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Giovanni della Croce S - 14 dicembre

SAN GIOVANNI DELLA CROCE

SACERDOTE DOTTORE DELLA CHIESA

E PADRE DEL CARMELO RIFORMATO

14 dicembre

Govanni de Yepes y Alvarez (Fontiveros, Spagna, c. 1542 - Ubeda, 14 dìcembre. 1591) è fra i grandi maestri e testimoni dell'esperienza mistica. Entrato ventunenne nel Carmelo, ricevette un'accurata formazione umanistica e teologica. Condivise con Santa Teresa di Gesù il progetto di riforma dell'Ordine carmelitano, che attuò, e visse con esemplare coerenza, soffrendo opposizioni e persecuzioni, tra cui la dura prigione di Toledo. In questo cammino di croce, abbracciata per puro amore, ebbe le più alte illuminazioni mistiche, di cui fu cantore e dottore nelle sue opere. Fra le più alte voci della lirica spagnola, divenne il maestro nel cammino di fede dal "nulla" verso il "tutto", guida sapiente di generazioni di anime avviate alla contemplazione e all'unione con Dio. Canonizzato da Benedetto XIII il 27 dicembre 1726, venne proclamato Dottore della Chiesa da Pio XI il 24 agosto 1926.

 

preghiera

O Dio, che hai guidato san Giovanni della Croce [nostro Padre] alla santa montagna che è Cristo, attraverso la notte oscura della rinuncia e l'amore ardente della croce, concedi a noi di seguirlo come maestro di vita spirituale, per giungere alla contemplazione della tua gloria.

 

Giovanni de Yepes nasce a Vontiveros, cittadina della Castiglia (Spegna), nel 1542. Il padre, Gonzalo de Yepes, era un nobile di origine teledana, diseredato dai ricchi genitori per aver voluto sposare Caterina Alvarez, orfana e povera. La famiglia nascerà nella povera casetta della donna, tessitrice, dove il padre apprenderà l'umile mestiere della moglie per tirare avanti.

Terzo di tre figli, perderà il padre, dopo lunga e penosa malattia, appena dopo due anni della nascita. La madre va ad elemosinare dai ricchi parenti del marito, ma è respinta. Quando il fratello più grande, Francesco, comincia a lavorare, il secondogenito muore di stenti. Giovanni è mandato in un collegio per orfani, studia e contemporaneamente fa l'inserviente in un ospedale a Medina del Campo.

Poveri, appena possono, aiutano gli altri. Un bimbo in necessità entra a far parte della oro famiglia.

Quando Giovanni ebbe 21 anni, tutta l'esperienza d'amore, di povertà e di intelligenza di cui s'era nutrito si concretizzò per lui nella vocazione carmelitana. Dio, preghiera, mortificazione con gli occhi che guardano alla Vergine del Carmelo, diventano la sua vita.
Gli anni successivi trovano dunque Giovanni, religioso e studente di filosofia e teologia alla splendida Università di Salamanca. Sceglie per sé una cella piccola e buia, solo perché gode di una finestrella che guarda sul presbiterio della chiesa e vi passa lunghe ore assorto nella contemplazione del tabernacolo.

Poco prima d'essere ordinato prete, pensa alla totale clausura contemplativa della vita certosina e desidera di cambiare Ordine. Ma proprio allora incontra Teresa d'Avila. E' il 1567.
Teresa ha trent'anni più di lui. Anch'ella aveva sofferto tormenti interiori con la ricerca di una nuova vocazione. Ma ormai da alcuni anni si era calmata cominciando a riformare i Carmeli femminili. Stava creando dei piccoli "paradisi in terra" dove le sorelle si aiutano reciprocamente a "vedere Dio" fin da questa terra con gli occhi limpidi della fede e col fuoco della carità.
Teresa ha intenzione di estendere la sua "riforma" al ramo maschile dell'Ordine, anzi considera questa impresa ancora più importante della prima perché gli uomini potranno legare assieme la contemplazione e la missione. Uniti con Dio per seguire Cristo e darlo agli altri dove la Chiesa ha più bisogno d'essere aiutata e sorretta.

Giovanni accetta di condividere l'ideale e il destino di lei: torna a Salamanca per completare gli studi prima di essere ordinato prete, e intanto Teresa cerca il modo di poter avere un conventino per i primi carmelitani riformati.
È' lei stessa che taglia e cuce per Giovanni della Croce il povero abito di lana grezza.

