Arcese P. Luca
P. Luca Arcese
Padre Luca Arcese ha lasciato questa terra per il Regno dei Cieli, il 30 gennaio scorso (2012).
Quanti ricordi!...
Quando una persona finisce la vita terrena riemergono tanti ricordi degli anni lontani.
Aveva quasi novant'anni. Era nato ad Arce (FR) il 10,12,23. Lo conobbi nel 1946, quando, terminato il liceo-filodsofia a Caprarola (VT) stava per trasferirsi al nostro Collegio Internazionale di Roma. Era il mese di agosto e mi fermai in quel convento per una ventina di giorni per prendere ripetizioni in vista di un esame di riparazione. Fra Luca non solo mi aiutò nel greco, ma me lo fece amare.
Era il "decano" di un gruppo di studenti carmelitani, una quindicina. Più che essere chiamato col nome era sempre indicato come "decano". Di qualche anno superiore agli altri, suppliva il sottopriore nel fare osservare le "regole" dello studentato.
Poi lo riebbi come sottopriore e maestro a Ceprano (FR) nel 1953, i primi due anni dei miei studi teologici. Era moderno, di idee aperte. Rompeva il rigore tradizionalmente richiesto nei nostri seminari, ma non mollava nell'osservanza degli orari della vita comunitaria.
Ci faceva leggere il giornale (inaudito a quei tempi, anche se solo cattolici) e ci mandava a passeggio soli. Oramai avevamo tutti sopra i ventuno anni. Insegnava teologia spirituale. Dopo fu trasferito a Monteodorisio (CH) come parroco. Fece un gran bene alla gente, specialmente ai poveri. Lo accusarono di comunismo perché aiutava chi aveva bisogno (quella era la politica di quei tempi…). Nella grande nevicata del 1956 andava a portare la legna per far riscaldare le vecchiette e spalava la neve davanti alle loro case. Gli anziani lo ricordano ancora. Quando fu trasferito, dopo appena due anni (più per motivi politici che per altro…), la gente fece le barricate per non farlo andare via. Ma lui non fece resistenza. Dovette intervenire la forza pubblica per calmare gli animi (e i corpi) agitati...
Poco prima che succedesse quella "rivoluzione" ero stato mandato a Monteodorisio per una quindicina di giorni, per supplire due Padri che dovevano partecipare al Capitolo Provinciale, e potei constatare di persona come la genete fosse attacata a lui e al suo mpodo di fare.
In seguito ebbi modo solo di incontrarlo ed ho un buon ricordo, perchè quando lo incontavo, anzi qualche volta anadavo apposta a trovarlo, mi incoraggiava nel mio lavoro apostolico.
Dopo qualche tempo andò in Brasile nelle nostre parrocchie, dove ugualmente si fece voler bene.
Era un lavoratore, anche nel campo materiale, nelle officine dei conventi e nei campi. Ci teneva all'ordine e alla pulizia e ornava di piante e fiori i corridoi delle nostre case. Per sei anni guidò la comunità di santa Maria della Vittoria (casa provincializia) in Roma, ma anche nel convento operò diverse migliorie. Risiedé per cinque anni nella Casa interprovinciale di Morena (Grottaferrata) collaborando alle edizioni carmelitane. Gli ultimi anni li ha trascorsi nel nostro convento di Ceprano, dove, insieme all'ufficio di economo, ha continuato a curare con passione i fiori che ornavano il giardino e il chiostro. Amava gli animali e nei lavori campestri era sempre circondato da numerosi cani con i quali oltre ad avere un rapporto di vera amicizia, discorreva, giocava, considerandoli, specialmente negli ultimi anni, il suo sostegno insieme al bastone, come ha lasciato scritto nell'ultimo suo libro "L'ATTESA NELL'ATRIO" (Graf. del Liri - 2009) di 164 pagine, con un capitolo ("Il bastone e il cagnolino") dedicato a questo argomento.
Le sue omelie avevano sempre un tocco di originalità. Era anche una buona penna. Ha scritto, infatti, molto, soprattutto articoli di attualità. Hanno preceduto il libro citato nel 1991 "AGONIA DEL CONFESSIONALE?"(tip. Bianchini FR - pag.224); nel 1992 "Conversazioni Evangeliche" (tip. Bianchini Ceccano - pag 176); nel 2004 "LA FATICOSA SPERANZA DI RIVEDER LE STELLE" (Ed. O.C.D. Morena - pag. 315) e nel 2006 "Tu sei il Cristo...." (Arti graf. del Liri - pag. 335)...
Dopo questa breve cronistoria mista a ricordi non posso che dirgli: a rivederci, quando Dio vorrà, in paradiso!
P. Raffaele
Una identità al tramonto?
Se c’è una parola che oggi si scrive e si nomina spesso è proprio la parola identità. La ragione di questo, è perché si è riversata sull’Europa, e, conseguentemente, sull’Italia, una massa umana dall’Africa, dal mondo islamico e dalle aree geografiche impoverite dal comunismo. A questo movimento si aggiungono molte presenze dall’America Latina, che, nonostante un certo risveglio economico, si dibatte ancora in molteplici problemi di sottosviluppo con alto tasso di povertà.
Naturalmente, da questo fenomeno umano, nasce uno spostamento delle varie culture proprie dei popoli, che emigrano da un continente all’altro. Da ciò è facile immaginare cosa può accadere quando tali culture vengono ad incontrarsi o a scontrarsi, nelle loro diverse dimensioni politiche, economiche, morali e religiose. Da qui sorge il problema della identità, specialmente da parte del paese che accoglie le popolazioni in movimento. Fondersi in un’unica espressione culturale, oppure avviarsi ad una unità multiculturale, supposto che ci si possa facilmente riuscire?
Il problema identità attiene alla questione stessa della integrazione. L’emigrante porta con sé un mondo di cultura, che, spesse volte, o non è conosciuta dai paesi ospitanti, oppure contrasta con le loro legge e costumi. Si sa, per esempio, che nei paesi islamici la donna è considerata poco o nulla in dimensione sociale e familiare: essa è l’oggetto dei piaceri e della volontà dell’ uomo cui è devoluta ogni responsabilità. Dalla foggia del vestito si deduce già che lei non deve’essere conosciuta nella espressione della sua femminilità; dai piedi al capo tutto è coperto da veli e lunghe vesti, che non lasciano notare nulla di ciò che madre natura le elargì nell’armonia del cosmo.
Forse è bene subito notare che esiste nella opinionistica italiana, una certa tendenza a considerare molto più l’interesse dell’elemento da integrare che le esigenze delle leggi del paese ospitante, in cui vi sono persone che hanno il diritto di essere considerate secondo la loro identità. C’è di mezzo il cosiddetto relativismo che viene a dire la sua parola di massificazione: tutti siamo uguali come le varie culture, che accompagnano l’uomo e lo situano in un cerro settore della vita. Lo scrive bene, a mio avviso, il folosofo Marcello Pera: Da un certo tipo di relativismo discendono conseguenze sbagliate e disastrose, in particolare una: che gli insiemi di valori come le culture e le civiltà, non possono essere giudicati l’uno a fronte dell’altro”( Senza Radici,p.14).
A questo punto una domanda: “ Come si può salvare una identità, per esempio, italiana, in un meccanismo come quello dell’attuale dialogo che è tutto improntato al senso unico?”. Sappiamo che la dualità in un dialogo, che voglia costruire una vera integrazione, non può assolutamente prescindere dal “ do ut des”, per cui le parti dialoganti si scambiano i propri valori di costume e di cultura. Diciamolo subito: nell’attuale periodo d’incontro fra islamismo e cristianesimo, quest’ultimo si riveste di grande buona volontà verso una cultura molto lontana dalla mentalità occidentale. Ma questo non può assolutamente bastare per realizzare gli elementi essenziali di un vero dialogo. Al massimo si può parlare di un rapporto politico, ma mai di dialogo religioso, che, nella sua essenza, implica gli elementi essenziali di fede, che, nel caso del cristianesimo, sono i due principali misteri “ unità e trinità di Dio” e “ incarnazione, passione e morte di N.S. Gesù Cristo”.
Si deve riconoscere, perciò, che queste due realtà religiose non possono essere avvicinate se non in sola dimensione politica e sociale, il che mette il cristianesimo e la cultura italiana nella impossibilità di affermare la sua propria identità. Può, in tal caso, verificarsi una operazione di vera identità ? A mio avviso certamente nò, e quindi si dovrà dire che la nostra Italia cristiana è costretta a spogliare la sua cultura della veste cristiana. Purtroppo, è quello che si sta verificando nel discorso della Chiesa cristiano-cattolica con l’Islàm, e tutti si nascondono dietro le quinte delle ragioni dell’accoglienza e della solidarietà evangelica, parlando un linguaggio o “politicamente corretto” o peggio, “islamicamente corretto”..
C’è da dire, inoltre, che chi non vuol servirsi di queste due specie di linguaggio, si rifugia nel comodo silenzio del conformismo o della indifferenza, nel timore di essere una voce fuori dal coro. o per motivi riverenziali verso il comportamento delle istituzioni ufficiali, civili e religiose.
A questo proposito, ho scritto ad un Em.ssimo. Cardinale la seguente lettera.
Eminenza Reverendissima.
Da tempo La volevo incomodare con una mia lettera, ma il procrastinare sa sempre di indecisione, la quale, a sua volta, manda all’aria alcuni buoni propositi del nostro agire. Oggi, non voglio ripetere l’errore, e prendo coraggio per inviarLe questo mio scritto nella certezza di essere da Lei bene accolto e compreso.
Da tempo sono in disagio del come intendere il famoso “dialogo ecumenico”, che, specie dal Concilio in poi, domina il discorso della nostra Chiesa Cattolica con le altre religioni.: Mi spiego meglio. Finché si tratta di un dialogo con Chiese cristiane, non penso debba esserci alcun dubbio circa la somma opportunità di tale comportamento della Chiesa nel cercare, per quanto possibile, una unità di fede tra i credenti nel mistero di Cristo Redentore. Ma non capisco quale possa essere il significato di un dialogo religioso con l’Islam, che, dal suo apparire. non ha fatto altro che sopprimere le grandi realtà cristiane esistenti già da secoli, negando i due misteri principali della nostra santa fede..ecc…ecc…
Le vicende storiche, poi, ci ricordano S. Pio V,, Lepanto. Vienna, P.Marco d’Aviano, fino ai martiri cristiani dei nostri giorni, per mano di movimenti islamici, che, purtroppo, trovano poca o quasi nessuna eco nella Stampa Occidentale. Cosa sta succedendo? L’ho seguita sempre nel suo cammino intellettuale, sociale e pastorale, fino all’acquisto del suo libro dal titolo, a mio avviso, molto significativo: MEMORIE E DIGRESSIONI DI UN ITALIANO CARDINALE”
Ricordo benissimo quanto da Lei affermato circa il carattere religioso del personale immigrato nel nostro Paese. Se la memoria non mi tradisce, mi sembra che Lei si esprimesse in favore di una immigrazione preferibilmente cristiana, il che io ritenni quanto mai opportuno per mantenere un certo equilibrio nel nostro mondo cristiano-cattolico. Ci fu, purtroppo, a mio avviso, qualche voce di protesta, e poi tutto è continuato, mi permetta, in una autentica invasione islamica in nome di un multiculturalismo, che certamente comprometterà il carattere cristiano di questa nostra vecchia Europa, che ormai non ne vuole più sapere delle sue radici cristiane. E con essa la nostra cattolica Italia seguirà la stessa sorte.
Eminenza, mi perdoni questo mio profondo pessimismo circa il carattere dell’attuale movimento immigratorio, ma ciò che mi affligge ancor più è il constatare che anche nelle file del clero, alto e basso, c’è un certo modo di agire e di pensare piuttosto superficiale senza alcuna preoccupazione per un domani islamico del nostro Paese. E se “ Mamma, esso li Turchi…” si verificherà secondo certa politica corrente, che sarà della nostra Europa, che fino al Cinquecento veniva chiamata Cristianità?
Eminenza, mi perdoni ancora quanto Le ho espresso. Forse pecco di ingenuità troppo esigente nei miei sentimenti, ma sono certo che la nostra Chiesa ha il suo fondatore in Gesù, che ci ha promesso di essere con noi fino alla fine dei secoli.
Eminenza, chiedo scusa se Le ho rubato qualche momento del suo tempo, La ringrazio di cuore e Le riaffermo la mia stima per quanto ha fatto, detto e scritto nella sua missione di sacerdote, intellettuale e pastore della Chiesa italiana. Sono certo che siamo moltissimi a ringraziarLa e seguirLa nelle sue “ MEMORIE E DIGRESSIONI DI UN ITALIANO CARDINALE.
La pronta riposta a questa mia lettera mi ha onorato, nel senso che l’Italiano Cardinale ha apprezzato quanto gli ho esposto, ma ha creduto bene di non pronunciarsi circa i contenuti.. Da ciò non è difficile arguire la difficoltà che si prova, anche a certi livelli, allorché si entra a parlare di quanto attiene ad argomenti di questo genere. Purtroppo si teme di dispiacere a qualcuno e si preferisce glissare anche se ciò suona alquanto “ politicamente o islamicamente corretto”
A mio avviso, nessun cristiano-cattolico che si senta tale, può non preoccuparsi di quanto sta accadendo, in questo tempo, nella nostra Chiesa italiana. Penso di non esagerare se affermo che socialmente questa vecchia Europa è destinata a diventare il Villaggio globale in conseguenza della tanto decantata globalizzazione, mentre, religiosamente essa cade a pezzi sotto una forte scristianizzazione della sua cultura tradizionale. Da una parte le sue istituzioni sono scosse da un nuovo illuminismo senza frontiere, dall’altra le istanze della presenza islamica si fanno sempre più pressanti con i problemi della cosiddetta integrazione degli immigrati,
LA SENTENZA DI STRASBURGO
(Il CROCIFISSO.)
Tutti abbiamo assistito, in questi ultimi giorni, ad una specie di tzunami mediatico, che si è abbattuto sul simbolo del cristianesimo, a causa di una sentenza del Consiglio europeo, che ordina la rimozione del Crocifisso dalle scuole italiane. Per questo fatto, la Stampa del nostro Paese si è sbracciata in mille espressioni rispetto a questo intervento inqualificabile della Europa, che ha rifiutato, già da tempo, le sue radici cristiane. Se debbo esprimere un pensiero dal punto di vista religioso, una Europa che distrugge le sue radici cristiane, è stata coerente nel sentenziare l’allontanamento del Crocifisso dalle scuole, poiché questo simbolo costituisce la fonte primordiale di una tradizione cristiana, che impregna, da secoli, il Vecchio Continente, chiamato fino al V secolo, Cristianità.
Si direbbe che la sentenza di Strasburgo ha voluto confermare il compito di una Europa, che pretende di creare l’unione dei popoli distruggendone l’identità, come nel caso italiano. Una domanda: è possibile una unione senza identità? Se a Strasburgo si vuole creare questa specie di unione, penso che ogni buon cristiano debba convenire nel qualificare “assurda” la sentenza emanata dalla corte dei burocrati europei. Allora sì che ha ragione il Giornale nello scrivere, a titolo di Ida Magli: “Le religioni non sono monete. Fare l’unificazione europea a tavolino, cominciando astutamente dall’economia e dalla moneta, ha permesso finora di tenere basso lo scontro con ciò che veramente crea i popoli ed è creato dal popolo: i sentimenti, le loro fedi, il loro spirito, il loro passato, la loro storia, le loro tradizioni, i loro valori, i significati che i popoli assegnano al loro –essere se stessi-.
Si può dire che l’Europa, nella Corte di Strasburgo, ha tentato di abbozzare un verdetto di morte del simbolo indentitario di una terra, cosparsa di storia cristiana espressa nel simbolo della croce. Se è così, dobbiamo francamente dire che questa nuova Europa, così come si sta costruendo, non serve al numeroso popolo cristiano, poiché lo priva della sua identità, e perciò si deve convenire con chi l’ha definita “L’ inutile Europa”.
Di proposito, vorrei prescindere da logiche politiche riguardo alla presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, ma la sentenza di Strasburgo ha causato tanto clamore, che ritengo giusto il movimento bipartisan di alcuni deputati del Parlamento Europeo per difendere il crocifisso, simbolo incancellabile della cultura del Vecchio Continente. Ci si poteva augurare di assistere a movimenti di protesta popolare contro la sentenza di Strasburgo, ma così non è stato. La Stampa ci ha messi al corrente di tanti pronunciamenti, espressioni e interviste, ma una vera ribellione di massa non c’è stata. Vorrei pensare ad una reazione silenziosa col Cristo del Getsemani, ma temo che, anche in questo caso, abbia funzionato il linguaggio islamicamente corretto: non bisogna agitare troppo il popolo cristiano a causa di certi segni che potrebbero, in qualche modo, dispiacere o impressionare la popolazione islamica ormai presente, in numero rilevante, nel nostro Paese. D’altronde, nessuno può negare il pensiero che ha l’Islàm del nostro Crocifisso ritenendolo un ”morticino” che mette paura ai loro bambini nelle scuole, e un falso storico che umilia la nostra cultura occidentale. Perfino Vittorio Messori si è preoccupato di escludere l’Islàm dal significato della sentenza di Strasburgo circa il crocifisso in una sua intervista concessa al giornalista Andrea Tornielli. Alla domanda:“ Come, non ricorda il caso clamoroso di Adel Smith?”, ha risposto: “Un caso isolato. Smith non rappresenta alcuna comunità islamica”
Mi verrebbe da pensare che il famoso Vaticanista non abbia presente il Corano, laddove nega espressamente i due principali misteri della nostra santa fede, e quindi rigetta la scienza della croce, che costituisce l’anima e la forza redentrice del Cristianesimo. Per la verità, mentre qualche porporato ha invitato il cristiano a ribellarsi alla sentenza di Strasburgo, qualche altro, l’arcivescono di Milano Tettamanzi, commentando il fatto, ha dichiarato:”il punto non è conservare un simbolo, un oggetto, bensì il modo di viverlo nella realtà. Questo è l’aspetto che dovrebbe essere considerato con maggiore serietà Mi pare che di ciò si parli poco”.( Il corriere della sera-08-11.09).
A questo punto, vorrei far notare a sua Eminenza che, nel nostro caso, non si tratta di una esortazione ascetica, ma della considerazione di un simbolo religioso nel contesto sociale di una cultura cristiana multisecolare. D’altra parte, sappiamo che il nostro linguaggio umano è fatto di figure e simboli cui si legano i più alti ideali dell’uomo e dei gruppi umani. Caro Eminenza, provi a toccare i simboli islamici e vedrà ciò che succede; mi sembra che l’abbiamo già visto. Altra cosa sarebbe stata se nella piazza del Duomo di Milano, fosse stato convocato il popolo milanese per protestare pacificamente contro l’assurda sentenza di Strasburgo. Invece… si dorme. Caro Tettamanzi… Dobbiamo tacere e far finta che nulla stia accadendo? A questo proposito, mi permetto di riportare qui l’appello del convertito Magdi Allam, battezzato dal Papa la notte di Pasqua del 2007 “ Basta con l’islamicamente corretto, ci porta ad essere più islamici degli stessi islamici, ad essere accondiscendente nei confronti dell’Islàm di Allah, del Corano, di Maometto e della sharia più di quanto non lo siano gli stessi islamici”.
Di questo disperato appello, un altro emerito porporato sembra non aver avuto nessuna eco, poiché nel Corriere del 25 ottobre, 2009, rispondendo ad alcune lettere pervenutegli, scrive” CINQUE MOTIVI PER NON TEMERE L’ISLAM.” Due flash dei cinque motivi: a- Conosco non poche persone di religione islamica che sono sinceri cercatori di Dio e non chiedono che di trovare un lavoro- b-La mancanza di reciprocità non è una ragione per negare a coloro che vengono da noi i diritti che ammettiamo per tutti.” Da questo linguaggio “porpureo” si comprende perché l’Islamico convertito aveva scritto il 6 settembre 2009: “ …che abbiamo già accettato una condizione di sudditanza ideologica e di arbitrio giuridico che già oggi ci rende incapaci di essere pienamente noi stessi a casa nostra. Tanto è vero che noi stessi consideriamo religiosamente un peccato mortale e civilmente un reato penale sostenere liberamente e pubblicamente che siamo contrari all’Islàm, ad Allah, al Corano, a Maometto e alla sharia, pur non avendo alcun pregiudizio contro musulmani come persone, mentre al tempo stesso ci vergogniamo di identificarci laicamente nella civiltà europea riconoscendo la verità storica delle radici giudaico- cristiane...Siamo divenuti a tal punto islamici che quando ci opponiamo alla penetrazione della sharia, la legge coranica, lo facciamo arrampicandoci agli specchi adducendo ragioni di ordine pubblico…(Libero. 06-11-09-p.11).
Con quanto abbiamo riportato circa “l’assurda sentenza di Strasburgo, si vuole partecipare, a quanto si è scritto contro il pensiero ateo della nuova e inutile Europa, che pretende stracciare la sua veste cristiana e, in qualche modo, nascondere il volto di Cristo sotto la tenebrosa maschera del burqua musulmano. Con Magdi Allam, vogliamo ribadire ai cristiani coraggiosi d’Italia di “arrabbiarsi” contro quelli, che , in Italia e in Europa, lasciano passare frasi, espressioni e pensieri islamici che offendono profondamente la teologia del crocifisso e la dottrina della croce cristiana. Chi, poi, non volesse irreggimentarsi nelle schiere dell’ islamicamente corretto, deve rassegnarsi ad essere tacciato di razzista. Ma sappia che l’Apostolo Paolo ha lasciato scritto che il Cristianesimo è fondato sul Cristo Crocifisso e si nutre della dottrina che non conosce altro linguaggio fuori della Croce di Cristo Crocifisso.
Forse farà bene ai cristiani distratti, indifferenti o tiepidi, per la sentenza di Straburgo, che richiami ciò che ha affermato Don Verzè, il fondatore del San Raffaele di Milano, quando gli hanno chiesto cosa fare contro la sentenza dei burocrati d’Europa. Egli ha semplicemente esortato di reagire con le parole: “ A Natale, anziché l’albero, erigiamo una croce. Spero che lo faccia anche il Santo Padre in piazza S. Pietro. Mi offro di portargliela io ; una Croce di 25 metri”
ancora:
“I CINQUE MOTIVI, del Cardinal Martini, PER NON TEMERE L’ISLAM” ( Il corriere della Sera- 25 ottobre-2009)
Eminenza Rev.ma.
Con l’augurio di un Natale pieno di salute e di gioia spirituale, mi permetto di associarmi alla schiera dei tanti, che si rivolgono a Lei per consigli o per la soluzione di qualche loro problema nel campo della cultura teologica, spirituale o morale. Sono un sacerdote religioso 0.C.D, che si “diverte” nella riflessione circa il “ famoso dialogo” con il mondo musulmano, tema, ormai, di tanti articoli, saggi e discussioni varie.
Dico subito che l’argomento m’interessa e dal punto di vista storico, e, molto più, da quello teologico, in cui, però, noto un’ impressionante remissività dell’aspetto apologetico. Non vorrei che si scandalizzasse del mio “divertimento” nell’approccio a simili argomenti, che riguardano, specialmente, la odierna marcia dell’Islàm verso la nostra Italia e l’Europa Cristiana. Il mio “divertimento” nel trattare simile argomento deriva dal fatto che del “dialogo “con l’Islàm si afferma tutto e il contrario di tutto, Si dice, per esempio, che è necessario, ma se ne riconoscono le profonde differenze che, a mio avviso, fanno perdere qualsiasi possibilità di avvicinamento teologico. A volte, ho l’impressione che si voglia aggiustare il pensiero teologico e scritturistico cristiano per tentare di spiegare le tesi coraniche contro i principali misteri della nostra santa fede. Da tali costatazioni, in realtà, molti traggono motivi di paura, perché vedono una certa facilitazione nel presentare un Islàm che, a detta degli esperti, cfr,Magdi Allam, nasconde la spada sotto il mantello di Allah. Tanto è vero che gl’islamici hanno paura del “ morticino” della croce cristiana. che scherniscono con la massima sicumera. Per rimanere nella ultima Kermesse internazionale della Fao, nella Capitale del Cristianesimo. abbiamo visto l’islamico Gheddafi distribuire copie del Corano e affermando che “ Non era Gesù sulla Croce”. C’è voluto un politico che insorgesse al momento… E i difensori della dottrina cristiana dove sono? Senza Cristo sulla Croce, caro eminenza, nemmeno le brillanti croci pettorali avrebbero alcun senso…
Se mi è consentito, Eminenza, direi che il dialogo religioso con l’Islàm non solo è difficile, ma addirittura impossibile, e per il suo significato dialettico e per il suo contenuto teologico che non trova alcun termine comune nelle due religioni. D’altronde, non credo ci voglia molto per affermare l’impossibilità di un dialogo religioso con l’Islàm, quando si sa che il Corano nega i capisaldi della nostra fede, la conferenza episcopale svizzera sponsorizza i minareti e nelle chiese italiane si diffonde la propaganda musulmana.
Eminenza rev.ma, penso che se c’è qualcuno che ha paura dell’Islàm sono quelli che cercano, in tutti i modi, di addolcire quanto la gente della nostra terra ha capito di quella religione, il cui profeta Maometto è stato capace di uccidere personalmente 700 persone alle porte di Medina. E mi permetta di dire che i suoi “ Cinque motivi per non temere l’Islàm” sono uno dei modi della nostra Chiesa per mantenere buoni i musulmani sempre pronti ad atti violenti, quando si afferma la verità storica delle loro conquiste, come accadde in occasione della Lectio magistralis di Papa Ratzinger a Ratisbona. Caro Sig. Cardinale, i suoi cinque motivi non possono convincere nessuno e non capisco cosa intenda quando afferma che “ I fondamentalisti partono da una religione non vissuta ma pensata”
A me sembra che le torri gemelle siano state abbattute da fondamentalisti di religione islamica vissuta non solo pensata,. e la violenta reazione a quanto affermò il S. Padre a Ratisbona dà ragione al convertito Magdi Allam, che, qualche mese fa, ha scritto:” Questo fatto è di per sé emblemaico della realtà di sottomissione all’ideologia dell’islamicamente corretto, che da subito si è imposta con la reazione remissiva del Cardinale Jean Louis Tauran, Presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, che, all’epoca, costrinse il Pontefice a giustificarsi per tre volt,e che non intendeva offendere i musulmani e arrivò al punto da indurlo a pregare nella Moschea Blu di Istanbul rivolto verso la Mecca alla presenza del gran mufti turco”Libero-13 sett.2009-p.17).
Non se la prenda a male, ma mi permetta di dirLe che se noi sacerdoti e predicatori non ripetiamo alla buona nostra gente cristiana la vera storia dell’Islàm, di Maometto e del come questi ha conquistato i tantissimi luoghi cristiani, la stessa gente, un domani, ci rimprovererà per essere stati noi, per paura di reazioni violente, troppo ligi all’islamicamente corretto e dal punto di vista civile e, quel che è peggio , anche dal punto di vista religioso.
Non vorrei essere un maestro, ma, con tutto il rispetto dei suoi pensieri, Eminenza, sarei ben lieto di leggerla, a proposito, in qualche suo scritto, che possa illuminare il nostro popolo cristiano circa la vera storia della religione di Maometto. Mi contenterei che Lei scrivesse non solo sui “Cinque motivi per non temere l’Islàm”, ma accennasse al principale motivo, che deve tenerci tutti in stato di allerta verso una religione che nega il nostro Dio, Uno e Trino, e schernisce il mistero d’amore di un Dio fatto uomo per la salvezza di tutti. In questa mia argomentazione, penso sia opportuno inserire quanto ha scritto, in occasione di un consiglio dei Vescovi Svizzeri, chi conosce molto meglio di Lei e di me, il Corano “ Mi domando,scrive Cristiano Allam, se nessuno dei vescovi svizzeri sa che l’Abramo islamico non ha nulla a che fare con l’Abramo biblico, che il Dio del Corano non ha nulla a che fare con il Dio fatto uomo e che s’incarna in Gesù. Che pertanto l’Islàm non può in nessun modo essere considerato una religione monoteista alla pari con l’ebraismo e il cristianesimo” ( ibid.).
Eminenza, mi fermo qui per non prenderLe troppo tempo, ma, mi creda, rimango perplesso nel leggere continuamente pensieri simili ai suoi “cinque motivi” per non aver paura dell’ l’Islàm, ed essere tranquilli per la sua ormai massiccia presenza in Europa.. Comprenda, eminenza, il disappunto di un sacerdote che ha presentato, per molti anni, il mistero d’amore di Dio fatto uomo ad un popolo che, oggi, si trova a leggere titoli, come il suo, che, in qualche modo, sembrano nascondere ciò che realmente è l’Islàm di Maometto. Non so se avremo un inferno con “ glì immigrati in un ghetto”, ma , con quanto sta accadendo al simbolo del Cristianesimo, ai nostri giorni, e giudicando da ciò che si conosce degli albori dell’Islàm, la nostra Europa non sarà più la terra del Cristo Crocifisso, ma il dominio dell’Islàm, che, nella sua marcia verso l’Occidente, approfitta certamente della dimenticanza di alcuni avvenimenti significativi della storia, per realizzare oggi, con il “dialogo” ciò che non è riuscito ad ottenere, ieri, con le armi e cioè l’islamizzazione dell’Europa cristiana Allora, cosa ce ne faremo del tanto decantato multiculturalismo, quando avremo perso la nostra identità?
Eminenza, mi perdoni il mio non “politically correct”, ma vorrei terminare dicendo che i Papi, non si sono impegnati solo a far progredire il dialogo con l’Islàm, ma nel ricordo di S.Pio V e di Lepanto, si sono preoccupati anche della beatificazione del Cappuccino P,Marco d’Aviano, che, alle porte di Vienna, ha avuto tanta parte per difendere la cristianità della nostra Europa contro gli attacchi dell’ Islàm. Vorrà pur dire qualcosa questa beatificazione, a meno che non la si voglia interpretare, anch’essa, con il linguaggio dell’islamicamente corretto, sempre per paura dell’Islàm.
Con ossequi
e a presto rileggerla.
P. Luca Arcese. O.C.D.
********************
2009
"L'ATTESA NELL'ATRIO"
pag.164 Grafiche del Liri

Indice
Presentazione
Introduzione
La vecchiaia nella civiltà dell'uomo
Il timore dell'invecchiamento nell'antichità
Il vecchio nel mondo ebraico
Grandezza e decadenza del vecchio nel mondo romano
Il vecchio nell'alto medioevo
Indifferenza di fronte all'età
Diversificazione sociale e culturale della vecchiaia
La vecchiaia nell'era moderna
Il bastone e il cagnolino
Nota biografica
2006
"Tu sei il Cristo...."
pag. 335 Arti grafiche del Liri

Sommario
Prologo 7
Pagine al vento 15
Dicono che è risorto 27
I Fratelli maggiori: Custodi dell’Alleanza . 41
Il Crocifisso in tribunale 57
Il Pastore tedesco 73
L’essenziale donato a tutti (Il compendio
di un Papa catechista) 99
Le vie dell’amore 115
Il sangue del «pretino nero» 131
Il Filo d’erba nella steppa 149
Cristiani in fuga 167
Gli sbadigli dell’Occidente 183
Il “Sbattesimo” 197
La Turchia Islamica sulle macerie del
Cristianesimo 211
Moschea-mania 235
La cadrega comunista 251
Il coraggio di un giornalista 273
L’intrepida 289
Lettera di un Presidente 313
Bibliografia 333
2004
LA FATICOSA SPERANZA DI RIVEDER LE STELLE
pp. 315 - Arti grafiche del Liri (per l'acquisto: Edizioni OCD - Via Anagnina 662/b - 00040 RM Morena)


Prefazione
La malattia dell'anima
I Il linguaggio indescrivibile dello spirito
II La depressione: vera malattia?
III Depressione e solitudine
IV Depressione e sofferenza
V Depressione; malattia ereditaria?
VI Sentimenti depressivi
VII Depressione e malinconia
VIII Depressione e fede
IX Depressione e preghiera
X Depressione e comunità
XI Vita fraterna in comunità
XII Si può guarire dalla depressione?
XIII La depressione dell'invecchiamento
XIV La depressione secondo i Padri della Chiesa
XV "Lettera a Stagirio tormentato da un demone"
XVI Natura del male secondo S. Giovanni Crisostomo;
benevolenza di Dio,
importanza della sofferenza
XVII Testimonianze, e dichiarazioni di alcuni personaggi sulla depressione
Una lettera pasquale - Disagio psichico delle famiglie
- Olga B.
- A. Chiusano: se l'orrore ritorna, non vorrei esserci
- Andrew Paige: Uscendo dalla depressione
- lndro Montanelli: Quella mano alla gola
- Valeria Moriconi: Persi il bambino e fu la peste
Giuseppe Berto: Il male oscuro, descritto senza virgole
- Il Diario di Sarah nel cammino della guarigione
- Sandra Mondaini
Leonardo Vergani: Quando si sbagliano i farmaci
-Geno Pampaloni: La grande nemica della depressione
- Vincenfo Consolo: Dannati da amare
- Ornella Vanoni
- Federco Fellini
- Rod Steiger
- Torquato Tasso
- Abraham Lincoln
- S. Kierkegaard
- William James
- Eliot
-William Styron
Pierre Daninos
- Lev Tolstoj
- Henri-Frédéric Amiel
- Cesare Pavese
- Virginia Woolf
- Vincent Van Cogh
-.Wolfang Amadeus Mozart
- Robert Schummann
Robert Burns
- Robent Lowell
- William James
- Vittorio Gassman
XVIII La faticosa speranza di riveder le stelle
Bibliografia
Recensione
P. Luca Arcese è un carmelitano che ha tentato di entrare nel mondo inospitale per capire e per aiutare gli altri. Cominciamo col dire che ha dimostrato di poter trattare un problema che ha sintomi diversi, profondi, non sempre ben leggibili agli stessi analisti clinici. L'esperienza della vita (P, Luca è stato missionario in Brasile), la pratica umana della sofferenza altrui, rendono idonei a parlare di ciò che affligge l'uomo. Perché di questo si tratta. La depressione è un male che annulla tutto l'uomo, non un suo organo, una sua funzione.
Non c'è lutto, disgrazia, neanche disperazione tale da produrre tanta devastazione interiore. E' contro la Vita e il suo movente di fondo: i suoi valori, la sua fruibilità, la sua gratuità. Anzi essa è appunto il gratuito all'estremo negativo, dove tutto è non senso e oscurità. Poterla superare e "rivedere le stelle", è come rinascere.
P. Luca affronta il tema da più angolazioni, con una ricca antologia di testimonianze illustri che in qualche modo gettano una loro luce sulla stessa storia contemporanea.
Gente che noi consideriamo fortunata, che ha lasciato traccia nella cronaca, è scomparsa, quando per un po', quando per sempre, in quel tunnel e non sempre la storia l'ha saputo.
La solitudine, l'abbandono, la vergogna di essere stati toccati da questo male oscuro, sono spesso i corollari, ma anche i messaggi cifrati che vengono dall' abisso umano. I suicidi, le scomparse misteriose, le fughe... sono storie che la rubrica televisiva "Chi l'ha visto" offre alla nostra informazione e che in fondo girano intorno a questo problema.
E' una tristezza ascoltare queste vicende che non risparmiano nessuna classe sociale. La fede può molto, ma non sempre annulla questo male perché opera ad un diverso livello, e certamente, quando è forte, è in grado di sbarrare il passo a questa piovra che soffoca tutte le forze positive della persona.
Ma una cosa è provata, e questo libro lo insegna esplicitamente: la comprensione, la compagnia umana, la disposizione a capire e aiutare possono molto contro questa grave infermità. Restituire autostima e serenità ad un proprio simile è un dono regale, impagabile.
