Yvonne e padre Roger, felicissimi di abbracciarci e darci il benvenuto. E mentre ci avviamo verso la Jeep, ecco che alcuni facchini trasportano le nostre valigie senza un minimo di delicatezza. Vedere la suora che li rincorreva, facendo lei lo sforzo di alzarle per scendere gli scalini e le sue parole “faitez doucement, faitez doucement”, scatenano dentro di me il riso, ed intuisco che, per la nostra mentalità europea, molte assurdità sarebbero emerse in questo viaggio.

La strada che percorriamo è illuminata a tratti (sono le18,30 ed è già notte); c’è un traffico allucinante, quando scorre è un continuo sorpassare a destra ed a sinistra, bus (o qualcosa che vi somiglia!) stracolmi di persone con sportelli mezzi aperti per il troppo carico e per il fatto che comunque non funzionano; clacson che suonano all’impazzata per intimorire i pedoni; catorci di macchine abbandonate, chissà da quanto tempo, lungo i margini della strada; donne e bambini che attraversano come razzi anche nelle zone più buie. In alcuni punti è come essere da noi ad una festa di paese: baracche illuminate (i nostri bar), musica ad alto volume e tanta, tanta gente.

Proseguendo così, arriviamo nel quartiere dove c’è il convento delle suore, e qui inizia il dramma delle “strade” di sabbia battuta. Giungiamo sotto un ponte dove scorre, nonostante la stagione secca, un bel ruscello. Ma tutto pensavo fuorché si dovesse attraversare con la Jeep. Mi aggrappo al braccio di suor Yvonne (siamo ambedue sedute nel sedile davanti), temo e rido allo stesso tempo! Ma non finisce lì, la strada di sabbia battuta è completamente erosa, è un continuo traballare, con pendii resi sassosi dalle piogge che hanno spazzato via la sabbia. E la mattina alle cinque già tanti calciatori o semplici spettatori a fare confusione sul campo sportivo che si trova di fronte al convento, pronti a dare inizio ad un torneo: non si dorme più!

Caos totale, sporcizia, aria inquinata dal fumo dell’immondizia bruciata, strade impervie, questi gli elementi che mi colpiscono al mio arrivo, forse perché mi ero fatta un’idea completamente diversa della capitale.

Ma fortunatamente mi è bastato poco per andare oltre queste cose, mi è bastato iniziare a guardare con gli occhi del cuore e ragionare liberandomi dei nostri schemi mentali. Solo così sono riuscita ad entrare in pieno contatto con l’Africa più vera.

A colpirmi allora... l’estrema povertà e miseria innanzitutto, da cui scaturisce tutto il resto. Potrei elencare all’infinito cose di cui quella gente non dispone, ma mi limito a citarne alcune, forse quelle di cui noi, probabilmente, non riusciremmo proprio a fare a meno: acqua, luce e cibo.

Colpiscono allora le donne che vanno a fare il bucato presso sorgenti che distano chilometri e chilometri dalla loro capanna; quelle che vanno a lavarsi nei fiumi; quelle che, con un bambino “in groppa” portano bagnarole o taniche in testa per portar via un po’ di acqua per farne uso nel piccolo ambiente domestico (naturalmente senza possibilità di depurarla); i bambini che, benché piccoli e denutriti, collaborano in questo nonostante l’immane fatica che la cosa comporta; i carretti stracolmi di taniche e spinti a fatica a mano da coloro che, per un piccolo compenso, sono incaricati da qualcuno ad andare a comprarla in una fonte pubblica al prezzo dei nostri 4-5 centesimi a tanica.

E che dire della luce, della corrente elettrica? Come riusciremmo noi a farne a meno? E la TV? E il computer? E la Play Station? Ed il frigorifero? Mentre nei villaggi più piccoli ed isolati la giornata finisce con il tramonto del sole, in quelli più grandi la vita continua anche oltre ed è veramente suggestivo attraversarli e vedere, per i viottoli, piccole bancarelle illuminate da una fioca lampada a petrolio, come diventa particolare anche sentire il suono metallico che, per farsi individuare, produce chi vende petrolio.

