manoscritto B
Manoscritti autobiografici
(Storia di un'anima)
MANOSCRITTO «B»
Lettera a Suor Maria del Sacro Cuore
(CAPITOLO 11)
J. M. J. T.
Gesù +
240. O Sorella mia diletta, mi chiede di darle un ricordo del mio ritiro, ritiro che forse sarà l’ultimo! Poiché la nostra Madre lo permette, è una gioia per me venire ad intrattenermi con lei, che mi è due volte Sorella, con lei che mi ha prestato la sua voce, promettendo in nome mio che volevo servire soltanto Gesù, quando non mi era possibile parlare. Cara Madrina, è la bambina che lei ha offerta al Signore che le parla questa sera, è lei che la ama come una bambina ama la propria Madre! Soltanto in Cielo conoscerà tutta la riconoscenza che trabocca dal mio cuore! O Sorella mia diletta, lei vorrebbe ascoltare i segreti che Gesù confida alla sua figliolina; questi segreti Egli li confida anche a lei, lo so, perché è lei che mi ha insegnato a raccogliere gli insegnamenti Divini. Tuttavia cercherò di balbettare qualche parola, benché senta che è impossibile alla parola umana ripetere cose che il cuore umano può appena presentire.
241. Non creda che io nuoti nelle consolazioni, oh no! La mia consolazione è di non averne sulla terra. Senza mostrarsi, senza far udire la sua voce, Gesù mi istruisce nel segreto. Non è per mezzo di libri, perché non capisco quello che leggo, ma talvolta una parola come questa che ho trovata alla fine dell’orazione (dopo essere rimasta nel silenzio e nell’aridità) viene a consolarmi: «Ecco il maestro che ti do, ti insegnerà tutto quello che devi fare. Voglio farti leggere nel libro della vita, dove è contenuta la scienza dell’Amore». La scienza dell’Amore, oh sì!, questa parola risuona dolcemente all’orecchio della mia anima. Io desidero solo quella scienza: per essa, avendo dato tutte le mie ricchezze, mi sembra, come la sposa dei sacri cantici, di non aver dato nulla! Capisco così bene che non c’è che l’amore che possa renderci graditi al buon Dio, che questo amore è l’unico bene che bramo.
242. Gesù si compiace di mostrarmi l’unico cammino che porta a questa fornace Divina. Questo cammino è l’abbandono del bambino che si addormenta senza timore tra le braccia di suo Padre. «Se qualcuno è molto piccolo venga a me», ha detto lo Spirito Santo per bocca di Salomone; e questo medesimo Spirito d’Amore ha detto anche che «ai piccoli è concessa la misericordia». In nome suo, il profeta Isaia ci rivela che nell’ultimo giorno «il Signore condurrà il suo gregge al pascolo, radunerà gli agnellini e se li stringerà al seno». E come se tutte queste promesse non bastassero, lo stesso profeta, il cui sguardo ispirato si immergeva già nelle profondità eterne, esclama in nome del Signore: «Come una madre accarezza il figlio, così io vi consolerò, vi porterò in braccio e vi accarezzerò sulle mie ginocchia». O Madrina diletta, dopo un simile linguaggio, non resta altro che tacere e piangere di riconoscenza e di amore!
243. Ah, se tutte le anime deboli e imperfette sentissero ciò che sente la più piccola tra tutte le anime, l’anima della sua piccola Teresa, non una sola di esse dispererebbe di giungere in cima alla montagna dell’amore! Infatti Gesù non chiede grandi azioni, ma soltanto l’abbandono e la riconoscenza, poiché ha detto nel Salmo 49: «Non ho alcun bisogno dei capri dei vostri greggi, perché a me appartengono tutte le bestie delle foreste e le migliaia di animali che pascolano sulle colline, conosco tutti gli uccelli dei monti. Se avessi fame, non è a te che lo direi: mia è la terra e quanto contiene. Devo forse mangiare la carne dei tori e bere il sangue dei capri?». «Offri a Dio sacrifici di lode e di azioni di grazie». Ecco quindi tutto ciò che Gesù esige da noi. Egli non ha affatto bisogno delle nostre opere, ma solamente del nostro amore, perché questo stesso Dio che dichiara di non aver affatto bisogno di dirci se ha fame, non ha esitato a mendicare un po’ d’acqua dalla Samaritana. Aveva sete… Ma dicendo: «dammi da bere» era l’amore della sua povera creatura che il Creatore dell’universo invocava. Aveva sete d’amore! Ah, lo sento più che mai che Gesù è assetato: incontra solo degli ingrati e degli indifferenti tra i discepoli del mondo e tra i suoi propri discepoli; trova, ahimè, pochi cuori che si abbandonino a lui senza riserve, che comprendano tutta la tenerezza del suo Amore infinito.
