Paolini P. Alessandro
PADRE ALESSANDRO PAOLINI
1983
"Perduta in Dio" (Suor Elia di San Clemente)
pp. 259 - Città Nuova Editrice - Roma

indice
Prefazione
Al lettore
Preludio - Un sorriso di Dio.
Capitolo 1
In piazza S, Marco di di Bari Vecchia
Capitolo 2
Il seme e il terrenobuono
Capitolo 3
Scuola e lavoro
Capitolo 4
Incontro al Signore Gesù
Capitolo 5
In famiglia
Capitolo 6
...E fuori
Capitolo 7
Per un cammino segnato
Capitolo 8 .
Il Carmelo di via De Rossi
Capitolo 9
Sulla soglia della casa di Dio
Capitolo 10
Preludio carmelitano .
Capitolo 11
Noviziato: le fondamenta
Capitolo 12
Tappe brevi per spazi infiniti
Capitolo 13
La maestra più giovane
Capitolo 14
La via della croce
Capitolo 15
Il segno sul volto
Capitolo 16
Oblio e... oblio
Capitolo 17
Perduta in Dio.
Capitolo 18
Quando l'amore trasfigura
Capitolo 19
Morire a Natale.
Capitolo 20
Come aveva detto
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ARCHIVIO
Riportiamo alcuni articoli apparsi sui primi numeri della RIVISTA DI VITA SPIRITUALE
di P. Alessandro Paolini, fedele discepolo di P. Gabriele di Santa Maria Maddalena, nel 1947.
(Li riportiamo fedeli a quanto scritto allora, anche se avrebbero bisogno di qualche aggiornamento)
[chiediamo scusa per gli inevitabili errori causati dalla scannerizzazione]
V I T A
CONVERSAZIONI SULL'ORAZIONE MENTALE
1
Anno 1° - marzo 1947 - N. 1 - vita - pag. 87 - 98
Fate la Meditazione.
Narra Mons. Toth Thiamer che una signora, preoccupata della salute di suo figlio, si recò da un dottore per consultarlo. Il medico dopo aver ascoltato quanto ella riferiva, concluse la sua diagnosi con queste parole: "Comprendo il caso di vostro figlio; non vi date la pena di farlo visitare da un medico, mandatelo piuttosto dal vostro confessore, poiché contro la malattia di vostro figlio la medicina è impotente: solo la fede lo può guarire".
Solo la fede lo può guarire... ma: non soltanto quel giovane, ma gli uomini di tutte le età, oggi più che mai malati nell'anima di una malattia che è peggiore della: morte. Per cui io metto in pratica il consiglio di quel medico modello e vi parlo di orazione mentale, cioè di fede: di fede che non resta lettera morta nel campo delle idee ma risuona nell'intimo della coscienza e si fa norma di vita. E vi domando subito, o miei cortesissimi lettori, fate voi la meditazione?
La meditazione! In questo tempo di preoccupazioni senza fine, di crisi d'ogni genere?...
Sì, perchè vi sono cose ben più importanti delle crisi annonarie, politiche, ecc.: vi sono le verità della fede che, qualora si conoscessero, sarebbe tutt'altra cosa questa nostra povera vita di un giorno, che dal tempo verrebbe immessa nell'eternità, e dagli umili pensieri della greppia verrebbe sollevata a pensieri di Dio. Insomma con la meditazione potremmo ricondurre o meglio ritrovare Dio in mezzo a noi ed avremmo allora un punto di orientamento per il nostro faticoso cammino. La meditazione è una iniezione di vita soprannaturale nei tessuti di questa nostra vita meno che naturale; e siccome siamo tutti nello stato che conosciamo, io vi domando : fate voi la meditazione?
E vorrei domandarlo a tutti : ai genitori ed ai figlioli, ai ladri e agli avvocati, ai muratori e agli ingegneri, ai tranvieri e agli spazzini; e se un giorno tutti mi potessero rispondere di sì, io sono certo che... le carceri sarebbero vuote; gli operai non farebbero sciopero e i ragazzi dì tredici anni non si accoltellerebbero tra loro né tanto meno accoltellerebbero i più grandi di loro.
La mia conversazione però non è rivolta a quelli che la meditazione non la fanno mai e non hanno nessuna intenzione di farla, voglio parlare con quelle persone che della vita di pietà fanno la loro vita e che, pur volendo, non riescono a meditare per mille e una ragioni . Parlo perciò alle madri di famiglia che hanno i figli discoli, parlo agli uomini che non bestemmiano e che faticano dalla mattina alla sera per assicurare il pane alla famigliola, parlo alle Suore degli ospedali e a quelle delle scuole, ai giovani di Azione Cattolica e alle Figlie di Maria: insomma a tutti coloro che, in mezzo a tanta sozzura, sentono il bisogno di immergersi in un bagno di fede, che, oppressi da un'aria troppo crassa e pesante, vogliono respirarne una più pura a pieni polmoni.
L'orazione mentale
Oggi una persona spirituale che si rispetti vi sa parlare di meditazione; ne parlano tutti i libri di devozione. Ma questo nome per molti ha qualche cosa di grigio, ricorda uno sforzo più o meno gradito, una lotta contro mille distrazioni per riuscire a comporsi una specie di predichetta morale con relativo esame di coscienza e qualche buon proposito in coda. Eppure la meditazione ben fatta è uno sfogo dell' anima, è un attinger alla sorgente della luce e dell'amore.
Vediamo in questo nostro primo incontro di darne il concetto, riservandoci per le altre occasioni di parlare del metodo, delle difficoltà, ecc. ecc.
Voglio ricordare subito che la Meditazione è preghiera. Ed è bene tenerlo presente perchè spesso si tende a fare della meditazione una predica, una dimostrazione teologica, una ricostruzione scenica della vita di un Santo, della vita e della passione di Gesù. La preghiera poi non è che una elevazione della mente a Dio per adorarlo, ringraziarlo, domandare perdono e chiedere grazie.
Quando si pensi che di Dio siamo i figliuoli il pensiero deve correre spontaneo al Padre dei Cieli; a sollevarlo dalle bassezze terrene servono la fede e la carità, due ali che nel Battesimo il Signore ci ha date per il volo dell' anima.
L'orazione è il sospiro dell'uomo che ricorda i suoi destini e la sua origine divina; sospiro che a volte si traduce in parola, a volte resta nascosto nel cuore: quindi due specie di orazione, la vocale e la mentale. La meditazione è orazione mentale; ma i due termini non dicono la stessa cosa: quando diciamo meditazione intendiamo dire l'orazione mentale più elementare, mentre orazione mentale è termine più generico comprendente nel suo significato anche i gradi più alti della preghiera .
Da ciò si vede che orazione vocale ed orazione mentale vanno perfettamente d'accordo, anzi potremmo domandarci con S. Teresa di Gesù se vi può essere orazione senza orazione mentale. « La differenza che passa tra l'orazione mentale e la vocale non consiste già nel tener chiusa la bocca. Se pregando vocalmente fossi veramente persuasa di parlare con Dio e attendessi più a Lui che non alle parole che pronuncio; unirei l'orazione mentale alla vocale. Che se invece vi affermassero che state parlando con Dio anche allora che recitando il Pater Noster avete la mente nelle case del mondo, non saprei più cosa dire » (Cammino cap. 22,1).
E nemmeno io saprei cosa dire, se non che allora anche i pappagalli,sarebbero buoni a pregare.
Si vede, da ciò che l'orazione mentale è l'anima, il midollo della preghiera senza cui essa si ridurrebbe a puro esercizio vacale e si vede pure cosa è orazione mentale nel pensiero di Santa Teresa: Pensare a Dio, con o senza parole non importa. Domandarsi, poi, se l'orazione mentale è necessaria, è lo stessa che domandarsi se per l'uomo è necessario ricordarsi di quello che ha di più nobile e duraturo: la sua qualità di figlio di Dio.
Pensare a Dio! Ma dovrebbe essere il movimento più spontaneo della nostra anima, il polo magnetico della nostra intelligenza. Senonché noi siamo testimoni ed attori di questa mostruosità: che mentre ci ricordiamo. di un genitore che può anche aver disonorato sé e la propria famiglia, paco ci ricordiamo di Dio, il Padre che unicamente non ci fa vergognare di essere uomini , e che fa scorrere nella nostra umanità germi di vita divina. Pensare a Dio, che nella sua paternità ci circonda d'amore, e benedirlo, adorarlo, ringraziarlo, domandare perdono e soprattutto sentirci figli suoi, questa è preghiera, tutta la preghiera; che quando trabocca dal cuore si riversa nelle parole delle nostre labbra e quando le parole non bastano più per contenerla si fa tacita ardente adorazione fino al totale smarrimento di se stessi nell'estasi dei Santi.
E' difficile tutto ciò? Non sarebbe difficile qualora riuscissimo a pensare qualcosa di più alto che non sia la materia di cui siamo formati, qualora, messe da parte per un po' di tempo ogni giorno le nostre preoccupazioni ed occupazioni contingenti, ci sforzassimo di pensare al mondo dello spirito che ci avvolge e ci penetra delle sue realtà eterne. Ci vorrebbe un po' di meditazione al giorno e allora il nostro occhio si aguzzerebbe fino a penetrare in Dio, il quale verrebbe ad essere il punto di orientamento della nostra esistenza, che non sarebbe piatta e strisciante, limitata ad esigenze di digestione, ma vita umana a riflessi divini. Conviene quindi che io vi parli di :
Meditazione.
Altri la chiamano orazione ordinaria, noi preferiamo ritenere il nome meditazione e per mantenerci nella terminologia teresiana nella quale ogni grado di orazione ha il suo nome caratteristico ed anche per non implicare col nome in questioni di scuola. Il nome di meditazione viene dato a questa forma di orazione mentale dall'operazione intellettiva che in essa predomina, la meditazione: il riflettere sulle verità al fine di penetrarle meglio, dedurne le conseguenze teoriche e pratiche. Nella meditazione noi meditiamo, riflettiamo sulle verità divine, su Dio e sulle sue perfezioni, sul Cristo e i suoi misteri, su noi stessi, i nostri destini. La nostra intelligenza non è intuitiva; abbiamo sì degli sprazzi di genio ma d'ordinario abbiamo bisogno di riflettere, di ragionare per comprendere una verità in tutta la sua estensione; abbiamo bisogno di riflettere per regolare su di un piano ordinato la vita. Questo è vero tanto per l' ordine naturale quanto per quello soprannaturale. Alla stessa maniera che ci è necessaria la riflessione per la conquista della scienza, ci è necessario riflettere per acquistare la scienza di Dio.
I Santi e gli scienziati sono tutti dei grandi meditativi;con questo di diverso che la scienza di Dio che acquista il Santo è una scienza d'amore alimentata, anzi resa possibile dalla fede e dalla carità. La meditazione è il termometro della umanità. Quanto più si medita tanto più si è uomini, tanto più si è santi. Gli scienziati e i Santi pur essendo assolutamente molti, sono relativamente pochissimi perchè all'uomo è più facile essere smemorato che diligente, la superficialità che la riflessione: è più comodo nascondere il talento che farlo fruttificare. Un talento nel caso significherebbe fede e carità, che, senza meditazione, restano talmente soffocate dalle preoccupazioni terrene, che la fede non dà più luci e la carità non dà più calore. E la povera anima viene così a trovarsi nelle tenebre e nello stridore di denti di cui parlava Gesù nel Vangelo.
La fede e la Meditazione.
Ho detto che la fede e la carità rendono possibile la meditazione. Nessuno ha mai visto Dio, scrisse il veggente di Patmos, e riflettere su una cosa che non si è mai veduta deve essere estremamente difficile, dato che la nostra conoscenza ha origine dai sensi. Ma al difetto dei sensi supplisce la fede. "La fede è per l' anima nostra ciò che sarà la visione beatifica in cielo, dove vedremo Dio come Egli è, faccia a faccia" (Marmion: Cristo vita dell'anima. L'orazione). Qui sulla terra, però non lo vediamo il Signore, Lo conosciamo come Egli è, tale quale Egli medesimo si conosce, tale quale Lo vedono i Beati nel cielo, ma non vediamo nulla: crediamo.
Crediamo alla parola che ci ha detto Iddio; il quale per parlarci di sé, per farcisi conoscere ha usato le nostre stesse parole, immagini e idee a noi famigliarissime. Ci ha rivelato così i misteri della sua vita intima, ci ha fatto conoscere Le Persone che compongono la Trinità Augusta, ci ha parlato delle relazioni che intercorrono tra noi e Lui: abbiamo saputo così che Dio è il nostro Padre Celeste - quanto dovremo ringraziare Gesù per averci detta questa parola! il nostro giudice e il nostro futuro rimuneratore, abbiamo conosciuto l'opera e gli insegnamenti del Cristo.