Perché significa andare alla radice natia del male, congeniale a questa civiltà che genera isolamenti e avvilimenti di soggetti, convinti, non si sa come, di essere inutili, colpevoli, sbagliati, avviati ad un vuoto mortale. Proprio il contrario di quell'amore, quello cristiano, che ama costituendo la dignità delle persone.
G. Comparelli.
(da una rivista dei Padri Passionisti)
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
1992 - Conversazioni Evangeliche
pag 176 Tip. Bianchini - Ceccano
IND I CE
Prefazione.
Il Vangelo.
Il Sepolcro Vuoto
Il tralcio infruttifero
Verso il Cielo
Un tesoro in cielo
Chi è costui
Osso delle mie ossa
L'abbraccio del Padre
L'inviato
Un' esperienza disastrosa
Il seme nel silenzio
Un grande destino
Il pane della vita
Una nobile Matrona
Speravamo
Non credo
Il servo sofferente
Questo è il mio corpo
Come l'erba
Quella predica della Domenica
**************
1991 "AGONIA DEL CONFESSIONALE?" - pag. 224
Stampa tipografica Bianchini - Frosinone
INDICE
Prefazione
CAPITOLO I
Il Confessionale.
- I segreti della grata. . .
CAPITOLO II
Il Peccato nella cultura moderna. . . . . . . . . .
a - la coscienza del peccato. . . . . . . . . .
b - peccato personale e peccato sociale . . .
c - il mistero del peccato .
CAPITOLO III
Il Peccato e lo Scrupolo. . . . . . . . . . . . .
a - origine dello scrupolo .
b - alcuni rimedi contro lo scrupolo .
CAPITOLO IV
La Misericordia .
a - tardo all'ira e ricco di misericordia. .
b - la misericordia nell' Antico Testamento. .
c - la misericordia nell'alleanza e nel perdono.
- i salmi .
- i salmi della misericordia .
- i salmi del perdono .
d - la misericordia nel Nuovo Testamento
- la pecorella perduta.
- la dramma smarrita.
- il figliol prodigo.
e - beati i misericordiosi
f - Emmaus
g - la misericordia divina e umana
CAPITOLO V
Il Perdono
a - la faida divina. .
b - l'anima del perdono
c - la memoria cristiana .
d - la preghiera e il perdono.
e - i contenuti del perdono
f - la collera, il rancore e l'odio .
g - la critica . .
CAPITOLO VI
Verità nella Carità. .
a - beati i mansueti.
b - la casa del perdono.
c - l'armistizio della distanza.
d - la psicologia del perdono.
e - i trionfi del perdono.
f - il senso del perdono.
g - comunità di perdono.
h - un mondo senza perdono?
CAPITOLO VII
La Confessione.
a - la penitenza (il sacramento del perdono) .
b - la confessione in crisi.
c - confessione auricolare
d - il futuro del sacramento.
e - una domanda legittima.
f - confessionale individuale all' ostracismo
CAPITOLO VIII
La Liturgia Penitenziale
a - assoluzione generale.
b - cosa pensa la teologia di oggi.
c - il perdono oltre la confessione.
CAPITOLO IX
Il Confessore
a - benevolenza o rigore? un po' di storia.
b - il peso della confessione.
c - l'accoglienza del penitente.
CAPITOLO X
Il Dramma umano della Confessione.
a - il comportamento del confessore. . . ....
b - il sacramento della riconciliazione
per un prete. . .
c - lettera di un sacerdote al suo confessore.
Conclusione: agonia del confessionale?
Bibliografia .
Indice.
2005 - 06
Articoli e riflessioni di attualità
La cadrega comunista
Probabilmente non tutti sapranno il significato di "cadrega"; dico subito che essa vuol significare la sontuosa sedia, quasi sempre arricchita di ornamenti dorati, che tutti vediamo, in televisione, nelle aule del governo nazionale, dove siedono i vari ministri della nostra repubblica.. Nel dizionario Palazzi. alla voce cadrega, si legge: sedia, scranno, ( voce lombarda); cfr, lat. Cathedra, cattedra.
Penso, però, che se qualcuno volesse riferire, per esempio, cadrega alla cattedra di S. Pietro, sarebbe completamente fuori dalla semantica del termine, perché esso è nato da spunti ed ispirazioni politiche con cui la storia dell’Apostolo non ha nulla a che fare. Infatti, chi legge alcuni giornali italiani,del Nord, troverà spesso, e con senso ironico, l’uso di questo termine strano per molti di noi. Si capisce, perciò, che la cadrega, suscita sogni e scatena desideri da parte di chi volesse raggiungere il rosso degli scranni del comando di un paese.
Essa esercita un fascino irresistibile in chi è assalito dalla voglia di stare in alto e, in qualche modo, sistemarsi in una beata situazione di vita, che gli permetta di vivere senza le tante ambasce, che affliggono i comuni mortali. Per la sua conquista , non si risparmiano fatiche, promesse e compromessi, purché si raggiunga lo scopo di riposare una rilevante parte del corpo sui soffici velluti dell’ "agognato scranno":
A proposito, non possiamo escludere nessun campo della umana attività, dove, in qualche maniera, s’intraveda la possibilità di occupare una, sia pur modesta, cadrega. Sappiamo, d’altronde, tutti che il campo più fecondo per la conquista di un simile oggetto, è là dove esiste il fascino del potere, che, secondo una popolare espressione, rimane sempre più appetibile di un’altra cosa da cui l’uman genere discende.
Per essa, non esistono limiti, poiché la sua conquista viene sempre giustificata dal bene della comunità o di coloro che ci aiutano al raggiungimento di simile meta.
Una novità, nella politica della nostra Italia, è quanto si è verificato nelle elezioni politiche del 9 e 10 Aprile 2006. Il 18 Aprile del 1948 l’Italia cristiana e cattolica si schierò, forte e compatta nella sua fede, per respingere il tentativo social-comunista di occupare la massima cadrega nel parlamento italiano. Mentre nell’Aprile scorso, le stesse forze cattoliche, sotto altro nome, si sono unite a tutto quanto della dottrina comunista è rimasto, e di ciò che l’anticlericalismo becero va ancora predicando, per preparare i più alti scranni, le cadreghe appunto, a chi pretende attaccare , senza quartiere, i valori e il senso cristiano della vita, in nome, s’intende delle conquiste della modernità.
Sappiamo tutti che, nella competizione elettorale dell’ Aprile scorso, tutto è stato messo in opera, per raccogliere le forze più disparate e i programmi più contrastanti, purché si ottenesse l’abbattimento di un avversario, che, con tutti i suoi difetti, non pensava minimamente d‘ introdurre il zapaterismo nella nostra Italia cattolica.
Abbiamo, così, verificato quanto sia debole il senso cristiano della nostra gente, che consuma chilometri di rosari, sbiascica milioni di Ave Marie, si accosta quotidianamente alla comunione e poi, si lascia portare verso correnti di pensiero e di opinioni, che contrastano profondamente con i contenuti della propria fede., e che facilita la conquista delle cadreghe di comando, da cui si può agevolmente legiferare secondo una laicità che pretende di escludere il minimo senso etico religioso nella vita pubblica.
Tutta gente preda di quel relativismo che, secondo quanto ci ha detto, ultimamente, Benedetto XVI, non percepisce più ciò che porta verso Dio e ciò che da Lui ci allontana. Ci viene da piangere nel vedere e sentire persone, che non si scandalizzano più di ciò che riguarda i cosiddetti PACS, i matrimoni omosessuali, la fecondazione eterologa, la fecondazione assistita e cose simili, che contrastano fortemente il concetto cristiano del matrimonio e della famiglia tradizionale..
E quel che è peggio, sono stati gli stessi cattolici ad aprire agli atei e anticlericali, la via verso la suprema cadrega da cui potranno legiferare contro tutto ciò che contrasta con le radici cristiane e la tradizione teologica dell’Italia cattolica.
Abbiamo costatato che molti cattolici, che frequentano le nostre chiese ed ascoltano le nostre prediche, non sanno che farsene dei richiami che, recentemente, il S, Padre ha ripetuto ai membri del Ppe, indicando un "Orientamento sicuro alle scelte dei cittadini", rivendicando il diritto d’intervenire sulle questioni che sono iscritte nella "
natura umana e perciò sono comuni a tutta l’umanità".
Essi pensano che la vita civile, i problemi economici e i rapporti di società li esentano dall’osservanza dei precetti che la Chiesa esige da loro nella vita pubblica. E sono certo che la maggior parte di essi non fanno alcun caso di ciò che noi ripetiamo nelle catechesi domenicali, tacciando la nostra predicazione quale ingerenza nella vita politica. Semmai è la politica che spesso cerca di dettare linee di comportamento, che nulla hanno a che fare con la sfera morale.
E’ allora che le istanze della morale tradizionale vengono fagocitate dalle esigenze di carattere laico – liberali, per cui il segretario dei Radicali, Daniele Capezzone scrive: "Sono convinto che i credenti italiani non seguiranno le gerarchie ecclesiastiche perché sono dei liberali e dei laici, come testimonia l’ultima ricerca dell’Istituto Eurispes",. E ancora, continua il leader dei radicali:"I Cattolici del nostro Pese hanno sempre saputo distinguere tra la loro personale opinione e la necessaria laicità delle leggi dello Stato tra "io non lo farei" e "tu non lo devi fare" .. Ha avuto ragione li leader radicale nelle sue affermazioni, poiché.,di fatto, è proprio questo il ragionamento che si sente in giro, a riguardo delle tanto decantate nuove regole della modernità circa la bioetica, che i nuovi occupanti delle cadreghe d’Italia stanno per portare nel rinnovato Parlamento, dove il pugno chiuso, di memoria comunista, mostra una rosa e sotto la quercia spuntano le margherite, dove, fino a qualche tempo fa, brillavano, in oro, la falce e martello in campo rosso. Hanno rimosso il tutto; per affermare che il loro è un ex – comunismo, che non ha ereditato nulla nella sua nuova forma di Pdrf il cui segretario , Bertinotti, ha occupato la cadrega della Camera, e il partito dei comunisti italiani, cui, senza meno, non sarà negato alcunché negli scranni dei Palazzi del potere.
Vorrei sapere quanti di quelli che, a migliaia vanno ad omaggiare il Papa in piazza S. Pietro, hanno letto o condividerebbero quanto lo stesso Papa ha scritto circa le materie sulle quali la sua posizione non è negoziabile. Non credo che un cristiano, fedele alle sue convinzioni religiose, possa seguire il ragionamento di Capezzone, il leader dei radicali, che, nel carrozzone trionfante dell’Unione, sbarcato a Montecirotio e a Palazzo Madama pochi giorni fa, tornano nel Parlamento italiano a cantare la stessa musica con la loro vecchia tromba anticlericale.
Benedetto XVI, è stato molto chiaro ed esplicito circa la dottrina della chiesa: Egli ha detto: <> al matrimonio omosessuale e alle unioni di fatto e <> alla difesa " della naturale struttura della famiglia, quale unione tra un uomo e una donna basata sul matrimonio"; <> all’aborto e all’eutanasia e <> alla " protezione della vita in ogni suo stadio, dal concepimento fino alla morte naturale". Ha rivendicato, altresì, il diritto della famiglia all’educazione dei figli.
Da quanto espresso dal Papa si evince una netta condanna contro il riconoscimento delle unioni di fatto perché, per Benedetto XVI, minaccerebbero la famiglia che va, invece, difesa da costruzioni giuridiche che tendono ad equipararla a <>, che contribuiscono << ad oscurare il suo particolare carattere e il suo insostituibile ruolo sociale>>.
Sarebbe bene che i nostri cristiani domenicali e non, conoscessero che il Papa, contro chi lo accusa di ingerenza in cose che appartengono allo Stato, come si è espresso l’ormai onorevole Capezzone con il suo <>, risponde: " Non bisogna dimenticare che quando la Chiesa o le comunità ecclesiali intervengono nel dibattito pubblico esprimendo riserve o richiamando vari principi,questo non costituisce una forma d’intolleranza o interferenza "; al contrario , essi hanno lo scopo di
"illuminare le coscienze degli individui permettendo loro di agire liberamente e responsabilmente , in accordo con le vere domande di giustizia, anche quando queste fossero in conflitto con situazioni di potere e interessi personali".
Purtroppo, devo dire che, nonostante la chiarezza solita del Papa circa le suddette questioni di dottrina teologica e morale, la nostra gente non se ne fa un caso di coscienza. Bada solo al 27 del mese, nella speranza che possa continuare a vivere senza troppi problemi, nel godimento di un benessere che non richiede di alzare gli occhi al cielo, ma di andare appresso a chi promette il famoso " posto" senza troppi scrupoli e vada a farsi friggere la coscienza con tutte le sue noiose istanze religiose.
Logicamente, con cittadini cristiani, che coltivano tali sentimenti, non è difficile agli assalitori di cadreghe, imboccare, facilmente, il cammino giusto che porti ad occupare gli scranni del potere, gente che afferma la inconciliabilità della dottrina della chiesa cattolica con la laicità dello stato moderno.
Ecco il motivo per cui aveva ragione il grande scrittore francese Charles Paguy, Véronique, quando scriveva: "
Questo mondo moderno non è solamente un mondo di cattivo cristianesimo, questo non sarebbe nulla, ma un mondo incristiano, scristianizzato .Ciò che è precisamente il disastro è che le nostre stesse miserie non sono più cristiane".
Mi viene da dire che con tante cadreghe, nei palazzi del potere, da cui non si sentono che voci di laicità, e di liberazione da ogni vincolo di etica cristiana, le radici della nostra cultura, vengono attaccate con il più mortifero veleno, da stravolgere quanto di sano e di buono ha presentato la nostra società nata da valori fondati sulla natura stessa dell’uomo.
Se per poco si riflette su quanto afferma Peguy , cioè, che nemmeno le nostre miserie sono più cristiane, si oltrepassa qualsiasi limite di decenza umana, per sprofondare nel baratro della negazione di ogni possibilità di far risorgere un cristianesimo, che ci ricordi, in qualche modo, l’avventura drammatica dell’amore di Dio sulla terra, mirabilmente scandita dal mistero pasquale.
Non mi sembra di esagerare pensando che il senso cristiano della vita sia stata relegata nell’ambito delle mura domestiche, anzi nel segreto di ogni coscienza. Ciò che riguarda la dimensione sociale, familiare e professionale del cittadino di fede, non può essere minimamente accennato quando viene chiamato nell’esercizio dell’amministrazione pubblica, nel contesto della quale il tabù è la laicità dello stato che non permette alcuna nozione di quanto appartiene alle convinzioni del cristiano.
Lo scenario del parlamento, che si presenta, oggi, tutti gli italiani, cristiani e non, dopo le ultime elezioni politiche, descrive chiaramente, la doppiezza di opinioni della nostra gente, che, della crisi del cristianesimo non s’interessa affatto, attratto solo da quanto il popolo romano chiedeva ai suoi imperatori: << panem et circenses>>, vivere bene e divertirsi
Senza alcun tono di predica, vorrei ricordare, che in chiesa, durante la preparazione alla Pasqua di quest’anno, abbiamo ripetuto molte volte ciò che il Signore ricorda al fedele cristiano, cioè " Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni
parole che esce dalla bocca di Dio".
Esiste da sempre un contrasto tra il bene e il male, la carne e lo spirito, l’eterno e il temporale Tutto ciò dà origine al duello fra l’ateo che non riconosce Dio, nella sua rivelazione nella persona di Cristo, e il credente che lo vede in ogni passo della sua avventura umana.
Un duello significativamente descritto da un’antica favola ebraica, che la scrittrice Rosa Alberini, narra nel suo ultimo libro, " La cacciata di Cristo", pag.136: " Il profeta Geremia insieme a sua figlio, un giorno, riuscirono a combinare alcune lettere e parole. E la combinazione creò un uomo in carne ed ossa che chiamarono Golem Subito dopo, sulla fronte di Golem scorsero una scritta, formata da sette lettere, che in ebraico diceva:: Dio è la verità., Geremia insieme a suo figlio esultarono in quanto quella scritta aveva svelato loro il mistero della Creazione."
Non è difficile vedere in questa antica favola ebraico l’atteggiamento dello scienziato del nostro tempo che, in forza della cosiddetta ingegneria genetica, pretende d’intervenire nei primi elementi della vita sì da modificarne la natura. Lasciando da parte il duello nel mondo scientifico, fermiamoci a quello che si svolge nel campo della civiltà socio-cristiana, che i due ultimi papi hanno espresso chiaramente. Con il seguente ammonimento: " La storia ha ampiamente dimostrato che fare la guerra a Dio per estirparlo dal cuore dell’uomo, porta l’umanità, impaurita e impoverita, verso scelte che non hanno futuro" ( La cacciata di Cristo, R.A. p.168).
Tuttavia, neppure i credenti hanno capito la drammaticità del duello, per cui non danno molto peso alle istanze e ai principi che hanno fondato la civiltà cristiana, bombardati, come sono, dalla predicazione della laicità dello stato, in nome della quale la società civile dev’essere assolutamente strutturata e governata, senza alcun riferimento al tipo di etica contenuta nella stessa laicità.
"Eppure, afferma Rosa Alberoni,
la scienza moderna è nata sui principi della civiltà cristiana: Copernico, Galileo, Keplero.Newton, Pascal erano cristiani credenti E dopo la sciagurata vicenda di Galileo, la chiesa non ha più ostacolata la ricerca scientifica"( ibid,p.170).
Lasciamo il campo della scienza propriamente detta, nel quale si possono muovere liberamente gli esperti e gli addetti ai lavori, per rimanere nella dimensione politica della cosa pubblica, dove la presenza dei cittadini, credenti e non, hanno da dire il loro pensiero ed esprimere le proprie convinzioni in rapporto al governo del Paese., nella modernità dei nostri tempi.
C’è da notare che in questi ultimi tempi, è andata diffondendosi una espressione: relativismo culturale; mutuata dall’antropologia. A questo relativismo ricorre la società di oggi per potersi orientare in mezzo a tante nuove dottrine sociali, psicologiche, economiche e morali. Per società di oggi s’intendono credenti e non credenti, atei segreti e atei militanti, cristiani non praticanti e cristiani praticanti. Purtroppo, il ciclone della secolarizzazione e della cristianizzazione investe tutto il tessuto sociale delle nostre città e delle nostre campagne.
Come si spiega che le terre d’Italia più contrassegnate dalle gesta dei santi, dall’arte cristiana, da devozioni popolari di antiche tradizioni, dalla presenza di santuari famosi che accolgono milioni di persone, sono governate da correnti, che si rifanno alla dottrina di un sistema politico, condannato dalla storia, e smentito dalla sua stessa filosofia economica?..
Dagli avvenimenti conseguenti alle ultime elezioni politiche, abbiamo potuto osservare che il relativismo culturale ha avuto il suo ruolo in tanta parte dei cittadini, che, nell’esprimere il loro voto per il nuovo parlamento, non hanno avuto presente quanto appartiene al programma di governo di molti partiti, che, pur testimoniando la loro fede religiosa, si sono schierati con chi ha in mente di contrastare certi punti di dottrina, che, secondo il Papa Benedetto, non sono negoziabili.
Si dirà, e molti cristiani praticanti lo esprimono chiaramente, che il tutto si spiega con la laicità: Ma non si può negare che aprire con il proprio voto, la via al governo di un paese, a dottrine che contrastano, profondamente, con la civiltà cristiana, è collaborare all’indebolimento degli stessi valori cristiani.
"
Il risultato è gente molle, svuotata di valori che oggi mostra di aver perso l’orientamento. Gente che pende sempre più dalle labbra di chi promette paradisi scientifici. Oppure crede nelle più spudorate falsificazioni della storia diffuse dagli anticristiani, e .li segue come orde smarrite, pronte ad inchinarsi davanti al solito dittatore che si presenta sotto un’altra maschera." (Ibid .p.210).
Non sembri esagerato se affermiamo che quanto non poterono ottenere le quinte colonne dell’ URSS, alla fine della seconda guerra mondiale, cioè un governo comunista in Italia, l’hanno raggiunto, oggi, i vari partiti ex-comunisti, comunisti rifondati e comunisti italiani .insieme ad altri spezzoni anticlericali, e anarchici e no-global, che sciolgono al vento la bandiera pacifista della vittoria sull’oscurantismo di una Chiesa, che non ha nulla più da dire, secondo loro, all’uomo moderno. L’assurdo, poi, è che il tutto è raggiunto e strutturato con l’ausilio, di un non piccolo numero di cristiani, che ai valori del cristianesimo hanno preferito cose di altro genere. Tra queste non si esclude un benessere cui nessuno si sente più di rinunziare, oppure qualche benevola considerazione nella tenzone politica, con in cuore una certa speranza di poter salire sul carro del vincitore o occupare una qualche cadrega anche se in compagnia degli antichi avversari.
E’ da qui che è stata fabbricata la cadrega occupata, oggi, da chi stava nell’altra sponda, quando i cristiani della cattolica Italia si stringevano in coraggiosi manipoli per far fronte a chi voleva cambiare lo stemma della bandiera italiana in quello del simbolo più sanguinario della storia: la falce e martello. E’ vero che in un momento di confusione politica e sociale, tutto può prendere delle direzioni diverse da quanto accadde in passato, ma dagli elementi che si hanno ora, le prospettive del futuro non appaiono troppo rosee per quanto riguarda il carattere cristiano della nostra società. che dovrebbe rimanere in cima ad ogni preoccupazione dei cristiani.
Non mi si taccia di integralista, cristiano o cattolico; ma se non parla chi crede in certe verità, il popolo cristiano da chi può attender simili pensieri? Possibile che, pur vedendo tante operazioni per cacciare Cristo dalla nostra società e dalle nostre famiglie, certi politici, di confessata fede cattolica, osano irreggimentarsi nelle schiere dei non credenti per accompagnarli al trionfo della suprema cadrega, come si sta verificando ai nostri giorni? Purtroppo, il fascino della cadrega e il sogno di volare in alto nella società, fa dimenticare il dovere che ogni cristiano, che creda al Vangelo, ha di mostrare ai fratelli le proprie convinzioni con le azioni e con le parole, nella chiesa e nella società, per far sentire presente il regno di Cristo nel corso storico dell’uomo, da cui , nel 1843, Proudhon affermò il bisogno di cacciare Cristo
Contro l’affermazione del filosofo e le nuove dottrine in contrasto con quanto insegna la civiltà cristiana, Rosa Alberoni, con il suo libro, rigoroso e vibrante, <<La cacciata di Cristo>>, prende una posizione ferma e coraggiosa. S’inserisce pienamente nel dibattito attuale sul relativismo culturale e la distruzione della morale cristiana.
Circa quanto sta verificandosi oggi, nella opacità di un cristianesimo rinunciatario, scrive: "Quando la gente non ha più una fede, non ha più punti di riferimento, non ha più certezze, è disposta a credere a tutto E di questo ne approfittano alcuni atei di potere per lanciare una feroce campagna denigratoria contro la Chiesa e contro la figura di Cristo. I libri di Dan Brown, Il codice da Vinci e Angeli e demoni –
letti da diecine di milioni di persone, inconsapevoli delle incredibili falsificazioni contenute – sono infami opere di propaganda, paragonabili solo a Protocolli dei savi anziani di Sion che hanno preparato l’avvento del Nazismo, e che sono stati adoperati dai nazisti contro gli Ebrei.".
Purtroppo, ho potuto osservare anch’io, nei limiti del mio apostolato, quanto corrisponda a verità ciò che la Alberoni afferma, poiché la maggior parte dei lettori cristiani non percepiscono il veleno di quanto affermato dal Brown. La poca sensibilità religiosa nasconde loro la vena denigratoria specialmente contro la figura di Cristo, della Chiesa e dei suoi membri consacrati . Non si sentono affatto offesi, per quanto nel libro blasfemo è scritto, perché non amano Cristo come dovrebbero, e vivono nel completo disinteresse della loro appartenenza al suo corpo mistico.
E’ successo . questi giorni, con il contributo dei cristiani, ciò che canta ancora l’inno ufficiale dei comunisti, Bandiera rossa… la trionferà…. Che, idealmente, si sarà aggiunta al tricolore italiano, che sventola sul pennone del Palazzo del Quirinale.
Intanto, soddisfatti per quanto è stato realizzato nei Palazzi del potere, le falangi comuniste ed ex – comuniste, gioiscono all’ombra della Quercia, insieme con i nuovi compagni, eredi democristiani, con cui sono riusciti, non solo ad occupare la cadrega dei palazzi del Parlamento ma anche a dare la scalata al più alto dei sette colli di Roma., una volta dimora estiva dei Pontefici romani.
Per concludere, mi permetto di avanzare alcune semplici domande. a- Quanta ragione mi si darebbe, se pensassi che gl’incerti, gl’insicuri, i cristiani distratti… indifferenti… e quanti si sono schierati con le sinistre falangi degli ex e dei rifondatori comunisti, sono stati usati come massa di manovra, come utili idioti, per costruire, finalmente in Italia, la cadrega comunista sognata dal P.C.I. fin da quando le bandiere rosse cominciarono a sventolare sul suolo italiano? b – A quando, la liquidazione definitiva dei superstiti della grande opera ideale dei don Sturzo e dei De Gasperi per far risorgere l’Italia dalla umiliazione e distruzione della guerra? c – Sopraviverà qualche manipolo del 18 Aprile 1948, tra le falangi trionfatrici di sovietica memoria, oggi scorazzanti fra i sette colli della Roma cristiana, sede del Vicario di Cristo e centro della Cristianità?
Forse, ho rischiato domande provocatorie e fuori dell’attuale contesto storico. Ma, chi ricorda gli scempi consumati nel triangolo della morte, in Italia, all’indomani della fine della guerra, e ripensa al " Sangue dei vinti", ha certamente qualche motivo di rischiare simili domande, almeno per coloro che non sentono di doversi adeguare completamente a quanto è accaduto nella moderna politica dell’Italia cattolica.
Ceprano,10 maggio 2006.
p.luca.
Il Filo d’erba nella steppa.
Il cinque di febbraio si è celebrata, a Trebisonda ( Turchia), la Messa, trigesimo die, in suffragio di Don Andrea Santoro, barbaramente ucciso da un giovane fanatico musulmano. Era in preghiera Don Andrea, con la sua minuscola comunità cristiana, nella piccola chiesa di Santa Maria, quando, il cinque Gennaio, cadde sotto il colpo di pistola di un giovane islamico, qualche giorno dopo, assicurato alla polizia del luogo.
Rievocare una figura di sacerdote, missionario, in una terra, che ci richiama i fasti del Cristianesimo primitivo, è tornare alle prime testimonianze dei martiri che versarono il loro sangue per amore del Crocifisso.
Purtroppo, la maggioranza dei cristiani dei nostri giorni, non è a conoscenza di ciò che rappresentano, per la storia del Cristianesimo, le città di Trebisonda, Smirne, Costantinopoli, Efeso e tante altre località della moderna Turchia di Ataturk che dal 1412 furono espugnate e conquistate dagli Ottomani.
Ovunque si posi lo sguardo, e qualsiasi città si visiti nella vasta zona dell’Asia minore, le orme del Cristianesimo sono presenti nelle sue varie dimensioni di vita, di religiosità e di cultura.
E’ bene, perciò, che in questi tempi di convulsione di popoli, di invasione e di confusione di culture, si riporti la memoria cristiana alle origini della sua storia, nella quale si possa riconoscere in un sussulto di vita e di orgoglio per la sua appartenenza. Ciò è necessario perché, come ha scritto Nicolò Tommaseo, la dimenticanza perde i popoli e le nazioni, essendo esse nient’altro che memoria. .Penso che il dovere di " andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo a tutte le creature ( Mt. 28, 19 – 20) , importi anche la conoscenza di quanto il Cristianesimo ha sofferto da coloro con i quali, oggi, si smania di mantenere un dialogo a senso unico, senza alcuna reciprocità. Si consideri, e mi si permetta di criticare la sconsideratezza e la sprovvedutezza del Card. Martino, che, nell’ impeto di una personale quanto affrettata disponibilità, si pronunzia a favore dell’insegnamento del Corano nelle scuole italiane, mentre ben si conosce quanto sia problematico l’insegnamento della stessa religione cattolica, permessa dalla nostra Costituzione. A questo proposito, tutti conoscono l’atteggiamento degli stessi cattolici dei nostri giorni che , per soli calcoli politici, si uniscono agli anticlericali, relegando la dimensione religiosa nella intimità di ciascuno, in una voluta consapevolezza degli effetti deleteri di un relativismo senza limiti.
Possibile che, senza alcuna condizione e premessa legale, un rappresentante della chiesa ufficiale, il Card. Martino, si precipiti, da solo, a ritenere opportuno l’ insegnamento del Corano nelle nostre scuole, il che potrebbe creare delle difficoltà nello stesso apparato scolastico in dimensione religiosa?. Vuole forse, il porporato, passare alla storia, per essere stato il primo a sostenere l’insegnamento di una dottrina islamica nelle nostre scuole cristiane, senza se e senza ma, come il Papa Paolo VI permise all’Islàm di costruire , nel cuore di Roma, la più grande Moschea d’ Europa?
Mi assale il dubbio se ciò fosse un’ispirazione dello Spirito Santo o un ingenuo disegno di spianare la strada ai seguaci di Maometto, che, probabilmente, coltivano in cuore il sogno di ripetere. per Roma, ciò che operarono per Costantinopoli.
Alle varie voci discordanti circa il pensiero del Card. Martino favorevole all’insegnamento del Corano nelle scuole italiane, mi piace aggiungere una lettera che un cittadino di Bergamo ha inviato al giornale Libero.
La lettera, con disinvolta semplicità, dice. " La libertà di culto è assicurata ai Musulmani Ma l’ora di Corano è un’ammissione di leggerezza. Nei paesi islamici si sa qualcosa delle nostra Bibbia? Possibile che ci dobbiamo sempre sottomettere alla cultura degli altri, fedeli sempre al rispetto che non dev’essere selezionato. .Il dialogo e la libertà religiosa contrastano il fondamentalismo. Vero. Ma il dialogo si fonda sulla reciprocità. Tutte le religioni sono di pace, dice il Card. Martino. La via per trovare uno scambio di opinioni che frantumi il fondamentalismo politico - laico e religioso passa per la reciprocità" ( Fabio Sicari).
Sono molti, inoltre, coloro che hanno criticato il pensiero del Card. Martino, a causa dell’ assenza di una qualche reciprocità alla sua posizione favorevole verso l’insegnamento del Corano. Nella realtà della grande Moschea, nel cuore del Cristianesimo e dalla troppa arrendevolezza verso le richieste ed esigenze islamiche, purtroppo, molti ravvisano un pericoloso incalzare dell’Islàm in questa Italia, che sta essendo sfigurata, nel contesto della sua millenaria cultura ebraico- cristiana, in nome di un multiculturalismo politico, che non tiene affatto conto della sua dimensione religiosa.
Non è chi non veda, perciò, la pericolosità verso cui ci si avvia per il continuo ed inarrestabile cedimento cristiano – occidentale all’avanzare della religione islamica.
Chi si preoccupa, oggi, che la terra, culla del Cristianesimo, la Turchia, sia diventata una steppa per i pochi cristiani rimasti in un mondo islamico, in cui, secondo Mons. Franceschini, Presidente della Conferenza episcopale della Turchia, "i
cristiani stanno perdendo la speranza e non hanno più luoghi per incontrarsi"?
Nessuno sapeva che a Trebisonda, sulle rive del Mar Nero, un sacerdote romano, Don Andrea Santoro, cercava di accompagnare una minuscola comunità cristiana, se non fosse stato ucciso dal fanatismo islamico. Egli appartiene a quella schiera di sacerdoti " offerti" come " donum fidei" al Sud del mondo per testimoniare il Vangelo di Cristo, anche se come un "filo d’erba nella steppa".
Seppur condotto, secondo alcuni, in un certo mutismo, il triste avvenimento della morte di don Andrea, è stato ricordato dai Vescovi Calabresi con parole di alto significato morale, quando lo hanno riconosciuto, un " sacerdote da sempre in trincea contro le ingiustizie , vittima innocente dell’odio ". Odio islamico, mi sento di aggiungere, perché l’ assassinio di don Santoro è stato consumato per mano di chi appartiene ad una religione capace di predicare e ispirare tanto livore, nel cuore dei propri adepti, da farsi esplodere, come una bomba, su quelli che non professano la loro fede.
Alcuni giorni prima di essere assassinato, Don Andrea aveva scritto al Papa invitandolo a visitare la sua piccola missione, per la quale attendeva una speciale benedizione con la sua presenza. "
Caro Papa, a nome di tutti i georgiani la salutiamo…. Prega per noi, per i poveri, per i miseri della città e di tutto il mondo… Il mio gregge è formato di 8/9 cattolici, i tanti ortodossi e i musulmani che formano il 99% della popolazione…. Prega per noi che Dio ci benedica e crei in noi un cuore nuovo e pulito. Noi non dimentichiamo la vita cristiana e per i Turchi cerchiamo di essere un buon esempio nel nome di Dio… Noi abbiamo molte cose da dire e da raccontare, ma, inshallah, se verrai a Trabzon, potremo parlare a faccia a faccia. Da Dio chiediamo e auguriamo per te salute e pace e vita cristiana. Baciamo le tue mani… Saremo contenti che tu ci risponda e ci mandassi una foto con la tua firma.."
Si legge facilmente, in questa lettera, la gioia preoccupata di un missionario che si rende conto della grande difficoltà per l’ esiguo numero dei cristiani in mezzo a tanto popolo di musulmani in povertà, in ristrettezze di ogni genere. e con un animo affatto disponibile alle sollecitazioni di carattere cristiano.
Non sappiamo se il S. Padre , Benedetto XVI, gli abbia risposto, ma conosciamo ciò che il Papa ha pensato di lui, quando l’ha definito " Un coraggioso servitore del Vangelo",augurandosi che il suo sacrificio contribuisca al dialogo tra le religioni e alla pace.
La realtà della "steppa", da cui è stato strappato il "filo d’erba", nella persona di Don Andrea, continua ad essere affermata dal Vicario Apostolico dell’Anatolia, mons. Luigi Padovese, il quale, conversando nella Sala stampa vaticana con alcuni giornalisti, nel giorno dell’arrivo della salma di Don Andrea, affermava che la situazione per i cristiani "è molto difficile." in Turchia.
A questo proposito, l’Avvenire del 9 febbraio, scriveva: " Sempre a titolo d’esempio, per spiegare quanto difficile sia il " clima" nella regione di Trebisonda, città nella quale operava don Andrea, il presule, ( mons. Padovese )
ha raccontato come negli ultimi tempi ci sia stato un problema con il cimitero cattolico, totalmente devastato dal Comune,in quanto si credeva che non vi fossero più cattolici. Sono passati con le ruspe, ha raccontato mons, Padovese – e hanno distrutto le tombe; oggi nel cimitero ci sono solo tre lapidi. Don Andrea mi aveva chiesto di intervenire presso le autorità, perché voleva che il cimitero fosse recintato."
A questo punto mi domando: quale speranza si può nutrire circa un vero dialogo con della gente, che pensa ed agisce come ci ha descritto il Vicario dell’Anatolia.? E’ proprio di questi giorni il caso dell’Afganistan, in cui i magistrati hanno emesso la sentenza di morte per un afgano che si è convertito al cristianesimo. Eppure l’America e l’Occidente sono andati ad aiutare quella terra per liberarla dagli estremisti Talebani.
