Vita di S.Teresa rielaborata da P. Raffaele
(elaborazione fatta da P. Raffaele)
CAPITOLO 8°
E' un grande bene non allontanarsi mai completamente dall’orazione. Questa è anche un valido aiuto per riconquistare ciò che, caso mai, si è perduto. Esortazione a praticarla. E' una grande fortuna e un prezioso bene.
2. Per non essermi appoggiata alla salda colonna dell’orazione, trascorsi quasi vent’anni in un mare tempestoso, sempre cadendo e rialzandomi; ma rialzandomi male, perché tornavo a cadere. Conducevo una vita così lontana dalla perfezione che non facevo quasi più conto dei peccati veniali e, quanto ai mortali, anche se li temevo, non li temevo come avrei dovuto, perché non rifuggivo dai pericoli. Posso dire che tale vita è una delle più penose che mi sembra si possano immaginare, perché non godevo di Dio, né gioivo del mondo. Quando mi trovavo fra i piaceri mondani, mi dava pena il ricordo di ciò che dovevo a Dio; quando stavo con Dio mi turbavano le affezioni del mondo…. Ciò nonostante, vedo chiaramente la grande misericordia che il Signore mi usò dandomi il coraggio di praticare l’orazione, anche se mantenevo rapporti con il mondo. Dico coraggio, perché tradirlo e sapere che egli ne è al corrente, ci vuole coraggio per non allontanarsi dal suo cospetto. Infatti, anche se siamo sempre al cospetto di Dio, a me sembra che in modo speciale vi si trovino quelli che praticano l’orazione, perché sentono che egli li guarda, mentre gli altri possono restare più giorni senza mai ricordarsi che Dio li vede.
3. È vero che trascorsi molti mesi guardandomi dall’offendere il Signore, dedicandomi molto all’orazione e facendo ricorso ad alcune particolari attenzioni per non tornare ad offenderlo. … Pochi erano i giorni che passavo senza dedicare lungo tempo all’orazione, a meno che stessi molto male o fossi molto occupata. Quando stavo male, mi era più facile trovarmi con Dio; procuravo che altrettanto fosse delle persone con le quali trattavo, supplicavo a questo fine il Signore e parlavo molto di lui. Così, tranne l’anno di cui ho parlato [della grave malattia], dei ventotto trascorsi da quando ho incominciato a praticare l’orazione, ne ho passati più di diciotto in questa battaglia e in questo contrasto di stare con Dio e con il mondo. Negli altri, la causa della lotta fu diversa, anche se non fu piccola; ma per il fatto di essere, al servizio di Dio e di conoscere la vanità del mondo, tutto mi è stato dolce.
4. Lo scopo, dunque, per cui ho tanto insistito a parlare di ciò è …perché si conosca il gran bene che Dio fa a un’anima quando la dispone a praticare e a desiderare l’orazione. Anche se non ha tutta la disposizione necessaria, purché perseveri in essa, per quanti peccati, tentazioni e cadute di ogni genere le frapponga il demonio, il Signore la trarrà al porto di salvezza.
5. Sulla pratica dell’orazione, intendo dire l’orazione mentale, posso dire soltanto quello di cui ho fatto esperienza, ed è che, per quanti peccati faccia, chi ha cominciato a praticare l’orazione non deve abbandonarla, essendo il mezzo con il quale potrà riprendersi, mentre senza di essa sarà molto più difficile. Che il demonio non abbia a tentarlo, come ha fatto con me, a lasciare l’orazione per umiltà. Sia convinto che la parola di Dio non può mancare. Con un sincero pentimento e con il fermo proposito di non ritornare ad offenderlo si ristabilisce l’amicizia di prima ed egli ci fa le stesse grazie, anzi, a volte, molte di più, se il nostro pentimento lo merita.
Quanto a coloro che non hanno ancora incominciato, io li scongiuro, per amore del Signore, di non privarsi di tanto bene. Qui non c’è nulla da temere, ma tutto da desiderare, perché, anche se non facessero progressi né si sforzassero d’essere perfetti, così da meritare le grazie e i favori che Dio riserva agli altri, per poco che guadagnassero, giungerebbero a conoscere il cammino del cielo. Perseverando nell’orazione, per la misericordia di Dio, prendendolo per amico, ne saranno certamente ripagati. Per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto d’amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama. E se voi ancora non l’amate, cioè se non potete riuscire ad amarlo quanto si merita, non essendo egli della vostra condizione, nel vedere, però, quanto vi sia di vantaggio avere la sua amicizia e quanto egli vi ami, sopportate questa pena di stare a lungo con chi è tanto diverso da voi.
6. Oh, bontà infinita del mio Dio, mi sembra di vedere chi Egli sia e quanto misera cosa sia io! Oh, delizia degli angeli, vedendo questa enorme differenza, vorrei consumarmi tutta d’amore per te! Com’è vero: tu sopporti chi sopporta di stare con te. Oh, come ti comportate da buon amico, Signor mio, come cominci subito a favorirlo, sopportarlo e, aspettando che si conformi alla tua condizione, con quanta pazienza, nel frattempo, tolleri la sua! Tu tieni conto, mio Signore, di tutti i momenti che dedica ad amarvi, e per un attimo di pentimento dimentichi quanto ti abbia offeso! So questo chiaramente per esperienza personale, e non capisco, o mio Creatore, perché tutti non cerchino di giungere a te per mezzo di questa particolare amicizia. I cattivi, che non sono della tua condizione, dovrebbero avvicinarti per diventare buoni, acconsentendo che stia con loro, sia pure un paio d’ore al giorno, anche se turbati da mille sollecitudini e pensieri mondani, come capitava a me. Per la violenza che essi devono farsi a voler rimanere in così incomparabile compagnia, costringi, Signore, i demoni a non assalirli e fai loro diminuire di giorno in giorno le forze contro di essi, ai quali, invece, le dai perché vincano. No, vita di tutte le vite, tu non uccidi nessuno di quelli che confidano in te e ti vogliono per amico, anzi sosteni la vita del corpo con maggior salute, dandola all’anima.
7. Non capisco il timore di coloro che esitano ad applicarsi all’orazione mentale, né so di che cosa abbiano paura. …
Per alcuni anni, molte volte badavo più a desiderare che l’ora di stare in orazione finisse e ad ascoltare il suono dell’orologio, che non a darmi a buoni pensieri; e spesso non so a quale grave penitenza che mi fosse stata imposta io non mi sarei obbligata più volentieri che non raccogliermi nella pratica dell’orazione!...
Il demonio faceva del tutto perché non mi dedicassi all’orazione. Mi prendeva una tale tristezza quando entravo in oratorio, che era necessario facessi appello a tutto il mio coraggio.. e infine il Signore mi aiutava. Dopo essermi fatta, così, forza, sentivo più gioia e tranquillità di altre volte in cui avevo il desiderio di pregare.
8. Se dunque il Signore ha sopportato per tanto tempo me, creatura spregevole, chi, per cattivo che sia, avrà da temere? …Ora, se a quelli che non lo servono, anzi l’offendono, l’orazione è così utile e così necessaria … perché chiudere a Dio la porta attraverso la quale egli darebbe loro gioia?... Mi fanno proprio compassione questi che servono Dio a loro spese, perché a coloro che praticano l’orazione lo stesso Signore paga le spese; infatti, per un po’ di sforzo dà ad essi la grazia utile a superare le difficoltà.
9. …L’orazione è la porta d’ingresso per i sublimi favori che Dio vuole fare... Dio vuole entrare in un’anima per goderne e farla godere e non c’è altra via d’accesso, se non quella dell'orazione che la porta ad essere sola, pura e desiderosa di ricevere i suoi beni. Se gli ingombriamo la strada di ostacoli e non ci adoperiamo minimamente a toglierli, come potrà giungere a noi e come possiamo pretendere che ci conceda grandi grazie?
10. Fu un gran bene per me… il non aver lasciato l’orazione e la lettura, nonostante questa tentazione continua del demonio. Bisogna fuggire le occasioni perché, una volta entrati in esse, non c’è da stare sicuri, essendo molti i nemici che ci danno guerra e troppo deboli le nostre forze per difenderci.
11. Vorrei saper descrivere la schiavitù in cui era allora la mia anima, perché ben capivo io di essere schiava, ma non riuscivo a capire di che cosa. La mia anima sentiva che non faceva tutto ciò che era tenuta a fare per colui a cui tanto doveva. …
12. Amavo molto ascoltare le prediche… Mai mi sembravano di poco valore, anche se, stando a quanto dicevano gli altri ascoltatori, il predicatore non era bravo; se poi la predica era bella, mi procurava una gioia particolare. Parlare o sentir parlare di Dio non mi stancava quasi mai, e ciò da quando cominciai a praticare l’orazione. Se, però, da una parte le prediche mi erano di grande consolazione, dall’altra mi erano causa di tormento, facendomi conoscere che non ero neanche lontanamente quale dovevo essere… Doveva dipendere dal fatto di non riporre tutta la mia fiducia nel Signore e non in me.
Ci fermiamo ora sui capitoli 11-15, dove è descritta l'importanza dell'orazione, attraverso la sua esperienza. Una esperienza che siamo invitati a fare anche noi. Divide l'orazione in quattro gradi. Ci accontentiamo di studiarne solo i primi due.
Teresa disse che aveva perseverato per 17 anni in questa fase iniziale. Il progresso avvenne in lei solo alla fine e le grazie di tutto il cammino avvenne in soli quattro mesi.
Ne elenca le difficoltà per non farci scoraggiare. Le croci ci saranno in tutto il cammino, ma solo la perseveranza ci farà raggiungere la meta.
Prende a paragone il come innaffiare un giardino,che rappresenta la nostra vita, con l'acqua che può venire in quattro differenti modi. Il primo è quello di attingerla da un pozzo: è il più faticoso. Il secondo è quello di servirsi di un mezzo meccanico (la ruota con i secchi): meno faticoso. Il terzo è quello dell'irrigazione da un fiume e l'ultimo è quello dell'acqua che piove dal cielo.
Noi ci accontentiamo di arrivare a prendere l'acqua nel secondo modo, ma prima dobbiamo faticare a prenderla dal pozzo che spesso può anche essere vuoto. Si deve continuare, perché basta che Dio veda la fatica per innaffiare Lui direttamente.
Il giardino innaffiato vuole significare la vita permeata dall'amore di Dio. I fiori sono le virtù. L'acqua da prendere, almeno nel primo modo, è l'intelletto da usare con la nostra forza di volontà.
Alla fine ci sarà il godimento: Dio gode di noi, noi godiamo in Dio: quest'ultimo godimento su questa terra viene dato sempre a gocce, perché in pienezza ci sarà solo nell'altra vita.
Restano i due argomenti suggeriti all'inizio dell'orazione: pensare alla vita passata per chiederne perdono e fermarsi a considerare la vita di Cristo.
CAPITOLO 11
Perché non si giunge ad amare Dio con perfezione in breve tempo. Spiega i quattro gradi di orazione. In questo capitolo, è descritto il primo.
1. L'orazione porta all'onore di amare colui che ci ha tanto amato. La colpa è nostra se non godiamo subito di tanto onore. E' un bene tanto prezioso che il Signore vuole che ci disponiamo convenientemente a riceverlo: questo è il prezzo da pagare. Noi, purtroppo, siamo così avari e così lenti nel darci totalmente a Dio, da non giungervi mai.