Tutto questo è la fede. Essa è l'adattamento della verità di Dio al linguaggio dell'uomo, essa è oscura perchè le parole e le immagini umane non possono esprimere l'immensità di Dio, ma è per noi certezza perchè è parola di Dio somma verità. "La fede - ha detto un grande pensatore - è fissata nel cuore dell'Increato, ma Dio le ha chiusi gli occhi ed è per mezzo delle immagini delle creature, che essa si ricorda di aver visto quaggiù, che Egli le narra i suoi misteri" (Maritain).
Dopo alcuni anni di prigionia il babbo ritorna. Nel, frattempo il bambino ha perduto, la vista per una delle tante sciagure che hanno funestato le nostre città. C'è papà, dice la mamma al bambino... ma egli non vede. Oh poterlo vedere un attimo solo! e intanto ripensa a quanto nei giorni di angoscia gli andava dicendo la mamma: tuo padre ti vuole tanto bene. . . è bello, è valoroso .. è alto così... E il bambino tenta ricostruire l'immagine del padre.
Miei cortesi lettori, tale è la situazione dell'anima nella fede,e vi dirò di più, quel bimbo è l'immagine di chi fa meditazione. La fede ci fa conoscere Iddio, ma ce lo tiene velato, ci tiene al buio; e in questa oscurità nel desiderio di conoscerlo, andiamo paragonando la verità che la fede ci dice con altre verità che noi conosciamo, da una verità conosciuta cerchiamo dedurne un'altra: discorriamo in noi stessi di Dio per meglio conoscerlo e per più amarlo. Questa è la meditazione. Giriamo attorno alla verità divina come la farfalletta gira intorno al lume. Oh! perchè non cadere come essa accecati dalla luce e bruciati dal calore?
Ci si guardi, però dalla fredda speculazione. Il teologo che sprofonda la sua mente nel dogma, medita ma non prega; così non prega il predicatore che scrive la sua predica: la meditazione non è semplicemente operazione dell'intelligenza, ma è anche movimento dell'amore verso Dio. La fede gioca nella meditazione un ruolo di primo piano, ma la fede viva, non già quella arida che è semplicemente un'idea. Chi medita deve avere prima di tutto una gran fede di essere in presenza di Dio. S. Teresa insiste tanto su questo argomento e avremo occasione di insistervi anche noi, in una prossima conversazione. "Immaginate che il divino Maestro vi stia vicino e considerate l'amore e l'umiltà con cui vi istruisce... se vi abituerete a stare con sì buon amico ed Egli vedrà che lo fate con amore cercando ogni mezzo per contentarlo non potrete mai torvelo d'attorno... non vi chiedo di concentrarvi tutte su di Lui, di formarne alti e magnifici concetti ed applicare la sua mente a profonde e sublimi considerazioni, vi chiedo soltanto che Lo guardiate. E chi vi può impedire di volgere su di Lui gli occhi dell'anima vostra sia pure per un istante se non potete di più? Possibile che potendo fermarvi fin sugli oggetti più ributtanti non siate poi capaci di contemplare la bellezza più perfetta che si possa immaginare?" (Camm., cap. 26).
Una volta avvivata la fede nella presenza di Dio non parliamo soltanto a noi stessi, parliamo a Lui, almeno guardiamolo di tanto in tanto, se non altro per domandargli se il ragionamento che stiamo facendo fila bene. E non crediate che per meditare così si richieda chissà quale cultura: ve lo ripeto, basta la fede. Sentite, racconta P. Matteo Crawley (Gesù Re d'amore), l'apostolo del Sacro Cuore aveva predicato a Lourdes. Un vecchio gli si avvicina e gli dice:
"Padre , è Lei che ha predicato?"
"Sì, sono io".
"Che belle cose ci ha detto!... Da vent'anni mi comunico tutti i giorni; faccio ogni giorno l'ora santa e Gesù mi sembra sempre più Re di misericordia e d'amore. Da vent'anni chiedo a Dio che faccia conoscere al mondo queste cose che Lei ha predicato oggi".
Dopo aver parlato a lungo, quando erano per congedarsi, il Padre Matteo lo invitò a scrivergli periodicamente le sue belle meditazioni. "Impossibile, Padre, io non so leggere né scrivere".
"Credetti dapprima - continua il Padre - che egli mi ingannasse e replicai: se non sapete leggere chi vi ha insegnato tutto quello di cui mi avete parlato? Allora assumendo un'aria seria e rispettosa, il buon contadino mi disse:
Senta, Padre, Ella celebra la Messa tutte le mattine; Lei ed io abbiamo dunque lo stesso Maestro. Se io so, ed Ella non sa, la colpa non è del Maestro ma è sua, Padre. Io ero sbalordito della risposta ed egli credette che non avessi compreso bene; aggiunse allora un paragone d'una bellezza e d'una precisione notevoli : Ecco, Padre, immaginiamo che questa volta sia l'altare; Ella è là da quel lato e stringe l'Ostia Santa tra le mani; io sono qui dall'altro lato, alla stessa distanza; tra noi, ad un breve passo, c'è il sole, Gesù.... Io lo vedo ed Ella non lo vede. La colpa non è certo del sole, ma dei suoi occhi".
Ogni commento penso sia superfluo. Dovremmo avere un po' della fede che aveva quel vecchio contadino e allora ci sarebbe facile fare la meditazione. Ma chi ci proibisce di averla?
L'amore e la Meditazione.
Nella meditazione hanno gran parte la fede e il ragionamento, ma non sono tutta la meditazione. Un assioma teresiano molto noto determina la natura e l'indole della meditazione :« L'orazione mentale non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare».
Il ragionamento intorno alle verità di fede, la fede stessa sono in funzione dell'amore. La meditazione più che una miniera di santi pensieri deve essere una fiamma d'amore che i santi pensieri servono ad alimentare. Certi direttori spirituali e alcuni corsi di meditazione ne fanno un puro esercizio mentale ordinato all'acquisto di nuove idee in materia di fede magari con qualche applicazione pratica alla vita: un misto di predica e di esame di coscienza. Io non dico che questo sia un errore e nemmeno che sia inutile, ma certo è un diminuire il valore della meditazione. Non bisogna dimenticare che la speculazione non è pane per tutti, mentre la meditazione deve essere il cibo quotidiano di tutte le anime: del teologo come della, madre di famiglia, della monaca di clausura e del bracciante perchè tutti abbiamo il dovere e il diritto di spendere almeno un po' di tempo con nostro Padre dei cieli.
Tante anime buone, dopo aver tentato inutilmente, abbandonano la meditazione perchè non riescono a pensare e disperano di poter mai giovarsi di un mezzo tanto decantato di perfezione. A tutti costoro io ripeto il consiglio di S. Teresa di Gesù: "Procurate di non affaticarvi troppo in considerazioni. Ponete a tacere l'intelletto e, qualora vi sia possibile, immaginatevi che il Signore vi stia guardando. Fategli compagnia, parlate con Lui, esponetegli le vostre suppliche, umiliatevi, deliziatevi della sua presenza" (Vita, 12, n.22).
Non dobbiamo dimenticare che siamo figli di Dio e che il sentimento primo di un figlio verso suo padre è l' amore . Quindi nella preghiera la nostra prima preoccupazione deve essere quella d'amare. Ma poiché per amare è necessario conoscere, noi richiameremo alla mente l'immagine del Padre nostro, ripenseremo alle parole che dicono tutta la sua tenerezza per noi, lo guarderemo nell'intimo della nostra anima dove Egli si cela e lo ameremo col cuore ripieno di gioia e riconoscenza per sentirci figli suoi così intimamente vicini a Lui. Ma non dimenticheremo però la nostra condizione di poveri uomini esposti al male, al peccato, dal quale forse siamo già stati feriti. E allora il nostro amore si farà umile nello stesso tempo che confidente; esporremo al Padre nostro i nostri timori, e le nostre ansie, faremo vedere le ferite che eventualmente abbiamo riportate, le piccole sconfitte e le piccole vittorie. Questa è la meditazione autentica, "un colloquio a tu per tu con Dio per esprimere il nostro amore a Colui dal quale sappiamo di essere amati".
Molte anime non sono capaci di mettere un pensiero dietro l'altro; ve ne saranno molte che non sappiano amare Dio quando pensino che sono davanti a Lui da cui sanno di essere amate?
La meditazione è un colloquio con Dio; ma Dio parla all' anima? Ai Santi parla talvolta n modo evidentissimo, ma a noi? Sembra difficile rispondere. Ma io ho una grande convinzione e dobbiamo averla tutti: siamo figliuoli di Dio.
E se ogni figlio ha il bisogno di parlare col Padre - di qui la nostra preghiera - Dio non può non rispondere al figlio che Gli parla chiunque egli sia, santo o peccatore. So anche che Gesù, il Figlio di Dio, Colui che abita nel seno del Padre, ci ha detto di domandare perchè avremmo ottenuto. Dunque io sono certo che Dio, mentre io gli parlo, parla all'anima mia anche se la sua parola io non riesco a sentirla perchè parla con parole "gemitibus inenarrantibus" (Rom., 8, 20). Ma l'amore che nella mia anima s'accende, ma quella maggior convinzione della presenza di Dio, quella persuasione sempre più convincente delle verità di fede, quella visione di Dio nelle circostanze che formano l' orditura della mia vita, quella gioia che spesso mi inonda l'anima senza che ne conosca il perchè, tutto è risposta di Dio mio Padre attento e vigile alla mia preghiera di figlio. Il Signore più che a parole risponde con i fatti e poiché nell'orazione noi poniamo la nostra anima nelle sue mani con tutte le nostre miserie, con tutte le sue ferite e con le impronte viscide del male, che altro può egli rispondere se non sanarci, mondarci, trasfondere nella nostra vita, che si sperde nelle cose terrene, l'onda della sua Vita Divina?
Terminiamo.
« Un giorno Gesù pregava. Quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare. Gesù rispose: quando dovete pregare pregate così: Padre Nostro che sei nei cieli... » (Luc., XI). Termino questa nostra prima conversazione con l'insegnamento di Gesù. Quando dovete meditare ricordatevi che siete figli di Dio, che parlate con vostro Padre.
Mamme, babbi, operai, sacerdoti, suore di clausura e degli ospedali, giovani di Azione Cattolica, farete bene la vostra meditazione poiché saprete certamente parlare col Padre da cui sapete di essere amati.
Fr. Alessandro di S. Giovanni della Croce O. C. D.
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CONVERSAZIONI SULL'ORAZIONE
2
Anno 1° - giugno 1947 - N. 2 - vita - pag. 217 - 230
I L M E T O D O
A tre mesi di distanza riprendiamo la nostra conversazione sulla meditazione - ci vuol tanto, miei carissimi lettori, a raggiungervi dalla celletta di questo mio Carmelo affogato nel verde e nel silenzio solo interrotto dal canto svariato di mille e mille uccelli, che popolano il monte.
Penso che qualche cosa ricordiate della chiacchierata precedente e mi lusingo che non vi sia dispiaciuto in linea di massima quanto vi ho detto. Particolarmente ricorderete il .concetto che alla scuola di S. Teresa, abbiamo dato della meditazione - "un colloquio dell'anima con Dio dal quale sa di essere amata". Avete compreso che, sempre secondo S. Teresa, la meditazione non consiste nel molto pensare
ma nel molto amare. Forse, per qualcuno di voi sarà stata una rivelazione, per qualche altro sarà stata una conferma di quanto andava pensando e praticando; non vi sarà nessuno che sarà rimasto un po' sconcertato dalla troppa semplicità della nostra meditazione?
Quando dovete meditare - io dicevo - ricordate i che siete figli di Dio, che parlate con vostro Padre... saprete certamente parlare con lui e farete bene la vostra meditazione.
Mi pare di cogliere sul labbro di qualcuno un' obbiezione : Come debbo fare? Non è mica tanto facile, almeno non è mica di tutti i giorni avere una fede sì desta che non appena io pensi al mio Padre celeste subito la mente si immerga nella considerazione del mistero divino e il cuore nell'amore.
La meditazione non è proprio essa un mezzo per acquistare la fede viva? E allora?
E allora, miei cari, è necessario che io vi faccia un discorso sul metodo. Non vi preoccupate, e sopratutto quelli che ne hanno non vengano fuori con troppa erudizione filosofica; non si tratta del famoso "discorso" di Descartes; si tratta di metodo di meditazione, perché anche per la meditazione può essere necessario un metodo.
Necessità di un metodo
Vi dico subito che questa del metodo è una questione che poco mi garba per molte ragioni. Prima,di tutto voler dettare un metodo nella preghiera mi sembra pretesa di imbavagliare lo spirito: chi può pretendere di imporre all' amore di nascere, svolgersi ed esprimersi in una data maniera? e all'intelligenza chi può prescrivere una via?
La preghiera, quando è sincera e spontanea, è qualche cosa di personale che affiora dalla coscienza e ridice tutti i palpiti dell'anima: la gioia, il dolore, il bisogno, il ringraziamento, la lode, l'adorazione, la muta contemplazione. Chi può convogliare tutti questi sentimenti, che continuamente si avvicendano nello stretto binario di un metodo dettato da altri? Se mai l'unico metodo possibile dovrebbe essere dettato per ognuno dalla propria esperienza.
