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Maria degli Angeli B - 16 dicembre

Beata

MARIA DEGLI ANGELI

VERGINE

16 dicembre

 

 

Maria (Torino, 7 gennaio 1661 - 16 dicembre 1717), al secolo Maria Anna Fontanella, entrò giovanissima (1675) nel monastero delle Carmelitane scalze della sua città natale. Più volte priora, trasfuse nelle novizie 1'autentico spirito teresiano. Immersa quasi costantemente nella notte dello spirito, ebbe grandi doni di orazione e lasciò alle sorelle innumerevoli esempi di amore ardente verso Dio e verso il prossimo. Favorì con la preghiera e con il suo illuminato consiglio la pace e la concordia tra i suoi concittadini. Ebbe una singolare devozione per S. Giuseppe ed in suo onore fondò un nuovo monastero a Moncalieri. Fu beatificata da Pio IX il 25 aprile 1865.

 

O Dio, che ti compiaci di stabilire la tua dimora in coloro che ti servono con cuore semplice e puro, per intercessione della beata Maria degli Angeli, fa’ che viviamo con purità evangelica per averti sempre ospite in noi, tempio vivo della tua gloria.

 

 

dalla biografia scritta da San Giovanni Bosco
(per rispetto all'autore riportiamo alcune pagine esattamente come sono state scritte)


Madre Maria degli Angeli, carmelitana scalza, nacque a Torino il 7 gennaio 1661.
Suoi genitori furono il conte Donato Fontanella di Santena e donna Maria dei conti Tana di Chieri;
per parte della madre fu quindi parente di san Luigi Gonzaga,

Nel Battesimo ricevette il nome di Marianna che mutò poi in quello di Maria degli Angeli, quando vestì la divisa di santa Teresa, la riformatrice dell'Ordine Carmelitano.
Ancor fanciulla si mostrò dotata dei più bei doni: una grande bontà di cuore, perspicacia, maturità di senno, una soavità tale di modi che la resero amata ed ammirata da tutti.

Docile alle amorose cure ed agli insegnamenti dei suoi cari, fedele agli impulsi della grazia, prima ancora dei sette anni, Marianna ebbe una grande inclinazione alle pratiche di pietà: si dilettava nel fare altarini, recitare orazioni, udire parlare di Dio e dei santi.

Sovente, mentre le sue sorelle si trastullavano, ella si intratteneva con il fratellino a parlare di cose celesti. Radunava parecchie compagne per insegnare loro le verità della nostra santa religione e discorrere delle virtù cristiane. Faceva questo con tale grazia e fervore, che le accendeva di amore per Dio e per il Paradiso.
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Fu per lei grande fortuna l'avere avuto genitori di esimia pietà. Allevata da loro cristianamente, poté , fin dai primi anni, gettare, le fondamenta di quella , santità che noi ammireremo nel corso di questo libro.

Dal seguente fatto rileviamo molto bene quanto il suo cuore fosse colmo di santi desideri fin dalIa più tenera età.

Nell'ascoltare da una buona, domestica il racconto della vita dà santi, si sprigionò in lei il desiderio di imitarne qualcuno. E, d'accordo con il fratellino, deliberò di fuggire con lui di casa per andare in qualche deserto a condurre vita di penitenza e santità. Si procurarono un giorno una taschetta di pane e un fiaschetto di vino, quanto,secondo loro, poteva bastare , per giungere al deserto. Colà arrivati, così pensavano, il Signore li avrebbe provveduti.

A sera, si accertarono del luogo ove si metteva la chiave di casa per poter aprire la porta senza che alcuno se ne accorgesse. Fissarono la fuga al mattino dopo, molto presto, e se ne andarono a dormire. Ma il dì seguente, invece di trovarsi in viaggio per il deserto, quando la domestica andò secondo il solito a svegliarli, i due innocenti fanciulli si ritrovarono ciascuno nel proprio letto. Delusi nelle loro belle speranze, grandemente addolorati, diedero ambedue in dirotto pianto. I domestici volevano sapere il motivo di quelle lacrime, tanto più dopo che ebbero trovato accanto a loro la taschetta del pane e il fiaschetto di vino. Ma non ne seppero nulla, fino a che i due, minacciati di castigo, non svelarono il segreto lasciando in tutti grande ammirazione.