Altra nota dolente: il cibo. Chi è fortunato mangia una volta al giorno e sempre la stessa cosa, il fufù, una specie di polenta fatta con farina di mais e di manioca. Inizialmente ho fatto fatica a credere a questa “assurdità”, ma l’osservazione diretta mi ha convinto e mi ha “scandalizzato” ancora di più pensando alle nostre tavole imbandite, ai nostri supermercati, ai nostri sprechi, ai nostri capricci per un piatto che non ci è gradito...!

Ma, nonostante la desolazione che emerge ovunque, scopri che tutti mettono in luce valori a noi ormai sconosciuti, o forse scomparsi. Prima di tutto l’accoglienza sempre riservataci dalla gente comune. Per esempio a Tshikapa, ma non solo, al nostro arrivo ci aspettano dinanzi al convento tante donne che ballano, cantano, ci lanciano riso e borotalco, ci donano un fiore, ci fanno passare su una “guida” rossa. Per non parlare poi della calorosa presentazione dei parroci ed il saluto dei parrocchiani, che fanno a gara per venire a darci la mano ed il benvenuto, tutti ci accerchiano, i bambini non ci lasciano respirare, inseguono la nostra Jeep, vorrebbero non lasciarci mai, nei loro occhi si legge una gioia indicibile, tutti vorrebbero toccarci. Le loro emozioni mi fanno ricordare le mie quando mi vedevo passare ad un palmo di distanza Giovanni Paolo II.

 

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Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Luglio-Agosto 2009

 

“Fossero tutti profeti...”

(III Parte)

di Manuela Rea

 

E cosa dire del diritto alla salute negato in Africa?

Nei villaggi della brousse e della savana nessuno sa cosa sia un medico o un ambulatorio sanitario, per cui o si decide di incamminarsi a piedi per giungere, a volte dopo giorni, nell’ambulatorio più vicino con la speranza di guarire, o si resta nel proprio villaggio, sperando che Dio la mandi buona, perché anche una semplice diarrea, un parto, possono risultare fatali.

Ebbene sì, non c’è altra soluzione... se si considera che nella brousse si vive isolati dal mondo e solo palme e terra brulla fanno da cornice alla vita di tutti i giorni. E com’è sbalorditivo scoprire con i propri occhi che anche lì bambini, donne, uomini, anziani, subiscono pazientemente la loro sorte malvagia!

Più che dirvi che il mio cuore piange e si angustia dinanzi a questo squallido scenario, non posso. Chi invece da tanti anni vive lì per scelta e per vocazione, sa dirci ancora di più, e ancora di più può commuoverci per quello che, sulla sua pelle, vive e vede giorno dopo giorno. È la testimonianza di Chiara Castellani, nata a Parma nel 1956, medico che, da tanti anni, esercita la sua professione nella savana, a Kimbau, nella regione di Bandundu (non a caso, nella Repubblica Democratica del Congo).

Le sue parole, esperienza di vita vissuta, arrivano diritte al cuore, anche perché a pronunciarle è una donna coraggiosa che ha scommesso tutto sul Vangelo, e un medico speciale, che fa i cesarei con la mano sinistra (al braccio destro, a seguito di un incidente in jeep, ha una protesi), aiutata da infermieri locali: “La croce non è di chi la porta al collo, ma di quelli che ci crepano sopra”. Ha studiato ginecologia (“Mi piaceva l’idea di far nascere bambini”) ma è stata anche chirurgo di guerra, chiamata ad amputare, estrarre pallottole, ricomporre cadaveri. Parte per l’America Latina negli anni ’80 insieme col marito, un compagno di vita e di sogni che alcuni anni dopo la abbandonerà per un’altra donna. Sognava di aiutare gli altri e si ritrova “passero con un’ala sola”. Citando don Tonino Bello, Chiara ricorda che “Dio ha creato gli angeli con un’ala soltanto perché volassero abbracciati”. È una “fedeltà a caro prezzo” quella che Dio lungo gli anni le ha chiesto, ed è davvero arduo restare fedeli a un Dio così. Ma ella non rinuncia mai alla sua sete di futuro, alla voglia di costruirne uno migliore in nome del Vangelo. Arriva così a Kimbau, in un ospedaletto abbandonato dai belgi nel profondo della foresta, dove non si sottrae al suo imperativo di dar voce ai poveri. E continua a perseguire il sogno di istituire un percorso di formazione ai diritti umani per educare le giovani generazioni del Congo al protagonismo e alla responsabilità.