La nuova vita comincia a Durvelo, tra un gruppetto di case coloniche, sperduto nella campagna. Hanno adattato un vecchio edificio: il coro è nel solaio dove si può
entrare e restare solo chinati, il portale è stato trasformato in cappella, due cellette sono agli angoli del coro, così basse che si tocca il tetto con la testa. Una cucinetta divisa a metà serve anche per refettorio. Dovunque alle pareti ci sono croci di legno e qualche immagine di carta.

Qui gli "eremiti" vivono in una incredibile austerità. Si nutrono di lunghe preghiere, così intense che quasi non s'accorgono nemmeno di pregare; da lì vanno poi a predicare e a confessare presso i contadini delle borgate vicine. Quando Teresa va per la prima volta a trovarli, si commuove.

Per un certo periodo Giovanni chiama i suoi parenti a vivere con loro: mentre i frati sono a predicare, mamma Caterina prepara il povero cibo della comunità, il fratello Francesco rassetta le camere e i letti, e sua moglie Anna lava i panni.

Fu, in senso proprio, una nascita per il Carmelo immaginato e voluto da santa Teresa, e gli "eremiti" vi fecero un'esperienza tanto ricca e profonda quanto era necessario per sostenere per sempre la nuova vita.

Poi il trasferimento in un luogo più idonea ad una vita di comunità. Nel 1577 Giovanni si trova ad  Avila. Santa Teresa che è stata nominata a forza priora di un grande monastero di suore carmelitane non riformate, lo chiama per farsi aiutare in una vera opera di rieducazione spirituale.
I due lavorano assieme e il turbolento monastero, dove vivono più di 130 suore, diventa pian piano quello che doveva essere: una casa di preghiera e di carità. Ma una parte dei frati, tra cui anche alcuni superiori non guardano di buon occhio la riforma e considerano i riformati degli avventurieri inquieti e disobbedienti.

Così il rappresentante del Generale dell'Ordine comanda che Giovanni della Croce sia arrestato e incarcerato. In quei tempo i conventi avevano una cella-prigione per i frati-ribelli.
Verso Giovanni si accaniscono con inusitata ferocia. Bendato e maltrattato come un povero Cristo, lo portano fino a Toledo, dove un convento possente si erge sulle sponde del Tago. Lo rinchiudono in un bugigattolo incavato nel muro: serve a volte da latrina ed è quasi del tutto privo di luce. Ha solo una feritoia larga tre dita che dà su un'altra stanza. Solo a mezzogiorno Giovanni riesce a leggere il breviario, l'unica cosa che gli hanno lasciato.
Vi resterà quasi nove mesi: trattato a pane e acqua, qualche volta una sardina o mezza, con una sola tonaca che gli marcisce addosso senza che egli la possa mai lavare. Ogni venerdì sulle spalle riceve nel grande refettorio una flagellazione così violenta che, anni dopo, avrà ancora delle cicatrici non rimarginate. Gli dicono che si è "riformato" soltanto per voglia di comandare e per essere considerato un santo. I pidocchi lo divorano, la febbre lo consuma.
Lì, in quella inconsuera prigione, il suo cuore si apre a Dio nel commento vivo al Cantico dei Cantici.
Nel profondo dell'abisso, nel buio terribile che l'avvolge ancora fisicamente, nel centro oscuro della notte, dal suo cuore nascono le più calde e luminose poesie d'amore costruite con materiale biblico, ma anche secondo lo stile e le forme in uso al suo tempo.

Egli le compone a memoria e crea un mondo incredibile di immagini, simboli, sentimenti: un mondo dove la bellezza si fa grido dell'anima che cerca Cristo come la Sposa cerca il suo Sposo e si fa attrazione inesorabile di Dio che in Cristo cerca la sua creatura.
La notte, quella vera e terribile del carcere che cerca di sommergere anche l'anima del povero fraticello perseguitato, diventa ora la condizione ineliminabile per incamminarsi verso il mondo della rivelazione di Dio, lasciandosi alle spalle ogni cosa che possa distrarre da questa "avventura".
È il nulla delle creature che unisca al Tutto che è Dio.

Quando, dopo nove mesi, trascorsa la festa dell'Assunta, di notte, riesce a fuggire dal carcere, rischiando di sfracellarsi sulle sponde rocciose del Tago, Giovanni si rifugia nel monastero delle carmelitane di Toledo.Quando egli giunse nel loro parlatorio, le monache lo guardano smarrite. "Era -dissero- come un morto, tutto pelle e ossa, e così sfinito che quasi non poteva parlare, magrissimo e di colore cadaverico.