La nostra fanciulla cresceva in grazia e bontà, quando, tra i sette e gli otto anni, fu colpita da sì grave malattia che i medici disperarono di salvarla e la madre, desolata, la piangeva come perduta.

I genitori, fra il timore e la speranza, innalzarono a Dio ferventi preghiere per implorarne la guarigione; ma il Cielo sembrava sordo alle loro suppliche.

Donna Maria pensò di raccomandarla alla Vergine Immacolata.

Fiduciosa nell' amore e nella potenza della Regina del Cielo, accostatasi al letto della figlia, la invita a raccomandarsi di cuore alla Madonna affinché  la guarisca.

Nell'udire nominare la Beata Vergine, la fanciulla moribonda, raccolto il filo di vita che ancora le restava, con cuore pieno di amorosa fiducia, proruppe in queste due parole: «Maria, aiutatemi! ».

La Vergine, mossa da quella tenera preghiera, le apparve visibilmente, circonfusa di gloria e portante sulle sue braccia Gesù. Rivolta dolcemente a Lui lo invita a benedire quella sua piccola sposa e a restituirle la salute.

Gesù Bambino, in atteggiamento di maestà, mostrava di non voler concedere la grazia.

Marianna, piena di gioia celeste, mista ad amoroso spavento, attendeva la sentenza. Infine, avverandosi il detto di san Bernardo « che Maria non solo prega, ma comanda », la buona Madre vinse la misteriosa ritrosia del Figlio il quale le concesse di vietare alla morte il proseguimento del suo corso.

Scomparsa la visione, l'avventurata fanciulla si trovò libera da ogni male.
 


Il. Gesù vuol essere iI suo Tutto

   Prime grazie

A questa istantanea guarigione i suoi genitori rimasero pieni di meraviglia; riconoscendo essere venuto dal cielo questo segnalato favore, colmi di gioia, ne ringraziarono Iddio. La pia fanciulla rese grazie alla sua celeste Liberatrice e, in segno di riconoscenza, propose di spendere per Lei e per il suo Gesù quella vita da Lui ricevuta. Si pose con diligenza ad eseguire il suo proposito: soddisfare cioè il suo vivo desiderio di farsi santa.


La sua vita non tardò ad essere a tutti di esempio e di ammirazione. Però nella pratica della virtù la pia giovinetta ebbe a soffrire forti contrasti. Appartenendo a nobile famiglia, la madre esigeva da lei che ornasse la sua persona secondo la sua condizione, ricevesse lezioni di ballo e prendesse parte a certi divertimenti che, sebbene per sè leciti, potevano tuttavia distrarla dal pensiero delle cose celesti ed affezionarla alle terrene. Non si può dire la pena che ne provava. Fra le convenienze che la volevano nel mondo e le brame di innalzarsi a Dio, ella ondeggiava quale nave agitata dalle onde.


Qualche volta accondiscendeva alla volontà della madre, ma tosto ne sentiva rimorsi perchè le pareva di avere offeso il Signore. Rimproverava allora se stessa per non essere ancora coraggiosa e capace a rifiutare ogni cosa che sapesse di vanità, e chiedeva a Dio di toglierla da quegli impacci.
Ma il Signore l'attirava a sè poco per volta. Un giorno, per divina disposizione, trovò abbandonato un Crocifisso dalle gambe e braccia spezzate e lasciato tra i rifiuti. Era talmente sporco che avrebbe dovuto causarle nausea. Ma Gesù, che non si era lasciato trovare a caso dalla sua diletta, le passò il cuore con una delle sue spine. Marianna, intenerita a quella vista dolorosa, lo prese riverente in mano quasi avesse ritrovato il suo tesoro e, alzatolo, se lo strinse teneramente al cuore. Ripostolo in una piccola cuna, umilmente prostrata a terra, lo venerò tra preghiere e lacrime.