244. Sorella diletta, come siamo fortunate di capire gli intimi segreti del nostro Sposo! Ah, se lei volesse scriverne tutto ciò che sa, avremmo delle belle pagine da leggere; ma lo so, preferisce serbare in fondo al cuore «i segreti del Re», ma a me dice: «che è cosa onorifica manifestare le opere dell’Altissimo». Penso che abbia ragione a mantenere il silenzio ed è unicamente per farle piacere che scrivo queste righe, perché sento la mia impotenza a ripetere con parole terrene i segreti del Cielo e poi, dopo aver scritto pagine e pagine, scoprirei di non aver neanche incominciato. Ci sono tanti orizzonti diversi, tante sfumature variate all’infinito, che soltanto la tavolozza del Pittore celeste potrà, dopo la notte di questa vita, fornirmi i colori capaci di dipingere le meraviglie che rivela alla mia anima.
245. Sorella mia diletta, mi ha chiesto di scriverle il mio sogno e la «mia piccola dottrina», come lei la chiama. L’ho fatto nelle pagine seguenti, ma così male che mi sembra impossibile che lei capisca. Forse troverà esagerate le mie espressioni. Ah, mi perdoni! Questo dipenderà dal mio stile poco piacevole: ma le assicuro che non c’è nessuna esagerazione nella mia piccola anima, che tutto in essa è calmo e riposato. Scrivendo, è a Gesù che parlo: così mi è più facile esprimere i miei pensieri. Cosa che, ahimè, non toglie che essi siano espressi molto male!
J. M. J. T.
8 settembre 1896
(Alla mia cara Suor Maria del Sacro Cuore)
246. O Gesù, mio Amato! Chi potrà dire con quale tenerezza, con quale dolcezza conduci la mia piccola anima e come ti piace far risplendere il raggio della tua grazia anche in mezzo alla tempesta più cupa? Gesù, la tempesta tuonava molto forte nella mia anima dalla bella festa del tuo trionfo, la radiosa festa di Pasqua, quando un sabato del mese di maggio, pensando ai sogni misteriosi che talvolta sono concessi a certe anime, mi dicevo che ciò doveva essere una consolazione dolcissima, e tuttavia non le domandavo. La sera, scrutando le nubi che coprivano il suo cielo, la mia piccola anima si diceva ancora che i bei sogni non erano per lei, e si addormentò sotto il temporale. L’indomani era il 10 maggio, la seconda domenica del mese di Maria, forse l’anniversario del giorno in cui la Madonna si degnò di sorridere al suo fiorellino.
247. Alle prime luci dell’aurora, mi trovai (in sogno) in una specie di galleria: c’erano parecchie altre persone, ma lontane; vicino a me c’era solo Nostra Madre. Ad un tratto, senza aver visto come erano entrate, scorsi tre carmelitane rivestite delle loro cappe e dei loro grandi veli: mi sembrò che venissero per Nostra Madre, ma ciò che capii chiaramente è che venivano dal Cielo. In fondo al cuore esclamai: Ah, come sarei felice di vedere il volto di una di quelle carmelitane! Allora, come se la mia preghiera fosse stata udita da lei, la santa più alta venne verso di me; subito caddi in ginocchio. Oh, che gioia, la Carmelitana alzò il suo velo o, meglio, lo sollevò e mi coprì con esso. Senza alcuna esitazione riconobbi la venerabile Anna di Gesù, la fondatrice del Carmelo in Francia. Il suo volto era bello, di una bellezza incorporea; non emanava nessun raggio; eppure, nonostante il velo che ci avvolgeva tutte e due, vedevo quel volto celeste rischiarato da una luce ineffabilmente dolce, luce che esso non riceveva ma emanava da se stesso. Non saprei ripetere l’allegrezza della mia anima: queste cose si sentono e non si possono esprimere. Parecchi mesi sono passati da quel dolce sogno, ma il ricordo che mi lascia nell’anima non ha perduto nulla della sua freschezza, del suo fascino celeste. Vedo ancora lo sguardo e il sorriso pieni di amore della Venerabile Madre. Mi sembra di sentire ancora le carezze di cui mi coprì.
