elaborato su Santa Teresa
COMMENTO al Libro della Vita di Santa Teresa di Gesù
Teresa di Gesù non dà alcun titolo al grosso quaderno in cui descrive la sua vita dall’infanzia al cinquantesimo anno di età (1565). Tuttavia, in una lettera a Donna Luisa de la Cerda ella chiama lo scritto “La mia anima” e in un’altra a Sr. Maria Battista lo contraddistingue come “il libro grande” in riferimento a quello piccolo delle “Meditazioni sul Cantico dei Cantici” e scrivendo a Don Pietro del Castro lo definisce: “Il libro delle Misericordie di Dio.”
Il libro della Vita viene scritto da Teresa di sua propria mano per comando del suo confessore.
La vita della Santa è scandita in tre grandi TAPPE:
* PRIMA TAPPA : dal 1515 (28 marzo) al 1536 che abbraccia il periodo familiare;
* SECONDA TAPPA : dal 1536 al 1562 che corrisponde alla vita carmelitana all’Incarnazione;
* TERZA TAPPA : dal 1562 al 1582 (4 ottobre) che corrisponde al tempo pieno delle Fondazioni del Carmelo Riformato.
Nel I CAPITOLO del Libro della VITA il Signore la invita alla virtù fin dall’infanzia. Aiuto che trova nell’esempio dei suoi genitori. Teresa assume il cognome della madre De Ahumada.
E’ sesta di 12 figli. Adolescente diventa anche lettrice di romanzi cavallereschi. A dodici anni perde la madre e chiede alla Madonna da farle da madre.
Nel II CAPITOLO parla dell’ età delicata che sta attraversando e la vicinanza della cugina dai modi leggeri, delle sue vanità di adolescente e delle prime esperienze sentimentali con uno dei suoi cugini. Il padre Don Alonso provvede a sistemarla presso il Monastero delle Agostiniane, dove rimane un anno e mezzo e conosce Maria de Briceno, che le sta molto vicino e le parla del premio che Dio tiene in conto a coloro che lasciano tutto per LUI.
Nel III CAPITOLO Teresa recupera presto la pietà perduta, che anzi si intensifica fino all’affiorare dei primi germi di vocazione religiosa. Ma presa da una grave malattia deve abbandonare il collegio per la casa paterna e per un periodo di convalescenza presso la casa della sorella Maria de Cepeda. Lungo il tragitto si ferma presso lo zio Pedro e vi legge le lettere di San Girolamo: ne resta scossa e orientata verso la vita religiosa.
Nel IV CAPITOLO mette in evidenza la Misericordia di Dio, la sua grande Bontà. Dal 1° al 4° paragrafo leggiamo la gioia che Teresa ha nell’entrare al convento e a cantare le Misericordie di Dio. L’opposizione del padre, riluttante per troppo amore, viene superata con un vero atto eroico: la fuga dalla casa paterna, in compagnia del fratello minore Antonio, che dovrebbe farsi dominicano, ma che, data la minore età, viene rimandato dal superiore subito a casa. Quanto a Teresa, veste il giorno stesso ( 2 novembre 1536 ) l’abito carmelitano dell’Incarnazione e l’anno dopo ( 3 novembre 1537 ) emette i suoi voti religiosi.
La partenza della beniamina di Don Alonso accentua il vuoto del palazzotto “della Moneda”, dal quale i fratelli partono verso le avventurose spedizioni dei “conquistadores” nelle Indie occidentali, seguiti dagli zii e dai cugini che avevano condiviso la sua giovinezza.
Dal 5° al 6° paragrafo parla della sua sofferenza e della sua malattia. I ventisette anni che Teresa trascorre nel monastero avilese si svolgono in una cornice prevalentemente monastica e familiare. Le primizie della sua vita religiosa, sono connotate da un intenso fervore, ma la gioia e lo slancio con cui ha affrontato difficoltà e sforzi vengono bruscamente troncati da una grave malattia.
Costretta a lasciare il monastero, viene inviata dal padre a Becedas, dove si trova una celebre “curatrice”, e durante il viaggio torna a sostare in casa dello zio Pedro, riprendendo la lettura dei libri scelti che il pio vegliardo le mette a disposizione: tra questi il “Tercer Abbecedario” la inizia ad una vita interiore sistematica e all’esercizio dell’orazione, di cui il Signore comincia a farle sperimentare grazie di quiete e di unione, senza che ella ne comprenda la natura ed il valore.
Dal 7° all’8° paragrafo parla dello scopo dell’orazione e nel 9° paragrafo dell’utilità del libro e del rimpianto di non avere avuto una guida. Infine, negli ultimi due paragrafi esalta la Misericordia di Dio che “per basse e imperfette che fossero le mie opere, Egli le migliorava, le perfezionava e le avvalorava, mentre i miei peccati e difetti li faceva cadere in dimenticanza.”.
Nel V CAPITOLO Teresa continua a parlare della sua malattia.
Inizia con il ricordo della sua sofferenza durante l’anno di noviziato. “Talvolta mi sgridavano senza motivo ed io lo sopportavo molto imperfettamente e malvolentieri.” La malattia le durò tre anni. Nel 3° paragrafo evidenzia la necessità di avere confessori istruiti, perché “dai semi dotti ebbi sempre del danno.”
Parla dell’incontro con Padre Vincenzo Baron, teologo profondo, divenuto suo confessore, il quale da 7 anni viveva in peccato per la relazione con una donna del luogo. La Santa lo aiuterà molto, soprattutto riuscendo a farsi consegnare un amuleto di rame che portava al collo,quale dono della sua amica. Appena ne fu libero, si allontanò da quella donna e recuperò il suo rapporto con Dio. Morirà dopo un anno dall’incontro con la santa.
Teresa continua a parlare della sua malattia che la riduce ad un’estrema debolezza e con dolori atroci che non le permettono di riposare né giorno né notte. Torna a casa del padre, quasi in vita di vita: mal di cuore, dolori atroci in tutta la persona, stato di grave prostrazione fisica e di tristezza profonda.
Trova conforto e capacità di resistenza nel ricordo della storia di Giobbe, che ha letto nei “Morali” di San Gregorio.
Il giorno dell’Assunta è sorpresa da un collasso che la tiene in coma per quattro giorni ed è solo l’ostinazione del padre ad impedire che venga sepolta.
Nel VI CAPITOLO Teresa ritorna in sé , resta però paralizzata, così dolorante da non poter essere nemmeno sfiorata, rattrappita come un gomitolo e tormentata da forti attacchi malarici; esige, tuttavia, di essere riportata in monastero, dove dopo tre anni di edificata pazienza, ottiene per intercessione di San Giuseppe una completa guarigione.
Nel VII CAPITOLO riscontriamo come col ridestarsi delle forze fisiche anche la sua vivacità intellettuale acquista nuovo splendore e le sue doti di comunicatività e di affetto sembrano spiegare questa sua nuova attrattiva; non è solo suo padre Don Alonso a goderne, nei frequenti incontri con la figlia nel parlatorio dell’Incarnazione; iniziano altre brillanti conversazioni con numerosi visitatori, che finiscono con lo svuotare la vita interiore di Teresa.
E’ un periodo critico della sua esistenza e la sua anima viene a trovarsi distratta ed intiepidita e si alterna “di passatempo in passatempo, di vanità in vanità, di occasione in occasione.”
Autodidatta della vita interiore, priva di direzione spirituale respinge le osservazioni sporadiche di una monaca amica, che sembra aver inteso qualcosa del suo caso. In questo capitolo ricorda la visione del volto severo di Cristo e l’apparire di un rospo ripugnante, durante uno dei suoi vivaci parlatori.
Nell’ VIII CAPITOLO Teresa è fedele all’orazione; nonostante le penose aridità ella cercherà di strapparsi alle distrazioni e banalità del parlatorio, riuscendovi però solo saltuariamente fino a quando due interventi della grazia l’aiuteranno a determinarsi con tutte le sue forze: la vista di una statua del Cristo piagato che la colpiscono come il vedere Gesù in persona e la lettura delle Confessioni di S. Agostino.
Nel CAPITOLO IX approfondisce quel metodo d’orazione che consiste nel cercare di raffigurarsi interiormente Cristo e “si trova meglio in quei momenti della sua vita in cui lo vede più solo” :
“mi pareva che essendo solo ed afflitto, come persona bisognosa di conforto, avrebbe dovuto accogliere persino me!” (V. 9,4)
Gli ultimi residui di resistenza terrena verranno alimentati dalle purificazioni della vita mistica. Ricorda come l’orazione dell’orto diviene l’esercizio che più praticherà. “Cominciavo a fare orazione senza neppure sapere cosa fosse.” Con la lettura delle Confessioni di S. Agostino, Teresa sembra vedere in esse la sua vita e, quindi, si raccomanda a questo santo glorioso. “Quando giunsi alla sua conversione e lessi della voce che udì in giardino, ne ebbi così viva impressione come se l’udissi pure io.”
Nel CAPITOLO X comincia a descrivere i doni che il Signore le concede. Dice che “le delizie dell’orazione devono somigliare a quelle che si godono in cielo.” Le purificazioni operate dalla grazia nel periodo iniziale della vita mistica di Teresa e le grazie vengono sottoposte al controllo della direzione spirituale. Questo inizio della vita mistica è caratterizzata da un senso diffuso della presenza di Dio, che Teresa percepisce sperimentalmente come una forza nuova da cui la sua orazione viene intensificata.
Nel CAPITOLO XI approfondisce l’importanza di fare l’orazione . “Chi comincia deve far conto di tramutare in giardino di delizie per il Signore, un terreno molto ingrato, nel quale non germogliano che erbe cattive. Sradicare le erbe cattive e piantarne di buone è lavoro di Dio che supponiamo già fatto fin da quando l’anima si determina per l’orazione e comincia a praticarla.”
Quattro sono i modi per innaffiare un giardino:
1) cavando acqua da un pozzo;
2) portarla negli acquedotti per mezzo di una noria;
3) derivarla da un fiume o da un ruscello;
4) una buona pioggia che innaffia senza alcuna nostra fatica: sistema migliore che supera ogni altro.
Il giardino è la nostra anima ed il buon giardiniere è Dio.
I quattro modi sopra descritti corrispondo ai quattro gradi di orazione, attraverso cui il Signore ha fatto passare l’anima di Teresa. Quelli che cominciano a fare orazione sono coloro che cavano l’acqua dal pozzo: cosa molto faticosa.
Nel XII CAPITOLO Teresa continua a trattare dei gradi dell’orazione e fin dove possiamo arrivare da noi e -sempre- con l’aiuto di Dio. “Avere sempre presente Gesù Cristo giova in ogni stato, ed è un mezzo sicurissimo per farci presto avanzare e passare dal primo al secondo grado di orazione, mentre negli ultimi gradi serve per metterci al sicuro dai pericoli del demonio.”
I quattro gradi di orazione sono:
1) orazione o preghiera meditativa; (vedi cc. 11-13)
2) orazione di raccoglimento infuso e tranquillo o di quiete;(cc.14-15)
3) orazione dei poteri del sonno ;(cc. 16-17)
4) orazione o preghiera d’unione.(cc.18.21)
Nel XIII CAPITOLO Teresa dà consigli per vincere certe tentazioni che sono comuni ai principianti: “I principianti cerchino di camminare con allegrezza e libertà di spirito, senza credere, come fanno alcuni che tutta la devozione se ne vada appena si distraggono un poco.”
Continua, dicendo che non bisogna soffocare i desideri, ma credere che con l’aiuto di Dio e con la nostra buona volontà, possiamo arrivare anche noi, a poco a poco, se non subito, dove arrivarono molti santi, i quali se non avessero concepito tali desideri, né avessero cercato di tradurli in pratica, non avrebbero mai raggiunto quel loro stato così sublime.
“Sua Maestà vuole ed ama le anime coraggiose, umili e diffidenti di sé.”
“Sull’esempio dei santi, si può pure cercare solitudine e silenzio e praticare molte altre virtù che non certo uccideranno questo nostro corpo malvagio.”
“E’ di grande importanza che nel darsi all’orazione, i principianti non nutrano pensieri gretti.”
“Un’altra tentazione che si presenta come le altre sotto apparenza di zelo e virtù, consiste nello inquietarsi per i difetti e i peccati che si vedono negli altri.”
“Il più sicuro per l’anima che comincia a fare orazione è di dimenticare tutto e tutti per non attendere che a se stessa e a contentare il Signore.”
“Ecco un avviso per coloro che sanno di discorrere con l’intelletto e che da un pensiero ne traggono molti altri e molte altre riflessioni. Quanto a quelli che ne sono incapaci come me, non ho da raccomandare che di avere pazienza, attendendo che il Signore dia loro di che occuparsi mediante la comunicazione della sua luce.”
Teresa consiglia ancora ai principianti di avere un direttore spirituale che li possa guidare per non cadere in molti errori. Egli dovrà essere di buon criterio e di esperienza, “se fosse anche istruito, nulla di meglio”, insiste.
