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manoscritto C

Manoscritti autobiografici

(Storia di un'anima)

MANOSCRITTO AUTOBIOGRAFICO «C»

J. M. J. T.

1. Apertura d’animo con la nuova priora

266. Madre amata, mi ha espresso il desiderio che io completi con lei il mio Canto delle Misericordie del Signore. Questo dolce canto l’avevo cominciato con la sua figlia diletta, Agnese di Gesù, che fu la madre incaricata dal buon Dio di guidarmi nei giorni della mia infanzia. Era quindi con quella madre che dovevo cantare le grazie concesse al fiorellino della Madonna quando era nella primavera della sua vita; ma è con lei che devo cantare la felicità di questo fiorellino ora che i timidi raggi dell’aurora hanno lasciato spazio agli ardori brucianti del mezzogiorno. Sì, è con lei, Madre amata, per rispondere al suo desiderio, che cercherò di ridire i sentimenti della mia anima, la mia riconoscenza verso il buon Dio e verso di lei che me lo rappresenta visibilmente: non è tra le sue mani che mi sono donata interamente a lui? Madre mia, ricorda quel giorno? Sì, sento che il suo cuore non potrebbe dimenticarlo! Quanto a me devo attendere il bel Cielo, perché quaggiù non trovo parole capaci di esprimere ciò che accadde nel mio cuore quel giorno benedetto.

267. Madre amata, c’è un altro giorno in cui la mia anima si attaccò ancora di più alla sua, se ciò era possibile: fu quando Gesù le impose di nuovo il fardello del superiorato. In quel giorno, Madre diletta, lei ha seminato nelle lacrime, ma in Cielo sarà piena di gioia vedendosi carica di covoni preziosi. O Madre, perdoni la mia semplicità infantile! Sento che lei mi permette di parlarle senza ricercare ciò che è permesso ad una giovane religiosa di dire alla sua Priora. Forse non mi atterrò sempre ai limiti prescritti ai sudditi, ma, Madre mia, oso dirlo, è colpa sua: io mi comporto con lei come una bambina perché lei non si comporta con me come Priora ma come Madre!

268. Ah, lo sento bene, Madre diletta: è il buon Dio che mi parla sempre attraverso di lei. Tante sorelle pensano che lei mi abbia viziata, che dalla mia entrata nell’arca santa non abbia ricevuto da lei altro che carezze e complimenti; ma non è così. Vedrà, Madre mia, nel quaderno che contiene i miei ricordi d’infanzia, ciò che penso dell’educazione forte e materna che ho ricevuta da lei. Dal più profondo del cuore la ringrazio di non avermi risparmiata. Gesù sapeva bene che occorreva l’acqua vivificante dell’umiliazione per il suo fiorellino: esso era troppo debole per mettere radici senza questo aiuto; ed è per mezzo suo, Madre mia, che gli fu concesso questo beneficio.

269. Da un anno e mezzo Gesù ha voluto cambiare il modo di far crescere il suo fiorellino: certo lo trovava già abbastanza annaffiato, perché adesso è il sole a farlo irrobustire. Gesù non gli concede altro che il suo sorriso, che gli dona sempre per mezzo suo, Madre amata. Questo dolce sole, lungi dal far appassire il fiorellino, lo fa crescere meravigliosamente. In fondo al calice esso conserva le preziose gocce di rugiada che ha ricevuto e queste gocce gli ricordano sempre che è piccolo e debole. Tutte le creature possono chinarsi su di lui, ammirarlo, colmarlo di lodi. Non so perché, ma questo non potrebbe aggiungere una sola goccia di falsa gioia all’autentica gioia che assapora nel suo cuore, vedendosi quale è agli occhi del buon Dio: un povero piccolo nulla, niente di più! Dico di non capire il motivo, ma non è forse perché esso è stato preservato dall’acqua delle lodi per tutto il tempo in cui il suo piccolo calice non era abbastanza pieno della rugiada dell’umiliazione? Ora non c’è più pericolo, anzi! Il fiorellino trova così deliziosa la rugiada di cui è pieno che si guarderebbe bene dallo scambiarla con l’acqua così insipida dei complimenti.

270. Non intendo alludere, Madre diletta, all’amore e alla fiducia che lei mi dimostra. Non creda che il cuore della sua bambina ne sia insensibile, solo che senta bene che adesso non ho niente da temere; anzi posso goderne, riferendo al buon Dio ciò che Egli si è degnato di mettere in me di buono. Se a Lui piace farmi apparire migliore di quello che sono, questo non mi riguarda: Egli è libero di agire come vuole! O Madre, come sono diverse le vie per le quali il Signore conduce le anime! Nelle vite dei Santi vediamo che ce ne sono molti che non hanno voluto lasciare niente di sé dopo la morte, neanche il minimo ricordo, il minimo scritto; ce ne sono altri, invece, come la nostra Santa Madre Teresa, che hanno arricchito la Chiesa con le loro sublimi rivelazioni senza temere di svelare i segreti del Re, affinché Egli sia più conosciuto, più amato dalle anime. Quale di questi due tipi di Santi piace di più al buon Dio? Mi sembra, Madre, che gli siano graditi in ugual misura, visto che tutti hanno seguita la mozione dello Spirito Santo, e che il Signore ha detto: Dite al Giusto che Tutto è bene. Sì, tutto è bene, quando non si cerca altro che la volontà di Gesù. È per questo che io, povero fiorellino, obbedisco a Gesù cercando di far piacere alla mia Madre amata.

271. Lei lo sa, Madre: ho sempre desiderato d’essere una santa, ma, ahimè, ho sempre constatato, quando mi sono confrontata con i Santi, che tra loro e me c’è la stessa differenza che esiste tra una montagna la cui vetta si perde nei cieli e il granello di sabbia, oscuro, calpestato dai piedi dei passanti. Invece di scoraggiarmi, mi sono detta: il buon Dio non potrebbe ispirare desideri irrealizzabili; quindi, nonostante la mia piccolezza, posso aspirare alla santità. Farmi diversa da quel che sono, più grande, mi è impossibile: mi devo sopportare per quello che sono con tutte le mie imperfezioni; ma voglio cercare il modo di andare in Cielo per una piccola via bella dritta, molto corta, una piccola via tutta nuova. Siamo in un secolo di invenzioni: oggi non vale più la pena di salire i gradini di una scala: nelle case dei ricchi un ascensore la sostituisce vantaggiosamente. Vorrei trovare anch’io un ascensore per innalzarmi fino a Gesù, perché sono troppo piccola per salire la dura scala della perfezione. Allora ho cercato nei libri santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio; e ho letto queste parole uscite dalla bocca della Sapienza Eterna: Se qualcuno è molto piccolo, venga a me. Così sono arrivata a intuire che avevo trovato ciò che cercavo. E volendo sapere, o mio Dio, ciò che faresti al molto piccolo che rispondesse alla tua chiamata, ho continuato le mie ricerche ed ecco quello che ho trovato: «Come una madre accarezza il figlio, così io vi consolerò: vi porterò in braccio e vi cullerò sulle mie ginocchia!». Ah, mai parole più tenere, più melodiose hanno rallegrato la mia anima! L’ascensore che mi deve innalzare fino al Cielo sono le tue braccia, o Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, anzi bisogna che io resti piccola, che lo diventi sempre più.