248. Nel vedermi amata così teneramente, osai pronunciare queste parole: «O Madre mia, la supplico, mi dica se il buon Dio mi lascerà a lungo sulla terra. Verrà presto a prendermi?». Sorridendo con affetto, la Santa sussurrò: «Sì, presto, presto: glielo prometto». «Madre, aggiunsi, mi dica anche se il buon Dio mi domanda qualche cosa di più delle mie povere piccole azioni e dei miei desideri. È contento di me?». Il volto della Santa assunse un’espressione incomparabilmente più affettuosa della prima volta che mi parlò. Il suo sguardo e le sue carezze erano la più dolce delle risposte. Tuttavia mi disse: «Il buon Dio non richiede nient’altro da lei: è contento, contento!». Dopo avermi ancora accarezzata con più amore di quanto non abbia mai fatto per suo figlio la più affettuosa tra le mamme, la vidi allontanarsi. Il mio cuore era nella gioia; allora mi ricordai delle sorelle e volli chiedere alcune grazie per loro, ma, ahimè, mi svegliai!
249. O Gesù, allora non tuonava ala tempesta, il cielo era calmo e sereno! Credevo, sentivo che c’è un Cielo e che questo Cielo è popolato di anime che mi amano, che mi considerano come loro figlia. Questa sensazione mi resta nel cuore, tanto più che la Ven.le Madre Anna di Gesù mi era stata fino allora assolutamente indifferente: io non l’avevo mai invocata e il suo ricordo mi veniva in mente solo quando sentivo parlare di lei, cioè raramente. Così, quando ho capito fino a che punto mi amava, quanto poco indifferente ero per lei, il mio cuore si è intenerito di amore e di riconoscenza, non solo per la Santa che mi aveva visitata, ma anche per tutti i Beati abitanti del Cielo.
250. O mio Amato, questa grazia era soltanto il preludio di grazie più grandi delle quali mi volevi colmare! Lascia, mio unico Amore, che te le ricordi oggi, proprio oggi, sesto anniversario della nostra unione. Ah, perdonami, Gesù, se sragiono volendo ridire i miei desideri, le mie speranze che si dilatano all’infinito! Perdonami e risana la mia anima donandole ciò che spera! Essere tua sposa, Gesù, essere carmelitana, essere, grazie all’unione con te, madre di anime, dovrebbe bastarmi. Non è così! Certo, questi tre privilegi sono la mia vocazione: Carmelitana, Sposa e Madre; ma io sento in me altre vocazioni: mi sento la vocazione di Guerriero, di Sacerdote, di Apostolo, di Dottore, di Martire; insomma, sento il bisogno, il desiderio di compiere per te, Gesù, tutte le opere più eroiche. Sento nella mia anima il coraggio di un Crociato, di uno Zuavo Pontificio: vorrei morire su un campo di battaglia per la difesa della Chiesa.
251. Sento in me la vocazione di Sacerdote: con quanto amore, o Gesù, ti porterei nelle mie mani quando, alla mia voce, discendessi dal Cielo! Con quanto amore ti darei alle anime! Ma, ahimè, pur desiderando di essere Sacerdote, ammiro ed invidio l’umiltà di San Francesco d’Assisi e mi sento la vocazione di imitarlo rifiutando la sublime dignità del Sacerdozio. O Gesù, mio amore, mia vita! Come conciliare questi contrasti? Come realizzare i desideri della mia povera piccola anima? Ah, nonostante la mia piccolezza, vorrei illuminare le anime come i Profeti, i Dottori! Ho la vocazione d’essere Apostolo. Vorrei percorrere la terra, predicare il tuo nome e piantare sul suolo infedele la tua Croce gloriosa! Ma, o mio Amato, una sola missione non mi basterebbe: vorrei al tempo stesso annunciare il Vangelo nelle cinque parti del mondo e fino nelle isole più lontane. Vorrei essere missionaria non solo per qualche anno, ma vorrei esserlo stata dalla creazione del mondo ed esserlo fino alla consumazione dei secoli. Ma vorrei soprattutto, o mio Amato Salvatore, vorrei versare il sangue per te fino all’ultima goccia!
