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Elia di San Clemente B -


 

E' stata BEATIFICATA IL 18 MARZO 2006

Il  desiderio di perdersi in Dio e zelo apostolico

PREGHIERA DI SUOR ELIA

O dolce nascondimento, amo passare i miei giorni alla tua ombra e consumare così la mia esistenza, per amore del mio dolce Signore..... Talvolta, pensando a quelle eterne ricompense, così sproporzionate ai leggeri sacrifici di questa vita, la mia anima ne resta meravigliata e, presa da un' ardente brama, si slancia verso Dio, esclamando: "O mio buon Gesù,  a qualunque costo voglio raggiungere la meta, il porto di salvezza. Non mi negare nulla, dammi da soffrire. Sia questo il martirio più intimo del mio povero cuore, occulto ad ogni sguardo umano: una croce nuda io ti chiedo. Adagiata su questa, voglio passare i miei giorni quaggiù"

Quando si soffre con Gesù, il patire è gioire; soffrire amando io bramo, fuori di questo non voglio più nulla.

Mio Diletto, chi mai potrà separarmi da Te? Chi sarà capace di spezzare queste forti catene che tengono stretto il mio cuore al Tuo? Forse l'abbandono delle creature? E' proprio questo che unisce l'anima al suo Creatore... Forse le tribolazioni, le pene, le croci? E' in queste spine che il canto dell'anima che t'ama è più libero e più leggero. Forse la morte? Ma questa non sarà altro che il principio della vera felicità per l'anima....  Nulla, nulla potrà separare, neppure per brevi istanti, quest' anima da Te. Essa fu creata per Te ed è fuori centro se non vive abbandonata in Te.  

La mia vita è amore: questo nettare soave mi circonda, questo amore misericordioso mi penetra, mi purifica,  mi rinnova e sento che mi consuma. Il grido di questo mio cuore è: "Amor del mio Dio, Te solo cerca l'anima mia. Anima mia, soffri e taci; ama e spera; immolati e nascondi la tua immolazione sotto un sorriso, e sempre avanti...

Voglio passare Ia mia vita in un profondo silenzio per ascoltare nell'intimo dell'anima la delicata voce del mio dolce Gesù.

Anime io cercherò per lanciarle nel mare dell'Amore Misericordioso: anime di peccatori, ma soprattutto anime di sacerdoti e religiosi. A questo scopo la mia esistenza si spegnerà lentamente, consumandosi come l'olio della lampada che veglia presso il Tabernacolo".

Sento la vastità de!la mia anima, la sua infinita grandezza, che non basta l'immensità di questo mondo a contenere: essa fu creata per perdersi in Te, mio Dio, perché tu solo sei grande, infinito e perciò tu solo puoi renderla pienamente felice.

Beata Suor Elia di San Clemente

 

 

(dall'opuscolo di Sabino Palumbieri stampato nell'ottobre 1982 a Foggia, dallo Stab. Tip. "L. CAPPETTA e F.")


        Gli Antichi avevano un'espressione che ripetevano presso ogni culla: nomen - omen. Tradurremmo oggi: il nome che mettiamo è un augurio che facciamo. Ogni augurio è un progetto, una speranza. Raramente la congiunzione del nome e dell'augurio felicemente realizzatosi è stata così puntuale come nel caso di una giovanissima donna del nostro secolo, Teodora Fracasso, scintilla d'amore esplosa e, a vista umana, estinta a Bari, nell'arco di ventisei anni. In realtà questa scintilla andò a tuffarsi nell'eterno focolare, nel roveto ardente della gloria. Come il sole che, all'apparenza, si tuffa nel nostro bel mare, ma non per scomparire bensì per allagare di luce altre plaghe, e per tornare più bello nel fulgore dell'alba di un giorno nuovo.
        Teodora fu chiamata, cioè dono - di - Dio. E dono fu sulla terra. E dono è ancora oggi alla terra quando non è più di qui anche se è sempre qui. E resta dono di Dio a partire da un cenacolo caldo di fede ad una città ricca di iniziative, ad una Chiesa ricca di speranze, ad un mondo ricco di attese.
        Il cenacolo che l'accolse, l'alimentò, la lanciò nel volo per i tersi cieli dell'amore mistico fu il Carmelo di Bari di via De Rossi.
 

        Ogni Carmelo segna un punto strategico nella geografia della grazia. Questo di Bari si presenta tale anche nella sua ubicazione. Fondato agli inizi del secolo da due grandi donne piene di grazia e di forza - Angelica Teresa Lamberti e Maria Maddalena Gabrieli - ieri si trovava collocato quasi alle porte della Città. Oggi è in una delle più movimentate zone dell'industre Città. E' al centro di un crocevia. Diventa così il simbolo del silenzio fecondo di pace all'interno dell'affannoso dinamismo di una società senza respiro. E' l'emblema plastico, con la sua struttura architettonica, del "supplemento d'anima" di un mondo, che rischia di restare senz'anima. E' punto di riferimento e di rifornimento. Chi vi passa davanti può intuire che è possibile vivere alternativamente. E' necessario, anzi, se si vuole vi­vere a misura d'uomo, se non ci si rassegna a sopravvivere, ma ci si impegna a "super - vivere". Vivere nella pace di una dolce Presenza d'amore.
 

        Fu dono - di - Dio Teodora Fracasso al Carmelo. E oggi col Carmelo è dono - di - Dio al mondo intero. Già, perché per la piccola Carmelitana è avvenuto quanto si realizzò e Betania nella casa di Simone il lebbroso. La donna spezzò il vaso di alabastro. E tutta la casa si riempì di profumo. La morte che interruppe il suo canto di amore sulla terra - quando lei era alla prima strofa della sua primavera - ha spezzato il vaso della sua esistenza terrena e il "buon odore di Cristo" si va espandendo per tutta la Chiesa. Puoi impedire al profumo di effondersi? Puoi arrestare il sole nel suo espande­si? Anche se il vaso ratto non si vede più, il prof­mo si avverte sempre. Anche quando il sole tramo­ta, la terra resta ancora sotto l'influsso dei suoi raggi, altrimenti sarebbe l'era glaciale.
 

