Teresa di Gesł Bambino S - 1 ottobre
Santa
TERESA DI GESU' BAMBINO
VERGINE, DOTTORE DELLA CHIESA
1 ottobre
Teresa Martin (Alençon, Francia, 2 gennaio 1873 - Lisieux, 30 settembre 1897), giovanissima entrò nel Carmelo di Lisieux e nel solco della tradizione carmelitana scoprì la sua piccola via dell'infanzia spirituale, ispirata alla semplicità e all'umile confidenza nell'amore misericordioso del Padre. Posta dalla vocazione contemplativa nel cuore della Chiesa, si aprì all'ideale missionario, offrendo a Dio le sue giornate fatte di fedeltà e di silenziosa e gioiosa offerta per gli apostoli del Vangelo. Fu canonizzata da Pio XI il 17 maggio 1925 e da lui proclamata, con San Francesco Saverio, patrona delle Missioni. È stata proclamata Dottore della Chiesa da Giovanni Paolo II il 19 ottobre 1997.
preghiera
O Dio, nostro Padre, che apri le porte del tuo regno agli umili e ai piccoli, fa’ che seguiamo con serena fiducia la via tracciata da santa Teresa di Gesù Bambino, perché anche a noi si riveli la gloria del tuo volto.
BREVE BIOGRAFIA
Teresa nacque il 2 gennaio 1873 ad Alençon (Francia).
Apparteneva a una agiata famiglia della borghesia, ed ebbe una infanzia assai felice: quattro anni e mezzo pieni di gioia di vivere. "Ride e si diverte da mattina a sera", scriveva la mamma.
Era la quinta di cinque sorelle, una bambina molto sensibile ed espansiva, facile all'impazienza, ma assieme dolcissima e allegra. È molto incline alla verità e alla sincerità e fortemente desiderosa d'essere subito perdonata, quando sbaglia.
La piccola ha con Dio quella familiarità che è dono di tutti i bambini educati in una vera famiglia cristiana. Da grande potrà dire di non aver mai detto coscientemente di no al buon Dio, fin dall'età di tre anni.
Le muore la mamma, per un tumore al seno, quando non aveva ancora cinque anni. E' educata dalle sorelle: ne ha scelta in particolare una come "seconda mamma", Paolina. È attaccatissima al padre, un uomo molto buono, piuttosto anziano, infatti, quando Teresa nasce ha già cinquant'anni. Ha la barba bianca e le figlie lo chiamano affettuosamente "il patriarca".
La morte della mamma fa mutare il carattere a Teresa che diventa timida e introversa, eccessivamente sensibile e facile al pianto.
Per nove anni resta in un certo senso troppo bambina, protetta e coccolata da tutti, ma nello stesso tempo appare matura e riflessiva.
A nove anni, la sorella, che aveva scelto come "seconda mamma" la abbandona per entrare nel monastero carmelitano della città e Teresa ne soffre moltissimo. Le dicono che il Carmelo è un luogo solitario dove si ritira chi vuole cercare Dio con tutto il cuore e comincia a sentire la chiamata anch'ella per quel luogo. Dirà che questo desiderio cresceva in lei 'per Gesù solo'.
Comunque la sofferenza psichica del distacco è così grande che una strana malattia l'assale, durante la quale ella ha, per molte settimane, inspiegabili crisi di terrore e si lamenta senza fine.
Un giorno, mentre continua a chiamare: "Mamma, mamma!", e le sorelle disperate pregano la Madonna, Teresa vede la statuetta della Vergine, che ha in camera, animarsi e sorriderle. Guarisce improvvisamente.
Resta ferita anche perché la sua intelligenza e il suo cuore sembrano maturare troppo in fretta, mentre la sensibilità appare ancora infantile.
Nelle cose essenziali, la maturità è già completa.
A undici anni riceve la prima Comunione e dice a Gesù: " ti amo e mi dono a Te per sempre". Si era preparata offrendo al signore una infinità di fioretti.
Intanto anche la seconda sorella entra al Carmelo e Teresa tredicenne non riesce a liberarsi dagli aspetti fragili della sua infanzia.
Finalmente nella notte di Natale del 1886 riceve il suo "piccolo miracolo" e torna ad essere serena, fiduciosa, impaziente, allegra e intraprendente come nove anni prima.
Dai 13 ai 15 anni vive così "il periodo più bello della vita".
Un giorno, dal libro di preghiere scivola fuori l'immagine di un Crocifisso e, dal margine, sporge soltanto il braccio inchiodato alla croce da cui cadono a terra gocce di sangue.
"Fui colpita nel vedere quel sangue che cadeva da una delle mani divine e provai una grande pena al pensiero che cadesse a terra, senza che nessuno lo raccogliesse!". Decise di stare ai piedi della croce per raccogliere il sangue del Redentore e offrirlo a tutti coloro che solo da quel sangue potevano essere purificati. Si mise subito alla prova.
A Parigi erano state orribilmente assassinate due donne e una bambina. Era stato arrestato un italiano, un certo Enrico Pranzini, di trent'anni: un avventuriero alto, bello, sprezzante. Durante tutto il processo si era mostrato insolente e la stampa lo definiva "truce mascalzone", "mostro", "ignobile bruto". Condannato a morte, rifiutava ogni pentimento e ogni conforto religioso.
Teresa, venuta a conoscenza del fatto, lo sceglie come "il suo peccatore": prega senza stancarsi, offre sacrifici, fa celebrare sante Messe per la sua conversione.
L'indomani dell'esecuzione legge sul giornale che Pranzini aveva rifiutato sdegnosamente il prete fin sui gradini della ghigliottina ma, all'ultimo istante, aveva improvvisamente afferrato il Crocifisso che il sacerdote gli tendeva e l'aveva baciato con trasporto due volte.
Teresa quattordicenne lo chiamò "il primo figlio", e da allora decide di amare Gesù e sacrificarsi per Lui per la conversione dei peccatori. Vuole entrare al Carmelo, per passarvi la vita a pregare per i peccatori. Ma ha solo quindici anni e al Carmelo non si entra prima dell' età adulta.