Si aggiunga che il ministro degli Esteri italiano, Gianfrnaco Fini, si sta adoperando per far cancellare la sentenza di morte, che dovrebbe colpire uno scrittore musulmano per il semplice fatto di essersi convertito al cristianesimo ed essere stato trovato in possesso di una Bibbia. Una semplice riflessione, a questo punto: se si continua in questa maniera, il cosiddetto " dialogo" potrà, sì, essere fatto, ma rimarrà solo aggrappato alle parole cristiane di una distensione illusoria, mentre la marcia islamica continua a conquistare territori, città e villaggi cristiani con l’intransigenza di una legge che non .è ispirata da Dio, ma è Dio stesso, / Allah/., senza cedimento alcuno alle altre religioni, senza, cioè, alcuna libertà per le altre religioni,
Mi sembra opportuno, perciò, riportare , per chiarezza, le parole del vescovo di Tunisi, mons. Maroun Lahham, circa il comportamento dei musulmani dove si sentono in maggior numero. " Nei paesi un cui sono maggioritari – dice –
non sentono la necessità di adottare il pluralismo, ma quando arrivano in Europa, lo rivendicano in nome della democrazia. Voi siete democratici, noi no,dicono. Questo doppio gioco è uno scandalo"
" Quanto alla presenza dei cristiani in Turchia, secondo mons. Padovese, se oggi si può parlare di 60 – 70 mila cristiani " ufficiali" presenti nel Paese, è certo che ve ne siano molti di più. In passato in Turchia esisteva una comunità di centinaia di migliaia di fedeli, ha spiegato il Vicario dell’Anatolia; tuttavia molti di loro sono stati costretti a convertirsi all’Islàm per rimanere nel Paese".
Se, simili testimonianze riportate da persone ecclesiastiche qualificate, non ci convincono circa il vero volto dell’Isàam, non riusciremo a capire quanto don Andrea aveva scritto, pochi giorni prima del suo assassinio, ad alcuni amici italiani.
" Carissimi, voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c’è il sereno, e non soltanto invocare il sole quando c’è la poggia Inoltre è giusto vedere il filo d’erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa"Don Andrea si rendeva conto che , nonostante il suo amore profondo per la terra, che aveva scelta per il suo lavoro missionario, quanto gli stava attorno languiva sotto la calura dell’ostilità islamica e i sinistri riflessi della mezzaluna. Ma il suo ideale di apostolo gli faceva vedere alcuni " fili d’erba verde nella steppa" che gli davano forza e speranza, nella sua quotidiana fatica di testimoniare un Vangelo, che lo aveva spinto a lasciare le sicurezze della sua diocesi romana per i rischi di un difficile ministero sulle rive del Mar Nero.
Nella sua commovente ultima lettera, aveva cercato di ridire agli amici le grandi speranze del suo apostolato, attraverso la metafora di un pò di verde in un bruciante deserto. Era convito delle parole del Signore , che , un giorno descrisse il Regno dei cieli attraverso l’immagine del granello di senapa, il più piccolo tra i semi, ma che dà vita a un grande albero sui cui rami , si posano gli uccelli.
Le uniche " cose buone" del suo apostolato di cinque anni, in Trebisonda, che poteva esprimere ai suoi amici, non erano grandi movimenti di popolo verso la sua chiesetta o numerosi corsi di religione cristiana a catecumeni, ma solo l’incontro e un breve dialogo con alcuni ragazzini nella sua chiesetta.
Fa tenerezza leggere : "Un gruppetto di 4/5 ragazzini sui 14 – 15 anni mi si sono avvicinati ed hanno cominciato a farmi domande:<< Ma sei qui perché ti hanno obbligato?... Ma sei contento?..." Domande che hanno fatto sussultare il cuore di don Andrea, perché in esse ha visto un certo interesse in chi nemmeno poteva immaginare i motivi della sua presenza in Turchia. Quando, poi, il dialogo si è fatto più serrato e dalla sua bocca è uscito – vi voglio bene -, contraccambiato con un" anche noi ti vogliamo bene" , il "filo d’erba" è diventato un raggio luminoso nel suo approccio con i giovani che lo guardavano con stupore..
"Dirsi << ti vogliamo bene>>, dentro una chiesa tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta". E’ la riflessione da cui don Andrea trae il motivo della sua soddisfazione per il lavoro di assistenza ai pochi cristiani in una terra difficile per l’esercizio del suo ideale .
In un’altra circostanza, in cui aveva ricevuto dei maltrattamenti da giovani ubriachi, che , per eccesso di velocità della loro auto, stavano quasi per urtare il suo pulmino, don Andrea vede un altro filo d’erba, che gli dà speranza nel suo cammino difficile nella steppa. Nonostante l’intervento della polizia e il timore che quei giovinastri gli potessero procurare altri guai, oltre il pugno al volto, nel tentativo di tirarlo fuori dalla sua macchina, don Andrea gode nel testimoniare che i suoi fili d’erba si moltiplicano.
" Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire. Erano tre giovani sui 25 – 30 anni. Uno mi ha chiesto:<< Si ricorda di me ?>> Ho guardato bene ed ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. << Sono venuto a chiederti scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato male. Padre mi perdoni>>.
Tale comportamento dei giovani dà la possibilità a don Andrea per accennare alla dottrina evangelica nei riguardi di quelli che chiedono perdono per le loro mancanze. Anche qui l’apostolo don Andrea vede un filo d’erba verde, nella steppa, in quanto per quella circostanza, può esprimere ai seguaci di Maometto la dottrina misericordiosa del Gesù del Vangelo.
A quei giovani che lo interrogano circa il perdono, egli, evangelicamente, risponde: "
Anche noi diciamo che non basta di rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo anche che se l’innocente offre il suo dolore per il colpevole, questi ottiene da Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano ed ha pregato:<< Padre. Perdona loro perché non sanno quello che fanno Con la croce ha spezzato la lancia>>.
Interessante l’immediato frutto di queste parole di cristiana bontà, perché lo stesso don Andrea scrive: " La mattina seguente, un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini : <<Padre , accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri>>.
Quando, un giorno, una ragazza gli domandò perché Gesù non avesse mai usato la spada, don Andrea approfittò per rimarcare la grande differenza che esiste tra la dottrina di Maometto, che parla dell’uso della spada di Allah contro i cattivi, come ultima possibilità contro gli avversari, e il comportamento di Gesù che non ha mai usata la violenza contro i peccatori, perché " Nelle mani di Gesù non c’è la spada ma la croce".
Alla luce di questa riflessione fatta alla ragazza islamica, rimasta frastornata da queste parole, don Andrea scrive ai suoi amici:
" Quanti cristiani non solo non rimangono frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza , la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada; nella vita pubblica e a quella privata. Se lo fa un musulmano; in fondo non è strano, segue il suo fondatore; ma: se lo fa un cristiano non segue il suo Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo , in casa, e su ogni campanile"
Sono certo che don Andrea con la metafora dei ""fili d’erba" e la "steppa "ha voluto fare un discorso di "verità nella carità" nell’affrontare , da apostolo, una realtà difficile quale si presenta nel mondo islamico. Ma è altrettanto chiaro che il suo zelo apostolico non teme di affermare la grande differenza che esiste tra la spada di Maometto e la croce di Cristo.
Racconta, in proposito, che un padre di famiglia, registrato musulmano , ( in Turchia sul documento di identità viene annotata la religione), desiderava ritornare alla fede dei suoi padri, ma si scontrava con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. Gli domandò, ansioso e preoccupato: " Se mi assalgono e io rispondo sono ancora cristiano"?
Gli rispose, sì, perché il Signore conosce la nostra debolezza, ma aggiunse: "
Ricordati che a noi cristiani non è lecito l’occhio per occhio e dente per dente. Noi siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che disse a Pietro:" rimetti la spada nel fodero>>.
Di S. Giovanni Crisostomo riporta una frase molto espressiva: " Cristo pasce gli agnelli non i lupi". Per cui se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo.
Don Andrea Santoro si è sentito un " filo d’erba nella steppa" , ma ha creduto fortemente che, anche nelle avverse condizioni della terra bruciata, esso può sopravvivere e crescere , se alimentato dalla grande fede nella croce di Cristo, che gli ha fatto dono del martirio.
Termina la sua ultima lettera con un accorato appello che fa pensare e sconvolge qualsiasi piano potesse uscire dalla umana ragione, senza uno sguardo alla croce di Cristo, per cui scrive: : " Non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di < Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come <>, "sale" nella minestra, " lievito
" nella pasta,"luce" nella stanza, " finestra" tra muri innalzati, "ponte" tra rive opposte, "offerta" di riconciliazione?".
In questa lettera- testamento di don Andrea, penso , sia tutta la fede che lo ha portato al martirio e la forza del messaggio rivolto a chi si sentisse chiamato a lavorare là dove lui è caduto vittima di un fanatico seguace della spada di Allah. Ha , però , in cuore di dire che la "Mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la volontà a dire<> alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba.
Dalla lettura di questa lettera, bagnata dal sangue del martirio, come non applaudire la decisione del Card. Ruini, che , nelle parole della sua omelia per il funerale di don Andrea, lo desidera, quanto prima, elevato agli onori dell’altare?
Infine, è opportuno notare quanto ha scritto, nell’Avvenire, Carlo Cardia, in rapporto all’assassinio di Don Andrea: " Tranne, forse, che in Italia, c’è stato un silenzio che colpisce e, in qualche modo, avvilisce. Dall’Unione europea al consiglio d’Europa, ad altre istituzioni, non è giunto alcun richiamo autentico che riassumesse la gravità di quanto avvenuto, e che insieme mandasse un messaggio di libertà e di tolleranza a tutti i popoli, a cominciare da quelli del mediterraneo islamico." ( Il silenzio dopo l’assassinio di don Andrea Santoro -Avvenire – 12- Febbraio – 2006).
Non sarà, concluderei io, perché la nostra vecchia Europea teme la spada di Maometto e si vergogna della croce di Cristo?...
p.luca
Il sangue del << pretino nero>>
Non è più un mistero parlare di sangue sparso nelle terre dell’Emilia Romagna ad opera dei partigiani rossi, che, dopo la guerra, seminarono sofferenze e morte sul cammino della loro vendetta maturata dai precedenti contrasti di lotta politica e ideologica..
Si è dovuto attendere molto tempo per poter richiamare alla mente questi terribili fatti di guerra civile, ma, al fine, il coraggio è venuto a scacciare la vigliaccheria dalle coscienze dei coraggiosi e si è potuto stabilire il giorno della memoria degli infoibati italiani da parte delle orde comuniste di Tito, il dieci febbraio, e spaziare lo sguardo nel triangolo della morte dell’ Emilia Romagna comunista.
Dico spaziare lo sguardo nel triangolo rosso, perché, mentre si è riusciti, fra mille contrasti, a ricordare la tragedia degli italiani, consumata nelle foibe iugoslave, e il dramma delle migliaia di famiglie italiane, che dovettero abbandonare le proprie terre in seguito alla pulizia etnica iugoslava, ancora non si ha il coraggio di stabilire una data, in cui richiamare alla memoria i tanti sacerdoti assassinati dai partigiani nelle terre di Romagna
Da parte cattolica, e dai molti italiani non comunisti, si dovrebbe fare una certa autocritica, per la semplice ragione che a far tornare alla ribalta gli eccidi consumati dai comunisti nella "regione rossa" sia stato un convinto comunista, Gianpaolo Pansa, con due suoi ottimi volumi : Il sangue dei vinti e Sconosciuto 1945..
Per la verità, il famoso Don Primo Mazzolari aveva ricordato, con il suo ultimo libro,<< I preti sanno morire>> nel 1958, a Giovanni XXIII, i molti sacerdoti assassinati dopo la guerra.. Aveva, inoltre, accettato l’invito di alcuni suoi confratelli, tra cui il successore di Don Pessina, trucidato dai comunisti, di comporre una <> dei preti vittima del dopoguerra. Prima di lui, nel 1946, il giornalista Luciano Bergononi, esiliatosi, per un anno, da Bologna, per timore di ritorsioni, fu il primo a denunziare l’eccidio dei sacerdoti emiliani nel suo libro " Preti nella tormenta". In seguito, incontriamo << l’uomo più querelato di Reggio Emilia", certo Don Wilson Pignagnoli, per i suoi numerosi articoli sul settimanale cattolico << La Libertà>>. IL suo libro ha per titolo. " Ho ucciso don Pessina". Siamo al 1949. Nel 1951, lo storico Don Lorenzo Tedeschi stampa << L’Emilia
ammazza i preti>>.
E’ da notare, anche, il " Martirologio del Clero italiano," realizzato dall’Azione Cattolica in ossequio ad un voto formulato nel 1958, durante le onoranze funebri per il Clero vittima dell’odio comunista.
Nonostante le tante suddette pubblicazioni, sugli eccidi dei sacerdoti in Emilia, il timore di essere perseguiti dal più forte partito comunista dell’Occidente, il PCI, ha steso un velo di silenzio e di oblio, per molti anni, quasi che nulla di grave fosse accaduto.
Bisogna venire al Gennaio del 2004, per leggere nel giornale della Cei, "Avvenire", un’ accurata inchiesta sull’argomento : STRAGI PARTIGIANE. IL TRIANGOLO DEI PRETI. ( Avvenire – 20 gennaio – 2004)
Purtroppo, quanto abbiamo riportato circa gli assassini del clero e di migliaia di cittadini italiani, vittime dei comunisti, non ha suscitato forti reazioni e scandalo .nella nostra letteratura postbellica: e anche se si stampavano libri sull’argomento, gl’insegnanti di scuole elementari e i professori universitari fingevano di ignorare quanto era accaduto nella Romagna (liberata), ebbri, la maggior parte. di gloria e coronati degli allori riportati nella guerra contro il Fascismo. La stampa, per la maggior parte, ha taciuto, per troppo tempo, quanto era accaduto e, nelle scuole, si osannava alla resistenza, mentre, nelle piazze, si cantava l’inno rivoluzionario dei comunisti, Bandiera Rossa.
Di quanto era stato commesso nell’Italia del Nord, in genere, non si sapeva se non qualche episodio raccontatoci da amici o conoscenti. Ricordo, a proposito, che un mio confratello di Milano, mi parlò di cadaveri, che venivano gettati, di notte, nel rapido fiume Adda, che scorre vicino a un nostro convento, nella provincia di Milano.
In questo contesto di silenzio ipocrita sui crimini comunisti, per un paradosso della storia, ci è voluto un convinto comunista, il simpatico Gianpaolo Pansa, a scoprire il vaso di Pandora, da cui sono uscite le innumerevoli testimonianze delle più barbare azioni di odio e vendetta perpetrate dagli uomini della "falce e martello", che sognavano di fare dell’Italia un tipo di Stato sul modello dell’Unione Sovietica. Ciò che non avvenne, per la vittoria che, il 18 Aprile 1948, riportarono i partiti democratici. sul Fronte Nazionale, costituito dal partito comunista e compagni.
Il giornalista Roberto Beretta, sull’Avvenire del 20 Gennaio del 2004, riporta il brano in cui il Pansa scrive: " Prete uguale a borghese; uguale a fascista : per molti, era un’equazione convincente…Stava davvero cominciando un’altra guerra civile, E a tutto campo; partigiani comunisti contro preti, padroni e democristiani". Dopo di lui, Paolo Mieli, più tardi, ribadiva: "
Il numero dei preti fatti fuori in quegli anni perché vicini alla democrazia cristiana è davvero incredibile. Don Pessina, don Galletti, don Donati e tanti altri: non c’entravano nulla con i fascisti, al massimo avevano benedetto qualche salma di fascista ucciso , forse aiutavano la Dc a raccogliere voti … La verità è che furono uccisi da comunisti e che nessun assassino fu denunziato dal Pci. Ciò potrà un giorno serenamente essere studiato? Io spero di sì".
Purtroppo. questo giorno auspicato da Mieli non à ancora arrivato: poiché se è vero che il Comunismo è stato sconfitto dalla storia con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, tanti comunisti non hanno appreso la lezione e sono rimasti ancora con il cuore avvelenato contro gli antichi loro nemici e le loro vittime. Ciò risulta da commenti di alcuni lettori di un articolo di Paolo de Marchi, apparso su internet e dedicato ai sacerdoti uccisi nell’immediato dopoguerra: " Ne hanno uccisi pochi" scrive uno; e un’altro: " I sacerdoti ne fanno di tutti i colori da centinaia di anni, che sarà mai se ne hanno ammazzato qualcuno".
Scrive il giornalista Beretta:, a proposito di rievocazioni dei fatti di Romagna:
"!Finora, nemmeno i cattolici hanno fatto abbastanza per << studiare serenamente>> i loro martiri nel " triangolo rosso" o , comunque i sacerdoti e i credenti uccisi nella post – resistenza".
Lo stesso Beretta continua dicendo che dopo la guerra, il vescovo di Reggio Emila ,Mons. Beniamino Socche, formò un comitato di volontari, con l’intenzione di erigere un monumento commemorativo, una specie di cippo al " prete ignoto", ma l’iniziativa non ebbe seguito per motivi che si possono immaginare, dato il clima politico ancora turbolento. Vi fu anche il tentativo di ristampare alcuni coraggiosi memoriali pubblicati negli anni Quaranta e Cinquanta, ma fu possibile solo di farli conoscere attraverso editrici minori, per cui rimasero ancora nel dimenticatoio ignorati dal mondo della pubblicistica.
Da notare il lavoro di un sacerdote storico di Imola, certo don Mino Martelli , che osò dare alle stampe una sua accuratissima ricerca, dal titolo << Una guerra e due resistenze, Paoline 1976>>; ma, in un suo intervento, durante un dibattito sulla resistenza, in cui ricordava i martiri cattolici, fu definito <>. Si può immaginare, quindi, quale risonanza potesse avere nella stampa dell’epoca, tutta inficiata di cultura di sinistra comunista.
Interessante la replica ironica del suddetto sacerdote storico, che. nel giornale locale rispose: "
Benedetti compagni comunisti, imborghesiti, ma, ancora irrimediabilmente staliniani. che vedono sempre in chi dissente dalle loro idee un insensato provocatore, se non un" nemico del popolo" da eliminare".
Il sopraccitato giornalista Roberto Beretta nota , altresì, che neppure a quindici anni dalla caduta del comunismo, il tema dei martiri cattolici del comunismo trova molta ospitalità nella grande stampa nazionale.. E a proposito suggerisce che se si clicca, in Internet, sul nome di qualcuna delle 110 tonache insanguinate nella <>, appaiono poche citazioni, spesso riguardanti la Repubblica sociale, oppure con la sigla di qualche partito di destra. Niente che possa riguardare il lato religioso degl’insanguinati.
Dei cattolici possiamo ricordare il processo di beatificazione del sindacalista bolognese << bianco>>, e l’onore di commemorazioni e pubblicazioni almeno nei luoghi di origine; ma si tratta, in gran parte, di carattere locale.
Nessuno , sembra che abbia seguito l’iniziativa del Cardinale Biffi. Che, nel 50° della liberazione ( 1944 ), promosse una serie di celebrazioni nelle varie diocesi dei bolognesi trucidati dai comunisti. In proposito, ha ragione il giornalista Beretta che si domanda: "
Con tutte le meritorie e doverose rievocazioni di martiri di ogni causa e religione, cui, oggi, la chiesa offre albergo, possibile che non ci sia posto per un Sangue dei vinti solo cristiano"?
A questa domanda, finalmente, risponde , sul Giornale, Pierangelo Maurizio, che in data 8 – o1 – 2006, scrive : "
Ieri a Modena si è sfarinato un altro pezzo di quel muro invisibile, che, in Italia, perfino alla Chiesa ha imposto il silenzio. Nella chiesa di S. Agostin,o l’Arcivescovo di Modena, mons. Benito Cocchi, ha aperto il processo di beatificazione per Rolando Rivi, il seminarista trucidato dai partigiani comunisti, perché si rifiutò di rinunziare la sua fede il 13 aprile 1945, pochi giorni prima della fine della guerra." ( Il giornale, 8 gennaio 2006).
Lo stesso giornalista commenta: " Al termine del processo, non solo avremo un santo in più, ma anche il primo martire cristiano, riconosciuto come tale, della ferocia comunista nel nostro paese"
Era chiamato << il pretino nero>>, non per ragioni di appartenenza politica , ma perché, da quando indossò, secondo il costume di allora, la veste talare, aveva appena 11 anni, non la volle mai lasciare, perché, per lui era il segno visibile della sua appartenenza a Gesù.
Un membro del Comitato, nato per la richiesta della sua beatificazione, certo Lorenzo Fiorentini afferma: "E’ la prima volta che la Chiesa si occupa ufficialmente di quell’ omicidio compiuto in odio alla fede".. E il Vescovo Cocchi aggiunge: "
La sua fama di santità, non solo si è mantenuta intatta, per sessant’anni, ma si è rafforzata talmente da superare i confini della stessa diocesi di Modena e l’Italia intera, giungendo fino al Brasile, l’Argentina e l’Inghilterra.".
Il papà lo considerava, con commozione e fierezza, " il mio pretino tanto buono e studioso". E per mantenere questo suo carattere religioso, Rolando, anche nel tempo caldo d’estate, durante le sue vacanze vestiva sempre il suo abito con il colletto bianco. Qualche suo compagno, che usava togliersi, per comodità, la veste da prete, e qualche suo famigliare, gli dicevano : " Sei in vacanza, togliti la veste. Sei più libero di muoverti e di giocare… ": Lui rispondeva: << Non devo lasciare il mio abito, non posso. E’ il segno che io sono di Gesù". Era un trascinatore, con l’aria di un ragazzo molto aperto e propenso allo scherzo con i compagni. Giocava a pallone con l’abito e il cappello, da sembrare quasi ridicolo nei suoi atteggiamenti di giocatore in mezzo ai suoi compagni, in calzoncini e maglietta.
Non era per esagerato esibizionismo e differenziarsi dagli altri, ma per una convinzione profonda, che lo accompagnava, ad ogni istante, verso l’ideale del sacerdozio. Una sola volta tolse l’abito, ma fu per salire su un albero allo scopo di tagliare dei rami, che servissero a fare delle boccette da gioco per i bambini. Appena sceso, lo rimise subito.
Un suo compagno lo ricorda: " Rolando era un ragazzo esemplare. Se noi, ragazzi, combinavamo qualche marachella ( come andare a rubare le uova per venderle), a lui non lo dicevamo, perché sapevamo che era contrario e che ci avrebbe rimproverati." Un altro, suo compagno di seminario, ora sacerdote, don Vezzosi, afferma: "Rolando era vivace e svelto in tutti i giochi: a pallone, a pallavolo. Campione della classe, della camerata. Attentissimo a scuola, studioso, esemplare, innamoratissimo di Gesù. Tutto, in lui, era superlativo. Si stava volentieri con lui. ; contagiava gioia e ottimismo. Era l’immagine perfetta del ragazzo santo, ricco di ogni virtù, portata, nella vita quotidiana, all’eroismo". ( Paolo Risso, Rolando Rivi Un Ragazzo per Gesù. pag .55 ".).
Il giornalista Pierangelo Maurizio, del Giornale, così racconta il martirio del piccolo apostolo, << pretino nero>> della parrocchia di S. Valentino: " Durante le feste di Pasqua del 1945, Rolando Rivi prese parte a tutte le funzioni religiose. Il 10 Aprile, dopo la messa, passò a casa a prendere i libri per andare a studiare nel boschetto di Monchio. A casa non lo videro più. I familiari, nel bosco, trovarono solo i libri con un biglietto: <<Non cercatelo: viene un momento con noi partigiani>>. La sua agonia durò tre giorni. La raccontò, più tardi, un giovane partigiano che aveva cercato di opporsi. Rolando fu picchiato, gli chiesero di sputare sul crocifisso e di togliersi la tonaca. Rifiutò. Gliela strapparono di dosso, ne fecero un pallone e ci giocarono a calcio. Dopo aver scavato la fossa, Rolando chiese di poter inginocchiarsi e di pregare per i suoi genitori. Lo uccisero così, mentre pregava." Il suo biografo, scolpisce con le seguenti parole l’assassinio del piccolo "pretino nero": "
Era il 13 Aprile 1945, ricorrenza del giovane martire sant’Ermenegildo (m.585 d.c.), venerdì, come quando Gesù s’immolò sulla croce. Rolando aveva 14 anni e tre mesi: (ibid.p.73).
Dal 31 ottobre, questa pagina di storia è ricordata nell’editto con cui il Vescovo ha annunziato il processo di Beatificazione. Oltre i miracoli che gli attribuiscono, il processo della sua beatificazione basata sul <> non andrà molto a lungo, stando alle affermazioni del suddetto sacerdote. A suo dire, le prove dei miracoli attribuiti a Rolando, si trovano tutte nella sentenza , laicissima, con cui nel 1952 la Corte di Assise d’appello di Firenze ha condannato i suoi carnefici.
Una nota , a pagina 75 della biografia "
Un ragazzo per Gesù"di Paolo Risso, leggo: " Dopo l’assassinio di Rolando, furono ancora uccisi dai partigiani comunisti Don Dante, Mattioli, parroco a Doruzzo, l’11 Aprile 1945; don Giuseppe Iemmi, vice-parroco a Felina, il 19 Aprile 1945; don Carlo Terenziani, parroco a Ventoso, il 29 Aprile 1945: A più di un anno dalla fine della guerra, sarà ancora uccisi dai medesimi don Umberto Pessina, parroco a S. Martino di Correggio, il 18 giugno 1946" ..
Per far corona al martire, Rolando Rivi, penso sia bene riportare qualche pagina del " Sangue dei vinti", di Gianpaolo Pansa, riguardante gli assassini dei sacerdoti del triangolo rosso. Se non sbaglio, non mi sembra che il suddetto Gianpaolo accenni all’assassinio del nostro Ronaldo, ma le scene da lui descritte circa l’uccisione dei sacerdoti, nel Bolognese, grondano dello stesso sangue che bagnò la veste talare del << Pretino nero>>, Ronaldo Rivi.
" Di uno dei sacerdoti assassinati, don Tiso Galletti, abbiamo già parlato a Lugo. Ma prima do l.ui il 24Aprile era toccato a Don Domenico Gianni, parroco di S, Vitale di Reno, alle porte di Bologna. l partigiani lo prelevarono dalla canonica e lo soppressero in un paese vicino, Calderaia di Reno….".( G. Pansa – Il sangue dei vinti – pag 286, 287, 288).
" Il terzo sacerdote ad essere giustiziato fu don Enrico Donati, 60 anni, di Lorenzatico, canonico della Collegiata in Persicelo. Anche lui era sospettato, senza prove, di aver collaborato con i tedeschi e i fascisti. La sera del 13 maggio si presentarono in canonica due giovani che lo invitarono ad andare in paese per firmare un documento .Il prete fu costretto a seguirli in bicicletta"
" Lungo la strada, ai due si affiancarono altri uomini armati. Don Enrico comprese di essere caduto in una trappola e si rifiutò di proseguire. Lo uccisero subito con una raffica di mitra. Poi misero il cadavere in un sacco, lo legarono a due massi, e lo gettarono nell’acqua di un macero per la canapa.. Quindi tornarono nella canonica e la svaligiarono".
" Il quarto a morire fu don Raffaele Bortolini, parroco di Dosso, frazione di S. Agostino, verso il Ferrarese.La sera del 20 giugno, due uomini armati arrivarono in paese e dichiararono il coprifuoco, obbligando gli abitanti a rimanere in casa. Poi fermarono il Sacerdote che stava ritornando in canonica. Don Raffaele tentò di divincolarsi e di fuggire.. Riuscì a correre per qualche metro, poi una raffica lo raggiunse: "
Seguono il quinto, il sesto, il settimo…sacerdote…. Tutti uccisi dall’odio accecante e dalla rabbia vendicatrice della soldataglia comunista, dopo che la guerra era finita. Speriamo, però, che la beatificazione del <> non solo possa far sfarinare qualche altro pezzo del muro invisibile , che ha impedito di portare a conoscenza le migliaia di vittime del comunismo, nel triangolo rosso. Facciamo voti che la glorificazione del martire Ronaldo, concorra ad aprire, definitivamente, gli occhi allo Stato e alla Chiesa, per dire a tutti gl’italiani la verità nascosta, per paura, nel corso di sessant’anni, da cui si possa , ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, mostrare il vero volto del comunismo, il cui nome e la cui filosofia ancora vivono nelle strutture democratiche del nostro paese.
Gianpaolo Pansa , con i suoi due libri, Il Sangue dei vinti e Sconosciuto 1945, dovrebbe essere sempre presente, insieme con tante altre testimonianze, ai molti giovani, che, ancora oggi, vengono avvelenati da filosofie comuniste, che negano Dio e rendono schiavi coloro che pretendono liberare.
In fatti, nello scenario dei vari partiti, i cui manifesti di propaganda elettorale, in questi giorni, ricoprono migliaia di metri quadrati di spazi, in tutta Italia, si notano ancora i simboli, con falce e martello. Essi, in qualche modo, rievocano le squadre partigiane comuniste, che hanno versato il Sangue dei vinti e degli Sconosciuti 1945,. nel famigerato <<triangolo rosso>>, su cui, probabilmente in Luglio, sorriderà il volto beato del piccolo << Pretino nero>>, martire della fede, Ronaldo Rivi., massacrato dai partigiani comunisti il 13 Aprile del 1945.
Intanto ci si augura che, dopo tanto silenzio e dolore della storia , l’Italia, con i giorni della memoria della Shoa e delle foibe, possa avere quello della memoria dei martiri di Romagna ad opera dei partigiani comunisti.
Fra le ragioni che si possono addurre in favore della suddetta memoria, c’è quanto ha dichiarato Gianpaolo Pansa a proposito dei suoi due libri, da molti ritenuti <> per quelli di sinistra. " Sono un uomo che cerca di essere libero; non mi piace la storia scritta dai vincitori e neanche quella paura che per sessant’anni ha portato al silenzio i parenti delle vittime"
.
p.luca
*******************
L’intrepida.
Non ho trovato altro titolo per presentare alcune mie riflessioni su una donna grande scrittrice, capace di affascinarti con dei pensieri, di cui puoi non condividere completamente la sostanza, ma, essendo espressi in uno stile magico, si finisce per cedere alla loro dialettica travolgente. Il suo nome, Oriana Fallaci, è, specialmente, in questi ultimi tempi, sulla bocca e nella penna di molti commentatori politici, giornalisti e uomini di cultura. Toscana, ha scelto l’America come sua abituale dimora, dove si trovava quando, l’11 settembre 2001, gl’islamici dichiararono guerra all’ America e all’Occidente, con l’abbattimento delle torre gemelle.
Da quando l’ ho conosciuta osannata, acclamata e vituperata per i suoi ultimi libri in difesa dell’Occidente contro l’Islam, ho letto nel suo volto, nobile e serioso, il carattere di una donna, che sa osare e mai indietreggiare dinanzi alle difficoltà, che incontra. Giustamente, è come lei ha scritto nella sua Apocalisse, che intende "profetizzare la lotta che i cristiani avrebbero dovuto sostenere per vincere il Mostro a Sette Teste e i suoi complici che in definitiva sono un singolo complice."
Qualcuno si potrebbe scandalizzare che un’ atea come lei, si sia ispirata a un testo religioso " per tirar le somme della battaglia che da tre anni conduce", ma bisogna notare che lei stessa si è definita "un’atea cristiana" perché crede nei valori cristiani, che, come scrive Nicholas Ferrell, sono" proprio quelli che non si trovavano
nella Costituzione europea bocciata per paura di offendere i non cristiani."
Da ciò che scrive in questo suo libro, ella è convinta che quanto afferma sarà preso a pretesto contro di lei, dai suoi nemici, ma non teme affatto ciò che armeranno contro la sua persona. Perciò, con le immagini mutuate dalla descrizione apocalittica di S. Giovanni, scrive: " So che le loro corna uguali alle corna d’un agnello e le loro voci uguali alle voci d’un drago saranno usate contro di me col consueto livore e la consueta bassezza"…E qualunque sia il prezzo da pagare, io continuerò a combattere". " Introduzione, p. X e XI).
Dico subito che, proprio per questo suo spirito battagliero, non ho fatto molto sforzo per acquistare, leggere ed apprezzare i suoi libri, la sua ormai amata e odiata trilogia, che ha fatto schierare il mondo letterario e politico in due avverse posizioni.
Mi viene da definirla la più fervente apologeta moderna del Cristianesimo in un contrasto serrato," senza se e senza ma" contro l’Islam, sotto le cui bandiere l’Impero Ottomano si rese responsabile del genocidio di migliaia di cristiani Armeni, nel 1915.
Genocidio che la Turchia dei nostri giorni sta tentando di smentire, rinviando al 7 febbraio 2006 il processo allo scrittore Orham Pamuk , " colpevole", secondo quanto scrive Alessandro Gnocchi, nel giornale Libero del 17 dicembre 2005, di aver denunciato il genocidio degli Armeni ad opera dell’Impero Ottomano.
A proposito, lo stesso Pamuk , nel Febbraio 2005, rispondendo ad un giornalista svizzero, aveva dichiarato che " un milione di armeni e 30 mila curdi sono stati
uccisi, e io sono il solo a parlarne".
Nonostante questi tristi precedenti storici, l’ Europa di oggi non sente alcun timore di accogliere la intera nazione turca come facente parte della UE, perché non tiene affatto presente il lato religioso della sua cultura, ma considera il solo aspetto economico nel piano di una nuova realtà multietnica e mlticulturale, fuori da ogni preoccupazione religiosa.
In questo punto si staglia la figura di Oriana Fallaci, che diventa, con la sua trilogia, la voce forte contro la moderna invasione islamica di quella Europa, da cui le armate ottomane furono allontanate, per l’intervento delle forze cristiane della Santa Lega, organizzata da Pio V e proclamata ufficialmente a Roma il 25 Maggio 1571 .
Si direbbe che il rischio per la cultura cristiana, in Europa, a causa del dilagare dell’ Islamismo, costituisca una grande preoccupazione per lo spirito della " atea cristiana" Oriana Fallaci, che , nei suoi libri non risparmia critiche a un Occidente per nulla preoccupato delle radici della sua cultura. Sembra che lei sola si sia ricordato di ciò che il grande poeta tedesco Goethe ebbe a dire circa il nostro vecchio Continente: "L’Europa, egli ha scritto, si è formata attraverso un lungo pellegrinaggio con il
cristianesimo come suo linguaggio".
Mi rendo conto che quanto sto affermando della dura Scrittrice Toscana, farà saltare i nervi a quanti la esorcizzano con le più spietate critiche per la sua posizione verso l’Islàm, ma, sinceramente, mi sento di appartenere a quelle migliaia di persone che la volevano " senatrice a vita " per alti meriti, nel nostro Senato della Repubblica. Il prestigioso consesso dei padri senatori sarebbe stato meno ipocrita, e meno disposto all’uso del linguaggio e dei comportamenti " politically correct", che si sogliono facilmente praticare, in politica, per il salvataggio della propria poltrona, e per aumentare consensi elettorali a favore della propria parte politica.
Si può criticarla quanto si vuole, la deprecata Oriana Fallaci, ma la sua statura di donna intelligente e coraggiosa non può non lasciare in chi le si avvicina, un senso profondo di ammirazione della donna forte, degna di essere annoverata tra le figure più significative della cultura italiana dei nostri giorni.
Azzardo a credere che nel cuore di questa donna, in dimensione religiosa, esisterebbero tutte le condizioni psicologiche e spirituali per un cammino di fede pari a ciò che hanno realizzato i grandi mistici, nella loro avventura verso il Dio della rivelazione cristiana. Basterebbe una folgorazione alla " San Paolo" sulla via di Damasco, ed avremmo un’altra figura di donna gigante nella storia della Chiesa, tipo S. Caterina da Siena o S. Teresa d’Avila.
Mi rendo conto che quanto affermo contrasta fortemente con gl’ insulti scagliati contro di lei dall’editorialista e critico letterario della Repubblica, Pietro Citati, che stanno a dire quanto odio si è accumulato, contro di lei, nell’animo dei simpatizzanti italiani dell’Islàm. E’ bastato che i giornali rivelassero la visita "segreta"di Oriana al Papa Benedetto XVI, per leggere delle assurdità nei riguardi della scrittrice toscana, verso la quale il Papa, concedendole l’udienza richiesta, ha, indubbiamente, mostrata la massima stima, pur essendo " un’atea cristiana".