Dopo il carcere di Toledo gli restavano ancora solo quattordici anni di vita: ed egli li passò interamente come superiore di molti conventi, generalmente amato e stimato, anche se tenuto un po' sempre in secondo piano, ricercato soprattutto da coloro che gli chiedevano di guidarli nel cammino verso Dio. A tutti Giovanni insegnerà che morire può anche significare vivere, mentre a volte si chiama vita ciò che è soltanto morire.

I monasteri fondati da Teresa -e che vivono del suo spirito e del suo stile- si protendono naturalmente ad accogliere e desiderare la guida di Giovanni della Croce. Ed è per loro che egli accetta di manifestare la straordinaria e strana sua esperienza spirituale.
Poiché glielo chiedono le persone che egli più ama, egli compie, per tutta la vita che gli resta, la fatica di riprendere la sua "parola poetica" e di tentarne una spiegazione, un commento, utilizzando tutto quello che sa, tutta la teologia che ha studiato, tutte le analisi teologiche, filosofiche, psicologiche di cui è capace, nel tentativo di spiegare l'indicibile.
Vengono così composti i più noti trattati ascetici.
Mentre sta ancora commentando la poesia luminosa del Cantico,scrive paradossalmente, in libertà, una nuova poesia che rievoca l'esperienza terribile e affascinante della Notte in cui occorre rischiare la fuga per cercare l'Amore.

Come all'inizio della sua vita e come nel suo culmine, così verso la fine dei suoi giorni, Giovanni della Croce si trova nuovamente di fronte a quel mistero di morte e risurrezione, al quale si era consacrato.
Per una serie di malevole incomprensioni, alcuni dei suoi confratelli (questa volta non i frati che rifiutavano la "riforma", ma i suoi stessi "scalzi", quelli che egli aveva formati, che egli amava come figli, quelli di cui era così fiero che diceva che era "la più bella gente che c'era nella Chiesa"), alcuni dunque gli si rivoltarono contro.
Molti gli si strinsero attorno a difenderlo, ma i pochi che gli volevano male avevano in mano il potere, e qualcuno di essi cercò perfino di togliergli l'abito e di cacciarlo dall'Ordine.
Ma durante quei giorni penosissimi nessuno riuscì a sentire da Giovanni una critica o un'autodifesa. Privato di ogni carica, vive con tranquillità la vita di ogni giorno, lavorando con gioia e umiltà come ha sempre fatto.


A 49 anni Giovanni si ammala gravemente: nel collo del piede gli si apre una piaga tumorale che non vuole guarire. Gli offrono di scegliersi un convento dove farsi curare, ed egli sceglie l'unico in cui domina un Priore che gli vuol male: costui gli assegna la cella più povera e stretta, trascura di procurargli i rimedi necessari, gli rinfaccia volentieri il misero costo delle cure, e impedisce agli amici di rendergli sollievo. Il male si estende e le piaghe gli distruggono il corpo. Al medico che lo deve ripetutamente medicare raschiando l'osso vivo, sembra impossibile che si possa soffrire tanto e con tanta pace.


Giovanni percepisce totalmente il dolore: l'essere così strettamente unito a Dio, "trasformato in amore", non può né deve togliere nulla alla sua realistica imitazione di Cristo Crocifisso.
Intanto la morte si avvicina. È il venerdì 13 dicembre 1591. Giovanni è convinto che morirà al sorgere del sabato, giorno dedicato alla Vergine Santa del Carmelo.

La sera prima egli si è "riconciliato" col suo Priore: con una "verità" che per noi è difficile perfino immaginare, lo ha fatto chiamare e gli ha detto: "Padre, l'abito della Vergine che ho portato e del quale mi sono servito -dato che io sono povero e mendicante e non ho nulla con cui essere sepolto-, per l'amore di Dio io supplico Vostra Reverenza di darmelo per carità". Il Priore sconvolto lo benedice ed esce dalla cella. Poi lo vedono piangere. Solo allora si ricrede e riconosce di avere sbagliato.
Nel tardo pomeriggio si fa portare l'Eucaristia, pronunciando parole tenerissime, e prima che portassero via l'Ostia Santa, dice: "Signore, ormai non vi vedrò più con gli occhi del corpo".

La notte si avvicina e Giovanni assicura che egli "andrà a cantare il mattutino in cielo". Verso le undici e mezzo i religiosi del convento sono attorno al suo letto e Giovanni chiede di recitare il De profundis: egli lo intona e i frati rispondono versetto per versetto. Poi si continua con i salmi penitenziali.