Per ottenere questo eccezionale permesso ricorre a tutti i superiori e alla fine pensa di rivolgersi al Papa e si iscrive a un pellegrinaggio diocesano a Roma.
Era un pellegrinaggio di circe duecento persone, condotto dal Vicario generale della diocesi: un avvenimento, per quei tempi, di cui si interessava la stampa sia francese che italiana. Il treno speciale che trasportava i pellegrini era atteso e accolto in tutte le principali città d'Italia: Era anche un viaggio turistico lussuosamente organizzato.
Teresa visita Parigi, Milano, Venezia, Padova, Bologna. Qui un gruppo di universitari circonda goliardicamente il treno in stazione e uno di loro cerca di portarsi via in braccio la più bella francesina del gruppo: ma Teresa gli lancia una tale occhiata che quegli la mette giù immediatamente e si eclissa tutto vergognoso.
Infine giunge a Loreto e poi a Roma. Firenze, Pisa, Genova le visiterà al ritorno.
Nella Città eterna il pellegrinaggio toccava il suo vertice nella udienza, durante la quale tutti i pellegrini avrebbero sfilato davanti al Pontefice per ricevere, uno per uno, la sua benedizione. Molte erano state le raccomandazioni di non affaticare il Papa, vecchio e infermo, e di sfilare silenziosamente. "Il buon Papa -scrisse poi- è così vecchio che si direbbe morto. Egli non può dire quasi niente...". Ma lei, ultima della fila, disobbedì risolutamente.
Dopo essersi chinata a baciargli il piede (secondo l'uso), invece di alzarsi e andarsene, gli si appoggiò sulle ginocchia e, quasi piangendo, gli disse: "Beatissimo Padre, ho una grande grazia da chiedervi...". Parlava con voce rotta e il vecchio Pontefice non riuscì a comprendere: "Non capisco bene" - disse.
"Santità -intervenne spazientito il Vicario generale che gli stava a fianco-, è una bambina che desidera entrare al Carmelo a 15 anni. Ma. i superiori stanno già esaminando la cosa". .
La risposta del Papa era dunque obbligata: "Ebbene, figlia mia, faccia quello che i superiori le diranno". "Oh, beatissimo Padre, -insistette Teresa- ma se voi diceste di sì tutti sarebbero d'accordo...".
Il Papa la guardò fissamente, poi lentamente, accentuando con intenzione ogni sillaba le disse: "Bene, bene... entrerete se Dio lo vorrà". Aveva -dice Teresa- "una espressione così penetrante e convinta che le si impresse nell'anima".
Tentò comunque di continuare il discorso, ma due guardie nobili la toccarono per dirle di alzarsi; vedendo però che non bastava, dovettero sollevarla e portarla via di peso, mentre le lacrime le scorrevano dagli occhi.
Prima che si allontanasse, il Papa le toccò con affetto le labbra e la benedisse. Il fatto fece tanto scalpore che giunse fin sulla stampa francese che seguiva da lontano il pellegrinaggio. Ma apparentemente nessun permesso era stato accordato e il lungo viaggio non aveva dato il risultato sperato. Eppure fu determinante nella vita di Teresa: fino ad allora ella aveva conosciuto i preti solo sull'altare o in confessionale, ma nel pellegrinaggio ebbe l'occasione di conoscerne molti e di osservarli nelle normali circostanze della vita. Al pellegrinaggio partecipavano, infatti, ben settantacinque ecclesiastici.
Che cosa accadde non sappiamo esattamente. Si sa solo che un giovane prete francese, che era vicario a S. Pietro, fece chiacchierare tutto il gruppo dei pellegrini per le "premure affettuose" di cui circondava le giovani sorelle Martin. Ma Teresa tornò in patria convinta che pregare per le anime dei preti è uno dei compiti più urgenti per chi ama la Chiesa. "Ho capito la mia vocazione in Italia" - dirà. E, nell' esame canonico precedente alla sua professione religiosa, spiegherà così lo scopo della sua vocazione carmelitana: "Sono venuta per salvare le anime e soprattutto a pregare per i sacerdoti".
Contrariamente a quanto sembrava ormai prevedibile, il permesso perché le porte del monastero si aprissero eccezionalmente a una quindicenne venne accordato.
Così la "bambina" si ritrovò in quel monastero dalla vita austera e per di più gravato da non pochi problemi.
A Lisieux la mistica bellezza e magnanimità che dovrebbe regnarere in un Carmelo erano state piuttosto immeschinite.
La formazione spirituale delle suore era stata deviata verso forme di moralismo e di ascetismo esagerati, forme tinte di giansenismo, con una visione piuttosto triste del Dio giudice che occorre placare con molte preghiere e sacrifici.
A ciò si aggiungeva il fatto che la comunità monastica era umanamente e intellettualmente piuttosto povera (e le sorelle Martin rischiavano di apparire come il gruppetto di "intellettuali" da emarginare. Inoltre vi dominava una Priora intelligente ma pronta a spadroneggiare e a imporre come volontà di Dio i suoi capricci e i suoi volubili umori. Non mancavano infine abusi e lotte di potere, soprattutto quando si avvicinava il tempo delle elezioni conventuali. In città dicevano che Teresa in quel monastero sarebbe divenuta la mascotte della comunità e che proprio per questo l'avevano accetta così giovane.
Teresa si rese conto di tutto ciò e nulla di ciò che trovò in monastero la sorprese: già da fuori delle grate aveva potuto intuire molte cose. Non si fa illusioni. Anche se il suo primo impegno è verso le sorelle di sangue che ama con vero trasporto, non vuole mai essere trattata come la sorellina minore bisognosa di particolari cure e protezioni.
Non muove un passo o una parola al di là di ciò che le Regole permettono a tutte. Se deve essere una bambina, vuole esserlo solo per Dio, non per gli sfoghi affettivi delle creature. La Priora, assai lungimirante nonostante tutto, dice di lei che "ha la maturità di una suora di trent'anni".