2. Non c’è prezzo adeguato in terra per l’acquisto di un tale tesoro. Se facessimo quanto è in nostro potere per non attaccarci a cose terrene, rivolgendo invece ogni nostra cura e ogni nostro atto a quelle del cielo, senza alcun dubbio in breve tempo ci sarebbe dato questo bene. Dobbiamo, dunque, disporci subito a riceverlo, come fecero alcuni santi. Per esempio ci decidiamo a essere poveri – cosa molto meritoria – ma spesso ritorniamo a porre ogni cura e diligenza a non farci mancare non solo il necessario, ma perfino il superfluo, e ad andare in cerca di chi ce lo procuri, esponendoci a maggiori preoccupazioni di quante ne avevamo prima con il possesso delle nostre ricchezze. Così pure su tante altre cose.
3. Bella maniera di cercare l’amore di Dio! E poi lo vogliamo subito a piene mani. Vogliamo mantenere le nostre affezioni e, ciò nonostante, pretendere molte consolazioni spirituali. E' assurdo: non mi sembra, infatti, che una cosa sia compatibile con l’altra. Pertanto, poiché non riusciamo a darci totalmente a Dio, anche l’elargizione di questo tesoro non è totale. Piaccia al Signore di darcelo ugualmente, magari a goccia a goccia, dovesse pur costarci tutte le sofferenze del mondo!
4. Grande misericordia egli usa a colui al quale dona la grazia e il coraggio di risolversi ad acquistare con tutte le sue forze questo bene perché, se persevera nella sua risoluzione, Dio, che non nega a nessuno il suo aiuto, a poco a poco renderà il suo coraggio capace di conseguire la vittoria. Dico coraggio, essendo innumerevoli gli ostacoli frapposti all’inizio dal demonio che sa in questo modo di perdere quell’anima e molte altre. Se, infatti, chi comincia a darsi all’orazione si sforza, con il favore divino, di raggiungere la vetta della perfezione, credo che non entrerà mai solo in cielo, ma traendosi dietro molta gente. Perciò il demonio gli pone innanzi tanti pericoli e difficoltà che ha bisogno di non poco coraggio per non tornare indietro e, inoltre, di un grandissimo aiuto di Dio.
5. Parlando ora degli inizi di coloro che sono ormai decisi a perseguire questo bene e a conquistarlo, la maggior fatica sta proprio in questi primi passi, nonostante il Signore ne fornisca i mezzi per farlo. Negli altri gradi di orazione predomina il godimento. Comunque in tutti ci sarà sempre la croce da portare come ci ha insegnato ed ha fatto Gesù stesso.
6. Ecco un paragone. Chi sta all'inizio deve pensare di cominciare a coltivare un giardino in un terreno assai infecondo, pieno di erbacce. Il Signore strappa le erbe cattive e vi pianta le buone. Supponendo che stiamo già a questo punto, perché abbiamo deciso per l’orazione ed abbiamo cominciato a praticarla, dobbiamo, da buoni giardinieri, procurare che quelle piante crescano e aver cura d’innaffiarle, affinché non muoiano e producano fiori di molta fragranza, per ricreare nostro Signore, in modo che venga spesso a dilettarsi in questo giardino e a godersi questi fiori di virtù.
7. Vediamo ora in che modo si può innaffiare un giardino per faticare di meno e ricavarne un maggiore e più duraturo risultato. A me sembra che un giardino si possa innaffiare in quattro modi:
- o con l’attingere acqua da un pozzo, il che comporta per noi una gran fatica;
- o con una ruota e una successione di secchi, il che è di minor fatica del primo e fa estrarre più acqua;
- oppure derivandola da un fiume o da un ruscello: con questo sistema si irriga molto meglio, perché la terra resta più impregnata d’acqua, non occorre innaffiarla tanto spesso, e si ha molto meno da faticare;
- oppure a causa di un’abbondante pioggia, in cui è il Signore ad innaffiarla senza alcuna nostra fatica, sistema senza confronto migliore di tutti quelli di cui ho parlato.
9. Coloro che cominciano a fare orazione sono coloro che attingono l’acqua dal pozzo, con grande stento, come detto, dovendo affaticarsi a raccogliere i sensi; il che, essendo questi abituati a divagare, costa grande fatica. È necessario che vadano abituandosi a non curarsi minimamente di vedere o udire nulla, mettendo specialmente in pratica questa noncuranza nelle ore di orazione, a starsene in solitudine. Così appartati, pensare alla loro vita passata, rinnovando il pentimento per i propri peccati. Poi devono cercare di meditare sulla vita di Cristo. Si deve perseverare in questa meditazione nonostante l’intelletto possa stancarsi.
Questo è cominciare ad attingere acqua dal pozzo. Per acqua si intende il sentimento interiore di devozione. Dobbiamo almeno cercare di attingerla e di fare tutto il possibile per innaffiare i fiori. Dio è così buono che anche quando permette che il pozzo sia secco, se noi facciamo ciò che dobbiamo fare da buoni giardinieri, senz’acqua alimenterà ugualmente i fiori, cioè farà crescere le virtù.
10. Trarre l’acqua dal pozzo equivale a lavorare con l’intelletto. Se da molti giorni non vede in sé altro che aridità, noia, ripugnanza, e tale mala voglia di andare ad attingere acqua, se gli accade di non poter neppure alzare le braccia per far questo deve ricordarsi che fa piacere e rende servizio al Signore del giardino, perciò rallegrarsi, consolarsi e stimare come una grazia straordinaria anche solo il poter lavorare nel giardino. Poiché sa che con quel lavoro lo accontenta e non accontenta se stesso, ma Dio. Lo ringrazi per la fiducia che ripone in lui, aiutandolo a portare la croce. Verrà tempo che sarà ricompensato di tutto; non tema che il suo lavoro vada perduto. Sta servendo un buon padre che lo sta guardando; non faccia caso di qualsiasi altro cattivo pensiero che viene dal demonio.
11. Hanno il loro premio queste fatiche. Ho visto chiaramente che Dio le ricompensa sempre ampiamente anche in questa vita. Sì, è così, non v’è dubbio: infatti, con un’ora sola delle dolcezze che egli poi concede quaggiù, resteranno ricompensate tutte le angosce lungamente sofferte per durare nell’orazione. Sono convinta che il Signore voglia dare alcune volte al principio, e altre alla fine, questi tormenti e le molte e varie specie di tentazioni che si presentano, per mettere alla prova coloro che lo amano e vedere se sapranno bere il suo calice e aiutarlo a portare la croce, prima di arricchirne l’anima con grandi tesori. Credo che per il nostro bene il Signore voglia condurci attraverso queste prove, per farci capire che siamo ben poca cosa. Sono tanto sublimi le grazie che dopo ci concederà, che vuole farci vedere, prima di darcele, le nostre miserie per esperienza diretta, affinché non ci accada di insuperbircene come fece Lucifero.
12. Se saremo determinati a seguire il Signore ovunque fino a morire sulla croce, non c’è proprio di che temere, né vi è alcuna ragione di affliggersi. Se si vuole trattare da sole a solo con Dio e abbandonare i passatempi del mondo, il più è fatto. Ringraziamone il Signore e confidiamo nella sua bontà, che non è mai venuta meno ai suoi amici. Tutto è per il nostro bene. Dio ci conduca dove voglia; ormai non apparteniamo più a noi stessi, ma a lui. Ci usa una grande misericordia nel permetterci di voler lavorare nel suo giardino e stargli vicino. Se egli vuole che queste piante e questi fiori germoglino, alcuni con l’acqua attinta dal pozzo, altri senza di essa, che importa? Fa', o Signore, ciò che vuoi, purché io non abbia più ad offenderti né a perdere le virtù che mi hai donato. Accetto di patire, Signore, se così vuoi; si adempia in me, pertanto, la tua volontà, e non permettere che un tesoro di così grande pregio come il tuo amore mi sia dato solo per averne consolazioni.
13. Si deve notar bene – e lo dico perché lo so per esperienza – che l’anima, la quale comincia a inoltrarsi risolutamente in questa via dell’orazione mentale, ha già percorso gran parte del cammino. Deve però cercare di non fare molto caso delle consolazioni o degli sconforti che prova quando il Signore le concede o le nega questi piaceri e queste tenerezze. Non tema di dover tornare indietro, per quanto possa inciampare, perché ha cominciato a erigere il suo edificio su salde fondamenta. È certo che l’amore di Dio non consiste nel versare lacrime né nel provare questi piaceri e tenerezze – che comunemente desideriamo e con i quali ci consoliamo – ma nel servire Dio con giustizia, con fortezza d’animo e umiltà.
14. Riguardo all'eventuale devozione che il Signore può concedere, non dico che non debba essere accettata, se Dio la dà, e neppure non farne gran conto, perché significa che il Signore ha ritenuto conveniente darla; ma quando non l’hanno, non se ne affliggano e capiscano che non è necessaria, visto che non gliela dà, e sappiano essere padroni di se stessi.
15. Credo che il non abbracciare la croce fin da principio è in gran parte la causa che rende afflitti, sembrando di non far nulla. Non si sopporta che l’intelletto cessi di operare, mentre forse proprio allora aumenta e prende forza la volontà, e non ce ne accorgiamo. Dobbiamo pensare che il Signore non bada a queste cose le quali, anche se a noi sembrano colpe, non lo sono. Dio conosce bene la nostra miseria e l’inferiorità della nostra natura, molto meglio di noi stessi, e sa anche che desideriamo solo pensare sempre a lui e amarlo. Questa è appunto la determinazione che egli vuole. Quanto all’afflizione che noi ci procuriamo, non serve ad altro che a turbare l’anima. Moltissime volte dipende da indisposizione fisica, poiché siamo così deboli, che questa povera anima partecipa delle miserie del corpo, di cui è come una piccola prigioniera. Infatti i cambiamenti di stagione, il mutamento degli umori fanno sì che molte volte, senza sua colpa, essa non possa far ciò che vuole e soffra ogni genere di patimenti. E quanto più, in tali circostanze, ci si sforza, tanto peggio è, perché il male dura più a lungo. Bisogna, invece, aver discrezione per capire quando dipende da queste cause e non opprimere la povera anima. Se ci rendiamo conto di essere ammalati; cambiamo l’ora dell’orazione, e molte volte per vari giorni. Si sopporti come meglio si può questo esilio, perché è una grande disgrazia, per un’anima che ama Dio, vedere che deve vivere in questa miseria e non poter fare ciò che vuole.
16. Ho detto «con discrezione», perché qualche volta sarà opera del demonio; pertanto, è bene non lasciare del tutto l’orazione, quando l’intelletto sia molto distratto e turbato, né tormentare di continuo l’anima costringendola a ciò che non può fare. Ci sono altre pratiche esteriori, come le opere di carità e la lettura, anche se a volte non si sarà disposti neppure a questo. Allora l’anima serva il corpo per amore di Dio, affinché sia poi esso a servire l’anima più spesso, e si prenda qualche onesto passatempo di conversazioni – che siano sante conversazioni – o faccia ricorso alla campagna. In tutto ha molta importanza l’esperienza che fa conoscere ciò che ci conviene, per servire Dio. Il suo giogo è soave ed è di gran guadagno non trascinare l’anima a viva forza, come si dice, ma guidarla con la soavità di tale giogo, per il suo maggior profitto.