Accanto a lui è giunto il Padre provinciale, il vecchio padre Antonio, di 81 anni, col quale aveva iniziato la prima fondazione di Durvelo e costui crede di dargli conforto rammentandogli quanto ha dovuto faticare per la Riforma dell'Ordine. "Padre -gli dice Giovanni- non è il momento di parlarne; solo per i meriti del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo io spero di salvarmi". Iniziano le preghiere per gli agonizzanti. Giovanni le interrompe. Dice: "Non ho bisogno di questo, Padre, mi legga qualcosa del Cantico dei Cantici". E mentre quei versetti d'amore risuonano nella cella del morente, Giovanni sembra incantato e sospira: "Che perle preziose!". A mezzanotte suonano le campane di mattutino e appena il morente le ode esclama per la gioia: "Gloria a Dio, andrò a cantarlo in cielo". Poi guarda fissamente i presenti come per salutarli, bacia il crocifisso e dice in latino: "Signore, nelle tue mani affido il mio spirito".

Così morì e i presenti raccontarono di una luce dolce e di un intenso profumo che riempì la stanza. Giovanni della Croce aveva così compiuto la sua missione. Era il 14 dicembre 1591.

 

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BREVEMENTE

Giovanni del Yepes y Alvarez, nato a Fontiveros (Spagna) nel 1542 e morto a Ubeda il 14 dicembre 1591, è fra i grandi maestri e testimoni dell'esperienza mistica.
Entrato ventunenne nel Carmelo, ricevette un'accurata formazione umanistica e teologica.
Condivise con S. Teresa di Gesù il progetto di riforma dell'Ordine Carmelitano, che attuò e visse con esemplare coerenza, soffrendo opposizioni e persecuzioni, tra cui la dura prigione di Toledo.
In questo cammino di croce, abbracciata per puro amore, ebbe le più alte illuminazioni mistiche, di cui fu cantore e dottore nelle sue opere.
Fra le più alte voci della lirica spagnola, divenne il maestro nel cammino di fede dal "nulla" verso il "tutto", guida sapiente di generazioni di anime avviate alla contemplazione e all'unione con Dio. Canonizzato da Benedetto XIII il 27 dicembre 1726, venne proclamato Dottore della Chiesa da Pio XI il 24 agosto 1926.

PREGHIERA
 

O San Giovanni della Croce, che imparasti ad amare Dio soprattutto nella sofferenza e facesti l’esperienza del "tutto" solo in Lui praticando il "nulla" per le cose create, ottienici l’amore a Gesù Crocefisso e la forza di abbracciare le nostre croci quotidiane sperimentando anche noi che "Dio solo basta".



SCRITTI

 

 

Come per S.Teresa d'Avila gli scritti di San Giovanni vengono raccolti in un libro col nome di "OPERE". Le Opere maggiori sono: la "Salita del Monte Carmelo", la "Notte Oscura", il "Cantico Spirituale" e la "Fiamma viva d'Amore", che costituiscono la grande sintesi dottrinale del Dottore mistico.
Le minori, Poesie, Cautele, Avvisi, Massime e le Lettere, mettono in luce una ricchissima serie di dettagli molto preziosi per la conoscenza personale del Santo ed anche per la retta interpretazione della sua dottrina.
S. Giovanni della Croce è un poeta e il suo modo di esprimersi è poesia.
Le Opere maggiori non sono che un commento ad alcune sue elevazioni poetiche che narrano il desiderio e quindi la realizzazione dell'anima di unirsi a Dio.
La Salita del Monte Carmelo e la Notte Oscura commentano le otto strofe della poesia "In una notte oscura".

LA SALITA DEL MONTE CARMELO

 

Spiega il modo di raggiungere la cima del monte, cioè l'alto stato di perfezione che sarebbe proprio l'unione dell'anima con Dio. Viene trattato perciò il cammino e il modo con cui l'anima deve disporsi per giungere in breve a questa unione. E' il lavoro dell'anima, chiamato attivo, perché è la volontà che coerente alla grazia di Dio opera o coopera con Lui per la sua purificazione. Vi sono consigli utilissimi per liberarsi da ogni bene naturale, per raggiungere la perfetta nudità che porterà alla piena libertà di spirito. E' il famoso "nulla" si San Giovanni della Croce per raggiungere il "tutto" che è Dio e Dio solo. Un famoso grafico del Santo illustra bene questo cammino con strade inizialmente parallele, ma divergenti o bloccate che non giungono alla meta, mentre ad essa conduce solo quella centrale. Soltanto le prime due strofe vengono effettivamente commentate. Nel primo libro di quindici capitoli tratta della notte dei sensi, mentre il libro secondo in trentadue capitoli illustra la notte attiva dello spirito per quanto riguarda l'intelletto, mentre la purificazione attiva della memoria e della volontà è analizzata nel libro terzo di quarantacinque capitoli.