Conclude il capitolo evidenziando che nella sua meditazione su nostro Signore alla colonna, bisogna fermarsi a lavorare d’intelletto, pensando a chi soffre, come soffre, perché soffre e l’amore con cui soffre.
“Quando un’anima può fare questi atti, ne avrà vantaggio anche se è al principio dell’orazione, perché questo modo di pregare è assai utile.”
Nel XIV CAPITOLO continua a parlare dei gradi dell’orazione. Ha già parlato del primo grado e cioè della difficoltà a cavare acqua dal pozzo e, quindi, del principiante che si avvicina all’orazione con fatica.
In questo capitolo l’anima incomincia a raccogliersi. Siamo di fronte all’orazione di quiete, quindi, di raccoglimento infuso e tranquillo (2° grado di orazione) che corrisponde al secondo metodo di innaffiare il giardino utilizzando una noria per portare l’acqua nei canali.
L’orazione di quiete è quella in cui l’anima gode con tranquillità e pace la verità che contempla senza lavorare d’intelletto, unita a Dio che sente vicino in modo meraviglioso.
“L’acqua che il Signore concede contiene grandi tesori e favori preziosi e fa crescere in virtù in modo incomparabilmente maggiore che nello stato precedente. L’anima va spogliandosi delle sue miserie ed acquistando una qualche conoscenza delle delizie del cielo.”
Conclude il capitolo ritornando alla figura del giardino per vedere come le pianticelle si impregnano di succo per fiorire.
“Godevo spesso di considerare la mia anima sotto la figura di un giardino e immaginarmi il Signore che vi prendeva i suoi passaggi.”
Nel XV CAPITOLO suggerisce come bisogna comportarsi nell’orazione di quiete.
“L’anima in questo grado di orazione è pienamente soddisfatta, né perde la sua pace e tranquillità per le divagazioni della memoria e dell’intelletto, perché allora la volontà sta unita a Dio.”
La Santa Madre sottolinea che “ moltissime sono le anime che arrivano a questo punto, ma che poche vanno oltre.”
“Raccomando molto di non mai lasciare l’orazione, perché con essa si conosce il nostro stato, ci si pente dell’offesa fatta a Dio e si acquista forza per rialzarci. Chi si allontana dall’orazione è in gravissimo pericolo.”
“Questa specie di orazione è come una scintilla di vero amore di Dio, che il Signore comincia ad accendere nell’anima. Però vuole che l’anima intenda in che consiste quest’amore così pieno di delizie.
La quiete, il raccoglimento, ossia quella piccola scintilla è un effetto dello Spirito di Dio.”
Teresa continua a sottolineare che “durante l’orazione di quiete, l’anima deve diportarsi con soavità e senza strepito”. Con “senza strepito” vuol dire senza cercare con l’intelletto molte parole o considerazioni per ringraziare il Signore di tanta grazia.
“Infine, non si deve lasciare del tutto né l’orazione mentale e neppure certe preghiere che alcune volte, volendolo e potendolo, si possono recitare. Dico così perché se la quiete è profonda, si parla assai difficilmente e con molta pena.”
Nel XVI CAPITOLO parla del terzo modo di irrigare il giardino con l’acqua corrente derivante da un fiume o da una fonte. Questo terzo modo corrisponde al terzo grado di orazione e, quindi, all’orazione dei poteri del sonno.
Qui la Santa Madre spiega che il lavoro è ridotto di molto, “non dovendosi far altro che immettere l’acqua nei canali, Il Signore aiuta il giardiniere in tal modo che sembra voglia prenderne il posto e far tutto lui. Si ha come un sonno delle potenze, le quali, pur senza perdersi del tutto, non riescono a capire come agiscono. Il piacere, la soavità, le delizie che qui si godono sono più grandi che in passato, perché qui l’acqua della grazia arriva alla gola, tanto che l’anima non sa come avanzare, né come tornare indietro.”
Nel XVII CAPITOLO continua a parlare del terzo grado di orazione ed evidenzia che qui il Buon Giardiniere è Dio. Egli vuole che l’anima si riposi, tanto che la stessa volontà non deve far altro che accettare le grazie che le vengono concesse.
Occorre abbandonarsi fra le braccia di Dio, e poiché il Giardiniere è lo stesso Creatore dell’acqua, può effonderne moltissima in un solo istante.
Nel XVIII CAPITOLO tratta del quarto grado di orazione che corrisponde alla orazione di unione con Dio.
Teresa inizia invocando l’aiuto del Signore al fine di potere meglio spiegare questo ultimo grado di orazione.
Sottolinea che nei primi tre gradi di orazione il giardiniere deve fare sempre qualche cosa, in questo grado “non vi è che un sentimento: quello della gioia, senza sapere di che. Si sente di godere un bene che ha in sé ogni bene, ma senza comprenderlo. Tutti i sensi sono assorbiti in questo gaudio, e nessuno può occuparsi di altre cose, esterne o interne:”
E’ l’orazione di UNIONE DIVINA dove l’anima sembra uscire di se stessa, come un gran fuoco che getta alte le sue fiamme e alle volte esce con impeto.
Ecco la quarta acqua che viene dal cielo per innaffiare il giardino ed impregnarlo con la sua abbondanza.
Si tratta dell’ “ESTASI” spiega la Santa Madre, i cui elementi costitutivi sono:
1) “estasi semplice”, che si produce dolcemente;
2) “rapimento” , quando è subitanea e violenta;
3) “volo di spirito”, quando il rapimento è così impetuoso da sembrare che lo spirito si separi dal corpo.
Nel XIX CAPITOLO continua sullo stesso argomento e spiega gli effetti di questo quarto grado di orazione.
“L’anima dopo questa unione rimane con tanta tenerezza che vorrebbe perdersi in lacrime, non di pena, ma di gioia. E si trova tutta bagnata: le lacrime le sono cadute senza che essa se ne sia accorta, né sa quando, né come,”
“Sembra che le porte dei sensi si chiudano, suo malgrado, per meglio godere di Dio,”
“Se la terra di quest’anima fu arata profondamente con le prove, le calunnie e le malattie, tutte cose quasi indispensabili per arrivare a questo stato; e poi si è rammorbidita con il distacco da ogni umano interesse, allora l’acqua penetra sì a fondo da non più inaridire.
Ma se è ancora attaccata al mondo e tutta ingombra di spine come ero io da principio, non lontana dalle occasioni, né a Dio riconoscente per le grazie che riceve, la terra torna di nuovo a seccarsi, in modo che se il giardiniere la trascura e la bontà di Dio non fa piovere, c’è da dare il giardino per perduto, come qualche volta è successo a me.”
La Santa Madre raccomanda ogni volta di più di non desistere dal praticare l’orazione, anche se combattuti dal demonio.
E’ un capitolo di grande conforto per i deboli ed i peccatori.
In questo capitolo Teresa racconta di aver sentito per la prima volta la parola del Signore che le dice:
<< Tu servimi e non pensare ad altro!!! >>
E’ la risposta che il Signore le dà quando incominciano e mormorare di lei e a perseguitarla.
Nel XX CAPITOLO affronta l’argomento sublime della differenza tra l’unione ed il rapimento.
Per spiegare ciò basta usare le stesse parole della Santa Madre:
“Il rapimento si chiama anche elevazione, volo di spirito, trasporto: tutti termini che indicano la stessa cosa, come pure estasi.”
“Il rapimento supera di gran lunga l’unione, per ragione degli effetti che sono molto più grandi, e per altre operazioni particolari. Mentre l’unione sembra principio, mezzo o fine del rapimento e si esplica solo nell’anima, il rapimento ha gli effetti molto più elevati e si esplica nell’anima e nel corpo.”
“Quest’ultima acqua di cui stiamo parlando cade ora con tanta abbondanza che, per dire un azzardo nell’ordine naturale, verrebbe da credere che questa nuvola di grande maestà abiti con noi sulla terra.”
In questo capitolo la Santa Madre specifica che il sole in questo ultimo grado “è così chiaro che l’anima non solo vede le ragnatele dei grandi peccati, ma perfino i minimi pulviscoli. Se quel sole la colpisce in pieno, si vede tutta torbida nonostante ogni suo sforzo per tendere alla perfezione, come l’acqua di un bicchiere, che messa sotto i raggi del sole, appare piena di pulviscoli, mentre tenuta all’ombra, è molto chiara.”
“Il paragone è molto esatto perché prima di arrivare a questa estasi l’anima crede di fare di tutto per evitare ogni offesa di Dio; ma arrivata a questo punto, dove il sole di giustizia la investe e le fa aprire gli occhi, si scorge coperta di tanta polvere che vorrebbe subito richiuderla.
Nel XXI CAPITOLO Teresa completa l’argomento relativo al quarto grado di orazione.
Qui non c’è bisogno del consenso dell’anima, perché lo ha già dato e si è rimessa nelle mani di DIO.
Conclude il capitolo sottolineando che:
“Una volta giunta a questa altezza il Signore le comunica dei grandissimi segreti, perché in quest’estasi hanno luogo le vere rivelazioni, le visioni ed altre grazie segnalate.
Ma tutto serve a rendere l’anima più umile, a fortificarla, a farle disprezzare le cose della terra e a meglio conoscere l’eccellenza del premio che Dio ha preparato per chi lo serve.”
Nel XXII CAPITOLO tratta dell’UMANITA’ di CRISTO alla quale Teresa si sente vincolata con soavità crescente. Questa Umanità di Cristo diventa per lei il sacramento di ogni grazia.
“Finché siamo quaggiù è importante per noi uomini, rappresentarci il Signore sotto figura di uomo.”
A questa fedeltà verso l’UMANITA’ del Signore Gesù, ella viene chiamata dall’incontro con i gesuiti.
Teresa difende l’Umanità di Cristo da coloro i quali raccomandano di accantonare, invece, ogni immagine corporea per contemplare in modo diretto la Divinità.
La verità di cui Teresa fa esperienza è la verità dell’intero mistero pasquale di Cristo come centro e vertice dell’esperienza contemplativa.
Cristo è l’unica possibile “porta” che conduce al Regno di Dio: Cristo è l’unico mediatore di ogni ascesa.
“A me interessa far capire che la Sacratissima Umanità di Cristo non deve entrare nel conto (V. 22,8). “Fa molto piacere a Dio scorgere un’anima che prende umilmente suo Figlio per mediatore, e che lo ama tanto da riconoscersi indegna, anche se da Lui elevata alla più alta contemplazione (V. 22,11) .
“Vorrei, quindi, trarne la conclusione seguente:
Ogni qualvolta pensiamo a Cristo, ricordiamo pure l’amore con cui ci ha accordato tante grazie e dell’accesa carità di suo Padre che in Lui ha voluto darci un pegno di tanta tenerezza. Amore chiama Amore…...” (V. 22,14).
In questo stesso capitolo Teresa ricorda le TRE VIE o principali gradi della vita spirituale:
- VIA PURGATIVA - che consiste nel purificare l’anima da ogni attacco al peccato, espiando il passato e premunendosene per l’avvenire;
- VIA ILLUMINATIVA - che consiste nell’Imitazione di Nostro Signore con la pratica positiva delle virtù cristiane;
3. VIA UNITIVA - che consiste nell’intima unione con Dio per mezzo della Divina Carità.
Nel XXIII CAPITOLO riprende la storia della sua vita, interrotta nel Capitolo IX: “Da qui in avanti sarà un libro nuovo”, sottolinea, “voglio dire una vita nuova. In effetti quella che ho descritta fino a questo momento era sì la mia vita, ma quella da me vissuta da quanto ho cominciato a parlare di cose concernenti l’orazione è la vita di Dio pulsante in me, giacchè mi sembra impossibile di esser giunta con le mie forze a liberarmi in così poco tempo da tante cattive opere e abitudini.”(V. 23,1)
Qui parla del suo primo confessore Padre Diego de Cetina, gesuita, che la valuta dal punto di vista “profetico”e che interviene radicalmente su di lei: “Mi raccomandò di fare orazione meditando ogni giorno un brano della Passione, cercando di trarne profitto, concentrando il pensiero unicamente sull’Umanità di Cristo.”(V. 23,17)
Al Padre Diego Teresa mette per iscritto tutto il male ed il bene, il racconto della sua vita il più chiaro possibile senza omettere nulla.
La sentenza del gesuita alla fine risulta essere la seguente: << l’azione di Teresa è definita “opera dello Spirito di Dio” >>.
Nel XXIV CAPITOLO continua a parlare dell’orazione e dei doni, delle grazie e dei favori che Dio le accorda.