Direi che, contrariamente a quanto pensa il "sopra – Citati", della Repubblica, la Oriani potrebbe essere veramente salutata " La Giovanna d’Arco" dei nostri tempi, per il suo coraggio a difesa di una cultura cristiana, che non può essere fagogitata da un’altra, che nega l’essenza dei suoi fondamenti storici e teologici. Ha ragione, perciò, Vittorio Feltri, quando, all’indirizzo del Citati, scrive: " Fra l’altro, rintronato dal livore nei confronti della scrittrice davanti alla quale lei fa la figura di un nano fuggito da una villetta a schiera, nel suo articolo, all’inizio, si abbandona a un virtuosismo dall’effetto comico. Sottopongo la frase ai lettori: " Il papa non è, come noi cerchiamo di essere, una persona per bene". Per bene, per male, perdio che idiozia: "( Libero, 3 settembre 2005, p.3 ). Non conoscevo bene la Fallaci prima che le folle islamiche avessero forzato, nel tentativo di immigrare nel nostro Paese, le coste italiane; non la conoscevo se non vagamente, anche se avevo presente il suo libro " Lettera a un bambino mai nato", di cui avevo seguito alcune critiche per il suo pensiero non troppo vicino alla filosofia cattolica circa la vita umana.
Avevo letto qualcosa del suo libro, di successo, " Inshallah", ma nulla mi aveva fatto pensare alla grande personalità fallaciana emersa, poi, dalla sua sensazionale trilogia: "La Rabbia e l’orgoglio - La forza della Ragione - e L’apocalisse ", di cui ha fatto dono, nella sua visita, a Benedetto XVI.
Oltre ai suddetti tre libri, non si può non accennare alla intervista che la Oriana ha concesso recentemente al Padre Andrzej Majewski. caporedattore della televisione pubblica polacca.
Della suddetta intervista, in rapporto alla precedente trilogia della Fallaci, il direttore di Libero, Vittorio Feltri, scrive nel suo giornale: " Le novità sono sostanzialmente due: una serie di riflessioni di Oriana sul ruolo del Papa Ratzinger in questa infinita vicenda di violenza e di morte , e il peso che su di essa esercita il Corano quale unico elemento teologico della religione musulmana",.. Scoprirete in questa donna indebolita dalla malattia, ma non dagli attacchi ebeti quanto rabbiosi dei suoi avversari , una forza morale e intellettuale raramente riscontrabile anche nei maggiori personaggi del giornalismo e della saggistica internazionali.Probabilmente, molti non avranno letto l’intervista con cui la Fallaci espone le sue convinzioni al P. Gesuita polacco; penso sia opportuno, perciò, riportare qualche brano più forte e significativo in essa contenuto.
Ci domandiamo come possa, una donna ridotta a trenta chili di intelligenza, sostenere una parte tanto decisiva nella sorte dell’Occidente minacciato da un terrorismo ispirato e giustificato dalla religione ".
" Caro Padre Andrzej, io non so quello che succede in Polonia. Ma nel resto dell’Europa. e per incominciare nel mio Paese, non accade davver quel che accadde a Vienna oltre tre secoli fa. Cioè quando i seicentomila ottomani di Kara Mustafa misero sotto assedio la capitale considerata l’ultimo baluardo del cristianesimo, e insieme agli altri europei( Francia esclusa)il polacco Giovanni Sobieski li respinse al grido di << Soldati, combattete per la vergine di Czstochowa>>. No, no. Qui accade quello che oltre tremila anni fa, accadde a Troia, cioè quando i troiani aprirono le porte della città e si portarono a casa il cavallo di Troia"….A ciò non teme di aggiungere con più forza: " Perbacco!inascoltata e beffeggiata come una Cassandra, da anni ripeto come un ritornello: <>. Ed oggi ogni nostra città, ogni nostro Villaggio, brucia davvero>>. Esiliare? Macché vuole esiliare. Oggi gli esuli siamo noi. Esuli a casa nostra".Pur con tali sentimenti ostili verso l’Islàm, essa rimane incantata dal comportamento prudente e intelligente del Papa Ratzinger in questi tempi tanto difficili per il cosiddetto dialogo con quella religione, che il suo predecessore , Giovanni Paolo II, ha iniziato nel nome dell’ecumenismo. Da qui la sua massima comprensione verso Benedetto XVI con il seguente interrogativo: " E si può forse pretendere che di punto in bianco imbocchi un’altra strada, sconfessi il sogno del dialogo?"… Egli è troppo intelligente per non rendersi conto che il Risveglio dell’Islàm s’è ingigantito come alì’epoca dell’Impero Ottomano. E che con il suo fondamentalismo ha assunto i contorni d’un nuovo nazismo".Al Padre polacco, la Fallaci mostra anche una sua particolare tenerezza nel descrivere il Papa come " un uomo davvero raziocinante, Benedetto XVI. Guardi come affronta, lui, l’irresolubile problema di conciliare la fede con la ragione. Capisce benissimo che nei riguardi dell’Islàm, il laicismo ha perso il treno. Che i laici a parole ma non a fatti sono mancati all’appuntamento della storia. Che soprattutto a Sinistra si sono messi dalla parte del nemico. Un nemico deciso ad estendere la sua ideologia teocratica all’intero pianeta… Quei laici hanno aperto una voragine. Hanno creato un vuoto da riempire. Non a caso penso che prima o poi ( meglio prima che poi), lui lo riempirà". Ecco la tenerezza della Oriana: " il suo volto è buono, il suo sorriso è mite, ma i suoi occhi sono molto fermi. Molto risoluti".Per la Fallaci, questo suo modo di pensare del papa non significa "chiedergli di indossare l’armatura cara ai suoi predecessori rinascimentali, di sguainare la spada, tagliare la testa di chi la taglia a noi. E tanto meno significa spingere all’orrore dei pogrom. Significa ricordare all’intransigenza della fede che l’auto difesa è una legittima difesa. Non un peccato. Significa sostenere che, quando è necessario, anche un sant’uomo può fare la voce grossa. Comportarsi come Gesù Cristo che al Tempio, perde la pazienza e rovescia le bancarelle dei commercianti, magari gli tira anche un bel pugno sul naso. E per me significa scegliere bene il proprio alleato. Per me atea – cristiana ( devota no, ma cristiana si), il Cristianesimo non è soltanto una filosofia di prima qualità, un pensiero al quale ispirarmi, una radice dalla quale nn posso e non voglio prescindere . E’anche un alleato. Un compagno de route: Di conseguenza, lo è pure chi lo interpreta ai massimi livelli. Cioè chi lo rappresenta. Sa, nel mio caso non si tratta di mischiare il sacro con il provano. Il diavolo e l’acqua santa. Si tratta di esercitare la razionalità. L’autodifesa che è legittima difesa e la razionalità."La Fallaci, nella intervista con il P. Andrzej, continua a dilucidare il suo pensiero, accennando alla intervista che il Vescovo Fisichella rilasciò al corriere della Sera, a proposito della " concordanza con il Papa da parte di una donna che si definisce atea". Interessante la risposta di Fisichella : " Non mi stupisce. Anzi mi conferma la possibilità sempre offerta a tutti, d’un vero incontro sulla base della Ragione." La forza della ragione"
è un titolo famoso della Fallaci, ma anche un’espressione che ricorre negli scritti del teologo Ratzinger. Come del resto nell’Enciclica <> di Giovanni Paolo II".
Fisichella spiega come la Fallaci e Ratzinger s’incontrano proprio per il loro spirito di libertà; poiché è assai noto quanto la Oriana ci tenesse alla sua autonomia di giudizio e il teologo Ratzinger sia sempre stato libero dalle idee ricevute nonché del "Politically correct."
La personalità della Fallaci, pur con qualche riserva, è stata riconosciuta anche dallo stesso musulmano Magdi Allam, quando, nel suo libro <>, le ha inviato una lettera aperta, in cui scrive: " Cara Oriana, tu hai avuto l’onestà intellettuale e il coraggio umano di affrontare di petto questo tema, ( il terrorismo islamico) con l’etica professionale la passione della scrittrice che non si tira indietro dinanzi ai mostri sacri, che non esita a infrangere i tabù del perbenismo ideologico, offrendocelo con un linguaggio d’eccellenza, coinvolgente, pungente, irriverente, messianico." (Lettera aperta a Oriana Fallaci – Vincere la paura – pag.171 )."
Sono convinto che hai svolto un ruolo straordinario nel contribuire a formare un sentimento di riscossa civile e di orgoglio nazionale nell’era della guerra globale del terrorismo islamico…. Ti sei assunta il ruolo dell’avanguardia rivoluzionaria che sprona le masse a ribellarsi alle forze del male,…Ti sei offerta sino in fondo agli italiani e molti di loro l’ hanno capito, hanno contraccambiato con sincero affetto e ti hanno manifestato un’ immensa gratitudine " ( bid.p.172).
Parole di plauso e di benedizione verso la Fallaci, sono, anche, quelle che ha scritto Mons. Luigi Negri, Vescovo di S. Marino Montefeltro, prima di partire per Colonia, dove avrebbe partecipato al grande raduno dei giovani con Benedetto XVI.
"Dell’intervista a Oriana Fallaci…, scrive Luigi Negri, mi ha particolarmente colpito la <>che la scrittrice confida di riporre in Benedetto XVI. Le sue parole mi sono parse una potente e rocciosa conferma della presenza , a volte soffocata ma ostinata di un "popolo della ragione ", dell’esistenza di un terreno sul quale è possibile l’incontro di pensieri e uomini liberi di cui ha parlato mons. Fisichella."( Libero – 28 agosto, 2005, pag.7).
La campagna fatta da alcuni giornali per farla eleggerla senatriee a vita, oltre i premi ricevuti da istituti di cultura e di scienza, sono l’irrefutabile testimonianza del genio indomabile di questa donna, che tanto onora l’Italia, pur essendo bersagliata da aspre critiche e ingenerose espressioni di odio per i suoi scritti non politically correst verso il fenomeno islamico in Europa.
Quanto all’elezione a senatrice, sappiamo che ancora non è stata scelta e non si sa se lo sarà mai dalla intellighenzia italiana, piuttosto, sinistramente, incline verso le simpatie islamiche. Quanto ai premi da parte di Istituti di cultura, accenniamo solo al " AnnyTaylor Award": il premio conferitole dal Center for the Study of Popular Culture di Newyork. In questa circostanza ha pronunciato un discorso da cui traspare tutta l’avventura di una donna dal pensiero forte, dall’animo audace e dal carattere indomabile. Inviterei quelli che avessero delle riserve, di qualsiasi genere, verso questa donna, di andarlo a leggere, dedicandogli, se possibile , qualche momento di riflessione. Oltre nel Foglio di Ferrara, il suddetto discorso è stato pubblicato nel giornale Libero, con un titolo a carattere cubitali: " QUEL SALTO DELLA FALLACI SULLE CASCATE DEL NIAGARA" (Libero, 4 dicembre – 2005.
Come conclusione di questo mio scritto, sulla Fallaci, mi piace riportare quanto il giornalista Gianfranco Morra scrive di essa, su Libero – il 15 agosto- - 2005.
" Scrittrice tutta d’un pezzo, Oriana Fallaci ha sempre più accentuato presenza civile e religione sociale. Non a tutti possono riuscire graditi il suo stile urlato, le sue spietate invettive, i suoi coraggiosi anatemi. Ma come non ammirare la lucidità dell’intuizione, la paradossale schiettezza, e soprattutto la forza della denuncia? Una donna coraggiosa. Sappiamo che per essere prodi, non c’à bisogno di essere uomini, conosciamo maschi o presunti tali che prodi non sono. La Fallaci ha dato un utile contributo alla comprensione dello scontro attuale fra occidente e islamismo"….
" Il cristianesimo non si riscopre solo nella chiesa e nei sacramenti. Ma anche nella società e nel costume. La Fallaci, che pur si dichiara atea, è molto più cristiana di molti preti –no-global, monaci di Monza e associazioni terzamondiste, dato che ci invita a ritrovare l’identità cristiana per difendere l’Europa. La Fallaci ci dice: " Non dimenticare le vostre radici". Grazie, Oriana. "
p.Luca Arcese.
°°°°°°°°°°°°
Il "Sbattesimo."
Invece d’inoltrarmi nel campo delle varie definizioni che si potrebbero addurre per far capire il significato del " sbattesimo ", reputo sbrigativo e opportuno riportare, integralmente, un trafiletto del giornale Libero, che dà tutti gli elementi per avere una idea chiara e concisa di quanto vuol dire lo strano verbo " sbattezzare" da cui il sostantivo " sbattesimo".
A pagina 3 del suddetto giornale, 19 Novenbre 2005, un trafiletto rettangolare, fine pagina, recita: "LA CHIESA MI DISCRIMINA". Segue un sotto titolo esplicativo "Gay si fa sbattezzare per protesta". Ciò che dice il trafiletto, è chiaro quanto la luce del sole: " Ha deciso di sbattezzarsi per protesta contro le decisioni della Chiesa in materia di Pacs, fecondazione e unione gay. Così, attraverso l’apposita procedura burocratica, A.H., un impiegato omosessuale, altoatesino di 35 anni, ha chiesto di uscire dalla Chiesa Cattolica. <>, è stata la spiegazione fornita dall’uomo, il cui iter burocratico di "sbattesimo" è durato un mese ed ha fatto forza su una sentenza del garante della privacy del 1999. L’uomo si è quindi rivolto al parroco di Rio Punteria (il paesino in cui vive di cui è anche originaria la famiglia del Papa, (non risulta di quale Papa si tratti, n.d.r.), e ha ottenuto che fosse aggiunta una particolare annotazione accanto al suo nome sul registro dei battesimi. Quest’ annotazione sancisce la ferma volontà del battezzato di non essere considerato un appartenente alla Chiesa Cattolica. A nulla sono serviti gli sforzi del sacerdote per fargli cambiare idea. L’uomo, infatti, era anche disposto a rivolgersi all’autorità giudiziaria".Da quanto abbiamo letto, quindi, risulta che il " sbattesimo", secondo l’omosessuale A.H. non significa altro che eliminare gli effetti del battesimo con una particolare annotazione, vicino al suo nome, nel libro dei battesimi. Solo che l’omosessuale, poverino, non sa che il battesimo imprime un carattere indelebile, nell’anima, per cui, nonostante la sua omosessualità, rimarrà, pur nolente, un omosessuale cristiano, perché battezzato. Si potrà comportare sempre da omosessuale, ma, con suo rammarico, dovrà pur sempre riconoscere di appartenere alla schiera degli omosessuali cristiani, che la chiesa non discrimina, pur non ammettendo il loro comportamento nella loro dimensione sessuale.
Per quanta omosessualità voglia praticare nella sua vita, da celibe o regolarmente coniugato, non potrà mai togliersi di dosso il carattere cristiano. Se un domani, perciò, cessasse la pratica della sua omosessualità, e volesse tornare alla Chiesa, non dovrebbe realizzare alcuna operazione vicino al suo nome nel libro dei battesimi della sua parrocchia, ma riaccostarsi a Dio, con il pentimento e la grazia del sacramento della riconciliazione.
Ho voluto dilungarmi sul significato di "sbattesimo di un omosessuale", per potermi introdurre, più facilmente, nelle recenti questioni e polemiche sul = pansessualismo", che sta dilagando nei vari campi della cultura umana, non esclusa il senso cristiano della sessualità e dell’amore. A questo proposito, leggo nel Giornale Tempo, del 29 novembre 2005, la seguente notizia: Prima Enciclica l’8 Dicembre. Lo svolgimento del titolo afferma: "La prima enciclica del Papa parlerà dell’amore teologale, dell’amore divino e della parola di Cristo e sarà un completo ribaltamento delle tesi contenute in Eros e Agape di Andersen Nygren e in L’ Amore e l’Occidente di Denis De Rougemont………… Anche se non è certo, le prime parole dell’Enciclica potrebbero suonare così: Deus est caritas ed è partendo da qui, da questo assioma, che Benedetto XVI dovrebbe declinare le sue argomentazioni" (P.l.R.)
Infatti, il Papa affonda il suo ragionamento circa l’amore umano nell’essenza dello stesso Dio, che è L’Amore.
Dovunque, oggi, la sessualità domina con il suo fascino di bellezza e di piacere. Dalla moda al mondo dei grandi rotocalchi, dalla cinematografia alla letteratura, dai primi comportamenti ludici infantili, alle notti bianche dello scambio di mogli o compagne di vita. Questo modo di vivere la sessualità ha creato una nuova filosofia dell’approccio sessuale nell’individuo, nella famiglia e nella società.
La famiglia tradizionale è stata attaccata, nelle sue radici, e indebolita nelle sue motivazioni, nelle sue prospettive e nella sua dimensione di cellula della società. Nuove ragioni sociologiche, filosofiche ed economiche, hanno esercitato un influsso negativo sulla famiglia, tanto in dimensione demografica, quanto in dimensione affettiva. Ci si sposa per amore; ma, se per qualsiasi motivo questo viene meno, si crea il vuoto familiare, non si sente più di volersi bene ed, ecco, il fallimento del matrimonio, con o senza figli. Ognuno intraprende un nuovo cammino per approdare ad un nuovo amore ed a una nuova unione.
Nel contesto della nuova realtà matrimoniale, è stato facile il salto verso la ricerca di unioni "matrimoniali" di diverso carattere, nell’ansia di realizzare la dimensione sessuale fuori il concetto tradizionale civile e religioso. Sono, così, venute fuori le coppie di fatto, i Pacs, i matrimoni gay. Tutti rivendicano gli stessi diritti civili che finora sono appartenuti solo alle unioni matrimoniali realizzate, tra persone di diverso sesso, e conforme alle leggi dello Stato e della Chiesa.
E’ per questa ragione che quelli che hanno cercato di realizzare la loro sessualità fuori dei canoni della chiesa, si sono sentiti, in qualche modo, discriminati per il fatto di essere omosessuali. E’ intervenuto, perciò, da parte di alcuni, il proposito di "sbattezzarsi" per poter essere liberi nella loro scelta omosessuale senza cadere sotto l’onta della discriminazione. Ciò è avvenuto perché, mentre lo Stato in molti Paesi, ha legittimato il cosiddetto matrimonio gay, la Chiesa, in forza della sua dottrina matrimoniale, basata sull’unione indissolubile tra uomo e donna, non può ammettere una simile unione gay, che, nella Bibbia, richiama la terribile storia di Sodomia e Gomorra. Nella Bibbia, infatti, si narra che queste due città della Palestina furono distrutte da Dio, per mezzo di una pioggia di fuoco, appunto perché i loro abitanti si erano resi colpevoli di praticare la sodomia, peccato che consiste, appunto, nell’unione di due persone dello stesso sesso.
La storia di queste due città viene narrata nel Genesi, al cap.19, che, forse è bene riportare qui per intero, alfine di giustificare le ragioni per cui la Chiesa è contraria a qualsiasi unione sessuale che non sia quella che si realizza nel matrimonio tradizionale. Sono certo che la maggiora parte dei nostri cristiani non conoscono quanto, nella Bibbia, la omosessualità è stata denunziata e condannata da Dio. Nel già citato cap. 9 della Genesi, la corruzione dei Sodomiti occupa parecchie pagine, in una drammatica e realistica narrazione, che non lasciano alcun dubbio circa la loro verità.
"
I due angeli arrivarono a Sodomia sul far della sera. Lot stava seduto alla porta di Sodoma. Non appena li ebbe visti,Lot si alzò, andò loro incontro e si prostrò con le braccia a terra. E disse: << Miei signori, venite in casa del vostro servo: vi passerete la notte, vi laverete i piedi e, poi, domattina vene andrete per la vostra strada. Quelli risposero: non, passeremo la nette sulla piazza >>. Ma egli insistette tanto che vennero da lui ed entrarono nella sua casa. Egli preparò per loro un banchetto, fece cuocere degli azzimi e così mangiarono. Non si erano ancora coricati, quand’ecco gli uomini della città, gli abitanti di Sodomia, si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamarono Lot e gli dissero: << Dove sono quegli uomini che sono entrata da te questa notte? Falli venire da noi perché possiamo abusarne!"
Senza prolungare la citazione, si può immaginare ciò che avvenne.. per cui "Quegli uomini dissero allora a Lot: <<Chi hai ancora qui? …….Perché noi siamo per distruggere questo luogo: il grido innalzato contro di loro davanti al Signore è grande e il Signore ci ha mandati a distruggerli>>…. La narrazione biblica sulla corruzione dei sodomiti e la distruzione delle loro città, si conclude con una drammatica e infernale pioggia di fuoco, nei seguenti termini: " Il sole spuntava sulla terra, e Lot era arrivato a Zoar, quand’ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sodoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo…. Abramo andò di buon mattino al luogo dove si era fermato davanti al Signore; contemplò dall’alto Sodomia e Gomorra e tutta la distesa della valle e vide che un fumo saliva dalla terra, come il fumo di una fornace…… ( cap.19 – vv. 1-29).
Così Dio, quando distrusse le città della valle, si ricordò di Abramo e fece sfuggire Lot alla catastrofe, mentre distruggeva le città nelle quali Lot aveva abitato"
Sono certo che quanto abbiamo riferito della tragica storia delle città bibliche, Sodoma e Gomorra, non farà alcuna impressione agli omosessuali, tipo di quello che si è fatto <> per non sentirsi discriminato dalla Chiesa, ma, alla luce della fede, non si può non negare la legittimità con cui la stessa Chiesa e il Papa, possono avallare il comportamento di quelli che vivono la loro dimensione sessuale come gli abitanti di Sodomia e Gomorra.
Nonostante la buona volontà e la massima comprensione della Chiesa circa il calvario di molti omosessuali, che si sentono, irresistibilmente attratti dalla maniera di agire conforme i costume dei Sodomiti della Bibbia, essa non può considerarli nel numero dei fedeli alla legge di Dio, pur raccomandandoli alla misericordia del Dio Amore.
In questo senso, non intende discriminarli, quali appartenenti al corpo mistico e chiamati alla salvezza, per il sangue di Cristo, ma, semplicemente, non poter permettere loro dei compiti, che non riuscirebbero ad assolvere con serenità, appunto per la difficoltà di mantenersi in grazia secondo la dottrina della stessa Chiesa.
Il "sbattezzato" che ha preteso di essere radiato dal registro dei battezzati per potersi comportare da omosessuale e non sentirsi, così, discriminato per certi compiti nel sevizio ministeriale, ha pensato certo a quanto il Papa ha ripetuto, in quanto i gay non possono diventare preti. A questo proposito, penso che se egli fosse stato a conoscenza di ciò che è scritto nel Genesi circa quanto accadde agli abitanti di Sodoma e Gomorra, non si sarebbe, minimamente offeso, a causa della discriminazione, a suo avviso " ingiusta ", da parte del Papa, ma si sarebbe rassegnato alla situazione di un cristiano, che cerca il Signore, nonostante il suo stato di peccato.
Non si tratta, perciò di una discriminazione di condanna, ma di una prudente disciplina, che regola l’entrata dei candidati al sacerdozio ministeriale della Chiesa. L’affermazione centrale - firmato dal Cardinale Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica – è questa: <<
La Chiesa non può ammettere al seminario e agli Ordini Sacri, coloro che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay>>.
Il titolo dell’istruzione, infatti, è : << Criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al seminario e agli ordini sacri". Da notare i riferimenti che l’ istruzione fa agli scandali di pedofilia e omofilia che ultimamente hanno danneggiato l’immagine del clero degli USA e di altri paesi. Questi fatti lamentevoli hanno convinto sempre più la Chiesa ad avere una speciale attenzione agli orientamenti omosessuali dei <> al sacerdozio, attenzione " resa più urgente dalla situazione attuale".
Tuttavia la Chiesa, sempre madre benevola e tollerante verso i suoi figli, che si allontanano, ha voluto esprimere la sua preoccupazione e la sua attenzione verso gli omosessuali, nelle parole dell’istruzione, dicendo: <<Tali persone devono essere accolte con rispetto e delicatezza; a loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Esse sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e a unire al sacrificio della croce le difficoltà che possono incontrare".Allo " sbattezzato" e a tutti coloro che accusano la Chiesa di un ingiusto trattamento dei suoi figli omosessuali, il documento del Vaticano risponde: " Il solo desiderio di diventare sacerdote non è sufficiente e non esiste un diritto a ricevere la S. Ordinazione. Compete alla Chiesa discernere l’idoneità di colui che desidera di entrare nel seminario>> e - in un secondo momento – verificare che abbia raggiunto la << maturità affettiva>>.Il documento ci tiene a distinguere tra <>,( presentati dalle scritture come <> e considerati dalla tradizione <>) e << tendenze omosessuali>>.
Nel commento del vaticanista Luigi Accattoli, sul documento, si ricava che se le <>risultano <>, <>. per cui <>. Ciò impedisce il raggiungimento di una vera <>, che si ritiene necessaria per l’ammissione al sacerdozio. Qualora, però, la tendenza risultasse meno radicata, allora l’ammissione è possibile, purché ne sia comprovato il superamento. Alla presenza di un problema transitorio in materia, come, ad esempio quello di un’adolescenza non ancora compiuta, deve risultare, tre anni prima dell’ordinazione diaconale, che le tendenze omosessuali siano chiaramente superate.
Come si nota nel documento, il fatto della omosessualità non viene considerato dalla Chiesa un motivo di allontanamento e di demonizzazione del cristiano, in genere, o di eventuali <> agli ordini sacri.
Il comportamento della Chiesa è basato, come abbiamo visto, nella rivelazione che esprime la volontà di Dio e nell’ assoluta necessità che i suoi ministri non siano di scandalo ai fedeli, ma in tutto appaia la purezza divina, che risplende nel volto dell’uomo, salvato dal sangue di Cristo e reso tempio del Divino Spirito Santo, per mezzo della grazia santificante.
Alla luce del documento pontificio, quindi, chi si sentisse preda di tendenze omosessuali, non deve assolutamente reagire come l’amico "sbattezzato"; non cerchi di apporre alcuna annotazione nel libro dei Battesimi, ma prenda atto, con serenità, della sua condizione, poiché, secondo il pensiero del S.Padre Benedetto XVI , appartiene a quelle persone che"sono chiamate
a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare"
p. luca
*******************
Il Crocifisso in tribunale
Da quando un italiano, convertito all’Islàm, col nome di Adel Smith, protestò contro la presenza del crocifisso nella scuola di un paesetto della provincia dell’Aquila, frequentata da suo figlio, nella stampa si è riaccesa la polemica, crocifisso sì e crocifisso no, nei luoghi pubblici di questa Italia, che fino al 500, insieme a tutta l’Europa, è stata chiamata Cristianità.
Senza meno, lo zelante convertito non si è rivolto al giudice per una sua particolare antipatia verso il simbolo cristiano, ma, essendosi istruito alla scuola coranica, si sarà ricordato di quanto la sura 4 del "libro" recita sulla morte e resurrezione di Gesù
": Gli ebrei sono davvero miscredenti ! Hanno detto contro Maria una calunnia enorme(27) e affermano: "Abbiamo ucciso il Messia, Gesù figlio di Maria, messaggero di Dio". In realtà, non l’hanno né ucciso né crocifisso, ma qualcuno altro fu reso ai loro occhi simile a lui" ( 4, 156 –157.
Da ciò, risulta chiaro che l’avversione islamica verso il crocifisso risale ai primi elementi della loro dottrina che, per quanto possa essere benevolmente interpretata , rimane molto lontana dalla vera teologia del crocifisso che impregna tutta la dottrina del cristianesimo. A questo punto, mi viene spontanea una domanda: " Il famoso dialogo che si tenta di sostenere con l’Islàm, dove relega il calvario, su cui svetta il patibolo da cui fu offerto a Dio la vittima immolata sull’altare della Croce? " E ancora: " se Cristo non fosse stato crocifisso, che significato avrebbe la sua resurrezione di cui l’Apostolo Paolo fa il centro della sua dialettica sulla resurrezione dei credenti in Cristo?". " O ci siamo tutti dimenticate le parole infuocate che lui scriveva ai Romani, tanti secoli fa, circa l’oggetto della sua predicazione: <
Molti non avranno presente la lettera di un certo Pietro Ancona, che ha scritto al "Solone" della cultura e politica italiana, Sergio Romano, nella rubrica del Corriere della Sera, "Lettere al Corriere", del 26 Ottobre 2005.
Prima del mio commento, è meglio rileggere lo scritto del suddetto signore, cui, sono sicuro, l’immagine del Crocifisso nei tribunali, e luoghi pubblici, disturba i sogni e le giornate, per lo meno da quanto egli argomenta nella lettera, contro il simbolo del Cristianesimo.
Ecco il tono della lettera a Sergio Romano,sui crocifissi nei tribunali: " Mi rivolgo a lei per segnalare il silenzio con il quale si vorrebbe isolare e insabbiare il processo al giudice Luigi Tosti, previsto per il 18 Novembre prossimo. Il giudice si è rifiutato di amministrare giustizia in un’aula con crocifisso alla parete. Ha ritenuto che la giustizia si amministra solo in nome del popolo italiano, sostenendo, a differenza di Ratzinger, che i diritti delle persone scaturiscono dalle leggi e non dalla volontà divina. Il Dott. Tosti ha restituito gli stipendi percepiti durante la sua volontaria ma necessitata astinenza dalle udienze. Penso sia giusto che la questione arrivi alla grande opinione pubblica, che, assentendo o dissentendo, ha diritto all’informazione." Corriere della Sera, 26 ott. Pag.37.). Infatti, il Tribunale dell’Aquila, nella sentenza pronunciata il 18 c.m., dà al giudice Tosti una condanna di 7 mesi ( sospesi), per omissione d’atti d’ufficio. ( N.del red.).
Nella risposta, che l’ex-ambasciatore scrive nella suddetta pagina del Corriere, è detto chiaramente che " la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche e nelle aule di giustizia, sembra essere ( a lui) il retaggio superfluo di un ‘epoca in cui, come si legge nell’articolo 1 dello Statuto Albertino, il cattolicesimo era la religione dello Stato. "
Aggiunge che per il Fascismo, il Crocifisso fu conservato alfine di farne un motivo per esprimere la fede tradizionale degli italiani, mentre la Democrazia Cristiana, del dopo guerra, lo conservò perché era " il simbolo dei suoi ideali politico- religiosi". Come si vede, nessun accenno a motivi religiosi da parte del giornalista del corriere, che, indubbiamente, si guarda bene dall’offendere lo spirito laicista del giornale più letto in Italia con qualche richiamo scritturistico che la sua cultura avrebbe potuto suggerirgli.
Purtroppo, invece, si preoccupa dell’impressione che possono avere i ragazzi cinesi in una scuola elementare della rossa Toscana, e dell’imbarazzo di un musulmano seduto sul banco degli imputati o sulla sedia del testimone. Ma sentite per quale cosa si deve turbare un giornalista italiano, ex-ambasciatore dell’Italia cattolica nel mondo, per giustificare l’inopportuna presenza del Crocifisso nelle scuole e tribunali italiani.
Possibile che non gli è venuto in mente il minimo dubbio, riferendosi ai ragazzi cinesi e ai musulmani, quando ha scritto. "
Quando vedranno il crocifisso alle spalle dell’insegnante e del giudice avranno l’impressione che l’istruzione e la giustizia in Italia siano impartite nel nome di una religione diversa dalle loro credenze"?.
Signore ambasciatore, ma che razza di argomentazione porta contro il crocifisso dei nostri avi, delle nostre campagne, delle mille chiese dei nostri monti e delle nostre valli, nella terra che ti ha dato i natali? Ma non ha pensato che ancora, grazie a Dio, in Italia, siamo molto italiani cristiani -cattolici che ragazzi cinesi nelle scuole elementari e musulmani nella aule giudiziarie?
Mi dica: cosa intende lei per integrazione degli immigrati, se toglie tutto ciò che della nostra cultura non piace loro? Per caso, se lei fosse un ragazzo italiano nelle scuole cinesi, starebbe a preoccuparsi dell’immagine di Mao – tze- Dong nella parete, o non piuttosto penserebbe a studiare per entrare, un domani, a pieno titolo, nella dinamica della società di quel paese? Non conosco il suo atteggiamento verso la religione, anzi ho l’impressione che non ne segua alcuna, il che è nel suo pieno diritto; ma perché, nella fattispecie, dovrebbe scandalizzare il fatto che in un paese cattolico, come il nostro, la giustizia viene amministrata, in maniera laica, ma secondo una cultura, cui nessuno può negare le sue radici cristiane.
Il fatto, poi, che a noi italiani cattolici il crocifisso non ci causa né fastidio né dispiacere è semplicemente perché noi , se ancora lei non lo sapesse, consideriamo il crocifisso non alla stregua di una decorazione " storico culturale", ma come il simbolo della parola di un Dio fatto carne per la salvezza dell’uomo. A questo proposito, lei avrebbe fatto molto meglio se, alla sollecitazione della lettera del Pietro Ancona, non avesse risposto affatto, non avendo argomenti validi, circa il significato teologico della presenza del Crocifisso nei luoghi pubblici del nostro Paese.
Specialmente non avrebbe detto una sciocchezza quando, circa il significato <> che lei dà al Crocifisso, scrive che "i primi ad esserne infastiditi e dispiaciuti dovrebbero essere i cattolici". Sappia, caro giornalista, che i cattolici non solo non si dispiacciono del Crocifisso, nelle aule scolastiche e giudiziarie, ma sono oltremodo orgogliosi di appartenere ad una religione, che in Esso riconoscono un Dio che, entrando nella storia dell’uomo, lo conduce nella sua faticosa avventura umana, al porto di una felicità che non ha fine.
Contrariamente a quanto lei pensa, le " certe disposizioni amministrative". che, secondo il suo parere e piacere, dovrebbero cambiare per estromettere il Crocifisso dal mondo italiano della istruzione e della giustizia, affondano le loro ragioni di essere nel cuore e nell’animo di un popolo, in mezzo a cui lo stesso Signore Crocifisso ha voluto il suo Vicario in terra, nella sede di Roma, capitale della cristianità.
Può stare tranquillo, perciò, egregio ambasciatore, circa la presenza del Crocifisso nei luoghi pubblici di questa nostra Italia, anche se, con molti altri, lei continua ad aprire i varchi dell’Europa cristiana ai nemici del crocifisso, nell’illusione di un multiculturalismo realizzato attraverso il dialogo a senso unico. Il momento è giunto, ma non quello che attiene al cambiamento della nostra identità, come sembra capire dalla conclusione del suo articolo. bensì quello di poter, finalmente, leggere, nella stampa italiana, piuttosto anticlericale che laica, qualche pensiero a favore del nostro patrimonio culturale religioso, che va conosciuto e protetto; e ciò, particolarmente oggi, quando sembra verificarsi il "Tramonto dell’Occidente" di Oswald Splenger.
Siamo con il Papa Benedetto VI, che ci ripete " Sì al dialogo tra le religioni", ma non al prezzo del " Crocifisso in tribunale"; per noi cristiani basta la sentenza del tribunale di Pilato, da cui scaturì la tragica avventura del Nazareno, che, con il suo sangue " imporporò le zolle" del Calvario, sublime altare della Sua Crocifissione.
Invece di attendere il momento di vedere il Crocifisso fuori dalle aule scolastiche, dai tribunali e dalle case private, poteva ripassarsi, un po’, la storia del Crocifisso, di cui Andrea Tornielli, in Gente del 9 – 11- 2003 scriveva : " E’ il grande protagonista della cronaca di queste ultime settimane. Siamo abituati a vederlo esposto in molte aule scolastiche, nei tribunali e in tante abitazioni private. Campeggia dentro e fuori delle chiese, sui capitelli, agl’incroci di molti sentieri di montagna, sulle vette più alte. Spesso e volentieri lo portiamo al collo, magari d’oro massiccio oppure tempestato di brillantini veri o sintetici. E’ il Crocifisso; emblema della fede cristiana, che una sentenza del Tribunale dell’Aquila ha stabilito di rimuovere dalle aule della scuola di Ofena, dopo il ricorso di Adel Smith, italiano di fede musulmna incline al fanatismo."