LA NOTTE OSCURA

Riprendendo le stesse strofe (ne commenta anch'esso due sole) considera che l'anima le pronunzi vivendo ormai nella perfezione, che è l'unione di amore con Dio, "dopo essere già passata per le strette di travagli e di angosce, mediante l'esercizio spirituale della via angusta della vita eterna di cui parla Nostro Signore nel Vangelo, via per la quale l'anima passa ordinariamente per giungere a questa alta e beata unione con Dio". Secondo il proposito del Santo nelle prime due strofe si doveva parlare degli effetti delle due purificazioni spirituali, quella della parte sensitiva e quella della parte spirituale dell'uomo in senso passivo, cioè operata da Dio. Nelle altre sei dovevano essere esaminati i vari e mirabili effetti dell'illuminazione spirituale e dell'unione di amore con Dio, ma effettivamente l'Opera termina con un brevissimo commento alla sola terza strofa.


IL CANTICO SPIRITUALE

"Dove ti nascondesti", tratta dell'amore tra l'anima e Cristo suo Sposo, con descrizioni e spiegazioni su alcuni effetti dell'orazione. Il tutto sempre attraverso il commento di una sua poesia di ben 40 strofe che compose in gran parte durante la sua prigionia di Toledo. Questo commento non procede per sviluppi logici e sistematici, ma racconta in modo descrittivo le esperienze mistiche degli stati contemplativi infusi (donati da Dio), in particolare del fidanzamento e del matrimonio spirituale.

 


LA FIAMMA VIVA D'AMORE

è una spiegazione delle quattro strofe della poesia "O fiamma d'amor viva" che trattano dell'intima e peculiare unione e trasformazione dell'anima in Dio. E' la più breve poesia tra gli scritti maggiori, ma la più traboccante di luce e di fuoco. il supremo stato mistico, possibile in terra è analizzato e descritto con tanta verità di espressione da sembrare un racconto autobiografico, e del resto tale è da considerarsi, al di fuori di ogni intenzione del santo.
Riportiamo le tre poesie di San Giovanni della Croce che hanno dato lo spunto alle sue opere maggiori.(La traduzione è di Alessandra Capocaccia Quadri).


"In una notte oscura"

E' il canto dell'anima che ha raggiunto l'amore a Dio attraverso la "notte oscura" della spoliazione.
Esce salendo i gradini della scala mistica senza essere vista o riconosciuta da alcuno.
E' "travestita" da sposa, cioè con le vesti delle tre virtù teologali. Esce dalla dimora dei sensi che dormono e non la trattengono più.
Con la sola grazia per guida avanza piena di gioia.
L'amore è l'unica luce che le permette di volare alle nozze con Dio.
L'incontro opererà la trasformazione dell'anima amata con lo Sposo Amato.


In una notte oscura // ma con ansie di amore tutta infiammata,
o felice ventura, // uscii, né fui notata, // stando la mia casa addormentata:
        io nel buio e sicura, // per la segreta scala, travestita,
        o felice ventura, // a ogni lume sfuggita, // tutta la casa mia stando sopita:
nella notte gioiosa, // in segreto, e nessuno mi scorgeva,
né io vedevo cosa, // senz'altra luminosa guida // che il raggio che nel cuore ardeva.
        Questo mi conduceva // più certo della luce in pieno giorno
        à dove mi attendeva // chi bene io conoscevo // e dove nessun altro si vedeva.
Notte che mi hai guidato, // notte più compiacente dell'aurora,
o notte che hai legato // all'Amato l'amata, // l'amata nell'Amato trasformata!
        Sul mio petto fiorito // che per lui solo intatto si serbava,
        qui rimase, sopito, // ed io lo vezzeggiavo // e il ventaglio di cedri lo aleggiava.
La brezza dell'altura, // mentre quei suoi capelli discioglievo,
con serena frescura // il collo mi feriva // e tutti i sentimenti mi rapiva.
        Mi lasciai, mi scordai, // il viso reclinai sopra l'Amato.
        Tutto cessò, posai, // ogni pensiero ormai // avendo in mezzo ai gigli abbandonato.