Il primo periodo della sua vita in monastero è segnato indelebilmente da un dolore che la purifica oltre ogni misura: la triste malattia del papà, una malattia umiliante, che sembra disonorare anche le figlie.
Con gli occhi dilatati dalla pena, Teresa lo guarda da dietro le grate, nelle ormai rare visite al parlatorio. Una grave forma di arteriosclerosi e gravi crisi di uremia fanno assomigliare il papà a un povero demente, dai gesti strani e oscuramente profetici.
Lo devono infine internare in manicomio -la triste clausura del papà- e le sorelle Martin diventano "le figlie del pazzo": frase che qualcuna sussurra anche in monastero.
A volte il papà si nasconde la faccia, come se percepisse la sua umiliazione e Teresa contempla il lui il mistero del Volto Santo di Cristo, che- come diceva Isaia- per amore nostro "non ebbe più bellezza né decoro".
Un giorno ella dice alle sorelle smarrite: "Nel cielo, uno solo dei suoi capelli bianchi ci illuminerà!".
Della casa paterna, dove ormai non resta più nessuno, tutto è venduto e se ne vanno anche i ricordi più cari. Due soli oggetti finiscono al Carmelo: l'orologio di casa, che d'ora in poi scandirà nel coro le lunghe ore di meditazione, e la poltrona a rotelle del papà infermo che anche Teresa userà negli ultimi mesi della sua vita.
Nel Carmelo "la piccola Teresa" avrà dunque due misteri di cui vivere: l'infanzia di Gesù (che chiede atteggiamenti di obbedienza e di semplice confidente abbandono) e la Sua passione (che chiede partecipazione e sacrificio): perciò ella chiede di potersi chiamare suor Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo.
Alla devozione di Teresa per la santa infanzia di Gesù corrisponde il suo quotidiano lavoro per restare "bambina".
Si tratta di percorrere volentieri e di buon animo "la via dell'abbandono del bambino che si addormenta senza paura nelle braccia di suo padre".
Qui più che le parole nostre giova ricorrere a ciò che ella ha scritto. E' la piccola via, la via dell'infanzia spirituale, labbandono fiducioso tra le braccia della misericordia infinita di Dio.
Il tutto lo potrai trovare negli scritti autobiografici soprattutto nel Manoscritto B e Manoscritto C.
Una serie innumerevole di piccole cose -quelle di ogni giorno e di ogni vita- che, quando sono vissute con rabbia e rassegnazione, diventano logoranti, mentre vissute per amore e con amore riscaldano il cuore anche di chi nemmeno se ne accorge.
Intanto in comunità la vita scorre come sempre con la sua bellezza di fondo e la meschinità di certe realizzazioni: con la priora che cerca ad ogni costo di mantenere la sua carica e si amareggia perché viene eletta la sorella di Teresa (la mamma di un tempo), e con Teresa che viene tenuta nello stato di eterna novizia, anche se le si dà qualche responsabilità educativa verso le novizie più recenti.
Una vecchia suorina che l'ha come aiutante in sacrestia la chiama "Suor così sia" perché dice sempre di sì. Eppure tutti sanno quanto sa essere energica quando è necessario.
A 23 anni Teresa si ammala di tisi. Quando la notte del giovedì santo 1896 un fiotto di sangue le sale alle labbra, comprende che è un annuncio di morte, ma offre a Dio il sacrificio di non riaccendere la lampada per guardare quello che le è accaduto: aspetta l'alba e poi, in quel venerdì santo, si offre a far compagnia a Cristo nella sua passione. Così entra nelle tenebre e nelle angosce del Getsemani.
Le sembra d'essere messa assieme ai peccatori, agli increduli, soprattutto accanto a coloro che hanno perso la fede per propria colpa, per aver abusato della grazia di Dio. Le pare di sentire un coro di derisioni che le annunciano il nulla finale, il vuoto.
Si sente come "seduta alla tavola dei peccatori".
Oggi sappiamo che questa sensazione aveva un fondamento molto realistico. Per un insieme di strane circostanze, negli ultimi mesi della sua vita venne coinvolta personalmente e usata (con suo profondo dolore e orrore) nella più grande beffa che alcuni anticlericali e massoni organizzarono in quegli anni contro la Chiesa, servendosi addirittura di una sua fotografia (è un episodio noto come l'affare Vaughan).
Inoltre ella soffriva perché il Provinciale dei Carmelitani, il padre Giacinto Loyson, il più grande predicatore del suo tempo, era diventate il "monaco rinnegato": spretato, sposato, fondatore di una setta cristiana, scomunicato. Per lui Teresa farà la sua ultima Comunione.
Ella ebbe piena coscienza di ciò che stava accadendo nel mondo in cui lo scientismo attaccava ferocemente la fede; e ne sentì il fascino diabolico.
"Se sapessi -disse alla sorella- che pensieri orribili mi ossessionano. Prega tanto per me, perché io non ascolti il demonio che mi vuoI far credere a tante menzogne. I ragionamenti dei peggiori materialisti si introducono nella mia mente: che cioè più tardi, grazie ai nuovi progressi raggiunti incessantemente, la scienza troverà una spiegazione naturale di tutto, e avremo la ragione definitiva di tutto ciò che esiste e che per ora è un problema solo perché ci sono ancora tante cose da scoprire... Oh, madre mia, si possono mai avere simili pensieri quando si ama tanto il buon Dio! Però offro queste atroci sofferenze per ottenere la fede ai poveri increduli, per tutti coloro che si allontanano da ciò che insegna la Chiesa".
Intanto la malattia progredisce inesorabilmente. Le sorelle che l'assistono tendono sempre più a trattarla come una bambina (anche se sono loro a riconoscere e a dipendere dalla maturità spirituale di Tere- sa) e lei acconsente con semplicità.
Sa di dover affrontare l'ultima e più difficile prova: mostrare la verità della sua dottrina (la "piccola via") anche nel percorrere la dura strada della sofferenza e della morte.