272. O mio Dio, hai superato ogni mia aspettativa e io voglio cantare le tue misericordie. «Tu mi hai istruito fin dalla giovinezza e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi e continuerò ad annunziarli nella vecchiaia e nella canizie» (Salmo 70). Quando sarà per me questa vecchiaia? Mi sembra che potrebbe essere adesso, perché 2000 anni agli occhi del Signore non sono più di 20 anni, non sono più di un giorno solo. Ah, non creda, Madre amata, che la sua bambina desideri lasciarla! Non creda che ritenga una grazia più grande morire all’aurora invece che al tramonto del giorno. La sola cosa che per lei ha valore, la sola che desidera è di far piacere a Gesù. Ora che Egli sembra avvicinarsi a me per attirarmi alla dimora della sua gloria, io me ne rallegro. Da molto tempo ho capito che il buon Dio non ha bisogno di nessuno (di me ancor meno che degli altri) per far del bene sulla terra. Madre, mi perdoni se la rattristo! Ah, vorrei tanto rallegrarla! Ma non crede che, se le sue preghiere non sono esaudite sulla terra e se Gesù per alcuni giorni separa la figlia dalla Madre sua, quelle preghiere saranno esaudite in Cielo?

273. Il suo desiderio, lo so, è che io svolga accanto a lei una missione molto dolce, molto facile. Questa missione non potrò portarla a termine dall’alto dei Cieli? Come Gesù disse un giorno a San Pietro, così lei disse alla sua figlia: «Pasci i miei agnelli» e io ne sono rimasta stupita. Le ho detto di «essere troppo piccola», l’ho supplicata di far pascolare lei stessa i suoi agnellini e di badare a me, facendomi la grazia di pascolare con loro. E lei, Madre amata, rispondendo un poco al mio giusto desiderio, lei ha custodito gli agnellini con le pecore, comandandomi però di andare spesso a farli pascolare all’ombra, di indicare loro le erbe migliori e più fortificanti, di mostrare loro i fiori appariscenti che non devono mai toccare, se non per schiacciarli sotto i loro passi. Non ha temuto, Madre diletta, che facessi smarrire i suoi agnellini; la mia inesperienza, la mia giovinezza non l’hanno affatto spaventata. Forse si è ricordata che spesso il Signore si compiace di concedere la sapienza ai piccoli e che un giorno, in un trasporto di gioia, Egli ha benedetto il Padre suo di aver nascosto i suoi segreti ai dotti e ai sapienti e di averli rivelati ai più piccoli. Lei lo sa, Madre, sono davvero rare le anime che non misurano la potenza divina con i loro corti pensieri: ammettono che ovunque sulla terra ci siano eccezioni, solo il buon Dio non avrebbe il diritto di farne. Lo so, da molto tempo questo modo di [giudicare] l’esperienza in base agli anni si pratica tra gli uomini, perché nella sua adolescenza, il santo re Davide cantava al Signore: «Io sono giovane e disprezzato». Sempre nel salmo 118 non esita a dire tuttavia: «Sono diventato più prudente degli anziani, perché ho ricercato la tua volontà… Lampada per i miei passi è la tua parola… Sono pronto a custodire i tuoi decreti e non sono turbato da nulla».

274. Madre amata, lei non ha esitato a dirmi un giorno che il buon Dio illuminava la mia anima, che Egli mi dava anche l’esperienza degli anni. O Madre, sono troppo piccola per avere delle vanità ora, sono troppo piccola anche per tornire belle frasi così da farle credere che ho molta umiltà! Preferisco riconoscere molto semplicemente che l’Onnipotente ha fatto cose grandi nell’anima della figlia della sua Madre divina, e la più grande è di averle mostrato la sua piccolezza, la sua impotenza. Madre diletta, lei lo sa bene: il buon Dio si è degnato di far passare la mia anima per tanti generi di prove. Ho sofferto molto da quando sono sulla terra: ma, se nella mia infanzia ho sofferto con tristezza, non è più così che soffro ora, bensì è nella gioia e nella pace. Sono veramente felice di soffrire. O Madre mia, bisogna che lei conosca tutti i segreti della mia anima per non sorridere leggendo queste righe, poiché esiste forse un’anima meno provata della mia, se si giudica dalle apparenze? Ah, se la prova che soffro da un anno apparisse agli sguardi, che stupore! Madre amata, lei conosce questa prova, tuttavia gliene parlerò ancora, perché la considero come una grande grazia che ho ricevuto sotto il suo priorato benedetto.

275. L’anno scorso il buon Dio mi ha concesso la consolazione di osservare il digiuno di quaresima in tutto il suo rigore. Mai mi ero sentita così forte e quella forza durò fino a Pasqua. Tuttavia il giorno del Venerdì santo Gesù volle darmi la speranza di andare presto a vederlo in Cielo. Oh, come è dolce quel ricordo! Dopo essere rimasta al Sepolcro fino a mezzanotte, tornai in cella; ma avevo appena avuto il tempo di posare la testa sul cuscino che sentii come un fiotto che saliva, che saliva gorgogliando fino alle labbra. Non sapevo cosa fosse, ma pensavo che forse stavo per morire e la mia anima era inondata di gioia! Tuttavia, siccome la nostra lampada era spenta, mi dissi che bisognava aspettare il mattino per assicurarmi della mia felicità, perché mi sembrava che fosse sangue quello che avevo vomitato. Il mattino non si fece attendere a lungo. Quando mi svegliai pensai subito che avevo qualcosa di gioioso da scoprire; avvicinandomi alla finestra potei costatare che non mi ero sbagliata. Ah, avevo l’anima piena di grande consolazione, ero intimamente persuasa che Gesù, nel giorno anniversario della sua morte, voleva farmi udire un primo invito! Era come un dolce e lontano mormorio che mi annunciava l’arrivo dello Sposo. Fu con grandissimo fervore che presi parte a Prima e al capitolo del perdono. Avevo fretta di veder arrivare il mio turno per poterle confidare, o madre amata, nel chiederle perdono, la mia speranza e la mia felicità; ma aggiunsi anche che non soffrivo affatto (cosa verissima) e la supplicai, Madre, di non concedermi niente di particolare. Infatti ebbi la consolazione di passare la giornata del Venerdì Santo come desideravo. Mai le austerità del Carmelo mi erano sembrate così deliziose: la speranza di andare in Cielo mi faceva esultare di gioia. Quando arrivò la sera di quel giorno felice, ci ritirammo in cella per riposare, ma come la notte precedente il buon Gesù mi diede lo stesso segno che il mio ingresso nella vita Eterna non era lontano.

276. Godevo allora di una fede così viva, così chiara, che il pensiero del Cielo era tutta la mia felicità. Non riuscivo a credere che esistessero degli empi che non hanno la fede. Credevo che dicessero cose in contrasto col loro stesso pensiero quando negavano l’esistenza del Cielo, del bel Cielo dove Dio stesso vorrebbe essere la loro eterna ricompensa. Nei giorni così gioiosi del tempo pasquale, Gesù mi ha fatto sentire che ci sono veramente delle anime che non hanno la fede, che per l’abuso delle grazie perdono questo tesoro prezioso, sorgente delle sole gioie pure e vere. Permise che la mia anima fosse invasa dalle tenebre più fitte e che il pensiero del Cielo, così dolce per me, non fosse altro che un motivo di lotta e di tormento! Questa prova non doveva durare solo qualche giorno, qualche settimana; sarebbe svanita solo nell’ora stabilita dal buon Dio e… quest’ora non è ancora arrivata. Vorrei poter esprimere ciò che sento, ma, ahimè, credo sia impossibile. Bisogna aver viaggiato dentro questo cupo tunnel per capirne l’oscurità. Comunque cercherò di spiegarlo con un paragone.