Il suo confessore le dice di fare anche qualche penitenza e qualche mortificazione. In questo capitolo parla del padre Francesco Borgia, favorito di molte grazie, entrato anch’egli nella Compagnia di Gesù. Sa ascoltare Teresa e alla fine le raccomanda anch’egli : “di cominciare sempre l’orazione su un punto della Passione e di non resistere quando il Signore mi elevava al suo volere, essendo uno sbaglio continuare a resistere.” (V. 24,3)
Teresa parla anche del suo dolore immenso, quando trasferiscono il suo confessore P. Cetina in un altro luogo: “La mia anima si trovò come in un deserto, piena di sconforto e di paura, sino a non sapere più cosa fare.” Una sua parente la introduce, perché trovi un altro confessore, tra i Padri della Compagnia di Gesù e la indirizza dal suo stesso confessore (P. Giovanni de Pràdanos):
“Mi diceva che non dovevo tralasciare nulla pur di soddisfare in tutto nostro Signore, e lo faceva con molta abilità e dolcezza, perché la mia anima non era per nulla forte, bensì assai molle specie nel lasciare alcune amicizie che coltivavo. Sebbene con tali amicizie non offendessi Dio, l’affezione era molta e mi sembrava una ingratitudine troncarle. Dicevo, quindi, al mio confessore che siccome non offendevo Dio, non vedevo proprio perché avrei dovuto diventare sgradita.”( V. 24,5)
Il gesuita che la vede tanto attaccata a queste relazioni, non sa imporle tassativamente di rinunciarvi, ma le ordina di recitare ogni giorno il Veni Creator, affinché lo Spirito la illumini. Così dentro quest’umile e ripetuta domanda, accade il miracolo:
“Un giorno dopo essermi trattenuta a lungo in orazione e aver supplicato il Signore di aiutarmi ad accontentarlo in tutto, cominciai l’inno (il Veni Creator, appunto) e mentre stavo recitandolo mi colse un rapimento così improvviso da farmi uscire dai sensi…..Era la prima volta…Udii allora queste parole: << Non voglio che tu conversi con gli uomini, ma solo con gli angeli >> (V. 24,5)
Nel XXV CAPITOLO Teresa tratta come il Signore le parla:
“Le sue parole sono molto distinte , non si odono con le orecchie del corpo, ma si sentono molto chiaramente che non percependole con esse, tanto che i nostri sforzi in contrario non riuscirebbero a nulla…….Bisogna ascoltare anche se non si vuole: l’intelletto è come obbligato a star attento a quello che il Signore gli vuol far capire “( V. 25,1)
Ma, sottolinea Teresa, vi possono essere degli inganni e illusioni in cui è facile cadere. “Vorrei anche far vedere la differenza che vi è quando le parole vengono dallo spirito bene e quando dal cattivo……Quando è spirito di Dio, le parole si avverano.”
“Tra queste varie parole pare che vi sia la stessa differenza che c’è tra parlare e ascoltare, né più né meno. Quando io parlo, vedo formando con l’intelletto quello che sto dicendo, mentre quando mi parlano altri, non faccio che ascoltare, senza alcuna fatica.”
“Nel primo caso non sappiamo dare alle nostre parole che un significato poco chiaro e distinto, perché siamo come persone mezzo addormentate, mentre nel secondo vi è una voce così limpida che non se ne perde una sillaba.” (V. 25, 4)
“Malgrado ciò il demonio ci può sempre tendere una moltitudine di insidie, per cui non vi sarà nulla di più sicuro che andar cauti, temere, scegliersi un dotto direttore e non nascondergli nulla. Facendo così non ci verrà alcun danno, nonostante che io ne abbia avuti parecchi per i timori esagerati di alcuni.” (V. 25.14)
“Fuori d’orazione temevo anch’io di essere illusa, ma quando vi stavo, e il Signore mi accordava qualche grazia, i miei timori sparivano del tutto. Il mio confessore mi venne, dunque, a dire che quei tali (credo che fossero cinque o sei, e tutti gran servi di Dio) erano d’accordo nel dichiararmi vittima del demonio, per cui non dovevo comunicarmi tanto spesso, ma distrarmi e non stare mai sola”.
“Nel colmo della mia afflizione uscii di chiesa e andai a rifugiarmi in un oratorio.” “Ero sola, senza una persona con cui consolarmi, incapace di pregare e di leggere, oppressa dalla tribolazione, con l’anima sconvolta, piena di amarezze e così angustiata per il timore di essere vittima del demonio, da non sapere cosa fare.”
“Tutto manca, ma non Voi, o Creatore del tutto, che mai lasciate soffrire chi vi ama!......” “Mi manca tutto , o mio Dio! Ma se Voi mi lasciate, non mancherò io a Voi! Si alzino pure a perseguitarmi tutti i dotti del mondo, mi si levino contro tutte le creature, i demoni tutti mi tormentino, ma non mancatemi Voi, o Signore………”
Arriva, infine, la risposta chiara di Cristo: << Non avere paura, figliola, sono io, e non ti abbandonerò. Non avere paura! >>
E’ la prima visione che Teresa ha e queste parole la tolgono dall’angoscia in cui si trova e la tranquillizzano del tutto.
Conclude il capitolo sottolineando: “Sapete quando i demoni ci fanno spavento?. Quando ci angustiano con la sollecitudine per gli onori, per i piaceri e per le ricchezze del mondo.”
Nel XXVI CAPITOLO racconta in che modo abbia smesso di avere ogni timore e come si sia convinta che chi le parla è lo spirito di Dio. “Ma Dio non fa come gli uomini perché sa che siamo composti di debolezze. Tuttavia l’anima può avere dei segni per capire se lo ama davvero. Infatti giunta a questo stato, il suo amore non si cela più come prima, ma rompe fuori con impeto, con grandi desideri di vedere Dio.”
Qui riprende a parlare dell’importanza di dire tutto al confessore e di obbedirgli. “Quando il Signore mi dava un comando nell’orazione e il confessore me n’imponeva un altro, Sua Maestà tornava a dirmi di stare alla parola del confessore. Poi gli faceva cambiare parere, inducendolo a dirmi il suo medesimo comando.”
“Quando fu proibita la lettura di molti libri in volgare ( qui si riferisce al grande Inquisitore di Spagna che proibisce la lettura non solo dei libri di eresia ma anche molti libri di devozione, perché possano fare danno alle anime semplici) mi dispiacque assai, perché alcuni mi ricreavano molto, e non avrei potuto leggere perché quelli permessi erano in latino.” Con la proibizione della lettura di questi testi in volgare, per Teresa che non sa di latino vuol dire un’altra sofferenza, simile alla prima, cioè quando tentano di toglierle l’Umanità di Cristo dal panorama della sua contemplazione. Ora le tolgono un altro strumento per rispettare l’incarnazione. “Ma il Signore mi disse: << Non crucciarti, perché Io ti darò un libro vivente! >>
Teresa non avendo ancora avuto nessuna visione (inizieranno nel 1559) non può capire che cosa queste parole possano significare.
Lo comprenderà dopo, perché il libro vivente sarà LUI, DIO!
“Benedetto quel libro che lascia così bene impresso quello che si deve leggere e praticare da non dimenticarsene più!”
Nel XXVII CAPITOLO riprende a raccontare la sua vita.
La prima visione “intellettuale” di Cristo le accade il 29 giugno 1559:
“Nella festa del glorioso San Pietro, mentre ero in orazione, vidi, o per meglio dire, sentii vicino a me Gesù Cristo……Avevo la netta sensazione che mi fosse vicinissimo e che fosse proprio LUI a parlarmi….Mi sembrava che Gesù Cristo mi camminasse sempre a fianco……Sentivo chiaramente che mi stava sempre al lato destro, testimone di ciò che facevo, e mai , se appena mi raccoglievo un pochino, o non ero molto distratta, potevo dimenticare che mi era accanto.”( V. 27.2)
L’evento si manifesta all’anima in una luce più chiara del sole: “E’ una luce che illumina l’intelletto senza farsi vedere, immerge l’anima nel godimento di un tanto bene, e porta con sé molti altri vantaggi.” (V. 27.3)
“Basta una sola grazia di questo genere per mutare integralmente un’anima, portandola a non amare per nulla all’infuori di Colui che le rivela i Suoi segreti, la tratta con tanta amicizia e affetto da non potersi descrivere.” (V. 27.9)
“Come quaggiù allorché due persone si amano intensamente e possiedono una intelligenza sveglia, si comprendono senza alcun cenno, col solo sguardo….., altrettanto deve succedere nel caso nostro: (…) questi due amanti si guardano negli occhi, al modo stesso in cui fanno lo Sposo e la Sposa nel Cantico dei Cantici.” (V. 27,10)
Conclude il capitolo con il ricordo della figura di Fr. Pietro di Alcantara, francescano dei Frati Minori al quale Teresa è legata da profonda amicizia e la conforta nei tanti travagli che avrà per la riforma del Carmelo.
“Mi disse che da quarant’anni , mi pare non dormiva, fra notte e giorno, che un’ora e mezza e che da principio la sua più dura penitenza era stata quella di vincere il sonno, al quale scopo stava sempre in piedi o in ginocchio. Per dormire si metteva a sedere e appoggiava la testa a un piuolo impiantato nel muro…….Non usò calzature , né biancheria di sorta, ma solo un abito di rozzo bigello direttamente sulla carne….. Non alzava mai gli occhi, tanto che, essendo stato tre anni in una casa del suo Ordine, non conosceva i Religiosi che per la voce………”
“Erano anni che non guardava donne. Anzi, mi diceva che per lui vedere o non vedere era lo stesso….. Morì come visse, esortando e ammonendo i suoi religiosi. Quando si accorse di essere agli estremi, recitò il salmo: << Mi sono rallegrato per quello che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore” >>, poi, messosi in ginocchio, spirò.”
Teresa inizia il XXVIII CAPITOLO ricordando come Cristo le appare la prima volta. Egli diventa di fatto la sua coscienza personale, la fonte vivente della sua moralità e la norma stessa:
“Cercavo in tutte le mie azioni di comportarmi in modo da non scontentare Colui che scorgevo chiaramente stare al mio fianco in qualità di testimone.” (V. 28,1)
Poi Cristo comincia -progressivamente- “per adeguarmi alla debolezza della creatura” (V. 28,1) a rivelare la Sua Bellezza:
“Un giorno Egli volle mostrarmi solo le proprie mani: erano di una bellezza così straordinaria che io non saprei nemmeno descriverla.”(V. 28,1)
“Di lì a pochi giorni vidi anche il Suo divin volto, restandone, a quanto ricordo, completamente rapita.”
“Un giorno era la festa di S. Paolo, mentre ero a Messa, mi apparve l’Umanità sacralissima di Cristo tutta intera, come la si vede nei dipinti del Risorto, caratterizzata da stupenda bellezza e maestà…….”(V. 28,3)
“E’ una luce che non abbaglia, un candore pieno di soavità, un infuso splendore che incanta deliziosamente la vista senza stancarla, come non la stanca la chiarezza con cui si vede quella sublime beltà…..”(V. 28,5)
“Se è un’immagine, è un’immagine viva; non un uomo morto, bensì Cristo vivo, il quale si mostra come uomo e come Dio, non come stava nel sepolcro, ma come quando ne era uscito, ormai Risorto.” (V. 28,8)
“Io intuisco che così vuol far vedere alle anime quanto sia grande e potente questa sacralissima Umanità congiunta alla Divinità….”(V. 28.9)
A partire da queste visioni – che il Signore le ripete frequentemente per circa 2 anni e mezzo – l’anima diventa un’altra: perennemente assorta, ha l’impressione di ricominciare ad amare Dio di un amore nuovo, ardente…. Ella intuisce che tutto è impregnato dall’amore di Dio:
In questo capitolo parla di un altro suo confessore, il padre gesuita Baldassare Alvarez che non aveva che 25 anni quando incomincia a confessare Teresa: “Mi confessò per tre anni e per causa mia ebbe a soffrire moltissimo, perché, permettendo il Signore che io fossi molto perseguitata e giudicata male, anche in cose nelle quali alle volte ero innocente, se la prendevano con lui, e sopra di lui ne facevano cadere la responsabilità, senza che ne avesse colpa.” (V. 28,15).
Nel XXIX CAPITOLO Teresa parla di alcune grazie che Dio le accorda: “Sua Maestà cominciò a manifestare con segni assai più chiari che era Lui, facendo divampare in me un così bruciante amore per Dio che io non sapevo chi me lo accendesse in cuore. Mi sentivo morire dal desiderio di vedere Dio e non sapevo dove avrei dovuto attingere questa “vita,” se non con la morte…….. Nulla mi appagava più, non stavo più in me stessa e mi sembrava proprio che mi strappassero l’anima…… Ti nascondevi a me e al contempo mi stringevi col tuo amore, infliggendomi una morte, così dolce che l’anima mia non avrebbe voluto più uscirne.” (V. 29,8)
Con la definitiva conversione e l’incontro del Cristo Risorto, sembra, dunque, a Teresa che la sua vita sia ormai prossima a compiersi. Si acuisce perciò sempre più il desiderio della fine e la normale paura della morte diviene piuttosto paura di non morire, tanto che “si muore di non morire”.