Ho scoperto per caso il suo libro, Una lampadina per Kimbau, e siccome l’ho trovato particolarmente attraente, rabbrividente, commovente e calato veramente in quella realtà che ho visitato, voglio condividerne con voi alcuni stralci, con la speranza che le sue parole possano imprimersi nella nostra mente e nel nostro cuore, e possano farci sentire fortunati nonostante le croci che ciascuno deve portare.

Pag. 40: «Gli ospedali dello Stato esigono il pagamento antici­pato di qualsiasi prestazione: dalla scheda di consultazione al ricovero, fino all’ultimo farmaco, sempre carissimo. I pa­zienti operati, per poter essere medicati, devono acquistare garze e cerotti. Con salari che consentono a stento di mangiare fufu una volta al giorno, la malattia di un congiunto è una spesa insostenibile.

È morto, sul marciapiede antistante l’ospedale di Kinsha­sa, un giovane con un’ernia strozzata di parecchi giorni di evoluzione. La mancanza di soldi per pagare l’intervento lo aveva costretto a posticipare il ricovero fino a giungere allo stadio di cancrena intestinale. Un ragazzo di sedici anni è giunto in ospedale con un’appendicite acuta. I genitori non avevano i soldi per pagare l’intervento. Per raggranellarli ci hanno messo tre giorni e, quando il ragazzo è stato finalmen­te operato, il martedì successivo, l’appendicite era già diven­tata peritonite. È morto dodici ore dopo l’operazione.

Mentre la denutrizione cronica rende fatale una banale diar­rea, la mancanza di soldi spinge le madri a posticipare la ri­chiesta di cure mediche finché il bambino è all’estremo della disidratazione o in coma malarico. Nel mese di stage, trascorso nell’ospedale della capitale, ho visto morire bambini come mo­sche, anche due o tre per notte, ma anche due ragazzi della mia età per tetano. Vaccinarsi in Zaire è possibile soltanto se si pa­ga. Anche la trasfusione è a pagamento, contro tutte le leggi internazionali. Qui vige il commercio del sangue. Il trattamento contro la tubercolosi, gratuito negli altri paesi, grazie anche ai fondi dell’OMS, è totalmente a carico dei pazienti».

Pagg. 86-87: «Quando sua zia, maman Cécile, me lo ha portato con le la­crime agli occhi, era ormai incapace di parlare, apriva a sten­to l’occhio destro, la rima buccale stirata a destra da una smorfia di profondo dolore, dall’orecchio sgorgava del pus. Come salvarlo? Avrei avuto bisogno di Rocefin per penetrare la barriera emato-encefalica e uccidere il microbo che gli sta­va lentamente mangiando il cervello. Ma non avevo nemme­no più del Cloramfenicol iniettabile perché a Kinshasa da me­si troviamo solo prodotti indiani e cinesi di qualità scadente. Avevo soltanto della penicillina cristallina. Ho fatto tutto quello che ho potuto. Dopo una settimana di lotta per strap­pare Chorra al microbo che gli distruggeva il cervello, il sa­bato ha recuperato la coscienza: non parlava, ma ha aperto entrambi gli occhi e mi ha guardata dal profondo della sua sofferenza con uno sguardo che non dimenticherò mai. Vole­va dirmi addio? La stessa notte è stato colto da una dispnea intensa e ci ha lasciati per sempre. L’ho rivisto durante la cerimonia funebre: il volto smagri­to, senza più la smorfia di dolore, identico a quello di suo pa­dre. Poi i compagni di scuola hanno caricato la cassa di legno sulle spalle, si sono legati sulla fronte una benda bianca con su scritto “Addio Chorra” e hanno fatto il giro della missio­ne, intonando il canto di morte. Anch’io gli ho detto “Addio Chorra” e, mentre accompagnavo la bara verso il cimitero, gli ho chiesto perdono per non avercela fatta a salvarlo, a strapparlo a quella morte assurda. Gliel’ho chiesto piangen­do. Da allora non ho più visto papà Louis. Si è chiuso nel suo dolore, nessuno osa disturbarlo. Ma venerdì la comunità di base andrà nella sua capanna a pregare.