277. Immaginiamo che io sia nata in un paese circondato da una fitta nebbia: mai ho contemplato l’aspetto ridente della natura, inondata, trasfigurata dal sole splendente; fin dalla mia infanzia, è vero, sento parlare di queste meraviglie, so che il paese in cui mi trovo non è la mia patria, che ce n’è un altro al quale devo aspirare incessantemente. Non è una storia inventata da un abitante del triste paese in cui mi trovo: è una realtà certa, perché il Re della patria dal sole splendente è venuto a vivere 33 anni nel paese delle tenebre. Ahimè, le tenebre non hanno affatto capito che questo Re Divino era la luce del mondo! Ma, Signore, tua figlia l’ha capita la tua luce divina! Ti chiede perdono per i suoi fratelli. Ella accetta di mangiare per quanto tempo vorrai il pane del dolore e non vuole affatto alzarsi prima del giorno che hai stabilito da questa tavola piena di amarezza alla quale mangiano i poveri peccatori! Oh, Signore, rimandaci giustificati! Che tutti coloro che non sono illuminati dalla luminosa fiaccola della Fede la vedano finalmente brillare. O Gesù, se è necessario che la tavola profanata da loro sia purificata da un’anima che ti ama, accetto di mangiarvi da sola il pane della prova fino a quando ti piaccia introdurmi nel tuo regno luminoso. La sola grazia che ti domando è di non offenderti mai!

278. Madre mia amata, ciò che le scrivo non ha coerenza: la mia piccola storia che somigliava ad una fiaba, ad un tratto si è mutata in preghiera e non so che interesse lei potrà trovare a leggere tutti questi pensieri confusi ed espressi male. In fondo, Madre, non scrivo per fare un’opera letteraria, ma per obbedienza: se la annoio, almeno vedrà che la sua figlia ha dato prova di buona volontà. Quindi senza scoraggiarmi continuerò il mio piccolo paragone, al punto in cui l’avevo lasciato. Dicevo che la certezza di andare, un giorno, lontano dal paese triste e tenebroso mi era stata data fin dall’infanzia; non solo credevo ciò che sentivo dire dalle persone più sapienti di me, ma anche sentivo in fondo al cuore delle aspirazioni verso una regione più bella. Come il genio di Cristoforo Colombo gli fece presentire che esisteva un mondo nuovo, mentre nessuno ci aveva mai pensato, così io sentivo che un’altra terra mi avrebbe fatto un giorno da stabile dimora. Ma ad un tratto le nebbie che mi circondano diventano più fitte, mi penetrano nell’anima e l’avvolgono in modo tale che non mi è più possibile ritrovare in essa l’immagine così dolce della mia Patria: tutto è scomparso! Quando voglio far riposare il mio cuore stanco delle tenebre che lo circondano, ricordando il paese luminoso verso il quale aspiro, il mio tormento raddoppia. Mi sembra che le tenebre prendano la voce dei peccatori e mi dicano prendendomi in giro: «Tu sogni la luce, una patria fragrante dei più soavi profumi; sogni il possesso eterno del Creatore di tutte queste meraviglie; credi di uscire un giorno dalle nebbie che ti circondano. Vai avanti, vai avanti, rallegrati della morte che ti darà non ciò che speri, ma una notte ancora più profonda, la notte del nulla!». Madre amata, l’immagine che ho voluto darle delle tenebre che oscurano la mia anima è tanto imperfetta quanto un abbozzo paragonato al modello; tuttavia non voglio andare avanti a scrivere: temerei di bestemmiare. Ho paura di aver già detto troppo!

279. Ah, Gesù mi perdoni se gli ho dato dispiacere, ma Lui sa bene che, pur non avendo il godimento della Fede, mi sforzo almeno di compierne le opere. Credo di aver fatto più atti di fede da un anno fino ad ora che non durante tutta la mia vita. Ad ogni occasione di lotta, quando i miei nemici vengono a sfidarmi, mi comporto da coraggiosa: sapendo che è viltà battersi in duello, volto le spalle ai miei avversari senza degnarli di uno sguardo; corro verso il mio Gesù, Gli dico che sono pronta a versare fino all’ultima goccia del mio sangue per testimoniare che esiste un Cielo. Gli dico che sono felice di non godere di quel bel Cielo sulla terra, affinché Egli lo apra per l’eternità ai poveri increduli. Così, nonostante questa prova che mi toglie ogni godimento, posso però esclamare: «Signore tu mi colmi di gioia con tutto quello che fai» (Salmo 91). Perché, c’è forse una gioia più grande di quella di soffrire per tuo amore? Più la sofferenza è intima e meno appare agli occhi delle creature, più ti rallegra, o mio Dio. Ma se per assurdo tu stesso dovessi ignorare la mia sofferenza, sarei felice lo stesso di possederla, se per suo mezzo potessi impedire o riparare una sola colpa commessa contro la Fede!

280. Madre amata, forse le sembra che io esageri la mia prova: in effetti, se giudica dai sentimenti che esprimo nelle poesiole che ho composto quest’anno, devo sembrarle un’anima piena di consolazioni e per la quale il velo della fede si è quasi squarciato; eppure non è più un velo per me, è un muro che si alza fino ai cieli e copre il firmamento stellato! Quando canto la felicità del Cielo, il possesso eterno di Dio, non provo alcuna gioia, perché canto semplicemente ciò che voglio credere. A volte, è vero, un piccolissimo raggio di sole illumina le mie tenebre: allora la prova cessa per un momento; ma poi il ricordo di quel raggio, invece di causarmi gioia, rende le mie tenebre ancora più fitte. O Madre, mai ho sperimentato così bene quanto il Signore è dolce e misericordioso! Mi ha mandato questa prova solo nel momento in cui ho avuto la forza di sopportarla; se l’avessi avuta prima, credo davvero che mi avrebbe gettata nello scoraggiamento. Ora essa toglie tutto ciò che avrebbe potuto esserci di soddisfazione naturale nel desiderio che avevo del Cielo. Madre amata, adesso mi sembra che niente mi impedisca di prendere il volo, perché non ho più grandi desideri se non quello di amare fino a morire d’amore. (9 giugno).

281. Madre diletta, sono tutta meravigliata nel vedere quello che le ho scritto ieri. Che scarabocchi! La mano mi tremava in modo tale che mi è stato impossibile continuare e ora mi dispiace perfino di aver tentato di scrivere: oggi spero di farlo in modo più leggibile, perché non sono più a letto, ma in una bella poltroncina tutta bianca. O Madre, mi rendo conto che tutto ciò che le dico non ha un filo logico; ma prima di parlarle del passato sento ancora il bisogno di dirle i miei sentimenti attuali. Più avanti forse ne perderei il ricordo. Voglio anzitutto dirle quanto sono commossa per tutte le sue delicatezze materne. Ah, mi creda, Madre amata, il cuore della sua figlia è pieno di riconoscenza: mai dimenticherà tutto ciò che le deve. Madre, ciò che soprattutto mi commuove, è la novena che lei fa a Nostra Signora delle Vittorie, sono le Messe che fa dire per ottenere la mia guarigione. Sento che tutti questi tesori spirituali fanno un gran bene alla mia anima: all’inizio della novena, le dicevo, Madre, che bisognava che la Madonna mi guarisse oppure che mi portasse in Cielo, perché trovavo molto penoso per lei e per la comunità avere il peso di una giovane religiosa ammalata; ora accetto pure di essere malata per tutta la vita se ciò fa piacere al buon Dio e acconsento pure che la mia vita sia molto lunga: la sola grazia che desidero, è che essa sia spezzata dall’amore.