“Non è l’anima a rincrudire la piaga costituita dall’assenza del Signore,” ma è qualcun altro che a un certo momento le pianta una freccia nel vivo delle viscere e del cuore, lasciandola smarrita…… Capisce di anelare a Dio….. L’anima vorrebbe sempre essere sul punto di morire di questo male.(V. 29,10)
E’ il capitolo della celebre “ ESTASI”, dell’esperienza mistica del cuore trapassato, della “TRASVERBERAZIONE”, vera e totale purificazione del cuore : “Vedevo vicino a me, al lato sinistro, un angelo in forma corporea….. Non era grande, ma piccolo e molto bello: all’ardore del volto pareva uno di quegli spiriti sublimi che sembra si consumino tutti in amore, e credo si chiamino CHERUBINI …… Quel cherubino teneva in mano un lungo dardo d’oro, sulla cui punta di ferro sembrava avere un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, cacciandomelo dentro fino alle viscere, che poi mi sembrava strappar fuori quando si tirava il dardo, lasciandomi avvolta in una fornace di amore.” (V. 29,13)
A leggere simili pagine si rimane senza fiato, avvolti davvero “in una fornace d’amore”. Ci si sente inondati da questo sublime sentimento che è l’AMORE….., l’ AMORE….. immenso per Cristo!.
Per Teresa è sete di ASSOLUTO, ma di un ASSOLUTO che ha un volto, che è AMORE che attrae a sé la sete dell’anima, dell’ASSOLUTO che ferisce il cuore.
Nel XXX CAPITOLO vediamo come le sue esperienze celestiali siano accompagnate da quelle delle “notti” spirituali:
“L’anima resta inchiodata lì, senza essere più padrona di sé, senza poter pensare ad altro fuorché alle sciocchezze stivate nella fantasia, insulse, sconclusionate, buone soltanto a soffocarla e a farla uscire di sé. A volte avevo, persino, l’impressione che i demoni stessero giocando a palla con la mia anima, senza lasciarle la minima possibilità di sottrarsi alla loro ridda. E’ indicibile quanto si soffra in questi frangenti. L’anima si butta alla ricerca di un riparo, e Dio permette che non lo trovi: l’unica cosa che le rimane intatta, è la facoltà del libero arbitrio, ma anch’esso con la visuale poco chiara, come se si avessero gli occhi bendati, o come una persona che cammini di notte e al buio………”(V. 30,11)
Questo serve a testimoniare che nessuno può mai lasciarsi alle spalle la Croce di Cristo, la necessità del dono della Fede e della Chiesa: “La Fede è affievolita, addormentata, come pure ogni altra virtù. Però non del tutto perduta, perché l’anima rimane sempre attaccata a quanto insegna la Chiesa………”(V. 30,12)
Nemmeno la carità verso il prossimo sembra sussistere più a livello di gratificazione: “Perché il demonio mi mette addosso un sentimento di rabbiosa scontrosità, tale da esasperarsi sino a farmi venire voglia di sbranare tutti, senza poter fare altro.” (V. 30,13)
E’ un capitolo molto forte che ognuno di noi dovrebbe leggere e meditare ripetutamente, quando si sente fiacco nella fede, debole nella vita morale e poco entusiasta della grazia di Dio.
Nel XXXI CAPITOLO Teresa evidenzia le sue lotte contro le tentazioni che il demonio le causa:
“Una volta, mentre ero in oratorio, mi apparve al lato sinistro sotto forma abominevole…… Il suo corpo pareva emanare una gran fiamma molto chiara e senza ombre. Mi disse con voce spaventevole che se mi ero liberata dalle sue mani, sapeva pure riacciuffarmi. “ (V. 31,2)
“Un’altra volta mi tormentò per cinque ore di seguito con turbamenti fisici e morali, e con dolori così vivi che mi pareva di non poterne più.”(V. 31,3)
Spesso per metterlo in fuga la Santa Madre fa uso dell’acqua benedetta. Racconta Suor Anna di Gesù che : “Ella non si metteva in viaggio senza acqua santa e molto si doleva quando se ne scordava.” In questo stesso capitolo dà alcuni suggerimenti alle anime che tendono alla perfezione. Dice che : “Dio si unisce solo con le anime che rinnegano se stesse e non hanno paura di perdere i propri difetti.” ( V. 31,22 )
Infine, narra alcuni aneddoti circa i suoi piccoli difetti:
“Fra gli altri difetti avevo anche quello di non saper bene salmeggiare, né di conoscere le rubriche e le cerimonie del coro: era effetto di mia pura negligenza, perché mi lasciavo assorbire da tante cose meno importanti……” V. 31,23 )
“Cantavo anche male e mi sentivo umiliata quando non avevo imparato bene la parte che mi spettava, non già per non mancare di rispetto alla presenza di Dio, che sarebbe stato virtù, ma per coloro che mi dovevano ascoltare.” (V. 31,23)
Conclude il capitolo ricordando che:
“Quanto a cose di umiltà, ricordo che vedendo le mie consorelle progredire in virtù, mentre io ero sempre imperfetta e buona a nulla, presi a ripiegare le loro cappe, quando uscivano dal coro, immaginandomi di servire a quegli angeli che avevano lodato il Signore.” (V. 31,24)
Anche Santa Teresa di Gesù Bambino faceva altrettanto. Ella scrive al capitolo 12 della sua autobiografia: “ Mi dedicavo , soprattutto, ai più modesti atti di virtù ben nascosti, e mi compiacevo, ad esempio, di ripiegare i mantelli dimenticati dalle mie consorelle.”
Nel XXXII CAPITOLO Teresa racconta di quel giorno che mentre è in orazione, ad un tratto si vede trasportata nell’inferno……la cui visione ella percepisce di “aver meritato” con i suoi peccati, ma da cui è stata, per grazia, liberata: “come si è visto in maniera lampante che Tu mi amavi più di quanto non mi amassi io!” (V. 32,5)
“Da questa visione mi venne una grandissima pena per la perdita di tante anime, specialmente di luterani che per il battesimo erano già membri della Chiesa e desiderai grandemente di lavorare per la loro salute, sino a sentirmi pronta a sopportare mille morti pur di liberarne una sola da quei terribili supplizi.” (V. 32,6)
Ed ecco che anche se in lei c’è il forte desiderio di morire per vedere Dio, cambia leggermente segno ed assume motivazioni ecclesiali. La conclusione alla quale arriva è:
“Pensando a quello che avrei potuto fare per Iddio, constatai che la prima cosa da realizzare era di tradurre in atto la vocazione alla vita religiosa, accordatami da Sua Maestà, osservando la mia Regola con maggior perfezione” (V. 32,9)
Teresa intuisce che deve fare qualcosa di più, soprattutto, valuta che le strutture conventuali in cui si trova a vivere, necessitano di un cambiamento: “ Il monastero nel quale vivevo contava molte serve di Dio e il Signore vi era fedelmente servito, ma per la povertà in cui era, le monache dovevano uscire di frequente per passare qualche tempo altrove, sempre in case dove potevano stare con ogni religione e raccoglimento. La Regola non era osservata nel suo primitivo rigore, ma secondo la Bolla di mitigazione, come del resto in tutto l’Ordine………” (V. 32,9)
Teresa si rende conto che occorre porre rimedio a questa forma di vita. Inizia a meditare la RIFORMA. L’idea di un nuovo monastero non viene formulata da lei, nasce da una conversazione “quasi per burla” con una giovane secolare, ospite, ancora alle prese con le vanità del mondo. Ma l’iniziativa è di Cristo ed anche se Teresa ne è piuttosto spaventata, dirà :
“Ne ebbi una pena grandissima perché intravidi subito qualche cosa di ciò che l’impresa mi avrebbe costato, senza poi dire che mi trovavo assai bene nel mio monastero…….Ora invece mi vedevo costretta e non sapevo cosa fare per le grandi difficoltà e fatiche che vi intravedevo. Ma il Signore venne a parlarmi con tanta frequenza, ponendomi innanzi tante e così evidenti ragioni che, infine, persuasa che la cosa era di sua precisa volontà, mi determinai a parlarne con il mio confessore …….(V. 32,12)
Le obiezioni che gli altri faranno all’ipotesi del nuovo monastero sono, parzialmente almeno, anche le sue: “Chiacchiere e risate da per tutto: il nostro disegno una pazzia. A me dicevano che avrei fatto bene a restarmene nel mio monastero….Non sapevo cosa fare, anche perché mi sembrava che almeno in parte avessero ragione……”(V. 32,14)
Nel XXXIII CAPITOLO Teresa continua a parlare delle difficoltà riscontrate per la fondazione del Monastero di San Giuseppe: “Una volta trovandomi in necessità e non sapendo a chi ricorrere per pagare gli operai, mi apparve San Giuseppe, mio vero padre e protettore e mi fece comprendere che il denaro non mi sarebbe mancato, per cui non dovevo temere di andare innanzi…… (V. 33,12)
La casa le sembra povera e piccola: “tanto che, disperando di poterne ricavare un monastero, ero decisa a comprarne un’altra(casa) adiacente ad essa, assai piccola anche quella, per farvi una chiesa……. Ma non avevo mezzi finanziari, né vi era modo di procurarseli, per cui non sapevo proprio come fare.”(V. 33,12)
Teresa in questa impresa viene incoraggiata anche da S. Chiara:
“Il giorno di S. Chiara, mentre stavo per comunicarmi, mi apparve questa Santa tutta raggiante di bellezza, mi incoraggiò ad andare avanti, aggiungendo che anch’ella sarebbe venuta in mio aiuto.” (V. 33,13)
Il fratello Lorenzo de Cepeda, senza nulla sapere dei bisogni della sorella, le invia dal Perù una somma considerevole di denaro, che basta per toglierla dagli impicci. Conclude il capitolo ricordando come il giorno dell’Assunta, mentre si trova nel Convento di S. Domenico, viene presa da un rapimento e si vede coprire di una veste molto bianca e splendente . A destra sta la Madonna e a sinistra San Giuseppe, i quali :”mentre così mi vestivano, mi facevano comprendere che ero purificata dalle mie colpe.” (V. 33,14)
Teresa inizia il XXXIV CAPITOLO ricordando come per comando del Provinciale dei carmelitani, ella va a Toledo in casa della giovane Donna Luisa de la Cerda, che ha perso da poco il marito e chiede la compagnia della Santa Madre, che le sarà di grande conforto, tanto da sentirsi subito meglio. (Si ricorda che nel Convento dell’Incarnazione le monache potevano uscire).
“Quella donna era molto timorata, così virtuosa che il suo spirito di fede suppliva a mia deficienza. Cominciò a volermi bene, e altrettanto io a lei per vederla tanto buona.” (V. 34,3)
“Quella signora è una delle più grandi del regno, eppure credo che ben poche siano più umili e più semplici di lei.”(V. 34,4)
Teresa starà con lei circa sei mesi. Conclude il capitolo ricordando le predizioni circa la nuova fondazione del Monastero e di altre cose diverse. “Alcune il Signore me le aveva fatte conoscere tre anni prima che accadessero, ed altre più o meno prima. Io le manifestavo al mio confessore e a quella vedova mia amica con la quale, come ho detto, avevo licenza di parlare.” (V. 34,18)
“Avvenne che morisse improvvisamente un mio cognato, con mio grande dolore, perchè non aveva potuto confessarsi. Mi fu detto nell’orazione che a quel modo sarebbe pur morta mia sorella, e che dovevo andare a trovarla per ben disporla.” (V. 34.19)
Sua sorella è donna Maria de Cepeda e che abita in campagna.
“Essendo molto virtuosa accettò di buon grado i miei consigli e dopo 4 o 5 anni, passati in questi santi esercizi e in questa costante vigilanza su se stessa, morì senza che alcuno la vedesse e senza potersi confessare.” (V. 34,19)
“Stette in purgatorio pochissimo: dopo neppure una settimana, credo, mentre terminavo di comunicarmi, mi apparve il Signore per farmi vedere che la portava alla gloria.” (V. 34,19)
Nel XXXV CAPITOLO prosegue il racconto della fondazione del Monastero di San Giuseppe.
In particolare parla della povertà che il Signore voleva che lì si osservasse. Inizia il Capitolo parlando del suo incontro con Maria di Gesù , una coetanea che indipendentemente da lei ha “venduto tutto quanto possedeva ed era andata a Roma a piedi scalzi, per ottenere il decreto di autorizzazione per un nuovo monastero carmelitano.” Lo scopo di questo monastero era quello di instaurare nel Carmelo una vita di orazione difesa da una rigorosa prassi penitenziale. (Questo monastero verrà fondato nel 1563 ad Alcalà e Teresa dovrà poi “mitigarlo” nel 1567).
E’ questa “beata” che rivela per la prima volta a Teresa che la Regola primitiva dell’Ordine prescrive la povertà assoluta.