Il corpo si consuma rapidamente e la malattia le dà dolori intollerabili: la Priora ha deciso che a una carmelitana non è necessario dare della morfina. I polmoni sono totalmente devastati e le rendono faticosissimo il respirare, e non c'è a quel tempo la possibilità d'avere dell'ossigeno. Così, anche dal punto di vista fisico, il corpo sembra rimpicciolirsi (quando comporranno il suo povero cadavere le infermiere diranno che sembra quello di una bambina di 12 anni) e il suo respiro sembra riprodur- re la prima fatica del bambino che viene alla luce. Ne è spaventata: "Se sapeste che cosa vuoI dire non riuscire a respirare! Se soffoco -dice-, il Buon Dio mi darà la forza. Ogni respiro è un dolore violento, però non è ancora tale da farmi gridare".
E, guardando un'immagine della Madonna: "Vergine Santa, tu lo sai che soffoco! Mi manca l'aria della terra. Quando il Signore mi darà l'aria del cielo?".
Teresa accettò dunque di essere immersa in quelle tenebre che il venerdì santo coprirono tutta la terra. "C'è un muro che si innalza fino al cielo... Tutto è scomparso... lo credo perché voglio credere".
Gli ultimi mesi sono scanditi da una sofferenza che si dilata sempre più come un mare che l'avvolge da ogni parte e le chiede -questa volta completamente- l'abbandono di un bambino malato che si affida a ognuno.
"Ho dimenticato me stessa, ho fatto in modo di non ricercarmi in nulla". "Soffro solo istante per istante".
A chi le chiede se le sue sofferenze si siano fatte insopportabili risponde: "No, posso ancora dire al Buon Dio che lo amo e trovo che sia abbastanza. Stanotte non ne potevo più: ho chiesto alla Santa Vergine di prendermi la testa tra le sue mani, perché potessi sopportare il dolore".
Dei suoi dolori dice: "lo amo tutto ciò che il Buon Dio mi manda". Se qualcuno la loda per la sua grande pazienza, ribatte come una che non si sente ancora capita: "lo non ho avuto ancora un solo momento di pazienza. Non è la mia pazienza... Ci si sbaglia sempre!".
Un giorno sembra assopita, e la sorella infermeria informa un'altra: "È molto stanca". Teresa ascolta, poi racconta: "lo pensavo dentro di me: è proprio vero! È così. Sì, sono come un viandante stanco, sfinito, che giunto al termine del suo cammino stramazza a terra. lo però stramazzo tra le braccia del Buon Dio" .
E così appunto le accade, dopo una lunga e penosissima agonia. Racconta la sorella: "Un tremendo rantolo le lacerava il petto. Aveva il viso congestionato, le mani violacee, i piedi freddissimi e tremava in tutto il corpo".
Durò alcune ore in questo stato. Verso sera guardò la sua Priora e le disse: "Madre mia, non è ancora l'agonia? Dunque non sto ancora per morire?".
La Priora le rispose che forse il buon Dio voleva attendere ancora un poco. .Disse: "E allora, avanti!... avanti!... Non vorrei soffrire meno a lungo...". Poi guardò il suo Crocifisso e disse: "lo lo amo! Mio Dio, io vi amo.." .
La testa le ricadde all'indietro, i suoi occhi restarono fissi per lo spazio di un Credo, splendenti. Poi spirò.
PREGHIERA ALLA SANTA
(sul tracciato della sua vita)
O Santa Teresa di Gesù Bambino, nella tua vita terrena desiderasti di "essere tutto" per dimostrare il tuo amore al Signore, ma accorgendoti, attraverso la Parola di Dio, che il tutto da offrire a Lui era solo il tuo nulla, lo accettasti anzi lo scegliesti per farlo riempire dell'Amore Misericordioso di Dio.
Comprendesti il ruolo del cuore nel Corpo Mistico di Cristo e ad esso volesti identificarti per poter muovere con l'Amore tutte le membra della Chiesa.Scegliesti la via dell'infanzia spirituale, che chiamasti la tua "Piccola Via" additandola alle piccole anime come la strada più facile per raggiungere la santità.
Volesti sentirti sempre tra le braccia del buon Dio come una bambina tra le braccia dei genitori e come i bambini stabilisti di dimostrargli il tuo affetto attraverso le carezze, cioè i piccoli sacrifici quotidiani
.Piccola pallina nelle mani di Gesù Bambino, desiderasti di essere il suo giocattolo preferito, usato, smontato, appartato e poi di nuovo ripreso dalle sue manine benedette, felice solo di fargli piacere.
Piccola, umile, nascosta, come Maria, desiderasti di vivere, ed a Maria affidasti la tua vita ricevendone la sua benevolenza attraverso il sorriso che si impresse nel tuo cuore guarendoti da quella malattia misteriosa e accompagnandoti poi per tutta la vita.
Malata sfogliavi le rose al Crocefisso desiderando di sfogliare la tua vita perché si trasformasse in petali d'amore per il Signore che desiderasti farli piovere impreziositi come grazie a chi ti avrebbe invocato.
Considerasti un dono gratuito del Signore il non essere stata sfiorata dall'ombra del peccato e ti immergesti ugualmente nel suo Amore Misericordioso dichiarando che non avresti perso un atomo di fiducia in questo Amore anche se ti fossi sentita ferita da tutte le colpe possibili.
Guardasti in alto nonostante un muro nero si ergesse davanti ai tuoi occhi e il nulla insidiasse la speranza dell'incontro con Dio Amore.
Ti offristi vittima all'Amore Misericordioso per trascinare in quel vortice di bontà e di perdono l'umanità peccatrice.
Desiderasti ardentemente di essere vittima d'Amore abbandonandoti senza riserve all'azione dell'Amore e fosti esaudita attraverso grandissime sofferenze fisiche e spirituali che ti immolarono negli ultimi anni della tua vita.
Il disfacimento del corpo unito alla notte oscura della fede divennero il tuo pane quotidiano che ti consumò rapidamente e che accettasti con un amore sempre crescente.
Facesti vincere l'Amore aggrappata alla Fede che non sentivi, ma che ugualmente di sforzasti di vivere almeno col desiderio.