17. Perciò ripeto il consiglio già dato, che ha grande importanza, che nessuno si tormenti né si affligga per aridità, inquietudini e distrazioni di pensieri. Se vuole conquistare la libertà dello spirito e non essere sempre pieno di tribolazioni, cominci a non aver paura della croce, e vedrà il Signore che l’aiuterà a portarla. Perché è evidente che se il pozzo non dà acqua, noi non possiamo mettercela, ma sarà il Signore a farci sentire la gioia di procedere e farci constatare come da tutto si può trarre profitto. È altrettanto vero, però, che non dobbiamo distrarci, affinché, quando l’acqua ci sia, provvediamo ad attingerla, perché allora Dio vuole, con questo mezzo, moltiplicare ormai in noi le virtù.
Prosegue a parlare di questo primo stato. Dice fin dove possiamo arrivare da noi stessi, con l’aiuto di Dio, e il danno di voler elevare lo spirito a cose soprannaturali, prima che lo faccia il Signore.
1. … ho cercato di far capire fino a che punto possiamo arrivare da noi, e come in questo primo grado d’orazione possiamo un po’aiutarci. Infatti, pensando e riflettendo a ciò che il Signore ha sofferto per noi, ci sentiamo muovere a compassione; ed è piacevole questa pena, come anche le lacrime che ne derivano, perché il pensiero della gloria che speriamo, dell’amore che il Signore ci ha portato e della sua risurrezione, ci suscita un godimento che non è del tutto spirituale né del tutto sensitivo, ma un godimento virtuoso, e la pena assai meritoria. Questo vale per tutte le cose che suscitano una devozione, al cui acquisto si giunge, in parte, con l’intelletto, benché, se Dio non la concede, non si possa meritarla né conseguirla. Un’anima che egli non abbia portato più su di qui, non cerchi di salire da sé – si badi molto a questa raccomandazione – perché non ne trarrebbe altro frutto che danno.
2. In questo stato l’anima può fare molti atti per risolversi a servire bene il Signore e risvegliare il proprio amore per lui; altri ancora può farne per aiutare l’aumento delle virtù….. S’immagini di trovarsi dinanzi al Cristo, cerchi d’innamorarsi della sua sacra umanità, tenendola sempre presente, di parlare con lui, chiedergli aiuto nel bisogno, piangendo con lui nel dolore, rallegrandosi con lui nelle gioie, senza dimenticarlo mai a causa di esse e senza andare in cerca di orazioni studiate, ma servendosi di parole che rispondano ai propri desideri e alle proprie necessità. È un metodo eccellente per far profitto, in brevissimo tempo. Chi si adopera a vivere in così preziosa compagnia e ad avvantaggiarsene il più possibile, amando veramente questo nostro Signore, a cui tanto dobbiamo, costui, a mio parere, è già molto progredito.
3. Per questo… non dobbiamo preoccuparci di non sentire devozione, ma ringraziare il Signore che ci permette di essere desiderosi di accontentarlo, anche se le nostre opere sono fiacche. Questo modo di portar Cristo in noi giova in ogni stato ed è un mezzo sicurissimo per trarne profitto….
4. Ebbene, ciò è quanto possiamo fare da noi. Se qualcuno volesse procedere oltre ed elevare lo spirito ad assaporare dolcezze che ivi non gli si offrono, ciò equivale, a mio parere, a perder l’una e l’altra cosa, perché si tratta di dolcezze soprannaturali; e se viene meno l’intelletto, l’anima resta vuota e del tutto arida. Poiché questo edificio deve essere interamente fondato sull’umiltà. Quanto più ci avviciniamo a Dio, tanto più dobbiamo progredire in queste virtù, altrimenti va tutto perduto. E sembra in certo modo superbia la voglia di salire più in alto, perché Dio fa già troppo, per quello che siamo, ad avvicinarci a sé. Non si deve intendere con ciò che io mi riferisca all’elevarsi con il pensiero a meditare su cose alte del cielo o di Dio, sulle meraviglie che ci sono là, e sulla grande sua sapienza; perché …. possono giovarsene, specialmente se sono istruite; il che, a mio parere, è un gran tesoro, per questo esercizio, quando l’istruzione è unita all’umiltà. …..
5. Ora, quand’io dico: «non s’innalzino finché Dio non li innalzi», uso un linguaggio spirituale…. Solo allora l’intelletto cessa di operare, perché Dio ne sospende l’esercizio. …. Presumere o pensare di sospenderlo noi, è ciò che non si deve fare. Come non si deve cessare di operare con esso, perché diversamente resteremo freddi e istupiditi e non faremo né una cosa né l’altra. Mentre quando è il Signore a sospenderlo e a fermarlo, gli dà lui stesso di che occuparsi e contemplare, e fa sì che, senza il ricorso alla ragione, intenda… più di quel che noi possiamo intendere con tutte le nostre umane diligenze... Ma pretendere di occupare da noi stesse le potenze dell’anima e di arrestarne l’attività, è una pazzia. E ripeto che, pur facendolo inavvertitamente, è segno di poca umiltà; anche se non c’è colpa, la pena c’è, perché sarà una fatica inutile e l’anima rimarrà con una certa amarezza… Nello scarso profitto ricavato vedrà, …che la causa è quella piccola mancanza di umiltà, perché ha questo di eccellente tale virtù, che non c’è azione a cui essa si accompagni che lasci l’anima afflitta. ……..
6. …. quando il Signore lo vuole, in un attimo insegna tutto, in modo che se ne rimane sbigottiti. ………
7. Ritorno ancora una volta ad avvertire quanto importi non elevare lo spirito se Dio non lo eleva, cosa che, quando avviene, s’intende subito. Altrimenti il pericolo è grave, specialmente per le donne, nel cui animo il demonio potrà far sorgere qualche illusione…. …
Continua a parlare di questo primo stato e dà consigli per vincere alcune tentazioni a cui talvolta il demonio suole esporci. Mette in guardia contro di esse.
1. … Agli inizi, dunque, bisogna cercare di procedere con allegrezza e libertà di spirito, mentre alcune persone credono di dover perdere la devozione, se si distraggono un po’. È bene, sì, procedere temendo di sé, per non esporsi poco o molto a occasioni che offrono generalmente motivo di offendere Dio, precauzione indispensabile fino a quando non si è ben saldi nella virtù….. È sempre bene, finché viviamo, se non altro per umiltà, riconoscere la nostra misera natura, ma ci sono molte circostanze in cui è ammesso prendersi una distrazione, anche per ritornare corroborati all’orazione. Occorre discrezione in tutto.
2. Bisogna avere grande fiducia, perché quello che giova molto non è limitare i nostri desideri, ma credere che con l’aiuto di Dio, impegnandoci a fondo, a poco a poco, anche se non subito, potremo arrivare dove arrivarono molti santi i quali, se non si fossero indotti a tali desideri e non avessero cercato a poco a poco di realizzarli, non sarebbero mai ascesi a uno stato così sublime. Il Signore vuole e ama le anime coraggiose, purché procedano con umiltà e diffidino di sé. … Mi stupisce quanto profitto si ottenga in questa via con l’animarsi a grandi cose; anche se lì per lì l’anima non ne abbia le forze. Infatti spicca il volo e arriva a poco a poco molto in alto, pur se stanca, come l’uccellino di primo pelo.
3. … dice san Paolo: che in Dio si può tutto e…capivo che da me non potevo nulla. Questo mi giovò molto; e …sant’Agostino: «Dammi, Signore, ciò che comandi e comanda ciò che vuoi». …San Pietro non aveva perduto nulla gettandosi in mare, anche se dopo ne ebbe paura. Queste prime risoluzioni sono gran cosa….. L’umiltà sia sempre tenuta presente, per rendersi conto che tali forze non possono provenire da noi.
4. Ma occorre capire bene come debba essere questa umiltà. Il demonio arreca molto danno alle persone che praticano l’orazione, per impedire loro di progredire notevolmente, dando una falsa idea dell’umiltà. Fa infatti apparire superbia il nutrire grandi desideri, il voler imitare i santi e l’anelare al martirio. Dice subito o fa capire che le azioni dei santi sono cosa da ammirarsi ma non da imitarsi da noi che siamo peccatori. … Comunque dobbiamo distinguere ciò che è da ammirare da ciò che è da imitare, perché non sarebbe certamente bene che una persona debole e ammalata si esponesse a frequenti digiuni e ad aspre penitenze, andandosene in un deserto, dove non potesse dormire né avesse da mangiare, e cose simili. Dobbiamo, invece, pensare che possiamo sforzarci, con l’aiuto di Dio, a riuscire a disprezzare il mondo, non stimare gli onori, non essere attaccati ai beni materiali. Ma abbiamo cuori così gretti, che ci sembra debba mancarci la terra sotto i piedi non appena decidiamo di trascurare un poco il corpo e darci allo spirito. Inoltre, ci sembra che aiuti il raccoglimento avere tutto quello che è necessario, perché le preoccupazioni turbano l’orazione. ….
5. Ora, a me sembra che con questo modo di procedere s’intenda conciliare il corpo con l’anima per non perdere la pace quaggiù e godere lassù di Dio,… E' questo un modo di procedere assai buono per i coniugati, i quali devono condursi in conformità della loro vocazione…
…
7. Si possono anche imitare i santi nel cercare solitudine e silenzio e praticare molte altre virtù che non uccideranno certo i nostri corpi. Invece se vogliamo trattare con ogni riguardo questi nostri corpi, potremmo riuscire solo a rovinare l’anima. Il demonio, da parte sua, concorre moltissimo a renderli inabili ad alti compiti, non appena vede in noi un po’ di amore. Non cerca altro per farci credere che qualunque cosa ci ammazzerà e ci rovinerà la salute; ….. Infatti, da quando non mi uso tanti riguardi e non mi concedo agi, ho molta più salute. Perciò è di grande importanza, agli inizi, non nutrire pensieri deprimenti….
8. C’è, inoltre, un’altra tentazione molto comune, e consiste nel desiderare, non appena si cominciano a gustare la pace e i vantaggi dell’orazione, che tutti diventino molto spirituali. Desiderarlo non è male, ma cercare di ottenerlo potrebbe non essere cosa buona, se non si procede con molta discrezione e con abilità. Bisogna stare attenti da non apparire che si vuole fare da maestri. Chi vuole, infatti, ottenere qualche frutto, è necessario che abbia virtù ben salde, altrimenti può essere di tentazione agli altri. …(9) e possa scapitarne la medesima anima. Ciò a cui dobbiamo soprattutto badare al principio è di preoccuparsi di dare una buona formazione, invitando a riflettere che sulla terra non ci siano altri che Dio e l’anima: questo sarà molto utile.