        La presenza della giovane barese - Teodora ­ che si chiamò nella velazione Suor  Elia, va allagando a mano a mano tutti gli angoli della Chiesa. E la Chiesa italiana va esultando nel presentare alla Chiesa universale e al mondo la « sua» S. Teresina del Bambino Gesù. C'è infatti una strettissima affinità tra le due piccole grandi Carmelitane. Vissute a stretto giro di ruota - S. Teresina di Lisieux era volata in cielo quattro anni prima che Suor Elia nascesse (17 gennaio 1901) - si passarono la mano per consegnare, a cavaliere di due secoli complicati, così splendidi e così babelici, il messaggio della « piccola via », nella semplicità e nell'amore.
 

        Lisieux e Bari diventano, così, l'unica pedana delle due cattedre dell'infanzia spirituale, per l'apprendistato della santità necessaria all'uomo complessato e angosciato del XX secolo.
        Semplicissime le loro vite. Si potrebbero scrivere, come nell'antichità si usava, in parallelo. Vivono in ambienti familiari caratterizzati da grande affetto e fede. Entrano giovanissime nel Carmelo grazie alla passione per Dio in cui vogliono « perdersi », per ritrovarsi pienamente a servizio completo dei fratelli. Vi trascorrono brevissime stagioni - il tempo di un'infanzia conclusa -; si sentono allieve alla scuola permanente dell'amore, ma l'intensità del loro apprendistato le rende subito maestre dell'arte suprema dell'amore. Teresa diventa modello di Elia come fanno fede gli espliciti richiami dei suoi diari.
 

        Dio è per loro tenerezza paterna; anzi, come tante indicazioni bibliche suggeriscono, di tipo materno. « Il buon Dio è per me una tenerissima madre », scriverà Suor Elia quattro giorni prima della morte al suo direttore spirituale.
        Il processo di somiglianza - pur nell' originalità di ciascuna - culmina nella scelta dell'unica metodologia spirituale: amare fino a offrirsi vittime d'amore e camminare nella fiducia sen:z:a riserve nell'amore di Dio, ascensore dell'anima. Il clima di quest'ascesa è soffuso della tenerezza discendente e della sicurezza ascendente.
        Il senso della duplice piccolezza (qui la cronologia di natura - sono così giovani - si coniuga con la metodologia evangelica - farsi piccole) caratterizza i due itinerari.
        E proprio in questa percezione abituale di fragilità e di infanzia maturano i progetti ardimentosi di olocausto vittimale e di collaborazione alla salvezza universale. « La mia missione - scrive Suor Elia - è immolarmi gioiosamente affinché il mio Dio sia conosciuto e amato da tutto il mondo ».
 

        E' il paradosso dell'infanzia. E' proprio il bambino che sogna le imprese più audaci. Ed è persuaso che potrà riuscire. La forza del papà invincibile, - così il bambino lo considera - è garanzia di successo.
        Il bimbo è un sorriso del Dio - pargoletto al mondo. Il bimbo evangelico - il Santo, a qualunque età - è il sorriso del Dio - crocifisso e risorto al mondo: un sorriso che nasce come fiore tra le spine. Il Santo è esigente con sé, dolcissimo con gli altri. Secondo l'immagine di Domenico Savio quando presentava il suo impegno di santità a Don Bosco: voler essere come il frutto maturo, nocciolo duro in sé e polpa saporita per gli altri. S. Teresina e Suor Elia si sono distinte per la gioia di vivere, fiorita come rosa in mezzo alle spine.
 

        Il sacrificio di sé che arriva in entrambe al livello dell'immolazione di sé, si intesse di silenzio, nascondimento, desiderio di oblio. Così Suor Elia si rivolge al suo Signore: «Fate, o mio Dio, che il lavoro dell'anima mia si compia nell'ombra, lungi dagli sguardi; si compia nel silenzio, lungi dagli applausi; si compia anche nell'oblio della mia povera persona, purché l'accettiate voi, o mio Dio ». E aggiunge: « Se una sete ardente sente l'anima mia è quella di immolarmi in ogni istante della mia vita nel silenzio di tutto il creato ed anche nell'oblio di me stessa ».
 

        Discepole di Cristo, alla scuola del silenzio di pienezza e della vita diventata offertorio permanente, le due piccole Carmelitane diventano grandi maestre di sapienza. Un magistero non attinto a teorie accademiche ma intinto nell'esperienza del quotidiano anche monotono, trasfigurato nell'amore, come « sacramento dell'eterno ». Ed è subito luce.
        Sapienza è riferirsi, nella fedeltà dinamica, ai punti fermi che costituiscono la stella polare della vita. Per Suor Elia ha preso corpo nell'amore avvolgente e sicuro di Dio. Scrive nel '22, mentre attorno, nella società nazionale, serpeggia tanto disorientamento: « Gesù mi è sempre vicino, mi conosce bene e sa che io lo amo anche senza che glielo dica; mi segue ovunque io vada senza stancarsi; mi pensa sempre, mi ama. E questo immenso amore che mi porta me lo dice tutto il creato e tutto ciò che mi circonda ». Insomma Suor Elia insegna: Dio ci ama. E questo ci basta. Lui solo l'unico necessario. Lui, il vero sufficiente.
 

        Sapienza è relativizzare il non assoluto: il tempo lo spazio, i beni strumentali. L'unico bene essenziale è Lui. « Ho sete di Dio, di quell'Essere infinito che solo può saziare l'anima immortale. Sento viva in me la brevità della vita e le mie speranze sono riposte in Dio, che è la stessa verità immutabile ed eterna. Il tempo passa veloce dicendo (all'anima): tesoreggia, io passo e non ritorno più ». E ancora, scrivendo più tardi alla mamma, dice: « Facciamo tesoro del tempo. Se tutto passa, Egli solo resta all'anima che gli è stata fedele. Lasciamo che gli altri si affatichino nell'accumulare beni fugaci, noi attacchiamoci all'eterno che non finisce mai ".
 