Istintivamente Teresa ne è attratta, le rinasce sempre il pensiero che gli altri la giudicassero “una pazzia destinata a far soffrire le altre monache per causa mia.” (V. 35.2)
I teologi e persino i confessori le dicono che la povertà assoluta non è conveniente. Teresa ammette che ogni tanto “riuscivano a convincerla”, ma è affascinata da S. Pietro di Alcantara:
“Egli, innamorato della povertà che predicava da tanti anni, conoscendo le ricchezze insite in essa, mi sostenne e mi aiutò moltissimo, imponendomi di non abbandonare assolutamente l’idea e di portarla decisamente avanti. Forte di questo parere e di questa approvazione che mi venivano dall’uomo più qualificato, in quanto formato da una lunga esperienza nel settore, decisi di non consultare più nessuno in materia.”(V. 35.5)
Teresa decide, infine, di fondare il nuovo monastero in assoluta povertà, anche perché il Signore in una visione le conferma:
“che questa era la volontà del Padre e sua e che Egli mi avrebbe senz’altro aiutata, assicurandomi che a chi lo serviva non sarebbe mai mancato il necessario per vivere.”(V. 35,6)
Conclude il capitolo con una lode al Signore:
“Chi vi ama veramente, o mio Bene, cammina con sicurezza per una strada larga e reale, lontano dai precipizi. Per poco che inciampi, vi affrettate a stendergli la mano…... “(V. 35,14)
Nel XXXVI CAPITOLO Teresa parla di come sia stato concluso l’affare del monastero di San Giuseppe. “Sistemata ogni cosa, piacque a Dio che il giorno di S. Bartolomeo si procedesse alla vestizione di alcune postulanti e si collocasse il Santissimo Sacramento nella cappella: e così con tutte le autorizzazioni e le formalità richieste veniva eretto nel 1562 il Monastero del nostro gloriosissimo San Giuseppe. Alla vestizione delle postulanti ero presente anch’io con due monache dell’Incarnazione che per caso si trovavano fuori di convento.” (V. 36.5)
La RIFORMA di S. Teresa inizia la sua vita!
Ma il demonio la assale dopo circa 3 o 4 ore:
“Mi mise innanzi il dubbio di avere fatto male e di essere andata contro l’obbedienza per avere agito senza l’autorizzazione del Provinciale….” “Poi le monache sarebbero state contente di vivere in tanta austerità? Non era tutto una follia? Chi me l’aveva comandato? Non avevo il mio monastero?” (V. 36,7)
“Il demonio inoltre mi faceva presente che in una casa così rigorosa io non potevo affatto durare, per essere piena di acciacchi. Come avrei potuto sopportare penitenze così austere, venendo io da un monastero spazioso e dilettevole dove avevo tante amiche e dove mi ero sempre trovata bene?” (V. 36,8)
“Com’è miserabile questa vita. O mio Dio! Nessuna gioia vi è sicura, nessuna cosa senza mutamento.” (V. 36,9)
Teresa si sente addirittura “tentata di disperazione”, sente di “correre il rischio di perdere l’anima”. C’è la paura di fronte alla nuova vita da iniziare. La decisione di entrare definitivamente nel nuovo monastero, da lei fondato, avviene “facendo energicamente forza su me stessa.” (V. 36,9)
Ma la nuova fondazione nasce per decisione e influsso dela grazia di Cristo che si impone a Teresa. Per concludere il capitolo ricorda che: “Prima di entrare nel nuovo monastero, mentre in chiesa attendevo all’orazione e mi trovavo quasi in rapimento, vidi Cristo come in atto di accogliermi con grande amore, mettendomi in capo una corona e ringraziandomi di quanto avevo fatto per la Madre Sua.” (V. 36,24)
Teresa avrebbe cominciato in breve tempo il suo cammino di Fondatrice o se si vuole di Riformatrice, portando con sé un modello assolutamente nuovo e originale di vita religiosa e non solo di vita carmelitana.
Nel XXXVII CAPITOLO Teresa racconta: “Ecco cosa mi accade con qualche confessore. Io voglio sempre molto bene a quelli che dirigono la mia anima. Persuasissima, come sono, di avere in essi chi mi tiene le veci di Dio, vedo esser questo un motivo per amarli molto. Perciò, non scorgendosi alcun pericolo, non temevo alle volte di mostrare ad essi il mio affetto. Ma essi mi trattavano aspramente, perché timorati e servi di Dio com’erano, temevano qualche amicizia o attacco particolare, sia pure santo. Questo mi avveniva dopo essermi sottomessa ad obbedirli, perché prima non sentivo nulla. Nel vedere quanto mi ingannassero, me la ridevo fra me, né sempre dicevo loro quello che sentivo in realtà, cioè che ormai le creature non mi colpivano più. Tuttavia non mancavo di rassicurarli, ma soltanto dopo molti colloqui vedevano il distacco di cui il Signore mi favoriva, perciò questi timori li avevano solo in principio.” (V. 37.5)
Allo stesso modo Teresa vorrà educare le sue monache nei rapporti con i loro confessori.
Nel XXXVIII CAPITOLO parla di alcuni grandi favori che Dio le ha concesso: “Una sera mi sentivo così male che volevo dispensarmi dall’orazione. Presi il rosario per pregare localmente, procurando di non troppo sforzarmi per raccogliermi: esteriormente ero quieta perché in oratorio. Ma ben poco servono le nostre industrie contro il volere di Dio. Dopo alcuni istanti fui presa da un rapimento di spirito così impetuoso che mi fu impossibile resistere. Mi parve di essere in cielo, dove le prime persone che vidi furono mio padre e mia madre, ed altre meraviglie nel solo spazio di tempo che si impiega per un’Ave Maria. La grazia mi parve così sublime che ne rimasi molto stupita.” (V. 38.1) Dedica il 5° paragrafo alla morte:
“ Altro frutto è di non aver più tanta paura della morte, della quale ne ho sempre avuta parecchia. Per chi serve Dio mi pare che morire debba essere facilissimo, perché in un attimo si esce da questo carcere per andare al riposo: uscire l’anima dal corpo e salire al possesso di ogni bene non mi pare dissimile da quei voli di spirito o rapimenti nei quali Dio ci scopre tante ed estasianti meraviglie. “ (V. 38,5)
In un altro dei suoi rapimenti, la vigilia di Pentecoste “mi vidi sulla testa una colomba molto diversa dalle nostre, senza penne e con ali come scaglie di madreperla, che davano grande splendore. Era più grande delle colombe ordinarie e mi sembrava di udirne il frullo delle ali . Avrà volato per lo spazio di un’Ave Maria, ma io la perdetti presto di vista perché, immersa nel rapimento, mi andavo smarrendo a poco a poco.” (V. 38,10)
“Un’altra volta vidi la stessa colomba sulla testa di un Padre dell’Ordine di San Domenico.” (V. 38,12)
“Un’altra volta vidi nostra Signora che copriva di un mantello bianchissimo quel Presentato dello stesso Ordine, di cui ho parlato altre volte.”(V. 38,13)
“Ho visto pure qualche grazia delle molte che il Signore faceva al Rettore della Compagnia di Gesù.” (V. 38,14)
“Un giorno , mentre andavo a comunicarmi, vidi con gli occhi dell’anima, ma più chiaramente che con quelli del corpo, dei demoni di aspetto abominevole che sembravano stringere fra le corna la gola del povero sacerdote. Mentre questi veniva a porgermi l’ostia che teneva in mano, vidi in essa il mio Signore con la maestà di cui ho parlato. Compresi che quell’anima era in peccato mortale: le sue mani erano quelle di un peccatore.”( V. 38,23)
“Compresi quanto i sacerdoti siano obbligati a essere migliori degli altri, come sia orribile ricevere indegnamente questo santissimo Sacramento, e quanto il demonio la sappia fare da padrone sopra un’anima in peccato mortale.” (V. 38,23)
Nel XXXIX CAPITOLO ricorda ancora le grandi grazie che il Signore le ha fatto: “Un giorno pregavo insistentemente il Signore a rendere la vista a una persona a cui ero molto obbligata. L’aveva perduta quasi del tutto, e io ero molto addolorata, ma temevo che per i miei peccati Dio non mi ascoltasse. Allora Egli mi apparve come già altre volte e mostrandomi la piaga della mano sinistra, ne cavò fuori con l’altra un gran chiodo che vi era infisso………Il Signore mi disse di non temere, perché se per me aveva tanto sofferto a maggior ragione avrebbe ascoltato le mie domande. Mi promise che avrebbe ascoltato ogni mia preghiera…….Dopo neppure otto giorni, mi pare, a quella persona faceva ritornare la vista.” (V. 39,1)
“Se volessi dire quante anime ha tolto per le mie preghiere dallo stato di colpa grave, quante altre ne ha portato a maggior perfezione, quante ne ha liberate dal purgatorio, ed altre cose meravigliose di cui sono stata favorita, finirei per stancarmi io e stancare chi mi legge.” (V. 39,5)
Nel XXXX CAPITOLO conclude il racconto della sua vita. In esso continua a parlare delle grazie che Dio le ha accordato.
All’inizio c’è la comprensione che il desiderio della morte può essere placato solo da quello di soffrire per Cristo: “Non è piccola l’afflizione che talvolta mi assale nel vedermi inutile nel suo servizio e obbligata a perdere più tempo che vorrei nei bisogni di questo mio corpo debole e malaticcio. Or ecco che una sera, mentre ero in orazione, venne l’ora di andare a dormire. Soffrivo grandi dolori e dovevo avere il mio solito vomito. Nel vedermi così schiava del corpo, mentre il mio spirito reclamava tempo per sé, sentii tanta pena che mi posi a piangere dirottamente e a lamentarmi……….. Dunque, mentre ero in afflizione che ho detto, mi apparve il Signore, dicendomi con grandi attestazioni di bontà di rassegnarmi e di prendere quelle cure per amor suo, perché la mia vita era ancora necessaria………Attualmente mi sembra di non avere altro motivo di vivere fuorché quello di soffrire; e lo domando a Dio con le più vive istanze. Spesso gli dico con tutto il fervore dell’anima: Signore, non vi domando che una cosa: o morire o patire. Nel sentir batter l’orologio trasalisco di gioia, perché vedo di avere un’ora in meno di vita, e di essermi avvicinata di più al momento di vedere Iddio.”(V.40,20)
Angela Parisi
S. T E R E S A di G E S U'
" LE STIMMATE DEL CUORE "
" La dolcezza che mi infondeva
questo dolore era così grande
che non c'era da desiderarne la fine!"
(S. Teresa di Gesù)
1-9-2009
" Il fatto che non mi credessero tanto imperfetta dipendeva dal vedere che io, benché ancora giovane e fra tante occasioni, mi ritiravo spesso in solitudine a pregare, leggevo molto, parlavo di DIO, facevo dipingere la Sua immagine in molti luoghi, avevo un oratorio che cercavo di abbellire con ogni oggetto di devozione, NON MORMORAVO, ed altre cose del genere che avevano apparenze di VIRTU'.
Io, poi, vana com'ero, curavo assai quelle esteriorità che il mondo ha tanto in pregio, e per questo concedevano a me più libertà che non alle anziane, e avevano di me ogni fiducia. Però, grazie al Signore che mi ha sostenuta con la Sua mano, io non ne ho mai ABUSATO, né ho mai fatto NULLA senza il debito permesso."
(S. Teresa di Gesù, Vita, 7,2)
< CENNI BIOGRAFICI >
Teresa nasce ad AVILA, in Spagna il 28 marzo 1515.
Avila è situata sopra una collina ai piedi della Sierra del Guadar rama con la sua altitudine di 1.127 metri ed è bagnata dalle acque del fiume Adaja. E' tutta circondata da mura. Ancora oggi è un vero gioiello di architettura medievale. Ottantotto possenti torrioni di pietra si susseguono lungo la muraglia spessa tre metri, che la cinge da ogni lato, alternandosi a otto porte fortificate, la principale delle quali è quella dell'Alcazar.
Vi è un riferimento implicito alle sue mura in questi bei versi di San Giovanni della Croce:
" L'aria del merletto, quando io i suoi capelli scioglievo, con la sua man il mio collo feriva e tutti i miei sensi teneva sospesi."
Il padre Don Alonso Sanchez de Cepeda "amava molto la lettura dei buoni libri e ne teneva diversi in lingua volgare perchè li leggessero anche i suoi figli. Era di molta carità con i poveri e pieno di compassione con i malati e con i servi...Era uomo di grande sincerità. Oltremodo ONESTO!" (VITA, 1,1)
La madre Donna Beatrice de Ahumada " era molto virtuosa e di grandissima onestà ... Di carattere mite e di grande intelligenza. Aveva cura di insegnarci a pregare e ci raccomandava di essere devoti della Madonna e di altri santi. Avevo sei o sette anni, quando in seguito a queste attenzioni l'anima mia si sentì portare alla PIETA'." (VITA, 1, 1-2)
Leggendo la vita dei santi, probabilmente il "Flos Sanctorum" , Teresa viene spinta, ancora bambina, a fuggire con il fratello Rodrigo, per andare in una imprecisata "terra dei mori" in cerca del martirio.
Ma presto lo zio rintraccia i due fuggitivi e li riporta a casa. Lei stessa comunicherà più tardi:
"La difficoltà più grave per mettere in atto i nostri progetti era quella di avere dei genitori." (VITA, 1,4)
I piccoli però non si arrendono: se non possono diventare martiri, possono vivere come eremiti e così nel giardino di casa costruiscono una specie di celletta in muratura, accatastando piccoli sassi che finiscono per cadere quasi subito.
Appena dodicenne rimane orfana della madre e Teresa si affida alla Vergine Maria, adottandola quale Madre.
Verso i 17 anni di età, entra come alunna nel Collegio delle
Agostiniane del Convento di Nostra Signora di Grazia.