10. Un’altra tentazione presenta il demonio: consiste nell’affliggersi per i peccati e per le colpe che si vedono negli altri. Il demonio fa credere che sia solo una sofferenza nata dal desiderio che non si offenda Dio e dal dolore del suo onore vilipeso, a cui si dovrebbe porre subito rimedio. Ciò turba tanto da impedire di concentrarsi nell’orazione: e il maggior danno è pensare che sia virtù, perfezione e grande fervore di amor divino. Non mi riferisco, qui, alla pena che procurano i peccati pubblici, se diventati abituali, o i mali che recano alla Chiesa le attuali eresie in cui vediamo perdersi tante anime, perché questa pena è molto buona e, come tale, non genera inquietudine. Ma la cosa più sicura per l’anima che si dia all’orazione è dimenticarsi di tutto e di tutti, attendendo a se stessa e ad accontentare Dio. …. Procuriamo dunque di apprezzare le virtù e le buone opere che vedremo negli altri e coprire i loro difetti pensando ai nostri grandi peccati. È un modo di procedere che, anche se non raggiunge subito la perfezione, ci fa conquistare una grande virtù, quella di stimare gli altri migliori di noi…..
11. Badino a questo consiglio coloro che lavorano molto con l’intelletto, traendo da un solo pensiero molte riflessioni e molti concetti. Coloro invece che non possono operare con l’intelletto, … abbiano pazienza fino a che il Signore dia loro di che occuparsi e luce per farlo…..
Ritornando dunque a quelli che discorrono con l’intelletto, dico che non devono spendere tutto il tempo in questo perché, anche se è molto meritorio, appare loro che debbano continuamente pensare.…. Invece, immaginino di essere alla presenza di Cristo e, senza stancare l’intelletto, restino a parlargli e a godere di lui, senza affaticarsi, ripeto, a far ragionamenti, ma esponendogli i bisogni spirituali, consapevoli di essere indegni anche solo di essere alla sua presenza. Questi bisogni spirituali vengano presentati nei più vari modi, perché l’anima non si stanchi di nutrirsi sempre del medesimo cibo. Sono cibi assai gustosi e proficui; se ci abituassimo a nutrirci di essi, ne avremmo un grande sostentamento per dar vita all’anima, e molti altri vantaggi.
12. … Quanto è diverso quello che si capisce dai libri da quello che poi si vede con l’esperienza!….Mettiamoci a meditare su un brano della passione, per esempio quello della flagellazione del Signore legato alla colonna. L’intelletto deve indagare i motivi dei grandi dolori e della pena sofferta dal Signore in quell’abbandono, e molte altre cose che potrà dedurre da questo passo. È, questo, il modo di orazione in cui tutti devono cominciare, proseguire e finire, cammino eccellente e sicuro in sommo grado, fino a che il Signore non ci elevi ad altre cose soprannaturali.
13. Dico «tutti», ma ci sono molte anime che traggono più profitto da altre meditazioni che non da quelle della divina passione; perché allo stesso modo in cui vi sono molte dimore nel cielo, vi sono anche molte vie spirituali. Alcune persone traggono profitto dal considerarsi nell’inferno, altre nel cielo, altre dal meditare sulla morte. Alcune, di cuore tenero, provano gran travaglio nel pensare sempre alla passione e, invece, sollievo e profitto nel considerare la potenza e la grandezza di Dio nelle creature, l’amore che ha avuto per noi e che si rivela in tutte le cose. E' anche questo un modo mirabile di procedere, purché non si tralasci troppo la passione e la vita di Cristo, da cui ci è venuto e ci viene ogni bene.
(salta)
22. …. sulla meditazione della flagellazione di Cristo legato alla colonna, è bene fermarsi un momento a considerare le pene che ivi soffrì, perché le soffrì, chi è colui che le soffrì e l’amore con cui le soffrì, ma senza stancarsi a cercare queste considerazioni, stando soltanto lì con lui e facendo tacere l’intelletto. Se si può, occuparlo nel considerare che egli ci guarda, e fargli compagnia, parlargli, supplicarlo, umiliarci e deliziarci con lui, ricordando che non siamo degni di stare lì. Quando un’anima può far ciò, anche se è al principio della pratica di orazione, ne trarrà gran profitto, perché questo modo di pregare è assai vantaggioso….
(divagazioni su confessori dotti)
…
(riprende)
15. Tuttavia, la meditazione sulla conoscenza di sé non si deve mai tralasciare, perché non c’è anima che nel cammino dello spirito sia così gigante da non aver bisogno di ritornare spesso a essere bambina e a succhiare il latte materno…. Non c'è uno stato di orazione così elevato che spesso non necessiti di tornare al principio. La conoscenza di sé e dei propri peccati è il pane che in questo cammino dell’orazione si deve mangiare con tutti i cibi, anche con i più delicati, e senza di esso non ci si può sostenere. Ma si deve mangiare con discrezione. Infatti quando un’anima si vede ormai piena di devozione e capisce chiaramente di non aver nulla di buono, per se stessa, e si sente confusa di vergogna davanti a sì gran Re, vedendo quanto poco lo paghi per il molto che gli deve, non c'è bisogno di sprecare il tempo in questo. Dobbiamo, invece, passare ad altre cose che il Signore ci pone innanzi e che non vi è ragione di tralasciare, perché Dio sa meglio di noi ciò di cui ci conviene nutrirci.
….
Comincia a spiegare il secondo grado di orazione, in cui il Signore concede già all’anima di sentire dolcezze particolari. La spiegazione tende a illustrare come siano favori soprannaturali.
1. Poiché si è ormai detto con quanta fatica venga innaffiato questo giardino, quando a forza di braccia occorre cavar l’acqua dal pozzo, parliamo ora del secondo modo di tirar fuori l’acqua, preparato dal padrone del giardino in modo che, mediante il meccanismo di una ruota e di tubature, il giardiniere possa trarre più acqua con minor fatica, e possa riposarsi, senza bisogno di stare in continuo lavoro. Ebbene, questo modo, applicato all’orazione detta di quiete, è quello di cui ora voglio parlare.
2. A questo punto l’anima comincia a raccogliersi e raggiungere ormai uno stato soprannaturale a cui in nessun modo potrebbe arrivare con le sue forze, per quanto impegno mettesse. È vero che sembra che si sia alquanto stancata nel girare la ruota e lavorare d’intelletto per riempire i canali, ma ora l’acqua è più alta, perciò si lavora meno che a tirarla su dal pozzo; intendo dire che l’acqua è più vicina, perché la grazia si manifesta all’anima più chiaramente. Ciò determina un raccogliersi delle potenze spirituali [memoria, intelletto e volontà] in se stesse per godere meglio di quella gioia, ma non si perdono né si addormentano; soltanto la volontà agisce, in modo tale, però, che – senza sapere come – resta prigioniera, ossia acconsente ad essere incarcerata da Dio, come chi sa bene di essere prigioniero di chi ama. Oh, Gesù e Signor mio, com’è potente il tuo amore! Esso tiene il nostro così avvinto a sé, da non lasciargli libertà di amare in quel momento nient’altro che te.
3. Le altre due potenze [memoria e intelletto] aiutano la volontà a diventare capace di godere di un bene così grande, sebbene alcune volte, quando la volontà è unita a Dio, accade che le siano di grande ostacolo. Ma allora la volontà non badi ad esse, standosene nel suo godimento e nella sua pace perché, se cercasse di raccoglierle, sarebbe una perdita per sé e per loro. Sono esse, infatti, come certe colombe che non si accontentano del cibo che ricevono senza fatica dal padrone della colombaia e vanno a cercarselo altrove, ma lo trovano così cattivo che tornano indietro. Altrettanto avviene delle altre facoltà: esse vanno e vengono, sperando che la volontà dia loro qualcosa di ciò che gode. Se il Signore vuole gettare ad esse un po’ di cibo, si fermano, altrimenti tornano a cercarlo: forse pensano di giovare alla volontà, mentre a volte, quando la memoria o l’immaginazione vogliono rappresentarle ciò che sta godendo, le fanno un danno. Bisogna, quindi, regolarsi in questi casi come dirò.
4. Tutto quello che ora avviene comporta grandissima letizia e così poca fatica che l’orazione non stanca, anche se dura a lungo, perché l’intelletto qui opera molto lentamente ed estrae assai più acqua di quella che non estraesse dal pozzo; le lacrime che qui Dio ci dà sono lacrime di gioia e, benché si sentano, sgorgano spontaneamente.
5. Quest’acqua di grandi favori e grazie che qui il Signore ci dona fa crescere le virtù in modo incomparabilmente maggiore che nella precedente orazione, perché l’anima va ormai elevandosi dalla sua miseria e va acquistando già una qualche conoscenza delle delizie del cielo. Credo che questa conoscenza la faccia maggiormente progredire e anche giungere più vicino alla vera virtù da cui derivano tutte le virtù, che è Dio. Infatti, il Signore comincia a comunicarsi a quest’anima e vuole che essa lo senta. Arrivati a questo punto, si comincia subito a perdere l’avidità delle cose terrene, sino a non trovare in esse più alcuna soddisfazione, perché si vede chiaramente che quaggiù non si può avere neanche per un attimo quella gioia, né ci sono ricchezze, potenze, onori, piaceri che bastino a darci un solo istante di questa gioia, essendo un godimento vero che ci soddisfa pienamente. Nelle cose terrene è un miracolo, mi pare, intendere dove stia questa gioia, perché non manca mai un motivo di dubbio o di contrasto, mentre qui tutto è positivo, in quel momento. Un motivo di delusione verrà dopo, vedendo che quella gioia è finita e non si può né si sa come recuperarla; perché allora, se il Signore non vuole ridarla, poco giova farsi a pezzi con penitenze, orazioni e ogni genere di mortificazioni. Dio, nella sua grandezza, vuole che quest’anima intenda che il Signore le è così vicino da non esservi più bisogno dell’invio di messaggeri: occorre solo che essa parli con lui e senza bisogno di emettere la voce, perché egli ormai le sta così vicino che dal movimento delle labbra la intende.
6. Sembra inopportuno dir questo, perché sappiamo che sempre il Signore ci ascolta ed è in noi. Non c’è dubbio che sia così, ma questo nostro Imperatore e Signore vuole che noi, a questo punto, comprendiamo che egli ci ascolta e quali siano gli effetti della sua presenza, e il suo particolare desiderio di cominciare a operare nell’anima, dandole grandi soddisfazioni interiori ed esteriori e facendole capire la differenza che, come ho detto, passa fra tali gioie e diletti e quelli del mondo. E così sembra riempire il vuoto che a causa dei nostri peccati avevamo fatto nella nostra anima. Questa soddisfazione alberga nella parte più intima dell’anima, che non sa da dove né in che modo le venga, né sa, spesso, cosa fare, né cosa volere, né cosa chiedere. Le sembra di aver trovato tutti i beni riuniti insieme e non sa che cosa ha trovato, e nemmeno io so come farlo capire,….
…..