        Sapienza è fare sintesi nella propria vita interiore attorno ad un progetto di vita appassionato, intenso, che coagula tutti i desideri attorno all'anelito vitale. «Due martìri io sogno di subire - scrive nel '23 - quello dell'amore e quello del dolore. La mia anima si slancia nelle fiamme del Misericordioso Amore e il mio corpo in quello del dolore». E ancora più precisamente focalizza il suo desiderio ormai assimilato a quello dello Sposo Crocifisso, il Sitio. «Sfogliate - così annota nel '25 ­ la mia giovane vita, stritolate nel dolore le più intime fibre del mio cuore, sfarinate le mie ossa, affinché dall'abisso del mio totale annientamento, si levi al cielo l'incessante grido "Sitio". Ho sete, o Gesù, di anime; per pietà refrigerate la mia ardente sete ».
        E si sente la più ricca ragazza del mondo perché nella sua celletta carmelitana abita lei, tabernacolo vivente di Dio. «Come è vero che darsi tutta al Signore è possedere tutto».
 

        Sapienza è perseverare nell'imperturbabile pace, anche nel buio della prova. E' il consiglio che offre alla sorella mentre si prepara a seguirla nel Carmelo. Questa dolce sorellina della Serva di Dio Suor Elia, è a tutt'oggi vivente nel Carmelo di Bari e da allora tiene fede gioiosamente alle indicazioni della sua grande Sorella e modello. Non a caso si chiama Suor Celina come una delle sorelle di S. Teresina di Lisieux carmelitana insieme alla Santa. «Voglio confidarti un segreto - Scrive Suor Elia alla futura Suor Celina - per serbare sempre la pace nel tuo cuore. Se ci assale qualche pena, o qualche nube nasconde il sereno della nostra anima, lasciamo per qualche minuto ogni nostra occupazione, posiamoci sul Cuore di Gesù con gli occhi chiusi alle cose di questa misera terra, diciamogli in segreto che nulla potrà strapparci al suo amore, poi riprendiamo con più lena il nostro lavoro e, sereni, amiamo ancora di più il buon Dio. Ti piace? Mettiamoci all'opera ».
 

        La pace non è un amuleto da conservare. E' una conquista da attuare, amando e operando. « E' un mare tempestoso la vita - scrive ad una sua amica - Non temere naufragio. Sulla tua vela sta scritto: "Fiducia!". I remi li affidasti ad una Sorellina potente, S. Teresa del Bambino Gesù! Non hai che da stringerti all'ancora della speranza e sarai salva. Ama il buon Dio alla follia e non sarai delusa! ».
 

        Sapienza è tradurre nel concreto feriale lo slancio del cuore. E' portarsi sui monti, affrontando impervii sentieri, dopo aver avuto il colloquio con l'Angelo della propria annunciazione. Come Maria. Il mistico che si è incontrato sull'Oreb con Dio si fa compagno delle gioie e delle pene che si incontrano sui sentieri degli uomini. Come Mosè. Un maestro della mistica tedesca medievale ammoniva i suoi discepoli: se sei arrivato al terzo cielo e, mentre stai gustando le delizie della contemplazione, un povero infermo ti chiede una tazza di brodo, scendi subito da quelle altezze e cingiti i fianchi per servire il fratello nel bisogno.
Suor Elia, proprio perché mistica, era umanissima. Tutta di Dio. E perciò tutta degli uomini. Ancilla Domini come Maria si definisce nel Vangelo. Ancilla humanitatis come la Chiesa si definisce nel Concilio. Sia in famiglia che nella società, sia nel Carmelo che nell'educandato quale maestra di ricamo a macchina (va notato che fino a pochi anni or sono il Carmelo di Bari era l'unico al mondo che annettesse un'opera di educandato), fa suo il programma di Paolo: « farsi tutto, a tutti, a tutti i costi ».
        Nella forma più amabile e più semplice, intuisce i bisogni, previene i desideri, serve con perseveranza. La sua generosità è l'irradiazione della carità che «tutto crede, tutto spera, tutto sopporta ».
 

        Sapienza è saper soffrire e saper offrire. Suor Elia con S. Teresina beve di frequente al calice amaro del martirio del cuore e del martirio del corpo. Quello del cuore è affrontato con amabilità ed energia: dolce con gli altri, esigente con sé, senza mai condannare nessuno e come nota in una lettera al suo direttore spirituale - « senza mai perdere la bussola ». Cela lo strazio di un'emicrania che l'accompagnerà - sintomo del male che reciderà lo stelo - fino alla fine, senza posa. Lo chiama, per celia, « il mio fratellino ». « Il mio fratellino ­ scrive a colui che dirige la sua anima - non mi permette di fare lunghi discorsi, tanto meno ascoltarli. Come vede, tutto coopera ad isolarmi sempre di più da ogni cosa e a vivere unicamente in Dio. Niente turba la pace dell'anima mia. Tutto mi serve di leva per sollevarmi a Lui. No, Padre venerato, non mi pento di essermi consacrata vittima al Signore ».
        Suor Elia è come il suo modello un' esperta del patire. E la sua gioia paradossale nella sofferenza le deriva dalla fedeltà sponsale alla consacrazione, come vittima, all' Amore Misericordioso.
 

        Sapienza è puntare di là dalla sponda del tempo sulla riva dell' eterno. Con S. Teresina, Suor Elia condivide l'incanto quasi francescano per la terra creatura di Dio, ma è divorata, pellegrina dell'Assoluto, dalla sete del Cielo «sede sperimentale di Dio». Tante sue poesie - si esprimeva così come il suo modello di Lisieux - sono un unico anelito alla «Casa», alla « patria», alla « luce». Prevede e pregusta il passaggio della morte come lo spezzarsi del vaso per l'incontenibile gioia dell'incontro. Un giorno, quando ancora non si prevedeva neppure da lontano la fine, si rivolgeva ad una sua consorella: «Quando saprai che io sto per morire, dimmelo, sai; così non morrò per malattia, ma per la gioia eccessiva di dover vedere presto il mio Gesù». E progettava il suo compito a partire dal suo ingresso nel Regno, come Teresa di Lisieux che prometteva di voler « passare l'eternità» a sfogliare rose di grazie e di amore sulla terra. «Quando la piccola Elia - scrive di sé la Carmelitana di Bari - sarà immersa nell'oceano dell'Eternità, allora comincerà ad esplicare la sua missione».
 