"O fiamma di amor viva"

La fiamma dello Spirito Santo investe l'anima e l'assimila sempre più intimamente a Dio.
Va oltre quello che le sembrava il rapimento unitivo.
Le manca solo la morte. Con tre invocazioni a questo fuoco cerca di esprimere il passaggio dal tormento alla beatitudine, dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, dalla solitudine alla fusione di due ardori.
Nell'intuito della suprema esperienza mistica che le sarà donata l'anima la confida allo Sposo che già da molto tempo in lei riposava, e che ora in lei si sta dolcemente svegliando.
 


O fiamma di amor viva // che l'anima ferisci // con mitezza nel suo più fondo centro,
ora che non sei schiva, // l'opera tua finisci: // rompi, se vuoi, la tela al dolce incontro.
O bruciante ferita, // carezzevole piaga, // o mano blanda, o tocco delicato
che sa di eterna vita // e ogni debito paga: // morte in vita, uccidendo, hai trasformato.
O lampade di fuoco, // nel cui santo splendore // gli abissi del mio senso ritemprato
- prima sommerso e cieco - // con ignoto vigore // offrono ardore e lume al loro Amato.
Quanto lieve e amoroso // ti schiudi nel mio seno // dove solo e segreto già dimori:
e spirando gustoso, // di bene e gloria pieno, // come teneramente m'innamori!


 

Cantico spirituale

"Dove mai ti celasti" E' il tra l'anima e lo Sposo. L'anima va in cerca dello Sposo.
Non ne conosce il nascondiglio. Aveva cominciato a gustare la saporosa intimità e ad un tratto si sente arida e sola. Corre per la campagna lamentandosi.
Interroga i pastori, la natura, in un tormento crescente. Riceve risposte vaghe, simili a balbettii.
Soffre di non potersi unire all'amato, come uno che sta morendo e si rivolge alla fede, l'unica che possa mandarle il riflesso di quegli occhi. Poi il dialogo ardente fra due persone che si inseguono, si chiamano, si trovano, si contemplano, si congiungono.
L'anima parla con effusione. Lo Sposo le risponde brevemente.
L'Amato ora è tutto per lei; è tutte le cose che aveva prima rinunciato; è monti, fiumi, valli, isole, brezze; è notte che prelude all'aurora, silenzio che si fa musica, solitudine che si fa voce, cena che ricrea aggiungendo amore all'amore.
E' l'unione mistica. Sono le nozze. L'anima fa le sue richieste audaci. Chiede che il suo intelletto, la sua volontà e la sua memoria siano investite della gloriosa divinità dello Sposo.
L'anima e Dio sono come un unico spirito.
L'anima si è trasformata nello Sposo divino.
E' lo Sposo che lo rivela attraverso brevi immagini campestri che fanno trasparire i grandi misteri della storia della salvezza.
E' il possesso pieno, la solitudine a due perfetta. Nell'ultima strofa nominando il demonio (Aminadab), anche se si allontana, c'è il richiamo alle realtà terrene: non è ancora il Regno dei Cieli.


Sposa:
Dove mai ti celasti // Qui lasciando il mio cuore tramortito?
Via qual cervo balzasti // Dopo averlo ferito: // ti rincorsi gridando, eri sparito.
Pastori, se all'altura // Salendo per gli stazzi assai lontano,
scopriste per ventura // chi più di tutti io bramo // ditegli voi che muoio perché l'amo.
In cerca del mio amore // Andrò per le montagne e le riviere,
né coglierò più fiore, // né temerò le fiere // oltrepassando i forti e le frontiere.