282. Oh no, non temo una vita lunga, non rifiuto la lotta, perché il Signore è la roccia sulla quale mi innalzo, è Colui che addestra le mie mani alla guerra e le mie dita alla battaglia. È il mio scudo: io spero in Lui (Salmo 143) e mai ho chiesto al buon Dio di morire giovane, quantunque sia vero che ho sempre sperato che fosse quella la sua volontà. Spesso il Signore si accontenta del desiderio di lavorare per la sua gloria e lei sa, Madre, che i miei desideri sono grandissimi. Sa anche che Gesù mi ha presentato più di un calice amaro che Egli ha allontanato dalle mie labbra prima che lo bevesi, ma non prima di avermene fatto assaporare l’amarezza. Madre amata, il santo re Davide aveva ragione quando cantava: «Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme in unione perfetta». È vero, io l’ho sperimentato molto spesso; ma è con i sacrifici che questa unione deve aver luogo sulla terra. Non è affatto per vivere con le mie sorelle che sono venuta al Carmelo: è unicamente per rispondere alla chiamata di Gesù. Ah, intuivo bene che sarebbe stato motivo di sofferenza continua vivere con le proprie sorelle, quando non si vuole concedere niente alla natura!

283. Come si può dire che è più perfetto allontanarsi dai propri cari? Si è mai rimproverato a dei fratelli di combattere sullo stesso campo di battaglia? Si è mai fatto loro rimprovero di volare insieme per cogliere la palma del martirio? Certo, si è giudicato con ragione che essi si incoraggiavano a vicenda, ma anche che il martirio di uno diventava quello di tutti. Così è nella vita religiosa, che i teologi definiscono un martirio. Nel donarsi a Dio, il cuore non perde la sua tenerezza naturale, anzi questa tenerezza aumenta, diventando sempre più pura e divina. Madre amata, è con questa tenerezza che io la amo, che amo le mie sorelle: sono felice di combattere in famiglia per la gloria del Re dei Cieli, ma sono pronta anche a volare su un altro campo di battaglia se il Generale Divino me n’esprimesse il desiderio. Non sarebbe necessario un comando, ma uno sguardo, un semplice segno.

284. Dopo la mia entrata nell’arca benedetta, ho sempre pensato che, se Gesù non mi avesse portato molto presto in Cielo, avrei avuto la stessa sorte della piccola colomba di Noè: che un giorno il Signore avrebbe aperto la finestra dell’arca e mi avrebbe detto di volarmene lontano, molto lontano, verso rive infedeli, portando con me il ramoscello d’olivo. Madre, questo pensiero ha fatto crescere la mia anima, mi ha fatto librare al di sopra di tutto il creato. Ho capito che perfino al Carmelo potevano esserci ancora delle separazioni; che soltanto in Cielo l’unione sarà completa ed eterna: ho voluto perciò che la mia anima abiti nei Cieli, che guardi le cose della terra solo da lontano. Ho accettato non solo di esiliarmi in mezzo ad un popolo sconosciuto, ma, cosa che mi era molto più amara, ho accettato l’esilio per le mie sorelle. Mai dimenticherò il 2 agosto 1896: quel giorno, che era proprio quello della partenza dei missionari, si parlò seriamente della partenza di Madre Agnese di Gesù. Ah, non avrei voluto fare nemmeno un gesto per impedirle di partire! Eppure sentivo una grande tristezza nel cuore: pensavo che il suo animo così sensibile e delicato non era fatto per vivere in mezzo ad anime che non avrebbero potuto capirla. Mille altri pensieri affollavano la mia mente; e Gesù taceva, non comandava alla tempesta! Ma io gli dicevo da parte mia: Mio Dio, per tuo amore accetto tutto; se vuoi, voglio soffrire fino a morire dal dispiacere. Gesù si accontentò dell’accettazione, ma alcuni mesi dopo si parlò della partenza di suor Genoveffa e di suor Maria della Trinità. Allora fu un altro genere di sofferenza, molto intima, molto profonda: mi immaginavo tutte le prove, le delusioni che avrebbero dovuto soffrire. Insomma, il mio cielo era carico di nubi. Solo il fondo del cuore restava nella calma e nella pace.

285. Madre amata, la sua prudenza seppe scoprire la volontà del buon Dio e, da parte sua, lei proibì alle sue novizie di pensare per il momento di lasciare la culla della loro infanzia religiosa. Ma capiva le loro aspirazioni, capiva poiché lei stessa, Madre, nella sua giovinezza aveva chiesto di andare a Saigon: è così che spesso i desideri delle madri trovano eco nell'anima delle loro figlie. O Madre diletta, lei lo sa bene, il suo desiderio apostolico trova nella mia anima una eco molto fedele. Lasci che le confidi perché ho desiderato e ancora desidero, se la Madonna mi guarisce, di lasciare per una terra straniera la deliziosa oasi nella quale vivo così felice sotto il suo sguardo materno. Madre mia, per vivere nei Carmeli stranieri occorre (me l'ha detto lei) una vocazione del tutto speciale. Molte anime vi si credono chiamate senza esserlo in realtà. Lei mi ha detto anche che io avevo questa vocazione e che solo la mia salute era un ostacolo. So bene che questo ostacolo scomparirebbe se il buon Dio mi chiamasse lontano, quindi vivo senza alcuna preoccupazione. Se un giorno dovessi lasciare il mio caro Carmelo, ah, ciò non accadrebbe senza ferite! Gesù non mi ha dato un cuore insensibile, ed è proprio perché è capace di soffrire che desidero che esso dia a Gesù tutto ciò che può donare. Qui, Madre amata, vivo senza le preoccupazioni della misera terra: ho solo da compiere la dolce e facile missione che lei mi ha affidato. Qui sono colmata delle sue attenzioni materne, non sento la povertà perché non manco mai di niente. Ma, soprattutto, qui sono amata da lei e da tutte le sorelle; e quest'affetto mi è tanto dolce. Ecco perché sogno un monastero dove sarei sconosciuta, dove dovrei soffrire la povertà, la mancanza di affetto, insomma l'esilio del cuore.

286. Ah, non è con l'intenzione di rendere dei servizi al Carmelo al quale piacesse accogliermi che lascerei tutto ciò che mi è caro! Certo, farei tutto ciò che dipende da me, ma conosco la mia incapacità e so anche che, pur facendo del mio meglio, non riuscirei a fare bene, non avendo, come ho appena detto, nessuna conoscenza delle cose della terra. Mio unico scopo sarebbe quindi di compiere la volontà del buon Dio, di sacrificarmi per Lui nel modo che a lui piacesse. Sento bene che non avrei alcuna delusione, perché quando ci si aspetta una pura sofferenza senza alcuna attenuazione, la minima gioia diventa una sorpresa insperata; e poi lei sa, Madre, che la sofferenza stessa diventa la più grande delle gioie quando la si ricerca come il tesoro più prezioso. Oh no! Non è con l'intenzione di godere il frutto delle mie fatiche che vorrei partire! Se fosse questo il mio obiettivo, non sentirei questa dolce pace che mi inonda e soffrirei anche di non poter realizzare la mia vocazione per le missioni lontane. Da molto tempo io non mi appartengo più: mi sono abbandonata totalmente a Gesù, quindi Egli è libero di fare di me ciò che gli piacerà. Mi ha fatto sentire l'attrazione per un esilio completo, mi ha fatto capire tutte le sofferenze che vi incontrerei, chiedendomi se volevo bere questo calice fino alla feccia; subito ho voluto afferrare questa coppa che Gesù mi presentava, ma Lui, ritirando la mano, mi ha fatto capire che l'accettazione gli bastava.