8. Desidererei vivamente che il Signore mi aiutasse a descrivere gli effetti prodotti nell’anima da quei favori che già cominciano a essere soprannaturali, affinché si possa capire da tali effetti se vengono dallo spirito di Dio. Dico «si possa capire», per quanto è possibile intendere su questa terra, ma è sempre bene procedere con timore e cautela perché, anche se vengono da Dio, a volte il demonio può trasfigurarsi in angelo di luce, e se l’anima non ha molta esperienza, non se ne accorgerà; deve avere davvero molta esperienza perché, per accorgersene, bisogna essere giunti quasi al sommo dell’orazione. ……
9. Torniamo ora al nostro orto o giardino e vediamo come comincino questi alberi a riempirsi di linfa per fiorire e poi fruttificare, e così i fiori e i garofani, per dar profumo. Questo paragone mi piace, perché molte volte, agli inizi… mi procurava grande gioia considerare la mia anima come un giardino in cui il Signore passeggiava. Lo supplicavo di aumentare il profumo dei piccoli fiori di virtù che sembravano sul punto di sbocciare, e di nutrirli, per amore della sua gloria – poiché io non volevo nulla per me –, tagliando quelli che voleva, poiché io sapevo bene che sarebbero cresciuti più belli. Dico «tagliare», perché in certi momenti nell’anima non c’è ricordo di questo giardino; sembra che sia completamente secco e che non debba esserci acqua per alimentarlo, né che ci sia mai stato nell’anima alcun germe di virtù. Si prova allora grande sofferenza, perché il Signore vuole che al povero giardiniere sembri perduto tutto ciò che ha fatto per alimentare e innaffiare il giardino. Allora è davvero il momento di sarchiare e sradicare le erbacce rimaste, per piccole che siano, di riconoscere che non ci sono diligenze che bastino, se Dio ci priva dell’acqua della sua grazia, e far poco conto del nostro nulla, anzi del nostro meno che nulla. Questo farà progredire l’anima nell’umiltà. I fiori torneranno a sbocciare.
10. Oh, mio Signore e mio bene! Io non posso dire questo senza lacrime e grande gioia della mia anima, se penso che tu vuoi, Signore, startene così con noi, quando già sei presente nel santissimo Sacramento…. In tutta verità, ci è lecito, dunque, fare questo paragone, che se non è per colpa nostra, possiamo godere di te come te di noi, poiché hai detto che la tua delizia è stare con i figli degli uomini……….
CAPITOLO 15
Dà alcuni consigli circa il modo di procedere nell’orazione di quiete. Dice che ci sono molte anime che giungono a questo grado di orazione, ma poche lo oltrepassano.
1. Adesso torniamo al nostro argomento. Questa quiete e raccoglimento dell’anima sono cose che si avvertono chiaramente per la pace e l’appagamento che producono, con grandissima gioia e riposo delle potenze spirituali e con soavissimo godimento. Sembra all’anima, non essendo mai giunta più in alto, che non le resti altro da desiderare e molto volentieri direbbe con Pietro che lì è il luogo dove fissare la sua dimora. Non osa muoversi né spostarsi, perché le sembra che quel bene le debba sfuggire tra le mani; a volte non vorrebbe nemmeno respirare. Poveretta, non capisce che, come non poté far nulla per attirarsi quel bene, meno ancora potrà fare per conservarlo più di quanto il Signore vorrà. Ho già detto che in questa orazione di raccoglimento e di quiete non mancano di agire le potenze dell’anima; ma l’anima è così appagata di Dio che, mentre dura tale stato, anche se la memoria e l’intelletto si scombussolano, poiché la volontà è unita a Dio, non perde la pace e la tranquillità, anzi a poco a poco essa riporta al raccoglimento l’intelletto e la memoria. Infatti, benché non sia del tutto immersa in Dio, è così occupata a contemplarlo, senza saper come, che le altre due potenze, per quanti sforzi facciano, non possono toglierle il suo appagamento e la sua gioia; tanto più che, senza molta fatica, essa si va adoperando perché questa piccola scintilla di amore di Dio non si spenga.
2. Piaccia al Signore di darmi grazia di far ben comprendere questa cosa, perché sono molte, moltissime le anime che arrivano a questo stato, e poche quelle che vanno avanti e non so di chi sia la colpa. Certamente non è Dio a venir meno, poiché se il Signore dà la grazia di giungere fin qui, non credo che cesserà di concederne molte altre, se non a causa della nostra colpa. È molto importante che l’anima, arrivata a questo punto, si renda conto della grande dignità del suo stato, della somma grazia che il Signore le ha fatto, e di come ben a ragione debba distaccarsi dalla terra, visto che la sua bontà sembra renderla ormai cittadina del cielo….
3. Prego pertanto, per amore del Signore, le anime alle quali il Signore ha concesso così grande grazia di giungere a questo stato, di conoscersi bene e di valutarsi molto, con umiltà e senza presunzione, per non ritornare alle pentole d’Egitto. Se per debolezza e perversità, per indole misera e vile, ricadessero, abbiano sempre presente il bene perduto, siano diffidenti e camminino con timore, perché ne hanno motivo, perché se non tornano all’orazione andranno di male in peggio. Questa io chiamo vera caduta, abbandonare la strada che è stata fonte di tanto bene. Parlando a queste anime non dico già che non debbano più offendere Dio e non cadere in peccato... quello che raccomando vivamente è di non lasciare l’orazione, perché è lì dove si capisce ciò che si fa e dove si riceve dal Signore la grazia del pentimento e la forza per rialzarsi. …
4. È, dunque, questa orazione una piccola scintilla del vero amore di Dio che il Signore comincia ad accendere nell’anima, volendo che essa intenda gradatamente in che cosa consista quest’amore pieno di dolcezze. La quiete e il raccoglimento, ossia tale piccola scintilla, se viene dallo spirito di Dio e non è un piacere suscitato dal demonio o prodotto dai nostri sforzi …se, dunque, questa piccola scintilla è accesa da Dio, per piccola che sia, scoppietta ben forte, e se non la soffochiamo per colpa nostra, è lei a dar l’avvio al grande fuoco dell’ardente amor di Dio che sprigiona fiamme….
5. È, questa scintilla, un segno e un pegno che Dio dà all’anima di averla scelta ormai per grandi cose, perché si prepari a riceverle, è un grande dono, molto più grande di quanto io possa dire….
6. Ciò che deve fare l’anima durante l’orazione di quiete non è altro che attendervi con dolcezza e senza strepito. Chiamo «strepito» l’andar cercando con l’intelletto molte parole e considerazioni per ringraziare di questo beneficio e rivangare il mucchio dei propri peccati e delle proprie mancanze per convincersi di non esserne degna. Tutto questo altera la quiete, perché l’intelletto si sforza di rappresentare le cose e la memoria si agita per ricordarle….. La volontà operi con calma e prudenza, e intenda che con Dio non si negozia bene a forza di braccia, e che questi ragionamenti sono come grossi pezzi di legna messi senza discernimento sulla scintilla per soffocarla; lo riconosca e con umiltà dica: «Signore, che posso fare io qui? Che ha da vedere la serva con il padrone e la terra con il cielo?» e altre parole d’amore che la circostanza le suggerisca, convinta della verità di quello che dice. E non badi all’intelletto, che è un seccatore, e se essa vuol renderlo partecipe di ciò che gode o si sforza di indurlo al raccoglimento… è meglio che lo lasci andare, anziché corrergli dietro, e se ne stia a godere di quella grazia, raccolta in sé….
7. L’anima, pertanto, se non fa attenzione a questo, perderà molto; specialmente se ha l’intelletto ottuso, perché è allora che pensa… di far qualcosa di buono. La sola ragione che qui può valere è intendere chiaramente che non ce n’è nessuna perché Dio ci faccia una grazia così grande, all’infuori, unicamente, della sua bontà. Cerchiamo di capire, piuttosto, che gli siamo molto vicini, chiediamo grazie al Signore e preghiamo per la Chiesa, per coloro che si raccomandano alle nostre preghiere e per le anime del purgatorio, non con rumore di parole, ma con vivo desiderio di essere esauditi. È un’orazione che comprende molte cose e mediante la quale si ottiene di più che con molti ragionamenti dell’intelletto. ….Giovano di più, a questo proposito, alcune pagliuzze poste qui con umiltà … che meglio attizzano il fuoco, anziché molta legna ammonticchiata con argomentazioni dottissime che… soffocherebbero la fiamma. …
8. ….davanti alla sapienza infinita, mi credano, vale più un piccolo sforzo di umiltà e un atto di essa, che tutta la scienza del mondo. Qui non c’è da argomentare, ma da riconoscere sinceramente che cosa siamo e presentarci con semplicità davanti a Dio il quale vuole che l’anima si riveli sprovveduta, come lo è infatti al cospetto di lui, che si umilia tanto da sopportarla vicino a sé, pur essendo noi quello che siamo.
9. L’intelletto si muove anch’esso per ringraziare Dio in parole ornate, ma la volontà, tenendosi quieta e non osando nemmeno alzare gli occhi, come il pubblicano, farà più buon ringraziamento dell'intelletto con i suoi artifizi della retorica. Infine, in questo stato non si deve lasciar del tutto l’orazione mentale, neppure certe preghiere orali anche se queste le procurano molta pena quando la quiete è profonda.…
10. Se questa quiete proviene dal demonio, ritengo che l’anima dotata di esperienza se ne accorgerà, perché lascia inquietudine, poca umiltà e poca disposizione alla volontà di Dio, nessuna luce nell’intelletto né fermezza nella verità. ….
11. Per questo e per molte altre ragioni, ho consigliato, parlando del primo grado di orazione – cioè il primo modo di attingere acqua –, che è importantissimo che le anime, entrando in orazione, comincino a distaccarsi da ogni genere di diletti e vi entrino risolute ad aiutare Cristo a portar la croce, come buoni cavalieri che senza soldo vogliono servire il loro re, ben sicuri di averne una ricompensa. Teniamo gli occhi costantemente fissi su quel vero ed eterno regno che aspiriamo a guadagnarci…..
…….
13. Ritornando, dunque, a quello che dicevo, è fondamentale, per liberarsi dagli inganni e dai piaceri del demonio, avviarsi con decisione, fin dal principio, a seguire la via della croce, e a non desiderare altro, poiché nostro Signore stesso indica questo cammino di perfezione, dicendo: «Prendi la tua croce e seguimi». Egli è il nostro modello; non avrà nulla da temere chi segue i suoi consigli unicamente per compiacergli.
14. Dal profitto stesso che costaterà in sé, capirà che non è opera del demonio, perché, se anche tornerà a cadere, c’è una prova della presenza del Signore, ed è il fatto di rialzarsi presto… Quando si tratta dello spirito di Dio, non è necessario andar cercando considerazioni da cui ricavare umiltà e confusione, perché è lo stesso Signore a darcele, in un modo assai diverso da quello con cui potremmo acquistarle mediante le nostre povere considerazioni, che non sono nulla in confronto della vera umiltà piena di luce che il Signore insegna… È notevolissima la conoscenza che Dio ci dà di noi stessi, affinché comprendiamo che non possediamo alcun bene di nostro; e tanto più chiaramente quanto più grandi saranno le sue grazie. Ci infonde un gran desiderio di progredire nell’orazione, e non lasciarla, per quante difficoltà possano sopravvenire. L’anima, pertanto, è disposta a tutto, sicura, pur con umiltà e timore, della sua salvezza. Non il timore servile, subito scacciato, ma, al suo posto, un sincero timore riverenziale, molto accresciuto. Vede nascere in sé un amor di Dio senza alcun interesse egoistico, desidera momenti di solitudine, per godere maggiormente di quel bene.
15. Infine… questa grazia è il principio di ogni bene, è il tempo in cui i fiori sono ormai sul punto di sbocciare. L’anima lo vede ben chiaramente e per nulla ormai potrà indursi a credere che Dio non sia stato con lei, tranne nei momenti delle sue mancanze e imperfezioni. Per quei momenti le può nascere di nuovo il timore dell'inferno. Anche questo può essere un bene. Ma ad alcune anime giova di più credere con certezza che quanto avviene è opera di Dio. Giova di più ricordare con gratitudine i benefici e le grazie ricevute, piuttosto che spaventarsi per gli eventuali castighi meritati....