E' l'anno 1531 e sembra che il padre, Don Alonso, prenda la decisione di rinchiuderla per evitare che prosperi la relazione che la giovane Teresa abbia mantenuto con suo cugino Pedro Alvarez Cimbròn.
"Vi ero entrata molto inquieta, ma dopo otto giorni, ed anche meno, mi sentivo più felice che non in casa di mio padre. Tutte mi volevano bene Le monache di quella casa erano anime di vera pietà, modestia e raccoglimento, e benché io allora fossi molto avversa alla vita del chiostro, pure godevo nel trovarmi con loro." (VITA, 2,8)
Una delle monache attira la simpatia di Teresa. E' donna Maria de Briceno, appartenente ad una delle principali famiglie di Avila, religiosa di grandi virtù. Questa nuova amicizia colma il vuoto lasciato nel cuore di Teresa e la riconduce sulla via della preghiera.
"La buona e santa conversazione di quella religiosa mi andava a genio e godevo soprattutto nel sentire parlare di Dio:
cosa che mi è sempre piaciuta. Mi raccontava che si era fatta monaca per aver letto nel Vangelo che molti sono i chiamati, ma POCHI gli ELETTI , e mi parlava del premio che Dio tiene preparato a coloro che lasciano tutto per LUI." (Vita, 3,1)
Teresa torna a sentire nell'anima il desiderio delle cose eterne. Donna Maria de Briceno l'aiuta a sviluppare in lei il germe della vocazione religiosa.
< IL CAMMINO DEL CARMELO >
Teresa rimane un anno e mezzo nel Collegio delle Agostiniane. Matura la decisione di entrare tra le carmelitane del Convento dell'Incarnazione.
"Durai in questa lotta tre mesi, facendomi coraggio con il pensiero che, dopo tutto, i travagli e le pene della vita religiosa non potevano essere maggiori di quelli del purgatorio, e che avendo io meritato l' inferno, non era, poi, molto passare in quel purgatorio il resto della mia vita, tanto più che , dopo, me ne sarei andata diritta al cielo.. Insomma, mi parve che a dispormi a prendere l'abito agisse di più il timore servile che l'amore!"
( VITA, 3,6 )
"Ciò che mi dava conforto era la lettura dei buoni libri, lessi le LETTERE di S. Girolamo e ne ebbi tanto coraggio che mi decisi a parlarne con mio padre." (VITA, 3,7)
Ma Teresa, pur essendo la più amata fra i figli non riesce a strappare il permesso al padre.
Il 2 novembre 1535, di buon mattino, fugge da casa e si incammina verso il Monastero delle Carmelitane di S. Maria dell'Incarnazione dove viene ammessa come postulante carmelitana.
"Mi ricordo che, quando lasciai la casa di mio padre, provai tale spasimo che non credo di doverlo sentire maggiore in punto di morte . sembrava che le ossa mi si slogassero tutte per la gran forza che mi dovevo fare." (VITA, 4,11)
Teresa ha 21 anni!
Nel convento dell'Incarnazione le monache vivono secondo la "Regola Mitigata" da Eugenio IV.
.
Il 2 Novembre dell'anno successivo vestirà l'abito carmelitano e il 3 novembre 1537 farà la professione religiosa.
"Sono tua, dopo che mi hai creata,
tua, dopo che mi hai redenta,
tua, dopo che mi hai tollerata,
tua, dopo che mi hai chiamata,
tua, dopo che mi hai aspettata,
tua, dopo che mi sono persa:
COSA VUOI DA ME?" (S. Teresa di Gesù)
Ma una malattia misteriosa l'aggredisce molto gravemente, tanto da costringerla a lasciare il monastero per avere le cure necessarie. Rimane priva di sensi per 4 giorni da sembrare di essere sul punto di morire.
Dopo si sveglierà e proverà dolori acutissimi.
Ne rimane segnata nel corpo e nello spirito con problemi di stomaco e con una "paura della morte", come confesserà lei stessa nella sua autobiografia. Ci vogliono 3 anni perché riesca a rimettersi a tornare alla vita del Carmelo.
< LA CONVERSIONE >
Nel monastero dell'Incarnazione si conduce una vita piuttosto mondana, e dunque, non rigorosa. Così Teresa si fa catturare nuovamente dalle distrazioni e dalle capacità di fantasticare. Il suo confessore le consiglia di tornare alla semplice MEDITAZIONE MENTALE", la preghiera fatta innanzitutto con la mente e con il cuore.
"Restai affezionata alla solitudine. Amavo molto trattare e parlare di Dio, e se trovavo con chi farlo, provavo più soddisfazione e sollievo che non nelle galanterie, o meglio sciocchezze di tutte le conversazioni del mondo. Mi confessavo assai spesso, e ne sentivo il desiderio. Amavo leggere buoni libri, e mi pentivo assai di avere offeso Iddio, tanto che alle volte, ricordo, non avevo il coraggio neppure di fare orazione, paventando come un grande castigo la grave angoscia che sentivo innanzi a LUI per averlo offeso." (VITA, 6,4)
E' un periodo difficile per Teresa che inizia a convertirsi lentamente :
" Da un lato c'era Dio, che mi chiamava,
dall'altro c'ero io, che seguivo il mondo."
La sua esistenza, non del tutto protesa alla perfezione, segna una svolta. Comprende che è arrivato il momento di dovere mettere DIO non al primo posto, ma all'unico posto ("TUTTO" il cuore).
Ciò lo comprende quando:
"Entrando un giorno in oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa, in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero, e per la quale era stata procurata. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe, tanto commovente che, nel vederla, ne fui sconvolta perché rappresentava al vivo quanto EGLI aveva sofferto per noi."
"Appena lo guardai ... fu così grande il dolore che provai, la pena dell'ingratitudine con la quale rispondevo al suo amore, che mi parve che il cuore mi si spezzasse. Mi gettai ai suoi piedi tutta in lacrime e lo supplicai di darmi la grazia di non offenderlo più." (VITA, 9.1)
Con questa ESPERIENZA FORTE Teresa comincia la sua CONVERSIONE.
" Quelli che cominciano a fare ORAZIONE, sono coloro che cavano l'acqua dal pozzo: cosa assai faticosa, perché devono faticare per raccogliere i sensi, i quali abituati a divagarsi, stancano assai. Bisogna che, a poco a poco, prendano l' abitudine di non far più conto di nulla, sia di vedere che di sentire, e di guardarsene affatto nel tempo dell'orazione.
Cerchino la solitudine per ivi appartarsi e pensare alla vita passata : cosa che devono fare assai spesso tanto i principianti che i già progrediti, insistendovi più o meno, come in appresso dirò. In principio si angustieranno parecchio per non capire se han vero dolore dei peccati commessi.
Ma il loro pentimento è sincero, e n'è prova la serietà con cui si determinano a servire il Signore. La vita di Gesù Cristo dev'essere il soggetto delle loro meditazioni, e l'intelletto si stancherà."( VITA, 11.9)
"Mi sembrava che Gesù mi camminava sempre a fianco ... Sentivo chiaramente che mi stava sempre al lato destro, testimone di ciò che facevo e mai potevo dimenticare, se appena mi raccoglievo un pochino o non ero molto distratta, che LUI era accanto a me," (VITA 27,1)
< LA PRIMA FONDAZIONE E LA RIFORMA >
Teresa comincia, così ad avvertire voci interne. Si rende conto che la vita del CARMELO nel monastero della Incarnazione è troppo comoda e caotica ( vi sono radunate circa 200 monache). L'intensa crescita spirituale la porta a realizzare "qualcosa" di Grande per Dio:
la FONDAZIONE di un nuovo monastero Carmelitano, povero,
piccolo, di clausura, composto da un gruppo di veri amici di DIO,
per vivere con la preghiera al servizio della Santità della Chiesa.
Bisogna considerare a questo proposito quello che sta accadendo in Europa , con la Riforma protestante, che contestava il "lassismo del clero" e propugnava un ritorno alle origini e a una maggiore disciplina :
TERESA vuole che la nuova comunità che intende formare possa fare penitenza per invocare l'aiuto di Dio in questa situazione drammatica della Chiesa.
Quella che con fatica medita sul suo futuro tra le mura del Convento dell'Incarnazione di Avila è ora una donna ben diversa dalla ragazza che era voluta fuggire con il fratello in cerca del martirio.
La lunga malattia e la sofferenza subita l'hanno profondamente
trasformata e purificata.
Il suo animo, però, è rimasto quello di una bambina entusiasta,
capace di affezionarsi, di infiammare, di contagiare gli altri, di
convincerli a seguirla.
Nonostante quegli anni nella Spagna della seconda metà del
Cinquecento siano contrassegnati da tante figure di riformatori,
Teresa incontra grandi difficoltà e opposizioni, quando nel 1562
fonda il nuovo Convento, il Carmelo di San Giuseppe.
Chiede l'aiuto delle sue amiche, la protezione di Pietro d'Alcantara, il permesso da Roma.
Pur attraversando grandi difficoltà, la PROVVIDENZA conferma
che l'opera è di DIO, come Cristo aveva promesso a Teresa.
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E' felice di vivere con quelle "anime così sante e pure, la cui brama era solo quella di servire e lodare il Signore ... EGLI ci provvedeva del necessario, senza che lo chiedessimo e quando ce lo lasciava mancare - ciò che avveniva assai di rado - la gioia era ancora più grande."( Fondazioni)
" Questa casa - scrive- è un CIELO, se ce ne può essere una sulla terra."
Sente crescere in sé il desiderio di comunicare ad altri quel bene che esperimenta "parendomi molte volte come una persona in possesso di un grande TESORO e desiderosa di farne parte a tutti" (Fondazioni ,1,6)
La sua RIFORMA è un semplice " tornare alle fonti".
Il suo pensiero si porta alla REGOLA CARMELITANA Primitiva, composta da S. Alberto di Gerusalemme verso il 1209 e successivamente ritoccata con l'approvazione di Innocenzo IV. Quando fonda il convento di San Giuseppe, Teresa riprende la REGOLA così come approvata da Innocenzo IV nel 1248 e vi aggiunge nuove austerità:
-
1) LA ROZZEZZA DELL'ABITO;
-
2) LA NUDITA' DEI PIEDI;
-
3) LA POVERTA' ASSOLUTA;
-
4) L'ORAZIONE PROLUNGATA;
-
5) LIMITA IL NUMERO DELLE MONACHE:
prima non più di 13, più tardi porta il numero a 21.
E il SILENZIO viene osservato RIGOROSAMENTE!!!
Il piccolo Monastero di San Giuseppe, chiamato anche " DELLE MADRI", viene inaugurato il giorno di San Bartolomeo del 1562. Patrocinano la sua costruzione Don Lorenzo de Cepeda - fratello di Teresa - , Donna Guiomar del Ulloa ed il vescovo Don Alvaro de Mendoza. Si tratta del primo Carmelo riformato che Teresa dedica a San Giuseppe.
Negli anni successivi fonderà SEDICI conventi, viaggiando attraverso la Spagna in condizioni terribili. Ogni FONDAZIONE è un'avventura , ma la presenza di CRISTO, la riempie tutta. Fondamentale per lei è il rapporto quotidiano con la preghiera: "L'ORAZIONE MENTALE, scrive, non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia , un frequente intrattenimento da solo a solo con COLUI da cui sappiamo di essere amati."
Teresa sa creare una vita comunitaria serena ed allegra. Non approva MAI l'austerità ad oltranza, ma INSEGNA che la vera mortificazione è quella interiore. Tre sono le VIRTU' basilari per la vita religiosa:
" La PRIMA è l'AMORE che dobbiamo portarci vicendevolmente; la SECONDA è il DISTACCO dalle creature; la TERZA, la vera umiltà,
la quale, benché posta all'ultimo, è la prima ed abbraccia le altre." (Cammino di Perfezione, 4,4)
" E' QUI, figliole mie, in mezzo alle occasioni, che si deve dar prova dell'AMORE, non nei nascondigli. Benché cadiate in maggior numero d'imperfezioni ed anche in qualche piccola colpa, tuttavia, credetemi, il guadagno che se ne ricava è senza paragone più grande." Fondazioni 5,14)
TERESA diventa la MADRE della RIFORMA insieme a San GIOVANNI della CROCE che ne diventerà il PADRE!!!
< L'INCONTRO CON SAN GIOVANNI DELLA CROCE >
Nel 1567 la Madre Teresa di Gesù da Avila va a Medina per aprire il suo secondo convento di monache che hanno aderito alla REGOLA CARMELITANA da lei riformata. Porta con sé sei suore e le stabilisce, aiutata dal Priore di Sant'Anna, il padre Antonio de Heredia, in una casa mezzo diroccata in fondo alla calle Santiago, la stessa via dove abita la famiglia di Giovanni.
Il giorno dell'ASSUNTA si celebra, in una stanza del piano terreno, oggi adibita a parlatorio, la Santa Messa con la quale la nuova FONDAZIONE viene ufficialmente VARATA.