287. O Madre mia, da quali inquietudini ci si libera facendo voto di obbedienza! Come sono felici le semplici religiose! Dato che la loro unica bussola è la volontà dei superiori, sono sempre sicure di essere sul giusto cammino, non temono di sbagliarsi nemmeno se a loro sembra certo che i superiori sbaglino. Ma quando si smette di guardare la bussola infallibile, quando ci si allontana dalla via che essa ci indica di seguire, con la scusa di fare la volontà di Dio, il quale non illuminerebbe bene coloro che tuttavia fanno le sue veci, subito l'anima si smarrisce  tra i sentieri aridi, dove l'acqua della grazia le viene a mancare immediatamente. Madre amata, lei è la bussola che Gesù mi ha donato per guidarmi con sicurezza alla riva eterna. Come mi è dolce posare su di lei il mio sguardo per poi compiere la volontà del Signore! Da quando Egli ha permesso che io soffra di tentazioni contro la fede, ha aumentato molto nel mio cuore lo spirito di fede, che mi fa vedere in lei non solo una Madre che mi ama e che io amo, ma soprattutto mi fa vedere Gesù vivo nella sua anima e che mi comunica, per mezzo suo, la sua volontà. So bene, Madre, che lei mi tratta da anima debole, da bambina viziata, perciò non faccio fatica a portare il fardello dell'obbedienza; ma, a giudicare da quello che provo in fondo al cuore, mi sembra che non cambierei comportamento e il mio amore per lei non subirebbe alcuna diminuzione anche se le piacesse di trattarmi severamente, perché vedrei che è volontà di Gesù che lei si comporti così, per il maggior bene della mia anima.

288. Quest'anno, Madre diletta, il buon Dio mi ha fatto la grazia di capire che cos’è la carità. Prima lo capivo, è vero, ma in modo imperfetto; non avevo approfondito queste parole di Gesù: «Il secondo comandamento è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso». Mi impegnavo soprattutto ad amare Dio e proprio amandolo ho capito che il mio amore non doveva manifestarsi solo a parole, poiché: «non sono coloro che dicono: ‘Signore, Signore’, che entreranno nel regno dei cieli, ma coloro che fanno la volontà di Dio». Questa volontà Gesù l'ha fatta conoscere parecchie volte, dovrei dire quasi ad ogni pagina del suo Vangelo; ma nell'ultima cena, quando sa che il cuore dei suoi discepoli brucia di un amore più ardente per Lui, che si è appena donato loro nell'ineffabile mistero dell’Eucaristia, questo dolce Salvatore vuole donare loro un comandamento nuovo. Dice loro con affetto inesprimibile: Vi do un comandamento nuovo, di amarsi gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Tutti sapranno che siete miei discepoli da questo: se avrete amore gli uni per gli altri. In che modo Gesù ha amato i suoi discepoli e perché li ha amati? Ah, non erano le loro qualità naturali che potevano attirarlo; c'era tra loro e Lui una distanza infinita! Egli era la scienza, la Sapienza Eterna; loro erano poveri pescatori ignoranti e pieni di pensieri terreni. Tuttavia Gesù li chiama suoi amici, suoi fratelli, vuole vederli regnare con Lui nel regno del Padre suo e, per aprire loro questo regno, vuole morire su una croce perché ha detto: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici».

289. Madre amata, meditando queste parole di Gesù, ho capito quanto era imperfetto il mio amore per le sorelle: mi sono resa conto che non le amavo come le ama il buon Dio. Ah, ora capisco che la carità perfetta consiste nel sopportare i difetti altrui, non stupirsi assolutamente delle loro debolezze, edificarsi dei minimi atti di virtù che si vedono praticare; ma soprattutto ho capito che la carità non deve affatto restare chiusa in fondo al cuore: «Nessuno, ha detto Gesù, accende una fiaccola per metterla sotto il moggio, ma la mette sul candeliere, affinché illumini tutti quelli che sono nella casa». Mi sembra che questa fiaccola rappresenti la carità che deve illuminare, rallegrare non solo coloro che mi sono più cari, ma tutti coloro che sono nella casa, nessuno eccettuato.

290. Quando il Signore aveva comandato al suo popolo di amare il prossimo come se stessi, Egli non era ancora sceso sulla terra; perciò, sapendo bene fino a che punto uno ami la propria persona, non poteva chiedere alle sue creature un amore più grande per il prossimo. Ma quando Gesù diede ai suoi apostoli un comandamento nuovo, il suo comandamento, come Egli dice in seguito, non parla più di amare il prossimo come se stessi, ma come Lui, Gesù, lo ha amato, come Lui lo amerà fino alla consumazione dei secoli. Ah, Signore, so che tu non comandi niente di impossibile! Conosci meglio di me la mia debolezza, la mia imperfezione, sai bene che mai potrei amare le sorelle come le ami tu, se tu stesso, o mio Gesù, non le amassi ancora in me. È perché mi volevi concedere questa grazia che hai dato un comandamento nuovo. Oh, come l'amo, poiché mi dà la sicurezza che la tua volontà è di amare in me tutti coloro che mi comandi di amare! Sì, lo sento, quando sono caritatevole, è Gesù solo che agisce in me; più sono unita a Lui, e più amo tutte le sorelle. Quando voglio far crescere in me questo amore, soprattutto quando il demonio cerca di mettermi davanti agli occhi dell'anima i difetti di questa o quell'altra sorella che mi è meno simpatica, mi affretto a cercare le sue virtù, i suoi buoni desideri; mi dico che, se l'ho vista cadere una volta, può benissimo aver riportato un gran numero di vittorie che nasconde per umiltà, e che perfino quello che a me sembra uno sbaglio può essere benissimo un atto di virtù a causa dell'intenzione.

291. Non faccio fatica a persuadermene, perché un giorno ho fatto una piccola esperienza che mi ha dimostrato come non bisogna mai giudicare. Era durante una ricreazione: la rotara suona due colpi, bisognava aprire la porta grande degli operai per far entrare degli alberi destinati al presepio. La ricreazione non era allegra, perché lei non era presente, Madre diletta, perciò pensavo che se mi mandavano a fare da terza, sarei stata contentissima. La madre sottopriora mi disse appunto che andassi io, o la sorella che mi era vicina. Subito inizio a slacciarmi il grembiule, ma abbastanza lentamente perché la mia compagna si tolga il suo prima di me: infatti pensavo di farle piacere a lasciarla fare da terza. La sorella che sostituiva l’economa ci guardava ridendo e, vedendo che mi ero alzata per ultima, mi disse: Ah, lo sapevo che non sarebbe stata lei a guadagnare una perla alla sua corona; andava troppo lenta... Sicuramente tutta la comunità pensò che mi ero comportata secondo natura e non saprei dire quanto una cosa così piccola mi fece bene all'anima e mi rese indulgente verso le debolezze degli altri. Ciò mi impedisce anche di provare moti di vanità quando sono giudicata favorevolmente perché mi dico: «Visto che prendono i miei piccoli atti di virtù per delle imperfezioni, possono altrettanto bene sbagliarsi prendendo per virtù ciò che è solo imperfezione». Allora dico con san Paolo: «A me poco importa di venir giudicata da un consesso umano. Anzi, io neppure giudico me stessa, il mio giudice è il Signore». Quindi per rendermi favorevole questo giudizio, anzi, per non essere giudicata affatto, voglio sempre avere pensieri caritatevoli perché Gesù ha detto: «Non giudicate e non sarete giudicati».