Sono accadimenti che mi scoraggiano profondamente. Sono momenti nei quali vorrei scappare e arrendermi alla mancanza di medicine, di possibilità di cure, di strumenti sa­nitari. In cui ancora una volta mi sento lacerare da quella as­soluta mancanza di diritto alla salute, a essere curati, che ogni giorno provoca morti e tanta sofferenza. Ma poi accade sempre qualcosa che mi aiuta ad andare avanti, a risalire in superficie. A percepire che dietro a questi drammi c’è co­munque sempre Lui, che non scappa, che rimane inchiodato alla croce dei suoi figli».

Pag. 114: «Buhika è magra come un chiodo. L’ho pesata ieri, non arri­va ai trentacinque chili, ma la febbre è cessata e per lei final­mente il pronostico è sciolto. Aveva partorito al villaggio, chi l’ha assistita, una maman senza alcuna preparazione, aveva fatto sul suo ventre pressioni inconsulte. Il bimbo, primoge­nito, è nato morto, e lei ha subito lacerazioni interne gravi, ma il suo villaggio è molto lontano dall’ospedale. È arrivata cinque giorni dopo il parto in setticemia, itterica, le labbra pallidissime. Non speravo di salvarla, anche se l’abbiamo ca­ricata di penicillina e gentamicina. Invece Buhika ce l’ha fatta: adesso ride, scherza, mangia, la febbre non c’è più, si sente soltanto un po’ debole. L’opprime il rimpianto di quella ma­ternità mancata. Con tutto quello che le è accaduto non ho al­cuna certezza che potrà avere altre gravidanze. Per una don­na africana l’incapacità di partorire è una umiliazione, che può pagare con l’abbandono del coniuge».

Mi sembra di essere lì insieme a lei, a guardare quelle realtà che possono sembrare “troppo romanzate” a chi non ha mai toccato con mano.

E allora... con quale coraggio fuggire per indifferenza o, per il semplice fatto di credere che bastano i “nostri” poveri da aiutare; giudicare pazzi coloro che, “al freddo e al gelo”, con la pioggia, con il sole cocente, portano avanti l’impegno preso, consapevoli che bastano 50 centesimi del nostro denaro per provvedere di un pasto giornaliero bambini denutriti ed “affamati”; “bofonchiare”, dire: “Non si saziano mai” (come se quello che si fa fosse fatto per se stessi); o ancora sentirsi “importunati” se persone di buona volontà, in nome di Cristo, propongono attività volte a “racimolare” quel minimo che ognuno può (e che, sull’esempio del Cristo dovrebbe sentirsi “obbligato” a donare!) e che di certo non riesce a colmare le necessità di tutti e a risolvere anche la corruzione che sappiamo essere in quei Paesi, ma, quanto meno, permette, a chi ha la fortuna di usufruire di questi aiuti, di avere una possibilità in più di sopravvivere!!!

 

 

Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Luglio-Agosto 2009

 

“Fossero tutti profeti...”

(IV Parte)

di Manuela Rea

 

Tra i momenti più belli che porto nel cuore, ci sono quelli vissuti a stretto contatto con la gente, come quella che dopo la messa si affollava intorno a noi per salutarci. Tante donne, tanti bambini a darci la mano e con cui scambiare una semplice parolina: “bonjour”. Un po’ più sospettosi e defilati gli adolescenti che, come da noi, sono nel periodo dell’opposizione e della mancanza di fiducia.