Sì, tutte belle ragioni queste, e molte altre che potrei addurvi, e bisogna tenerne conto, ma che non valgono, a distruggere la necessità di un metodo di meditazione; basta guardare in faccia la realtà vissuta dell' orazione mentale, e non rimirarla unicamente da un punto di vista teorico, quasi da esteti.
L'orazione spontanea calda di affetti e raggiante di luce è un punto di arrivo più che di partenza. A volte sotto l'azione di determinate circostanze sentiamo il bisogno di gettarci ai piedi di Dio ed effondere tutta l'anima nel cuore del Padre.
Ma non sempre è così di Dio abbiamo sempre bisognò ma non sempre lo sentiamo, per la nostra dissipazione abituale. Travolti nel turbine della vita esteriore si e no avvertiamo che siamo capaci di vivere una vita interiore.
La meditazione è appunto un esercizio di questa vita interiore, ma chi medita è come colui che nuota .contro corrente: la corrente ci porterebbe all'esterno, al materiale all'effimero, alle frivolezze della vita, al pane, al cinematografo, ai milioni della S.I.S.A.L.; la meditazione invece deve spingerci all'interiore, allo spirituale, all' eterno, alla mortificazione, per renderci capaci di conoscere, amare, e godere Dio. Chi ha bene irrobustiti i muscoli al nuoto non teme la corrente, ma chi sa appena reggersi sull'acqua è travolto facilmente. Voglio dire con questo che è necessario un allenamento anche nella meditazione se vogliamo che questa sia per no un esercizio ordinario di vita interioriore: è
necessario un metodo.
La meditazione è una. scienza che si. apprende ed ha quindi il suo metodo; una volta appresa, quando è diventata una abitudine dello spirito, allora potremo fare a meno del metodo e conservarlo come si fa con i testi scolastici che abbiamo usati negli anni della nostra giovinezza e che possono sempre servire.
La scelta
Un metodo dunque ci vuole, ma quale scegliere? Non è una domanda oziosa questa. Vi sono infatti parecchi metodi di meditazione specialmente daI sec. XVI in poi; anche prima in pratica dovevano esisterne, ma da questo momento se ne incominciò a parlare nei trattati ascetici specialmente ad opera di Luigi di Granada, Francesco d'Osuna, S. Ignazio di Lojola, S., Francesco di Sales, S. Teresa di Gesù e molti dei suoi figli e discepoli. Ognuno di questi metodi ha certamente delle ottime referenze, nessuno però ha la pretesa di soddisfare tutti. Ognuno di essi parte da un concetto della meditazione e spesso riguarda particolari categorie di persone. l miei cortesi lettori mi dispenseranno dall'esposizione dettagliata di ognuno di essi perchè andremmo troppo per le lunghe e faremmo di questa conversazione uno sfoggio inutile di cultura spirituale. Vi esporrò soltanto brevemente il metodo teresiano così detto perchè trae origine da S. Teresa e da S. Giovanni della Croce. Non farò nessuna disquisizione storica circa l'origine del metodo per la ragione che vi ho detta e penso me ne sarete grati.
Se qualcuno mi domandasse per quale motivo do la preferenza al metodo teresiano, risponderei candidamente: per motivi « familiari» e, se non mi inganno per motivi di interesse comune. Scommetto del resto che i miei cortesi lettori troveranno questo metodo non troppo complicato e di largo respiro, sopratutto coloro che dell'orazione mentale fanno il cibo quotidiano della loro anima. 'Dirò anzi che esso è adatto unicamente per costoro ed è bene fare questa precisazione fin da principio.
Il metodo teresiano di meditazione non è consigliabile per coloro che, stanchi di una vita di peccato vogliono risolvere di rimettersi sulla buona strada; costoro hanno bisogno di qualche cosa di più forte che scuota il torpore della coscienza e faccia loro comprendere lo stato miserando in cui si trovano; hanno bisogno di missioni o degli esercizi di S. Ignazio. Con questo non voglio dire che unicamente le Suore di clausura possono usufruirne; no, operai e impiegati, sacerdoti apostoli e religiosi contemplativi, madri di famiglia e suore infermiere: tutti dal certosino fino al giovane esploratore e al bravo ragazzo di Azione cattolica possono trovare nella meditazione teresiana alimento di vita interiore. Chi ne resta escluso è l'amico del peccato, colui per cui Dio non suscita nessuna risonanza nel cuore. L' orazione teresiana infatti ha per punto di partenza e non soltanto di arrivo l'amore.
Il metodo teresiano prende le mosse dalla definizione che dell'orazione ha data S. Teresa: "L'orazione mentale a mio parere, è appunto un intimo commercio di amicizia nel quale ci si ferma sovente a trattare da solo a solo con Lui da cui sappiamo di essere amati" (Vita c. 8, n.5). Definizione meravigliosa piena di luce, di calore, di intimità. Definizione a largo respiro e pure netta e precisa, rispetta la sovrana libertà di Dia e quella dell'anima nei loro intimi rapporti, contro ogni restrizione che provenga da metodi troppa rigorosi o da direzione opprimente.
"Commercio intimo con Dio" perchè l'amore ha bisogno di intimità. Il contatto tra l'anima e Dio si realizza nelle profondità dell' anima dove Dio risiede col suo amore che la penetra e l'avvolge; ed è precisamente l"amore il mezza di contatto tra l'anima e Dio. Quanto più l' amore sarà forte tanto più il contatto con Dio si farà intimo e frequente (P. Marie Eugene de l'Enfant-Jesus, o.c.d. Les oraisons des dèbutants).
"Commercio intimo con Dio... da cui sappiamo di essere amati". Il sentimento di essere in presenza di Dio e di essere amati da lui domina tutta l'orazione teresiana, ne è il diapason e il termometro nella .stessa tempo. Nell' orazione, dice S. Teresa, "è l'anima stessa che sente di essere amata da Dia" (Vita c. 8, n.5) Si è orientati fin da principio verso l'esperienza del divino.
A questo concetto di preghiera si ispira il metodo teresiano di meditazione: qui bisogna arrivare, a questo tenderanno i mezzi, ossia le varie parti dell'orazione che il metodo propone.
Esse ci vengano enumerate per la prima volta in un manuale di formazione dei Novizi Carmelitani ispirato e approvato da S. Giovanni della Croce. Il maestro insegnerà ai novizi che l'orazione si divide comunemente in sette parti, cioè: la preparazione, la lettura, la meditazione, la contemplazione, il ringraziamento, l'offerta, la domanda (Instruccion de Novicios descalzos de la Virginen Maria del Monte Carmelo, Madrid, 1591). Forse qualcuno dei miei lettori che si aspettava un metodo più snello resterà deluso nel sentirsi enumerare ben sette parti dell'orazione, qualche altro un po' addentro in questioni scolastiche in materia di ascetica sbarrerà tanto d'occhi nel leggere tra quelle parti, un nome incriminato: "contemplazione". Un po' di calma e di pazienza e vedrete come tutto è bello, semplice ed attraente per chi abbia interesse di trattare intimamente con Dio.
Prima di entrare nella meditazione è necessario prepararsi ed è questo precisamente quanto si fa nelle due prime parti del metodo: preparazione e lettura. Esse non costituiscono propriamente l'orazione, ma ne sono il necessario presupposto. Prima di iniziare l'intimo commercio di amicizia nel quale ci si ferma sovente a trattare da solo a solo con colui dal quale sappiamo di essere amati conviene di sporsi, creare, direi così, l'atmosfera favorevole, conviene ambientarci. E poi bisogna preparare la materia del nostro trattenimento, affinché non ci accada di rimanere senza parola. Questo è il .compito della lettura, mentre l'altro è della preparazione.
Come ci prepariamo? Prima di tutto è necessario tralasciare ogn'altra occupazione. Non si va a fare la meditazione con la stessa spensieratezza con cu si va per esempio al cinematografo o ad una conferenza: si tratta di andare a parlare con Dio. Eccovi un consiglio pratico di S. Teresa: "Prima di tutto si fa il segno della S. Croce, poi l'esame di coscienza indi si recita il Confiteor. Ciò fatto, applicatevi subito, giacché siete sole, a trovarvi una compagnia. E che miglior compagnia potreste trovare se non quella dello stesso Maestro Divino? Immaginate che vi stia vicino e considerate l'umiltà e l'amore con cui vi istruisce (Cammino di Perfezione, c. 26, 1).
Distaccarsi da tutto, porre il cuore in solitudine e mettersi alla presenza di Dio. Quindi uno sguardo alla, nostra coscien a che ci mostrerà tutta la nostra miseria che noi non vogliamo nascondere ipocritamente ma porre umilmente ai piedi di Dio. Egli ci è presente, vicino a noi, in noi; a lui solleviamo lo sguardo dell' anima con la fiducia del bambino che tutto spera, Con questo l'atmosfera della preghiera è creata: fede, umiltà, fiducia; in questo ambiente ben presto si desterà la scintilla d'amore.
Ma l'orazione mentale non è semplicemente una pia elevazione della mente, è un colloquio; è necessario quindi preparare la materia del nostro trattenimento con Dio particolarmente quando all'orazione si dedica un certo tempo. E' quello che facciamo nella lettura.
Quali letture possono fornirci materia di meditazione ? Prime di rispondere ricordiamo ancora una volta l'essenza della nostra orazione: "intimo commercio con Dio". Tutto ciò che può suscitare non solo idee, belle riflessioni, ma sopratutto affetti, è materiale adatto per la meditazione. In primo luogo il Santo Vangelo con tutti gli episodi della vita di Gesù e del suo grande amore per noi. Oggi poi vi sono tanti manuali di meditazione che ognuno può facilmente trovare di che cosa nutrire lo spirito. Un grande potere di raccogliere lo spirito in sante considerazioni è stato riconosciuto da molti autori ascetici alle opere di S. Teresa di Gesù e di S. Giovanni della croce . Ai principianti potrebbe consigliarsi la meditazione già svolta nei vari manuali, mentre per chi ha già acquistato una certa pratica potrà, facilmente, essere sufficiente un brano del Vangelo, delle Lettere di S. Paolo o di qualunque altro passo del Nuovo Testamento.
Per quanto riguarda la lettura è facile cadere in due eccessi contrari. Vi sono di quelli che passano tutto il tempo della meditazione in continua lettura; altri hanno invece, si direbbe, la fobia del libro, pretendono contemplare. E così non meditano né gli uni né gli altri e la loro orazione si riduce semplicemente ad una buona lettura ovvero ad un continuo susseguirsi di distrazioni se mai qualche orazione giaculatoria. E' il caso di tanti giovani principianti.
La meditazione
Postasi alla presenza di Dio nell'umile conoscimento di se stessa, dopo aver preparato il soggetto della propria conversazione, l'anima entra nella meditazione, la terza parte del metodo teresiano. La meditazione è la nota caratteristica di questo grado dell' orazione mentale, tanto che gli autori antichi lo distinguono dagli altri gradi con questo nome. Possiamo distinguere nella meditazione due operazioni principali: la rappresentazione del fatto o della verità che si vuoi meditare, e la considerazione o riflessione. Nella rappresentazione gioca un ruolo importante la immaginazione: si cerca, per esempio, di ricostruire quell' episodio della vita di Gesù, come la flagellazione, la coronazione di spine, oppure la nascita a Betlehem, coi colori più vivi così che rimanga come un quadro nella nostra mente e susciti affetti nel cuore. E' quello che nel metodo di S. Ignazio si chiama composizione di luogo e che ha tanta importanza nella meditazione degli Esercizi. Ma non si deve insistere in questa prima operazione della meditazione se non quanto basti a raffigurarci il mistero.
Ai principianti, specie ai giovani, sarà bene indulgere di più: hanno spesso un 'immaginativa così vivace che è meglio impiegarla nel bene, tanto più che verrebbe a distoglierli in mille maniere se subito si immergessero in operazioni puramente intellettuali. Insomma la rappresentazione ha un valore, ma secondario e non deve perciò occupare troppo tempo dell'orazione mentale. Quando l'episodio è sufficientemente vivo nell'immaginazione passiamo alla seconda operazione. E' qui che si realizza particolarmente il concetto di meditazione; in essa infatti l'intelletto passa da una riflessione all'altra, da un principio deduce una conclusione, fa dei raffronti per approfondire Ia conoscenza di una verità.
Nel metodo teresiano che stiamo esponendo la meditazione è semplice speculazione: è sì, esercizio dell'intelletto, ma ha di mira la volontà, l" amore. "L'orazione è intimo commercio di amicizia tra l'anima e Dio". L'amicizia però suppone la conoscenza reciproca degli amici: nella considerazione l'anima cerca di conoscere meglio il suo amato Signore, di scoprire quel volto che unicamente desidera rimirare, di conoscere le profondità abissali dei misteri di Dio, affinché meglio conoscendo, maggiormente ami.