292. Madre, leggendo ciò che ho scritto, potrebbe pensare che la pratica della carità non mi è difficile. È vero: da qualche mese non devo più lottare per praticare questa bella virtù. Con questo non voglio dire che non mi capiti mai di fare degli sbagli. Ah, sono troppo imperfetta per questo! Ma non faccio molta fatica a rialzarmi se sono caduta, perché in un certo combattimento ho riportato la vittoria. Così ora la milizia celeste mi viene in aiuto, non potendo soffrire di vedermi vinta dopo che essere stata vittoriosa nella gloriosa guerra che cercherò di descrivere. C'è in comunità una sorella che ha il talento di dispiacermi in tutto: i suoi modi di fare, le sue parole, il suo carattere mi sembravano molto sgradevoli; eppure è una santa religiosa che deve essere molto gradita al buon Dio, perciò non volevo cedere all'antipatia naturale che provavo. Mi sono detta che la carità non doveva consistere nei sentimenti, ma nelle opere; perciò mi sono impegnata a fare per questa sorella ciò che avrei fatto per la persona che amo di più. Ogni volta che la incontravo pregavo per lei il buon Dio, offrendoGli tutte le sue virtù e i suoi meriti. Sentivo bene che questo faceva piacere a Gesù, perché non c'è artista che non ami ricevere lodi per le sue opere, e Gesù, l'Artista delle anime, è felice quando non ci fermiamo all'esteriorità, ma penetriamo fino al santuario intimo che Egli si è scelto come dimora e ne ammiriamo la bellezza. Non mi limitavo a pregare molto per la sorella che mi procurava tante lotte: mi sforzavo di farle tutti i favori possibili e, quando avevo la tentazione di risponderle in modo sgarbato, mi limitavo a farle il mio più gentile sorriso e mi sforzavo di sviare il discorso, perché è detto nell'Imitazione: «È meglio lasciare ognuno nella propria idea piuttosto che far nascere una contesa». Spesso poi, quando non ero in ricreazione (voglio dire durante le ore di lavoro), avendo alcuni rapporti di ufficio con questa sorella, quando le mie lotte erano troppo violente, fuggivo come un disertore. Poiché ella ignorava assolutamente ciò che provavo per lei, mai ha supposto i motivi del mio comportamento ed è persuasa che il suo carattere mi sia simpatico. Un giorno in ricreazione mi disse con un’espressione contentissima press’a poco queste parole: «Vorrebbe dirmi, mia suor Teresa di Gesù Bambino, cosa l'attira tanto verso di me, che ogni volta che mi guarda la vedo sorridere?». Ah, ciò che mi attirava era Gesù nascosto in fondo alla sua anima, Gesù che rende dolce ciò che c'è di più amaro! Le risposi che sorridevo perché ero contenta di vederla (beninteso, non aggiunsi che era dal punto di vista spirituale).

293. Madre amata, gliel'ho detto, il mio mezzo estremo per non essere vinta nei combattimenti è la diserzione: questo mezzo lo usavo già durante il noviziato e mi è sempre riuscito perfettamente. Voglio, Madre mia, citarle un esempio che credo la farà sorridere. Durante una delle sue bronchiti, un mattino venni piano piano da lei a restituirle le chiavi della grata della comunione, perché ero sacrestana. In fondo non mi dispiaceva affatto avere quell'occasione per vederla, anzi ne ero assai contenta, ma stavo molto attenta a non farlo apparire; una sorella, animata da santo zelo e che tuttavia mi voleva molto bene, nel vedermi entrare da lei, Madre, pensò che l'avrei svegliata, volle prendermi le chiavi; ma io ero troppo maliziosa per dargliele e cedere i miei diritti. Le dissi il più gentilmente possibile che desideravo tanto quanto lei non svegliarla affatto e che stava a me restituire le chiavi. Ora capisco che sarebbe stato molto più perfetto cedere a quella sorella, giovane, è vero, ma in fondo più anziana di me. Allora non capivo, perciò, volendo assolutamente entrare dietro di lei, nonostante spingesse la porta per impedirmi di passare, ben presto accadde il guaio che temevamo: il rumore che facevamo le fece aprire gli occhi. Allora, Madre, tutto ricadde su me: la povera sorella alla quale avevo fatto resistenza si mise a declamare tutto un discorso il cui succo era questo: «È suor Teresa di Gesù Bambino che ha fatto rumore!... Mio Dio, com’è antipatica!… ecc.». Io, che provavo esattamente il contrario, avevo una gran voglia di difendermi; per fortuna mi venne un'idea luminosa: mi dissi che senz’altro se iniziavo a giustificarmi non avrei potuto mantenermi l’animo in pace; sentivo anche di non avere abbastanza virtù per lasciarmi accusare senza dire niente; la mia ultima ancora di salvezza era quindi la fuga. Detto fatto, filai via alla chetichella, lasciando che la sorella continuasse il suo discorso che somigliava alle imprecazioni di Camillo contro Roma. Il cuore mi batteva così forte che mi fu impossibile andare lontano e mi sedetti sulle scale per godere in pace i frutti della mia vittoria. Quello, Madre, non era coraggio, vero? Ma credo però che è meglio non esporsi al combattimento quando la sconfitta è certa.

294. Ahimè, quando ripenso al tempo del noviziato come capisco quanto ero imperfetta! Mi affliggevo per cose tanto piccole che adesso ne rido. Ah, come è stato buono il Signore nel far crescere la mia anima, e darle le ali! Tutte le reti dei cacciatori non riuscirebbero a spaventarmi perché «invano si tende la rete sotto gli occhi di chi ha le ali» (Prov.). Più avanti, senza dubbio, il tempo che vivo adesso mi sembrerà ancora pieno d'imperfezioni. Ma adesso non mi stupisco più di niente: non mi affliggo quando vedo che sono la debolezza stessa, anzi è di essa che mi glorio e ogni giorno mi aspetto di scoprire in me nuove imperfezioni.

295. Ricordandomi che la Carità copre una moltitudine di peccati, attingo a questa miniera feconda che Gesù ha aperto davanti a me. Nel Vangelo il Signore spiega in cosa consiste il suo comandamento nuovo. Dice in San Matteo: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori». Certo, al Carmelo non si incontrano nemici, ma in fondo ci sono delle simpatie, ci si sente attirate verso una sorella, mentre un'altra ti spingerebbe a fare un lungo giro per evitare d'incontrarla; così, senza nemmeno saperlo, diventa un soggetto di persecuzione. Ebbene, Gesù mi dice che questa sorella bisogna amarla, che bisogna pregare per lei, anche quando il suo comportamento mi portasse a credere che non mi vuol bene: «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso» (San Luca, 6).

296. E non basta amare, bisogna dimostrarlo. Siamo naturalmente felici di fare un regalo ad un amico, ci piace soprattutto fare sorprese; ma la carità non consiste affatto in questo, perché anche i peccatori fanno così. Ecco ciò che Gesù mi insegna ancora: «Dà a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo». Dare a tutte quelle che chiedono è meno dolce che offrire se stessi seguendo i moti del cuore; inoltre quando ci chiedono gentilmente non ci costa dare, ma se sfortunatamente non usano parole abbastanza delicate, subito l'anima si ribella, se non è radicata nella carità. Trova mille ragioni per rifiutare quanto richiesto; e solo dopo aver convinto la richiedente della sua indelicatezza le dona finalmente come grazia ciò che reclama, oppure le rende un piccolo servizio che poteva essere compiuto in un tempo venti volte minore di quello che c'è voluto per far valere diritti immaginari. Se è difficile dare a chiunque domanda, lo è molto di più lasciar prendere ciò che ci appartiene senza essere richieste. O Madre, dico che è difficile: dovrei dire piuttosto che sembra difficile, perché il giogo del Signore è soave e leggero; quando lo accettiamo, ne sentiamo subito la dolcezza ed esclamiamo con il Salmista: «Ho corso per la via dei tuoi comandamenti, da quando hai dilatato il mio cuore». C’è soltanto la carità che può dilatare il mio cuore, o Gesù! Da quando questa dolce fiamma lo consuma, corro con gioia nella via del tuo comandamento nuovo! Voglio correre in essa fino al giorno beato in cui, unendomi al corteo verginale, potrò seguirti negli spazi infiniti, cantando il tuo cantico nuovo, che dovrà essere quello dell'Amore.