Se avesse approfondito, alquanto, la conoscenza del significato teologico della Croce, per i Cristiani, Sergio Romano non avrebbe terminato la sua risposta sul Crocifisso, invocando il momento di nuove disposizioni al riguardo della sua presenza o meno in luoghi pubblici. Lo stesso Papa Wojtyla, nel 1998, aveva affermato in proposito: "
Tante cose possono essere tolte a noi cristiani. Ma la Croce come segno di salvezza, non ce la faremo togliere. Non permetteremo che venga esclusa dalla vita pubblica".
Con il massimo rispetto delle sue convinzioni circa il Crocifisso, penso che il giornalista Sergio appartenga a quella classe della cultura italiana, che, magari, applaude alla erezione di un monumento a un assassino dei Cristiani, ma non ammette la presenza di un simbolo, la Croce per cui essi furono assassinati. Mi riferisco al monumento con cui l’ Unione di amicizia Italia – Turchia, con l’appoggio dell’ambasciata Turca e con il patrocinio del Comune di Roma, vuole ricordare il 60°anniversario della scomparsa di Mustafà Kemal Ataturk, secondo alcuni, responsabile del genocidio di oltre un milione e mezzo di armeni cristiani avvenuto nel 1915.
Purtroppo, dobbiamo riconoscere che il nostro devoto popolo cristiano, magari fa anche qualche sforzo per assistere, la Domenica , alla S. Messa, ma non si agita troppo se si verifica qualche fatto, tipo quello di Ofena, in Abruzzo. Credo, perciò, di non sbagliare se affermo che esso è più preoccupato per l’ultimo tipo di macchina e le relative vacanze nei luoghi islamici, anziché reagire, con entusiasmo, all’avvicinamento della Mezzaluna alla Croce dei suoi campanili. Vive nel suo benessere e non si commuove troppo per gli attacchi al simbolo redentore della sua Pasqua di resurrezione, inondata, ai nostri giorni, da schiere di gustose colombe pasquali, di fantasmagoriche uova di fine cioccolato, non esclusi regali di croci di oro massiccio oppure tempestate da autentici brillantini.
Intanto la cosiddetta intellighenzia laica, appoggia l’ostracismo del Crocifisso dai luoghi pubblici, attende il momento di tale realizzazione, mentre il nostro popolo nemmeno immagina ciò che il Papa Giovanni Paolo II disse, a proposito della Croce:
"La Croce non ce la faremo togliere, e non premetteremo che venga esclusa dalla vita pubblica".
Di avviso contrario, sarà, certamente lo staff italiano che vuole erigere il monumento ad Ataturk, coadiuvato dalla stampa di cui abbiamo un esempio nella risposta di Sergio Romano, risposta che si commenta da sola
Vorrei ben immaginare, nel clima dialogico dei nostri giorni con l’Islàm, un cristiano che si presentasse ad esigere di rimuovere dalla vita pubblica il simbolo della mezzaluna, per le stesse ragioni del convertito italiano di Ofena. Purtroppo, queste ipotesi nemmeno si possono avanzare nelle presenti condizioni nazionali e internazionali: speriamo, però, che il popolo cristiano, italiano ed europeo, rinsavisca e deponga il comportamento rinunciatario riguardo alle pretese islamiche. D’altra parte è lamentevole che il clima politico del nostro paese si mostri così disponibile ad esse, anche a costo del sacrificio della identità cristiana della nostra cultura.
Da quanto detto, non sembri esagerato ciò scrive un consigliere del XV municipio di Roma, rispetto allo spazio e all’omaggio riservato, in Roma, a Mustafà Ataturk "E’ una vergogna che la Capitale d’Italia, che ospita, nella sua toponomastica un largo dedicato ad Ataturk, ora veda anche la realizzazione di una statua in suo onore, proprio nell’anno in cui ricorre il novantesimo anniversario del genocidio armeno, il 24 Aprile di quest’anno…. Oggi assistiamo all’ennesimo oltraggio alla memoria di tutti coloro che morirono sotto la tirannia turca dopo la guerra mondiale. Ci domandiamo in base a quale principio, le istituzioni di Roma permettano tutto ciò, perché per noi, dedicare un largo e una statua ad Ataturk equivale a legittimare il genocidio del popolo armeno." ( Libero- 11 Novembre 2005, pag.34).…A questo proposito, anche il portavoce della comunità armena ,Robert Attarian, irritato per simile comportamento delle istituzioni romane, scrive "Agiremo per vie istituzionali per togliere la scultura ed eliminare per sempre la strada dedicata a questo assassino della storia." A ciò aggiunge: "
Il Comune di Roma deve dare a questo punto risposte chiare al riguardo, gli oltre duemila cittadini armeni che vivono in maniera stabile nella capitale oggi hanno subito un duro colpo al cuore."
Se potessi, vorrei dire all’autore delle suddette espressioni che si metta l’anima in pace, perché, come abbiamo visto, questa Italia, insieme con tutta l’Europa, teme una sua eventuale fermezza di comportamento dinanzi alle istanze islamiche. Mi sembra che tra i primi di quelli che lavorano per il tramonto dell’Europa, si possano annoverare gli stessi europei, compresi gl’italiani, per lo meno da quanto si vede, si legge e si scrive. Mi viene il dubbio se i Romani sanno di suddetti monumenti a un assassino dei cristiani, appartenente alla stessa religione di quelli che vogliono estromettere il Crocifisso dalle aule scolastiche e giudiziarie della nostra Italia cristiana.
Veramente, fino a qualche anno fa, forse con un pizzico di cattiveria, si diceva che mentre gli stranieri , che venivano pellegrini a Roma, baciavano il sacro suolo del Colosseo bagnato dal sangue dei primi cristiani martiri, i romani vi andavano a fare altri innominabili riti. E’ vero altresì che lo spirito laico aleggia nelle aule delle istituzioni del nostro Paese, e ciò forse è un bene, ma non voglio credere che la cristianizzazione, in atto nella vita di molti cristiani di Europa e d’Italia, arrivi a tal punto da relegare il Crocifisso tra le anticaglie che non fanno più per l’uomo moderno, il quale crede di aver raggiunto il massimo del sapere e di poter vivere in un mondo felice senza Dio.
p. Luca
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
MOSCHEA-MANIA
In un articolo del Corriere della Sera, dal titolo "Prediche Pericolose" e sottotitolo " Il tour italiano della guerra santa", di alcuni giorni addietro, il noto giornalista islamico, Magdi Allam, terminava scrivendo: " Tutto ciò avviene in Italia. Alla luce del sole. Ma i più non vedono, non sentono, non parlano. E quanto vedono, sentono, parlano, finiscono per schierarsi dalla parte degli apologeti del jihad e dei praticanti della taqiya", che in italiano vuol dire "dissimulazione", far vedere, cioè, una cosa per un’altra.
Attento, come sempre, al fenomeno islamico in Europa e in Italia, il coraggioso Magdi fa presente agl’Italiani che lo strumento più efficace del jihad islamico ai fini di un fecondo proselitismo, è cercare di costruire il maggior numero di moschee possibile, essendo esse gli avamposti per la sua inarrestabile marcia verso la conquista di altre terre e di nuovi popoli.
Ciò non vuol dire che le moschee siano tutte fabbriche di integralismo e terrorismo; c’è molta gente musulmana in buona fede, che non deve essere confusa con la parte peggiore del mondo musulmano. Magdi Allam ci tiene a rilevare questo aspetto con chiarezza, pur lanciando, con preoccupazione, il grido di " Stop"alla Moschea – mania di questa Italia cristiana, che, in molti casi, si lascia affascinare dal mistero islamico a scapito del mistero di un Dio fatto uomo per la salvezza dell’umanità.
Purtroppo, però, per noi, ma per fortuna dell’Islàm, questa volta gl’islamici non debbono fare troppi sforzi per installare questi bastioni di difesa della loro cultura e della loro forza conquistatrice, perché sono proprio gl’italiani a volere la presenza della loro moschee vicino alle chiese cristiane o in vece di esse.
A questo fenomeno, è ancora il coraggioso Allam a rimediare, facendo presente ai nostri cristiani, addormentati, il pericolo di sentire, un domani, le voci dei muezzin, che, amplificate dai migliaia di decibel, dall’alto dei minareti, neutralizzerano gli squilli delle nostre campane.
Allam. nel suo articolo del Corriere, avverte i distratti del nostro paese, , lanciando un grido di allarme, con le seguenti parole : "
In Italia, sembra essere esplosa la moschea – mania. Da Genova a Firenze, da Venezia a Reggio Emilia, da Napoli a Colle Val D’Elsa, tutti la vogliano. Ebbene, da cittadino italiano, musulmano, laico, lancio un appello a tutte le istituzioni dello Stato affinché sospendano la costruzione di nuove Moschee".
Il coraggioso giornalista islamico, Allam, come al solito, onesto e veritiero, si guarda bene di oltrepassare i limiti del diritto a scapito della verità, per cui dichiara:
" La libertà di culto dei musulmani, al pari dei fedeli di altre religioni, è un diritto sancito dalla Costituzione e ci mancherebbe che fossi io a metterlo in discussione. Ma abbiamo il dovere di contestualizzare e sostanziare l’esercizio di un tale diritto in cui in una fase in cui talune moschee sono colluse con il terrorismo internazionale di matrice islamica e in cui molte moschee fanno apologia di terrorismo, legittimando il jiahad , inteso come guerra santa, ed esaltando i kamikaze come "martiri". Calcando le tinte, lo stesso aggiunge: " E’ un dato di fatto che all’interno di alcune moschee si genera quel lavaggio di cervello che trasforma delle persone umane in robot della morte" ( Corriere della Sera, 29.09.2005.).
A conferma di quanto asserisce, lo stesso Allam cita le testimonianze di due mamme musulmane; testimonianze che i lettori del corriere e coloro che chiudono gli occhi e gli orecchi a tali affermazioni, farebbero bene a leggere e meditare per non farsi affascinare dall’ondata maniacale della presenza islamica nel sacro suolo d’Italia. Dicendo questo, temo che alcuni mi tacceranno di sciovinista, se non di razzista, nell’attribuire un carattere religioso alla nostra terra; lo capisco bene, perché ad altri si riconosce il carattere sacro della loro terra, ma noi, per timore di scatenare la " vituperata e temuta guerra di religione" e inficiare, in qualche modo, il famoso dialogo, senza se e senza ma, con l’Islàm, dobbiamo cercare di non creare alcun ostacolo alle loro esigenze e pretese, come nel caso della scuola islamica di via Quaranta a Milano.
Insomma, dobbiamo essere i" buonisti più islamici degli islamici", o, stando al caso di via Quaranta, fare "Mediatori e burattinai nella scuola della discordia" ?
Chissenefrega, immagino diranno molti; tanto, ormai il laicismo sta piantando le sue numerose tende, non tanto lontano dalle numerose moschee, scusatemi se lo ripeto, in questo sacro suolo, dove il Papa, dal Sinodo dei Vescovi, esorta i cristiani a mostrare la loro fede, credo in opere e parole. Purtroppo, penso io, ciò non potrà facilmente avvenire, perché il sincretismo politico delle sinistre sta già costruendo il palco da cui gridare al mondo il ritorno di un proletariato, impastato di ogni ben di Dio, e comandato da un Bertinotti, che, arruolatosi anche lui nelle schiere dei buonisti, con a capo Prodi, vuol mostrare agl’italiani come si governa una nazione cristiana, invasa dai musulmani, con un programma rinvenuto fra le macerie del muro comunista abbattuto dalla storia di popoli assetati di libertà e di pace.
Un certa riflessione la dovremmo fare tutti, noi italiani e cristiani, su ciò che il giornalista Magdi ci fa conoscere circa lo spirito che anima i ministri delle mosche e quelli che le frequentano. Pur omettendo il nome dell’autrice di una forte testimonianza circa il pericolo delle moschee, Allam riporta la sua testimonianza in termini espliciti. Scrive, in fatti , della confessione di una madre musulmana: "
Inizialmente, portavo i miei figli nella moschea di via Adua perché volevo che conoscessero la loro religione. Ma poi ho deciso di non farlo più, perché i predicatori della moschea incitavano a non voler nulla a che fare con gli italiani e con i cristiani. Io invece i miei figli li ho mandati nelle scuole pubbliche e nel pomeriggio hanno frequentato l’oratorio della chiesa. A me quella gente che predica nelle moschee fa paura".
A questa testimonianza, il giornalista islamico – italiano aggiunge quella di un certa Samantha, una britannica convertita all’ Islàm, il cui marito fu il quarto terrorista suicida dello scorso 7 Luglio a Londra, che provocò 26 morti facendosi esplodere su un autobus. " Mio marito, ella dice, era un uomo semplice e generoso. Era cambiato da quando aveva cominciare a frequentare la moschea. Gli hanno avvelenato il cervello, confessa in una intervista rilasciata a "The Sun". Spariva continuamente, andava sempre a pregare nella moschea. E’ partito anche la sera prima dell’attentato; l’ho sentito entrare nella camera del figlio, baciarlo e, quindi, uscire. Poi ho ricevuto un messaggio nel cellulare: ti amerò per sempre. Vivremo per
sempre insieme."
Allam si preoccupa del troppo elevato numero delle Moschee, perché principalmente in esse si preparano i cosiddetti integralisti islamici, disposti alle operazioni Kamikaze per la conquista del potere, nel mondo.
" Anche in quest’ambito, a dar man forte agli integralisti è lo stesso Occidente. Prendiamo il caso italiano dell’ UCOII ( Unione delle comunità e delle organizzazioni integraliste in Italia). Si tratta di un’ associazione integralista che fa riferimento alla centrale internazionale dei Fratelli musulmani, che ha delle filiali simili un po’ dovunque in Europa e nel mondo. Fondata da Hassan Al Banna nel i928 in Egitto, l’associazione dei Fratelli Musulmani promuove l’islamizzazione della società a partire dal basso, tramite il controllo delle moschee, dei centri culturali islamici, delle scuole craniche di enti caritatevoli e di istituti finanziari. La tattica perseguita è quella di dar vita gradualmente ad uno stato islamico in fieri all’interno dello stato di diritto.Nel rispetto delle leggi, fintantoché ciò si renda possibile. All’occorrenza, come fa ad esempio Hamas che è espressione di Fratelli musulmani in Palestina, si considera legittimo l’uso della violenza e del terrorismo. Basti osservare il logo dei Fratelli musulmani che accoppia il Corano alla spada.
L’importante è non deviare mai dall’obbiettivo strategico di imporre uno stato islamico a una società islamizzata." ( Magdi Allam - Kamikaze made in Europe, p.p. 21,22).
Con ciò, il giornalista vuol far notare agli italiani il pericolo che deriva dalla incontrollata moltiplicazione delle moschee, le quali , anche se non frequentate in misura rilevante dagli stessi musulmani, rimangono i luoghi più adatti per la formazione degli integralisti secondo la strategia dei Fratelli musulmani " Il guaio è, secondo
Allam, che l’ equivoco sulla comunitarizzazione, mosheizzazione, e clericalizzazione dell’Islàm, è condiviso da alcuni ambienti cristiani e politici, perché interessati a portare avanti sterili e inconcludenti politiche di dialogo ecumenico oppure per miopi calcoli elettoralistici". (Ibid.pp.22 – 23.).
Simili rilievi possono far pensare ad una esasperata e ingiustificata posizione verso l’Islàm, alla maniera della Fallaci; si tratta, invece, di una realistica riflessione sull’obiettivo strategico, comune sia ai Fratelli musulmani che ai gruppi jihadisti di Al Qaeda di Osama Bin Laden, e, cioè: la conquista del potere per imporre uno stato islamico. Ciò si verifica, anche se i mezzi per raggiungerlo sono differenti.
Allam ci tiene a rilevare questa realtà incontestabile, addebitandone, in qualche modo, la responsabilità alla leggerezza di riflessione della stessa Europa. Scrive, infatti, il giornalista del Corriere: " C’è in Occidente un indubbio errore di percezione della realtà e della pericolosità dell’ideologia e dell’attività della rete internazionale dei Fratelli musulmani. E anche del ruolo svolto dall’Arabia Saudita, promotrice dell’ideologia islamica puritana del wahhabismo, nella crescita a dismisura di centri islamici radicali in Occidente e nel resto del mondo.( ibid. p.23).
Nell’esigere uno "stop" alla costruzione di moschee in Italia, Magdi allam ci tiene a rassicurare gl’italiani che non tutti i frequentatori di moschee, come lui li chiama, il cosiddetto <> è un semenzaio di terroristi.
La sua onestà di giornalista coraggioso, di islamico autentico, e di profondo esperto in materia di Islàm, lo porta a dilungarsi non poco, nel suo libro, sul concetto del musulmano in genere, e del musulmano che, di fatto, frequenta, regolarmente, la moschea, ligio al precetto della preghiera coranica.
Alcuni suoi punti interrogativi sono quanto mai chiarificatori alfine di capire l’importanza, che gli islamici annettono alla moltiplicazione delle loro moschee in Occidente, sollecitati dalla moschea – mania degli stessi occidentali, per cui afferma di fare uno "stop" alla loro costruzione.
Scrive Allam, nella sua lineare dialettica circa certa compiacenza degli Occidentali : " A questo punto mi domando fino a quando l’Occidente resterà succube di questo sonno della ragione? E’ mai possibile che nonostante l’11 Settembre in America e l’11 Marzo in Spagna si continui a filosofeggiare sulla legittimità della guerra in Iraq e sulle responsabilità dell’Occidente per tutti i mali del mondo? E’ mai possibile che a meno di tre anni dalla tragedia delle torri gemelle ci siamo dimenticati che proprio quell’attentato segnò lo scoppio di una guerra totale e frontale all’Occidente, lungamente preannunziata, preparata e, finalmente decisa? E’ mai possibile che non ci rendiamo conto che questa guerra del terrorismo internazionale è di natura aggressiva, non reattiva, e che quindi anche se noi ci mostrassimo accondiscendenti nei loro confronti, loro non la smetterebbero di infierire e massacrarci?
…..E domando a tutti voi : è mai possibile che fino a quando ciascuno di noi non annuserà l’odore acre dell’esplosivo con il proprio naso e non vedrà un cumulo di morti coni propri occhi, si continuerà a considerare il terrorismo internazionale con la freddezza intellettuale e il distacco emotivo che si ha nei confronti di qualcosa che non ci riguarda direttamente? Fino a quando l’Occidente resterà succube di questo sonno della ragione?"
E sta proprio in questo spirito di dialettica oltremodo comprensiva, la ragione della Moschea- mania contro cui il giornalista del Corriere lancia il suo grido di "Stop" alla costruzione dei luoghi di culto islamico nella nostra Italia cristiano . cattolica.
Ma è mai possibile che i cristiani, nel loro dialogo con l’Islàm, debbano essere allertati da un membro di quella religione sui punti a loro sfavorevoli? Forse non tutti si sono resi conto che, in televisione, il teologo Hans Kung ha paragonato la "sharia", legge islamica che, in alcuni stati, stabilisce la lapidazione delle donne colte in adulterio, al corpo di diritto canonico della Chiesa cattolica, E’ vero che il suddetto teologo non gode la massima stima di ortodossia, ma è sempre una voce forte del pensiero cristiano nel mondo della cultura occidentale.
Domando: quale reazione ci sarà, da parte della dottrina cristiana e cattolica a questa posizione che, quanto meno, dovrebbe suscitare disapprovazione senza se e senza ma? Temo che anche in questa occasione, si cercherà di interpretare l’espressione Hansiana ( da Hans ), in maniera edulcorata, con tanta comprensione verso la società islamica, che deve essere aiutata nel suo cammino verso comportamenti di una civiltà che ancora non conosce. Di grazia: " Che forse il mistero del Dio incarnato, che costituisce il cuore del cristianesimo, nell’era post-moderna, ha bisogno della prostrazione delle masse del profeta Maometto? E, se qualcuno pensa di introdurre , a pieno titolo, il mondo islamico nel nostro mondo cristiano, è la maniera giusta quella con cui si vuol continuare il dialogo con " esso"?
Insomma, si ha l’impressione che tutto si voglia ragionare in dimensione di un dialogo, che, stando al testo coranico e alle molteplici interpretazioni islamiche di esso, non può assolutamente trovare consensi nella dialettica del pensiero cristiano. Eppure, si continua a chiudere gli occhi per non vedere e tapparsi gli orecchi per non ascoltare, per esempio, ciò che il giornalista islamico – italiano, Magdi Allam, scrive al termine del suo articolo "I buonisti più islamici degli Islamici", ( Corriere, 23 Sett. 2005), da noi già rilevato per la rilevante attendibilità del suo autore: " Evitiamo di ripetere qui in Italia gli errori già commessi nei Paesi musulmani o in quelli occidentali,dove , all’insegna del multiculturalismo, si sono permessi dei ghetti islamici che hanno partorito
terroristi islamici autoctoni."
p. Luca - www.carmelitaniroma.it
°°°°°°°°°°°°°°°
a proposito di Islam ed Islamici
Magdi Allam:
Da qualche anno, nella nostra vecchia Europa, si è riaperta, dopo molto tempo, la questione islamica, di cui la storia ricorda tanti tristi avvenimenti di guerra, di invasione e di occupazione delle nostre terre da parte delle armate di Maometto. Penso che , in proposito, molti ricorderanno Lepanto e Vienna, per citare i luoghi più significativi, dove gli eserciti musulmani si dovettero fermare perché bloccati dalle forze cristiane del Continente antico.
E’ in atto, ai nostri giorni, una nuova invasione islamica dell’ Europa e della nostra Italia; questa volta, però, non per la forza delle armi, ma per il fenomeno migratorio di masse islamiche in cerca di lavoro e di pane, da una parte, e per il bisogno di un Occidente sviluppato e ricco, che, tra sbadigli, benessere e indifferenza, non ha quasi più braccia per mandare avanti le sue industrie e lavorare i suoi campi.
Il famoso "dialogo"con l’Islàm poi, sostenuto da molti, in dimensione sociale e religiosa, giustifica la maggior parte dei comportamenti discutibili della massa islamica che si riversa, disordinatamente, sulle nostre coste meridionali, creando una problematica, che, finora non si riesce a risolvere in maniera soddisfacente.
Perciò, dialogo sì, dialogo no, e si va avanti in una interminabile diatriba di pro e anti – islamici, mentre le porte ( direi meglio le spiagge ) di questa nostra vecchia terra sono sempre aperte per una politica cosiddetta globale, nella prospettiva di un multiculturalismo diventato, ormai , una specie di febbre che prende uomini di chiesa, di cultura e politici che sperano di raccogliere molti consensi nella massa di immigrati, che, un domani, andranno al voto per eleggere i rappresentanti del popolo.
Non si vuol ammettere " lo scontro di civiltà", si nega la superiorità delle nostre democrazie occidentali, e si continua a battersi il petto per le offese recate dall’Europa ai popoli del mondo dell’Africa e dell’Asia. Secondo questo modo di sentire, i Crociati dell’epoca di S. Francesco sarebbero stati nient’altro che delle bande di disperati, in cerca di tesori, in terra Santa, seminando morte al loro passaggio verso il riscatto del sepolcro di Cristo.
Sembra quasi si abbia timore di rilevare le differenze che esistono tra la cultura creata dall’Islàm e quanto risulta dalla storia del cristianesimo, che, secondo un autore moderno, è stato il linguaggio dell’Europa verso la sua civiltà, che, sia pure con le lacune proprie di ogni umana attività, ha portato tanta luce dove essa è stata accolta.
Purtroppo, basta assistere a qualche tavola rotonda, sfogliare qualche giornale di quelli che contano, nella stampa italiana, cfr. Repubblica, Corriere della Sera e tutta la Stampa di sinistra, per accorgersi che i migliori collaboratori favorevoli all’invasione islamica dell’ Italia e dell’Europa sono proprio gli Italiani. Sono proprio questi che hanno paura di testimoniare la propria fede e confermare la superiorità della loro coltura dinanzi ad un Islàm. " quello che imbottisce di slogan di morte la testa di ragazzi che poi vanno a farsi esplodere negli autobus, nei metrò, nelle piazze di mezzo mondo"( Caterina Maniaci, Corriere del sera, in occasione del Meeting di Rimini del 2005.).
Da questa circostanza ho l’opportunità di presentare un personaggio molto importante nella questione della presenza dell’Islàm in Europa; si chiama, Magdi Allam. Sempre in occasione della celebrazione del Meeting di Rimini la giornalista Caterina Maniaci, come inviata al Congresso scriveva nel Corriere della Sera: "Davanti alle porte chiuse della sala la gente continua ad accalcarsi , nonostante che i ragazzi del servizio di sicurezza si stiano sgolando di ripeterlo: non c’è più posto; l’incontro si può seguire dai maxischermi. Invece no. Vogliono entrare tutti . C’è Magdi Allam, il vice- direttore del Corriere della Sera, che parla di " Islàm della vita quotidiana".
Si domanderà: "Perché tutti volevano vedere Allam? È perché egli ha avuto il coraggio di affermare la verità circa la dottrina dell’ Islàm, di cui oggi tutto il mondo parla dividendosi in fautori e contrari della sua entrata in Europa. La gente si vuole rendere conto come mai quest’uomo, pur essendo islamico, addebita all’Europa e all’Italia la colpa di " aver spalancato le porte a tanti estremisti, terroristi in fuga dai loro stessi paesi", relegandoli poi in una specie di stereotipo romantico, ossia "l’uomo con barba lunga, con veste lunga, che prega tante volte al giorno e crede al contrario degli occidentali che disertano la chiesa e hanno perso la fede": ( ibidem).
Chi è Magdi Allam ? E’ un giornalista islamico. cittadino italiano, vicedirettore del Corriere della Sera, che vive sempre protetto dalla scorta che lo accompagna dovunque. Un tipo di uomo dal portamento composto, che, nel tratto con interlocutori di diverse opinioni, sa dominare i propri sentimenti, e, con un linguaggio nobile, esprime i suoi pensieri con la massima chiarezza, da non lasciare dubbi su quanto intende comunicare a chi l’ascolta.
Ho assistito a vari dibattiti, in televisione, lui presente, ho seguito le sue interviste su argomenti riguardanti l’Islàm, e mi sono fatto l’idea di una mente illuminata e di un uomo coraggioso, che alla verità del suo pensiero non vuole sottrarre nulla con un dire " politically corret". Ciò che pensa lo afferma chiaramente, come abbiamo visto precedentemente, nella sua conferenza al Meeting di Rimini
Ne sono testimoni i suoi libri e i suoi numerosi articoli pubblicati in diversi giornali e riviste. Chi lo volesse conoscere meglio, non potrebbe fare a meno di leggere i suoi due ultimi libri: "Vincere la paura " e " Kamikaze made in Europe", scritti in occasione degli ultimi tristi avvenimenti del mondo islamico, che si muove verso l’Europa, questa volta, non con la spada, ma nel nome di Allah ed il suo libro.
La foto che il suo editore mette sempre nell’ultima pagina di copertina dei suoi libri, dà l’idea della fermezza del suo carattere, che si manifesta in ogni espressione del suo pensiero.
Ciò si evince, principalmente, da alcune citazioni dei suoi vari articoli sul tema della natura dell’Islàm che vuole stabilirsi in Europa e in Italia. Con riferimento all’incontro con Wagdy Ghoneim, svoltosi al Palasesto di Sesto S. Giovanni a proposito delle fonti spirituali e ideali a cui si abbeverano i militanti dell’ Ucoii (Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia), Magdi scrive : " dobbiamo ringraziare la coraggiosa collega Cristina Giudici del Foglio, che sabato scorso si è intrufolata tra i circa 600 partecipanti all’incontro con Wagdy Ghoneim, questo il nome del "
professore", gli uomini davanti e le donne indietro separate da un tendone. Ci ha così riferito, ( la Cristina Giudici ) della sua apologia del terrorismo suicida. ("Morire per una causa è importante , significa andare in Paradiso); della sua negazione del diritto d’Israele all’esistenza: (" Un nemico che non ha patria"); dei suoi anatemi contro l’integrazione in seno alla società italiana: (" il destino di tutti gli uomini è essere musulmani, altrimenti si diventa gatti o topi"); contro l’emancipazione delle donne: il compito delle mogli è restare a casa e accudire i bambini").
Magdi Allam afferma essere queste le fonti principali su cui si fonda l’Ucoii, i cui militanti predicano bene e razzolano male,secondo una sua espressione: " Come è possibile, si domanda, che l’Ucoii annunci pubblicamente a luglio la sua condanna del terrorismo, per poi ad agosto sponsorizzare un apologeta del terrorismo e, infine, indire una manifestazione nazionale contro il terrorismo? Eppure, è possibile," aggiunge. Il giornalista spiega ciò per il fatto che nell’Islàm esiste l’arte della taqiya, la cosiddetta arte della dissimulazione, un precetto sciita fatto proprio dai Fratelli Musulmani a cui fanno riferimento sia l’Ucoii sia il mentore Ghoneim.
"Questa dissimulazione ideologico – religiosa è stata impiegata recentemente dall’Ucoii per occultare la loro legittimazione del jiad, inteso come guerra santa, e per relativizzare il concetto e la condanna del terrorismo".
Cito appena qualche frase di quanto Allam dice contro l’Unione islamica d’Italia che vuol nascondere, con la "dissimulazione " il vero spirito e le vere intenzioni che l
UESTA DID
‘Islàm nutre nel suo seno volendo moltiplicare le moschee in Italia e in tutta l’Europa. Il merito e il coraggio del giornalista Magdi sta proprio nello svelare l’ipocrisia islamica, che ha ben altri scopi nella sua, ormai inarrestabile marcia, alla conquista dell’Occidente addormentato nei sogni di un multiculturalismo, in cui emergerà la voce che griderà ; " Il destino di tutti gli uomini è diventare
musulmani; altrimenti si diventa come <>".
Per chi ricorda la sentenza di un tribunale italiano, in cui un giudice, con sommo buonismo giurisprudenziale, qualificò di <> i terroristi che si preparano in Italia per andare ad uccidere in Israele e in Iraq, può servire quanto scrive, ulteriormente, il coraggioso islamico Allam nel suo giornale: " E’ così che l’Ucoii, da un lato mette sullo stesso piano gli attentati terroristici di Londra , le rappresaglie israeliane e le incursioni americane contro le basi di Al Qaeda, dall’altro considera legittima resistenza gli attentati suicidi che massacrano gli israeliani o gli occidentali in Iraq.
Una dissimulazione che sottintende il doppio binario etico nella valutazione dello stesso terrorismo islamico a secondo dell’identità delle vittime. "
Da quanto sopra, non riesco a capire come in questa nostra Italia non si riesca a dare un’idea di cosa sia questa religione, cha sta seminando il suolo italiano di moschee, dove si tengono prediche pericolose ed esortatorie all’odio contro l’Occidente. Ci voleva un islamico, Allam, che in una lunga serie di articoli mettesse in luce lo spirito profondo dell’Islàm, il cui libro nega il Dio dei cristiani, Uno e Trino? Se non ci fosse la grande scrittrice italiana Oriana Fallaci, che, sia pure in maniera esasperata, ci ha descritto il grande pericolo del terrorismo islamico e per i cristiani e per i cittadini europei, non avremmo capito nulla di ciò che sta avvenendo nella nostra Europa e nella nostra Italia. E pensare che quanto ha scritto la Fallaci circa l’Islàm è condiviso, in molti punti, dallo stesso Magdi Allam, in una sua lettera aperta a Oriana, pur discordando sul carattere monolitico dell’Islàm da lei affermato e dal suo pensiero manicheo. Anche in questa sua lettera a Oriana, il giornalista Allam si manifesta un signore dallo stile elegante e dal pensiero forte e rispettoso verso chi la pensa diversamente da lui, pur affermando, con garbo e con forza. i suoi convincimenti.
A questo proposito, mi piace riportarne qualche brano, in cui il pensiero di Allam è in piena sintonia, in alcuni punti, con quanto pensa la Fallaci nella sua trilogia.
"E’ assolutamente vero che alcuni si lasciano incantare dalle lusinghe della ideologia estremista di matrice islamica o laica, così come è un dato di fatto che molti specie tra i giovani, soffrono di una crisi di identità, che è un terreno fertile per adescare nuovi adepti per la jiad, intesa come guerra santa islamica. Ma l’’Occidente e il mondo libero hanno il dovere di contrastare la strategia nefasta e distruttiva dei cultori della morte, hanno tutto l’interesse a impedire che i giovani musulmani finiscano per essere cooptati o si sentano costretti a dover fare riferimento agli estremisti islamici per una ragione o per un’altra…"( Magdi Allam, Vincere la paura, pag.175 ).
Alla cara Oriana, notare questo aggettivo da lui molte volte ripetuto verso la scrittrice, il Sig. Allam, al termine della sua lettera aperta, costruita di pensieri concordanti e discordanti senza alcun livore, scrive, le seguenti parole: "Perché vedi cara Oriana io non sono un visitatore esterno, casuale, provvisorio della realtà dell’integralismo, bensì un protagonista impegnato, come giornalista e come uomo. a testimoniare gli orrori della cultura dell’odio e della morte, a favorire l’affermazione della comune civiltà dell’uomo anche, ma non solo, tra i popoli e le comunità musulmani. Il mio pegno non è la penna ma tutto me stesso, in gioco non c’è la carriera professionale ma la vita". ( ibid. pag.178).
A questo proposito, in un suo articolo, dal titolo, " I buonisti più islamici degli islamici" pubblicato, nel Corriere del 23 sett. 2005, lo stesso Allam, trattando il carattere della scuole islamiche nel modo e in Italia, scrive quanto segue : " Non possiamo far finta di ignorare che siamo coinvolti, piaccia o meno, in una guerra globale scatenata dal terrorismo di matrice islamica. E che alcune moschee e scuole islamiche, tra cui quelle di viale Jenner e di via Quaranta a Milano, risultano colluse con questo terrorismo, Evitiamo di ripetere qui in Italia gli errori già commessi nei
Paesi musulmani o in quelli occidentali dove, all’insegna del multiculturalismo, si sono permessi dei ghetti islamici che hanno partorito terroristi islamici e autoctoni"
( www.corriere. it).
Forse è opportuno, infine, che ricordi ai buonisti dei vari campi di rose, di garofani, di verde, di margherite e di qualsiasi altro fiore, che potrà sbocciare nei vasti campi di accoglienza, per noi, del nostro Bel–Paese, ma per gli altri "del Ventre molle" dell’Europa, di leggere, attentamente, quanto ci viene insegnando, con intelligenza, un islamico italiano, giornalista dalla penna coraggiosa e dal cuore di verità. Allo stesso tempo, però, e non me ne vogliano, sempre "i buonisti più islamici degli islamici" se, come, senza dubbio, ha fatto il giornalista islamico, Magdi Amma, leggano, o, almeno, sfoglino, qualche pagina della "Trilogia" suul’Islàm della grande scrittrice italiana, Oriana Fallaci, ultimamente, ricevuta in udienza privata, dal Papa Ratzinger, Pastore della Chiesa Cattolica, con il nome di Benedetto XVI.
P. Luca Arcese
Ceprano
*************
Cristiani in fuga….
Politica addio. . .
( Testamento di un Presidente? )
Chi non legge, più o meno regolarmente, i giornali, non si sarà accorto della pubblicazione, su Libero, della lettera di uno dei più grandi, e, per me, originali presidenti, della nostra Repubblica; lettera con la quale il Presidente emerito, Francesco Cossiga, ha inteso esprimere la sua volontà di abbandonare la politica militante.