Le parvero crudeltà inaudite i maltrattamenti da Lui sofferti, e si sentì rinfacciare nell'interno di esser lei la crudele che, con i suoi peccati, l'aveva ridotto in quello stato. Questi tenerissimi sentimenti di fede, di pietà e di amore le conquistarono ognor più il cuore del suo Gesù e le accesero maggiormente l'amore per lui. Da quel giorno, sollecita e ingegnosa nell'alimentarlo in sè, rubava tutte le ore che poteva per intrattenersi in dolci colloqui con il suo Crocifisso Signore.


Ma le sue angosce e le sue lacrime aumentavano quando, dopo aver goduto la dolce compagnia del suo Dio, si vedeva costretta a tornare a quella del mondo. Dopo aver considerato Gesù coronato di spine, la giovinetta si sentiva profondamente ferita nel vedersi costretta dalla mamma a vestirsi alla moda, ad inanellarsi i capelli, ad intrattenersi non poco dinanzi allo specchio.


Gesù, che la vedeva accondiscendere di mala voglia a tali leggerezze mondane, non mancava di venirla talvolta a consolare, mettendole in cuore un grande odio al mondo, un amore più acceso verso Dio e ad ispirarle sempre maggior forza per rompere finalmente i legami che la tenevano avvinta in quel modo.


Una nuova grazia finì per renderla tutta sua.


Un giorno, forzata dalla madre, si trovava davanti allo specchio per acconciarsi i capelli, quando, invece della sua immagine, vide riflessa quella di Gesù, lacero dalle ferite, trapassato dalle spine, pallido, livido, tutto grondante sangue. A quella vista la fanciulla rimase attonita, si commosse nel più profondo dell'animo, proruppe in dirotto pianto e stabilì sull'istante di troncare quel filo che ancora le impediva di essere tutta di Gesù.

Gettò da sè ogni ornamento, calpestò ogni rispetto umano e da allora in poi stimò suo dovere non essere più così arrendevole nel tollerare quelle vanità.


La madre, che non penetrava gli occulti e straordinari effetti della grazia di Dio, vedendo in lei quella ripugnanza, credette fosse presa da malinconia. Cercò in vari modi di ricrearla, e prese ella medesima l'impegno di abbellirle e adornarle il capo. La santa giovinetta cercava con ogni industria di rendere inutili le diligenze della madre, e affnchè i capelli non fossero così soffici e lucenti, segretamente se li bagnava di acqua. La contessa, non sospettando il pio inganno della figlia, usò per alcuni giorni vari cosmetici, ma infine si stancò e permise che Marianna se ne andasse come voleva.


Rispetto al ballo, quando veniva l'ora stabilita, ella lasciava con il maestro le sorelle e nascostamente se ne fuggiva in qualche angolo remoto della casa e quivi passava il tempo in pratiche di pietà o leggendo qualche libro devoto.


Avendo costatato che, con un po' di industria e coraggio la poteva spuntare, ne fu sommamente contenta e grata a Dio. Vi fu chi la tacciò di bigottismo, ma ella soffrì tutto in pace. Cominciò ad affezionarsi alla meditazione in cui passava buona parte del giorno. Anche di notte, quando gli altri dormivano profondamente, ella si alzava ed in ginocchio sul pavimento godeva con il suo Dio il più salutare riposo.
Talora durante il giorno, per essere più lontana dallo strepito, saliva al solaio della casa e dava libero sfogo alla sua devozione.
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Entrò nel monastero di santa Chiara e vestì l'abito carmelitano il 19 novembre 1676, Aveva 15 anni e 10 mesi.

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XII. Semplice ed umile

La santità di una persona la si misura dall'umiltà, fondamento di ogni perfezione. La nostra Beata fece suo programma il precetto di Gesù: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore ».

 


Questa umiltà interna fu un bel frutto che andava raccogliendo dalle sue preghiere e meditazioni.