        Il suo spirito era tutta una festa di Speranza; era un'ebollizione d'amore. La sua malattia decisiva fu brevissima, pressoché inosservata, curata come semplice influenza. Così avvenne perché tutto si svolgesse nel nascondimento secondo il suo anelito. La comunità fu avvertita quando la piccola sorella era in coma. Il sole del Natale splendeva in un cielo di primavera anticipato allorché la dolce «tortorella» come si era tante volte autodefinita spiccava il suo volo incontro al Sole di tutte le galassie. Era il mezzogiorno del 25 dicembre 1927.
 

        L'aveva misteriosamente predetto. Natale, la festa dei bimbi. Natale, la festa della novità. Natale, la festa della pace.
        Suor Elia ha saputo sempre fare - fervida emula di S. Teresina - del Natale, uno stile di vita, grazie al suo impegno dell'infanzia spirituale. Mentre sulla terra la Chiesa celebrava il Natale della redenzione, lei entrava nel Natale della resurrezione. Natale: il dies natalis del Capo e delle membra sue. Natale: Cristo è nato sulla terra per la gioia degli uomini. Elia nasce al Cielo per la gioia dei Santi. Ed è subito luce. E per lei è subito stupore, mentre il suo cuore è invaso dall'Amore. Che è novità. Alla fonte sorgiva.
        E da allora rifiorisce ancora una volta sulla terra il segno della vergine feconda. Il Signore Dio dà al popolo e al re Acaz incredulo un segno secondo il suo stile e il suo piano, come apprendiamo dal profeta Isaia.
Ora il segno è il concepimento di una Vergine. "Ecco la Vergine concepirà". E la Vergine nella pienezza dei tempi concepì perché il piano dell'Altissimo trovò perfetta rispondenza in Lei.
 

        Anche oggi ad un mondo incredulo che chiede, tuttavia, segni, il Signore Dio vuol offrire il segno della Vergine. Ancora vuole poter dire a questo mondo: Ecco la Vergine concepirà. Non più solo la Vergine Maria, ma la Vergine Chiesa, ogni membro della Chiesa vergine nel Battesimo. Una Chiesa, vergine-feconda. Vergine: disponibile all'amore totale, non inquinata da catture idolatriche. Feconda di Gesù-salvezza e non di interessi e di potenze. La vergine, feconda per vocazione, sarà la vergine feconda nella realtà.
La Chiesa, anche in Suor Elia, sta celebrando il mistero della sua fecondità. E lo sta mostrando al mondo.
 

        Nel 1953 vennero fatti i Processi Ordinari a Bari. Tali inchieste canoniche, concluse nel 1955, vennero trasmesse all'allora S. Congregazione dei Riti. Frattanto molti Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, Superiori Generali di Istituti religiosi, e altre personalità ecclesiastiche e civili scrissero al Sommo Pontefice, chiedendogli che fosse introdotta la Causa di Beatificazione della Serva di Dio presso la Sede Apostolica. Esaminati, quindi, secondo le prescrizioni canoniche, gli scritti della Serva di Dio, il 1 luglio 1964 venne promulgato il relativo decreto, approvato dal Papa Paolo VI, decreto nel quale si affermava che non c'era nulla che si opponesse al proseguimento della Causa. Per cui dietro istanza dal rev. P. Simeone Tomas Fermindez della S. Famiglia, Postulatore Generale dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi, il 20 giugno 1980, in virtù delle facoltà speciali concesse dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, si tenne il Congresso Ordinario della S. Congregazione per le Cause dei Santi. In esso venne discusso se si dovesse introdurre la Causa agli effetti proposti, ottenendosi la risposta affermativa del Cardinale Prefetto e di tutti i Prelati Officiali.
            Fatta fedele relazione di tutto l"esposto a Papa Giovanni Paolo II da S. Eminenza il Cardinale Pietro Palazzini, Sua Santità convalidò e approvò la risposta della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi. E così l'11 novembre 1980 nella Cattedrale di Bari durante la Liturgia Eucaristica fu data lettura del Decreto della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi sull'Introduzione canonica della Causa di Beatificazione e Canonizzazione della Serva di Dio. Il 6 ottobre 1981 si è aperto il Processo Apostolico, che si chiuderà probabilmente in questo stesso anno, ottobre 1982.
        La Chiesa, specchio riflettente, segno - strumento della santità di Dio si prepara ad ingemmarsi di questo nuovo fulgore quando l'ora di Dio scoccherà.
Se il Santo è una finestra attraverso cui si intravede il mondo nuovo, la Chiesa in Suor Elia sta ripresentando ad una società sofisticata, in un secolo - che è il suo secolo - tra i più drammatici della storia, il messaggio incarnato della semplicità di un'infanzia matura d'amore.
        Le grandi anime sono come le grandi nuvole. Raccolgono per versare. L'acqua della vita sarà versata, a torrenti, sulla nostra steppa bruciata attraverso questo limpido bacino nascosto in un Carmelo del nostro tempo.

        Che si svuotò totalmente di sé per riempirsi di Lui acqua che sale per la vita.
        Che fu totalmente fedele a quanto lo Sposo divino sussurrò un giorno: «fatti capacità, io mi farò torrente ».
 

Sabino Palumbieri

 

 

 

 

 

(dalla Rivista PREGARE n. 4/5 - 2005)

 

 CRONOLOGIA

 

1901 - 17 gennaio. Teodora Fracasso nasce in Bari Vecchia.                             

 

1903 - A soli due anni, riceve la Cresima dall'Arcivescovo di Bari, mons. Giulio Vaccaro

 

1905 - maggio, il sogno del giardino: sogna un giardino di gigli in cui avanza una donna con una falce d'oro, che miete gigli e, infine,

                 strappa un piccolo giglio e se lo stringe al cuore, poi scompare. il mattino dopo, la mamma le spiega che ha visto Maria.                     