Sul tuo letto di dolore crocefissa con Gesù Crocefisso emettesti solo gemiti di amore trasformati in preghiera ed offerta per gli altri.Con lo sguardo rivolto ai fratelli lontani, alle missioni, ai sacerdoti, ai peccatori, affrontasti la battaglia della vita contro la morte, accettando il trionfo di questa, come Gesù, per la vita degli altri.

Non conoscesti i tuoi meriti, offristi solo dei piccoli fiori di prato di nessun valore, contenta di attirare anche solo per un istante lo sguardo compiaciuto di Dio.
Imprimesti nella tua vita l'umanità santissima di Gesù, contemplandolo Bambino e Crocefisso e rivivesti il suo amore per noi attraverso il suo Volto Santo che ti fu compagno inseparabile nella preghiera e nella sofferenza.
La morte d'amore coronò la tua vita. "Mio Dio, ti amo!" balbettasti alla fine, dando inizio a quella vita di Amore nell'Amore che ti preghiamo di ottenerci per poterla anche noi raggiungere al termine della nostra vita terrena.
PREGHIERA DI BENEDIZIONE A DIO PER LE GRAZIE CONCESSE
A SANTA TERESA DI GESU’ BAMBINO
O Santa Teresa di Gesù Bambino,
Benedetti i tuoi genitori, Zelia e Luigi Martin, che hanno santificato il loro matrimonio con l’amore e l’apertura alla vita, meritando di avere dei figli santi, tra cui te, elevata all’onore degli altari, per essere esempio alla nostra vita.
Benedetto quel cavallo, che da piccola ti sbarrava la strada e che con furbizia ti spinse a passargli sotto, così da insegnarci che, solo rimanendo piccoli, si possono superare più facilmente gli ostacoli.
Benedetta la morte di tua madre, che lasciandoti tanto piccina, ti fece scoprire un'altra Mamma, Maria, alla quale ti affidasti rivolgendole il cuore, la preghiera e la voglia di imitarla.
Benedetto il sorriso di Maria, che ti guarì da quella malattia misteriosa, ridonandoti alla vita e all'affetto dei tuoi e da allora ti spinse a non negare nulla a Gesù soprattutto nei piccoli fiori.
Benedetto quel viaggio a Roma, che ti fece comprendere come il mondo possa incantare e trascinare alle frivolezze della vita, ma che ti lasciò gustare con più gioia il sacrificio dei martiri.
Benedetto a quindici anni quell'incontro col Papa, che, delusa per non poter subito entrare in monastero, ti fece apprezzare quanto sia più importante abbandonarsi alla Volontà di Dio.
Benedetta la malattia di tuo padre, che, mentre velava il suo volto lacerandoti il cuore, ti fece scoprire lo splendore del Volto di Gesù davanti al quale proponesti di passare tutta la vita.
Benedetti quei mantelli spiegati, che ti esercitarono nei piccoli atti di carità, nascosti agli occhi degli uomini, ma tanto graditi al buon Dio, che cercasti con cura in mille altre occasioni.
Benedetta quella musica lontana, che sentisti sorreggendo quella incontentabile suora anziana, facendoti gioire per quell'atto, che preferisti a mille feste mondane.
Benedetta quella chiave contesa che ti fece fuggire piuttosto che difendere il tuo diritto, facendoti godere quella pace che avresti certamente perso con il giustificarti.
Benedetto il lume e il pennello che ti vennero a mancare lasciandoti al buio e senza lavoro, ma che ti fecero immergere in Dio nel sacrificio di non poter fare nulla.
Benedetta quell'acqua sporca, che in lavanderia ricevesti sul viso approfittando, senza scansarti, di offrirla al buon Dio con amore, come prezioso odoroso olocausto.
Benedetti quei sorrisi, che ti spinsero non a evitare, ma a incontrare, come fosse Gesù, quella suora scontenta pronta al rimprovero per ogni più piccola cosa.
Benedetta l'interpretazione di quella suora che giudicò pigrizia quel tuo atto di carità, che facesti nel ritardare a compiere un servizio che sapevi piaceva ad un'altra.
Benedetti quei bei fiori, che dovesti togliere vicino a Gesù, contro l'estetica, sostituendoli con meno belli, regalati dai familiari di una suora che ci teneva.
Benedetta quella frase, che sentisti in infermeria sul nulla da raccontare nei tuoi riguardi dopo la tua morte, che ti fece riconoscere umilmente che i tuoi meriti erano solo quelli di Gesù.
Benedetti quei lavori campestri, che in giardino ti fecero offrire al Signore il disturbo delle consorelle che si accostavano credendo di farti piacere, mentre ti distraevano da ciò che scrivevi.
Benedetti gli ippocastani potati che, malata, davano ombra alle tue passeggiate e che per aiutarti al distacco pensasti che fossero di un altro monastero.
Benedetti gli sbocchi di sangue, la febbre, le piaghe, che ti fecero somigliare a Gesù Crocefisso e ti meritarono di poter morire d'amore come Lui e per Lui, crocefissa.
Benedetti quei petali di rosa, che sfogliasti su Gesù in croce, desiderando di impreziosirli col suo sangue per farli raccogliere dall'umanità sofferente, tra cui ci siamo anche noi.
Benedetto sia Dio, che ti ha ispirato a vivere e tracciare la tua "Piccola Via", presa dal Vangelo.
O Santa Teresa di Gesù Bambino chiedi al Signore di poterti imitare! Amen.
NOVENA DELLE ROSE IN ONORE DI S. TERESA DI GESÙ BAMBINO
"Passerò il mio Cielo a fare del bene sulla terra. Farò scendere una pioggia di rose."
Il Padre Putigan, S.J., il 3 dicembre 1925, cominciò una novena chiedendo una grazia importante. Per sapere se veniva esaudito, chiese un segno. Desiderava ricevere una rosa in dono quale garanzia di avere ottenuto la grazia. Non fece parola con nessuno della novena che stava facendo. Al terzo giorno, ricevette la rosa richiesta ed ottenne la grazia. Cominciò un'altra novena. Ricevette un'altra rosa e un'altra grazia. Allora prese la decisione di diffondere la novena "miracolosa" detta delle rose. Oggi in tutto il mondo si pratica questa novena... Si può incominciare in qualsiasi giorno del mese. Di solito, devoti ed amici di Teresina, lo fanno dal 9 al 17 di ogni mese.