Ed era sempre così: “bonjour”, una stretta di mano, un pizzicotto o una carezza a quei bambini dagli occhioni espressivi e dai capelli corti e ricci. Quando ormai stavano diventando gesti sempre più calorosi ma anche ripetitivi, ecco una donna distinguersi, rendendo il luogo ed il momento meno abitudinario, particolarmente significativo.

Era domenica mattina nella Parrocchia Nôtre Pére, dopo la messa delle 6.30 (quindi potevano essere le 8.30/9.00 del mattino). Ricordo che aveva le mani molto fredde, comprensibile se si considera che la temperatura si avvicinava a quella che noi abbiamo nelle mattine di settembre e non aveva di che coprirsi. Si avvicinò e mi chiese “Comment ça va?”, ed io “Ça va bien, et vous?”; e lei “Ça va un peu”, ed io “Pourquoi?”, e lei “Parce que ici nous souffrons beaucoup”!

La risposta che mi diede, inizialmente inaspettata, mi fece restare di stucco e senza parole, e di colpo quello che pensavo fosse per loro un modo di vivere normale, accettato ed accettabile, si rivelò all’improvviso falso.

A ripensarci ora, fui veramente ingenua a pronunciare quel mio “Pourquoi?”, proprio perché l’evidenza dei fatti parlava chiaro e, tra l’altro, ogni attimo mi chiedevo come fosse possibile vivere una vita in quei luoghi. E poi, da che mondo è mondo, è risaputo che le donne, non solo in Africa ma anche in tante altre parti del mondo, vengono sfruttate, maltrattate, da persone che spesso hanno un atteggiamento duro, violento nei loro confronti. Basti pensare solo al fatto che spesso non hanno la facoltà di scegliere il loro “compagno di viaggio”, che viene loro imposto sulla base della dote più alta che viene offerta alle famiglie; che vengono ripudiate se sterili o se, magari dopo aver partorito già sette figli, non riescono ad averne altri; che sono le vittime principali di gravi malattie (si pensi solo a quelle che possono contrarre per punture di insetti andando a prendere l’acqua); che sono spesso vittime di abusi, di violenze da parte dell’altro sesso e che vengono spesso rifiutate anche dalla propria famiglia se sono state violentate; che sono loro a lavorare i campi e si preoccupano di come nutrire la numerosa prole; che benché malate hanno sempre i loro bimbi in braccio, che benché malate percorrono chilometri e chilometri, che benché affamate pensano sempre prima a sfamare i piccoli e poi, eventualmente, a mangiare anche loro un pugno di fufu.

Ogni volta che con il pensiero torno a quelle giornate trascorse in Congo, immancabilmente s’impongono prepotenti flash che hanno per protagoniste le donne ed i bambini, mi sembra di fiutarne ancora gli odori, di penetrarne gli sguardi, di sentire le loro voci ed i loro canti, di ammirarne le stupende ed uniche acconciature, i colori forti e vivaci dell’unico vestito della festa: un campo di fiori variopinto quando si ritrovano tutte insieme.

Ciò che mi ha stupito in modo istantaneo in quelle donne è stata la loro forza fisica, che mostrano in tutto. Le vedi lungo le strade percorrere a piedi grandi distanze, anche 25-30 chilometri ogni giorno, con in testa sacchi stracolmi di tshiteko o matamba (verdure), di carbone, di farina, di mais, o conche piene di ananas, di banane, di un misto di checchessia, oppure taniche di acqua, lunghi pali, fascine; le vedi nei campi alle prese con due piccoli ed unici strumenti di lavoro, la zappetta o il machete (spesso i campi si trovano lontani per cui escono di mattina presto e rientrano all’imbrunire, con l’impegno di preparare, quando possibile, un piatto di fufu alla prole lasciata da sola a “fare la guardia” alla piccola e vuota capanna); le vedi pestare pazientemente nel mortaio i tuberi di manioca per ricavare la farina con cui poi preparare il fufu (io ho provato solo per alcuni secondi e… che fatica!); le vedi tramortite nei centri sanitari, distese per terra perché malate ed in attesa del loro turno, da sole quando va bene, altrimenti con un bebè in arrivo ed un altro sulla schiena!!!