Domanda alle creature:
O selve d'ombra oscura // Piantate dalla mano dell'Amato!
O prato di verzura // E di fiori smaltato! // Dite se col suo piede vi ha sfiorato.
Risposta delle creature:
Grazie a mille spargendo // Passò per questi luoghi con sveltezza,
e soltanto effondendo // lo sguardo con mitezza // li lasciò rivestiti di bellezza.
Sposa:
Ma chi potrà sanarmi? // Finisci di donarti a me davvero;
d'ora in poi non mandarmi // qualche tuo messaggero // che non sa dirmi quel che da te spero.
Tutti quanti divagano // di te infinite grazie raccontando,
e tutti più mi piagano // a me spenta lasciando // non so cosa che vanno balbettando.
Ma tu come persisti, // o vita, non vivendo dove vivi,
se viva non resisti // ai dardi che subisci // da ciò che dell'Amato concepisci?
Perché avendo piagato // questo mio cuore tu non lo sanasti?
e avendolo predato // perché lo abbandonasti // e non prendi con te quel che rubasti?
Smorza tu i miei tormenti // Perché nessuno è in grado di attenuarli;
i miei occhi diventino // del tuo lume splendenti: // solo per te desidero serbarli.
Scopri la tua presenza // e mi uccida così la tua bellezza;
tu sai che sofferenza // di amore non si cura // se non con la presenza e la figura.
Cristallina sorgente, // se in questi tuoi riflessi inargentati
formassi di repente // gli occhi desiderati // che conservo nell'intimo abbozzati!
Allontanali, Amato, // che fuggo e volo.
Sposo:     Volgiti, colomba,
ché il cervo saettato // dall'alto si protende // al tuo passaggio e il fresco soffio prende.
Sposa:
Il mio Amato è le alture, // le conche solitarie più boscose,
le isolate radure, // le fonti melodiose, // il sussurro dell'arie più amorose;
la notte riposata // che volge al primo lume dell'aurora,
la musica attenuata, // nel deserto sonora, // la cena che rinnova ed innamora.
Sian le volpi cacciate // Perché nel fiore è già la nostra vigna;
noi di rose smaltate // intessiamo una pigna, // e nessuno si affacci alla collina.
Dilegua, Borea smorto; // Austro, vieni che susciti gli amori!
Vola per il mio orto // A diffonder gli odori: // pasturerà l'amato in mezzo ai fiori.
Nei sobborghi restate, // o ninfe di Giudea! Se tra le foglie
e l'erbe delicate // l'ambra gli aromi scioglie, // voi lasciateci intatte queste soglie!
Per non farti vedere, // Amato, volgi il viso alle montagne,
e continua a tacere, // ma guarda le compagne // di lei che va per isole straniere.
Sposo:
Leggerissimi uccelli, // leoni, cervi, daini impetuosi,
monti, valli, ruscelli, // acque, venti focosi // e vigili timori tenebrosi,
io, per le amene lire // e il canto di sirene, vi scongiuro:
tra voi cedano l'ire, // non percuotete il muro // perché la sposa mia dorma al sicuro.
entrata è ormai la sposa // nel giardino da lei desiderato
e a suo piacere posa // il collo reclinato // sulle soavi braccia dell'Amato.
Del melo sotto i rami // tu fosti finalmente a me sposata;
qui ti porsi le mani // e fosti risanata // dove tua madre un giorno fu violata.
Sposa:
Fiorito è il nostro letto // di tane di leoni circondato,
da porpora protetto, // di pace edificato, // di mille scudi d'oro incoronato.
Sull'orma tua che brilla // si lanciano le giovani in cammino,
al tocco di scintilla, // al tuo drogato vino: // zampilli del tuo balsamo divino.
Nella segreta cella // io dell'Amato bevvi, quindi uscita
alla pianura bella // ogni cosa ho smarrita, // anche la greggia mia prima seguita.
Il suo petto mi diede // e una scienza m'infuse saporosa;
io me stessa gli diedi // senza tralasciar cosa // e gli promisi d'essere sua sposa.
L'anima gli ho donato, // tutti i miei beni sono al suo servizio;
la greggia ho abbandonato // e non serbo altro uffizio, // ma solo nell'amore è il mio esercizio.
Se più non sarò udita, // se più non sarò vista né trovata,
dite che son sparita: // che, errando innamorata, // volli perdermi e venni conquistata.
Di fiori e di smeraldi // Scelti nella frescura dell'estate
Tesseremo ghirlande // Nel tuo amore sbocciate, // con filo di un capello mio legate.
Da quel capello solo // che, ondeggiare vedendo sul mio collo,
sul mio collo ammirasti, // preso fosti di volo; // da un occhio mio ferire ti lasciasti.
Quando mi contemplavi, // in te di nuova grazia mi adornavo;
di più quindi mi amavi; // io così meritavo // con gli occhi di adorar quanto guardavo.
Ora non disprezzarmi // ché se bruno colore in me trovasti,
devi pure ammirarmi // da quando mi guardasti // e tutta la bellezza in me lasciasti.
Sposo:
La bianca colombella // il suo rametto all'arca ha riportato;

e già la tortorella // il suo compagno amato // lungo il ruscello verde ha ritrovato.
Al deserto si affida, // e nel deserto ha posto già il suo nido;
l'Amico ve la guida // col più tacito invito: // anch'egli in solitudine ferito.
Sposa:
Dove sgorga la fonte // Contempliamoci a specchio del tuo volto
Sulla collina e il monte; // godiamoci in ascolto // addentrandoci là dov'è più folto.
Poi verso le incavate // Grotte di pietra ci incammineremo,
che stanno ben celate, // e quando vi entreremo // mosto di melograno gusteremo.
Qui tu m'insegneresti // quel che aspetta da te l'anima mia,
e qui mi doneresti // subito, vita mia, // quel che un lontano giorno promettesti:
il respiro dell'aria, // il canto della dolce Filomena,
la foresta che svaria // nella notte serena, // con fiamma che consuma e non dà pena.
Nessuno ci vedeva, // neppure Aminadab ricomparia,
già l'assedio cedeva, // e la cavalleria // ora in vista dell'acque discendeva.