252. Il Martirio: ecco il sogno della mia giovinezza! Questo sogno è cresciuto con me dentro il chiostro del Carmelo. Ma anche qui, sento che il mio sogno è una follia, perché non saprei limitarmi a desiderare un genere di martirio. Per soddisfarmi mi ci vorrebbero tutti! Come te, Sposo mio Adorato, vorrei essere flagellata e crocifissa. Vorrei morire scorticata come San Bartolomeo. Come San Giovanni, vorrei essere immersa nell’olio bollente, vorrei subire tutti i supplizi inflitti ai martiri. Con Sant’Agnese e Santa Cecilia vorrei presentare il collo alla spada e come Giovanna d’Arco, la mia sorella diletta, vorrei sussurrare sul rogo il tuo nome, o Gesù! Considerando i tormenti che toccheranno in sorte ai cristiani al tempo dell’Anticristo, mi sento trasalire il cuore e vorrei che quei tormenti fossero riservati a me. Gesù, Gesù! Se volessi scrivere tutti i miei desideri, dovrei prendere il tuo libro della vita: là sono riportate le azioni di tutti i Santi, e quelle azioni vorrei averle compiute per te. O mio Gesù, cosa risponderai a tutte le mie follie? Esiste un’anima più piccola, più impotente della mia? Eppure, proprio a causa della mia debolezza, ti sei compiaciuto, Signore, di esaudire i miei piccoli desideri infantili, e oggi vuoi esaudire altri desideri più grandi dell’universo.
253. Durante l’orazione i miei desideri mi facevano soffrire un vero e proprio martirio. Aprii le epistole di San Paolo per cercare qualche risposta. Mi caddero sotto gli occhi i capitoli XII e XIII della prima lettera ai Corinzi. Nel primo lessi che non tutti possono essere apostoli, profeti, dottori, ecc…, che la Chiesa è composta da diverse membra e che l’occhio non potrebbe essere al tempo stesso la mano. La risposta era chiara ma non appagava i miei desideri, non mi dava la pace. Come la Maddalena chinandosi continuamente sul sepolcro vuoto finì per trovare quello che cercava, così, abbassandomi fino alle profondità del mio nulla, mi elevai tanto in alto che riuscii a raggiungere il mio scopo. Senza scoraggiarmi continuai la lettura e questa frase mi rincuorò: «Cercate con ardore i doni più perfetti; ma io vi mostrerò una via ancora più eccellente». E l’Apostolo spiega come tutti i doni più perfetti non sono niente senza l’Amore. Che la Carità è la via eccellente che conduce sicuramente a Dio.
254. Finalmente avevo trovato il riposo! Considerando il corpo mistico della Chiesa, non mi ero riconosciuta in nessuno dei membri descritti da San Paolo: o meglio, volevo riconoscermi in tutti! La Carità mi diede la chiave della mia vocazione. Capii che se la Chiesa aveva un corpo, composto da diverse membra, il più necessario, il più nobile di tutti non le mancava: capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa: che se l’Amore si dovesse spegnere, gli Apostoli non annuncerebbero più il Vangelo, i Martiri rifiuterebbero di versare il loro sangue. Capii che l’Amore racchiudeva tutte le vocazioni, che l’Amore era tutto, che abbracciava tutti i tempi e tutti i luoghi! Insomma che è eterno! Allora, nell’eccesso della mia gioia delirante ho esclamato: O Gesù mio Amore, la mia vocazione l’ho trovata finalmente! La mia vocazione è l’Amore! Sì, ho trovato il mio posto nella Chiesa e questo posto, o mio Dio, sei tu che me l’hai dato: nel Cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l’Amore! Così sarò tutto, così il mio sogno sarà realizzato!!!
255. Perché parlare di gioia delirante? No, questa espressione non è giusta. Si tratta piuttosto della pace calma e serena del navigatore che intravede il faro che deve condurlo al porto. O Faro luminoso dell’amore, so come arrivare fino a te, ho scoperto il segreto per impadronirmi della tua fiamma! Sono solo una bambina, impotente e debole: eppure la mia stessa debolezza mi dà l’audacia di offrirmi come Vittima al tuo Amore, o Gesù! Un tempo le ostie pure e senza macchie erano le sole gradite al Dio Forte e Potente. Per soddisfare la Giustizia divina occorrevano vittime perfette; ma alla legge del timore è succeduta la legge dell’Amore; e l’Amore ha scelto per olocausto me, debole e imperfetta creatura! Questa scelta non è forse degna dell’Amore? Sì: perché l’Amore sia pienamente soddisfatto, bisogna che si abbassi, che si abbassi fino al niente e che trasformi in fuoco questo niente.