Altri momenti forti li ho provati visitando le maternità dove le donne, le più fortunate, arrivano per partorire portandosi dietro il poco che hanno (qualche straccio, una vecchia tutina rimediata chissà dove, un pezzo di sapone giallo), l’essenziale, quando lo hanno; e ancora, ammirando la bellezza dei neonati, chiari di carnagione e con i capelli neri neri, ricci ricci e soffici come la lana, ignari di ciò che li attenderà: una vita ingiusta e crudele; e poi il momento in cui escono per tornare nel villaggio di appartenenza: un corteo di donne danza e canta lungo il tragitto per inneggiare al nuovo bebè, che viene portato in braccio dalla nonna, accompagnando lui e la sua mamma alla loro capanna. Quanta luce traspare dai loro volti, quanta energia dai loro movimenti, dalle loro voci.

Una carica enorme, una carica che emerge anche nei canti che animano la messa e che fanno tremare tutto, sembra che sia l’unico modo per dare voce alla propria dignità di uomo e di cristiano. D’altronde cos’altro hanno di bello che le faccia gioire? Niente! Solo la musica, il canto, la danza nelle vene... e ti trasportano così tanto che vorresti che il tempo si fermasse, che qualcuno desse veramente e finalmente voce alle loro preghiere, suppliche e bisogni, e che l’indomani la pellicola girasse un nuovo film che veda esplodere tutti quei talenti che hanno per risollevare le sorti del loro martoriato Paese. Altro che le nostre comunità sorde, fredde e indifferenti al servizio del canto…!

Chiara Castellani, nel suo libro Una lampadina per Kimbau, riporta una interessante pagina sulle donne che completa ed integra il mio racconto. È un misto tra le sue riflessioni ed il discorso che, con coraggio e franchezza, le donne di un movimento congolese rivolgono alle autorità del Paese ed agli altri governanti. Che ammirevole “combattività”, quanta speranza risaltano dalle loro parole:

«Qui a Kinshasa ho incontrato le splendide e coraggiose animatrici del Movimento “Donne per la giustizia e la pace”. Proprio in questi giorni di crudeli scontri fra i soldati di Mo­butu e quelli di Kabila, hanno rivolto un drammatico appello alle autorità del paese perché pongano fine alla guerra. È un grido di dolore, un documento forte e coraggioso. Hanno scritto: “Il nostro cuore di madri e di mogli è profondamente ferito. Le lacrime non scorrono più sul nostro viso. Perché tante violenze? Perché tanto spreco di vite umane? Noi gri­diamo il nostro strazio di fronte al mondo intero. Fermatevi, basta uccidere! Lasciate scorrere la vita che nasce dentro di noi. Noi e i nostri figli abbiamo diritto alla vita, alla pace, alla felicità. La guerra, l’odio, le stragi hanno destabilizzato com­pletamente il nostro paese. Noi donne e i nostri bambini, trau­matizzate, prive di equilibrio, andiamo errando un po’ ovun­que sulla nostra terra per colpa dei regimi dittatoriali che si sono radicati nei nostri paesi d’Africa.

Avete abbandonato il nostro popolo al suo triste destino. L’avete sacrificato come una preda agli artigli di un leone. L’avete lasciato impoverito, depredato, stremato. E ora arri­viamo a una guerra in cui noi stesse e i nostri figli veniamo trascinati al massacro e all’annientamento. Voi avete dimostrato una volta di più la vostra incapacità totale di governa­re questo paese. Noi donne con il nostro cuore lacerato di madri e in nome di quel sangue che vi ha dato la vita, vi di­ciamo: È veramente troppo! E vi chiediamo: lasciate spazio ad altri che avranno amore per la nostra patria e saranno sensibili alla sofferenza di questo popolo che da tanto tempo viene umiliato.