 

Dal 1906 fino al suo ingresso al Carmelo (1919- 20) la sua formazione avviene presso l'Istituto delle Suore Stimmatine (le «Figlie d'Assisi»)                                 '                                                                                                                                                                         

1911 - 8 maggio, fa la Prima Comunione, preceduta da una lunga e scrupolosa preparazione alla prima confessione

 

1920 - 8 aprile, giovedì dopo Pasqua entra nel Carmelo.

 

1920 -  4 novembre: la sua vestizione religiosa avviene nella festa di s. Giovanni della Croce, il maestro della "Notte oscura".

 

1921 - 4 dicembre: Prima Professione Religiosa; nell'esprimere i voti sr. Elia formula nell'intimo del suo cuore l'«Offerta di tutta me stessa

                                  quale vittima d'amore a Gesù Ostia vivente sui nostri altari>,.

 

1921-1925 - anni di noviziato.

 

1923-1924 - per questo anno scolastico (e poi per  il successivo, 1924-1925), è addetta all'Educandato del Monastero come Istitutrice

                      ed insegnante di ricamo a macchina.

 

1924 - 8 dicembre. All'alba scrive con il sangue il suo atto d'offerta totale e definitiva al Signore

 

1925 - 11 febbraio: festa della Madonna di Lourdes. Professione Solenne e Velazione

 

1926 - Le prende un forte mal di testa quasi quotidianamente: lo chiama il «caro fratellino», perché  la fa vivere ormai unicamente in Dio,

            vittima d'amore al Signore.

   

1927 - Dopo due anni senza più alcun incarico nella comunità, è nominata sagrestana. Nel febbraio una forma piuttosto grave d'influenza

            colpisce molte consorelle e la stessa Suor  Elia, che guarisce  dopo un mese di malattia.

 

1927 - Settimana Santa: Suor  Elia la vive in un particolare stato di grazia: il Giovedì Santo riceve il dono di un «profondo silenzio».

   

1927 - 3 agosto - Miracolo delle rose: un profumo soave di rose si spande all'improvviso nella cella in cui è in conversazione con la sorella,

                               segno del favore divino e dono particolare della presenza di s. Teresina da loro invocata.

 

1927 - dicembre - Una settimana prima della morte, nei giorni della novena, Suor  Elia lavora in sacrestia per i preparativi del Natale vicino;

                               sente prossima la morte; l'odono dire tra sé: «Da quella porta tra poco uscirai morta». Il 18 dicembre scrive la sua ultima

                               poesia; al termine annota: «Cade la neve».

 

1927 -  21 dicembre - È a letto con la febbre e con un dolore di testa molto forte. I medici, chiamati solo il 21 dicembre, diagnosticano

                                      meningite ed encefalite, ma è ormai troppo tardi.

 

1927 - 25 dicembre, Natale del Signore - A mezzogiorno muore fissando il crocifisso: le campane dell'Angelus sembrano suonare

                                                                       a festa per lei.

 

 

 

 

PROFILO BIOGRAFICO

 

 

«ESSER CONOSCIUTA SOLO DA DIO»

 

 

         Maggio 1905: una bambina di cinque anni - Dora - ha un sogno che le s'impriIlle profondamente nell' anima. Vede un giardino di gigli in cui avanza una donna con una falce d'oro, che miete gigli ed, infine, strappa un, piccolo giglio e  se lo stringe al cuore, poi scompare.

        Il mattino dopo, la piccina narra, tutta eccitata, il sogno alla mamma, e le chiede chi potrebbe essere quella,signora del sogno, e mamma le spiega che ha visto la Madonna. In quello stesso giorno in, giardino (la famiglia a maggio, si trasferiva in una casa di campagna con un giardino) contempla Maria in una rosa sbocciata e che le predice il suo futuro di monaca: è il primo seme della sua vocazione religiosa.

Quale che sia il senso di quel sogno; esso dovette essere la prima esperienza religiosa della bambina, se ripensandoci più tardi, scriverà:

        «Da quel giorno sentivo un non so che nell'intimo dell'anima che mi faceva cercare qualcosa. Il mio piccolo cuore provava un'ardente sete del suo Dio, e da quel giorno il desiderio di Dio e ilcontinuo pensiero di essere monaca non si partirono più dalla mia mente».

 

 

I primi passi

 

        Una vecchia casa in piazza San Marco, n. 24, nella Bari Vecchia; Al secondo piano abitano Giuseppe Fracasso e Pasqua Cianci, «genitori veramente santi» (scriverà suor Elia). Qui, il 17 gennaio 1901 vede la luce la nostra Teodora (Dora). Era la terza di ben nove fra sorelle e fratelli: Prudenza, la più grande, Anna (morta a sei anni), Teodora, Domenichina (che  si, farà monaca come la sorella, col nome di sr. Celina), ultimo, l'unico maschio, Nicola; gli altri quattro morirono prematuramente nella prima infanzia.

        La famiglia di sr.Elia era seriamente cristiana. Il padre gestiva una piccola azienda artigianale di pittore edile; di modesta istruzione (aveva lasciato presto gli studi per aiutare la famiglia) - a differenza del fratello Carlo sacerdote - ; cattolico praticante, come la moglie, fu sacrista maggiore della Confraternita "Santa Maria del Pozzo" della vicina chiesetta di San Marco.

        Tutti, la sera, riuniti insieme, recitavano il rosario. La mamma sapeva parlare ai suoi bambini di Dio, della Madonna, del cielo, dela vita eterna, dell'anima. Alla richiesta di di Dora: «Mamma, le bimbe buone vedono l'anima loro? E tu hai mai visto la tua?». «Piccina mia, il velo di questo corpo ce la nasconde. Essa è dentro di noi e solo dopo la morte potremo vederla.  È tanto bella».                          

    A soli due anni, secondo la consuetudine del tempo, Dora riceve la cresima dall'arcivescovo di Bari, mons. Giulio vaccaro. La grazia di Dio; opera in quell'anima innocente che depone ogni sera ai piedi della Madonna «il fiorellino di qualche mortificazione praticata in suo onore».