Nell'orazione la sua mente si illuminava di luce celeste, acquistando una conoscenza profonda della grandezza e maestà di Dio, conoscenza che, a sua volta, le riversava in cuore un sentimento così basso di se stessa, da ritenersi la creatura più miserabile del mondo.


Scoperta la sua profonda bassezza, la sua insufficienza per il bene, la capacità per il male, l'inclinazione al peccato, si copriva di confusione, e avrebbe voluto vedersi consumata nell'umiliazione e nel disprezzo.


Altre volte, nel considerare la somma bontà di Gesù e gli innumerevoli favori da Lui ricevuti, capiva sempre più l'obbligo di amarlo con tutto il cuore e quanto fosse grande colpa e ingratitudine la più lieve mancanza.


Sentendosi peccatrice e ingrata, si stupiva che Iddio la conservasse in vita, e ad ogni leggera colpa si struggeva in lacrime. Più di una volta questa sua amarezza costrinse il Signore e la Vergine a venirla a consolare e ad assicurarle il perdono.


Non si pensi però che questo sentimento di sincera umiltà l'avvilisse o la scoraggiasse: anzi, le ispirava sempre maggior fiducia nella misericordia del Signore.


Quando cadeva in qualche difetto, non s'impazientiva contro se stessa, si umiliava tosto dinanzi a Dio, Gli domandava perdono e riprendeva i suoi passi sul cammino della santità.


Così pure la diffidenza massima che aveva di sé, non la impedì mai dall'intraprendere grandi imprese quando lo richiedesse la gloria di Dio.


Umile nella sua insufficienza, fu altrettanto fiduciosa nella potenza di Dio; non vi era difficoltà o contrasto che valessero ad allontanarla dal suo servizio: poteva dire di sè come san Paolo: «Posso tutto in Colui che mi conforta ».


Lo spirito d'umiltà operava in lei il contrario di ciò che suole operare in altri lo spirito di superbia: aborriva i discorsi inutili, i fronzoli nel linguaggio e simili meschinità. Introduceva nelle sue conversazioni, ma senza caricatura, qualche frase che le tornasse a confusione.


Dal tratto schietto, dolce, sereno, molto gentile, rifuggiva però da qualsiasi ipocrisia. Chi non l' avesse conosciuta a fondo, avrebbe difficilmente compreso come una santità così elevata potesse adattarsi ad ogni sorta di persone con tanta affabilità e piacevolezza. Si mostrava schiva ad ogni lode; quando non riusciva a impedirle si concentrava in se stessa e arrossiva in volto; mentre godeva quando si vedeva trascurata, corretta e punita. Mostrava questa gioia dal modo con cui ringraziava quando era avvisata per qualche inavvertenza.


I Superiori, sapendo del suo desiderio di umiliazione e per, fortificarne la virtù, coglievano le minime occasioni per correggerla anche aspramente; ella ascoltava rispettosamente, dichiarandosi meritevole di maggiori riprensioni e di castighi.


Lo stesso sentimento della propria bassezza le faceva abbracciare con evidente giubilo i lavori più umili: la pulizia del pollaio, della cucina, l'assetto del refettorio. Uffici che si addossava per alleggerire le Sorelle, sia quando era semplice religiosa sia quando fu eletta Priora.


Dovendo correggere i difetti altrui, lo faceva con somma prudenza e dolcezza; qualora taluna si fosse offesa per le sue parole, andava quanto prima a pregarla di voler compatire l'obbligo suo che così richiedeva e l'indiscrezione del suo zelo.


Per un profondo sentimento della sua indegnità si presentava per ultima alla Comunione, sempre per ultima esponeva i suoi giudizi, come ultima voleva essere trattata in ogni cosa. Malgrado i suoi sforzi per tenersi nascosta e farsi disprezzare, non riuscì nel suo intento. Il profumo di tanta santità si sparse anche fuori convento. Molta gente di Torino e di lontani paesi accorreva al monastero di santa Cristina, avida di parlare con suor Maria degli Angeli ed ascoltare da lei parole di vita.