Ciò fatto, la Madre Teresa decide di procedere al restauro della casa e di trasferirsi, nel frattempo, con tutte le suore, al piano superiore del palazzo messo a sua disposizione da Biagio di Medina, un pio e ricco mercante del luogo. In questo palazzo, un giorno di settembre dello stesso anno (1567), la Madre Teresa vede per la prima volta Fra Giovanni di San Mattia.
Già da tempo Teresa vagheggia una PARALLELA RIFORMA dei FRATI CARMELITANI ed è alla ricerca degli uomini adatti.
Padre Antonio de Heredia, saputa la cosa, si offre con entusiasmo per essere il "primo frate della RIFORMA", ma Teresa prega per avere di più e di meglio, finché Dio le manda "l'OTTIMO"! E "l'OTTIMO" si presenta a lei in un giovane "piccolo frate", dal volto buono e riflessivo nel quale spiccano DUE OCCHI NERI, DOLCI e PENETRANTI!
Fin dalle prime parole i due si comprendono a fondo, perché lo stesso Dio riempie le loro anime.
La Madre Teresa che ha 50 anni gli chiede se vuole aiutarla nella sua RIFORMA e il novello sacerdote, che di anni ne ha 25 e che già nel suo cuore aspira ad una vita più perfetta, risponde così:
"ACCETTO, purché non si vada per le lunghe."
Teresa piena di gioia, alludendo all'alta statura di Padre Antonio e a quella piccola di Giovanni, dà scherzosamente così la notizia alle sue suore:
" per la RIFORMA dei CARMELITANI abbiamo già un frate e mezzo!"
Ma nell'intimo del suo cuore ella sa che il frate "intero" è proprio il piccolo Giovanni, nel quale riconosce un "gigante" di SANTITA'. Lo chiamerà affettuosamente "il mio piccolo santo" e, alludendo alla sapienza spirituale che riconosce in lui , "il mio piccolo SENECA". Così i due santi iniziano a lavorare alla riforma e a fondare nuovi conventi femminili e maschili.
In seguito la Madre Teresa comprenderà meglio lo spirito di Giovanni durante alcune settimane di permanenza a Valladolid, dove sia Teresa che le sue suore possono vedere all'opera quel sacerdote "piccolo di statura ma grande agli occhi di Dio" che nonostante ancora molto giovane è già "molto saggio, penitente e santo."
Il 28 novembre 1568, prima domenica di Avvento, il Padre Giovanni di San Mattia farà voto di praticare la stretta osservanza della REGOLA primitiva non mitigata" e cambierà il suo nome in Padre GIOVANNI DELLA CROCE.
Così nasce la Riforma dei CARMELITANI che la Madre Teresa riterrà "una GRAZIA maggiore della fondazione di tutte le case per onache."
Ritornerà in seguito ad Avila presso il Monastero dell'Incarnazione,
chiamata dai Superiori, in qualità di PRIORA.
Il motivo del suo richiamo è serio: la vita materiale e spirituale del monastero è scaduta al massimo. Spiritualmente le monache sono rilassate e trascurano il raccoglimento e la preghiera.
Così la Madre Teresa si accorge di avere bisogno della collaborazione di un confessore "santo e dotto", e pensa subito al padre Giovanni della Croce. Ne fa richiesta ai Superiori che trasferiscono ad Avila il Padre, già rettore di Alcalà, in qualità di Confessore delle suore dell'Incarnazione.
Il Padre Giovanni della Croce tutte le mattine celebra la Messa Conventuale e tiene l'istruzione spirituale delle suore che ascoltano da dietro la grata e, poi, entra nel piccolo confessionale per assolvere e dirigere spiritualmente le religiose. La stessa Madre Teresa nei due anni che resta con Padre Giovanni si confesserà solo con lui.
Ella dirà di stimarlo e di venerarlo come un santo e di amarlo teneramente come un figlio , "perché possedeva un'anima candida e pura e perché era un giovane senza malizia ed imbrogli, dotato di altissima contemplazione e di profondissima pace." E' proprio in questi anni in cui è diretta dal Padre Giovanni che la Madre Teresa tocca l'apice della sua UNIONE con DIO.
Quando egli se ne andrà in Andalusia ella dirà:
"Dopo che se ne andò, non ho trovato in tutta la CASTIGLIA un altro come lui!!"
< SEGNATA DALL' AMORE >
" TRA L'ANIMA E DIO E' UN IDILLIO SOAVE "
E' rimasta famosa la descrizione che TERESA fa di una delle sue
ESTASI, durante la quale un ANGELO la colpisce con un dardo:
"Gli vedevo nelle mani un lungo DARDO d'oro, che sulla punta
i ferro mi sembrava avere un po' di FUOCO.
Pareva che me lo sconfiggesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere e, quando lo astraeva, sembrava portarselo via lasciandomi tutta INFIAMMATA di grande AMORE di Dio.
Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere dei gemiti, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c'era da desiderarne la fine, né l'anima poteva appagarsi che di DIO.
Non è un DOLORE FISICO, ma SPIRITUALE, anche se il corpo non tralascia di parteciparvi un po', anzi MOLTO.
E' un IDILLIO così soave quello che si svolge tra l'anima e DIO, che io supplico la divina bontà di farlo provare a chi pensasse che io mento" (VITA 29,13)
Proprio in questa "ESTASI" mistica, Teresa prova la cosiddetta "TRASVERBERAZIONE" del cuore, che viene ferito e riceve le STIMMATE.
Non STIMMATE visibili all'esterno, come quelle di diversi Santi, ma STIMMATE reali e interne, una delle quali aveva un diametro maggiore di 5 centimetri.
Sembra che la Santa sia stata favorita di questa grazia mentre era Priora nel Monastero dell'Incarnazione. Questo fatto così "straordinario" viene commemorato nell'Ordine Carmelitano il 26 AGOSTO ( S. Teresa nella Trasverberazione del cuore).
Giovanni Paolo I nel maggio 1971 scriverà:
"Chi guarda al famoso gruppo marmoreo nel quale il Bernini Vi presenta TRASVERBERATA dalla Freccia del Serafino, pensa alle vostre visioni ed ESTASI. E fa bene! La Teresa mistica dei rapimenti in Dio è pure una vera Teresa.
Ma è vera anche l'altra Teresa, che mi piace di più: quella vicina a noi, quale risulta dall'autobiografia e dalle Lettere. E' la Teresa della vita pratica; che prova le stesse nostre difficoltà e le sa superare con destrezza; che sa sorridere e far ridere; che si muove con spigliatezza in mezzo al mondo ed alle vicende più diverse e tutto ciò in grazia delle abbondanti doti naturali, ma più ancora della sua costante UNIONE con DIO."
< E' GIUNTA L'ORA >
Ormai stanca e malata , dopo aver tanto peregrinato per tutta la Spagna al fine di completare le sue FONDAZIONI, Teresa giunge ad Alba de Tormes. Numerose emorragie la sfiniscono.
Molte consorelle la sentono ripetere :
"O DIO non disprezzare il mio cuore contrito e umiliato!"
Alle sue suore dice di restare fedeli alla loro vocazione e alla regola.
Alle cinque della sera del 4 ottobre 1582 chiede il Santissimo Sacramento e quando si accorge che le portano l'Eucarestia si solleva e dice:
" O SIGNORE MIO, e MIO SPOSO,
è giunta l'ora che ho tanto desiderato!
E' tempo ormai che ci VEDIAMO!
E' tempo che io venga......
E' GIUNTA L'ORA."
Verso le nove di sera muore sorridendo come se parlasse con qualcuno"
Le suore di tutti i monasteri racconteranno, poi, i prodigi che accaddero DAPPERTUTTO, mentre la loro MADRE moriva.
Quelle di Alba de Tormes raccontarono il prodigio più delicato:
"C'era un piccolo alberello rinsecchito davanti alla finestra della cella in cui Teresa moriva:
non aveva mai dato fiori, né frutti. Ed ecco che dopo quella notte, all'alba , l'alberello era tutto coperto di FIORI BIANCHI come la neve. Ed era il 15 OTTOBRE."
"QUESTO, perché, se TERESA aveva amato Gesù come uno SPOSO, ancor più GESU' aveva amato TERESA!"
Si narra che dopo la morte di Teresa venne fatta un'autopsia sul suo corpo e le fonti dell'epoca affermarono che i medici osservarono CINQUE FERITE nel suo CUORE, provocate da quel dardo dell'ANGELO durante le ESTASI.
Il CUORE di Santa Teresa di Gesù è conservato, separato dal suo corpo, in una teca, ad Alba de Tormes, in Spagna nella Chiesa delle Carmelitane Scalze.
Nel 1614 il Papa PAOLO V la proclama BEATA e il 12.3.1622 viene CANONIZZATA da Papa Gregorio XV, insieme a Ignazio di LOYOLA, Francesco SAVERIO, FILIPPO NERI ed ISIDORO di Madrid.
Il 27.9.1970 PAOLO VI la proclamerà PRIMA fra le DONNE,
DOTTORE DELLA CHIESA UNIVERSALE.
< L E O P E R E >
Le opere della Santa Madre Teresa si possono suddividere in:
STORICHE :
IL LIBRO DELLA VITA
LE RELAZIONI
LE FONDAZIONI
PEDAGOGICHE :
IL CAMMINO DI PERFEZIONE
LE COSTITUZIONI
IL MODO DI VISITARE I CONVENTI
MISTICHE :
IL CASTELLO INTERIORE O MANSIONI
PENSIERI SULL'AMORE DI DIO
ESCLAMAZIONI
OPERE MINORI :
LETTERE
POESIE
SFIDA SPIRITUALE
APPUNTI VARI
< IL LIBRO DELLA VITA >
E' il suo primo libro e lo scrive quando ha già compiuto 50 anni. Siamo nel 1565 e racconta per iscritto la sua VITA, soprattutto quella interiore, come si racconta un viaggio al centro della propria anima.
Racconta i lunghi viaggi compiuti per le strade di tutta la Spagna e le avventure durante le sue FONDAZIONI. Chiamerà più tardi questa relazione : "La mia Anima" e "Il libro delle Misericordie del Signore."
< IL CAMMINO DI PERFEZIONE >
E' la sua prima opera spirituale e viene scritta su richiesta delle Monache di San Giuseppe.
Contiene consigli ed avvisi che ella dà alle sue Consorelle e Figlie.
E' l'unico libro nel quale la Madre si preoccupa di "insegnare" alle sue Figlie, per questo motivo ella fa del Cammino di Perfezione, tra tutti i suoi scritti, un'opera UNICA nel suo genere, in quanto ella è consapevole del suo diritto di insegnare in quanto Priora e ne fa, quindi, un programma didattico . Teresa per la prima volta lo scrive nel monastero di San Giuseppe, probabilmente nel 1566 per le sue consorelle.
"La vita che QUI intendiamo condurre non è tanto da monache ma da eremite, e per questo bisogna staccarsi da ogni cosa. Tale è la disposizione che, come ho constatato più volte, il Signore accorda alle anime che EGLI sceglie per questa CASA. Forse il loro distacco non è ancora perfetto; ma che esse vogliano perfezionarsi, lo prova la pace e l'allegria di cui si sentono pervase al pensiero di non doversi più occupare delle cose della terra."
(Cammino, 13,6)
L'autografo della prima redazione è conservato nella Biblioteca Nazionale di EL ESCORIAL. Il secondo è nel monastero delle monache di Valladolid ed il terzo nel monastero di Toledo.
Il messaggio che Teresa vuole dare a coloro che desiderano seguire il suo stile di vita è l'ESISTENZA di GESU' CRISTO, che ci parla attraverso la sua Ambasciatrice. EGLI è l'UNICA PERSONA che veramente IMPORTA e che ha SIGNIFICATO nella nostra vita.
Qui sta il cuore e l'anima del libro. CRISTO è il CENTRO:
EGLI E' il TUTTO!!!
"Se siete nella gioia potete contemplarlo risorto, e nel vederlo uscire dal sepolcro, la vostra allegrezza abbonderà......."
"Se, invece, siete AFFLITTE o fra TRAVAGLI, potete contemplarlo mentre si reca al giardino degli olivi.
Come doveva essere TRISTE la sua anima, se EGLI che è la stessa potenza, giunse perfino a lamentarsi.. "
"Oppure consideratelo con la CROCE sulle spalle, quando i carnefici non gli permettevano nemmeno di respirare.
EGLI, allora, vi guarderà con quei suoi occhi tanto belli, compassionevoli e ripieni di lacrime, dimenticherà i suoi dolori per consolare i vostri, purché voi Lo guardiate e Lo preghiate di consolarvi." ( Cammino, 26,4-5)
"Il problema fondamentale è che noi dovremmo con grande
determinazione dar GLI il nostro cuore in cambio del SUO e svuotarlo di ogni altra cosa, così che EGLI possa toglierci e metterci qualunque cosa GLI piaccia, come se fosse una proprietà. Questa è la condizione che EGLI esige ed ha ragione nel fare così:
NON RIFIUTIAMOGLI, quindi, il nostro cuore!" (Cammino. 28,12)
QUESTO è il MESSAGGIO che la santa Madre vuole darci. E' il messaggio dei 42 capitoli:
CRISTO è NOSTRO AMICO, il NOSTRO UNICO AMICO!