297. Dicevo: Gesù non vuole che reclami ciò che mi appartiene; e questo mi dovrebbe sembrare facile e naturale dal momento che niente è mio. Ai beni della terra ho rinunciato con il voto di povertà, quindi non ho il diritto di lamentarmi se mi tolgono una cosa che non mi appartiene; devo invece rallegrarmi quando mi capita di sperimentare la povertà. Una volta mi sembrava di non essere attaccata a nulla, ma, da quando ho compreso le parole di Gesù, mi accorgo che nel concreto sono molto imperfetta. Per esempio, nell’ufficio del dipingere niente è mio, lo so bene; ma se, mettendomi al lavoro, trovo pennelli e pitture molto in disordine, se una riga o un temperino sono spariti, la pazienza è lì lì per abbandonarmi e devo prendere il coraggio a due mani per non reclamare con amarezza gli oggetti che mi mancano. Talvolta bisogna pur chiedere le cose indispensabili; facendolo con umiltà non si manca al comandamento di Gesù, anzi si agisce come i poveri che tendono la mano per ricevere ciò che è loro necessario e se sono respinti non si meravigliano: nessuno deve loro niente. Ah, che pace inonda l'anima quando si eleva al di sopra dei sentimenti della natura. No, non c’è gioia paragonabile a quella che gusta il vero povero di spirito. Se chiede con distacco una cosa necessaria, e se non solo quella cosa gli viene rifiutata, ma addirittura si cerca di prendergli quello che ha, egli segue il consiglio di Gesù: «A chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello».

298. Abbandonare il proprio mantello vuol dire, mi sembra, rinunciare ai propri ultimi diritti, vuol dire considerarsi come la serva, la schiava delle altre. Quando si è lasciato il proprio mantello, è più facile camminare, correre; perciò Gesù aggiunge: «E se uno chiunque ti costringerà a fare un miglio, tu fanne ancora duemila con lui». Così non è abbastanza dare a chiunque mi chiede, si devono prevenire i desideri, mostrarsi riconoscente ed onorata di fare un servizio e, se prendono una cosa che uso, non devo aver l’aria di rimpiangerla, ma al contrario mostrarmi felice di esserne stata sbarazzata. Madre diletta, sono così lontana dal praticare quello che capisco! E tuttavia il solo desiderio che ne ho mi dona la pace.

299. Ancor più degli altri giorni mi accorgo di essermi spiegata estremamente male. Ho fatto una specie di discorsi sulla carità la cui lettura deve averla stancata: mi perdoni, Madre amata, e pensi che in questo momento le infermiere praticano nei miei confronti ciò che io ho appena scritto; non esitano a fare duemila passi là dove venti basterebbero, quindi ho potuto contemplare la carità in atto! La mia anima deve esserne certo tutta profumata; quanto alla mia mente, confesso che si è un po’ paralizzata davanti ad una simile dedizione e la mia penna ha perso in leggerezza. Perché mi sia possibile esprimere i miei pensieri, bisogna che sia come il passero solitario: e ciò è raramente il mio caso. Quando comincio a prendere la penna, ecco una buona sorella che mi passa vicino con la forca in spalla. Pensa di distrarmi scambiando due chiacchiere con me. Fieno, anatre, polli, visita del dottore, tutto è tirato in ballo; a dire il vero ciò non dura a lungo, ma c'è più di una buona sorella caritatevole e ad un tratto un'altra sorella occupata a rivoltare il fieno mi depone dei fiori sulle ginocchia, pensando forse di ispirarmi idee poetiche. Ma io che non le cerco, in questo momento preferirei che i fiori restassero a dondolarsi sui loro steli. Infine, stanca di aprire e chiudere questo famoso quaderno, apro un libro (che non vuol restare aperto) e dico decisamente che copio pensieri dei salmi e del Vangelo per la festa della Nostra Madre. Ed è vero, perché non faccio economia di citazioni.

300. Madre diletta, la divertirei, credo, raccontandole tutte le mie avventure nei boschetti del Carmelo: non so se sono riuscita a scrivere dieci righe senza essere disturbata. Questo non dovrebbe farmi ridere, né divertirmi, comunque per amore del buon Dio e delle sorelle (così caritatevoli verso di me) mi sforzo di sembrare contenta e soprattutto di esserlo... Ecco un’operaia del fieno che si allontana dopo avermi detto con tono compassionevole: «Povera sorellina, deve stancarsi a scrivere così tutto il giorno!». - «Stia tranquilla, le ho risposto, sembra che io scriva molto, ma in verità non scrivo quasi niente». - «Meglio così», mi ha detto con aria rassicurata, «ma fa lo stesso, sono proprio contenta che stiamo rivoltando il fieno perché questo ti distrae sempre un po’». Infatti è una distrazione così grande per me (senza contare le visite delle infermiere) che non mento quando dico che non scrivo quasi niente. Per fortuna non sono facile a scoraggiarmi: per mostrarglielo, Madre, finirò di spiegarle ciò che Gesù mi ha fatto capire a proposito della carità. Finora le ho parlato solo dell'aspetto esterno; ora vorrei confidarle come comprendo la carità puramente spirituale. Sono sicurissima che non tarderò a mescolare l’una con l’altra, ma, Madre, visto che è a lei che parlo, certamente non le sarà difficile capire il mio pensiero e sbrogliare la matassa di sua figlia.

301. Non sempre al Carmelo è possibile praticare alla lettera le parole del Vangelo: a volte si è obbligate, a causa degli uffici, a rifiutare un servizio; ma quando la carità ha messo profonde radici nell'anima si manifesta all'esterno. C'è un modo così gentile di rifiutare ciò che non si può donare, che il rifiuto fa piacere quanto il dono. È vero che costa meno chiedere un favore ad una sorella sempre disponibile a farlo, ma Gesù ha detto: «Non evitare colui che ti chiede un prestito». Così, con la scusa che si sarebbe costrette a rifiutare, non bisogna allontanarsi dalle sorelle che hanno l'abitudine di chiedere sempre dei favori. Non bisogna nemmeno essere compiacenti per mettersi in mostra con la speranza che la prossima volta la sorella cui si fa un piacere ci renda il contraccambio, perché Nostro Signore ha detto anche: «Se prestate a coloro da cui sperate ricevere qualcosa, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Ma voi fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande». Oh sì: il premio è grande anche sulla terra! Su questa via c'è solo il primo passo che costa. Prestare senza sperarne nulla sembra difficile alla natura: si preferirebbe dare, perché una cosa donata non appartiene più. Quando vengono a dirti con espressione veramente convinta: «Sorella, ho bisogno del suo aiuto per qualche ora, ma stia tranquilla, ho il permesso della nostra Madre e le restituirò il tempo che mi dà, perché so quanto ha da fare», veramente, poiché sappiamo benissimo che mai il tempo prestato sarà restituito, preferiremmo dire: glielo dono. Questo accontenterebbe l'amor proprio perché donare è un atto più generoso che prestare e poi si fa sentire alla sorella che non si conta sui suoi servizi... Ah, come sono contrari ai sentimenti della natura gli insegnamenti di Gesù! Senza l’aiuto della sua grazia sarebbe impossibile non solo metterli in pratica, ma perfino comprenderli.