    A cinque:anni neÌ giardino della nuova casa; modesta, ma con un bel giardino - luogo amato da Dora per i suoi svaghi e per le sue meditazioni -, la bimbetta si sente come un'umile erbetta nascosta, che dice al suo cuore come «il Signore nostro Dio abita nell'alto, ma si china a guardare ciò che è umile in cielo e sulla terra»; ed offre a Dio il suo cuore.

 

        «"Sogni" e "visioni" hanno accompagnato un' infanzia già vissuta (forse anche per il sacramento della Confermazione amministratole a due anni!) in una " grande sensibilità verso le realtà dello spirito, che non può non essere se non dono della grazia divina, come il voler sapere a tre anni cosa fosse l'anima e quale fosse la sua destinazione.

        Si tratta, tuttavia, di sogni e visioni per nulla straordinari (come la citata, dell'«umile fogliolina di una erbetta ignorata che io coltivavo gelosamente, essa mi simboleggiava il nascondimento e la dimenticanza di tutti»), cui si può credere tranquillamente, perché lo straordinario non è tanto in quella che Dora" sogna" o "vede", ma nell'intensità con cui ella vive particolari come quello, appunto, del filo d'erba nascosto...,  cui nessuno darebbe peso, ma lei                              

        «a tal vista tutta mi sentii attratta e piegando anch' io le ginocchia grandemente commossa, sollevando lo sguardo al cielo, sentivo all'invito ,della  terra, congiungersi anche quello degli eletti».

 

    Di lei è stato tracciato questo piccolo ritratto: «Una bambina di buona salute, intelligente, ricca di sentimento. Amava le cose belle e quelle che amava le voleva; godeva d'essere amata, non voleva dispiacere a nessuno.  Le piaceva giocare con i giocattoli che la mamma Ie compra­va e soprattutto con la sorella più piccola, Domenichina; ma preferiva l'aria aperta del giardino dì casa, le passeggiate col babbo lungo il mare, sotto il sole forte di Bari e il cielo stellato delle sere estive».

 

Adolescenza

 

        «Ancora molto piccina» - come scrive - entra nel 1906 nell'Istituto delle suore Stimmatine (le «Figlie d'Assisi».

                                                                                                               ..

         Per i primi due anni è convittrice interna; negli anni successivi rimane semiconvittrice (tale resta anche quando termina gli studi col diploma di terza elementare), ma praticamente  vi trascorre tutto il giorno frequentando il laboratorio di cucito e ricamo, crescendo e progredendo e finendo col diventare una collaboratrice delle istitutrici.

Intanto, nella vicina chiesa di san Francesco da Paola, tenuta dai padri Domenicani, frequenta le associazioni parrocchiali per i fanciulli ed i giovani: associazioni mariane, che educavano alla devozione a Maria, cui i bambini si affidavano per crescere in purezza.

        A dieci anni (1911)  riceve la Prima Comunione, preceduta da una lunga e scrupolosa preparazione alla prima confessione. Nei dieci giorni d'esercizi spirituali (presso le Suore Stimmatine) che precedono immediatamente ìl giorno della Prima Comunione passa lunghe ore da sola davanti al Tabernacolo. Furono giornate di primavera: «Gesù, come tutta mi sentii perduta in Voi quale atomo lanciato in un braciere di fuoco».

        La notte prima, fa un sogno misterioso che però non rivela  (si saprà  in seguito che ha sognato s. Teresina che le aveva detto: «Sarai monaca come me »).

        L'ardore con cui s'accosta alla Comunione attira l'attellzione dell'Arcivescovo, che dopo la celebrazione vuole incontrarla e la bacia  in fronte. Dora vive questo giorno come un consacrarsi totale e definitivo al Signore. Gesù le «comunica» che «avrebbe  molto sofferto, quaggiù». .

        Da quel giorno fino alla sua morte Dora, in seguito sr. Elia, non trascurò mai comunicarsi ogni giorno, tranne nei giorni di malattia e per due mesi d'incursioni aeree, in cui la famiglia era sfollata in campagna.

       

        A quattordici anni è signorina ed a quindici lavora ancora presso  le Stimmatine ricavandone qualche guadagno per la famiglia: erano gli anni della guerra 1915-18, e suo papà s'affaticava forte per la famiglia che cresceva.

        Dora lavorava anche di notte al lume di una candela per risparmiare la corrente elettrica.

        Lavorava e pregava.

        Si forma attorno a lei un gruppetto di amiche che, affascinate dalla spiritualità di Dora, sono con lei "un cuor solo e un'anima sola", soprattutto nella preghiera (oltre la sorella Domenichina, due ragazze su quattro si faranno, come lei, carmelitane). La sorella maggiore, Prudenza, le chiede consigli e Dora non lo fa pesare. Domenichina condivide con lei l'amore per il Signore: è un po' come Celina per Teresina (e Domenichina entra nel Carmelo dopo la sorella e si chiamerà proprio Celina). Al fratellino Nicola insegna preghiere e fioretti.

        E' attenta agli operai del laboratorio gestito dal padre ed alle loro famiglie, con pensieri, lavoretti per i neonati; assiste un operaio inabile per causa del lavoro; va apregare con costanza sulla tomba di un operaio defunto; si preoccupa che vadano a Messa la domenica (si fa dire il colore dei paramenti o si fa ripetere la spiegazione del Vangelo), e che offrano a Dio il loro lavoro, che le mamme facciano la comunione prima del parto, che battezzino i neonati entro gli otto giorni. Mette parole di pace fra tutti.

        E' preoccupata della salvezza delle anime. Il suo pensiero s'allarga a tutte le anime da condurre a Dio. Come Santa Tersina pensa alle missioni "nelle terre dei barbari, nelle lontane Americhe"; come Teresina comprende che non sono necessarie opere grandi, ma l'amore e la completa immolazione di sé.