Si mediterà sopratutto specialmente al principio,, il mistero di Cristo, il suo grande amore per noi, particolarmente nella suprema manifestazione, la Passione: "Ci mettiamo a meditare un punto della Passione, per esempio la flagellazione alla colonna. L'intelletto deve indagare i motivi che gli possono far meglio comprendere tutta l'acerbità dei dolori e delle angosce che Sua Maestà ebbe a soffrire in quell'abbandono" (Vita, c. 13, n. 12). "E' una cosa buona fermarsi alquanto a lavorare d'intelletto, pensando chi è che soffre, che cosa soffre, per chi soffre e l'amore con cui soffre" (Vita c. 13 n. 12).
Quanto tempo dobbiamo rimanere in queste considerazioni? E' difficile dirlo così in generale; certo che l'operazione intellettuale è più importante della semplice rappresentazione ad opera dell'immaginazione, ma non è' tutto nell'orazione teresiana che è ordinata a qualche cosa di più alto. Il discorso meditativo è la caratteristica di questo grado di orazione mentale, ma non è il suo elemento più prezioso. Ascoltate ancora una volta S. Teresa: "Ecco un avviso che raccomando molto a coloro che sanno discorrere con l'intelletto e che da un pensiero sanno dedurne molti altri e molte altre riflessioni... costoro dico che non devono impiegare in questo tutto il tempo dell'orazione" (Vita. c. 13, n. 11). "Procuriamo di non affaticarci troppo in queste considerazioni" (Vita c. 13 n. 22).
Per rispondere dunque alla domanda che ci siamo posta, rimarremo nell'operazione intellettuale discorsiva finché non avremo una certa convinzione della verità che stiamo meditando; quando avremo compreso l'acerbità' dei dolori di Gesù e saremo ben convinti che tanto egli ha patito per noi con cuore traboccante di amore misericordioso, non cl fermiamo più ai sottilizzare; l'intelligenza ha fatto il suo dovere, passiamo oltre: l'orazione non consiste nel molto pensare ma nel molto amare. C'è il dolce tratto intimo con Dio che ci attende.
La contemplazione
La meditazione con le due operazioni di cui essa risulta, rappresentazione e considerazione, ha per scopo di muovere la volontà ad amare. Quanto più di conosce tanto più si ama e perciò l'intelletto attraverso ad una successione di considerazioni ha cercato di illuminare l'oggetto della sua meditazione, di conoscerlo meglio e più intimamente; l'oggetto conosciuto provoca l'amore.
Vi è quindi un punto nella meditazione in cui l'intelletto deve mettersi in disparte e ceder il passo alla volontà infiammata dl amore. Quando scocca questo momento sul quadrante dell'orazione? Dipende da molte circostanze. Un principiante sarà bene che insista molto nella meditazione discorsiva; chi invece è abituato alla meditazione ha certamente acquistata una certa sensibilità di amor di Dio, per: cui basta qualche riflessione a suscitarlo ed alimentarlo. Vi sono poi dei temperamenti più o meno affettivi. Vi saranno anche dei giorni più o meno fortunati. Quindi in pratica il tempo materiale da darsi alla considerazione lo determinerà la prudenza del direttore spirituale e dell'interessato. Comunque sia è però necessario nel metodo teresiano smetterla una volta con l'operazione discorsiva propriamente detta ed entrare nella contemplazione.
Prego ancora una volta coloro che sanno di Teologia mistica a non impaurirsi del nome, me lo lascino correre, e se proprio non lo vogliono ammettere, lo sostituiscano con quest'altro: colloquio affettivo. lo non faccio discussioni di nomi, mi interessa soltanto che ascoltino e pratichino quanto dice S. Teresa. « Poniamo a tacere l'intelletto, e qualora ci sia possibile, immaginiamoci che il Signore ci stia guardando. Facciamogli compagnia, parliamo con lui, esponiamogli le nostre suppliche, umiliamoci, deliziamoci insomma della sua presenza, ricordandoci sempre però che siamo indegni di stargli innanzi. Quando un'anima può fare questi atti, anche se ancora è sul principio dell'orazione, riceverà gran profitto. Questo modo di pregare è assai vantaggioso» (Vita, c.13, n. 22).
Ecco l'apice dell' orazione mentale discorsiva di S. Teresa. E' qui che l'anima intreccia l'intimo commercio di amicizia col suo Dio, da sola a sola con lui da cui sa di essere amata. Iddio la guarda ed essa lo guarda, compresa della propria indegnità, ma piena di confidenza, col cuore riboccante d'amore. Ormai non ha più nulla da speculare. E' qui che convinta di essere davanti al suo Dio, sente di essere amata da lui e si studia di riamare. Di tanto in tanto qualche parola più che articolata dalle labbra sgorga dal cuore: è la preghiera confidente, è l'amore che si dona, è forse il ricordo dei fratelli che non conoscono le caste ebbrezze dell'amore divino.
"O Sovrano Nostro Signore, potenza infinita, bontà suprema, sapienza eterna senza principio e senza fine, Voi le cui opere non hanno limite, le cui perfezioni sono incomprensibili ed infinite, oceano senza fondo di meraviglia, bellezza che in sé comprende ogni altra bellezza, Voi che siete la forza medesima, oh se in questo momento, gran Dio, io potessi avere tutta la sapienza e l'eloquenza degli uomini! Come potrei far ben comprendere... qualcuna delle vostre molteplici perfezioni che ci possono far conoscere qualcosa di ciò che Voi siete!... Per intendere questo però bisogna che vi avviciniate a lui e appena gli sarete innanzi comprenderete subito chi sia quegli con cui parlate" (Cammino di perfezione, c. 22, n. 6-7). L'anima parla al suo Dio, gli mostra la propria miseria, gli espone i propri bisogni, gli domanda sopratutto l'amore. E Iddio risponde all' anima.
Sì, dobbiamo averla questa convinzione perchè è fondata sulle parole di Gesù. Iddio è vicino all'anima che lo cerca, ed opera in lei. "Quantunque non si oda alcuna voce non crediate che il Signore stia zitto. Egli risponde al cuore quando è il cuore che lo prega" (Camm. di Perf., c. 24, n.5). Risponde con l'effusione della sua grazia di luce, e di amore.
Ecco cosa è il colloquio affettivo che nel metodo teresiano viene anche chiamato "contemplazione". E' questo il punto che si ha di mira fin dal principio ed è quello che è destinato ad acquistare sempre di più nell'orazione mentale fino a sostituire quasi completamente la meditazione discorsiva.
Le ultime parti
Il ringraziamento, l'offerta e la domanda non possono dirsi elementi essenziali dell'orazione mentale, ma atti particolari di essa. Il posto più adatto per essi sarebbe nel colloquio affettivo. Qui infatti è opportuno ringraziare il Signore di tutte le grazie che continuamente ci elargisce e in particolare del tempo che ci ha concesso di trascorrere con Lui nella santa orazione. Come pure nel colloquio si avrà modo di porgere a Dio le nostre domande, sia generali, sia per un particolare momento della nostra vita spirituale e temporale. Soprattutto non dimenticheremo mai di domandare la sua grazia e il suo santo amore. Infine faremo qualche offerta al Signore: determinati atti di virtù, la nostra libertà, la nostra vita.
Sono atti questi che sgorgano spontanei durante l'orazione e perciò si possono ripetere ovunque e sono pienamente facoltativi. Quand'anche si omettessero per dar luogo ad attidi amore, non per questo non sarebbe ben fatta l'orazione. Possono però sempre essere utili e specialmente gioverà sempre chiudere l'orazione con qualche buon proposito di virtù.
Concludiamo
Il metodo teresiano di orazione mentale è un metodo prevalentemente affettivo e contemplativo. Suo scopo è realizzare intime relazioni di amicizia tra l'anima e Dio, da cui essa sa di essere amata. Per questo prima di porsi a meditare l'anima si raccoglie in se stessa, si pone alla presenza di Dio in atteggiamento umile e fiducioso, riconoscendo la propria indegnità e adorando l'infinita misericordia di Do (preparazione). Sotto lo sguardo del Divino Maestro cerca nei Libri Santi e in quelli degli uomini quelle pagine che le parlino di lui e che è l'oggetto dei suoi desideri (lettura). Tutto le dice delle infinite perfezioni del suo Dio troppo superiori alla sua capacità limitata ed allora pone in azione tutte le sue facoltà, immaginazione, memoria, intelligenza, per la ricerca di una conoscenza maggiore (meditazione). Ma vuole, e sopratutto, amare. E' questo il suo desiderio fin da quando ha preso le mosse per la preghiera. Ora il suo intelletto si fissa in Dio soavemente e la volontà si perde nell'amore (colloquio).
Nell'amore domanda, ringrazia, si dona. Miei buoni lettori, è difficile tutto questo? Il metodo teresiano è un metodo che dilata il cuore e lo sospinge non già nell'arida speculazione, ma nel mare immenso dell'amore.
Ed io penso che esso sia molto adatto per gli uomini del nostro tempo che amano poco i lunghi discorsi. Recentemente un carmelitano di Francia esponeva l'orazione teresiana suscitando grande interesse nei monasteri e nei seni giovanili. Perchè non dovrebbe accadere lo stesso fra noi? Anche in Italia è largamente sentito il bisogno di Dio.
Fr. Alessandro di S. Giovanni della Croce, O.C.D.
3
CONVERSAZIONE SULL'ORAZIONE
Anno 1° - settembre 1947 - N. 3 - vita - pag. 343 - 357
Orientamenti
Nella conversazione precedente vi parlai di un metodo di meditazione, il metodo teresiano. Posso lusingarmi che esso sia riuscito a convincere i miei buoni lettori?
Accade a me in queste conversazioni trimestrali, su carta un po' come a chi parla alla radio. (perdonate il paragone presuntuoso). Chi parla alla radio affida la sua parola all'onda, e dove si perda, come sia accolta non sa.
Così io vi parlo e mi illudo di dirvi cose che vi interessano, ma avrei piacere di ricevere una vostra parola che mi dicesse che non vi annoiate, che anzi prendete interesse alla mia conversazione; mentre vorrei che mi poneste qualche difficoltà.
Non è così che si conversa?
Dunque vi aspetto. Intanto anche per questa volta riprenderò io il discorso.
Dal discorsetto che tre mesi or sono vi ho tenuto sul metodo di meditazione avrete potuto ricostruire quella che è l'impalcatura dell' orazione teresiana.
Ma io vi ripeto ancora una volta di non confondere il metodo con l'orazione: son due cose distinte. Il metodo è ordinato all'orazione, è un mezzo, una guida e perciò stesso è suscettibile di variazioni, può perfino scompari.
L orazione, lo ricordate bene, è un colloquio con Dio dal quale sappiamo di essere amati. Se noi avessimo sempre desta la convinzione di parlare con Di e di essere da Lui amati, non avremmo davvero bisogno di metodo, ché le parole uscirebbero spontanee dal nostro labbro e ridirebbero tutti i sentimenti che un figlio può avere verso suo padre. Non solo, ma si farebbe anche a meno di parole e ci si contenterebbe di porre dinnanzi allo sguardo di Dio la nostra anima aperta nell'attesa fiduciosa, pronti ad accogliere la parola di Dio che risuona nello spirito, e docili alla sua azione che nell' anima purifica, rinnova e crea.
E questa sarebbe la migliore orazione, senza parole e senza speculazioni; ci si intenderebbe con Dio per segni o con un semplice sguardo, direbbe S. Teresa.
E non è mica cosa impossibile.
Oh, se fossimo fedeli nella pratica dell' orazione!
Voglio dirvi con questo che l'orazione mentale non necessariamente deve rispondere al quadro che ne abbiamo fatto parlando del metodo.
Essa assumerà fisionomie diverse a seconda dei temperamenti, del diverso grado di cultura e di perfezione e di chi prega.
Mentre vi dico queste parole sulla carta giunge alla mia celletta la voce di una povera donna che - tutt'altro che Matelda - si aggira a piedi scalzi sul prato bagnato di rugiada, cogliendo delle erbe per le sue bestioline. Canta su un'aria improvvisata le parole del « Tantum ergo» o le strofette della "via crucis".
Che non sia quella la preghiera del mattino? Mentre gli uccelli pregano sugli alberi, nelle siepi, a volo nell'aria, lei, poverina, prega come può, cantando il «Tantum ergo» o le strofette della «via crucis». Non sarà anche essa del numero di coloro che adorano Dio in spirito e verità?
Vi è nell' orazione mentale come in ogni altra attività umana un'evoluzione progressiva . Cercherò in questa conversazione di toccarne alcuni momenti particolari, senza andare molto in alto, rimanendo nell' ambito della meditazione.