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Vita S. Teresa Cap16-21
Il terzo grado di orazione - ciò che può fare l’anima che arriva a questo grado e gli effetti che producono.
1. Cominciamo ora a parlare della terza acqua con cui si irriga questo giardino, cioè l’acqua corrente di fiume o di fonte. Ciò costa molto minor fatica, benché dia un po’ da fare immettere l’acqua nei canali. A questo punto il Signore vuole aiutare il giardiniere in modo tale da prenderne quasi il posto e far tutto lui. È come un sonno delle potenze dell’anima: esse non si perdono del tutto, ma non capiscono in che modo operino. Il piacere, la dolcezza e la gioia sono incomparabilmente maggiori di quelli dello stato precedente, perché l’acqua della grazia arriva alla gola, tanto che l’anima non può né sa come andare avanti né tornare indietro: vorrebbe godere dell’eccelsa gloria. … L’anima non sa in tale stato cosa fare, se parlare o tacere, se ridere o piangere: è un glorioso delirio, una celeste follia, da cui si desume la vera sapienza, ed è, per l’anima, un modo di godere deliziosissimo.
3. Qui le potenze non possono far altro che occuparsi completamente di Dio. Sembra che nessuna osi muoversi né potremmo smuoverle noi, a meno che con molto sforzo non volessimo distrarci, ma credo che neanche in tal caso potremmo riuscirci. Si dicono molte parole in onore di Dio, ma senza ordine…; l’anima vorrebbe gridare le sue lodi, e scoppia di gioia; è in preda a un’inquietudine piacevole. I fiori già sbocciano, già cominciano a emanare profumo. L’anima allora vorrebbe che tutti la vedessero e si accorgessero della sua gioia, per lodare Dio e aiutarla a glorificarlo e per renderli partecipi del suo gaudio, incapace di sopportarlo da sola. Mi sembra che sia come quella donna di cui parla il Vangelo che voleva chiamare e chiamava le vicine.
4. … Vorrebbe essere tutta lingua per lodare il Signore; dice mille santi spropositi, riuscendo sempre a contentare chi la tiene così.
CAPITOLO 17 - 1. Ho parlato …di questo modo di orazione e di ciò che deve fare l’anima o, per meglio dire, di ciò che in lei fa Dio, il quale si assume lui l’ufficio di giardiniere e vuole che l’anima si riposi. La volontà non ha altro da fare che accettare le grazie di cui gode, mettendosi a disposizione per tutto ciò che in lei vorrà operare la grazia divina. Ci vuole coraggio, certo, perché è così grande il godimento che alcune volte sembra all’anima di essere sul punto di uscire da questo corpo. E che morte fortunata sarebbe!
3. … Le virtù sono ora più forti che nella passata orazione di quiete e l’anima non può non accorgersene, perché si sente cambiata e, senza saper come, comincia a operare grandi cose, grazie al profumo di quei fiori che il Signore fa sbocciare, affinché essa si veda in possesso di virtù, pur comprendendo bene che non le ha per merito suo, in quanto non avrebbe potuto guadagnarle neanche in molti anni, ma che in quel così breve spazio di tempo gliene ha fatto dono il celeste giardiniere. Qui l’umiltà provata dell’anima è molto maggiore e più profonda che nello stato precedente, perché vede più chiaramente di non aver fatto né poco né molto, niente altro se non acconsentire che il Signore elargisse le sue grazie, abbracciandole con la propria volontà.
4. Questo accade alcune volte, anzi molte volte, quando la volontà è unita a Dio: si vede e s’intende chiaramente che la volontà è legata a Dio e ne gode e si vede anche chiaro che solo la volontà sta in molta quiete, mentre, dal canto loro, l’intelletto e la memoria sono così liberi da poter trattare d’affari e attendere a opere di carità. Tale condizione, benché sembri identica, è differente – in parte – dall’orazione di quiete, di cui ho già parlato perché lì l’anima non vorrebbe muoversi né agitarsi, godendo del santo ozio di Maria, mentre in quest’orazione può anche fare da Marta attendere a opere di carità, a faccende convenienti al suo stato, a leggere, così che fa quasi insieme vita attiva e contemplativa.
CAPITOLO 18
Quarto grado di orazione - la grande dignità a cui viene elevata dal Signore l’anima.
1. Per la terza acqua l’anima sente di non essere morta del tutto, mentre qui nella quarta acqua possiamo dire che lo è, essendo realmente morta al mondo… In tutta l’orazione, nelle varie formema, il giardiniere lavora sempre un po’, ma in questi ultimi gradi il lavoro è accompagnato da tanta gioia e consolazione che l’anima non vorrebbe mai lasciarlo; pertanto, non si sente come una fatica, ma come una gioia. Qui non c’è coscienza, c’è solo il godimento, senza sapere di che. Si sente di godere un bene dove si racchiudono, uniti, tutti gli altri beni, ma non si comprende tale bene. Tutti i sensi sono presi da questo godimento, in modo che nessuno resta libero di occuparsi in altre cose, esterne o interne. Prima era loro permesso di manifestare con alcuni segni la grande gioia che sentivano; qui l’anima gode incomparabilmente di più e può manifestare molto meno, perché il corpo rimane senza forza, né l’anima ne ha per poter comunicare quella gioia. In quel momento ogni cosa le sarebbe di grave imbarazzo e tormento, e disturberebbe il suo riposo.
3. Si sa ormai cosa sia unione: due cose distinte in una.
7. Accade, dunque, che si produca questa elevazione dello spirito o unione con l’amore celeste. …
9. Ora, quest’acqua che viene dal cielo per riempire e impregnare con la sua abbondanza tutto il giardino, il Signore smette di darla ogni tanto. Sarebbe troppo, non sarebbe mai inverno, ma sempre primavera, e quale riposo ne avrebbe il giardiniere... di quale gioia godrebbe!... ma, finché viviamo, ciò è impossibile: bisogna sempre, quando manca un’acqua, procurare l’altra. Questa del cielo viene, molte volte, quando il giardiniere meno se l’aspetta. Veramente, da principio, è quasi sempre dopo una lunga orazione mentale: durante tale ascesa il Signore viene a prendere quest’uccellino e lo depone nel nido perché si riposi. Poiché lo ha visto volare a lungo e adoperarsi con l’intelletto, con la volontà e con tutte le sue forze a cercare Dio e compiacerlo, vuole dargliene il premio sin da questa vita; e che gran premio! È tale che basta un istante di gioia per ripagarlo di tutte le pene che possa aver sofferto.
10. Mentre l’anima sta così cercando il suo Dio, si sente, con grandissima gioia, quasi del tutto venir meno, per una specie di deliquio; a poco a poco le mancano il respiro e le forze fisiche, tanto che non può muovere neppure le mani, se non a prezzo di un grande sforzo; gli occhi le si chiudono senza che li voglia chiudere o, se ritiene aperti, non vede quasi nulla, né, se legge, riesce a pronunciare una sillaba e quasi neppure a distinguere le lettere; vede che ci sono lettere, ma poiché l’intelletto non le è di aiuto, non è capace di leggerle, pur volendo; ode ma non capisce quello che ode. Così che i sensi non le servono più, anzi le sono di danno perché le impediscono di stare in pace… Non può parlare, poiché non riesce a mettere insieme una parola, né ha la forza, qualora ci riuscisse, di pronunciarla, perché ogni forza fisica si perde, mentre aumentano quelle dell’anima, per farla meglio godere della sua gioia. Il diletto esteriore che allora si prova è pur esso grande e sensibile.
11. Per quanto duri, questa orazione non è mai di danno … Ma che male può fare un bene così grande? Sono tanto evidenti i suoi effetti esteriori che non si può dubitare della grandezza della causa che li produce, e se, per l’eccesso della gioia, il Signore ci toglie le forze, è per ridarcele in maggior grado.
12. … Si noti che, a mio parere, per quanto lungo sia il tempo della sospensione di tutte le potenze in cui si viene a trovare l’anima, è assai breve; è molto se dura una mezz’ora… Dura poco, anche se le potenze non si riprendono così perfettamente da non restare alcune ore come stordite… È vero che è difficile poter computare il tempo, perché si è fuori dei sensi …
14. Ora veniamo a quello che l’anima sente nel proprio intimo in questo stato. … Il Signore mi disse queste parole: «Si strugge tutta, figlia mia, per meglio immergersi in me; ormai non è più lei che vive, ma io; non potendo comprendere ciò che intende, il suo è un non intendere intendendo». Chi ne abbia fatto esperienza capirà qualcosa di questo, essendo tanto oscuro ciò che le avviene che non si può spiegare… Posso dire soltanto che l’anima si vede unita a Dio e ne ha una tale certezza che in nessun modo potrebbe non crederlo…..
Gli effetti che opera nell’anima questo grado di orazione. Esortazione a non tornare indietro e a non lasciare l’orazione, anche se dopo questa grazia si torni a cadere.
1. Dopo questa orazione e questa unione, l’anima rimane presa da grandissima tenerezza, tanto che vorrebbe struggersi in lacrime, non di pena, ma di gioia e si trova bagnata di lacrime senza accorgersene né sapere quando né come pianse, ma le dà grande gioia vedere quell’impeto di fuoco mitigato dall’acqua che, al tempo stesso, lo fa aumentare. …
2. L’anima resta così piena di coraggio che, se in quel momento la facessero a pezzi per Dio, le sarebbe di grande gioia. È l’ora delle promesse e delle decisioni eroiche, degli ardenti desideri, il momento in cui comincia a disprezzare il mondo, vedendone chiaramente la vanità. È avvantaggiata molto di più e in più alto grado che nelle orazioni precedenti e la sua umiltà è più grande, perché sa con certezza che non è dovuto ad alcuna sua diligenza il conseguimento di quella meravigliosa e straordinaria grazia, non essendo intervenuta né per acquistarla né per conservarla. …
3. Questi vantaggi restano per qualche tempo nell’anima; essa ormai, sapendo chiaramente che i frutti non sono suoi, può accingersi a condividerli con altri, senza che abbia a mancarne lei. Comincia a mostrarsi quale anima custode di tesori celesti che desidera spartire con altri, e a supplicare Dio perché non sia la sola ad essere ricca. Comincia a giovare al prossimo, quasi senza accorgersene né far niente di suo.
13. È chiaro da ciò che, quantunque un’anima giunga a ricevere da Dio così speciali grazie nell’orazione, non deve mai fidarsi di sé, né esporsi in nessun modo ad occasioni, potendo sempre cadere. … non deve, fidandosi delle sue forze, uscire all’attacco, perché avrà abbastanza da fare per difendersi.
14. Ecco l’inganno con cui il demonio ci prende al laccio: quando un’anima si è tanto avvicinata a Dio da vedere la differenza tra i beni del cielo e quelli della terra nonché l’amore che il Signore le dimostra, per effetto di quest’amore sente nascere fiducia e sicurezza di non più decadere da quello stato di godimento. Sembrandole di veder chiaramente il premio celeste, ritiene impossibile lasciare una felicità, che anche in questa vita è così piacevole e soave, per cose spregevoli e vili come sono i piaceri del mondo. Con questa sicurezza il demonio le toglie la diffidenza che deve avere di sé.