PREGHIERA PER LA NOVENA
Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io vi ringrazio per tutti i favori e le grazie di cui avete arricchito l'anima della vostra serva Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo, Dottore della Chiesa, durante i suoi ventiquattro anni trascorsi su questa terra e, per i meriti di questa vostra Santa Serva, concedetemi la grazia che ardentemente desidero
(qui si formula la grazia che si vuol ricevere),
se è conforme alla vostra santa volontà e per il bene della mia anima.
Aiutate la mia fede e la mia speranza, o Santa Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo; realizzate ancora una volta la vostra promessa di passare il vostro cielo a fare del bene sulla terra, permettendo che io riceva una rosa come segno della grazia che desidero ottenere.
Si recitano 24 "Gloria al Padre..." in ringraziamento a Dio dei doni concessi a Teresa nei ventiquatro anni della sua vita terrena. Segue ad ogni "Gloria" l'invocazione "Santa Teresa di Gesù Bmbino del Volto Santo, prega per noi".

OFFERTA COME VITTIMA DI OLOCAUSTO ALL'AMORE MISERICORDIOSO
Mio Dio, Trinità beata, desidero amarvi e farvi amare, lavorare per la glorificazione della santa Chiesa, salvando le anime che sono sulla terra e liberando quelle che sono nel purgatorio. Desidero compiere perfettamente la vostra volontà e arrivare al grado di gloria che m'avete preparato nel vostro regno. In una parola, desidero essere santa, ma sento la mia impotenza e vi domando, o mio Dio, di essere voi stesso la mia Santità.
Poiché mi avete amata fino a darmi il vostro unico Figlio perché fosse il mio Salvatore e il mio Sposo, i tesori infiniti dei suoi meriti appartengono a me ed io ve li offro con gioia, supplicandovi di non guardare a me se non attraverso il Volto di Gesù e dentro il suo Cuore che brucia d'Amore.
Vi offro inoltre tutti i meriti dei Santi che sono in Cielo e sulla terra e degli Angeli; vi offro infine, o beata Trinità, l'amore e i meriti della santa Vergine, mia madre diletta. A lei abbandono la mia offerta e la prego di presentarvela.
Il suo Figlio divino, mio Sposo diletto, nei giorni della sua vita mortale, ci ha detto: "Tutto ciò che domanderete al Padre in nome mio, ve lo darà!". Sono dunque certa che esaudirete i miei desideri. Lo so, mio Dio: più volete dare, più fate desiderare. Sento nel mio cuore desideri immensi e vi chiedo con tanta fiducia di venire a prendere possesso della mia anima.
Ah, non posso ricevere la santa comunione così spesso come vorrei, ma, Signore, non siete l'onnipotente? Restate in me come nel tabernacolo, non allontanatevi mai dalla vostra piccola ostia.
Vorrei consolarvi dell'ingratitudine dei cattivi e vi supplico di togliermi la libertà di dispiacervi. Se qualche volta cado per la mia debolezza, il vostro sguardo divino purifichi subito la mia anima consumando tutte le mie imperfezioni.
Vi ringrazio o mio Dio, di tutte le grazie che m'avete accordate, in particolare di avermi fatta passare attraverso il crogiolo della sofferenza.
Sarò felice di vedervi comparire, nel giorno finale, con lo scettro della Croce e spero di rassomigliare a voi nel Cielo e di veder brillare sul mio corpo glorificato le sacre stimmate della vostra passione.
Dopo l'esilio della terra, spero di venire a godervi nella patria.
Ma non voglio ammassare dei meriti per il Cielo: voglio lavorare solo per il vostro amore, con l'unico scopo di farvi piacere e di salvare anime.
Alla sera di questa vita comparirò davanti a voi a mani vuote perché non vi chiedo, Signore, di contare le mie opere. Tutte le nostre giustizie hanno macchie ai vostri occhi. Voglio perciò rivestirmi della vostra giustizia e ricevere dal vostro amore il possesso eterno di Voi stesso.
Ai vostri occhi il tempo è nulla. Un giorno solo è come mille anni e perciò potete prepararmi in un istante a comparire davanti a voi.
Per vivere in un atto di perfetto amore, mi offro come vittima d'olocausto al vostro amore misericordioso, supplicandovi di consumarmi senza posa, lasciando traboccare nella mia anima i flutti d'infinita tenerezza che sono racchiusi in Voi. Così potrò diventare martire del vostro amore, o mio Dio!
Che questo martirio, dopo avermi preparata a comparire davanti a Voi, mi faccia morire e la mia anima si slanci senza alcuna sosta verso l'eterno abbraccio del vostro amore misericordioso.
Voglio, o mio Diletto, ad ogni battito del cuore rinnovarvi questa offerta un numero infinito di volte, fino a che, svanite le ombre, possa ridirvi il mio amore in una faccia a faccia eterno!