XIII. Madre ed educatrice

Le monache e i Superiori, ben conoscendo la virtù e la capacità di suor Maria degli Angeli, si sentirono ispirati ad eleggerla Superiora. Non avendo ancor raggiunta l'età richiesta dalle leggi della Chiesa per il superiorato, fu necessario ricorrere alla Santa Sede per la dovuta dispensa. Grazie alla fama di santità della Beata pervenuta anche a Roma, non fu difficile ottenere il favore.


A principio del 1694 il confessore prevenne la Religiosa circa quello che si pensava di fare. A quell'annunzio l'umiltà di lei ricevette un dolore tale che si sentì venir meno. Scongiurò i Superiori a desistere dal loro intento, ma tutto fu inutile: la votazione si concentrò al completo sul nome della Beata.

 

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XVIII. Madre dei poveri

         Efficacia della sua preghiera

 

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Una giovane religiosa fu un giorno colpita dal vaiolo in modo violento e in poco tempo si trovò in grave pericolo di vita. Ne fu avvisata la Beata che, a quella notizia, non si impressionò ed intervenne con voce risoluta: «Non voglio che quell'angelo muoia! ».


A quell'ordine, l'infermiera, con semplicità, rispose: «se è un angelo la lasci andare in Paradiso ».
 

E la Beata più risoluta replicò: «No! Non voglio che muoia! ».


Quella notte la passò tutta in preghiera. Quando, al mattino il medico tornò a rivisitare l'inferma non solo la trovò sfebbrata ma perfettamente guarita dal vaiolo di cui rimasero soltanto i segni ed anche questi appena visibili.


Avendo saputo da una donna sua amica che una nobile signora stava per dividersi dal marito, già pronta ad uscire di casa e dalla città, la Serva di Dio si raccolse in se stessa, e poi rivolta al Crocifisso gli fece questa preghiera: «Fermatela, mio Dio, fermatela Voi con uno dei vostri chiodi! ». Che che non è, quella nobile signora si sentì trafiggere il çapo da un dolore così acuto che, già alla porta per uscire, dovette ritornare sui suoi passi e mettersi, a letto. Richiamata poi a riflettere, mutò idea e si riconciliò col marito.

 

La Beata avendo saputo un giorno che un soldato, con moglie e figli, era stato condannato a morte perchè disertore, scrisse al Re chiedendogli la grazia. Ma, le leggi militari, severissime, non ammettevano remissione e la supplica non fu esaudita. In un impeto di carità, la Beata si volse al suo Gesù: «Certo, mio Dio, se io avessi fatto ricorso a Voi, sarei stata esaudita. Mi sono rivolta agli uomini e nulla ottenni... Perdonatemi... Pensateci Voi... ». Cosa inspegabile!
Pochi minuti dopo il sovrano si sedeva a tavolino ed elaborava un decreto con cui liberava il povero soldato da ogni pena.

 

La sua carità spiccò mirabilmente nelle giornate dell'assedio di Torino; quando la Patria versava neI maggior pericolo. Nel generale sbigottimento ricorse a lei ogni categoria di persone: sostenne la fiducia delle afflitte e timorose, provvide quelle che mancavano di viveri, ne animò e sostenne altre per infondere coraggio nell'opera di difesa della città; ai soldati feriti °e affamati provvide cibo, medicinali e bende.


Nelle novene della Madonna del Carmine, dell' Assunta e della Natività, implorò con preghiere e dolorose penitenze la salvezza della Patria.

 

Ecco a che servono le monache è i monasteri di clausura sia in tempi di calamità, sia nei vari bisogni della società e nei pericoli della Patria.

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XX. Aneliti per il cielo

Si era nell' anno 1717. La stima e la grande fama di cui godeva non l'avevano per nulla legata alla terra.

 

Soleva dire: «A confronto delle divine grandezze ogni altra cosa mi sembra spazzatura ».


Serafina di Amore non ambiva altra cosa se non vedersi libera da questo corpo mortale per andare a unirsi in Cielo al suo Sposo Gesù. Questo fuoco e slancio amoroso la consumavano giorno per giorno.