L 'ho sempre ammirato ed applaudito questo Presidente, fin da quando, ritto sulla storica Aprilia presidenziale, e accompagnato dallo splendore delle più belle divise del mondo dei nostri Corazzieri a cavallo e sulle mastodontiche Guzzi, saliva il colle del Quirinale per prendere possesso della residenza ufficiale del Capo dello Stato Italiano.
Mi sembrò che gli applausi del popolo numeroso, accorso all'evento, fossero la giusta acclamazione a un presidente, che sarebbe stato diverso dagli altri, per quanto intelligenti e preparati ad un ruolo, quale quello del primo cittadino di una nazione, come l'Italia. Mi sentii orgoglioso di essere italiano, in quella radiosa giornata di festa per un popolo, che accoglieva, negli osanna, il suo nuovo Presidente.
Un uomo, che non avrei mai lasciato di stimare, apprezzare e comprendere anche nelle sue espressioni da non tutti condivise o condivisibili, ma, senza dubbio, sempre intelligenti, originali, veritiere e coraggiose, nel campo di una politica, quale
quella italiana, i cui appartenenti sono pronti a salire sul carro del vincitore, ad ogni buona occasione che si presenti.
L'ho visto sempre sicuro, ogni qualvolta affrontasse temi e argomenti di sua competenza politica, istituzionale e costituzionale. Il suo nome ha suscitato in me sempre un particolare interesse, per ciò che diceva e faceva, sia pure quando, e direi con maggior soddisfazione, gli avversari di piazze pavesate di rosso, cambiavano la lettera C con K, da cui risultava Kossiga in luogo di Cossiga. Sono arrivato a pensare che al Presidente Sardo simili cose non facessero un baffo; anzi, ero convinto che dessero motivo,nella sua sagace dialettica, ad espressioni che spezzavano le reni ai vari zombi della politica spicciola e piazzaiuola.
Le sue interviste, oltre il contenuto chiaro e responsabile, erano condite di espressioni di sapiente umorismo e così ben articolati giudizi, da creare, in chi lo ascoltasse, quella certa tranquillità e persuasione che non dà facilmente luogo a dubbi su quanto si ascolta da persone competenti in materia.
Grande sorpresa ho provato leggendo, sul giornale Libero, la sua lettera il cui annuncio suona: " Basta picconate, lascio la politica".
Al Direttore di Libero, Vittorio Feltri, l' ex- Presidente ha scritto così, il 26 luglio 2005: "Caro Direttore, ho ritenuto di poter e dovere scrivere a Libero e nominativamente a te « Questa lettera sul mio futuro» ! Sei tu infatti, che, aprendo ai miei scritti le pagine del tuo libero giornale, mi hai dato la possibilità massima di esprimere con lo scritto il mio pensiero e il mio giudizio sui fatti del nostro tempo, in particolare sui fatti della politica, quando avevo ormai cessato di potere influire in un qualche modo su di essa con la mia azione" (Libero, 26 luglio 2005,pag. 12).
Sono certo che a molti sarà dispiaciuto questo proposito di Cossiga, che, in ,qualche modo, lui stesso chiarisce con una delle sue simpatiche e intelligenti esprèssioni, dicendo. " Non intendo però ridurmi ad andare ai giardinetti pubblici con il bastone e il cagnolino, anche perché non ho il cagnolino e i miei medici curanti mi hanno vietato l'uso del bastone, da sostituire, se proprio necessario con la stampella detta "canadese".
Veramente, non posso immaginare un Cossiga che posa il piccone e prende il bastone, o la "stampella"; ma lui stesso, con la tenerezza della sua sapiente età, descrive realisticamente le ragioni del suo scritto a Feltri; ragioni che ci convincono e ci edificano allo stesso tempo. " Perché ti scrivo? Oggi è il mio compleanno! Sono nato, infatti, il 28 Luglio a Sassari, capitale del Capo di Sopra in Sardegna, ed ho quindi compiuto settantasette anni. Negli ultimi cinque anni della mia vita, la mia coscienza e la consapevolezza dei miei limiti di sempre e di quelli generati dal mio tramonto politico, è stata acquisita dalle meditazioni su me stesso ed il tempo in cui mi hanno indotto i casi dolorosi ma fortunati della mia vacillante salute:...".
Secondo il suo stile, non teme d'interpretare chiaramente le sue infermità e le varie operazioni, alla luce di una fede che sa di austera tradizione sarda. «un po ' giansenista - purtroppo soltanto nel pensiero, molto meno nel comportamento» (ibid.). Ma ciò che edifica in Cossiga, laico e liberale, è la ragione che confessa candidamente come motivo della forza con cui ha vissuto le situazioni difficili di salute, durante i suoi più recenti anni, nelle varie cliniche.
Per me, quanto ho letto nella sua lettera a Feltri, è stato una conferma di ciò che ho sempre pensato di lui: un cristiano, laico, che non aveva "vergogna" di assistere alla S. Messa e salire l'ambone di un qualsiasi presbiterio per leggere le letture del rito cui assisteva.
Non posso dimenticare, a proposito, quanto ebbi a sperimentare, nella basilica di Casamari, allorché lo vidi alzarsi dalla fila delle autorità ed accostarsi all'altare per assolvere l'ufficio di lettore. La sua voce, di chiare frequenze baritonali, echeggiò come uno squillo di tromba tra le bianche volte della grande basilica di puro stile gotico - cistercense. Non cito le molte altre volte che lo si è visto, in televisione, fare la stessa cosa, senza alcun' imbarazzo o prosopopea da maestro del coro, ma nella semplicità di un fedele, che crede profondamente a ciò che legge, della parola di Dio.
Mi sono fortemente rallegrato quando ho potuto leggere, nei riguardi delle sofferenze procurate gli dalle tante operazioni: "ho considerato queste infermità un dono particolare di Dio, onnipotente, previdente e provvidente" . Mi sembra di aver capito che in queste tre aggettivi, con cui il cristiano Cossiga ha qualificato Dio, si contiene tutta la fede di un uomo, che, dal tempio laico dell'autorità civile, ha voluto inviare un messaggio di speranza a quanti soffrono senza la luce e la pace del credere a un Padre che accompagna i suoi figli nella difficoltà e nella sofferenza.
Dall' inizio dell' epoca repubblicana non era mai arrivata una simile voce di fede con la forza di una convinzione attinta al dolore e alla sofferenza. Avremmo sentita altra voce, dopo il settennato cossighiano, ma, forse, non altrettanto persuasiva per i suoi toni da inappellabile pontefice massimo.
Qualcuno penserà che simili pensieri di carattere religioso potrebbero essere attinti ad altre fonti e che il pulpito di questa predica non è il più attendibile, date le condizioni storiche, personali e politiche del personaggio. Ognuno la può pensare come
meglio crede, ma non si può negare che certe riflessioni di carattere teologico non possono che scaturire da cuori, menti e corpi sofferenti.
La teologia del costituzionalista presidente, Cossiga, scaturisce dalla riflessione su un Dio, onnipotente, previdente e provvidente, che non lascia vagare l'uomo nella tristezza della sua pervicace indifferenza, ma gli fa dono di un tempo che gli potrà servire per profonde riflessioni sulla sua vita, e trarre da essa luce e sapienza verso felici soluzioni nel cammino della sua storia terrena.
Chissà quanti, laici e credenti, politici e politicanti, funzionari e portaborse, avranno storto il muso al leggere le dichiarazioni di Cossiga nel suo sensazionale annuncio, dove, tra tante altre cose interessanti e originali, guarda al tempo come al più grande dono a lui concesso da Dio.
Mi piace riportare il suo pensiero sulla interpretazione cristiana della sofferenza; esso è segno non solo di religiosità ma sa della mistica più autentica, che passa attraverso la croce e il sangue di Cristo per incontrare le gioie della vita divina raggiungibile da una creatura di questo mondo. .
Quanto al dono del tempo da parte dì Dio per una sana riflessione sulla sofferenza, il Picconatore scrive: "Infatti è un dono avere il tempo in cui la mente ed il cuore sono resi più acuti e sensibili dalla sofferenza; meglio si può meditare sul
proprio passato e sul proprio presente e chiedere perdono a Dio ed agli altri di quello che si è fatto, di quello che si è fatto male, e di quello che non si è fatto, ed anche sul mio effimero futuro ".
Chissà come si giudicherà, Cossiga, circa il suo lavoro di picconatore, quando dal colle fatidico uscivano le brucianti scintille prodotte dalle picconate della sua dialettica, senza se e senza ma, su tutto quanto la politica degli uomini dei partiti e dei governi andava in giro per i giornali, per i tribunali e per il mondo degli affari. A leggere la sua lettera di rinuncia, sembra che, di proposito, egli abbia voluto evitare di evocare questo suo ruolo di picconatore che l'ha reso, allo stesso tempo, simpatico e soggetto a critiche feroci da parte di coloro su cui il suo piccone trovava facile terreno di penetrazione. Sappiamo, però, che ha chiesto scusa a qualcuno... ma a pochi...
La sua "coscienza e la consapevolezza dei suoi limiti", umilmente riconosciuti, gli avranno suggerito qualche ulteriore riflessione per non tornare, col pensiero, sui campi della contesa politica, mentre il suo cuore e la sua mente, nei vari tempi di meditazione, e particolarmente nella sua lettera, si sono fermati, piuttosto, oltre che a chiedere perdono a Dio, a domandare scusa, spiritualmente, a tutti coloro che avessero risentito troppo delle sue picconate, anche se meritate.
Eppure... caro Presidente, non lasciavo una sola volta di leggere quanto si riferisse alle sue picconate, che, sono certo, in molti, suscitavano ilarità, interesse e condivisione, insieme, naturalmente ai mugugni dei "puri" che si sentivano togliere la terra sotto i piedi dal suo "piccone". Non è escluso, caro Presidente, che oggi, se alcuno sentirà ancora il dolore delle sue picconate, si consolerà con l'antico ed espressivo proverbio. "Quando sei martello batti, e quando sei incudine statti". Sarebbe questo un motivo, per tutti noi, di ricordarci ciò che è scritto nel Qoelet, dove si legge che c'è un tempo per tutto; quindi, anche per il martello e per l'incudine.
Sono certo, però, che non le dispiacerà se la storia che lei ha vissuto, parlerà delle sue picconate, in dimensione positiva e istituzionale, nonostante i pareri di certi avversari, che, se permette, più sono e più "onor si piglia"... come soleva ripetere un personaggio della storia d'Italia...
Cossiga ci ha tenuto a puntualizzare certe sue posizioni e nell' arco di tempo di Palazzo Ghigi, dove per due volte; è stato presidente del Consiglio e nel settennato al Quirinale che lasciò anzitempo nel 1992, in pieno clima di tangentopoli e in polemica con i magistrati.
A mio avviso, nella lettera di Cossiga, merita un rilievo particolare il passo in cui egli accenna, con certo rammarico, al sogno, che non è riuscito a concretizzare e, cioè, fare lo studioso ed insegnare.
"In vita mia, non sono riuscito a realizzare il sogno della mia vita: fare lo studioso ed insegnare! Ma sono stato molte «cose» che mi hanno fatto vivere la Storia lieta e dolorante del mio Paese (vivere, non tentare di fare e correggere la Storia, come alcuni Magistrati delle procure della Repubblica di Palermo e di Perugia ed altre ancora, facendomi entrare, come altri credono, nella Storia, ma certamente nella cronaca istituzionale e politica d'Italia".
E' interessante vedere che il Presidente ha voluto mettere a dura prova la sua umiltà nel proposito di lasciare la politica militante, "anche per non essere o apparire velleitario ai giganti del pensiero e dell'azione..."
Caro Presidente, sono certo che lei potrà, di nuovo, intraprendere i suoi viaggi e darsi alla lettura o rilettura di Newman, di Rosmini, che ho sempre stimato, pur conoscendo superficialmente il suo pensiero, del nostro Papa Ratzinger, Chenu, De Lubac, von Balthassar, ecc... Quanto a fIlosofia e teologia, lei ha un vasto campo che già conosce, per cui potrà godere, nella rilettura dei grandi maestri del sapere, dei migliori pensieri della sapienza umana e divina.
Meno male che" il cattolico adulto" rimane fuori di questa nobile lista del pensiero di alto livello, anche se appartenente alla classe dei giganti del "pensiero e dell'azione". D'altra parte, in questi tempi di "scavalcate", caro Presidente, egli sarà intento a seguire le vicende e i timori dei vari indagati nel vasto campo degli "affari".
Nella serenità dei suoi studi e nella calma delle sue meditazioni, lei potrebbe esprimere le sue riflessioni dalle varie letture o riletture dei suoi autori preferiti, Tutti quelli che la stimiamo, saremmo interessati a sapere il pensiero di uno studioso cristiano laico come lei, che, pur impegnato nel campo della politica militante, per tanti anni, ha cercato sempre di nutrirsi alle fonti genuine della dottrina cattolica, di cui sono significative espressioni gli autori che intende rileggere e ristudiare nel suo eventuale congedo dalla politica militante.
A questo proposito, pur essendo trascorsi molti anni, ricordo il suo intervento, in occasione della cerimonia di consegna del Premio S. Tommaso, ad Aquino (Fr. ), terra del Dottore Angelico, di cui, cosi bene presentò il pensiero filosofico e teologico: in quella occasione, che certamente lei non ricorderà, mentre usciva dalla sala della cerimonia, le rivolsi un saluto, aggiungendo, in latino:" Presidente, sequemur te quocumque ieris,e fui soddisfatto per la sua risposta di compiacimento con un sonoro: Oh. . . , che ancora risuona nelle mie orecchie, come eco della sua voce baritonale, che mi auguro sentire ancora molte volte, a mezzo dei vari mezzi di comunicazione, nelle varie aule del potere, dove la sua intelligenza non può mancare.
Tutto ciò lo potrà fare anche se dovrà assolvere ai suoi propositi di carattere religioso derivanti dalla sua profonda fede in Dio, come afferma nella chiusura della sua lettera a Feltri; propositi che, certamente, avranno edificato tanti, che hanno creduto in lei, nel suo pensiero e nella sua politica: "E mi darò più seriamente a pregare. Occuparmi della mia anima e prepararmi all'incontro con Dio, tramite Sorella Morte ".
Caro Presidente, nella visione lontana della vettura, che, una tarda sera di un mese dell'anno 1992, la portava lontana dalla Patria, fra tanta gente che la salutava, con calore, per l'ultima volta da Presidente, io abbi la gioia di essere presente e indirizzarle il mio applauso pieno di ammirazione per un Presidente, che non avevo mai cessato di stimare, rispettare ed amare, per il grande prestigio che aveva guadagnato alla nostra Patria, durante il suo settennato nel Palazzo del Colle.
Mentre rinnovo il mio profondo ossequio per la sua figura di Presidente intelligente e politico coraggioso, mi unisco all'appello di quei Parlamentari, che le hanno fatto giungere la loro solidarietà con le parole: Francesco, non lasciare la politica. Sarebbe la picconata più dolorosa". E come il mastelliano, Pino Pisicchio, mi dispongo, idealmente, a far parte del comitato che chiederà: "FRANCESCO, RESTA CON NOI".
P. LUCA ARCESE.
Ceprano, 15 agosto, 2005
MISTICA E POLITICA
di Frei Betto
(traduzione dal portoghese di P. Luca Arcese)
Fra i cristiani si è convinti che la mistica non abbia nulla a che fare con la politica; esse sono come due elementi chimici che si respingono a vicenda. I mistici, infatti, vivono racchiusi nelle loro categorie contemplative, lontani dalle preoccupazioni economiche, assorti nei loro esercizi ascetici, e indifferenti alle discussioni politiche che si tengono attorno a loro. I politici, affaticati da innumerevoli riunioni, nella corsa contro il tempo, sono immersi in continue tavole rotonde di contatti, analisi e decisioni, che occupano tutto il loro tempo, da non permettere un minimo spazio per la vita familiare, e tanto meno per la meditazione e la preghiera.
E' vero che una certa idea di mistica è incompatibile con un certo modo di fare politica. La vita religiosa, infatti, concepisce il contemplativo come una persona che volta le spalle alle realtà terrestri, per orientarsi completamente verso Dio. Tuttavia, non è nel Vangelo che si trovano le ragioni di simile testimonianza verso l'Assoluto, ma nelle antiche scuole precristiane - .come il masdeismo - e in quelle filosofiche romane e greche, che-proclamavano il dualismo tra l'anima e il corpo, il naturale e il soprannaturale, il sacro e il profano.
Il monachesimo, che nasce nel sec. IV, come affermazione della fedeltà evangelica dinanzi alla debolezza della emergente chiesa costantiniana (leggere le lettere di S Girolamo), non ebbe alternativa, per il suo nutrimento, se non nel Platonismo, l'ideologia platonica allora in voga. L'idea di una natura umana in perpetuo conflitto fra la carne e lo spirito, rappresentò, per la spiritualità cristiana, ciò che significò la cosmologia di Tolomeo per le teorie scientifiche di Copernico e Galileo.- chi si da alle cose del mondo, al governo della città, rischia la perdizione eterna.
La santità veniva concepita come la negazione della materia, la morte della carne, la rinunzia alla propria volontà e il godimento dell'estasi spirituale. In questa ottica atomistica della persona con la divinità, c'era una grande dose di solipsismo: la cura del perfezionamento spirituale dell'io, si sovrapponeva alle istanze dell'amore evangelico verso il prossimo.
Come neanche la discussione sul sesso degli angeli lascia di avere i suoi riflessi politici, tale concezione pagana di mistica - che portò fuori campo la spirituale cristiana - servì di esempio alle utopie politiche della Repubblica di Platone, delle città di S. Agostino, delle proposizioni di Tommaso Moore e di Campanella.
Nella chiesa, l'equivoco raggiunse il punto massimo nel Medio 'Evo, fra le politiche del potere ecclesiastico e nella convinzione che il regno di Dio si era stabilito già in questo mondo. Interessante è costatare che i grandi mistici erano persone, allo stesso tempo, coinvolte nella politica della loro epoca. Francesco d'Assisi contrastò il capitalismo nascente ( come ben dimostra l'opera magistrale di Leonardo Boff: «S. Francesco, tenerezza e forza ». Tommaso d'Aquino, nell' opera Il Regime dei Principi, difese l'insurrezione contro la tirannia, Caterina da
Siena, analfabeta, trattò il ritorno del Papa a Roma, Teresa d' Avila, donna irrequieta, errante, disobbediente e contumace, - come la descrisse Don Filippo Sega, nunzio apostolico in Spagna nel 1578 - con S. Giovanni della Croce, rivoluzionò la spiritualità cristiana.
La mistica di Gesù, per quanto possano aver insegnato le scuole di spiritualità dell' Occidente, insieme con le grandi opere dei mistici cristiani, ha le sue radici nel Vangelo. La vita di Gesù, infatti, non segue la clausura dei monaci esseni, e non si svolge secondo la pratica penitenziale di Giovanni Battista (Mat. 9, 14 - 15 ).
Essa si sviluppa secondo la conflittualità della Palestina del suo tempo, dove non esisteva la distinzione tra politica e religione. Il Figlio rivela il Padre, camminando per le strade, seguito dagli Apostoli, discepoli e pie donne, accogliendo poveri e affamati, curando i malati e perdonando i peccatori circondato da moltitudini, smascherando scribi e farisei, con la sua presenza scomoda nelle grandi feste di Gerusalemme; perseguitato e assassinato sul legno della croce come un prigioniero politico.
In tale contesto di attività pastorale, con forti ripercussioni politiche, Gesù si rivela il mistico, cioè, come chi vive appassionatamente l'intimità amorosa con il Padre, che chiama Abba, termine che, in aramaico, esprime la massima intimità secondo quanto noi intendiamo con la parola "Papà" (Marco 14, 36).
Il suo incontro con il Padre non implica l'allontanamento da impegni temporali ma l'apertura del cuore allla volontà Divina, poiché questa costituisce la prima disposizione del mistico. Tale volontà non si riconosce dalla corretta moralità o dall' accettazione razionale delle verità della fede, poiché la santità, prima di essere una conquista morale è un dono di Dio. Pertanto, sulle orme di Cristo, il mistico accentra la sua vita nella pratica delle virtù teologali; la sua condotta e la sua fede derivano dal rapporto che egli mantiene con Dio. Teresa d'Avila esprime questo stesso concetto con le seguenti parole: " La suprema perfezione non consiste in dolcezze spirituali o estasi, in visioni o dono di profezia, ma nell'adeguare la propria volontà a quella di Dio. (Fondazioni. 5, lO)
La preghiera è la pratica che alimenta la mistica. Lo stesso Gesù, nelle sue attività, riservava alcuni momenti, per l'incontro con Dio, nel suo spirito. "Rimaneva in luoghi appartati in preghiera. ( Luca. 5, 16). "Egli salì sulla montagna a pregare e trascorse tutta la notte a colloquio con Dio".( Luca. 6, 12 )., Per rafforzare la fede, la preghiera è importante come il cibo per corpo. o il sonno per recuperare le energie. Tuttavia, anche in mezzo all'attivismo delle grandi città, i cristiani trovano il tempo per mangiare e dormire, e se non accade lo stesso per la preghiera, è solo per colpa loro. In Occidente, si sono smarriti i vincoli che ci legavano alle grandi tradizioni spirituali e siamo diventati eredi di un cristianesimo razionalista, fondato nell'apprendimento di formule ortodosse, nonché di un pragmatismo orientato alla promozione di opere o al disimpegno immediato di compiti. La dimensione della gratuità - essenziale in qualsiasi opera di amore - viene relegata a momenti formali, rituali, e di celebrazioni, senza dubbio, importanti, ma non abbastanza sufficienti per una pratica che permetta il passaggio a successive tappe di esperienza mistica.
Al contrario di certe scuole pagane, la mistica cristiana non tende ad offrire una tecnica che conduca il credente all'incontro con la Divinità, quantunque ciò possa accadere per un puro dono di Dio. Essa ha per scopo d' insegnarci l'amore verso le persone con cui viviamo, come Dio ci ama, verso i parenti, e verso la comunità in cui esercitiamo il nostro lavoro pastorale, il popolo a cui apparteniamo, e, specialmente i poveri, immagine di Cristo.
"Nessuno mai ha visto Dio, se ci amiamo vicendevolmente, Dio rimane in noi, e il suo amore sarà perfetto" ( 1 Giov. 4, 12). L'amore di Dio per il suo popolo è proporzionato alla sua fedeltà verso il Padre. Per questo, Egli accetta il calice della sofferenza; non riserva la sua vita per sé, poiché il Padre vuole che la sacrifichi per il suo popolo ( Marco 14, 36). E' qui che la mistica s'incontra con l'attività politica. L'esercizio politico, come somma di potere personale, anche nella chiesa - è incompatibile con la mistica.
"I re delle nazioni le dominano e quelli che le tiranneggiano sono ritenuti benefattori. Quanto a voi non dev'essere così, ma il più grande si faccia più piccolo e quello che governa come quello che serve.".(Luca 22, 25 - 26). La politica che non contempla la partecipazione del popolo, si riduce ad essere privilegio di un gruppo, di una casta o di una classe. Questa partecipazione comprende le tre sfere della vita sociale dal punto di vista politico, che permetta a tutti di partecipare alle decisioni da prendere, dal punto di vista ideologico, che dia diritto alla critica e il dovere dell'autocritica, dal punto di vista economico, che dia possibilità di accesso allo stesso benessere.
Oltre questo, anche se di significato democratico, ciò che esiste è di carattere idolatrico del potere, che s'impone al popolo come forza che può tutto, sa tutto ed è presente in tutto.. Per il politico che gode questi privilegi, la politica è una maniera perversa di misurarsi con Dio. E' l'Olimpo in cui tutto è possibile. Da ciò si spiega il fatto che molti ricchi borghesi, nonostante l'età avanzata, insistono nell'attività politica a costo anche di rovesci e umiliazioni. Questo modo di agire, per essi, diventa una specie di divinizzazione del proprio io.
Fuori del potere o di una funzione pubblica, essi si sentirebbero irrimediabilmente, ridotti nella loro identità, soffrendo, così, nell'abisso che, come per la comune degli uomini, esiste tra il desiderabile e il possibile. Per questo, non sono rari i casi di politici, che, rimossi da qualche carica di potere, preferiscono la morte. "..Quelli che governano siano come quelli che servono". In questa dimensione evangelica, la politica è compatibile con la mistica, poiché le esigenze fondamentali coincidono: disponibilità verso gli altri, fedeltà alla volontà altrui, umiltà nel disimpegno dei compiti, secondo verità.
Numerosi militanti politici, soprattutto quando ancora non hanno raggiunto il potere, vivono questa specie di mistica, nell'ansia, pur di accettare il potere prima di morire, anziché tradire la causa che hanno abbracciato. Le avversità sofferte nell'opposizione al potere dominante, per molti, sono paragonabili alla disciplina che l'ascetica impone per raggiungere la mistica: privazioni fsiiche, anonimato, fede nel processo storico, e nel popolo, speranza di vittoria, dono di sé a qualsiasi momento a costo anche di rischio, ecc... Anche se non si ha una conoscenza teologica di questa situazione, non si può negare che un simile comportamento, nel quale si ripone il bene degli altri su quello proprio, costituisce la piena realizzazione del mistero dell' amore di Dio verso il prossimo, " poiché chi ama, rimane in Dio e Dio in lui" (lGiov.4, 16).
Per il cristiano, nella sua coscienza teologica, questa dimensione mistica, dev' essere appresa come ,esperienza teologale, nel suo amore per il prossimo, nel quale vive il suo amore per il Padre.
Paolo VI diceva che "la politica è la forma più perfetta della carità" .Essa, infatti, riguarda tutti e quasi tutto, dal prezzo del pane alle discipline che s'insegnano nelle scuole, dall'uso pornografico della donna nella pubblicità al sistema sociale della sanità, tutto dipende dal programma politico. adottato. Ora, senza ripetere errori passati, si deve cercare una sintesi tra la politica, come esercizio di trasformazione liberatrice della società, e la mistica come la conversione permanente all' Amore.
Ammettere che la mistica non abbia nulla a vedere con la politica, sarebbe come negare la storicità di Gesù, e affermare che i doni di Dio non servono per vivere nel mondo che Egli ha creato. Ciò che di più intimo che Dio ci ha potuto dare - e cioè - la sua unione spirituale in questa vita - sarebbe riservato solo a quelli che, contrariamente al comportamento di Dio, rinunziano al modo di vivere umano, per vivere "meglio" la loro fede. La proposta evangelica va in senso contrario: la comunione con Dio si manifesta nella unione con il popolo libero dai segni della morte (Apocalissi 21, 34). Nella preghiera insegnataci dal Signore, c'è una relazione dialettica fra la vita di fede e la promozione della giustizia: al Padre noi chiediamo il nostro pane. E nei Vangeli, delle nozze di Cana e dell' incontro di Gesù con i discepoli di Emmaus, la bontà del Padre si manifesta nello spezzare il pane - simbolo dei beni necessari alla vita.
In questo senso, non si avrà piena giustizia, inché non si potrà vivere la libertà come mistica, ossia, nella dimensione in cui una persona è tanto più libera quanto più è aperta verso Dio e verso il prossimo. Allo stesso modo, in questo mondo dalla cultura globale, in cui i poveri sono moltissimi, l'amore non può essere concepito e vissuto solamente in termini di relazione interpersonale. Esso diventa anche una esigenza politica, una consegna di vita per un riscatto di fraternità tra gli uomini, e di un impegno di liberazione.
Ciò non significa misconoscere la persona a beneficio della collettività. La radice e il frutto di ogni trasformazione sociale più completa, saranno sempre gli stessi: il cuore umano, dove, la divinizzazione della persona, passa a divinizzare la storia.
Frei Betto.è un frate domenicano, scrittore e autore, tra tanti altri libri, di "Fra tutti gli uomini"/ ( (Atica, Brasil ).
°°°°°°°°°°°°°°°°°
Gli sbadigli dell'Occidente
Non ci vuole troppa intelligenza e fantasia per capire il significato di questa originale espressione: ognuno di noi sperimenta, qualora gli accada di sbadigliare, lo stato fisico e psichico della propria personalità. Stanchezza, sonnolenza, malavoglia, incapacità di agire. . . insomma, una generale condizione di mancanza di volontà quasi da rinunziare a qualsiasi impegno o atto che richieda qualche sforzo. Una rinunzia a qualsiasi creatività, soddisfati del proprio stato di debolezza, che ci mette in balia dell'umore più basso del nostro spirito.
Seguendo gli avvenimenti recenti che riguardano l'Occidente dei nostri giorni, dopo l' 11 settembre del 2001 e in seguito ai numerosi movimenti d'immigrazione, in maggioranza di religione musulmana, verso l'Europa, ho trovato molto interessante quanto ha scritto, un filosofo laico, al Cardo Ratzinger quando ancora non era Papa Benedetto XVI.
In sintonia con quanto sta molto a cuore al Papa Ratzinger, e cioè la questione del relativismo, il suddetto filosofo laico, attuale presidente del Senato, in una lettera all' allora Cardinale, si lamenta che " L'Europa è affetta dal morbo del relativismo, per cui (pensa) che le culture siano equipollenti; rifiuta di giudicarle. ritiene che accettarne una. la propria. sia un atto di egemonia. un gesto di intolleranza, comunque un atteggiamento non democratico, non liberale, non rispettoso dell' autonomia di popoli e persone. A una Europa che pensa così, spirituale è digeribile, perché generico, religioso anche perché indistinto, ovvero condiviso, ma cristiano inaccettabile, perché identitario, proprio, preciso, e perciò sospetto di arroganza" ( Rad. Crist. pag. 77 ).
Il candido ciuffo dei capelli, fuori della papalina, mosso dal vento durante la celebrazione della Messa di , accompagnato da un sorriso teutonicamente discreto del Papa Ratzinger, ha forse voluto significare la forza di un pensiero che vuoI spargere luce e convinzione profonda, nella mente dei fedeli, circa il concetto di cristianesimo che fa parte essenziale del suo vasto programma nella predicazione della "Veritas in Caritate."
Da profondo teologo e filosofo, Benedetto XVI vuole sollecitare la ragione del cristiano moderno a ponderare ed interessarsi circa i motivi per cui Dio ha voluto manifestarsi all'uomo con la sua incarnazione in un' avventura umana, fatta, sì di sofferenza e di passione, ma illuminata dalla vittoria della libertà e della resurrezione.
Gli sbadigli di una Europa cristiana, che non fa più caso delle glorie della sua tradizione e, quasi, si mostra umiliata solo dalle umane debolezze legate alla sua dimensione umana, non piacciono al pensiero teologico della pastorale dell'attuale occupante il Soglio Pontificio.
Immagino che sarà rimasto alquanto dispiaciuto il Card, Ratzineger, quando ebbe a leggere ciò che Marcello Pera scrisse circa il "conclamato dialogo" che oggi dovrebbe occupare gl' incontri, le riunioni e le assemblee intellettuali che hanno luogo, ogni tanto, tra i maggiori rappresentanti della nostra Europa. Gli approcci e le assemblee con i capi delle altre nazioni ed espressioni religiosi, dello spirito ecumenico, che anima, oggi, i vari organismi internazionali, nella voglia esageratamente incontenibile verso un Occidente e una Europa, che, non maturata nell'humus dei vari popoli, rischia di essere un grosso giocattolo cui solo i burocrati possono avere accesso, per i loro gioiosi raduni internazionali.
Non mi risulta che Ratzinger, anche da Papa. abbia avuto alcunché a ridire quando Pera ha scritto, nella lettera a lui inviata: "Sto chiedendo un 'altra cosa, che è più fondamentale: sto chiedendo la consapevolezza che il dialogo (con l'Islàm) non serve a niente se, in anticipo, dichiara che una tesi vale l'altra". Ecco, a mio modesto avviso, il relativismo, contro cui il Papa dichiara la sua completa avversione, e che ha suscitato tanto scalpore in chi concepisce il relativismo in altra maniera.
Sono certo della massima buona fede, ma anche il cardinale Martini, nella sua omelia pronunciata, per benevolenza del Card, Tettamanzi, a Milano, in occasione dell'anniversario del suo episcopato, ha pensato di esprimere un suo pensiero che, in qualche modo, si distanzia, sia pure in piccola misura, dal concetto di relativismo Ratzingeriano.
Sullo stesso tono, Marcello Pera, pur in mezzo a qualche altro sbadiglio di questa nostra opulenta Europa, continua: " Questa duplice consapevolezza non c'è, almeno io non la vedo o ne vedo poca in una parte dell'Occidente. Soprattutto, ne vedo poca in Europa. Né la trovo diffusa nello stesso cristianesimo europeo, soprattutto nel clero, oggi attonito, sconcertato, rassegnato, e troppo spesso o silente o urlante contro quelle che dovrebbero essere le sue bandiere culturali". (ibid,pag. 43)
Non intendo ironizzare con quanto Marcello Pera ha detto, ma bisogna dargli ragione quando anche lui percepisce gli sbadigli del clero e della quasi totalità dei sacerdoti, che non ha il coraggio di ripetere dall' altare ciò che il Papa Benedetto ha scritto sui fondamenti spirituali dell 'Europa secondo il suo programma: "Verità nella carità". A proposito della "Questione religiosa dell'Europa ", il teologo di Frisinga, con la chiarezza che gli è propria anche nelle questioni più metafisiche, ha scritto: "Non vorrei entrare qui nelle discussioni complesse degli ultimi anni, ma mettere in rilievo solo un aspetto fondamentale per tutte le culture: il rispetto nei confronti di ciò che per l'altro è sacro, e particolarmente per il sacro nel senso più alto, per Dio, cosa che è lecito supporre di trovare anche in colui che non è disposto a credere in Dio.
Laddove questo rispetto viene infranto in una società, qualcosa di essenziale va perduto. Nella nostra società attuale, grazie a Dio, viene multato chi disonora la fede di Israele, la sua immagine di Dio, le sue grandi figure. Viene multato anche chiunque vilipendia il Corano e le convinzioni dell'Islàm.
Fin qui la maggior parte di questa nostra Italia, non importa se laica o clericale, insieme agli sbadigli della "ammucchiata europea occidentale" è pronta a condividere il pensiero di Benedetto, ma mi risulta che non tutti, con a capo i ministri del tempio cattolico e del villaggio globale, sarebbero propensi ad ammettere la verità di ciò che viene affermato dal Papa nel prosieguo di quanto sopra: " Se invece si tratta di Cristo e di ciò che è sacro per i cristiani, ecco che allora la libertà di opinione diventa il bene supremo, limitare il quale sarebbe minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale. La libertà di opinione trova però il suo limite in questo: che non può distruggere l'onore e la dignità dell'altro, non è libertà di mentire o di cancellare i diritti umani" (ibid, pag.70).
Il dialogo, che da parte dell' Europa cristiana, codarda e smemorata, viene reclamato con tanta passione, impone alla predicazione domenicale e catechistica cattolica un tono dimesso, pena di essere accusata di sfociare nella politica e, così, secondo l'espressione del Papa, "minacciare o addirittura abolire la tolleranza e la libertà in generale ".
Per una mia personale testimonianza posso affermare che quanto espresso dal Papa risponde a verità, poiché, per avere, in una mia omelia domenicale, accennato alla differenza del concetto di Dio cristiano da quello dell' Islàm, sono stato rimproverato di essermi trattenuto nel fare politica in chiesa, invece di annunziare la buona novella agli "sprovveduti cristiani delle nostre domeniche", che, imbevuti dell' ormai galoppante relativismo religioso, rendono sempre più facile l'invasione del pensiero islamico nelle nostre terre, oramai quasi completamente scristianizzate dall'illuminismo del pensiero moderno.