Questa porta nella sua essenza una tendenza finalistica che la trasporta nei cuore dell'orazione, relazione di amicizia tra l'anima e Dio: si medita non per speculare su Dio, ma per amare Dio.
Per darvi un orientamento nella realizzazione dello scambio di amore tra l'anima e Dio nella preghiera, vi ho tracciato il metodo teresiano. Chi lo seguirà riuscirà certamente a far della buona orazione come la concepiva S. Teresa.
Ma è assolutamente necessario seguire questo metodo in tutte le sue parti fin dal principio della via dell' orazione? Si potrebbe anche domandare se ciò sia sempre possibile. Vi sono delle persone alle quali non è facile raccogliere i propri pensieri intorno ad un'idea, che non concepiscono preghiera se non consiste in Pater Noster ed Ave Maria; vi possono essere di quelli cui è superfluo soffermarsi nella lettura ed altri invece che necessariamente debbono leggere. E allora, mi domando, che ne faranno costoro del mio metodo? Potranno essi fare della loro preghiera "un colloquio cori Dio dal quale sanno di essere amati"?. Ma certamente.
In ogni forma di preghiera purché sia preghiera, c' è una vena di orazione che va mano a mano ingrossando fino ad investire e travolgere tutta una vita terrena nella vita eterna. Seguiamo il corso di questa vena limpida che, come disse Gesù alla donna samaritana, nasce nell'anima sotto l'azione di Dio.
Orazione vocale-mentale
La prima preghiera che noi rivolgiamo a Dio Padre nostro, quasi primo saluto, è orazione vocale. Ed è naturale che sia così: noi balbettiamo babbo e mamma molto prima di averne l'idea, e quando la nostra intelligenza bambina arriva finalmente a riflettere sul significato o di quei due nomi, è già da un pezzo che essi hanno fatto risuonare di grida non sempre festose le pareti della nostra casa ed hanno provocato la gioia nonché l'impazienza di chi per primo ce li ha insegnati. E così anche quando il padre che noi chiamiamo è il Padre dei cieli.
Ancora una volta la vita della grazia ricalca le orme della vita. naturale.
Si può ridire la gioia di papà e mamma quando per la prima volta ascoltano la nostra voce che miracolosamente si articola a chiamarli, ma non si potrà mai ridire la gioia che fa trasalire il cuore di Dio quando ascolta una nuova creatura che Lo chiama sulla terra. Ma la preghiera che giunge fino a Dio è non soltanto suono, ma voce dell'anima; non dev'esser solo tanto attività esteriore ma prevalentemente interiore deve contenere un germe di meditazione.
Gli Apostoli, un giorno, avevano veduto pregare Gesù, e dopo che Egli ebbe pregato gli dissero: Signore insegnaci a pregare; Gesù insegnò quella preghiera che forse proprio allora gli era sgorgata dal cuore "Padre nostro che sei nei cieli... ". Pochi io penso avranno valutato il Pater come lo ha valutato S. Teresa di Gesù. Orbene è opinione di S. Teresa che anche il "Pater" non è vera preghiera se non è in qualche modo meditazione. Lasciamoci dunque insegnare da Lei a recitare una preghiera tanto sublime. «Voglio consigliarvi e potrei anche dire insegnarvi... il modo di pregare vocalmente. Non voglio già parlarvi di certe preghiere assai
lunghe... ma soltanto delle preghiere che come cristiani dobbiamo necessariamente recitare:. « il Pater noster e l'Ave Maria ».
«Non bisogna che si dica di noi che parliamo senza comprendere ciò che diciamo, almeno che non vogliamo essere di quelle persone a cui basta agire per abitudine, paghe soltanto di pronunciar parole. Non discuto se ciò basti o no: La decisione ai dotti. Quanto a noi, vorrei che non ce ne contentassimo affatto.
«Quando io recito il "Credo" mi par ragionevole che mi renda conto e sappia ciò che credo; e quando recito il Pater noster mi sembra che l'amore debba esigere che io intenda chi sia questo Padre e chi il Maestro che ci ha insegnata tal preghiera.
«Se dite basta saper una volta per sempre chi sia quel Maestro, potreste anche dire che basta recitare quella preghiera una volta soltanto per tutta la vita.
«Iddio non permette mai che recitandola trascuriamo di ricordarci spesso di chi ce l'ha insegnata.
«E' bene inoltre considerare che il Signore ha insegnato e continua a insegnare questa Sua preghiera a ciascuno di noi in particolare.
«Il Maestro non è così lontano dal suo discepolo da dover alzare la voce per farsi intendere: anzi gli è molto vicino. E io vorrei che foste profondamente persuasi, per ben recitare il Pater, di non dovervi mai allontanare da chi ve l'ha insegnato» (Camm. di Perfezione, c. 24).
Perdonatemi una citazione così lunga ma non potevo farne a meno: essa contiene tutto il pensiero di S. Teresa sull' orazione vocale.
Ne deduciamo tre condizioni per poter ben pregare vocalmente, se non vogliamo annoverarci nel numero di quelle persone «cui basta ,solo pronunciar parole ».
1). Rendersi conto di ciò che si dice; approfondire il: senso della nostra preghiera.
2). Recitare il Pater col pensiero rivolto al Cristo per il quale unicamente abbiamo il diritto di chiamare Iddio Padre nostro. Pregare con Lui non soltanto nel ricordo di Lui, ma in unione di intenzione e di affetti.
3). Il Signore Gesù ha insegnato la sua preghiera non una sola volta nel tempo, ma continua a ripeterla a noi e in noi ogni volta che ci facciamo a ridirla.
Di conseguenza durante la preghiera abbandonate la nostra anima all'azione del divino Maestro che è sempre pronto a suscitare nuovi ricordi, a muovere nuovi affetti. Non parliamo troppo noi per dare modo all' eterna Parola di Dio di risuonare in noi. Come è viva la preghiera fatta così e quanto è misera quella successione di Pater ed Ave Maria con la mente distratta che non sa.
Ma per pregare così si richiede già molta meditazione, direte voi.
La vostra insinuazione l'aveva già preveduta S. Teresa: « Mi direte che questa è già una meditazione, ma io vi dichiaro che non so comprendere come l'orazione vocale possa essere ben fatta, quando sia separata dal pensiero di Colui a cui ci rivolgiamo. O che forse non è doveroso quando si prega, pregare con attenzione » (Camm. Perf. 24).
La logica di S. Teresa è stringente: la buona preghiera vocale è quella insegnata da Lei; converremo pure che per pregare così è necessario meditare. Il che significa che il primo grado di orazione mentale bisogna andare a ricercarlo nella preghiera vocale ben fatta.
L'orazione mentale è quindi l'anima della preghiera, l'elemento che le da vita; a mano a mano che essa si sviluppa, le parole vengono meno, si fanno rare: basterà un solo Pater per raccogliere l'anima profondamente.
S. Teresa ci parla di una persona di sua conoscenza che per recitare alcuni Pater noster in onore del Sangue prezioso di Cristo, impiegava delle ore intere (Camm. Perf. 30)). Era giunta così senza saperlo ad alta contemplazione.
La preghiera vocale fatta secondo gli insegnamenti di S. Teresa può essere per molte anime un ottimo metodo di orazione mentale. All'opera dunque: nessuno potrà dire di non poter recitare come si deve il Pater noster e l'Ave Maria.
La lettura meditata.
L'orazione vocale è un .primo ed ottimo orientamento per l'orazione mentale, ma non è detto che sempre e per tutti debba riuscire.
Se dovessimo nutrire la nostra orazione soltanto di Pater ed Ave Maria o di qualunque altra preghiera anche li liturgica, facilmente si cadrebbe nel vago. Presto o tardi la preghiera sarebbe sterile, vuota di idee e di sentimento. E questo non per l'insufficienza intrinseca di quelle orazioni bellissime sgorgate dal Cuore di Gesù e della Chiesa, ma per insufficienza nostra a scavare le ricchezze inesauribili che in esse si nascondono; senza dire poi degli effetti deleteri che potrebbe produrre l'abitudine.
Non dico una novità quando affermo che la maggior parte delle nostre preghiere sona inquinate da mille distrazioni.
Per molte persane la lettura di un buon libro potrebbe essere la chiave dell' orazione che altrimenti non riuscirebbero a fare.
Già nella conversaizione precedente vi ho detto qualche cosa della lettura come elemento di oraziane mentale, ma lì si trattava di lettura carne parte del metodo e per di più parte integrante, quasi all'atrio dell' orazione; ora vi parlo di una lettura che per molti è condizione senza la quale non sarebbe possibile orazione mentale.
Nel numero di costoro si è travata, e per malti anni, la Santa che dell'orazione è maestra: Teresa di Gesù, e ne ha descritto con la sua abituale precisione lo stesso metodo:
«Quelli che non possono discorrere con l'intelletto..... in questo esercizio sona condannati a provare grande pena e fatica, perchè, essendo la volontà inattiva, e non avendo l'amore un oggetto con cui occuparsi, l'anima si trova come abbandonata a se stessa, senza sostegno e incapace di meditare. La solitudine in cui si trova le reca una grandissima pena, ed è terribilmente combattuta da aridità e da pensieri importuni (Vita c. IV, 7}.
Quanti in questa descrizione riconosceranno se stessi nella preghiera. Si lotta; e le distrazioni ritornano insistenti ad affaticare la mente, a fiaccare la nostra volontà di resistere.
Infatti, cose e persone assumono un'evidenza così viva, dei colori così accesi nella nostra immaginazione quali mai forse hanno avuti nella realtà.
E allora, oh che preghiera, che orazione estatica!
Diremo a costoro di respingere le distrazioni, di sforzarsi a meditare, a raccogliere le proprie idee, di tenere a freno la fantasia: tutta una serie di sforzi e di ginnastica di volontà che stanca la testa e altro forse non lascia che il merito di un lavoro pesante, senza positivo risultato.
Chi non ha mai sentito darsi un consiglio come questo: anche se la tua meditazione si passasse interamente nella nel lottare contro le distrazioni; forse davanti a Dio avrà più merito di un' orazione che si svolge fra mille consolazioni.
E' un bel modo di consolare questo, ma non è certamente un aiuto a far bene 1'orazione. mentale.
Lottare contro le distrazioni non è proprio lo stesso che pregare, anche se per pregare è necessario, a volte, lottare contro le distrazioni..
Un buon libro invece eviterebbe tanta fatica alla testa e farebbe trarre dall' orazione quel frutto che altrimenti sarebbe impossibile ottenere.
Ascoltiamo ancora S. Teresa.
"Il libro invece aiuta molto a raccoglierli; anzi è a loro indispensabile; leggano quindi, sia pure poco, ma leggano: alle volte anzi dovranno accontentarsi di far consistere la loro orazione soltanto nella lettura".
Ed aggiunge un'esperienza personale che forse sorprenderà molti:
« Per diciotto anni, a meno che non fosse subito dopo la S. Comunione, non osavo incominciare la meditazione senza prendere il libro... Il libro mi era non solo di compagnia ma anche di scudo contro cui andavano a finire gli assalti dei molti pensieri importuni... L'aridità di spirito mi assaliva principalmente quando ero sprovvista di libro... mentre col libro alla mano i pensieri, anche i più svariati, sparivano e m'immergevo nell' orazione con piacere. Molte volte mi bastava soltanto aprire il libro, altra volta leggevo un poco, altra invece di più, sempre a seconda della grazia che al Signore si degnava di farmi »(Vita c. IV, 8-9).
Questo stato in cui S. Teresa si trovò per diciotto anni non potrebbe anche essere il nostro?
E allora facciamo come faceva Lei: libro alla mano. Non perdiamo tempo in inutili sforzi che, stancando la nostra .volontà, ci espongono maggiormente all'assalto di pensieri importuni, ma a mezzo del libro portiamo nella nostra mente sconvolta un pensiero nuovo che sarà per essa come una nuova luce. Non si tratta di fare una semplice lettura, ma una lettura meditata, riflessiva che a tratti si interrompe, quando un'idea avrà colpito l'intelligenza e il cuore per ruminarla, per assimilarla, applicarla a noi. Leggerai una volta più, una volta meno, come faceva S. Teresa, secondo che la lettura ti somministrerà. buoni. pensieri, poi chiuderai il libro e rifletterai: produrrai qualche cosa di tuo. Quando avvertirai i sintomi di una nuova stanchezza, e non avrai più da ricavare nel pensiero letto, apri ancora una volta il libro e cerca nuovo nutrimento per la tua preghiera.
Un capitolo del Vangelo ti potrà somministrare materia di riflessione per qualche ora.
Ma mentre leggi e rifletti, ricordati di Dio: non dimenticare che sei alla sua presenza; dirai di tanto in tanto qualche giaculatoria nella quale domanderai luce per conoscere ed amore per amare.
Verrà anche il. pensiero importuno, ma tu ti sentirai più pronto a respingerlo, perchè la tua intelligenza, ha un'occupazione migliore.