 

Pare che il Signore le abbia rivelato l'ora della morte perchè scrisse a Mons. Costanzo, allontanatosi da Torino, di affrettare il suo ritorno.


Quando il Prelato la visitò verso la fine di novembre e l'interrogò sulla sua salute, la Beata rispose: «Poco bene... Presto capirà il motivo per cui l'ho supplicata di affrettare il suo ritorno».


Le sorelle neppure sospettavano ciò che sarebbe accaduto. Infatti, siccome stava per finire il priorato di Madre Teresa Felice, già pensavano di rieleggere suor Maria degli Angeli. Accortasi dei loro piani, la Beata ricorse al Provinciale perchè le distogliesse quel loro proposito.

 

Tra le ragioni che adduceva, oltre la sua incapacità naturale, spiegava che, trovandosi per le frequenti malattie estremamente indebolita, le era impossibile reggere a tale carica senza la dispensa da qualche regola: cosa per lei intollerabile.

Ad una religiosa diceva: «Voi vi unirete per farmi Superiora ed io mi aiuterò col mio Gesù. Fate quanto potete, vedremo chi la vincerà ».


Prostrata ai piedi' di Gesù lo pregò di tutto cuore che la chiamasse al Cielo. E il suo Diletto si arrese.

 

Il 9 dicembre fu assalita da febbre altissima. Le preghiere della Comunità e l'arte medica a nulla valsero. Anche il confessore che non le aveva voluto concedere il permesso di morire ma - per le sue insistenze - le aveva consentito di aiutarsi col suo Gesù, dovette riconoscere che, ormai, il Signore la voleva per Sè e comunicò alle sorelle che la morte era ormai certa e vicina.


Nel monastero vi fu un'onda di dolore e di sgomento;" «Madre cara, esclamava piangendo una delle monache, come resisteremo a questo dolore della separazione? ».
A cui la Beata rispose: «Gesù che vuole staccarci da tutto vi darà la forza per tollerarlo ».
 


XXI. Ecco, lo Sposo viene!

I suoi dolori - come attestarono i medici - tocccarono il limite massimo.

 

Ma la Beata non chiese mai ristoro o sollievo; non fu mai udita dare un lamento o un gemito. Quando il 13 dicembre potè ricevere la Comunione fu udita prorompere in questo sfogo: «Gesù caro, se volete darmi più patiménti, datemeli; vi chiedo solo chemi Iasciate la mente lucida affinchè possa amarvi sino alla fine. Del resto fate di me quello che vi piace ».
 

La religiosa che l'assisteva, nell'udire quelle parole, la supplicò di non chiedere altra sofferenza poichè ne aveva già troppa. La madre rispose: «Ancora, , ancora, figlia mia! Sapesse il bene che sta racchiuso nel dolore! ».


Il confessore, nel vederla gioiosa fra tanti spasimi, pensava che il Signore le avesse tolto ogni dolore e la interrogò. Ma la Madre diede questa spiegazione: « Soffro molto, molto, padre mio!... Ma offro tutto a Dio con la maggior gioia perchè non potrei mai dire "bastà" nel dolore, conoscendo il bene, çhe sta nascosto nel soffrire per amor di Dio ».
 

Avvisata dal confessore che i medici avevano ordinato un salasso nella mano, e interrogata da lui se, per amore di Gesù, desse volentieri quel sangue, ella rispose: «O padre, se lo dò volentieri!? Sì, sì, sino all'ultima goccia! ».


Presentendo ormai prossima la fine e desiderando munirsi idei conforti religiosi, fece la sua professione di fede. Disse di cuore che ringraziava l'infinita Misericordia di Dio per averla fatta nascere in seno alla vera Religione e le concedeva ora di morire vera figlia della Chiesa Cattolica.


Chiese poi di poter ricevere Gesù, che era stato in ogni tempo la sua speranza e la delizia del suo cuore.


Il giorno 15 dicembre, col più vivo amore, ricevette il santo Viatico. Gli atti di viva fede, di ferma speranza, d'infiammata carità che uscirono dalle sue labbra dimostrarono quali fiamme veementi le ardevano in petto.