E dire che il mio discorso su Dio, mi portava logicamente a distinguere l'amore del Dio Incarnato per la salvezza dell'uomo da ciò che è il rapporto di un Allàh con i musulmani, per i quali non ha alcun significato il nostro Dio con il suo eterno mistero di amore trinitario.
A questo punto vorrei rivolgere una domanda: "Fino a quando possiamo continuare a tenere all' oscuro il nostro popolo cristiano circa la profonda differenza tra la nostra religione del Verbo da quella musulmana denominata religione del Libro? La nostra non è la religione del Libro, ma la religione del Dio Incarnato nella nostra natura umana. Perché in molti degli annunciatori del vangelo domenicale non si nota il linguaggio evangelico del "sì sì ; no no" ?
Se quelli che non credono alla nostra fede, si dovessero offendere per i nostri crocifissi, in cui vedono innominabili mostri, sono affari loro. A questo proposito, ha ragione il giornalista Francesco Paolelli che, con certo senso provocatorio, in un articolo dal titolo" Tornare a proporre Cristo unica salvezza", scrive:" Signori, abbiamo dormito troppo (dopo tanti sbadigli, n.d.r.). Forza, destiamoci e torniamo a gridare la nostra verità per tutto il mondo, per tutti i paesi, per tutte le strade Cristo è l'unica Salvezza, Cristo è l'unica Pace! Cristo è l'unica Giustizia!" Vorrei qui altresì ricordare che tra le prime parole programmatiche ai cristiani di Benedetto XVI, si legge: "Ricominciate ad annunziare il Vangelo. e non abbiate paura" .
Non vorrei sentirmi rimproverare se pensassi che molti, nel presentare la nostra "verità nella carità" si sentissero alquanto infastiditi per le eventuali reazioni dei credenti del Libro, in forza della tanto decantata cultura multietnica, reclamata dagli sbadigli del nostro smemorato Occidente,
"La multiculturalità, che viene continuamente e con passione incoraggiata e favorita, è talvolta soprattutto abbandono e rinnegamento di ciò che è proprio, fuga dalle cose proprie", esclama il Papa, e aggiunge: "Certo, noi possiamo e dobbiamo imparare da ciò che è sacro per gli altri, ma proprio davanti agli altri e per gli altri è nostro dovere nutrire in noi stessi il rispetto di ciò che è sacro e mostrare il volto del Dio rivelato, del Dio che ha compassione dei poveri, delle vedove e degli orfani, dello straniero; del Dio che è talmente umano che egli stesso è diventato uomo, un uomo sofferente, che soffrendo insieme a noi dà al dolore dignità e speranza" .
Purtroppo, il timore ha imprigionato l'animo dell'Occidente, che pur di evitare qualsiasi contrasto con l'avanzata inarrestabile dell' Islamismo, preferisce non affrontare il problema del Dio vero dei cristiani e, sbadigliando, si contenta della sola unicità, che si estende anche al Dio dei musulmani, senza alcun riferimento al mistero trinitario completamente sconosciuto nella dottrina dell' Islàm. La scristianizzazione delle nostra Europa, che anche il nuovo Papa ha rilevato nei suoi primi discorsi da Pastore Universale, non è che una conseguenza del sonno e degli sbadigli in cui la modernità ci ha trascinati tutti dietro al fascino di una scienza che, con strabilianti ipotesi, promette all'uomo altri valori più consoni alla felicità terrena dell'uomo.
Fortunatamente, a questo proposito, secondo Giovanni Reale, si apre alla visione dell 'uomo "un ritorno agli antichi" valori contro la disperazione del presente". Infatti, "quando si ricomincia a scrivere su certi problemi di fondo caduti in oblio, significa, egli afferma, che essi emergono come bisogni effettivi dell 'uomo con la relativa speranza di trovarne le soluzioni". Nietzsche aveva proclamato la morte di Dio e indicato l'uomo come il suo uccisore. Ma Foucault ha rilevato che in correlazione con la morte di Dio, Nieztshe annunziava la fine del suo uccisore. La morte dell'uomo oggi si manifesta soprattutto in un generale malessere spirituale che non ha precedenti nella storia dell'uomo. Benasaygag e Schmit, ne "L'epoca della passioni", affermano che a quel malessere sempre più diffuso, soprattutto nei giovani, non si è preparati ad offrire una cura, in quanto si tratta di crisi individuali all'interno di una crisi sociale generale.
L'età moderna aveva promesso messianesimo ateo con una redenzione laica. " Ma tale promessa - scrivono - non è stata mantenuta. Ecco perché la crisi attuale è diversa dalle altre cui l'Occidente ha saputo adattarsi (con i suoi tanti e sonori sbadigli all'ombra delle moschee, n.d.r.). si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà". Alcuni hanno incominciato a rendersi conto di quanto Husserl aveva predetto da tempo: sulla disperazione dell' esistenza, scienza e tecnica hanno poca da dirci. Di conseguenza vanno ritrovati i valori perduti, quindi Dio da cui tutti i valori dipendono." (Il Corriere della Sera "Un ritorno agli < < antichi> > valori contro la disperazione del presente" 6 giugno, pag23 ).
Forse l'Europa finirà di sbadigliare se, nel ricordo delle sue radici cristiane, prenderà in mano un nuovo "bestseller" <>", dove saggi di filosofi e scienziati testimoniano il ritrovato interesse per la soluzione del grande enigma metafisico.
Nel presentare questo nuovo interessante volume, Armando Tomo scrive: " Dopo il successo dello spiritismo, delle manifestazioni paranormali e dei riti satanici, non sono mancati gli angeli. Ora sta prendendo piede la reincarnazione forse aiutata dall 'ingresso in Occidente di numerose spiritualità orientali. Ma, allo stesso tempo, ritorna un bisogno antico: si moltiplicano libri che ripropongono e discutono le dimostrazioni dell'esistenza di Dio. Vecchio e caro tema che prende le mosse già agli inizi del pensiero occidentale".
Mi auguro che questa nostra vecchia Europea sappia svegliarsi, all' incalzar delle islamiche schiere e, invece di continuare"negli sbadigli piacevoli della sua indifferenza" prenda in mano i nuovi "bestseller" e li legga, con amore, alla luce della" Verità nella carità" del grande teologo Papa Benedetto XVI. Potrebbe avere l'occasione di ricordare quanto aveva scritto Giovanni Paolo II sugli "sbadigli" della vecchia Europa, in uno dei suoi tanti documenti: "La cultura europea dà l'impressione di un ' da parte dell 'uomo sazio, che vive come se Dio non esistesse (n. 9).
P. Luca Arcese
(Ceprano)
****************
PAGINE AL VENTO
Per chi era in televisione alle ore 10,00 dell' 8- c. m. , non è stato difficile captare il significato di questo titolo, che farebbe una bella figura anche come titolo di un film della nostra moderna letteratura cinematografica. Scorrendo le pagine della stampa della settimana scorsa, vediamo la sua immagine riprodotta in altre mille posizioni quasi in tutti i giornali, magari con differenti grandezze ed espressioni più o meno originali. Anche il Cardinale Ratzinger avrà sentito nel suo cuore il fremito di quelle pagine, evangelicamente tormentate dal vento, mentre pronunciava la sua meravigliosa omelia per Giovanni Paolo, poeta, scrittore, pellegrino e guida nell' escursione dello spirito.
Erano fogli svolazzanti su una bara, al centro della celebrazione più drammaticamente solenne cui l'uomo possa assistere: il funerale di un Papa nella piazza più famosa del mondo, questa volta, veramente piccola e impotente ad abbracciare, con il suo famoso colonnato berniniano, le folle innumerevoli, che da tutto il mondo, fisicamente e spiritualmente, hanno mosso i loro passi e i loro cuori verso la casa del Papa, che, venuto da lontano, aveva lasciato questo mondo per la casa del Padre.
Un funerale che si direbbe planetario per la partecipazione di milioni di persone, che, da ogni parte, hanno assistito al funerale del Papa Giovanni Paolo II, che un giornalista di Libero descrive nei seguenti termini: " Questa è la cronaca, di un funerale che ieri ha celebrato la morte di Giovanni Paolo II e al tempo stesso anche il trionfo della incoerenza, dei farisei, della doppiezza. Un funerale con tanta commozione, tantissima partecipazione" (R, F).
Il giornalista, dalla visione degli svolazzi misteriosi delle pagine evangeliche sulla bara di Wojtyla, passa a riflettere sulla presenza dei tanti capi di stato presenti attorno alle spoglie del Papa, che ha raggiunto le più lontane plaghe del globo, con i suoi tantissimi viaggi, portando a tutti il suo grido e la sua ansia per il bene e la pace del mondo. Perciò, con lo sguardo sui potenti della terra, attorno alle spoglie di chi si fece voce di Cristo, che comandò ai suoi discepoli di "andare in tutto il mondo a predicare il vangelo ad ogni creatura", approfitta, certamente per ricordare a tutti, quanto ancora, ai nostri giorni, il mondo cristiano soffre, a causa di coloro con i quali Giovanni Paolo II ha voluto iniziare un dialogo di bontà, di comprensione e di pacificazione.
Nel movimento agitato di quelle pagine, mosse dal vento, sulla bara, il giornalista Renato Farina ha interpretato, chiaramente, il pensiero di Giovanni Paolo, che ha voluto lasciare un forte richiamo per la realizzazione di quanto non è riuscito a vedere nel suo anelito ecumenico per un solo gregge sotto un solo pastore. Tra quelle pagine svolazzanti par di rileggere il pensiero evangelico: " ho ancora altre pecore: anche queste devo ricondurre nel mio gregge".
A questo proposito, il giornalista scrive: "In un fazzoletto di terra, i protagonisti delle maggiori tensioni internazionali di questi mesi, davanti ad una semplice bara di legno, che quasi azzerano la storia e i dissapori. Papa Wojtyla, protagonista di tanti sforzi di pace, ne sarebbe felice. Molti cattolici parleranno dell'ultimo miracolo di Giovanni Paolo Il. A noi, con tutto il dovuto e possibile rispetto, permettete se non altro di storcere un po' il naso pensando ai cattolici perseguitati nel mondo anche da chi, ieri era a piazza S. Pietro, ai 150 e passa cristiani uccisi ogni anno, ai 604 missionari spediti all 'altro mondo, nel solo decennio 1990 - 2000, ai paesi islamici ieri ampiamente rappresentati che negano la libertà di culto, al New York Times che scrive: "In Sudan, due milioni di uomini, donne e bambini sono stati sterminati dagli islamici nella totale indifferenza "(Libero - 9 aprile, 2005- p.2).
Che le pagine del Vangelo agitate dal vento non volessero esprimere la inquietudine apostolica, che ardeva nel petto di Giovanni Paolo, per le tante vittime della Chiesa? Non sono state esse la voce evocatrice di quei due milioni di uomini, donne e bambini sterminati dagli islamici, nella indifferenza dei grandi mezzi di comunicazione impiegati per altri avvenimenti più aderenti alla politica dei grandi della terra?
E' certo che l 'immagine del feretro del Papa, con sopra il Vangelo sfogliato dal vento, ha fatto il giro del mondo, portando un messaggio di fede nel mistero di un Dio presente nelle vicende umane della sua Chiesa. A proposito, qualcuno ha scritto che è la Bibbia a ricordare che il vento è segno dell'Onnipotente.
"Quel vento, è stato scritto, è Wojtyla uomo di fronte al Mistero: oltre la soglia, a noi la speranza, a lui la Risposta. Pagine per sempre chiuse, quelle del vangelo rosso sulla bara, perché lui non ha più bisogno di leggerle. Per chi crede, ora lui lo sa. Gli altri, tutti gli altri, trasaliscono commossi".
Il vento è simbolo biblico dello Spirito che "spira dove vuole e quando vuole", lasciando nell'anima, forza, coraggio e gusto di quanto si pratica nella vita cristiana e spirituale. La speranza è che il vento, che ha investito la bara di Giovanni Paolo, porti la sua voce ad unirsi a quella del nuovo Papa per ridare ai cristiani di Europa l'orgoglio di essere gli eredi degli Apostoli Pietro e Paolo, che hanno bagnato, con il loro sangue, le zolle della Roma pagana rendendola il centro della cristianità universale.
Il vento, che ha tormentato le pagine del Vangelo e sconvolto i mantelli dei porporati in piazza S. Pietro, non è un vento che spazza via; esso è la forza di un grido che richiama i lontani dall' avventura cristiana e ricorda ai cristiani che il loro Cristianesimo reclama una nuova passione per quanto hanno ricevuto in eredità dagli Apostoli di Cristo.
La stessa cosa Wojtyla ha voluto esprimere a Bob Dylan, quando, a Bologna, dopo aver ascoltato la sua più famosa canzone "Un inno al dubbio dello spirito", gli rispose : "Tu dici che la risposta è del vento, amico mio. E' vero, ma non è un vento che spazza via", aggiungendo: "Questo vento è il respiro e la vita dello Spirito Santo. La voce che chiama e ti dice: vieni".
Il fruscio delle pagine evangeliche sulla bara di Giovanni Paolo, hanno accompagnato il ritmo della voce di Ratzinger, difensore della fede e della morale cristiana; e mentre nella sua omelia, il Porporato scioglieva l'inno di omaggio, di stima e affetto per Wojtyla , lo invocava, commosso, perché continuasse a benedire il mondo "dalla finestra della casa del Padre".
Probabilmente, il Cardinale, mentre lanciava la sua supplica appassionata verso la casa del Padre, vedeva, nell'immensa folla di fedeli che da ogni angolo della terra salutava il feretro di Wojtyla, una umanità che ancora avrebbe avuto bisogno dell'invito "Alzatevi andiamo" di Giovanni Paolo II. Infatti, Ratzinger, ancora vivo il Papa, aveva espresso le sue preoccupazioni per un'Europa stretta dalle istanze della laicità e dalle esigenze di una modernità, che vuole fare della ragione l'unico movente del nuovo corso della storia.
Egli aveva scritto che l'Occidente non ama più la sua storia fatta di spiritualità, di cristianità e di santità, ma, ricurvo su se stesso, ha vergogna di dichiararsi erede di una cultura nata da precetti ebraico - cristiani, che hanno arricchito ogni campo dello scibile umano.
Facendo eco al rammarico del Papa per il mancato accenno alle "radici cristiane" nel nuovo documento della Europa Unita, Ratzinger, in una lettera al Presidente del Senato, Marcello Pera, scrive: " La questione del perché la fede cristiana oggi stenta a raggiungere, con il suo grande messaggio, gli uomini, in Europa, inevitabilmente riguarda il cristiano credente e anzitutto il pastore della Chiesa Vedo due cause principali.
a) La prima è stata introdotta da Nitzsche quando disse: "Il Cristianesimo è stato attaccato finora in un modo sbagliato... .la questione della verità del Cristianesimo... è una cosa del tutto secondaria finché non viene affrontata la questione della morale cristiana".
"Qui abbiamo veramente a che fare, dice Ratzinger, con le ragioni decisive dell'abbandono del cristianesimo: il suo modello di vita, come è chiaro, non convince Sembra che limiti l'uomo in tutto, che guasti la sua gioia di vivere, che limiti la sua libertà così preziosa e lo conduca al largo - come dicono i Salmi - ma nell''angustia e nello stretto".
b) La seconda ragione dello sgretolarsi del cristianesimo sta - a mio parere nel fatto che sembra essere superato dalla < < scienza> > e non essere più in armonia con la razionalità dell'età moderna" ( Senza radici p.113 - 114).
Per le ragioni su esposte dal Cardinal Ratzinger, si capisce che il turbinio delle pagine evangeliche sul feretro di Giovanni Paolo, hanno dato il motivo di rivolgere al Papa, ormai nella casa del Padre, le parole: "Per favore Santo Padre non riposare in pace". C'è bisogno, perciò, che il suo volto, le sue braccia e la sua voce, risuonino ancora negli animi dei tanti che hanno atteso e pianto la sua morte alle ore 21,37 del 2 Aprile del 2005.
A mio avviso, la simbologia del turbinio delle pagine evangeliche sul suo feretro esprime altresì la disponibilità dell'uomo Papa Wojtyla, che, nella generosità della donazione del suo ministero Apostolico, pur sotto il peso degli anni e l'umiliazione della malattia, non ha voluto scendere dalla croce. Poiché da questa, ci ha voluto lasciare l'esempio del martirio completo del corpo e dello spirito.
Ha voluto consegnare alla storia una testimonianza che scuotesse il popolo cristiano verso le realtà eterne, che sono state sempre presenti nel magistero della sua parola, dei suoi gesti e del suo lungo pellegrinare.
" Era come se la mano del Papa scorresse le pagine del Vangelo deposto sulla bara".
Uno dei tanti presenti ha scritto: "Dopo che la bara del Papa è stata deposta sul sagrato della Basilica, senza fiori e senza drappi dorati, un funzionario della Basilica, ha poggiato sulla cassa un Vangelo, spalancato sugli Atti degli Apostoli. Ma nessuno aveva messo in conto il vento, un vento bizzarro e incostante che a refoli soffiava sulla piazza e agitava le vesti cremisi dei Cardinali. Così che le pagine del libro hanno cominciato a vibrare, stavo per dire palpitare Ed era come se una mano invisibile lo sfogliasse. Non ho potuto di fare a meno di pensare che fosse la stessa mano del Papa che scorreva il libro tanto amato.
Del resto la sensazione che il Papa non fosse morto per davvero, ma si muovesse ancora in mezzo a noi, ce l'ha confermata il cardinale Ratzinger nella sua omelia recitata in italiano ma con un incancellabile accento teutonico: "perchè il Santo Padre ci guarda dalla finestra della casa del Signore e ci benedice".
Io non ero dei presenti, ma ho -seguito, in televisione, tutto l'avvenimento della morte di Papa Wojtyla nei suoi drammatici sviluppi. Mi ha impressionato l'immagine del Vangelo sulla bara, agitato dal vento, perché ho sentito dentro di me che alle ovazioni delle infinite folle osannanti, il Papa non poteva rispondere se non con un misterioso segno creato dal vento, che, biblicamente, vuol dire Onnipotenza amorosa di Dio.
Sono convinto, altresì, che gl' innumerevoli messaggi di gioia e di pianto lanciati all'indirizzo di Giovanni Paolo II, dalle numerose schiere di fedeli, l'avranno accompagnato in cielo sulle ali di quel vento che, sfogliando le pagine del Vangelo sulla sua bara, ha ricordato a tutti il suo lungo pellegrinare, per le vie di questo mondo, nella testimonianza dell'infinito amore di Dio per l'uomo.
***************
"DICONO CHE E' RISORTO"
Penso non sia una rivelazione se affermo che il suddetto titolo è stato mutuato da un importante libro di Vittorio Messori, grande scrittore cattolico, conosciuto per la sua feconda produzione letteraria circa il Pontificato romano e la storia vaticana. Il titolo appartiene ad un suo libro uscito qualche anno fa e completa una "trilogia" che accompagna la figura e la storia di Gesù dalla sua umile nascita a Betlemme alla sua gloriosa resurrezione nel mattino di Pasqua.
A giudicare dalla poca passione degl' italiani circa la lettura dei libri, immagino siano pochi quelli che abbiano sfogliato questo volume, ma sono altrettanto certo che quelli che lo hanno letto, ne sono rimasti oltremodo soddisfatti, ricavandone una più profonda conoscenza del Cristo nella sua avventura umana di incarnazione, passione, morte e resurrezione. .
Per le ragioni accennate e per mille altre, mi auguro che quelli che non conoscessero ancora la famosa trilogia di Messori circa la persona di Gesù, l'acquistassero quanto prima per poter apprendere, con molta facilità, chi è Gesù, quali le sue sofferenze dinanzi a Pilato e nella sua via dolorosa verso il Calvario, nonché il suo trionfo sul sepolcro vuoto. In occasione della solenne celebrazione annuale della Pasqua, ogni cristiano, oltre l'osservanza e la partecipazione alle azioni liturgiche e sacramentali proprie dello spirito pasquale, dovrebbe fermarsi alquanto a riflettere sul più grande avvenimento della storia umana: la Risurrezione di Cristo.
Già Tertulliano (160 - 220) , nel suo fervore apologetico di convertito della chiesa primitiva, ebbe a scrivere: " Il figlio di Dio è morto: ciò è credibile perché è assurdo. Sepolto; è risuscitato; ciò è certo. perché impossibile". Sulla coraggiosa affermazione del grande teologo e filosofo cristiano, il giornalista Salvatore Couchoud ha scritto recentemente: "Con questo linguaggio estremistico, paradossale e provocatorio, l'apologeta latino Tertulliano prospettava ai nemici della fede del suo tempo l'indiscutibile realtà della Risurrezione del Cristo, che già Paolo aveva dovuto classificare come scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani". ( Il nostro tempo - 11 febbraio - 2001, n. 6).
Sappiamo che lo scientismo dello scorso secolo e un certo razionalismo critico hanno, in qualche modo, narcotizzato alcuni settori del pensiero teologico, cattolico e protestante, per cui l'idea stessa di resurrezione sia anacronistica e incompatibile con il carattere smaliziato dell'uomo contemporaneo.
Contro questa posizione, che ha preteso spargere solo agnosticismo e incredulità tra i semplici fedeli, che, in genere non hanno troppa familiarità con la Scrittura, è, legittimamente insorto Vittorio Messori con il suo libro "Dicono che è risorto"; con questo lavoro ha inteso chiarire il grande scenario delle narrazioni evangeliche sulla Passione, Morte e Resurrezione di Gesù. Con esso, i fedeli cristiani e coloro che fossero interessati ad una migliore conoscenza del misterioso evento della resurrezione di Cristo, hanno una grande opportunità di penetrare più profondamente il mistero pasquale del sepolcro vuoto.
Con il libro suddetto, il Messori costruisce una magnifica trilogia nella quale presenta al mondo cristiano e laico, la figura di Gesù nello scenario in cui è vissuto, sulla base della sua storica vita umana, che, iniziata nell' affascinante mistero di Betlemm, e si conclude nel dramma cruento del Calvario.
Mentre con "Ipotesi su Gesù" e "Patì sotto Ponzio Pilato?", il Messori si mantiene, per così dire, nel piano di accadimenti umani, con "Dicono che è risorto" fa un salto di qualità in quanto conclude ad un fatto misterioso, che la mente umana non riesce a captare, se non si appella alla luce della fede, con cui deve leggere le varie narrazioni evangeliche del" sepolcro vuoto".
Il sopraccitato articolista Couchoud, a proposito del terzo elemento della trilogia, commenta: "Quello che, invece, suscita imbarazzo e perplessità è che Messori sia obbligato, una volta di più, a impugnare la penna per polemizzare contro esponenti, talvolta autorevoli, del mondo cattolico ed ecclesiastico che rinnegano i resoconti evangelici per proporre interpretazioni più o meno" modernistiche" e personalistiche del fenomeno delle origini cristiane".
Per chi legge le prime pagine dell'ottimo lavoro del Messori sulla resurrezione di Cristo, non può non costituire un motivo di profonda riflessione l'affermazione con cui l'autore, paradossalmente, inizia e conclude la sua opera: "Se Gesù non è risorto, non si può più credere in lui come Salvatore: si può, al più, venerarlo come maestro. Si può rievocarlo, ma non invocarlo, si può parlare di lui, ma non parlare a lui. "
Alla luce di questa semplice ma forte espressione, si passa facilmente a considerare il vero problema, che si era presentato già, con tutta evidenza, ai primi testimoni della fede, con a capo S. Paolo. In forza di tale evidenza si può affermare che " Il Cristianesimo è l'unica religione che sin dagli albori non si connette a strepiti di fanfare e sfarzose coreografie. ma si fonda esclusivamente su una croce e un sepolcro vuoto situati in mezzo alla storia". ( Ibid.).
Questa caratteristica unica nella storia delle religioni, dovrebbe essere la luce penetrante i cuori che cercano di capire, con più fede, il grande evento della Pasqua di Resurrezione; sarebbe il caso di ripetere l'espressione latina "crede ut intelligas, intellige ut credas". Ogni cristiano dovrebbe fare del tempo pasquale il momento di revisione della propria fede, in un'epoca in cui il cristianesimo è messo a dura prova da sincretismi religiosi e indifferenza verso le grandi realtà spirituali, che hanno costruita la cultura dell'Italia e dell'Europa.
Sappiamo che il nostro popolo ha poca disposizione per la lettura, in genere, e quasi nessuna conoscenza del significato delle grandi date in cui si celebrano le feste liturgiche della nostra religione cristiana. Purtroppo, invece di affollare le chiese per partecipare ai riti religiosi propri del tempo liturgico, la nostra gente riempie le strade, e superstrade, porti ed aeroporti verso i luoghi di vacanze, in una ansia di evasione per ciò che riguarda la loro vita temporale.
La cultura religiosa e la conoscenza della Bibbia, che, insieme ai vangeli e le lettere degli Apostoli è la fonte delle verità della nostra fede, dovrebbe occupare molto più le menti e i cuori dei nostri fedeli, per capire il significato e lo spirito della nostra Pasqua, in cui si rievoca il grande evento della Resurrezione di Cristo.
Vittorio Messori ha scritto il suo libro sulla Resurrezione, avendo in mente di dare a tutti i cristiani un mezzo, biblicamente ed evangelicamente bene strutturato, alla cui luce il seguace della Croce può gioire del trionfo grandioso della gioia del mattino di Pasqua.
E' interessante, per questo, ascoltare quanto lo scrittore risponde all'interlocutore che gli chiede quale contributo può portare alla chiarificazione del mistero pasquale, il suo libro "Dicono che è risorto".
"Come in tutti i miei libri anche qui ho continuato a lavorare da cronista raccogliendo tracce e confrontando ipotesi, esaminando reperti archeologici proseguendo un discorso che ho sviluppato nei miei saggi antecedenti e in
particolare in ".
Si badi che il Messori non ha voluto dare un tono completamente affermativo e dogmatico al titolo del suo libro, ma ha voluto insistere piuttosto sull' elemento enigmatico e per certi versi paradossale che è all'origine del Cristianesimo. Una religione che si basa, anche se non tutti sembrano disposti a ricordarlo, sull'insolito scenario di un mattino domenicale in cui un gruppo di donne, recatosi nei pressi di una tomba per assolvere alle normali operazioni prescritte dalla pietas nei riguardi di un defunto, ha avuto la straordinaria sorpresa di trovare il sepolcro vuoto, da cui è nato il Cristianesimo.
Alla domanda di quanto il libro può aiutare a riscoprire la fede, Messori risponde: " Nessuno può condurre un altro alla fede; questo è un dono che solo Dio può concedere. Tutto quello che si può fare è cercare di mostrare che la speranza del cristiano è fondata e ragionevole, che il Mistero supera la ragione ma non la nega. Il comportamento di Dio anche quando è difficile da capire, non è mai arbitrario e irrazionale, come spesso risulta a tanti docenti universitari e ideologi abituati a ragionare solo seguendo i loro schemi Scommettere sulla verità dei Vangeli non solo è ancora possibile, ma appare la soluzione più convincente per chi davvero rifletta. Oggi più che mai".
La celebrazione dell' evento pasquale, per il cristiano, deve alimentare le ragioni della fede per convincersi che la resurrezione di Cristo è un fatto oggettivo, un fatto, cioè accaduto storicamente. Un evento concreto e incontestabile, che si è prodotto "al di fuori" dei testimoni che si sono limitati a prenderne atto.
Nel libro di Messori il lettore cristiano, che desidera muoversi con più agilità nell'ampio scenario dell'ultima settimana drammatica di Cristo, può trovare la spiegazione del paradosso cristiano dal punto di vista di Dio, in contrasto con quanto l'uomo senza fede, ha cercato di negare nei riguardi della resurrezione di Cristo.
Saprà perché il crocifisso fu "scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani"; vedrà lo stuolo delle donne che si recano al sepolcro di buon mattino per ungere il corpo di Gesù; invece, trovano la tomba senza coperchio e le bende, con cui il corpo del Nazareno era stato avvolto, giacenti fuori del sepolcro.
"E' dunque su questa risurrezione; la sola attestata dalla Scrittura e opposta alle teorie di certa attuale esegesi, (che, in realtà, sembra più una filosofia, se non un 'ideologia, che maneggia i testi biblici per sostenere la sua tesi) è su questa risurrezione "tangibile" che ci confrontiamo in queste pagine, per vedere di saggiarne la consistenza storica.
E lo facciamo consapevoli, certo, che tutta la fede è mistero; e che il più misterioso dei misteri è questo centro, è questa base che il greco del Nuovo Testamento chiama anàstasis, cioè, letteralmente: il levarsi (dai morti)". Ma consapevoli anche che non è affatto blasfemo lo sforzarsi di giungere sino alle soglie di quel Mistero: Cioè, sino a dove la ragione esaurisce le sue possibilità e inizia il " salto " della fede". (pag.95).
Vengono a confermarci il carattere storico della Risurrezione i quattro Evangelisti, di cui Messori riporta le rispettive narrazioni semplici nelle loro espressioni, ma molto significative nei loro contenuti. Storici, filosofi, teologi, biblisti, credenti, miscredenti, atei, agnostici, letterati, scienziati, archeologi... vengono evocati dallo scrittore per dire una parola circa il fatto della resurrezione di Cristo, che rende il Cristianesimo l'unica 'religione il cui fondatore è finito inchiodato su una croce.
Vengono riportate impressioni e pensieri, a favore e contro la resurrezione di Cristo. Si cerca di rispondere alla domanda: "perché il cristianesimo sorse, vigoroso ed entusiasta, ripieno di gioia contagiosa, < < proprio quando tutto lasciava pensare che Gesù avesse fallito completamente?> >" .
Questa interessante domanda, posta da Etienne Trocmé, fra tanti altri studiosi di buon senso, continua affermando: "Oltre tutto, quel crocifisso non lasciava dietro di sé né scritti, né gruppi organizzati e neppure un messaggio che si potesse trasmettere, visto che il suo paradossale evangelo perdeva radicalmente credito per l'irreparabile sconfitta subita dal suo stesso annunciatore" ( pag.1 01).
Nello sforzo di rispondere a simili domande, il Messori accenna alle dolorose vicende che circondarono il sepolcro di Cristo, le cui chiavi sono oggi in mano ai musulmani, che, 38 anni dopo la consacrazione della grande basilica del S. Sepolcro, sconfiggevano gli eredi della prima crociata. A tal proposito, l'autore di " Dicono che è risorto", commenta, con tristezza: " Davanti alla porta non murata, sotto il campanile privato delle campane e mozzato per non fare ombra ai minareti, un esattore col turbante esigeva l'esoso pedaggio per quei cristiani che lì dentro volessero a quelle che per i fedeli nel Corano non erano che disprezzate superstizioni da politeisti, scioccamente convinti che Dio potesse avere un Figlio, per giunta finito in croce come un malfattore" (pag.27)
A questo proposito, forse non sarà superfluo aggiungere che a causa dell'attuale islamizzazione dell'Europa e dell'Italia, la grande festa di Pasqua di Resurrezione sarà vista dai molti milioni d'islamici come la festa "da politeisti scioccamente convinti che Dio possa avere un figlio per giunta finito in croce come un malfattore".
Una domanda: " Com'è possibile che, oltre la terra santa di Gesù, sia anche l'Europa e l'Italia ad essere considerata dai seguaci di Allah una terra abitata da sciocchi convinti di adorare un Dio il cui figlio è morto, come un malfattore, su l'ignominia di una croce? Dio non voglia che i cristiani d'Europa, indifferenti al grande problema della risurrezione di Cristo e distratti nel godimento delle loro ricchezze, finiscano per soccombere all'urto dell'Islàm, che suole prima occupare il territorio e poi istaurare il dominio di Allah, come c'insegna la storia islamica, a detta anche dei moderni esperti di islamismo.
Dopo queste considerazioni, sarebbe opportuno che tutti i cristiani tenessero bene in mente quanto l'autore scrive nell'ultima pagine del suo libro, circa la celebrazione della festa della Risurrezione di Cristo: "Certo, sappiamo bene: le omelie alle messe di oggi, capiterà di ascoltare la lettura moralistica o socio logica del Vangelo, letture così consuete oggi. Gesù come una sorta di Socrate ebreo, come maestro di etica, come agitatore sociale, magari come formulatore di buoni consigli per il cittadino politicamente corretto.
Se lo sbadiglio ci insidierà, freniamolo e reagiamo a quel sale insipido, pensando che c'è una gioia sconvolgente da scoprire, quella che ha invaso generazioni di credenti, a partire da quella che visse il lontano (eppure, sempre attuale) mattino di Gerusalemme.
Ma sì, è davvero Pasqua: gli echi delle campane a festa possono e debbono risuonarci nel cuore, non perché si commemori un saggio che ha parlato bene. Ma perché "l'uomo dei dolori", profetizzato da Isaia e appeso a una croce solo tre giorni fa, ha mostrato, risorgendo stamane, di essere il Dio, "venuto a portarci la vita; e a portarcela in abbondanza".
Si spera che i Cristiani dei nostri giorni, nell'attuale tempo pasquale, siano portati ad ascoltare e riflettere di più sulle tante espressioni che, nel Vangelo, il Signore ripete, nelle sue apparizioni, ai Discepoli per convincerli della risurrezione reale del suo corpo. Messori dice che "il Risorto è un corpo da palpare per i credenti: secondo l'espressione dello stesso Gesù: Guardate le mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho" ( Le, 24,39 ).
p. luca.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
I FRATELLI MAGGIORI: CUSTODI DELL'ALLEANZA
Penso che non tutti i cristiani cattolici, oggi, sappiano che il Papa Giovanni Paolo II ha chiamato gli ebrei i nostri fratelli maggiori. Purtroppo, l'avventura umana della morte di Cristo è stata, per secoli, considerata solo un delitto consumato nel pretorio di Pilato dietro le richieste di morte di una plebaglia ebraica inferocita. Si aggiunga che fino a pochi decenni fa, nelle orazioni liturgiche del Venerdì Santo si pregava "pro perfidis iudeis", espressione eliminata nella riforma liturgica di Giovanni XXIII.
A questo proposito, mi ricordo che nella nostra formazione biblica giovanile, non si nutriva, certo, grande simpatia verso il mondo ebraico; forse ancora respiravamo le antipatia delle passate vicende del Papato verso il "ghetto romano", dei figli di Abramo in diaspora, costretti ad avere, per secoli, secondo Ricciotti, "il cielo per tempio e il proprio cuore per altare".
Debbo confessare sinceramente che pur essendo vissuto, molti anni, a Roma, non sono mai entrato nella famosa Sinagoga ebraica, vicino al Portico di Ottavia, pur essendoci passato tante volte vicino. Aggiungo, inoltre, che non sempre mi era facile raggiungerla nel giorno di sabato, in cui la si poteva trovare aperta, essendo il giorno della preghiera ebraica. Oggi, francamente me ne rammarico. ma , in compenso, godo della lettura dei brani biblici, dove l'autore sacro, in una grandiosa visione profetica, parla della raccolta di quanto rimane del popolo eletto, sui monti di Sion, come sta accadendo ai nostri giorni, nonostante tante guerre di divisioni e di sangue.
Pur lasciando agli esperti di esegesi biblica, la facoltà e la capacità d'interpretare i testi sacri secondo le loro conoscenze e i paradigmi scientifici, non posso omettere di riportare alcuni testi profetici, che, a mio modesto avviso, sembrano descrivere con chiarezza il ritorno degli ebrei dalle varie parti del mondo, verso il monte Sion, dove, pur con tante difficoltà, stanno ricostruendo lo stato d'Israele.
Dal libro del Profeta Geremia ( 30,18 - 31,9): "Così di ce il Signore: Ecco restaurerò la sorte delle tende di Giacobbe e avrò compassione delle sue dimore.
La città sarà ricostruita sulle rovine
e il palazzo sorgerà di nuovo al suo posto.
Ne usciranno inni di lode,
voci di gente festante ... .