Intanto Dio vede i tuoi desideri, le parole che tu leggi saranno per te seme del Verbo che illumina ogni uomo che viene nel mondo.
Questa può essere la forma di orazione mentale dei principianti che verranno così mano a mano addestrandosi nella meditazione, ma potrà essere utile a chiunque non abbia facilità di condurre una meditazione da sé.
Orazione di raccoglimento
Assistiamo spesso tanto nella vita naturale quanto nella vita dello spirito a dannose dispersioni di forze che ne minimizzano il rendimento. Causa di ciò è non avere un punto fermo di consistenza, un'idea centrale che susciti e coordini le molteplici attività al loro fine particolare e comune. Vite anarchiche, disorganizzate e perciò destinate al fallimento.
Parlando di vita spirituale e più precisamente di orazione, non vi sarà un'idea che valga a raccogliere tutte le energie dello spirito e protenderle a Dio?
S. Teresa era preoccupata da questo problema per sé e per gli altri, e fortunatamente ne trovò una soluzione felice.
Il problema nel campo dell'orazione le si poneva press'a poco così:
L'orazione è intima relazione di amicizia con Dio. Ma come richiamare lo spirito alla realtà della vita soprannaturale, quando è tutto avvolto dal mondo naturale? In altre parole come fissare in Dio l'occhio dell'intelligenza, quando noi non sappiamo veder altro che corpo? Come pensare. come amare Dio, quando altri ricordi riempiono la memoria, altri affetti invadono il cuore?
E la risposta venne: Iddio al quale tendiamo non è lontano da noi: è in noi; a vivificare, a soprannaturalizzare l'anima, cosicché mentre i piedi poggiano sulla terra nello spirito si svolge una vita di cielo.
"Immaginate che dentro di voi si erga un palazzo di ricchezza incomparabile tutto d'oro e di pietre preziose, degno insomma del gran Monarca a cui appartiene... Questo palazzo è l'anima vostra... Immaginate che in questo palazzo abiti quel gran Re che nella sua misericordia si degna di farsi nostro Padre e che risieda sopra un trono di altissimo pregio: il vostro cuore" (Camm. Perf. c.28, n. 9)
Iddio è nell' anima tua!
Non basta questo pensiero a dare alla tua vita un orientamento nuovo? Non è questa la più grande realtà della tua esistenza, che fa di te un portatore di Dio, ti immerge nel profondo del divino ti trasumana e ti divinizza?
E tu non sai, non pensi, dimentichi; le banalità esteriori ti distolgono dalla tua vera vita.'
Un giorno Elisabetta Catez parlava al suo padre spirituale di alcune sue esperienze interiori:
"Il Padre è in te, il Figlio è in te, lo Spirito Santo è in te".
Da buon teologo il P. Vallée spiegava il dogma della divina inabitazione. Ma Elisabetta aveva compreso, non aveva più bisogno della. parola dell'uomo, non ascoltava più: desiderava anzi che tacesse per immergersi in Dio.
Da quel giorno la si vide slanciare verso la meta come una freccia e noi avemmo la "santa dell'inabitazione", Suor Elisabetta della Trinità [oggi Beata - nota del red.].
Dio è in te! Abbi profonda questa convinzione quando ti poni in orazione, potrai facilmente raccoglierti in preghiera: entrerai in quella che Santa Teresa chiama orazione di raccoglimento.
"Si chiama orazione di raccoglimento perchè l'anima raccoglie tutte le sue potenze e si ritira in se stessa col suo Dio". (Cammino c. 28 n. 4)
E' necessario prima di tutto separarsi dalle cose esteriori: porsi in solitudine. Nel silenzio della tua cella o della chiesa, davanti al tabernacolo dove dimora il tuo Sacramentato Signore, raccogliti in te. Non guardare le cose che ti circondano, non ascoltare se qualcuno ti è vicino; dimentica le tue occupazioni giornaliere le cose e le persone; cerca soltanto il tuo Dio.
Dove ti sei nascosto, o Signore?
Ti risponderà la voce della fede: "Se qualcuno mi amerà e custodirà la mia parola, il Padre mio lo amerà e Noi verremo a lui e faremo dimora presso di. lui" (Gv.14,23).
Entra, dunque, nel più intimo del meraviglioso castello dell'anima tua, nella stanza segreta dove dimora il tuo Dio.
Prendi subito contatto con Lui; un contatto vitale. Poni la tua anima davanti al tuo Dio così come essa è nel momento in cui preghi.
Forse senti il peso del peccato; e allora pensa. nella tua anima presente il tuo Signore che ti conforta e ti perdona.
Forse il tuo cuore è freddo, arido... Vedi nella tua anima quel Cuore divino che è tutto amore per gli uomini.
Forse un'onda di gioia invade. il tuo spirito...
Ringrazia il Signore che te la concede. Potrai pensare i misi eri di. gaudio e di gloria della vita del tuo Signore.
Ecco il punto centrale di questo modo di orazione: tenere lo sguardo dell'anima rivolta, a Dio presente in noi.
Allora l'orazione divenuta viva, sentita, non resta fredda speculazione.
Se si pensa alla passione di Cristo la tragedia immane rivive nell' anima che vi prende parte attiva.
Sentite, miei. buoni lettori, in queste parole vibrare 1'anima di S. Teresa.
« Consideratelo con la croce sulle spalle quando i carnefici non gli lasciano il tempo neppure di respirare. Egli allora vi guarderà con quei suoi occhi tanto belli, compassionevoli e ripieni di lacrime; dimenticherà i suoi dolori, per consolare i vostri, purché voi lo guardiate e cerchiate consolazione presso li Lui.
Nel vederlo in quello stato il vostro cuore si intenerirà, e non solo lo vorrete allora guardare ma vi sentirete spinte ad intrattenervi con, Lui, non con preghiere studiate, ma con parole sgorganti del cuore.
Sorreggete la sua croce... Aiutate il vostro Sposo a portare il fardello che l'aggrava... Vi accadesse pure di inciampare e cadere come il vostro Sposo, non allontanatevi mai dalla croce, né mai abbandonatela» (Camm. c. 26 n. 6).
Per n non divagare dal pensiero di Dio e mantenerci sempre in contatto intimo, come bene si vede dalle parole che abbiamo riportate di S. Teresa, faremo buon uso della immaginazione che raffigurerà i vari quadri della vita di Gesù o i misteri che meditiamo. E' superfluo però notare che non dobbiamo perderci in inutili fantasticherie.
Ci serviremo anche del ragionamento per approfondire l'idea. 'Anche un'immagirie devota potrà esserci utile; uno sguardo al tabernacolo, un'orazione giaculatoria particolare.
Ma quello che domina in questa forma di orazione è l'affetto.
Nella conversazione precedente parlammo di una parte del metodo teresiano di orazione chiamata contemplazione o colloquio affettivo E' precisamente quello che qui con S. Teresa chiamiamo orazione di raccoglimento.
Soltanto che lì era una parte sia pur principale alla quale tendevano le precedenti; qui invece la si considera come orazione a sé. Noi dicemmo allora che il colloquio affettivo era destinato ad acquistare sempre di più nella meditazione teresiana, qui siamo al punto.
L',orazione di raccoglimento è un punto di arrivo nell'orazione dei principianti: essa andrà sempre più semplificandosi, riducendo cioè le parole, gli atti discorsivi, i fantasmi dell'immaginazione. limitandosi ad una avvertenza attiva ed amorosa a Dio presente nell'anima.
«Per' questa strada, dice S. Teresa, si cammina molto e presto» (Camm. 28, 5)
Ma l'orazione di raccoglimento è destinata ad investire tutta la vita.
Vivere la nostra giornata di lavoro senza mai perdere di vista Colui che abita nel castello dell'anima.
Ricondurre così l'esistenza a Colui da cui proviene, fare scorrere nelle nostre umili cose del tempo la vita divina ed eterna di cui vive Iddio nell'anima nostra.
Ricondurre la vita all'unità in Colui in cui viviamo, ci muoviamo e siamo.
Concludiamo
Questa conversazione fa seguito a quella che vi tenni sul metodo.
Ho cercato, seguendo S. Teresa di dare degli orientamenti di orazione per chiunque senta il bisogna di unirsi a Dio mediante l'orazione. Forse a qualcuno. il metodo teresiano, pur nella sua semplicità, potrà sembrare complesso; altri troverà difficile raccogliere i propri pensieri intorno ad un'idea e svolgere una meditazione propriamente detta.
S. Teresa, la grande maestra dell'orazione, colei che null' altro desiderava che dare a Dio degli amici appassionati e fedeli, ha trovato anche per quese anime disorientate davanti alle difficoltà dell'orazione degli ammaestramenti adatti per ciascuna di loro, tutti. orientati al medesimo fine: fare della preghiera un cuore a cuore con Dio.
A chi dicesse di non saper pregare se non vocalmente S. Teresa insegna che condizione della buona preghiera è pensare a quel che si dice.
E quando si pensi, ad esempio, che Dio è padre nostro come è possibile che il cuore non senta un palpito di amore per il suo Dio?
Vi sono delle anime la cui fantasia è talmente viva e il loro pensiero è cosi mobile da non riuscire a raccogliersi su un'idea.
A costoro, per i quali ha una grande compassione, la Santa suggerisce un rimedio da Lei sperimentato tanto efficace: la lettura meditata. Anche essi possono con l'aiuto del libro fare della buona orazione. Ma vi è una orazione buona per tutti o almeno alla quale tutti debbono tendere: l'orazione di raccoglimento. Orazione che fissa direttamente Iddio presente nell'anima e rende questa docile all'azione di Lui. Dio in noi fatto oggetto della nostra conoscenza e del nostro delicato amore; ecco la luce che illumina dal principio alla fine tutta l'orazione teresiana..
Portare Iddio nella vita di ogni giorno è il sogno di S. Teresa.
"Se deve parlare penserà che ha da parlare in se stesso con qualche altro. Se deve ascoltare si ricorderà di prestare orecchio ad una voce che gli parla più da vicino. E constaterà, infine, che se egli vuole, può mantenersi sempre col suo Dio" (Camm. 28 fine)
E non è pur questo il nostro più vivo desiderio?
Fr. ALESSANDRO di S. Giovanni delIa Croce o. c. d.
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CONVERSAZIONI SULL'ORAZIONE
Anno 1° - dicembre 1947 - N. 4 - vita - pag. 469 - 482 (fine)
"In labore fructus"
Questi giorni, miei cari lettori, ho avuto tra mano alcuni libri scolastici di Paravia e mi è tornata alla mente un'impressione degli anni ormai lontani di ginnasio, quando per la prima volta mi trovai sotto gli occhi l'albero e le tre parole latine che portano impresse i libri di quella casa.
Bello l'albero ricco di pomi. Ma le parole chi vi girano intorno sono ammonitrici: “in labore fructus”. Quelle parole alla mia negligenza infantile dicevano presa a poco così: se vuoi imparare il latino, bisogna faticare. Quell'albero col suo discorso intuitivo mi faceva paura, quando terminati gli esami vedevo esposti i miei voti - andiamo - discreti, con soddisfazione presuntuosa ripensavo all’albero dei libri di Paravia.
Così pensavo questi giorni ed il pensiero - vedete - mi è tornato alla mente mentre questa sera detto per voi l'ultima conversazione sull'orazione.
Vi ho parlato per tre volte della meditazione: ve ne ho indicato la natura, ve ne ho tracciato un metodo, non mio si capisce, vi ho dato dei particolari orientamenti per casi specifici. Cos'altro rimane? In labore fructus : bisogna lavorare. Il lavoro produrrà i suoi frutti.
Spesse volte accade che lunghe fatiche siano punite con un misero raccolto, ma quando si tratta di lavorare nel campo della preghiera il raccolto non sarà scarso mai. Ne fa fede Iddio: bussate e vi sarà aperto, domandate e vi sarà dato.
Mi resta dunque che io vi parli del lavoro, o meglio, dell’asprezza del lavoro, e dei suoi frutti. E poi vi lascio per quest’anno nella speranza che il vostro lavoro sia coronato da ottimo raccolto più abbondante di quanto ne diedero per me gli alberi stampati sui libri di Paravia.
Risoluzione generosa
Quello dell’orazione è un cammino lungo: non termina mai. Ha per termine di partenza il nulla e per termine di arrivo un amore infinito che si dona, poiché l'orazione - ricordate? - è una relazione intima di amicizia dell'anima, con Dio.
Ma la lunghezza del cammino non dipende dalla impossibilità di unione dei due termini estremi, noi e Dio, dipende invece dalla inesauribile possibilità di unione. Dio è amore, e per noi è amore misericordioso; chi può porre limite ad un amore infinito nella sua discesa verso il nostro nulla? Così io vi dico osservando l’orazione dal termine divino, ma se poi cambio prospettiva, se guardo il mio nulla, orientato verso ilo divino, chi potrà abbracciare gli orizzonti sconfinati che mi si parano dinanzi? Chi potrà semplicemente sognare a quali altezze vertiginose mi può condurre Colui che solo è l'Altissimo, di'quali ricchezze può ricoprire il mio nulla Colui che solo è Signore?