Rapita in estasi, parve a tutti un serafino del Cielo. Nel vedere attorno a sè le sue figlie spirituali, le esortò all'esatta osservanza delle Regole, al culto dell'obbedienza, alla perfetta abnegazione di se stesse e all'interna unione con Dio.
 

Quindi domandò perdono a tutte per gli scandali dati con le sue mancanze e tiepidezze.
 

Nella mattinata del giorno 16, interruppe improvvisamente il suo placido e soave raccoglimento balzando dal letto, quasi volesse spiccare il volo verso un Bene che le si avvicinasse. Interrogata dove volesse andare, rispose, tutta accesa in volto: «Il mio caro Gesù! Il mio caro Gesù! Lasciate che io vada incontro al mio caro Gesù! ».
 

Entrato il Provinciale e interrogatala che cosa facesse in quel tranquillo silenzio, rispose: «Sto col mio Gesù, tra il patire e il gioire». Alla domanda se desiderasse guarire, con voce chiara rispose: «Ho il desiderio di essere finalmente disciolta e d'andarmene per essere con Cristo».


XXII. Morte d'amore

Il Padre Provinciale e Mons. Costanzo a un certo punto le imposero di benedire le sue figlie. Con voce piena di confusione rispose: «Come mai una povera peccatrice deve dare ad altri la benedizione? ». «La dia per obbedienza» replicò il Provinciale. A quell'ordine, l'umile serva di Dio inclinò il capo, si rivolse verso il muro, chiuse gli occhi estraendo dall'altra parte del letto la mano destra per esprimere quanta umiliazione le costasse quell'atto.
 

Le monache, senza ordine, si fecero avanti per ricevere prostrate la benedizione della loro Madre. Tracciò su ciascuna il segno di croce e pur senza poterle distinguere, a ciascuna diede una raccomandazione molto adatta ai loro bisogni. Ne è prova questo particolare:
Improvvisamente entrò la principessa di Carignano che, inavvertita da tutti, si accostò frammischiata alle religiose per essere benedetta.
Alla nobile signora, la Beata rivolse queste parole che meravigliarono le astanti: «Nostro Signore la benedica e le dia un vero distacco da tutte le vanità del mondo... perchè... ecco qui dove tutto finisce ».


Sul far della sera le fu amministrato il Sacramento dell'Unzione degli infermi che aumentò le sue energie spirituali e la sua serenità. Poi le monache iniziarono la recita delle Litanie mariane a cui l'inferma rispose con leggero e dolce movimento delle labbra.
Era la preghiera alla potente Regina che la Beata aveva sempre amato e aveva invocato durante la sua vita col nome caro di «Madre dolcissima ».

Quelle invocazioni parvero avvicinare di più il Cielo alla terra: il nome di Maria spoglia la morte del suo terrore e la converte in un sonno placido.
 

Infatti la Beata parve gustare le gioie di quel Cielo a cui aveva aspirato sempre. Non faceva altro movimento oltre quello di volgere, di quando in quando, uno sguardo tenero a Gesù Crocifisso.
 

Il confessore, sollecitato dalle monache mosse a pietà per quella dolorosa attesa della loro Madre, col Crocifisso in mano si accostò all'inferma e con voce autorevole le disse: «Madre Maria degli Angeli, siete vissuta finora per obbedienza: se il buon Gesù vi vuole con Sè, per obbedienza, rendete l'anima a Chi ve la diede e andate a lodarlo nell'eterna gloria ».

 

A quelle parole la moribonda, quasi si risvegliasse ad un festoso annunzio, apre gli occhi e, sorridente, lancia uno sguardo amoroso al Crocifisso. I presenti si convinsero che Gesù si mostrava in quell'istante alla sua diletta sposa.


Poi la Beata volse attorno un tenero sguardo di addio alle sue figlie. Infine, senza alcun movimento e sforzo, spirò nelle braccia del suo Gesù. Erano circa le ventidue e trenta del 16 dicembre 1717. Compiva quasi 57 anni di età.

 
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