   

        Con la guerra iniziò un brutto periodo; tra l'altro esplose un  certo anticlericalismo rimasto sino allora in parte sotto la cenere. Prima fu chiuso il convento dei Domenicani di S. Francesco, col pretesto di spionaggio in favore dell'Austria. Poi vennero bandite anche le Stimmatine.

        Lo spirito degli avversari si manifestava in tute le forme e c'erano anche bestemmiatori che dappertutto si permettevano d'offendere Dio. Una sera ne capitò uno anche in casa Fracasso. Dora, alle spicce: "Signore, in casa nostra bestemmie non se ne dicono; se vuol farlo, vada fuori". "Grazie, signorina!", ed il malcapitato smise; ma, andando via, disse all'amico don Peppino: "Quel rimprovero mi è valso più di una predica".

       In quello stesso tempo ne capitò un'altra. Una sera un mangiapreti andò a prelevare sua moglie che di giorno lavorava in casa Fracasso per guadagnare qualche cosa. "Mamma  - fece notare Dora - quell' uomo è senza la grazia di Dio", e ne sentiva perfino la puzza dei peccati che portava addosso. Poco dopo quell'uomo s'ammalò. Il gesuita p. Angelo Maresca fu invitato a portargli i Sacramenti. L'infermo, al solo vederlo, prese un bicchiere per tirarlo al prete, ma non ci riuscì. Il Padre, vista la cattiva disposizione, se ne andò. Dora stando in fondo alla porta della camera dell'ammalato, fu vista piangere,e, soprattutto pregare. Quando s'accorse che l'ammalato, aggravatosi, cercava qualche cosa, lei s'avvicinò, prese di tasca il crocefisso che portava sempre con sé e lo porse al moribondo. Questi lo baciò. Si rinnovava il gesto del condannato Pranzini  per il quale aveva pregato santa Teresina.

        Nella bottega delpadre c'era un povero operaio paralizzato agli arti superiori. All'ora del pranzo, Dora gli portava una scodella di minestra e lo imboccava con carità. Altra volta l'amica Prudenzina s'accorse che Dora non aveva più gli orecchini datile dalla mamma.  "Che ne hai fatto?" Le chiese. "Li ho dati a una povera ragazza che doveva sposarsi. Tanto a me non servono più, vado in monastero".

            A volte capitava in casa una vecchina che viveva sola e priva d'ogni igiene. Dora l'invitava in giardino e si metteva pettinarla. Ce n'erano di inquilini tra quei poveri capelli!

        Un giorno la vecchietta non si vide più. La trovarono morta, sola sola in casa.  Dora, prima provvide a far venire un ecclesiastico per farne benedire la salma, poi fa lavò, la vestì e così la preparò per l'umile sepoltura.
 

        Dora era una bella adolescente e non poteva non attirare l'attenzione di qualche giovanotto. Uno di questi osò farlo con molta garbatezza. Lei gli rispose: "Domani ci vedremo alla chiesa di san Gaetano; lì confessati e comunicati". Il giovanotto lo fece, e stette in attesa della conclusione, che fu singolare: "Non pensare a me. Io sono tutta del Signore. Io potrò aiutarti con la preghiera". Ma lo fece così bene che, qualche tempo dopo,  quando Domenichina che aveva assistito all'incontro ed ora andava con la famiglia a salutare quella del giovane pretendente, perchè la figlia entrava al Carmelo, il giovane le disse: «Dì a tua sorella che il suo aiuto e le sue preghiere mi hanno fatto più bene che la sua mancata compagnia»". Dora era stata di parola.

 

        Ma il suo sogno è il Carmelo: vorrebbe scrivere a Roma per sapere dove trovarne uno; poi venne a sapere che ne esiste uno a Bari, quello di San Giuseppe, di recente costruzione.. Dora non ne aveva parlato con nessuno, ma con sua sorpresa un padre domenicano, al termine di una conferenza a cui Dora aveva assistito, le profetizzò: "Signorina, lei sarà carmelitana scalza!".  «Come lo sa, Padre?». « È negli occhi che vedo la vocazione. Si dia tutta, buona figliola, al Signore».

        In realtà Dora aveva già sognato da fanciulla s. Teresa di Gesù Bambino, che l'aveva chiamata "suor Elia" e le aveva predetto che sarebbe morta giovane come lei. La giovane carmelitana di Lisieux - non ancora proclamata santa -  l'invitava a seguire la sua "piccola via".


        Ma Dora dovrà attendere quasi quattro anni per realizzare il suo desiderio di consacrazione religiosa per la salvezza delle anime.

 

dalla RIVISTA "PREGARE

numero 4/5 Aprile-Maggio 2005 - Ed. OCD - Roma -

Via Anagnina 662/b - Morena (Roma)

 

 


(da e-mail di P. Sangallo)