CAPITOLO 20
Differenza tra unione e rapimento, spiega in cosa consista il rapimento ei suoi effetti.
1. …L’unione e il rapimento, o elevazione, o volo dello spirito, o trasporto: questi differenti nomi indicano la stessa cosa, che si chiama anche estasi.
3. Durante questi rapimenti sembra che l’anima non sia più nel corpo, tanto che questo, sensibilmente, sente che gli viene a mancare il calore naturale e, a poco a poco, si raffredda, anche se con grandissima soavità e gioia. Qui non c’è alcun rimedio per resistere…
4. Dico che vi accorgete di ciò e vi sentite portare via, ma non sapete dove; sebbene tutto avvenga nella gioia, la nostra debole natura, all’inizio, ci è causa di timore, ed è pertanto necessario avere un’anima risoluta e coraggiosa – molto più che negli stati precedenti – per rischiare tutto, avvenga quel che vuole, abbandonarsi nelle mani di Dio e andare di buon grado dove ci porta, perché ci porta via, anche se ci è gravoso.
7. Tali effetti sono grandi e uno di essi è quello di mostrare la somma potenza del Signore e come noi non possiamo far nulla, quando il Signore lo vuole, per trattenere non solo l’anima ma neanche il corpo, non essendone più padroni. Anche se non lo vogliamo, dobbiamo riconoscere che c’è un essere superiore dal quale sono elargite queste grazie, e che noi non possiamo nulla in alcuna cosa; ciò imprime nell’anima una profonda umiltà.
8. Lascia un distacco straordinario, che è diverso, che supera quello causato dagli altri favori che avvengono solo nell’anima, perché, pur verificandosi allora, un completo distacco dalle cose terrene, nel rapimento sembra che il Signore metta in azione lo stesso corpo e si produce un modo nuovo di rimanere estranei alle cose terrene, così assoluto, che la vita riesce molto più gravosa.
9. Da ciò deriva una pena che noi non possiamo né procurarci né toglierci, una volta che sia venuta.
10. Con questa comunicazione cresce il desiderio, è spinta all’estremo la solitudine che si sente, e la pena è sottile e penetrante.
11. Altre volte, sembra che l’anima abbia un estremo bisogno di Dio e vada dicendo a se stessa: Dov’è il tuo Dio? …È un duro martirio gioioso, perché tutto ciò che di terreno può presentarsi all’anima, anche se si tratti di cose che di solito le piacevano molto, non è più da essa accettato; sembra che subito lo getti lontano da sé. Ben comprende di non voler altro che il suo Dio, e di lui non ama un particolare attributo, lo vuole nell’insieme di tutti i suoi attributi e non sa nemmeno ciò che vuole… Mentre le potenze nell’unione e nel rapimento le sospendeva la gioia, qui è la pena a sospenderle.
13. …Un simile tormento è sufficiente a fa morire… In quel momento l'unico desiderio è quello di morire: non sii ricorda del purgatorio, né dei grandi peccati commessi per i quali si può aver meritato l’inferno; si dimentica tutto nell’ansia di vedere Dio, e quel deserto di solitudine è più caro di qualunque compagnia del mondo.
16. Non si deve temere e si deve stimare questa grazia più di tutte le altre, perché in tale pena l’anima si perfeziona, affinandosi e depurandosi come l’oro nel crogiolo, affinché il Signore possa meglio applicarvi gli smalti dei suoi doni, ed espia quelle colpe per cui avrebbe dovuto stare in purgatorio.
18. …Quando si verifica il rapimento, sembra che il corpo sia così leggero da annullare tutta la sua naturale pesantezza e, alcune volte, in tale misura che quasi non ci si accorge di toccare la terra con i piedi. Durante il rapimento, infatti, il corpo resta spesso come morto, senza potersi muovere minimamente, nella posizione in cui il rapimento lo coglie: o in piedi, o seduto, o con le mani aperte, o chiuse, in conformità di come si trovava.
19. … Molte volte l’anima s’inabissa in Dio o, per meglio dire, Dio l’inabissa in sé; la tiene così un po’ di tempo, poi rimane assorta solo la volontà.
20. Qui è molto meno ciò che si può fare da sé, affinché, quando le potenze tornino a riunirsi, non occorra un grande sforzo. Pertanto, chi riceve da Dio questa grazia, non si perda d’animo vedendo il suo corpo del tutto immobilizzato per molte ore e, talvolta, l’intelletto e la memoria distratti. In verità, ordinariamente tali potenze sono occupate nelle lodi di Dio o nello sforzo di conoscere e capire quello che in loro è avvenuto, e non sono ben deste neppure per questo: somigliano a una persona che ha molto dormito e sognato, e ancora non è del tutto sveglia.
22. Qui nasce nell’anima il tormento di dover ritornare a vivere. Qui, cadutole ormai il primo pelo, le sono nate le ali perché possa volare bene… Chi sta in alto scopre molte cose. Guarda a quelli di sotto come chi è in salvo e non teme ormai i pericoli, anzi li desidera, avendo lì, in certo modo, certezza della vittoria. Qui si vede assai chiaramente il poco conto che si deve fare di tutte le cose di quaggiù e la nullità di esse. Non vuole più avere una volontà sua, non vorrebbe, cioè, avere libero arbitrio; pertanto, supplica di ciò il Signore e gli dà le chiavi della sua volontà. Ecco qui il giardiniere divenuto castellano, che non vuole fare altro se non la volontà del Signore, né esser padrone di sé né di nulla, neppure di un frutto di questo giardino. Se in esso c’è qualcosa di buono, lo ripartisca il Signore, perché d’ora in poi non vuole più nulla di proprio, ma solo fare ciò che è totalmente conforme alla sua gloria e alla sua volontà.
25. Che sovranità acquista un’anima quando il Signore la eleva a tale altezza, da cui domina con lo sguardo tutte le cose di questo mondo, senza esserne ingannata! …
26. Si rammarica del tempo in cui badava al punto d’onore e dell’inganno in cui era di reputare onore quello che il mondo chiama onore: ora vede che è una grandissima menzogna da cui tutti siamo illusi. Capisce che il vero onore non è menzognero, ma risponde a verità, e consiste nello stimare ciò che è stimabile e non far nessun conto di ciò che nessun conto merita, essendo nulla e meno di nulla tutto quello che ha fine e non è a gloria di Dio.
27. Ride di sé, del tempo in cui apprezzava il denaro, ed era avida di averlo;
28. L’anima vede anche l’accecamento che procurano i piaceri, le inquietudini e gli affanni che con essi si comprano già in questa vita. E che inquietudini! Che misere soddisfazioni! Che inutile fatica! Qui scorge non solo le ragnatele del suo intimo e i grandi peccati, ma anche qualunque pulviscolo vi sia, per quanto piccolo possa essere, perché il sole rifulge in pieno. Pertanto, nonostante ogni suo sforzo per raggiungere la perfezione, se la colpisce in pieno questo Sole, si vede tutta assai torbida.
29. Quando fissa questo sole divino, il suo fulgore l’abbaglia; quando guarda se stessa, il fango le offusca la vista, così che la colombella rimane cieca. Accade, pertanto, moltissime volte che resti proprio cieca del tutto, assorta, attonita, priva di sensi di fronte alle molte grandezze che vede. Qui acquista la vera umiltà perché non le importa di dire bene di sé, né che altri lo dicano. …
CAPITOLO 21
La sofferenza dell’anima di tornare a vivere nel mondo e la luce che le offre il Signore per vederne gli inganni.
1. … Qui non c’è bisogno del consenso dell’anima a Dio; glielo ha già dato e sa di essersi volontariamente rimessa nelle sue mani e di non poterlo ingannare, perché è onnisciente. Non è come in terra, dove la vita è tutta piena di inganni e di doppiezze e in cui, quando pensate di aver conquistato l’affetto di una persona, in base a ciò che vi dimostra, venite a scoprire che era tutta una menzogna. Non si può ormai più vivere fra tanti imbrogli, specialmente se vi sia di mezzo un qualche interesse. Felice l’anima alla quale il Signore fa conoscere la verità!
5. Arrivata a questo punto, l’anima non è solo animata da desideri di servire Dio; il Signore le dà le forze per effettuarli. Non le si presenta occasione in cui pensi di poterlo servire che non colga a volo, e crede di non far nulla, perché vede chiaramente che tutto è nulla, se non serve a compiacere Dio.
6. Oh, che pena per un’anima, giunta a questo stato, dover trattare di nuovo con tutti, assistere all’assurda farsa di questa vita e spendere il tempo nel soddisfare i bisogni del corpo, col mangiare e dormire! Tutto la stanca e non sa come trovare una via di scampo; si vede incatenata e prigioniera; pertanto, sente più al vivo la schiavitù del corpo e la miseria della vita.
8. Si è parlato degli effetti dei rapimenti provenienti dallo spirito di Dio. Questi, però, possono essere più o meno grandi; dico meno, perché da principio, anche se tali effetti esistono, non sono comprovati dalle opere, pertanto non si può capire che ci siano. Va anche aumentando la perfezione, …e ciò richiede un po’ di tempo; quanto più crescono nell’anima l’amore e l’umiltà, tanto più viva è la fragranza che emana da questi fiori di virtù a vantaggio proprio e altrui.
12. In queste estasi si hanno vere rivelazioni, grandi grazie e visioni; tutto serve a rendere l’anima umile, a fortificarla, a farle disprezzare le cose di questa vita e a conoscere meglio l’eccellenza del premio che il Signore tiene riservato per coloro che lo servono.
Dal cap. 22° in poi, riprendendo il racconto della sua vita, con le grazie che il Signore le ha accordato, consiglia e suggerisce il modo di comportarsi, sia alle anime che ai direttori spirituali.
CAPITOLO 22
Il mezzo per la più alta contemplazione è l’umanità di Cristo.
1. …Alcuni libri raccomandano, inoltre, vivamente di allontanare da sé ogni immagine corporea per accedere alla contemplazione della divinità, perché dicono che, per coloro che sono ormai giunti tanto avanti, è d’imbarazzo e d’impedimento a una più perfetta contemplazione anche l’umanità di Cristo, infatti, se gli apostoli avessero avuto la fede che ebbero dopo la venuta dello Spirito santo, quando, cioè, cedettero che Gesù era Dio e uomo, l’umanità di Cristo non sarebbe stata loro d’ostacolo… Così ritengono che, trattandosi di opera esclusiva dello spirito, qualsiasi immagine corporea possa essere di disturbo o di impedimento, e che considerarsi concretamente circondati da ogni parte da Dio e in lui sommersi è quello a cui devono tendere i nostri sforzi. Questa mi sembra che possa essere una buona via da seguire, qualche volta, ma allontanarsi del tutto da Cristo e riguardare il suo corpo divino alla stregua delle nostre miserie o di ogni altra cosa creata, non lo so ammettere.
4. Tutta la vita ero stata piena di devozione per Cristo …e tornavo sempre alla mia abitudine di ricrearmi con questo mio Signore, specialmente dopo la comunione. Avrei voluto avere sempre davanti agli occhi il suo ritratto e la sua immagine, non potendo averlo scolpito nell’anima come desideravo.