Difatti, ella scrive:
" Lo scopo principale che ho avuto, Sorelle, nello scrivere questo Libro è stato quello di incitarvi a consacrarvi - completamente - al Nostro Creatore, sottomettendo la nostra volontà alla SUA e ell'operare dentro di noi un distacco da ogni cosa creata. Siccome, però, già vi rendete conto di quanto sia importante tutto questo, non mi dilungherò oltre su questo argomento." (Cammino 32,9)
< L E F O N D A Z I O N I >
Questo Libro è il resoconto appassionante dei suoi viaggi. Nella sua narrazione relativa agli avvenimenti, alle difficoltà e alla peripezie del suo lungo camminare , si sofferma, volentieri, a parlare della preghiera, del governo dei conventi o della pratica delle VIRTU'.
Soprattutto è, sempre presente LEI, con il suo stile spontaneo e vivace, il suo coraggio e il suo buon senso.
Alla sua morte la Spagna avrà 16 nuovi monasteri femminili, tutti immaginati e vissuti come piccoli nuclei in cui il Mistero della Chiesa, posa, Vergine e Madre, si incarna e si offre nella sua espressione più viva e bruciante.
Lo stesso farà, assieme a San Giovanni della Croce, per il ramo Maschile dell'Ordine. Ecco qui di seguito elencate le FONDAZIONI create dalla Santa Madre Teresa in ordine cronologico:
-
1) AVILA - San Giuseppe; (1562)
-
2) MEDINA del Campo; (1567)
-
3) MALAGON; (1568)
-
4) VALLADOLID; (1568)
-
5) DURUELO;
-
6) TOLEDO; (1569)
-
7) SALAMANCA; (1570)
-
8) ALBA DE TORMES; (1571)
-
9) AVILA- Incarnazione - Riformato
-
10) SEGOVIA; (1574)
-
11) BEAS; (1575)
-
12) SIVIGLIA; (1575)
-
13) VILLANUEVA de la Jare (1580)
-
14) PALENCIA ; (1580)
-
15) SORIA;
-
16) BURGOS. (1582)
< IL CASTELLO INTERIORE O MANSIONI >
Il 2 giugno 1577 a Toledo inizia a scrivere, su comando di Padre Graciàn,il suo CAPOLAVORO SPIRITUALE :
Il CASTELLO INTERIORE, che finirà di scrivere il 29 novembre dello stesso anno ad Avila in soli cinque mesi. Il Castello è organizzato e strutturato su TRE filoni portanti:
-
1) un substrato di materiale autobiografico;
-
2) una serie di citazioni bibliche;
-
3) una intelaiatura di simboli.
Nel libro spiccano quattro SIMBOLI:
1) IL CASTELLO;
2) LE DUE FONTI;
3) IL BACO DA SETA;
4) IL SIMBOLO NUZIALE.
Il simbolo di base è il CASTELLO.
La prima ispirazione offre di questo CASTELLO una visione di bellezza, luminosità, ampiezza ed interiorità :
"Considerare la nostra ANIMA come un CASTELLO, tutto come di diamante o chiarissimo cristallo, dove vi sono molte stanze, così come in cielo vi sono molte MANSIONI."
La PORTA del Castello è l' ORAZIONE!
Il simbolo del Castello Interiore offre subito un riferimento antropologico :
"L'UOMO è DIMORA di DIO!"
E vi aggiunge una connotazione teologica:
" Dio è presente nell'uomo, come un RE nel suo Castello, nella dimora ultima ed interiore, nella stanza regale."
Le diverse MANSIONI del Castello Interiore indicano le progressive esperienze di comunione fra la persona umana e DIO che vi abita in esse.
Le SETTE MANSIONI sono , simultaneamente, SETTE fasi del processo spirituale:
PRIME MANSIONI :
"entrare nel castello", convertirsi, iniziare il rapporto con DIO
(ORAZIONE).
SECONDE MANSIONI :
"lottare", progressiva sensibilità nell'ascolto della Parola di Dio
(ORAZIONE MEDITATIVA).
TERZE MANSIONI :
"la prova dell'amore", slanci di zelo apostolico, conseguimento di un programma di vita spirituale e di orazione.
QUARTE MANSIONI :
"sgorga la fonte interiore", passaggio all'esperienza mistica, ma a tratti intermittenti : momenti di lucidità infusa e amore mistico passivo.
QUINTE MANSIONI
"muore il baco da seta"; l'anima rinasce a CRISTO.
SESTE MANSIONI
"il crogiolo dell'amore". Periodo estatico e tensione escatologica.
SETTIME MANSIONI
"matrimonio mistico". Due grazie d'ingresso nello stato finale, l'una cristologia, l'altra trinitaria.
"Qui si comunicano (all'anima) tutte e tre le persone (divine)" Al SIMBOLO principale del CASTELLO fanno seguito altri TRE
SIMBOLI con funzioni complementari sono:
-
1) LE DUE FONTI o DUE SORGENTI;
-
2) IL BACO DA SETA;
-
3) IL MATRIMONIO SPIRITUALE.
LE DUE FONTI sono una lontana con la sorgente all'esterno del Castello e l'altra all'interno. La sorgente esterna che " porta l'acqua attraverso acquedotti ed artifici" è il simbolo dell'opera dell'uomo nell'orazione con il suo sforzo ed il suo ingegno. L'acqua deriva dalla stessa sorgente che è DIO." L'acqua fluisce nel più interno dell'anima" e si riversa in tutto l'ESSERE!
L'ACQUA, simbolo prediletto da Teresa in "VITA" e "CAMMINO di Perfezione", trova una sua originale applicazione nelle IV MANSIONI nel momento in cui vuole esprimere il passaggio dalla vita ascetica alla vita mistica.
IL BACO DA SETA che è il simbolo più delicato e curato viene introdotto nelle ( V ) MANSIONI per centrare un punto focale: "la trasformazione in CRISTO come termine del processo di morte- resurrezione del cristiano. Le QUATTRO fasi della metamorfosi del baco ricalcano le QUATTRO tappe centrali del CASTELLO:
-
1) il baco "grande e brutto" che si nutre e si trascina a terra,
indica gli umili inizi del giungono fino alle III MANSIONI;
-
2) la reclusione del baco nel bozzolo indica il passaggio alla
vita mistica (IV MANSIONI);
-
3) morte della "crisalide" e nascita della "farfalla" dentro il
bozzolo indica l'unione a Cristo e vita nuova(VI e VII
MANSIONI);
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4) volo libero e vita nuova della farfalla:
tappe finali ( MANSIONI VI e VII).
Per descrivere le tappe superiori della VITA SPIRITUALE nelle V - VI - VII MANSIONI, la santa Madre introduce il simbolismo antropologico e biblico del MATRIMONIO SPIRITUALE per rendere più espressiva la COMUNIONE fra l'ANIMA e DIO.
Nell'epilogo dell'opera svela tutta la contentezza per aver potuto compiere il lavoro. Invita le monache ad entrare in questa "avventura" del CASTELLO INTERIORE, per precorrere i giardini, i labirinti, ammirare le fontane splendide di questo palazzo incantato dell'anima e di DIO :
"Pensando alla stretta clausura in cui vi trovate, sorelle
mie, ai pochi diversivi che avete, alla carenza di
sufficiente spazio, da cui sono afflitti certi vostri
monasteri, mi sembra possa esservi di conforto
ricrearvi in questo CASTELLO INTERIORE, dove
siete libere di entrare e passeggiare a qualunque ora
anche senza il permesso delle superiore."
(Epilogo Castello Interiore)
< LE L E T T E R E >
Si calcola che S. Teresa abbia scritto circa 20.000 LETTERE, di cui appena 500 sono giunte. Tra la fondatrice e i diversi conventi da lei fondati si stabilisce una rete di comunicazioni intensissima che stupisce, se si pensa ai mezzi di cui disponevano in quei tempi.
Quasi tutte le lettere conservate corrispondono agli anni 1570-1582.
Le LETTERE ci rivelano come S. Teresa vivesse di giorno in giorno quella profonda spiritualità che insegna nei suoi libri.
NULLA ti TURBI
NULLA ti SPAVENTI!
TUTTO passa
DIO NON CAMBIA!!!
La PAZIENZA
TUTTO ottiene!
NULLA manca
a chi DIO POSSIEDE!
SOLO DIO BASTA!!!
(S. Teresa di Gesù)
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L’ORAZIONE
Il termine “orazione” deriva dal sostantivo latino “oratio” , che significa discorso, colloquio, parlare.
L’orazione è una relazione cosciente e colloquiale che l’uomo intreccia con Dio.
Per Santa Teresa di Gesù l’orazione plasma la vita interiore e spirituale e “non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare.”
E’ una conversazione con Dio in cui Gli manifestiamo i desideri del nostro cuore. E’ come il respiro che permette alla vita dello Spirito di crescere.
La IV parte del Catechismo della Chiesa Cattolica è dedicata allo studio dell’ “orazione cristiana” .
Si inizia tale studio con la definizione di orazione data da Santa Teresa di Gesù Bambino:
“Per me “l’orazione” è un impulso del cuore, è un semplice sguardo rivolto verso il cielo!”
E sottolinea ancora:
“Preferivo sedermi sola sull’erba in fiore: allora i pensieri si facevano profondi e l’anima mia, senza sapere che cosa fosse “meditare”, s’immergeva in una vera orazione…….(MA. 50)
Sempre nella IV parte del Catechismo della Chiesa Cattolica al n° 2721 e ss. vengono indicate in sintesi le tre maggiori espressioni della vita di preghiera:
· La preghiera vocale;
· La meditazione;
· La preghiera contemplativa.
La preghiera vocale, basata sull’unità del corpo e dello spirito nella natura umana, associa il corpo alla preghiera interiore del cuore, sull’esempio di Cristo che prega il Padre suo e insegna il Padre Nostro ai suoi discepoli; (cfr. Catechismo 2722)
La meditazione è una ricerca orante che mobilita il pensiero, l’immaginazione, l’emozione, il desiderio. Essa ha come fine l’approvazione nella fede del soggetto considerato, confrontato con la realtà della propria vita; (cfr. Catechismo 2723)
La preghiera contemplativa è l’espressione semplice del mistero della preghiera, uno sguardo di fede fissato su Gesù, un ascolto della Parola di Dio, un silenzioso amore. Realizza l’unione alla preghiera di Cristo nella misura in cui ci fa partecipare al suo mistero. (cfr. Catechismo 2724)
Il Catechismo prosegue ancora dicendo che :
“Il fondamento dell’orazione è l’UMILTA’”
Anche Santa Teresa di Gesù afferma che l’edificio dell’orazione deve fondarsi sull’umiltà; l’umiltà che si contrappone all’autosufficienza!
“Beati gli umili di Spirito, perché di essi è il Regno dei cieli!” (Mt. 5,3)
“L’orazione è un intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo di essere amati.” (S. Teresa di Gesù)
“Sono tua, dopo che mi hai creata,
tua, dopo che mi hai redenta,
tua, dopo che mi hai tollerata,
tua, dopo che mi hai aspettata,
tua, dopo che mi sono persa.
Cosa vuoi da me?
Dammi morte, dammi vita,
dammi salute o malattia,
dammi onore o disonore,
dammi guerra o pace grande,
debolezza o forza piena,
perché a tutto dirò sì.
Cosa vuoi da me?” (S. Teresa di Gesù)
S. Teresa di Gesù chiede a Cristo il dono dell’orazione, di potere bere a quella fonte che l’avrebbe dissetata in eterno.
Signore, facci bere a questa sorgente che zampilla per la vita eterna!
Ed ecco il passo del Vangelo di Giovanni 4,7, che parla dell’incontro di Gesù con la Samaritana :
Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù:
<< Dammi da bere! >>
La meraviglia dell’orazione si rivela giustamente qui: bere al pozzo dove andremo a procurarci la nostra acqua. E’ qui che Cristo viene incontro a tutto l’essere umano ed è il primo a procurarsi l’acqua. E’ LUI che chiede da bere!
Un atto di umiltà in cui riconoscere le nostre pochezze e le nostre fragilità!!!
Gesù le risponde:
<< Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti dice : “Dammi da bere”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva.>>
Gli dice la donna: << Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi, dunque, quest’acqua viva? Sei tu, forse, più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame? >>
Gesù le risponde:
<< Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna! >>
“PREGATE, ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa, infatti, è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.” (1Tess. 5,17)
Da dove viene l’orazione umana? E’ il cuore che prega. Il cuore che è la casa in cui abito. E’ il mio castello interiore, il mio centro nascosto. E’ il luogo della verità e solo lo Spirito di Dio può sondarlo e conoscerlo.
“E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze , amano pregare, stando ritti, per essere visti dalla gente. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.”(Mt. 6,5-6)
E’ nel silenzio del cuore che si consuma l’esperienza dell’orazione, l’incontro con l’AMATO!
Elaborato di Angela Parisi
Elaborato di Angela Parisi