Beata Elia di San Clemente 
(1901-1927) Carmelitana Scalza
 
 
Terzogenita dei coniugi Giuseppe Fracasso e Pasqua Cianci, la nova Beata nacque
a Bari il 17 Gennaio 1901 e, dopo quattro giorni, venne battezzata, con il nome
di Teodora nella chiesa di San Giacomo dallo zio Don Carlo Fracasso, cappellano
del cimitero. Fu cresimata nel 1903 da Mons. Giulio Vaccari, Arcivescovo della
Diocesi.
La sua famiglia viveva allora in Piazza San Marco e si manteneva con i proventi
del padre, maestro pittore e decoratore edile, il quale, intorno al 1929/30 con
grandi sacrifici aprirà un negozio per la vendita di vernici e colori. La madre
si occupava dei lavori domestici. 
Stimati entrambi come ottimi cristiani praticanti ebbero nove figli, di cui
quattro morti in tenera età. Rappresentavano per i cinque figli rimasti in vita
(Prudenza, Anna, Teodora, Domenica e Nicola) un sicuro punto di riferimento per
la loro crescita umana e spirituale. 
Nel 1905 la famiglia si trasferì in Via Piccinni, in una casa con annesso un
piccolo giardino, nel quale la piccola Teodora B all'età di 4 o 5 anni B affermò
di avere visto in sogno una bella "Signora" che si aggirava tra filari
di gigli fioriti, poi sparita all'improvviso in un fascio di luce, alla quale
promise di farsi monaca da grande, dopo che la madre le aveva spiegato il
possibile significato della visione.  
Teodora, mandata all'asilo dalle Suore Stimmatine, proseguì gli studi sino alla
terza classe elementare. L'8 Maggio 1911, dopo aver fatto una lunga
preparazione, ricevette la Prima Comunione; la notte precedente sogna S. Teresa
di Gesù Bambino che le predice: "sarai monaca come me". In seguito
frequentò il laboratorio di cucito e di ricamo presso lo stesso Istituto. 
Entrata a far parte dell'associazione della Beata Imelda Lambertini, domenicana
con spiccata pietà eucaristica, passerà in seguito alla "Milizia
Angelica" di San Tommaso d'Aquino. Riuniva periodicamente le amiche nella
cameretta di casa per fare meditazione e pregare insieme, per leggere il
Vangelo, le Massime Eterne, l'Imitazione di Cristo, i Quindici Sabati della
Madonna, le vite dei santi ed in particolare l'autobiografia di S. Teresa di
Gesù Bambino. 
Questo comportamento e questa sua benefica influenza sulle altre compagne non
erano sfuggite a una delle insegnanti, Suor Angelina Nardi. Intanto la non ben
definita vocazione religiosa di Teodora stava prendendo indirizzo su consiglio
di P. Pietro Fiorillo, O.P., suo direttore spirituale, che la introdusse nel
Terz'Ordine Domenicano, nel quale, ammessa come novizia il 20 Aprile 1914 con il
nome di Agnese, fece la professione il 14 Maggio 1915, con una speciale dispensa
per la sua giovane età.  
Teodora, durante gli anni difficili della guerra 1915-1918, trovò una infinità
di occasioni per ampliare, oltre l'ambito familiare e delle conoscenze, il suo
campo di apostolato, di catechesi e di assistenza, dando libero sfogo al suo
ardente desiderio di fare del bene al prossimo.  
Verso la fine del 1917, Teodora decise di rivolgersi per un consiglio al Padre
Gesuita Sergio Di Gioia, il quale, divenuto suo nuovo confessore, decise di
indirizzarla, dopo circa un anno, insieme all'amica Chiara Bellomo, futura Suor
Diomira del Divino Amore, al Carmelo di San Giuseppe, di Via De Rossi, a Bari,
in cui entrambe si recarono per la prima volta nel Dicembre del 1918.
Il 1919 fu un anno di intensa preparazione spirituale in vista dell'ingresso in
Monastero, sotto la guida prudente ed illuminata di P. Di
Gioia.   
La nuova Beata entrò in comunità l'8 Aprile 1920 e rivestì il Sacro Abito il 24
Novembre dello stesso anno, assumendo il nome di Suor Elia di San Clemente.
Emise i primi voti semplici il 4 Dicembre 1921: "Sola ai piedi del mio
Crocifisso Signore, lo guardai lungamente, e in quello sguardo vidi che era
tutta la mia vita". Oltre a Santa Teresa di Gesù, prese come sua guida
Teresa di Gesù Bambino, seguendo la "piccola via dell'infanzia spirituale
ove mi sentivo - afferma la Beata - chiamata dal Signore". Fece la
professione solenne l'11 Febbraio 1925.    
Il suo cammino, sin dall'inizio, non fu facile. Già nei primi mesi di noviziato
aveva dovuto affrontare con grande spirito di fede non poche difficoltà. Ma il
vero problema insorse dopo che la Madre Priora, Angelica Lamberti, nella
primavera del 1923, nominò Suor Elia maestra di ricamo a macchina
nell'educandato per giovanette annesso al Carmelo; la direttrice, Suor Colomba
del SS. Sacramento, dal carattere autoritario, severa e poco comprensiva, non
vedeva di buon occhio la bontà e la gentilezza con cui Suor Elia trattava le
educande, e, dopo due anni, la fece rimuovere dall'incarico.
Sempre rigorosamente osservante delle Regole e degli atti comuni, la nuova Beata
trascorreva per molto tempo gran parte della giornata nella sua cella, dedita ai
lavori di cucito che le venivano affidati, pur continuando a godere di grande
stima da parte della Madre Priora, che la nominò sagrestana nel 1927. In questa
prova dolorosa le fu di grande conforto P. Elia di S. Ambrogio, Procuratore
Generale dell'Ordine dei Carmelitani Scalzi, che l'aveva conosciuta nel 1922, in
occasione di una visita al Carmelo di San Giuseppe, e con il quale la giovane
intrattenne una edificante corrispondenza epistolare traendone grandi
benefici.  
Colpita nel Gennaio del 1927 da una forte influenza che la debilitò molto, Suor
Elia cominciò ad accusare frequenti mal di testa di cui non si lamentava, e che
sopportava senza prendere nessun medicinale.
Quando, alcuni giorni prima di Natale (il 21 Dicembre), Suor Elia cominciò ad
accusare anche una forte febbre ed altri disturbi, si ritenne trattarsi di uno
dei soliti malesseri; ma la situazione si fece di giorno in giorno più
preoccupante. Il 24 Dicembre venne visitata da un medico, che, pur avendo
diagnosticato una possibile meningite o encefalite, non ritenne la situazione
clinica  particolarmente grave, per cui soltanto il mattino successivo
furono convocati al capezzale dell'inferma due medici, i quali purtroppo
constatarono l'irreversibilità delle sue condizioni.
Suor Elia di San Clemente si spense alle ore 12'00 del 25 Dicembre 1927. Fece il
suo ingresso in Cielo in un giorno di festa, come aveva predetto: "Morirò
in un giorno di festa". I suoi funerali furono celebrati il giorno
successivo dall'Arcivescovo di Bari, Mons. Augusto Curi, alla presenza dei
familiari della Serva di Dio e di tantissima gente accorsa per visitare la
salma. 
La giovane carmelitana lasciò in tutti un nostalgico ricordo, ma anche un grande
insegnamento: è necessario camminare con gioia verso il Paradiso perché quello è
"il punto omega" di ogni credente.
 
 
 

 
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