 

 

 

 

Poche poesie, insieme alle lettere, e alcuni scritti minori, concludono le opere scritte dal santo

 

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PREGHIERA

Ti ringraziamo, Signore, per le grazie che hai accordato a San Giovanni della Croce

Ti ringraziamo, Signore, per la famiglia nella quale lo hai fatto nascere, che per seguire l’amore fu diseredata e costretta ad elemosinare per la sopravvivenza e lo rese consapevole del valore dell’amore che sublimò elevandolo a Te.

Ti ringraziamo per il padre che gli hai tolto tanto presto spingendo la famiglia ad una vita raminga,

che non lo fece attaccare ai beni terrestri che constatò per esperienza effimeri e transitori.

Ti ringraziamo per l’infanzia travagliata che giovanissimo l’obbligò a guadagnare il pane e a condividere come questuante e infermiere le sofferenze dei malati,

che impressero nel suo animo la comprensione per le debolezze dell’umanità.

Ti ringraziamo per l’aiuto che gli hai fatto trovare presso i gesuiti che lo invogliarono a continuare gli studi preparandolo alla vita carmelitana che chiese di abbracciare e nella quale si immerse con l’osservanza perfetta dei voti e delle regole.

Ti ringraziamo per lo spirito di accoglienza che infondesti ai superiori dell’Ordine Carmelitano che lo accettarono nonostante la sua povertà

e lo portarono al sacerdozio con il quale si immedesimò sull’altare al Sacrificio della Croce

Ti ringraziamo per il sogno della Certosa dove aspirava a vivere più raccolto, che trasformasTi nella riforma del Carmelo attraverso un incontro provvidenziale con Santa Teresa, che impresse nella vita dei frati, dopo quella delle Monache, una più profonda unione con Te nella contemplazione.

Ti ringraziamo della luce che gli accordasti nel dirigere gli spiriti alla contemplazione del tuo mistero, che portarono la stessa Santa Teresa e tanti altri alle alte vette della santità.

Ti ringraziamo per la persecuzione che subì, con il carcere, le percosse e le umiliazioni,

che lo portarono ad una più intima unione con Te tanto da supplicarti anche in seguito di patire ed essere disprezzato per Te.

Ti ringraziamo per la fame , la sporcizia e il buio che per otto mesi lo elevarono tanto a Te da lasciare a noi le più sublimi composizioni spirituali.

Ti ringraziamo per lo spirito poetico che gli fece mettere in versi il suo anelito per Te nella Fiamma viva d’amore con la descrizione dello Spirito Santo che investì la sua anima assimilandola più intimamente a Te.

Ti ringraziamo per la vita che gli hai dato che consumò nella direzione spirituale di conventi e monasteri, nei lavori manuali, nell’insegnare ai poveri e nel percorrere tanta strada senza mai perdere l’attenzione amorosa per Te.

Ti ringraziamo per la forza d’animo che gli hai concesso nelle ultime umiliazioni che lo videro deposto da ogni incarico nell’Ordine, che accettò con l’intento di mettere amore dove non c’era amore per trarne amore.

Ti ringraziamo per la preparazione alla morte che cercò di vivere fino alla fine nell’amore ripetendo che alla fine della vita sarebbe stato giudicato solo sull’amore.

Ti ringraziamo per la notte oscura della fede che gli hai fatto passare conducendolo per mano attraverso il nulla, nulla, nulla, sulla salita del monte Carmelo alla cui vetta Ti sei fatto incontrare.

Ti ringraziamo per il Cantico Spirituale che gli hai fatto comporre per svelare a noi l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità del tuo amore nell’intima unione con Te.

Ti ringraziamo, infine, per questo sublime esempio di santità, nella contemplazione e nell’azione, che, ti preghiamo, possa imprimersi nella nostra vita per seguirlo qui in terra e incontrarlo nel tuo Regno. AMEN.

 


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