Relazione di amicizia dell'anima con Dio. Come se non si dicesse nulla! Ecco il cammino che io e voi, miei buoni lettori, dobbiamo intraprendere, che mai terminerà ma si completerà nella visione che “solo amore e luce ha per confine”.
Ma il cammino è arduo. Io non posso nascondervelo, non voglio creare in voi illusioni e sentimentalismi inconcludenti: io voglio spingervi sulla via della preghiera di S. Teresa che è maestra di realtà e non di sogni.
Ebbene S. Teresa esige da voi fin dal principio del vostro cammino una risoluzione generosa: «è importantissimo conoscere come si debba incominciare, perchè sta tutto qui: e dico che si deve prendere una risoluzione ferma ed energica di non mai fermarsi fino a quando non si abbia raggiunta la fonte. Avvenga ciò che vuole avvenire, succeda ciò che vuol succedere, mormori chi vuol mormorare, si fatichi quanto bisogna faticare: ma a costo di morire a mezza strada, senza più alcun coraggio per superare gli ostacoli che si presentano, si tenda sempre alla meta, ne vada il mondo intero» (Cammino cap. 21, 2)
Sembra un'arringa di capitano, o forse meglio di un rivoluzionario pronto a tutto osare. E Santa Teresa effettivamente ha creato una rivoluzione, nel campo della preghiera.
Chi intraprende il cammino dell’orazione deve essere un deciso a tutto, pronto alla fatica, al successo e all'insuccesso - questo però, se veramente si vuole. Non si fanno esperimenti nella via della preghiera, si va fino infondo. Per un motivo di generosità, per un motivo di prudenza, per un motivo di coraggio.
Per un motivo di generosità: Quando ci raccogliamo in orazione consacriamo a Dio il nostro tempo, spendiamo per Lui la nostra attività interiore, insomma diamo a Dio quello che di noi stessi possiamo donare. Ora a Dio si può dare con indecisione, con freddezza, così tanto per far la prova, per vedere se ci conviene, magari con l'animo di riprendere poi quello che abbiamo donato? Non è certamente elegante regalare ad uno che chiamo amico un oggetto e poi richiederlo e pretendere che costui creda al mio amore per lui. Questo in parole povere significa prendere in giro la gente, non è vero?
“Quante ore non sciupiamo per noi stessi o per intrattenerci con persone che poi non ci sono riconoscenti! Se del nostro tempo ci determiniamo a consacrarne un poco a Dio nell' orazione, diamoci a Lui completamente, liberi da ogni pensiero terreno” (Cammino cap. 23, 2).
Veniamo così a toccare un tasto molto delicato. Ma nemmeno il tempo vogliamo donare a Dio? Ma non è Lui che ce lo dona, che conta i nostri anni e i nostri giorni, che ci ripaga il tempo che non è nostro con un'eternità che è sua? - .
E' così, ma noi siamo ciechi; abbiamo gli occhi, ma non vediamo, abbiamo intelligenza, ma non intendiamo: abbiamo la fede ma non crediamo perché la nostra fede è morta. Per cui assistiamo ad un allontanamento da Dio che fa paura. Il contadino non ha tempo per pregare perchè ha la campagna; l’artigiano perchè ha la bottega; l'esercente, perché ha il negozio; il professionista perchè ha la professione. Ma...e Dio non l'ha nessuno? Nessuno ha bisogno di Dio?
Ma al quadro spaventoso manca la cornice. Vi saranno dei sacerdoti, che non hanno troppo tempo da dare alla preghiera, perchè assorbiti dalle opere dell'apostolato. Religiosi che non pregano perché... assorbiti alle opere del loro Istituto.
E così si pretenderà di avvicinare le anime a Dio stando lontano da Dio; di essere i consacrati a Dio, che a Dio pensano poco. E' assurdo, illogico, ma è reale: è l'eresia del tempi nostri; l'eresia dell’azione (Ora decisiva - Apostolica vivendi forma).
Se oggi il re del Vangelo mandasse nuovamente i suoi servi a sollecitare gli invitati per le nozze del figlio suo, vi sarebbero ancora tanti che declinerebbero l'invito per un paio di buoi, per una casa di campagna, più ancora per il cinema, ,per la partita di calcio.
“Abbiamo troppe cose urgenti da fare, mentre l'unica cosa urgente è quella di sostare in lunga orazione vicino ai Tabernacoli di Dio, per rifare nel caldo della preghiera il nostro cuore che il vento della terra ha reso gelido, è sterile” (Giorgio La Pira).
Decisione risoluta per un motivo di generosità, dicevo, ma ancora risoluzione generosa per un motivo di prudenza.
L'orazione è una cosa seria per la vita spirituale: è un locomotore che ci trasporta verso Dio a grande velocità. Non dobbiamo però dimenticare che abbiamo dei nemici irreconciliabili, nemici nostri e nemici di Dio: i demoni, per esempio.
Io credo che a nessuno sembrerà strano che il demonio si interessi del nostro profitto nella orazione. Se ne interessa da demonio, ma se ne interessa. Ora ritornando al nostro locomotore, se va piano, indeciso, a rilento, il demonio che è sempre in agguato lungo la via può essere preso dalle tentazione di mettergli - come si dice - il bastone tra le ruote, magari di farlo deragliare; se invece va a grande velocità, sicura del fatto suo, il demonio... manda via la tentazione.
« La nostra lotta - dice S. Teresa - è ingaggiata con traditori. Se ci vedono all'erta non osano assalirci perchè sono codardi, ma appena ci vedono distratti, ci possono fare gran danno. Guai poi se vedessero che qualcuno è incostante.. non lo lascerebbero in pace né giorno e né notte »(Camm. cap. 23, n. 4).
Prudenza vuole quindi che si proceda nell' orazione con animo fermo e risoluto.
Per un motivo di coraggio: .
Brutta cosa la paura, non soltanto quelle dei bambini, ma tutte e specialmente poi quelle che si hanno nel campo della vita interiore. Indietreggiare di fronte alla difficoltà è sempre vigliaccheria, ma la vigliaccheria di chi indietreggia nella via che unicamente conduce a Dio come dobbiamo chiamarla? Perchè anche nel sentiero dell’orazione vi sono delle difficoltà da superare. Lo vedremo subito.
Ora, chi è che ha paura? Chi cammina diritto per la sua strada spinta da una idea, da un bisogno che urge non ha tempo di riflettere chi possa trovarsi dietro quella casa o quell’albero e che significhi quell’agitarsi dei rami; ma chi non sa. dove andare, chi non è conquiso da una meta da raggiungere vede agguati e pericoli dappertutto; non ha paura soltanto nella notte, ma anche alla luce del sole. S. Teresa porta un altro esempio: « Quando si è certi che qualunque cosa avvenga, non si deve mai tornare indietro, si combatte con maggior coraggio » (Cammino cap. 23 n. 5).
Ecco perchè la nostra Maestra spirituale ci comanda: «di entrare in questa via con ferma risoluzione di proseguire».
Gli ostacoli
A qualcuno le mie parole, e forse anche quelle di S. Teresa potranno sembrare esagerazione. Di che si tratta, poi? Chi potrà impedirmi di raccogliermi col mio Dio?
Già. Ma io vorrei domandare in confidenza a quel tale che la pensasse così: non hai mai indietreggiato tu? Hai sempre progredito nell' orazione? Non hai mai ammesso volontariamente e involontariamente "nessuna distrazione? Qualche volta il rispetto umano non ti ha impedito la preghiera? ti è sembrato sempre tutto facile? l'insuccesso - se mai ne hai avuti - non ti ha. mai gettato nello scoraggiamento?
E potrei punteggiare questa pagina con molti altri interrogativi ancora, ma li potete prevedere e li lascio al vostro esame di coscienza. Riunisco piuttosto tutti gli ostacoli che possono impedire il progresso nell' orazione in tre categorie generali: quello che dicono gli altri, le distrazioni, la nostra incostanza.
E vedrete subito quanta fortezza sia necessaria per battere questa via che mena a1 regno dei cieli. Ma non senza un perchè Nostro Signore Gesù Cristo ha detto che il Regno dei cieli si conquista con la violenza.
Quello che dicono gli altri: non dovrebbe, preoccuparci, ma purtroppo, ci preoccupa. Cosa hanno da ridire gli altri se io voglio andar dritto per la mia via d'orazione?
Non avrebbero da ridire nulla, ma ridicono. Dicano per esempio che siete un bigotto, che chi non prega è migliore di chi prega, alle stesso modo, che chi va alla messa la Domenica è peggiore di chi non ci va mai. Tutte cose evidentissime come ognun vede e... sulle quali è inutile discutere. Se siete persona consacrata a Dio in un istituto re1igioso, qualche vostro confratello o consorella vi potrebbe dire che vi date l’aria di mistico, che fate il singolare che pretendete di essere migliore degli altri e… tante cose carine a proposito delle quali io vi ripeto il verso più comune di tutta la Divina Commedia: “non ti curar di lor ma guarda e passa”.
Al tempo di S. Teresa vi era della gente che sosteneva che fare orazione mentale era cosa pericolosa. Vi sarà ancora in giro qualche illuminato maestro di spirito che la pensi ancora così? Se vi accadesse di incontrarlo, ditegli che voi state con S. Teresa e che volete cadere in tutti i pericoli nei quali essa è caduta seguendo l’orazione.
Ma forse questo non ve lo dirà nessuno. Potranno dirvi però che è preferibile darsi all'azione, che il mondo oggi ha tanto bisogno di preghiera quanto di opere di carità. Nella mia gioventù ho conosciuto un religioso Sacerdote che osservando un Monastero di Carmelitane, mi dava per loro questo consiglio: “quanto sarebbe meglio se uscissero e andassero negli ospedali”. Non risposi per rispetto al Sacerdozio che io non avevo ancora ricevuto, ma dentro di me lo compatii molto.
A questa gente, se ne conoscete, dite che non ha fede; dite che nessun Santo mai ha ragionato così. E tirate diritto per la vostra via.
Ma. non crediate con questo di andare in Paradiso in carrozza: quando avete messo a tacere le chiacchiere degli altri incominciano… le vostre.
Le distrazioni: Cosa sono le distrazioni nella preghiera se non chiacchiere inutili e inconcludenti che vi fanno perdere il filo conduttore del vostro discorso con Dio? E sono proprio le distrazioni che sovente, per non dire quasi sempre, rendono faticosa e infruttuosa l'orazione.
Ho è detto faticosa e infruttuosa. E ' bene distinguere. L’orazione faticosa non è infruttuosa, suppone, infatti, una lotta contro la distrazione ed ha quindi un valore davanti Dio.
Ma spesso le distrazioni rendono infruttuosa 1'orazione, e ciò accade quando ci si perde nella distrazione dimenticando quello che dovremmo fare. Allora costringiamo il buon Dio ad assistere ad uno spettacolo che non ci fa onore: quello di vedere i suoi figli che gli parlano senza sapere quello che dicono, che gli sono davanti con la loro mole fisica, ma col cuore sono lontani. Sono le belle figure che ci fanno fare le distrazioni. Siamo davanti ci Dio come quei bambinetti maleducati che non sanno stare mai fermi e che mentre ti parlano si dimenano con la testa, con le mani e con i piedi.
Le distrazioni nella preghiera sono un fenomeno molto complesso e possono avere diversa provenienza. Senza pretendere di fare una questione di psicologia ve ne dirò qualche cosa.
Molte volte le vogliamo noi. Si direbbe che le andiamo cercando col lanternino se non fossero così facile a trovarsi.
Quante volte p. es. mentre pregate fate attenzione a quanto vi accade dintorno. Qualcuno parla e voi volete sentire; qualcosa si muove e voi volete vedere. Non esemplifico di più, vi invito solo a riflettere su certi modi di recitare il breviario e la corona.
Mi direte: Ma come si fa? E' così prepotente e spontaneo il moto della curiosità! Vi rispondo che continuando in questa maniera potete pur disperare di progredire nell' orazione. Vi rispondo ancora che questo senso di curiosità così prepotente dimostra all' evidenza che non avete affatto acquistato il senso della presenza di Dio.
E questo è fondamentale nell'orazione. Ricordate questa massima di S. Teresa: «Non si può parlare con Dio nel medesimo tempo che col mondo» (Cammino cap. 24 n. 4).
Ad un bambino posso mandar buona una disattenzione. Ma quando parlo con Dio… Se avessimo fede!
Ma questa è delle distrazioni la forma più volgare; molte volte invece esse sorgono spontanee durante la nostra preghiera.