Un articolo di Concetta Bomba
S. TERESA DI GESU’ BAMBINO:
“SENTO IN ME LA VOCAZIONE DEL PRETE”
L’occasione per scrivere queste poche righe mi è offerta dal continuo sentir ripetere che il sacerdozio delle donne è una questione definitivamente chiusa. Allora mi viene da pensare a S. Tommaso d’Aquino il quale, senza nulla togliere alla sua santità e alla sua grandezza di pensiero, si è lasciato influenzare dalla mentalità maschilista del suo tempo al punto da affermare: “Si potrebbe sostenere che la donna non avrebbe dovuto far parte del mondo così come esso venne inizialmente creato, poiché Aristotele afferma che la femmina è un maschio riuscito male. Sarebbe stato sbagliato, per qualcosa mal riuscita e (di conseguenza) incompleta, far parte della creazione originale. Pertanto la donna non avrebbe dovuto far parte di quel mondo. Certo, rispetto alla sua particolare natura (ossia l’azione del seme maschile), la femmina è incompleta e mal riuscita, poiché il potere attivo del seme cerca sempre di produrre qualcosa completamente simile a se stesso, qualcosa di maschile. Se dunque il risultato è una femmina, ciò deve essere perché il seme è debole o perché il materiale (fornito dalla genitrice) è inadatto, o a causa dell’azione di qualche fattore esterno, come i venti meridionali che rendono l’atmosfera umida. Rispetto però alla ‘natura universale’ la donna non è riuscita male, essendo stata destinata dalla Natura al compito della generazione. Le intenzioni della Natura derivano da Dio, che ne è l’autore. E’ questo il motivo per il quale, quando creò la Natura, Egli non creò solamente l’uomo, ma anche la donna” (Summa Teologica, 1, qu. 92, art. 1).
Come dire che, grazie a Dio, generiamo figli, altrimenti saremmo state inutili obbrobri della realtà creata! Ci tiene in vita una ragione di “interesse” sociale, ma rimane il fatto che: “Poiché non è possibile identificare un’eccellenza di condizione nel sesso femminile, in quanto la donna è in uno stato di sottomissione, ne consegue che ella non può ricevere il sacramento dell’ordinazione sacerdotale” (Summa Teologica). Allora mi viene da pensare (ancora!) che certa gerarchia voglia mantenere viva una siffatta “considerazione” delle donne.
In quanto donna mi rendo conto che se accettassi queste tesi, e tante altre simili, dovrei tacere e sottomettermi. Ma il richiamo della ragione mi fa indignare, soprattutto perché “credo” che il desiderio di sacerdozio che molte donne hanno manifestato e dovuto reprimere nei secoli trascorsi, lungi dall’inquinare spiritualmente, sia un grido “silenzioso” di bisogno di equità di fronte a Dio: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). Ma anche la Congregazione della Dottrina della fede riconosceva che: “Le donne che esprimono la loro richiesta del sacerdozio ministeriale sono certamente ispirate da un desiderio di servire Cristo e la Chiesa. E non deve stupire il fatto che, nel momento in cui prendono coscienza delle discriminazioni delle quali sono oggetto, si augurano il ministero sacerdotale anche per loro” (Dichiarazione Inter insignores, 15 ottobre 1976 ). In questo mio tentativo di dar voce alle “imbavagliate” della cristianità (quella moltitudine che riempie i banchi delle chiese permettendo ancora agli ultimi rappresentanti maschi di un clero sempre più immiserito numericamente di presiedere le celebrazioni!), chiamo in ballo Teresa di Lisieux, “Dottore della Chiesa”.
Il 4 novembre 1887 Teresa Martin parte, insieme al padre e alla sorella Celina, per un lungo pellegrinaggio in Italia: l’obiettivo principale è Roma, l’udienza con il Papa, per implorare il permesso di una entrata “anticipata” nel Carmelo di Lisieux. Teresa non ha ancora compiuto quindici anni, ma è già ben determinata a raggiungere il suo scopo. Parte con un gruppo piuttosto numeroso di pellegrini: 195 persone di cui 73 ecclesiastici. Vive per quattro settimane a stretto contatto con numerosi preti e tale deve essere stato lo spettacolo di “inconsistenza” spirituale e morale” del clero accompagnatore da farle scrivere, qualche anno dopo, nella sua autobiografia: “c’era di che far vacillare una vocazione poco salda” (MA 55 v°)! Subito dopo chiarisce: “Non avevo mai vissuto in intimità con loro, non potevo capire lo scopo principale della riforma del Carmelo. Pregare per i peccatori mi avvinceva, ma pregare per le anime dei sacerdoti, che credevo più pure del cristallo, mi sembrava strano…! Ah, ho capito la mia vocazione in Italia…Per un mese ho vissuto con molti santi sacerdoti e ho capito che, se la loro sublime dignità li innalza al di sopra degli angeli, ciò non toglie che siano uomini deboli e fragili. Se dei santi sacerdoti che Gesù chiama nel suo Vangelo: ‘il sale della terra’ mostrano con il loro comportamento di aver un bisogno estremo di preghiere, cosa bisogna dire di quelli che sono tiepidi?” (MA 56 r°).
Per comprendere lo “choc” di Teresa bisogna sottolineare il tipo di “immagine di prete” diffuso all’interno della società cattolica francese, e non solo, del XIX sec.: persone poste su un piedistallo, formanti una sorta di schiera serafica gettata tra i comuni mortali a “mediare” tra gli uomini e Dio, a garanzia di una presenza divina altrimenti introvabile. Teresa si incrocia con questa società clericale, formata esclusivamente da uomini di sesso maschile, preparati all’interno dei seminari a svolgere un ruolo di “sublime dignità” e presentati al popolo dei fedeli in questi termini per mezzo di pressanti prediche studiate a tavolino con il supporto di appositi manuali. Teresa nota una “dissonanza” tra ciò che si vuol far credere (la sublime dignità del sacerdozio) e la realtà dei fatti (un comportamento non all’altezza dell’ideale che si vuol diffondere).
Il 14 luglio 1889 scrive a Celina: “Oh, mia Celina, viviamo per le anime, siamo apostoli, salviamo soprattutto le anime dei Sacerdoti: queste anime dovrebbero essere più trasparenti del cristallo. Ahimè, quanti cattivi sacerdoti, quanti sacerdoti che non sono santi abbastanza!”. Come un ritornello Teresa rinnova spesso la sua accusa al clero; di nuovo a Celina il 31 dicembre 1889: “Occorre che quest’anno facciamo che molti sacerdoti sappiano amare Gesù, che lo tocchino con la stessa delicatezza con la quale Maria lo toccava nella sua culla!”. E ancora il 14 ottobre 1890: “Celina diletta, è la stessa cosa che ho da dirti. Ah, preghiamo per i sacerdoti. Ogni giorno mostra quanto siano rari gli amici di Gesù…Mi sembra che ciò che gli deve costare di più sia l’ingratitudine”. Nella preghiera del 16 luglio 1897 si legge: “Quanta è la tua umiltà, o divino Re di Gloria, nel sottometterti a tutti i tuoi sacerdoti senza fare alcuna distinzione tra coloro che ti amano e coloro che, ahimè, sono tiepidi o freddi nel tuo servizio!”.