256. O Gesù, lo so, l’amore si paga soltanto con l’amore: perciò ho cercato e ho trovato il modo per calmare il mio cuore rendendoti Amore per Amore. «Usate le ricchezze che rendono ingiusti per farvi degli amici che vi accolgano nelle dimore eterne». Ecco, Signore, il consiglio che tu dai ai tuoi discepoli dopo aver detto loro che «i figli delle tenebre sono più scaltri nei loro affari dei figli della luce». Figlia della luce, ho capito che i miei desideri di essere tutto, di abbracciare tutte le vocazioni, erano ricchezze che avrebbero davvero potuto rendermi ingiusta: allora me ne sono servita per farmi degli amici. Ricordandomi della preghiera di Eliseo al suo Padre Elia quando osò chiedergli il suo duplice spirito, mi sono presentata davanti agli Angeli e ai Santi e ho detto loro: «Io sono la più piccola delle creature, conosco la mia miseria e la mia debolezza, ma so anche quanto piaccia ai cuori nobili e generosi fare del bene; quindi vi supplico di adottarmi come figlia. Per voi soli sarà la gloria che mi farete acquistare, ma degnatevi di esaudire la mia preghiera: è temeraria, lo so, tuttavia oso domandarvi di concedermi il vostro duplice Amore».
257. Gesù, non posso approfondire la mia richiesta: temerei di restare schiacciata sotto il peso dei miei desideri audaci! La mia scusa è che sono una bambina: i bambini non riflettono sulla portata delle loro parole; tuttavia i loro genitori, quando sono sul trono, quando posseggono immensi tesori, non esitano ad accontentare i desideri dei piccoli esseri che amano quanto se stessi; per far loro piacere fanno follie, arrivano fino alla debolezza… Ebbene, io sono la FIGLIA della Chiesa, e la Chiesa è Regina perché è tua Sposa, o Divino Re dei re… Non sono le ricchezze e la Gloria (neanche la Gloria del Cielo) ciò che reclama il cuore d’un bambino piccolo. La gloria, lo capisce, appartiene di diritto ai suoi Fratelli, gli Angeli e i Santi. La gloria sua sarà il riflesso di quella che scaturirà dalla fronte di sua Madre. ciò che egli chiede è l’Amore! Egli sa una cosa sola: amarti, o Gesù! Le opere clamorose gli sono vietate: non può predicare il Vangelo, versare il suo sangue. Ma che importa? I suoi fratelli lavorano al posto suo e lui, piccolo bambino, si mette vicinissimo al trono del Re e della Regina, ama per i suoi fratelli che combattono. Ma come testimonierà il suo Amore, dal momento che l’Amore si prova con le opere? Ebbene, il piccolo bambino getterà fiori, impregnerà con i suoi profumi il trono regale, canterà con la sua voce argentina il cantico dell’Amore!
258. Sì, mio Amato, ecco come si consumerà la mia vita! Non ho altro mezzo per provarti il mio amore che gettare fiori, cioè non lasciar sfuggire nessun piccolo sacrificio, nessuno sguardo, nessuna parola, approfittare di tutte le cose più piccole e farle per amore! Voglio soffrire per amore e anche gioire per amore: così getterò fiori davanti al tuo trono; non ne incontrerò uno senza sfogliarlo per te! Poi gettando i miei fiori canterò (come sarebbe possibile piangere nel fare un’azione così gioiosa?), canterò, anche quando dovrò cogliere i miei fiori in mezzo alle spine, e il mio canto sarà tanto più melodioso quanto più le spine saranno lunghe e pungenti. Gesù, a cosa ti serviranno i miei fiori e i miei canti? Ah, lo so bene: questa pioggia profumata, questi petali fragili e senza alcun valore, questi canti d’amore del cuore più piccolo di tutti ti incanteranno; sì, questi nulla ti faranno piacere. Faranno sorridere la Chiesa Trionfante: ella raccoglierà i miei fiori sfogliati per amore e, facendoli passare per le tue Mani Divine, o Gesù, questa Chiesa Celeste, volendo giocare con il suo bambino, getterà anche lei quei fiori che avranno acquistato, per il tuo tocco divino, un valore infinito: li getterà sulla Chiesa purgante per spegnerne le fiamme, li getterà sulla Chiesa militante per farle conseguire la vittoria!