---Ti ho amato di amore eterno,
per questo ti conservo ancora pietà.
Ti edificherò di nuovo e tu sarai riedificata,
vergine d'Israele.
Di nuovo ti adornerai dei tuoi tamburi
e uscirai fra la danza dei festanti.
Di nuovo pianterai vigne
Sulle Colline di Samaria;
i piantatori, dopo aver piantato, raccoglieranno...
Su, saliamo a Sion,
andiamo al Signore nostro Dio.
Poiché dice il Signore:
<< Innalzate canti di gioia per Giacobbe,
esultate per la prima delle nazioni,
fate udire la vostra lode e dite:
Il Signore ha salvato il suo popolo,
un resto di Israele>>....
Essi sono partiti nel pianto,
io li riporterò tra le consolazioni;
li condurrò a fiumi d'acqua
per una strada diritta in cui non inciamperanno;
perché io sono un padre per Israele ,..
Efraim è il mio primogenito".
Non sono uno specialista in esegesi biblica, ma la suggestione che emana dalle descrizioni profetiche e da quanto abbiamo davanti agli occhi, ogni giorno, nell' avventura degli ebrei tornati da ogni parte, a far rifiorire il deserto di verde e di ogni prodotto della terra, non posso non convincermi della realtà delle profezie.
Qualcuno, forse sorriderà, ma come non pensare all' epopea affascinante di questo popolo, le cui gesta spirano presenza di Dio ad ogni passo sotto lo sguardo del Signore, che dalla schiavitù d'Egitto lo conduce, vittorioso, nella terra promessa, operando prodigi a suo favore? Perché negargli il diritto di tornare ad occupare, sia pure in parte, la terra dei suoi padri ed elevare la sua preghiera nel luogo ove cadde il suo Tempio sotto il fuoco dei Romani?
Un altro profeta aveva versato lacrime di dolore, in profondi lamenti e in strazianti afflizioni, nel descrivere la desolazione di Gerusalemme: (1, 1 - 12. 1820).
"Ah! Come sta solitaria
la città ricca di popolo!...
Essa piange amaramente nella notte,
le sue lacrime scendono sulle guance;...
Giuda è emigrato...
Egli abita in mezzo alle nazioni, senza trovare riposo;
Le strade di Sion sono in lutto,
nessuno si reca più alle sue feste;
tutte le sue porte sono deserte,
i suoi sacerdoti sospirano,
le sue vergini sono afflitte
ed essa è nell'amarezza"
In un articolo, circa la nazione ebraica, a firma di Giacomo Galeazzi, dal titolo , "Custodi dell'Alleanza", pubblicato nella rivista «, 1 gennaio 2005 - Francesco Patrono d'Italia», si legge: "E' una complessa nazione biblica che nel corso di duemila anni è stata variamente interpretata. La giornata per il dialogo ebraico cristiano il 17 gennaio è un importante appuntamento di preghiera e di mutua conoscenza"
Nel suddetto articolo si rileva la diversità fra i cristiani e "i fratelli maggiori" con le seguenti parole: "La diversità - precisa il Catechismo - va presa sul serio e rispettata". Pur non identificandosi, i cristiani e «i fratelli maggiori» ebrei non si escludono, né si oppongono, ma sono intimamente legati tra di loro".
Il citato articolista Galeazzi, nello spiegare il significato della giornata di preghiera, afferma "Non è una giornata di preghiera per gli ebrei, bensì un'opportunità di «ascoltare Israele», che parla di sé, della sua specificità e vitalità, come insegnano i documenti magisteriali"
Quanto alla conoscenza del mondo ebraico, devo confessare di essere alquanto limitato, ma ho nutrito sempre una certa simpatia verso questo popolo intelligente, colto e pieno di mistero. Sono convinto, inoltre, che, essendo la Bibbia la fonte principale della cultura e della preghiera del cristiano in genere e del sacerdote in particolare, noi, cristiani e cattolici, dovremmo essere tutti più al corrente e interessati a quanto attiene alla vitalità del popolo ebraico e allo sviluppo del nuovo Stato d'Israele, sorto nella Palestina e formato dagli ebrei tornati sulle montagne di Sion.
A questo proposito, vorrei fare una domanda agli esperti di storia ebraica, non dal punto di vista politico, ma semplicemente biblico e profetico: "Il ritorno degli Ebrei in Palestina e il nuovo stato da loro creato, dietro le decisioni delle nazioni unite, quanto contiene della forza profetica contenuta nei brani da noi sopra riportati? Perché le molte profezie riguardanti la storia d'Israele dovrebbero limitarsi alle sole vicende del popolo ebraico contro i suoi nemici, durante il suo epico viaggio nel deserto verso la terra promessa?"
Per quanto ricordi, non ho letto quasi nulla circa questo aspetto biblico sul nuovo stato d'Israele; eppure, a mio modesto avviso, sarebbe molto interessante dal punto di vista religioso. "L'antipatia e, direi meglio l'ostilità, che s'incontra nelle pieghe dell 'animo europeo verso Israele, non è forse perchè non si vule considerare affatto l'elezione biblica del popolo dell 'Alleanza?"
A parte le ragioni politiche che si potrebbero addurre per le problematiche nei riguardi del popolo palestinese, risulta che i ghetti ebraici sono stati sempre visti come una specie di luoghi sinistri, abitati da gente d'affare e da lobby esercitanti misteriosi poteri nelle società in cui vivono. Ma da quando il Papa Giovanni Paolo II ha deposto, in un crepaccio del Muro del Pianto di Gerusalemme, le sue parole di pace e di perdono, uno squarcio di sereno si è aperto sul mondo giudaico - cristiano, per cui cattolici e cristiani non possiamo più dimenticare che nel mondo ebraico si è consumato il più grande e tragico incontro del cielo con la terra, per la morte in croce del Nazareno, che dal calvario ha dato un nuovo corso alla storia del mondo.
Non penso, perciò, di esagerare se ricordo a noi tutti, che Israele, popolo dell' Alleanza è, secondo una significativa espressione di S. Paolo, l'olivastro su cui è stato innestato il ramo d'ulivo buono, da cui è sbocciato il cristianesimo, il frutto,
cioè, della salvezza di ogni uomo che viene in questo mondo.
Nell'articolo di Giuliano Giacomo Galeazzi si fa un'interessante analisi circa la natura del dialogo religioso tra Cristianesimo ed Ebraismo, prendendo spunto da un'esperienza americana. A questo proposito. Galeazzi afferma:" Negli Stati Uniti, infatti, il dialogo interreligioso tra ebrei e cattolici ha raggiunto, dopo quello pastorale ed esegetico, il livello più alto e difficile: quello teologico". Dallo studioso Massimo Giuliani, infatti, si apprende che sia il linguaggio che l'obbiettivo del documento firmato recentemente da un gruppo di vescovi cattolici americani, congiuntamente con un gruppo di rabbini, sono di carattere teologico.
Il documento s'intitola "Riflessioni sull 'Alleanza e la Missione". E' un documento composto di due parti: una cattolica e una ebraica ed ha per scopo di "incoraggiare una seria riflessione sui temi dell'alleanza e della missione da parte di ebrei e cattolici negli Stati Uniti"
Infatti, da questa Riflessione, una domanda interessante è stata formulata dagli esperti e studiosi dei rapporti dell'Ebraismo verso il Cristianesimo, dal punto di vista della economia della salvezza. "Come interpretare la recente riscoperta da parte cattolica della << permanenza di Israele>> nel piano salvifico di Dio?"
A questa domanda risponde serenamente l'autore dell'articolo citato, Giacomo Galeazzi, scrivendo: "Le ragioni storiche passano in secondo piano rispetto alla convinzione religiosa che gli ebrei non debbano convertirsi perché stanno già in
'un 'alleanza salvifica ' che è , come disse il Papa a Magonza nel 1980, . "( ibid).
E' doveroso, però, non concludere in assoluto quanto ha affermato il Galeazzi dalla riflessione sull' Alleanza e Missione fra Ebrei e Cristiani, elaborata dai vescovi americani. Difatti l'articolista Galeazzi aggiunge: "Questo, però, non equivale a dire che la Chiesa cerchi tali conversioni, anzi, lo spirito teologico sembra scoraggiarle. Sono piuttosto principi di libertà religiosa e di libertà di coscienza che implicano la legittimità della conversione di un ebreo, che è una scelta esistenziale sempre possibile" (ibid.)
Stando all' affermazione del Papa nel 1980, a Magonza, la chiesa cattolica statunitense, nell'agitata discussione sulle "permanenza di Israele" nel piano salvifico di Dio, non pretende allontanarsi dalla dottrina ufficiale della Chiesa, ma, semplicemente, giustificare, in qualche modo, il significato della espressione"Fratelli maggiori", con cui Giovanni Paolo II ha chiamati gli ebrei del tempo biblico e post - biblico.
Infine, se il 17 gennaio di ogni anno costituisce un importante appuntamento di preghiera e di mutua conoscenza, in un dialogo sincero e franco, è perché il cristianesimo sente il bisogno di disporsi più generosamente verso i fratelli ebrei. Per questo, ha ragione Giacomo Galeazzi quando afferma; "E' necessario, infatti, che i cristiani cerchino di capire meglio le componenti fondamentali della tradizione religiosa ebraica ed apprendano le caratteristiche essenziali con la quale gli ebrei stessi si definiscono alla luce delle loro attuale realtà religiosa". ( ibid.)
p. luca
***********
La Turchia in Europa?
" Mamma, esso li turchi! " ..... Per quanto io sappia, la suddetta espressione, a tutt'oggi molto comune fra il nostro popolo, vuol significare un grosso pericolo incombente, cui bisogna fare molta attenzione per evitare che si verifichi qualche disastro.
La sua origine risale a circostanze storiche, in cui la nostra Italia si è trovata in pericolo per l'invasione delle nostre terre e città da parte delle masnade musulmane dell' Impero Ottomano.
Voglio subito accennare alla grande questione circa lo storico allargamento del vecchio continente, che, a detta e nel pensiero degli "illuminati burocrati di Bruxelles", costituirebbe una Grande Potenza, che, con la sigla "UE" dovrebbe figurare e, magari sfidare, onorevolmente, la grandezza della ben nota sigla U.S.A , che, banalmente, tutti noi, popolo della riva, chiamiamo America...
La "UE": al fonte battesimale è già grande di 15 paesi... poi il petto del "Colosso Europeo" s'ingrossa fino a raggiungere addirittura venticinque altri paesi di minore significato politico-economico. "E non frnisce qui "... secondo una simpatica espressione di un famoso presentatore del Canale 5, Corrado, ora passato a miglior vita.
Oggi, tra gli altri paesi candidati ad entrare a far parte dell' Unione europea, dovrebbe esserci la Turchia, per cui si discute, si scrive, si parla, si domanda; "Turchia si, Turchia no". Io mi sento uno dei tantissimi che stanno per il no, come un certo Gianni Mereghettti, di Abbiategrasso , ( MI ), che scrive al Corriere della Sera, del 2 gennaio 2005, nella rubrica" Lettere al Corriere". Dalle pagine di questo giornale, risponde, per la prima volta, Sergio Romano, l'Oracolo dei dubbi di ogni genere, della politica italiana, dal suo Olimpo di ex- ambasciatore italiano all'estero.
Il Mereghetti scrive: " Non mi pare che esistano ragioni decisive per cui la Turchia debba entrare nell 'Unione Europea. Non fa parte geograficamente dell 'Europa, la sua storia nemmeno, anzi è stata spesso una minaccia per la pace e la libertà dei popoli europei i Turchi inoltre non hanno nemmeno rispetto della storia, tanto da non riconoscere l'evidenza storica, quella del genocidio da loro lucidamente commesso del popolo armeno ... "
A queste parole il suddetto "Ambasciatore", giornalista del Corriere, risponde :".. non credo che la storia offra ragioni a coloro che vorrebbero tenere il Paese fuori da < < casa nostra> >". Continua, poi, facendo un excursus storico circa la presenza efficace e amichevole nella rivendicazione e conservazione della libertà religiosa dell'Europa. In questo senso, tranquillamente afferma, con un paragone non so quanto valido nel nostro caso e chiaramente pro - Islam, che: " Non ha minacciato la nostra libertà più di quanto i Paesi cattolici abbiano minacciato quella dei Paesi Protestanti e i Paesi protestanti quella di Paesi cattolici". Sinceramente, quest' argomentazione non fa troppo onore alla capacità dialettica di un Ambasciatore giornalista, qual'è il dotto Sergio Romano. che, richiesto della sua opinione in ogni dibattuta questione, appare sempre come il " Deus ex machina ", che mette fine ad ogni discussione.
Caro Sergio, capisco che la sua difesa a favore dell'ingresso della Turchia in Europa si basa sulla sua partecipazione alle guerre di conquista dei vari paesi europei, poiché "ha giocato tutte le partite della politica europea', ma Lepanto, Vienna, il genocidio del popolo armeno cristiano, e, infme, la beatificazione del p. Marco d'Aviano non le dicono nulla? Mi dirà che la sua lettura della storia turca è laica, ma mi sembra di poterle rispondere che, in quel tempo, se esisteva una chiave di lettura di quella storia, non poteva che essere principalmente religiosa dato che ancora non era stata realizzata l'operazione Ataturk.
Da cristiano, cattolico e sacerdote, non potrei omettere un accenno a S. Pio V, al rosario, popolare preghiera del popolo cristiano alla Vergine, al beato p. Marco D'Aviano, che lei ha liquidato, sempre in tonalità laica, dicendo che:
"Che l'impero Ottomano fu spesso percepito e rappresentato come il nemico della cristianità, ma i mercanti dei due mondi continuarono a fare i loro affari senza troppo preoccuparsi delle loro rispettive fedi religiose"
A questo proposito, mi sembra che lei, Signor Sergio Romano, non si sia affatto preoccupato di leggere e interpretare, nel suo giusto senso, quanto la storia ha scritto circa il significato dei fatti di Lepanto, Vienna, Balcani ecc...ecc.. Possibile che ogni cosa che si dica del mondo musulmano, oggi, nei riguardi della cristianità debba essere espresso secondo il "politically correst" in barba alla verità storica, che sembra irritare alquanto i seguaci della islamizzazione dell' Europa, cui lei sembra di appartenere secondo le argomentazioni della sua risposta alla lettera del Mereghetti?
Purtroppo la Stampa occidentale e italiana, in particolare, non fa che usare il solito linguaggio bonista, secondo lo spirito di solidarietà filantropica, alimentata dalla febbre europeista che riscalda tutte le penne degli editorialisti occidentali contro il pensiero coraggioso e, nient' affatto conformista del Presidente del Senato, Pera e del Cardinale Ratzinger, Prefetto della Congregazione della Fede.
Mi viene la depressione nel constatare la tenerezza con cui certi giornalisti occidentali trattano il confronto dell'Islam con il Cristianesimo. A questo proposito, alla Radio Tremondo, il giornalista di turno, nella sua intelligente conduzione sui vari argomenti circa il Cristianesimo e l'Islàm, sembra avere un certo timore nell'accostamento dei vari pareri che gl'interlocutori, dell'una e dell'altra parte, esprimono, molto chiaramente. Posso sbagliare, ma mi dà l'impressione che sia l'Europa che ha bisogno d'integrarsi nella cultura islamica, non il rovescio, per cui anche in questa dimensione mediatica l'impressione che si ha nell' ascoltare simili programmi, è di sentirsi quasi sopraffatti dalle presuntuose esigenze degl'interlocutori islamici, che, dinanzi alle problematiche insolubili che suscitano le sure del loro libro, chiedono comprensione, per non poter dare risposte esaurienti al riguardo. Il linguaggio" politically correct", perciò, anche qui costituisce il tono prevalente del discorso, forse per timore di offendere il pensiero islamico.
Sembra che l'Europa Cristiana, se non s'impregna d' islamismo, non possa più appartenere alla storia della umanità. Ed è per questo che nel libro " Senza Radici" di Marcello Pera e Joseph Ratzinger, i due autori scrivono cose che i cristiani, a tutti i livelli, dovrebbero meditare profondamente per non trovarsi, un donami, imprigionati da una dottrina, che, a parte la dimensione umana di solidarietà, non ha nulla a che fare con il mistero del "Deus Trinitas" dei cristiani, rivestitosi della carne mortale, nella persona del Verbo.
"Soffia sull'Europa un brutto vento. Si tratta dell'idea che basta aspettare e i guai spariranno da soli, o che si può essere accondiscendenti anche con chi ci minaccia e potremo cavarcela
. E' lo stesso soffio del vento di Monaco nel 1938" ( Marcello Pera - "Senza Radici" ). Quanto afferma il Presidente del Senato non è minimamente tenuto in conto da quanti si sbracciano, oggi, per cercare tutti gli argomenti validi all'utopica integrazione dei musulmani nella cultura occidentale. A proposito, la decapitazione del regista olandese è una lezione che solo un Occidente al termine dei suoi valori cristiani, può non capire.
Le ragioni di tutto ciò stanno precisamente nelle parole che il Cardinale Ratzinger ha scritto nello stesso libro « Senza Radici": "L'occidente non ama più se stesso: della sua storia ormai vede soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro"
Alla luce di quanto il Prefetto della Congregazione della Fede scrive, si può comprendere ciò che Sergio Romano vuol dire quando afferma che "La Turchia è entrata nell'Europa per diritto di conquista e ha giocato tutte le partire della politica europea, da allora, con le stesse regole delle altre potenze. "
Naturalmente, per l'ex Ambasciatore, gli argomenti forti a favore dell'entrata della Turchia nell'Europa sono i cannoni costruiti da un ingegnere ungherese, con cui Maometto espugnò Costantinopoli nel 1453, e mise fine all'Impero bizantino. Enumera, altresì, alcuni cristiani convertiti all'Islàm tra i giannizzeri con cui il sultano vinceva le sue battaglie; i greci ortodossi che amministravano la Moldavia e la Valachia, alcuni armeni come dragomanni di Costantinopoli, e naturalmente gli ebrei commercianti e prestadenaro, mentre nella corte dell'Impero Ottomano vi era gente dagli occhi azzurri, pelle bianca e capelli castani... Questi sarebbero, secondo Sergio, le grandi ragioni per cui oggi i settantamilioni di Turchi musulmani dovrebbero invadere le terre dell' Europa, che, pur avendo sostenute delle dolorose e deprecabili guerre intestine, per ragioni politiche, è rimasta pur sempre fedele ai suoi principi cristiani nella costruzione di una cultura, che ha dato all'Europa e al mondo sublimi esempi di religiosità, di spiritualità e di libertà, sia pure nel contesto di una storia umana, dove, secondo lo stesso Sergio Romano "c 'è di tutto".
Dietro il suggerimento. dell' Ambasciatore, mi riservo di cercare altrove gli argomenti validi per la mia contrarietà all'ingresso dei Turchi musulmani nella "casa nostra ", e, cioè, nella nostra Europa sorta dalle radici ebraico -.
cristiane.
P. Luca Arcese. (continua).
La Turchia Islamica sulle macerie del Cristianesimo
Nella risposta dell'editorialista, ex - Ambasciatore Sergio Romano, alla lettera di Gianni Mereghetti, circa l'ingresso della Turchia nell'Europa, il giornalista concludeva invitando, con un certo tono di sfida, i contrari, a cercare, nella storia, argomenti validi che confortassero la loro opinione in proposito.
Una delle ragioni storiche che militano contro l'ingresso della Turchia in Europa, è certamente la strage degli Armeni cristiani per opera dell'Islàm, nella sua forma dell'impero Ottomano. A questo proposito, mentre l'ex - ambasciatore Sergio Romano, nella sua risposta del 2 gennaio al Mereghetti è sembrato glissare sull'argomento, incalzato da un altro ambasciatore, certo Giorgio Fianchetti Pardo, sulla stessa questione, nella risposta del 12 gennaio, scrive, : " Caro Franchetti Pardo, lei è stato ambasciatore ad Ankara, conosce bene quel paese, e ha ragione quando afferma che la Turchia moderna è alquanto diversa dalla Turchia Ottomana, in cui avvennero i grandi massacri del 1915. Ciò che maggiormente sorprende, tuttavia, è il fatto che le autorità turche sembrano negarne la realtà...."
Inoltre, lo stesso Romano accenna all'esistenza di una straordinaria documentazione del genocidio degli Armeni, durante la Seconda guerra mondiale e invita il lettore a rendersene conto con la lettura del libro Vaha Kan N. Dadrian, «Storia del genocidio armeno » apparso in Italia presso l'Editore Guerini Associati. A complemento di quanto detto, riferendosi alla commemorazione dei massacri nella comunità armena, aggiunge: «sono stati innalzati monumenti, sono state poste lapidi. Ma il governo turco continua a negare che la Turchia si fosse proposta, durante la Grande guerra, lo sterminio di una grande parte di quella che allora,era la sua più importante minoranza ».
Nonostante ciò, il tono dell'argomentazione di Sergio Romano, sembra scivolare facilmente verso la comprensione di tali atteggiamenti turchi nei riguardi degli Armeni, con le seguenti parole rivolte al suo collega: "Possiamo certamente deplorare queste posizioni: Ma dobbiamo cercare di comprendere la tenacia con cui i Turchi rifiutano qualsiasi responsabilità".
Da simili parole appare che l'editorialista Sergio Romano voglia, in qualche maniera, diminuire la responsabilità della Turchia nel genocidio armeno, e indebolire alquanto la prova storica contro la sua entrata nel Vecchio Contjnente.
Nel Corriere della Sera, 19 dicembre 2004, Geminello Alvi scrive, sotto il titolo « Massacri, cose turche », Tra paure e pregiudizi da bar »: « Quel Maometto II che turchezzò una capitale della cristianità, usando metodi che non possono definirsi bonari, era lo stesso che nel 1840, tentò l'invasione dell 'Italia iniziando da Otranto. La città cadde, vennero per antipasto decapitate ottocento persone che non volevano convertirsi all 'Islàm. E Papa Sisto IV bandì una crociata: " Se i fedeli e in specie gli italiani vogliono proteggere le loro terre, le case, le mogli, i figli, la libertà e la vera fede nella quale siamo battezzati e rinati, ci credano; devono adesso prendere le armi e andare in guerra".
Non so come il Sergio Romano interpreterebbe quanto Pio IV ordinò ai cristiani di Otranto, dopo la strage delle ottocento persone; temo che, in forza del buonismo comprensivo regnante al giorno d'oggi, nella nostra Italia, spiegherebbe la strage come una giusta reazione delle masnade islamiche, che dovevano invadere il suolo italico, secondo il concetto che gli occidentali hanno avuto sempre del Jihad, come guerra contro gl' infedeli, anche se il suo significato originale riguarda piuttosto lo sforzo interiore che ogni buon mussulmano deve sostenere per diventare migliore.
A questo punto, ad evitare impressioni preconcette contro i mussulmani di Turchia, mi piace citare un recente lavoro di Rachid Benzine, dal titolo" I nuovi pensatori dell' Islam" (Ed. Pisani). In esso si legge: " Questi araldi del libero pensiero, minoritari dei loro paesi, in certi casi minacciati di morte e costretti all'esilio, esplorano percorsi inediti della ricostruzione del pensiero religioso musulmano, rivistano la storia dei dogmi e delle istituzioni e tentano di discernere gli elementi della tradizione sui quali poter fondar una modernità islamica."
In uno spirito di comprensione e di franco dialogo, si spera che quanto hanno scritto i suddetti "Nuovi pensatori dell'Islàm" vada a buon fine; ma alla luce della travagliata storia del cristianesimo primitivo dell'Asia Minore, non si può negare che gli ebrei e i cristiani, che avevano le loro colonie in Medina e nella Mecca, furono costretti dalle forze di Maometto a fuggire o a convertirsi all'Islàm.
Vorrei domandare, a questo punto, ai simpatizzanti dell'ingresso turco in Europa: possibile che, dopo l'Islamizzazione dei luoghi e delle comunità giudaico - cristiane della Chiesa primitiva, abbiamo bisogno di una moderna islamizzazione solo per realizzare un mondo multiculturale, a tutto vantaggio dell'Islàm molto attivo in una nuova Europa, cui non si è voluto riconoscere, nel suo statuto, le radici cristiane?
Perché non si pensa che in una Europa, senza la coscienza delle radici cristiane, tutto diventa più facile per la conquista, in dimensione religiosa, di un Occidente laico, scristianizzato, secolarizzato, indifferente e immerso nel godimento di un benessere fisico, senza alcuna preoccupazione metafisica? Sappiamo che il "famoso dialogo" voluto con il mondo islamico presenta difficoltà sempre più insormontabili, ogni volta che s'intende svilupparlo con serenità e chiarezza? Le comunità cristiane, i grandi concili, i dogmi solennemente affermati, i martiri della fede, gli epigoni della dottrina cristiana, i maestri e i dottori della chiesa, latina e greca, Antiochia, Efeso, Corinto. ecc... hanno perso il loro fascino per quelli che oggi scrivono in difesa dell'Islàm per giustificare l'entrata in Europea della Turchia
moderna, ma pur sempre islamica?...
Non voglio pensare che vi sarà chi possa negare, alla luce della storia, il rullo compressore delle schiere islamiche , che hanno distrutto quanto di cristiano era stato creato in dottrina e chiese dall' Anatolia al Bosforo, ad opera degli Apostoli e dei primi discepoli dI Cristo.
Purtroppo, la nuova Europa, con il suo comportamento" politically correct" chiude gli occhi al suo passato e si preoccupa di un futuro fatto di soli beni materiali, di una società multiculturale, e di una integrazione islamica, di cui la fede cristiana dell'Europa dei nostri giorni non avrebbe alcuna urgenza, oltre che di difficile attuazione secondo alcuni esperti d' islamismo.
Del meraviglioso passato del nostro cristianesimo primitivo nelle terre, chiamata ora Turchia, sembra esserci pochi orgogliosi anche tra i cristiani, per cui Magdi Allan, islamico italiano ed attuale editorialista del Corriere della Sera, scrive, in una conversazione con Renato Farina, dal titolo "Europa e Islàm alla resa dei
conti".
Renato Farina: "Della chiesa e dei cardinali, parliamo dopo. Prova a definire questa guerra interna ali 'Europa.
Magdi Allan: " Ci stiamo approssimando alla resa dei conti. Due crisi di identità si fronteggiano. Quella occidentale è entrata in crisi con il crollo del muro di Berlino. La fine della contrapposizione ideologica ha svelato una nudità delle anime occidentali."
Nella intervista di Renato Farina, il pensiero di Allan circa la presenza dei Musulmani in Italia e nell'Europa, appare piuttosto pessimistico, in quanto afferma
che nel mondo islamico " C'è stata un 'involuzione in doppia direzione; una terroristica e un 'altra più subdola, che vuole islamizzare l'Occidente tenendo la carta della violenza esplicita come riserva. Tutto questo è cominciato - ci tengo a sottolinearlo - assai prima dell '11 settembre, è nato alla fine degli anni 70."(Giornale - Libero.p. 10.24 nov.2004). ,
Magdi Allan, all'incalzare di Renato Farina, ci tiene a precisare il carattere fondamentalista dell'lslàm moderno differente dall'Islàm da lui conosciuto, affermando " L 'Islàm della mia esperienza non è questo! lo ho imparato da mia madre la fraternità, la socialità sociale forte, il rapporto diretto con Dio, senza bisogno di clero. Il fondamentalismo è segno di una crisi profonda. Il suo risorgere va legato alla sconfitta subita da Israele nel 67. Tramontata l'utopia del panarabismo, queste forze radicali hanno investito sul panislamismo". (ibid.) Le due massime espressioni di questo panarabismo vengono, principalmente, individuate da Magdi Allan nella vittoria Komeinista in Iran nel 79 e nell'omicidio di Sadat nell' 81.... "
Prosegue: " I fondamentalisti pensavano di prendere il potere all 'interno dei singoli stati arabi e islamici e poi tracimare in Occidente. In Egitto ci provano eliminando il leader, in Algeria usando la democrazia in vista della sua negazione. Bloccato il tentativo, sono passati al terrorismopuro e semplice. Questa è la lezione; la radice del terrorismo è l 'Islàm adoperato come ideologia del potere" ( ibid).
Nei riguardi dell 'Italia, afferma: "L'Islàm che in Italia ha preso il possesso di quasi tutte le moschee è di questa stoffa subdola. Accetta le regole della
democrazia per occupare il territorio.. ".
Renato Farina:" Come in guerra. La loro guerra è questa".
Magdi Allan : " Certo. In Occidente pretendono il dominio della comunità musulmana. E il modo per averlo è certamente questa legittimazione fornitagli dalle autorità ecclesiastiche e civili. Io mi batto per farlo capire, ma non ci riesco. Magari tu sei cattolico e ti ascoltano".
Renato Farina "Mi scomunicano, altro che, mi sono già arrivati avvertimenti"
Magdi Allan : "E' sbagliato: Queste persone hanno lo stesso obiettivo dei terroristi, Vogliono uno stato islamico. Gli uni con la violenza. Gli altri dal basso. I prelati sono portati a scegliere come interlocutore qualcuno che assomigli, dimenticando che nell'Islàm non esiste un clero. Quelli che si spacciano per tali compiono un' usurpazione dottrinale".
Renao Farina, volendo maggiori spiegazioni da Allan gli rivolge una domanda la cui risposta non lascia alcun dubbio circa il suo pensiero nei riguardi dell'Islàm che sta invadendo l'Occidente.
D. " Che fare allora per impedire che questa guerra già dichiarata e in corso, esploda tragicamente? Tu hai scritto che bisogna prendere atto del fallimento di due modelli di convivenza, il multiculturalismo e l'assimilazionismo.
R: " Confermo. Sono insostenibili. Il multiculturalismo è il modello nord - europeo. Si basa sulla certezza sia possibile convivere pacificamente, nello spazio sociale e giuridico, mantenendo identità e idee di cittadinanza diverse. Ancora prima del! 'assassinio di Van Cogh, l'ideologo del multiculturalismo britannico, Trevor Philips, caraibico, nero, sociologo raffinato, ha fatto marcia indietro. Il multiculturlismo ha creato ghetti spaventosi. Quartieri di Pachistani islamici, di indiani indù, di musulmani somali: Ha sfilacciato la società, ne causa l'esplosione".
"E' interessante notare, continua Allan, come l'assassino di Van Cogh sia un olandese di origine marocchina. Non è tanto l'immigrazione la questione dirompente, almeno nel nord Europa, quanto l'emergere di cittadini ai quali non è stato chiesto di riconoscersi in una comune civiltà, in valori decisivi, quali la libertà e la tolleranza, la sacralità della vita singola. No, a loro è stato detto: ciascuno ha il diritto di vivere secondo la propria identità e cultura, ritenendosi tranquillamente europeo".
Alla domanda di Farina per evitare la guerra in Italia, il sociologo islamico Allan, secondo il suo parlare schietto, risponde " Lo propongo per tutto l'Occidente: una riscossa. Dopo l'età del vuoto, è il caso di riscoprire cosa costituisce la tradizione di questo popolo occidentale. "
Lascio al lettore la possibilità di completare il pensiero di Allan, circa la natura dell'Islàm che dovrebbe venire ad arricchire l'Italia, l'Europa e l'Occidente affamato di multiculturalismo e assimilazionismo: basta rintracciare il giornale di Vittorio Feltri Libero del 21 novembre del 2004, dove potranno rendersi conto del pensiero di uno dei "massimi esperti al mondo di fondamentalismo islamico e di terrorismo della stessa pasta. Preferisce però si dica di lui conosce e ama l'Islàm, sua madre riposa in un cimitero musulmano; è italiano, si riconosce da islamico nella cultura occidentale e dunque cristiana" (ibid), che è tutto dire (ndr).
Vorrei per ultimo, notare che nel " Colloquio tra Magdi Allan e Renato Farina", il "politically correct" è completamente assente e quindi per nulla influente
nella chiarezza del pensiero del sociologo Allan. Chi volesse, però contattare il suddetto giornalista sociologo, tenga presente quanto lo stesso Farina scrive nel suo colloquio con Allan: " Scrive per il Corriere della Sera, dove è stato fortemente voluto dal direttore Sstefano Folli. Non è facile parlare con Magdi. Una siepe di uomini lo protegge giorno e notte". Ciò fa pensare alla veridicità e al coraggio del suo pensiero, secondo il famoso detto latino" Veritas odium parit". Ciò dovrebbe dare un po' più di tranquillità ed entusiasmo, nella difesa delle radici cristiane, a noi, che secondo l'espressione del poeta Eliot siamo gli "uomini vuoti e impagliati" di una Europa smarrita, nell'ansia di un utopico multiculturalismo e assimilazionismo, sempre secondo il sociologo Magdi Allan.
Capisco che la letteratura islamica in Italia ed in Europa si fonda sul "difficile ma necessario dialogo" con i Musulmani, ma mi è molto duro, alla luce di quanto è accaduto l'11 Settembre in America e le operazioni dei terroristi kamikaze in Iraq e in Palestina, non condividere quanto la grande scrittrice Oriana Fallaci, arrabbiata, orgogliosa e con la forza della ragione, scrive a proposito dell'Islàm.
Ho bene in mente il tratto delicato che la Stampa italiana, laica ed ecclesiastica, usa nel parlare con l'Islàm; comprendo perfettamente i loro" senza se e senza ma", ma debbo terminare con un ricordo di un mio incontro, in via XX settembre - Roma, alcuni anni fa, con un musulmano, che, candidamente mi disse: "Vi faremo vedere noi quando saremo molto di più"... Tutto mi voglio augurare fuor che un giorno si dica che anche in Europa i musulmani saranno in maggior numero rispetto ai cristiani: perciò mi permetto di terminare queste mie semplici riflessioni, ripetendo la mia antipatia verso il parlare «politically correct», a costo anche di qualche osservazione da parte di coloro che si stanno già preparando per il trionfale ingresso della Turchia islamica nella nostra Europa cristiana.
Senza alcuna presunzione, suggerirei a molti di leggere il volume di Giuseppe De Rosa: " Islàm e Occidente"- Un dialogo difficile ma necessario.
S.P. Huntington : " Lo Scontro delle civiltà e il nuovo Ordine Mondiale". Il gesuita Giandomenico Mucci, in Civiltà Cattolica - 16 ottobre 2004 -presentando il volume, scrive: "La fama dell 'autore e le sue tesi hanno suscitato interesse e vivaci dibattiti su questo suo lavoro. La tesi generale del volume è oggi l'elemento centrale e più pericoloso dello scenario politico internazionale è il crescente conflitto tra gruppi di diverse civiltà; esso costituisce la più grave minaccia alla pace del mondo; soltanto un ordine internazionale fondato sulle civiltà può preservare il mondo da una nuova guerra mondiale, e stabilire sulla terra una nuova Civiltà ( con la lettera maiuscola). Vogliamo rendere conto al lettore delle articolazioni del discorso del! 'autore al quale seguiranno le nostre osservazioni ".
Infme, le interviste e gli articoli del sociologo islamico italiano, Magdi Allan, potrebbero completare, con maggiore attendibilità, la conoscenza della cultura islamica, che tanto interesse sta suscitando nel mondo occidentale cristiano dei nostri giorni.
p. luca arcese.


"Ma la gioia si tramutò in sgomento, quando videro l’uomo, che casualmente avevano creato, strapparsi dalla fronte una delle sette lettere, e poi restare immobile .Stava lì di fronte a loro, con la lettera serrata nella mano, mentre sulla fronte si formava una nuova scritta. Lessero:Dio è morto. Una sola lettera, un solo segno aveva mutato radicalmente il senso dell’iscrizione (…). Inorriditi, il profeta e il figlio gli chiesero che intenzione mai avesse. La risposta dell’uomo fu: da quando voi siete in grado di creare l’uomo, Dio è morto. La mia vita è la morte di Dio. Se l’uomo ha ogni potere, Dio non ne ha più alcuno"