Perché questa “ossessione” per i preti? Noi rispondiamo, e poi dimostriamo, che il sacerdozio ministeriale è la vocazione di Teresa Martin! “Essere tua sposa, Gesù, essere carmelitana, essere, grazie all’unione con te, madre di anime, dovrebbe bastarmi. Non è così!...Certo, questi tre privilegi sono la mia vocazione: Carmelitana, Sposa e Madre; ma io sento in me altre vocazioni: mi sento la vocazione di Guerriero, di Sacerdote, di Apostolo, di Dottore, di Martire….. Sento in me la vocazione di Sacerdote:con quanto amore, o Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discendessi dal Cielo!...Con quanto amore ti darei alle anime!…” (MB 2v°). E quando Teresa dice che vuol essere prete significa che vuole “dire la messa”! E che non si tratta di una nostra libera interpretazione ce lo attesta la sua confidente prediletta, ancora Celina che testimonia al processo ordinario: “Durante l’anno 1897 suor Teresa di Gesù Bambino mi disse, assai prima di ammalarsi, che si aspettava di morire in questo anno; eccone il motivo che mi spiegò nel mese di giugno. Quando si vide colpita da tubercolosi polmonare, mi disse: ‘ Veda, il buon Dio mi prenderà a un’età in cui non avrei avuto il tempo di essere sacerdote…Se avessi potuto esserlo, sarebbe stato in questo mese di giugno, in questa ordinazione che avrei ricevuto gli Ordini sacri. Ebbene, affinché non ne abbia un dispiacere, il buon Dio permette che io sia malata; quindi non avrei potuto andare a riceverli e sarei morta prima di avere esercitato il ministero ‘. Il sacrificio di non aver potuto essere sacerdote le stava sempre in cuore. Quando le tagliavamo i capelli durante la sua malattia, chiedeva sempre che le si facesse una tonsura: allora con soddisfazione passava la mano sulla testa. Ma il suo rincrescimento non si limitava a puerilità; siccome era ispirato da un vero amore di Dio, suscitava in lei alte speranze. Il pensiero che santa Barbara aveva portato la Comunione a san Stanislao Kostka la rapiva. Ci diceva: Perché non un angelo, non un sacerdote, ma una vergine? In cielo vedremo meraviglie! Sono certa che quelli che l’avranno desiderato sulla terra, in cielo parteciperanno all’onore del sacerdozio’ “.
Tormentata dall’impossibilità di realizzare il suo desiderio, Teresa ha la genialità di sviluppare una sorta di “mimetismo sacerdotale”, non già come tentativo di scimmiottamento di un ruolo che non potrà mai assumere, non una reazione “infantile” ad un divieto istituzionalizzato, non un “gioco” teatrale come catartica liberazione di passioni vietate; ma gesti reali di assimilazione di un ministero al quale si prepara in attesa della piena assunzione: Teresa vive come se fosse già un prete in attesa di quel riconoscimento divino che l’uomo di chiesa non è disposto a dispensarle.
Nel “Quaderno giallo” composto dalla sorella Paolina (Madre Agnese), una raccolta degli ultimi colloqui di Teresa dal suo letto di malattia, si legge: “Come ero fiera quand’ero ebdomadaria all’Ufficio, come dicevo ad alta voce le orazioni in mezzo al Coro, perché pensavo che il sacerdote nella Messa diceva le stesse orazioni e che avevo come lui il diritto di pregare ad alta voce davanti al Santissimo Sacramento, di dare le benedizioni, le assoluzioni, di leggere il Vangelo quando ero prima cantora…”.
E se i preti vengono riconosciuti non all’altezza delle loro funzioni, Teresa dal canto suo si pone audacemente a capo di una ondata “femminista” a partire dal Carmelo, da un luogo di preghiera per monache spronate a riconoscere la “sublimità” della loro missione per poter orgogliosamente affermare: “Che abbiamo noi da invidiare ai preti?” (Lt 135).
Può anche darsi che le discriminazioni che le donne sono costrette a subire da secoli fuori e dentro le chiese non siano destinate a cessare. Nel frattempo seguiamo Teresa e ci consoliamo del fatto che, quello che subiamo ancora oggi, lei lo aveva denunciato un secolo fa: “Non riesco ancora a capire perché le donne sono così facilmente scomunicate in Italia; ad ogni momento ci dicevano: Non entrate qua…Non entrate là, sareste scomunicate!...’ Ah, povere donne, come sono disprezzate!...Eppure amano il Buon Dio in numero molto più grande degli uomini…” (MA 66v°). Ma non solo ci consoliamo con Teresa; se l’apparato ecclesiale maschile non ce la dovesse proprio fare a “spartire” i privilegi del suo ministero, vorrà dire che attenderemo fiduciosi il tempo in cui non ci sarà più bisogno di far ricorso a dei rappresentanti terreni per pronunciare l’ultimo diktat: “In Cielo (Egli) saprà pur dimostrare che i suoi pensieri non sono quelli degli uomini, perché allora le ultime saranno le prime” (MA 66 v°).
(Per un approfondimento storico sull’argomento si consiglia: Claude Langlois, Le désir de sacerdote chez Thèrése de Lisieux, Editions Salvator)
MARIA CONCETTA BOMBA OCDS
Manoscritto autobiografico A
Manoscritto B
Manoscritto C
LA PICCOLA VIA (in vetrate)
QUADRI RAPPRESENTANTI LA VITA DI SANTA TERESA DI GESU' BAMBINO
CHE SI TROVANO NELLE CHIESE A LEI DEDICATE DI ROMA E DI ANZIO
e
altre pitture nella cappella a lei dedicata in Roma (San Panfilo)