6. Supposto, poi, che la natura o qualche infermità non permettano di pensare alla passione, per essere troppo penosa, chi ci impedisce di stare con lui dopo la risurrezione, giacché l’abbiamo così vicino nel sacramento in cui si trova ormai glorificato? … Egli ci dà aiuto e coraggio, non ci viene mai meno, è un vero amico. … e per essere graditi a Dio e per ottenere che ci doni speciali grazie, egli vuole che si passi attraverso questa sacratissima umanità di Cristo, in cui il Padre disse di compiacersi. … dobbiamo quindi entrare da questa porta, se vogliamo che il Signore ci riveli i suoi grandi segreti.
10. …Noi non siamo angeli, ma abbiamo un corpo. Voler fare gli angeli, stando sulla terra è una pazzia; ordinariamente, invece, il pensiero ha bisogno d’appoggio, benché talvolta l’anima esca così fuori di sé, e molte altre volte sia così piena di Dio, da non aver bisogno, per raccogliersi, di alcuna cosa creata. Ma questo non avviene molto di frequente; pertanto, al sopraggiungere di impegni, persecuzioni, sofferenze, quando non si può avere più tanta quiete, o in caso di aridità, Cristo è un ottimo amico, perché vedendolo come uomo, soggetto a debolezze e a sofferenze, ci è di compagnia. Prendendoci l’abitudine, poi, è molto facile sentircelo vicino…
14. Voglio, dunque, concludere così: che quando pensiamo a Cristo, dobbiamo sempre ricordarci dell’amore con il quale ci ha fatto tante grazie, e di quello, immenso, che ci ha testimoniato Dio col darcene tale pegno. Amore chiama amore, e anche se siamo agli inizi e tanto miserabili, cerchiamo di riflettere sempre su questa verità e di stimolarci all’amore, giacché se il Signore ci facesse una volta la grazia di imprimercelo nel cuore, tutto ci diventerebbe facile, e potremmo in brevissimo tempo e senza alcuna fatica darci alle opere. Ce lo conceda il Signore.. per l’amore che ci ha portato e che ci ha dimostrato a costo di tante sofferenze! Amen.
- Capitolo 23 -
Riprende la narrazione della sua vita …Chiede consiglio a un laico, poi a un ecclesiastico che sbagliarono. Alla fine un gesuita indovina il suo stato spirituale.
6. Mi parlarono di un dotto ecclesiastico di questa città, di cui il Signore cominciava a far conoscere alla gente la bontà e la vita edificante. Cercai di mettermi in contatto con lui per mezzo di un santo cavaliere di questa stessa città. È sposato, ma di vita così esemplare e virtuosa e di così grande orazione e carità che da tutto il suo essere emanano bontà e perfezione. E lo dico con molta ragione…
8. Per questa via procurai d’incontrare quell’ecclesiastico di cui ho parlato, gran servo di Dio e suo grande amico, dal quale pensai di confessarmi, scegliendolo per mio direttore spirituale. E allorché mi fu presentato perché mi parlasse, io, profondamente turbata nel vedermi alla presenza di un uomo così santo, …
Il cavaliere venne da me molto afflitto e mi disse che, secondo l’assoluto parere d’entrambi, ero vittima del demonio; che quanto occorreva fare era parlare con un padre della Compagnia di Gesù …
16. Aperta tutta la mia anima a quel servo di Dio – era molto devoto, e anche molto perspicace – egli, come chi ben conosceva questo linguaggio, mi spiegò che cos’era e m’incoraggiò molto. Disse che evidentemente si trattava dello spirito di Dio e che dovevo riprendere l’orazione, perché non ero ben fondata, né avevo ancora ben cominciato a intendere che cosa fosse la mortificazione (ed era così, perché mi sembra che non ne sapessi neanche il nome). Non solo non dovevo in nessun modo lasciare l’orazione, ma attendervi con tutte le mie forze, visto che Dio mi faceva grazie così particolari. Che sapevo io se per mezzo mio il Signore voleva avvantaggiare molte persone? …
17. Si verificò in me una completa rivoluzione; mi diresse in tal modo che mi parve d’essere del tutto trasformata. Che gran cosa è intendere un’anima! Mi disse di concentrare ogni giorno l’orazione su un punto della passione, di cercare di trarne profitto non pensando ad altro che all’umanità di Cristo e di resistere, per quanto potevo, a quei miei raccoglimenti e a quelle dolcezze interiori, in modo da non dare adito ad essi fino a che egli non mi desse ordini diversi.
CAPITOLO 24
Prosegue nell’argomento iniziato e dice come la sua anima andò avvantaggiandosi da quando cominciò ad obbedire, e quanto poco le giovasse resistere ai favori di Dio, che egli le dava in un modo sempre più perfetto.
… Prima mi sembrava che per ricevere doni nell’orazione occorresse stare in grande raccoglimento e quasi non osavo muovermi. Dopo mi accorsi che ciò aveva ben poca importanza, perché quanto più cercavo di distrarmi, tanto più il Signore mi avvolgeva di soavità e di beatitudine tale che mi sembrava di esserne completamente circondata e di non poterne uscire da nessuna parte, come infatti era.
… Orbene egli, dopo avermi ascoltata, mi disse che si trattava dello spirito di Dio e che gli sembrava non fosse ormai il caso di resistergli oltre, anche se fino allora avessi agito bene, aggiungendo di cominciare sempre l’orazione con un brano della passione e di non opporre resistenza se, in seguito, il Signore mi rapisse lo spirito, lasciando fare a Sua Maestà, senza procurare io tale elevazione.
… Piacque al Signore che stringessi amicizia con una vedova, signora di nobili natali, molto dedita all’orazione, che aveva consuetudine di trattare con loro. Mi fece confessare dal suo confessore e rimasi in casa sua molti giorni. Abitava vicino ai padri e io ne ero assai lieta, perché potevo frequentarli più spesso, essendo grande il vantaggio che la mia anima traeva anche solo dal conoscere la santità dei loro costumi.
… Anche se per causa loro non offendevo Dio, vi ero molto attaccata, tanto che mi sembrava un’ingratitudine lasciarle. ….
Udii queste parole: «Non voglio più che tu abbia conversazione con gli uomini, ma con gli angeli».
CAPITOLO 25
Spiega come si debbano intendere quelle parole che Dio rivolge all’anima, senza che l’orecchio le oda; quali inganni possano esservi e come riconoscerli. È molto utile per coloro che saranno in questo grado di orazione, perché contiene molta dottrina, che è spiegata molto chiaramente.
10. Quando opera il demonio, non solo non lasciano buoni effetti, ma ne lasciano di cattivi.
12. Sono perfettamente sicura che Dio non permetterà mai al demonio d’ingannare un’anima che in nessuna cosa si fida di sé ed è così forte nella fede da sentirsi disposta, per un punto di essa, a subire mille morti.
CAPITOLO 26
Racconta e spiega cose che le sono accadute e che, facendole deporre ogni timore, l’hanno convinta che era lo spirito buono a parlarle.
4. Una volta un confessore, dal quale mi ero confessata in principio, mi consigliò, visto che si trattava dello spirito buono, di tacere e non farne parola con nessuno, essendo ormai meglio tacere. A me il consiglio non dispiacque, perché soffrivo tanto nel dire tali cose al confessore e ne provavo …
5. Sempre, quando il Signore mi ordinava qualche cosa nell’orazione, se il confessore me ne imponeva un’altra, lo stesso Signore tornava a dirmi di ubbidire al confessore, poi Sua Maestà gli faceva cambiare parere, così che ci tornasse su, uniformando il comando al suo volere. Quando si proibì la lettura di molti libri in lingua volgare, io ne soffrii molto, perché la lettura di alcuni mi procurava gioia, e non potendo ormai più leggere perché quelli permessi erano in latino, il Signore mi disse: «Non darti pena, perché io ti darò un libro vivente».
CAPITOLO 27
Nel quale si parla di un altro modo con cui il Signore istruisce le anime e, senza parlare, fa loro intendere la sua volontà in modo meraviglioso. Cerca anche di spiegare una grazia insigne concessale dal Signore con una visione non immaginaria. È un capitolo molto degno di nota.
3. Andai subito, molto turbata, a dirlo al mio confessore. Mi chiese in che forma lo vedessi; io gli risposi che non lo vedevo. Mi chiese allora come potessi sapere che era Cristo. Gli dissi che non sapevo come, ma che mi era impossibile non accorgermi che mi era vicino, che lo vedevo e lo sentivo chiaramente: il raccoglimento dell’anima era molto maggiore e più continuo che nell’orazione di quiete, gli effetti erano ben diversi dai soliti e la cosa era molto evidente.
…
5. Mi domandò, dunque, il confessore: «Chi le ha detto che era Gesù Cristo?». «Egli stesso me l’ha detto, molte volte», risposi io, ma prima che me lo dicesse, avevo ben capito che era lui, anzi, me l’aveva detto prima ancora, quando io non lo vedevo. Se una persona che non avessi mai visto, …
9. Quest’ultimo paragone mi sembra che spieghi qualcosa di tal dono celestiale, perché l’anima si ritrova in un attimo sapiente e vede con tanta chiarezza il mistero della santissima Trinità e altri misteri molto elevati, che non c’è teologo con il quale non ardirebbe discutere la verità di queste …
16. Che bell’esempio di un tal genere di vita ci è offerto dal benedetto fra Pietro d’Alcántara che ora Dio ci ha tolto!
CAPITOLO 28
In cui tratta delle straordinarie grazie che il Signore le concesse e di come le apparve per la prima volta. Spiega cosa sia una visione immaginaria. Riferisce i grandi effetti che lascia quando proviene da Dio.
1. Tornando al nostro argomento, passai soltanto pochi giorni con questa persistente visione, ma con tale vantaggio che ero sempre in orazione. Procuravo anche, in tutte le mie azioni, di comportarmi in modo da non scontentare colui di cui vedevo chiaramente la presenza. E se pure, a volte, temevo ancora per tutto quello che mi dicevano, il timore mi durava poco, perché il Signore mi rassicurava. Un giorno, mentre stavo in orazione, egli volle mostrarmi solo le mani: erano di così straordinaria bellezza che non potrei descriverla.
3. Un giorno che era la festa di san Paolo, mentre stavo a Messa, mi apparve tutta la sacratissima umanità di Cristo, in quell’aspetto sotto il quale lo si suole rappresentare risorto, con quella gran bellezza e maestà di cui ho scritto
CAPITOLO 29
Prosegue il tema iniziato e racconta alcune grandi grazie che il Signore le fece e le cose che le diceva per rassicurarla e insegnarle come rispondere a chi la contraddiceva.
4. Quasi sempre il Signore mi si presentava come risorto, anche quando mi apparve nell’ostia, tranne alcune volte in cui, per incoraggiarmi, se mi trovavo in tribolazioni, mi mostrava le sue piaghe; talvolta mi appariva in croce, talvolta nell’orto, raramente con la corona di spine, e anche sotto il peso della croce,
….6. Il dover fare un gesto di disprezzo mi procurava un’enorme pena quando mi appariva la visione del Signore, perché nel vederlo lì, dinanzi a me, neanche se mi avessero fatta a pezzi, avrei potuto credere che fosse il demonio;
13. Il Signore, mentre ero in tale stato, volle alcune volte favorirmi di questa visione: vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea, cosa che non mi accade di vedere se non per caso raro. Benché, infatti, spesso mi si presentino angeli, non li vedo materialmente, ma come nella visione di cui ho parlato in precedenza.