259. O mio Gesù, ti amo! Amo la Chiesa mia Madre, ricordo che «il più piccolo moto di puro amore le è più utile che non tutte le altre opere messe insieme». Ma c’è davvero il puro amore nel mio cuore? I miei immensi desideri non sono forse un sogno, una follia? Ah, se è così, Gesù, illuminami: tu lo sai, io cerco la verità! Se i miei desideri sono temerari, falli sparire perché questi desideri sono per me il più grande martirio! Eppure, lo sento, o Gesù, dopo aver aspirato alle regioni più alte dell’Amore, se anche non dovessi raggiungerla un giorno, avrò gustato più dolcezza nel mio martirio, nella mia follia, di quanta ne gusterei in seno alle gioie della patria, a meno che tu, con un miracolo, non mi tolga il ricordo delle mie speranze terrene. Allora lasciami godere durante il mio esilio le delizie dell’amore. Lasciami assaporare le dolci amarezze del mio martirio! Gesù, Gesù, se è così delizioso il desiderio di Amarti, cosa è dunque possedere, godere l’Amore?
260. Come può un’anima così imperfetta come la mia aspirare a possedere la pienezza dell’Amore? O Gesù, mio primo, mio solo Amico, tu che io amo UNICAMENTE, dimmi che mistero è questo? Perché non riservi queste immense aspirazioni alle grandi anime, alle Aquile che si librano nelle altezze? Io mi considero invece un debole uccellino coperto solo da una leggera lanugine. Non sono un’aquila: dell’aquila ho semplicemente gli occhi e il cuore perché, nonostante la mia piccolezza estrema, oso fissare il Sole Divino, il Sole dell’Amore, e il mio cuore sente dentro di sé tutte le aspirazioni dell’Aquila. L’uccellino vorrebbe volare verso quel Sole brillante che affascina i suoi occhi, vorrebbe imitare le Aquile sue sorelle che vede elevarsi fino al focolare Divino della Trinità Santissima. Ahimè, tutto ciò che riesce a fare è sollevare le sue piccole ali! Ma alzarsi in volo, questo non è nelle sue piccole possibilità! Che ne sarà di lui? Morirà dal dispiacere nel vedersi così impotente? Oh, no! L’uccellino non si affliggerà nemmeno. Con un abbandono audace, vuole restare a fissare il suo Sole Divino. Niente potrebbe spaventarlo: né il vento, né la pioggia. E se nubi oscure vengono a nascondere l’Astro dell’Amore, l’uccellino non cambia posto, sa che al di là delle nubi il suo Sole brilla sempre, che il suo splendore non potrebbe eclissarsi neanche un momento.
261. Talvolta, è vero, il cuore dell’uccellino è assalito dalla tempesta: gli sembra di non credere che esista altro se non le nubi che lo avvolgono. È quello il momento della gioia perfetta per il povero debole esserino. Che felicità per lui restare là ugualmente, fissare la luce invisibile che si nasconde alla sua fede!!! Gesù, fin qui, capisco il tuo amore per l’uccellino, poiché egli non si allontana da te. Ma io lo so e anche tu lo sai: spesso l’imperfetta creaturina, pur restando al suo posto (cioè sotto i raggi del Sole), si lascia un po’ distrarre dalla sua unica occupazione. Prende un granellino a destra e a sinistra, corre dietro a un vermiciattolo; poi, quando incontra una piccola pozzanghera, si bagna le penne appena spuntate; vede un fiore che gli piace e il suo piccolo spirito si occupa di quel fiore. Insomma, non potendo librarsi come le aquile, il povero uccellino si occupa ancora delle piccolezze della terra. Eppure, dopo tutte queste birichinate, invece di andare a nascondersi in un angolo a piangere la sua miseria e morire di pentimento, l’uccellino si gira verso il suo Amato Sole, presenta ai suoi raggi benefici le alucce bagnate, geme come la rondine e nel suo dolce canto egli confida, egli racconta una per una le sue infedeltà, pensando nel suo abbandono temerario di acquistare più potere, di attirare più pienamente l’amore di Colui che non è venuto a chiamare i giusti ma i peccatori.