Ne sappiamo tutti qualche cosa. Certi giorni siamo sovraccarichi di lavoro. Una preoccupazione assillante ci tormenta; e allora, si comprende, nonostante la buona volontà iniziale di pregare, la nostra fantasia ci porta lontano, lì dov'è il nostro pensiero e la nostra preoccupazione. Altre volte sarà uno stato particolare dello spirito: qualche dispiacere ricevuto, una ondata di malinconia, di abbattimento, un senso di stanchezza generale che fiacca ogni energia, ogni slancio di generosità. In questi casi è certamente difficile evitare le distrazioni. S. Teresa anzi non esclude a volte l'impossibilità di raccogliersi (Cammino cap. 24, n. 4). Allora ai farà quel che si potrà, si lotterà contro la distrazione con i mezzi che potremo adoperare. Se la tentazione respinta ritorna con insistenza, con insistenza la si respingerà. Si richiamerà alla mente la presenza di Dio dando magari uno sguardo ad un'immagine che avremo a portata di mano; si leggerà un pensiero sul nostro libro di meditazione; ci si raccomanderà al Signore con qualche giaculatoria particolare. Credo sia utile e di grande profitto quando ci accorgiamo di essere stati distratti, confessare a Dio la nostra debolezza e miseria, esporre a Lui la nostra incapacità a pregare.
Come sono distratto, o Signore, e come sono indelicato con Te! Incomincio a parlarti e poi la mia mente vola lontano. Forse Tu vorresti dirmi qualche cosa ed io invece dinanzi a Te rimango assente e stordito. Signore, insegnami a pregare come già facesti con gli Apostoli tuoi!. Fa’ che il mio cuore e non soltanto le labbra chiamino il Padre dei cieli. Prega tu per me, prega con me, prega in me: che la Tua voce accompagni, ricopra, sostituisca la mia. E poi parlami Tu con la Tua voce che penetra nel più intimo dell' anima e che nessuno mai sa ridire. Parlami e la Tua parola mi faccia attento, docile, alla Tua azione che rinnova nello spirito e crea.
Pregate come meglio potete. Del resto se la distrazione vi darà pena, è un segno evidente che non ne avete colpa, almeno tutta la colpa (cfr. Cammino cap. 24 n. 5). .
Ma quello che non dovete assolutamente tollerare è la acquiescenza supina nella distrazione. Eppure anche questo accade e avanti a Te, o Signore, noi svolgiamo inavvertitamente 1e tante miserie che rendono vuota - perchè vuota di Te - la nostra povera vita.
Signore, insegnaci a pregare.
La nostra incostanza è un altro ostacolo per l’orazione.
E’ un fatto che molti intraprendono il cammino, pochi lo continuano; più pochi ancora giungono al termine. Perchè? Alcuni per pigrizia, altri per mancanza di coraggio.
Quanto siamo andati dicendo finora dimostra che l’orazione spesso domanda fatica, specialmente ai principianti. Ed è risaputo che la fatica non piace a molti. E allora si fa qualche tentativo tanto per dire che qualche cosa si è fatto e poi si tranquillizza la coscienza con una confessione di impotenza. “Vi sono infatti delle persone così amanti del proprio comodo che non vogliono procurarsi alcuna pena. Non essendo abituate a meditare e trovando sul principio qualche difficoltà nel raccogliersi, per evitare qualsiasi molestia preferiscono sostenere che non sono capaci e che non sanno fare altro che pregare vocalmente (Cammino cap. 24, n. 6). Scuse. La verità è questa: l’accidia è un vizio capitale.
Altri invece sarebbero generosi, ma si perdono di animo per l’asprezza della lotta di cui non intravedono la fine. '
Costoro hanno bisogno di una mano che li sorregga, hanno bisogno di una buona iniezione di coraggio ogni qualvolta si siedono lungo il margine della via come chi stanco per il lungo cammino non sa se è vicina o lontana la meta. “Mi sembrano persone ardenti di sete che vedono l’acqua molto lontana e vogliono andare ad attingerla, ma trovano nemici che sbarrano l’accesso al principio, nel mezzo e nel termine del cammino. Può darsi che dopo aver vinto a forza di combattere, i primi nemici si lascino sopraffare dai secondi, amando melg1io morire di sete piuttosto che affannarsi tanto per bere un’acqua che costa loro così cara; si perdono di coraggio e cessano da ogni lotta. Altri invece arrivano a vincere anche i secondi, ma si smarriscono innanzi ai terzi, e forse non sono che a due passi da quella fontana d’acqua viva di cui il Signore, parlando della Samaritana, disse che chi ne beve non avrà più sete in eterno” (Camm. cap. 19, 2)
Arriverete! - vorrei dire a costoro- animo! forse è a due passi la meta;- forse sarà ancora lontana, ma è sicura e ripagherà ad oltranza gli sforzi sostenuti lungo il cammino.
«Non fermatevi mai per la strada; combattete da forti, morirete pure nella lotta, chè, alla fine, non siamo qui che per lottare. Procedendo con la ferma risoluzione di morire piuttosto che non giungere alla meta anche se in questa vita il Signore vi lascia soffrire un po' la sete, vi disseterà poi sovrabbondantemente nella vita che non ha fine» (Cammino 20, 2).
I frutti
E allora avanti, concluderemo incalzati dalle parole di S. Teresa, ma cosa troveremo infine quando avremo acquistata la pratica dell'orazione?
Cosa troverete?.... Troverete quello a cui 1'orazione tende, quello che unicamente l’orazione può dare.
Ricordate la definizione che dell'orazione abbiamo data con S. Teresa? La ricordate certamente perchè ve l'ho ripetuta tante volte. Pure voglio ancora ridirvela perchè è troppo bella, fa proprio al caso nostro: “L'orazione è un colloquio dell' anima con Dio dal quale sa di essere amata”.
E allora mi domandate ancora cosa troverete quando avrete raggiunto lo scopo dell'orazione mentale? Troverete l'amicizia di Dio.
E' questo il termine cui tende 1'orazione mentale ed è questo il primo effetto che essa produce nell'animo. Povera creatura umana sperduta nel fondo come granellino di arena, amerai il tuo Dio, sentirai di amarlo e di essere riamata da Lui: Nel tuo piccolo cuore, nel silenzio della preghiera. si svolgerà un via vai visibile solo agli Angeli: un amore che va ed un amore che viene, l'amore tuo per Dio e l’amore'di Dio per te. Le creature tacciano intorno a te raccolto in preghiera nel silenzio di una Chiesa, nella solitudine di una camera, è chino il Signore dell'universo, è chino il tuo Dio ad ascoltare la parola d'amore e di adorazione.
Sei forse un padre di famiglia. La tua giornata è trascorsa faticosa nei campi sotto la pioggia o sotto il sole, in un'officina nel rumore assordante delle macchine, le tue mani incallite, sporche di terra, nere di carbone, le tue mani che il sapone non riesce a lavare si congiungono in preghiera. Le tue labbra hanno poche parole, forse nessuna parola. Tu parli a Dio, ami Dio e Dio ti riama. Le tue mani sono tra le sue mani, il tuo cuore vicino al Suo cuore.
Sei una madre di famiglia. Come già il tuo sangue, hai dato anche questa giornata per i figli tuoi, rinnovando il miracolo della tua maternità. Ora essi dormono i loro sonni tranquilli e il tuo spirito stanco ha finalmente un momento di pace. Nel silenzio della tua casa che conosce le tue cure vigili, i tuoi nascosti sacrifici, tu preghi doni a Dio l'ultima ora faticosa del tuo giorno. Ami Dio e Dio ti riama.
E tu. anima consacrata a Dio, che a Dio hai fatto dono della tua giovinezza e continui a donare ogni ora della tua vita, generosamente; hai speso la tua giornata nel lavoro che ti ha affidato il Signore. Sacerdote hai avvicinato i peccatori, hai toccato il fango e non ti sei insozzato: sei stato canale conduttore della grazia, raggio di luce e sale della terra; hai bisogno di Dio per te e per i tuoi fratelli. Raccogliti in preghiera. Dimentica tutto, cerca solo Dio; nel tuo cuore si fa la solitudine e nella solitudine parli al Signore; lo ami ed Egli ti riama. Al suo contatto riceverai nuove energie, più grazia, più purezza, più luce.
Vergine casta, fosti presentata a Cristo e per Lui serbi intatto il tuo cuore. Nella solitudine di un convento consumi la tua vita, nell'attesa di Colui che rapì nel sacrificio nascosto per i fratelli che ignorano e non comprendono né il tuo sacrificio, né il tuo amore; Oppure trascorri la tua vita tra i prediletti di Gesù; i bambini, cui dai le cure di una maternità che nessuno sa dare; o nelle corsie doloranti assisti Cristo nei tuoi fratelli, con quanti. sacrifici nascosti, con quanta abnegazione per le ripugnanze cui ti sottopongono il lezzo delle carni malate e più ancora degli spiriti corrotti che avvicini, Dio solo sa e tu solo sai. Vergine sorella chi tu sia, hai bisogno di incontrarti per un momento sola a solo col tuo Dio unico perchè dalla tua vita. Nella preghiera tu lo trovi, lo ami ed Egli ti ama.
Questo troverete nell' orazione: l'incontro con Dio.
Chi potrà ridire le dolcezze di questo incontro fortunato?
Ma l' orazione non è destinata soltanto a creare un momento di intimità con Dio, ma a perpetuarlo nella vita, a farne della nostra povera esistenza terrena una vita divinizzata.
Quando e come si divinizza una vita?
Quando l'egoismo a noi congenito avrà ceduto il passo alla volontà, all' amore di Dio, cosicché Dio sia il centro di attrazione, la forza motrice di tutto il nostro operare, allora la vita dell' uomo non è umana se non perchè è vissuta nella. sua persona, ma più realmente è vita divina.
Allora nell' anima si è operata una grande trasformazione; la natura è stata vivificata, sopraelevata dalla grazia, transumanata. Allora ognuno di noi, come già S. Paolo, potrà dire: “Io vivo, ma non sono io che vivo, è Cristo che vive in me”.
E' questa la meta, il termine cui conduce l'orazione. Ma è lungo il cammino ed ha orizzonti sconfinati.
Si inizia con l’umile ricerca di Dio nella preghiera.
Ostacoli innumeri si oppongono tra noi e l'oggetto dei nostri desideri. Tutti bisogna superarli.
L'insuccesso non ci deve avvilire: nella umiltà del nostro nulla fisseremo gli occhi lontano, se mai si veda o una luce; la luce verrà e nella luce il Signore, perchè Egli ha più desiderio di darci di quanto noi non ne abbiamo di ricevere. Anzi è il medesimo Dio che crea nella nostra ani ma il desiderio di Sè .
«L'anima ha lottato ha, sperato, ha riconosciuto la sua impotenza, ha veduto la sua infinita distanza da Dio, eppure spera ancora, comprende che Dio vuol darsi poiché si fa desiderare e cercare; fa dunque ciò che sta in essa; toglie per quel che la riguarda 1'ostacolo alla venuta di Dio che in realtà la preveniva e senza del quale essa non. avrebbe mai desiderato, né cercato, né lottato, né riconosciuta la propria impotenza e meno ancora avrebbe e sperato.
Dio allora vuole e vuole appena l' ostacolo da parte dell'uomo è tolto…. e il mistero della rigenerazione si compie. Dio da all'anima e alla mente una vita nuova che è possesso del principio stesso della saggezza che è Dioo» (Gratry - La sete e la sorgente - Intinerarium mentis a cura di M. Barbano. Ed. S.E.I. Torino).
Ma questo abbassarsi di Dia all'anima in preghiera non ha limiti. L' acqua limpida della divina sapienza si riversa nell’anima a seconda della propria capacità di ricevere: dal piccolo rigagnoletto fino al torrente precipitoso che trasporta e sommerge la vita terrena nella vita eterna, realizzando in pieno la parala del Signore: “fons aquae salientis in vitam aeternam” (Gv. 4, 14).
Ma è certo, mi domanderete? E' per tutti così alto destino?
Io non vi rispondo - potreste non credermi - vi risponderà S. Teresa.
“Il Signore invita tutti. Egli è la stessa verità e la sua parola non è da mettersi in dubbio. Se il suo invito non fosse generale non ci chiamerebbe tutti e quand' anche ci chiamasse non ci direbbe: <Io vi darò da bere>. Avrebbe potuto dire: Venite tutti, che, infine, non perdete nulla e io darò da bere a chi varrò. Ma siccome non pose alcun limite e disse ‘tutti’, così tengo per certo che quanti non si fermeranno per la via arriveranno a bere di quest’acqua viva” (Camm. 19,15).
Il necessario è non fermarsi per via.
Miei buoni lettori, vi ho trattenuti troppo a lungo, ma ho terminato. Vi ringrazio della vostra pazienza . Altro non potrò fare per me e per voi che innalzare al Signore la preghiera che fu gemito del cuore di S. Teresa:
"O Signore mio, perché non mi è dato di sommergermi in questa acqua viva e perdere in essa la vita?” (Camm. cap. 16, n. 8).
FR. ALESSANDRO DI S. GIOVANNI DELLA CROCE O. C. D.