E voi, governanti dei paesi africani, che cosa avete fatto della OUA, l’ONU dell’Africa? Avete trasformato i nostri pae­si in vostri villaggi e le nostre genti in vostri schiavi. Voi ave­te messo il nostro continente all’asta, rendendolo lo zimbello per il mondo intero. Noi, donne, in nome del sangue dei nostri figli che continua a inondare la nostra terra, vi diciamo: usate la parola e la saggezza dei nostri avi per risolvere i nostri problemi interni”.

Queste donne coraggiose e lucide hanno rivolto anche un drammatico appello ai governanti europei e nordamericani perché cessino di fabbricare le armi che uccidono la loro gente, distruggono i loro villaggi e le loro famiglie. Perché antepon­gano la cultura della vita a quella della morte, mettano la tec­nologia al servizio della pace e della costruzione di un mondo più umano. Si sono rivolte alle donne del Nord del mondo per ricordare loro il legame di speranza che le accomuna in barba a tutte le differenze, la femminilità. E hanno rivolto loro un in­vito: “In nome della vita, questo dono prezioso che il Creatore ha messo nelle nostre mani, unitevi al nostro grido di dolore. Lottate contro i sistemi politico-economici dei vostri stati che minacciano la vita ovunque si trovi, in particolare nel nostro continente. Seguendo l’esempio di tante donne della storia che si sono prodigate per migliorare la vita dei loro popoli, restia­mo anche noi determinate nella nostra lotta. Rimarremo unite a tutte le altre donne del nostro continente fin quando non ot­terremo un’Africa più giusta, più libera, più democratica, fon­data sui valori umanitari. Il Dio della storia sarà sempre con noi ogni qual volta lottiamo e lotteremo per la vita, per la giu­stizia, per la pace e la felicità di tutti”.

Riusciranno le donne congolesi a cambiare l’odio in amore, la violenza in accettazione reciproca, la guerra in pace? Non lo so, ma continuo a sognare con loro un futuro di rinascita. Una cosa è certa. Se l’Africa ce la farà a uscire dall’abisso nel quale sta sprofondando lo dovrà alle sue donne, le sole testi­moni del mistero della vita, annunciatrici della vittoria della vita sulla morte. Se il Congo un giorno sarà finalmente in pa­ce lo dovrà alle donne che a Kinshasa, a Kimbau, nelle ca­panne sperdute della savana, nei villaggi della foresta hanno il coraggio ogni giorno di ricominciare daccapo. Nonostante le morti, le violenze, le distruzioni».

Questo si augura Chiara, e con lei anch’io, e vogliamo sperare noi tutti “innamorati” del Congo.

 

(Continua)

 

Viaggio nella Repubblica Democratica del Congo: Luglio-Agosto 2009

 

“Fossero tutti profeti...”

(V Parte)

di Manuela Rea

 

Il racconto della mia esperienza in terra di missione volge al termine. Ebbene sì, di un racconto si è trattato, quello di un Africa bellissima e terribile, affascinante e sconvolgente nelle sue contraddizioni e nelle sue ferite che non rimarginano mai. E termina qui non perché siano finite le cose da raccontare (mi rendo conto di non aver saputo riferire nemmeno l’1% delle cose viste) ma perché è impossibile riuscire a trasmettere tutto nei minimi particolari senza correre il rischio di cadere nella banalità, senza infarcire il racconto di situazioni che tanto possono colpire chi le ha vissute in prima persona che, nello stesso tempo, risultare incomprensibili, assurde o addirittura ridicole a coloro che non hanno visto con i loro occhi. Come pure, credo, sarà stato vano il tentativo di avervi fatto avere la benché minima idea di cosa c’è, di cosa ho trovato in quelle terre, e lo dico per esperienza personale: prima di partire pensavo di essere abbastanza informata sulla realtà che andavo a visitare, e invece ho capito che a parole non si riesce ad imprimere dentro, far penetrare dentro di sé quello che  si vede, che si vive e che succede.

Ma cosa mi rimane di questo viaggio? Cosa ho maturato dentro di me?