262. Se l’Astro Adorato resta sordo ai cinguettii lamentosi della sua creaturina, se resta velato… ebbene, la creaturina resta bagnata, accetta di essere intirizzita di freddo e si rallegra anche di questa sofferenza che comunque ha meritata! O Gesù! come è felice il tuo uccellino di essere debole e piccolo! Che ne sarebbe di lui se fosse grande? Mai avrebbe l’audacia di comparire alla tua presenza, di sonnecchiare davanti a te! Sì, anche questa è una debolezza dell’uccellino quando vuole fissare il Sole Divino e le nubi gli impediscono di vedere anche un solo raggio: suo malgrado gli si chiudono gli occhietti, la sua testolina si nasconde sotto l’aluccia e il povero esserino si addormenta, credendo di fissare sempre il suo Astro Amato. Al suo risveglio, non si affligge, il suo cuoricino resta in pace, ricomincia il suo compito d’amore, invoca gli Angeli e i Santi che si innalzano come Aquile verso la Fornace divorante, oggetto del suo desiderio; e le Aquile si muovono a pietà del loro fratellino, lo proteggono, lo difendono, mettendo in fuga gli avvoltoi che vorrebbero divorarlo.
263. Gli avvoltoi, immagini dei demoni, l’uccellino non li teme: non è affatto destinato a diventare loro preda, bensì preda dell’Aquila che egli contempla al centro del Sole dell’Amore. O Verbo Divino, sei tu l’Aquila adorata che amo e che mi attira; sei tu che, lanciandoti verso la terra d’esilio, hai voluto soffrire e morire per attirare le anime fino al seno dell’Eterna Fornace della Beata Trinità; sei tu che, risalendo verso la Luce inaccessibile che sarà ormai tua dimora, sei tu che resti ancora nella valle di lacrime, nascosto sotto l’apparenza di un’ostia bianca! Aquila Eterna, tu vuoi nutrire della tua sostanza divina proprio me, povero piccolo essere, che tornerei nel nulla se il tuo sguardo divino non mi donasse la vita in ogni istante! O Gesù, lasciami nell’eccesso della mia riconoscenza, lasciami dire che il tuo amore arriva fino alla follia! Come vuoi che, davanti a questa Follia, il mio cuore non si slanci verso di te? Come potrebbe avere limiti la mia fiducia? Ah, per te, lo so, anche i Santi hanno fatto follie, hanno fatto grandi cose perché erano aquile!
264. Gesù, io sono troppo piccola per fare grandi cose! E la mia follia, è di sperare che il tuo Amore mi accetti come vittima! La mia follia consiste nel supplicare le Aquile mi e sorelle di concedermi la grazia di volare verso il Sole dell’Amore con le stesse ali dell’Aquila Divina! Per tutto il tempo che vorrai, o mio Amato, il tuo uccellino resterà senza forze e senza ali, egli sempre terrà gli occhi fissi su di te: vuole essere affascinato dal tuo sguardo divino, vuole diventare la preda del tuo Amore! Un giorno, ne ho la speranza, Aquila Adorata, tu verrai a prendere il tuo uccellino e, risalendo con lui alla Fornace dell’Amore, lo immergerai per l’eternità nell’Abisso ardente di quell’Amore al quale si è offerto come vittima!
265. O Gesù, perché non mi è possibile dire a tutte le piccole anime quanto la tua condiscendenza è ineffabile? Sento che se per assurdo tu trovassi un’anima più debole, più piccola della mia, ti compiaceresti di colmarla di favori ancora più grandi, qualora si abbandonasse con fiducia completa alla tua misericordia infinita. Ma perché desiderare di comunicare i tuoi segreti d’amore, o Gesù? Non sei tu solo che me li hai insegnati e non puoi forse rivelarli tu ad altri? Sì, lo so, e ti scongiuro di farlo. Ti supplico di chinare il tuo sguardo divino su un gran numero di piccole anime! Ti supplico di scegliere una legione di piccole vittime degne del tuo AMORE!…
La piccolissima Sr. Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo – rel. carm. ind.