Donne-moi quelque chose e Nous souffrons beaucoup, sono refrain  che risuonano continuamente nelle mie orecchie e che insieme a tutto il resto visto e vissuto hanno reso l’esperienza particolarmente significativa, la più significativa della mia vita perché vissuta con lo spirito cristiano di chi parte semplicemente per andare a far visita a chi, giorno per giorno, è impegnato a testimoniare Cristo in terre difficili e disagiate ed anche l’occasione per far sentire il nostro affetto e la nostra amicizia alle suore e ai frati che operano così lontano da noi. Ma direi anche esperienza incisiva, toccante, resa ancora più speciale dal fatto che si è trattato della prima volta, esperienza particolarmente emozionante e coinvolgente perché sono stata catapultata in una realtà cruda, desolante e completamente diversa dalla nostra, ed esperienza molto preziosa per il fatto di avermi aiutato a mettermi in discussione ed a guardare le cose con occhi nuovi.

Innanzitutto mi ha trasmesso la consapevolezza che agli imprevisti della vita bisogna dare il giusto valore e che quindi è assurdo lasciarsi rattristare da problematiche che, veramente, a confronto con i problemi di sopravvivenza, sono ridicole. Ma dalla consapevolezza alla capacità di riuscirci e quindi di lasciarsi guarire dai mali che ognuno si porta dentro, c’è comunque un abisso che richiede tempo e tempo ed impegno costante.

Mai come ora ho capito che veramente Dio guida e sostiene il mondo, altrimenti per i missionari provenienti da paesi più sviluppati sarebbe impossibile, da soli, con la loro semplice forza e volontà, adattarsi, resistere, morire a se stessi, svuotarsi di sé, dei propri sentimenti egoistici, dei propri piani quotidiani, fare propri i disagi di quei luoghi ed evangelizzare rispettando quella mentalità completamente sui generis.

La soddisfazione di aver superato quell’atteggiamento di superiorità che i primi giorni mi portava ad etichettare quella realtà come assurda, che mi spingeva a dire “Se facessero così… Se fossero così…”. Ancora la soddisfazione di aver messo da parte la mia metodicità, il mio programmare anticipatamente le cose, la capacità di essere rimasta serena anche quando mi sono resa conto che  non si sarebbe potuti uscire da soli per “esplorare”il mercato, i villaggi, o anche quando, all’ultimo momento, c’erano stravolgimenti di rotta e ancora quando la mia mentalità europea mi avrebbe fatto organizzare diversamente la giornata ed i tempi. Non credo che sia facile e alla portata di tutti raggiungere questi risultati, e non credo che chiunque possa recarsi in quelle terre! In questo, una volta tanto, voglio riconoscermene il merito…

Come anche mi rimangono i sapori, gli odori, le voci dei bambini… il calore umano, e la gioia di aver fatto una esperienza molto forte che mi ha risvegliato quelle emozioni che ognuno si porta dentro ma che in me si erano quasi assopite per la routine, la ripetitività della vita.

Grazie Signore per questo dono prezioso, il viaggio in Congo, da me tanto atteso e temuto, grazie Signore del dono dell’amicizia (nei giorni seguenti il ritorno, a causa di una puntura di zecca che mi portavo dall’Africa, è stato necessario il ricovero in ospedale, e tutti, chi da lontano con il telefono, il pensiero e la preghiera, e chi da vicino sul posto, non mi hanno mai lasciata un attimo da sola), sii Tu la loro ricompensa più grande.

Grazie Africa per avermi aiutato a riflettere e forse a capire che è più importante ciò che riusciamo ad essere piuttosto che ciò che riusciamo ad avere, che è possibile essere felici con poco, anzi con niente, che al di là di qualsiasi difficoltà ci si debba considerare fortunati  perché nel mondo c’è tanta ingiustizia e una irrimediabile povertà materiale, compensata però da una ricchezza e dignità interiori.

“Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo Spirito”, questa è la speranza che mi porto dentro perché ogni uomo, anche quello che abita il luogo più sperduto, sappia, almeno, che la vera gioia vola sopra il mondo. A che pro guadagnarsi il mondo intero se per farlo dobbiamo rinunciare alla nostra anima?

 

 

 

 
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