 

2. Il comandamento nuovo di Gesù

302. Madre mia, Gesù ha fatto alla figlia sua la grazia di farle penetrare le profondità misteriose della carità: se potessi esprimere ciò che capisco, sentirebbe una melodia di Cielo; ma, ahimè, ho solo dei balbettii infantili da farle sentire!... Se le parole stesse di Gesù non mi servissero di sostegno sarei tentata di chiederle grazia e di lasciare la penna. Ma no, bisogna che continui per obbedienza ciò che per obbedienza ho cominciato. Madre amata, scrivevo ieri che, poiché i beni di quaggiù non sono miei, non mi dovrebbe essere difficile non richiederli mai se qualche volta me li prendono. I beni del Cielo non mi appartengono di più: mi sono prestati dal buon Dio che può togliermeli senza che io abbia il diritto di lamentarmi. Tuttavia i beni che vengono direttamente dal buon Dio, gli slanci dell'intelligenza e del cuore, i pensieri profondi, tutto ciò forma una ricchezza alla quale ci attacchiamo come ad un bene personale che nessuno ha il diritto di toccare... Per esempio, se in licenza confidiamo ad una sorella qualche luce ricevuta durante l'orazione e, se poco dopo, quella sorella parlando con un'altra le dice, come se l'avesse pensato lei stessa, la cosa che le è stata confidata, sembra che si appropri di ciò che non è suo. Oppure in ricreazione diciamo a bassa voce alla compagna un parola piena di spirito e detta a proposito; se quella la ripete a voce alta senza far conoscere la fonte da cui proviene, anche questo sembra un furto alla proprietaria, la quale non reclama, ma avrebbe molta voglia di farlo e prenderà la prima occasione per far sapere subdolamente che ci si impadronisce dei suoi pensieri.

303. Madre, non riuscirei a spiegarle così bene questi tristi sentimenti della natura, se non li avessi provati nel mio cuore; e mi piacerebbe cullarmi nella dolce illusione che hanno visitato solo il mio, se lei non mi avesse ordinato di ascoltare le tentazioni delle sue care piccole novizie. Ho imparato molto nel compiere la missione che mi ha affidata, soprattutto mi sono trovata costretta a praticare ciò che insegnavo alle altre. Così adesso lo posso dire: Gesù mi ha fatto la grazia di non essere attaccata ai beni dello spirito e del cuore più che a quelli della terra. Se mi capita di pensare o di dire una cosa che piace alle sorelle, trovo del tutto naturale che esse se ne impadroniscano come di un bene loro. Quel pensiero appartiene allo Spirito Santo e non a me, poiché San Paolo dice che senza questo Spirito d’Amore non possiamo nemmeno dire «Padre» al nostro Padre che è nei Cieli. Quindi è ben libero di servirsi di me per dare un buon pensiero ad un'anima; se credessi che quel pensiero mi appartiene, sarei come «l'asino che portava le reliquie», il quale credeva che gli omaggi resi ai Santi fossero rivolti a lui.

304. Non disprezzo i pensieri profondi che nutrono l'anima e l’uniscono a Dio, ma da molto tempo ho capito che non bisogna appoggiarsi su di essi e far consistere la perfezione nel ricevere tante luci. I più bei pensieri non sono niente senza le opere: è vero che le altre possono ricavarne molto profitto se si umiliano e mostrano al buon Dio la loro riconoscenza per il fatto che Egli permette loro di prendere parte al banchetto di un'anima che Egli vuole arricchire di grazie; ma se quest'anima si compiace nei suoi bei pensieri e fa la preghiera del fariseo, diventa simile ad una persona che muore di fame davanti ad una tavola riccamente imbandita, mentre tutti i suoi invitati vi attingono un cibo abbondante e ogni tanto gettano uno sguardo di invidia sul possessore di tanti beni. Ah, come è vero che non c’è che il buon Dio conosce il fondo dei cuori e quanto le creature hanno pensieri corti! Quando esse vedono una anima più illuminata delle altre, subito ne deducono che Gesù le ama meno di quell’anima e che loro non possono essere chiamate alla stessa perfezione. Da quando mai il Signore non ha più il diritto di servirsi di una delle sue creature per dispensare alle anime che ama il cibo che è loro necessario? Al tempo del Faraone il Signore aveva ancora questo diritto, perché nella Scrittura dice a quel monarca: «Ti ho fatto sorgere per manifestare in te la mia potenza e perché il mio nome sia proclamato in tutta la terra». I secoli sono succeduti ai secoli da quando l'Altissimo pronunciò queste parole e da allora il suo comportamento non è cambiato: sempre si è servito delle sue creature come di strumenti per compiere la sua opera nelle anime.

305. Se la tela dipinta da un artista potesse pensare e parlare, certamente non si lamenterebbe di essere continuamente toccata e ritoccata da un pennello e nemmeno invidierebbe la sorte di questo strumento, perché saprebbe che non è affatto al pennello ma all'artista che lo guida che essa deve la bellezza di cui è ricoperta. Il pennello dal canto suo non potrebbe gloriarsi del capolavoro che ha fatto: sa che gli artisti non sono impacciati, che se ne ridono delle difficoltà, si compiacciono di scegliere talvolta strumenti deboli e difettosi. Madre amata, io sono un pennellino che Gesù ha scelto per dipingere la sua immagine nelle anime che lei mi ha affidato. Un artista non si serve di un pennello solo, gliene occorrono almeno due: il primo è il più utile, è con esso che dà le tinte generali e copre completamente la tela in pochissimo tempo; l'altro, più piccolo, gli serve per i particolari. Madre, lei mi rappresenta il prezioso pennello che la mano (di) Gesù prende con amore quando vuol fare un grande lavoro nell'anima delle sue figlie, mentre io sono quello piccolissimo che Egli si degna di usare in un secondo momento per i minimi particolari.

306. La prima volta che Gesù si servì del suo pennellino, fu verso l'8 dicembre 1892. Sempre ricorderò quel periodo come un tempo di grazie. Le confiderò, Madre diletta, questi dolci ricordi. A 15 anni, quando ebbi la felicità di entrare al Carmelo, trovai una compagna di noviziato che mi aveva preceduta di alcuni mesi. Aveva 8 anni più di me, ma il suo carattere fanciullesco faceva dimenticare la differenza degli anni; perciò, Madre mia, lei ben presto ha avuto la gioia di vedere le sue due piccole postulanti intendersi a meraviglia e divenire inseparabili. Per favorire questo affetto nascente che le sembrava dovesse portare frutti, ci ha permesso di avere insieme ogni tanto dei piccoli colloqui spirituali. La mia cara piccola compagna mi affascinava con la sua innocenza, il suo carattere espansivo; ma d'altro lato mi stupivo nel vedere come l'affetto che aveva per lei, Madre, era diverso dal mio. C’erano anche parecchie cose nel suo comportamento verso le sorelle che avrei desiderato che ella cambiasse. Fin da quel tempo il buon Dio mi fece capire che ci sono anime che la sua misericordia non si stanca di aspettare, alle quali Egli dà la sua luce soltanto a gradi; quindi mi guardavo bene dall’anticipare la sua ora e aspettavo pazientemente che piacesse a Gesù di farla arrivare.

307. Un giorno riflettevo sul permesso che lei ci aveva dato di intrattenerci insieme, come è scritto nelle nostre sante costituzioni, per infiammarci di più nell'amore del nostro Sposo; e pensai con tristezza che le nostre conversazioni non raggiungevano lo scopo desiderato. Allora il buon Dio mi fece capire che era venuto il momento e che non bisognava più temere di parlare, oppure che dovevo smettere delle conversazioni che somigliavano a quelle fra amiche del mondo. Quel giorno era un sabato: l'indomani, durante il ringraziamento, supplicai il buon Dio di mettermi in bocca parole dolci e convincenti o meglio di parlare Lui stesso per me. Gesù esaudì la mia preghiera, permise che il risultato colmasse interamente la mia speranza perché: «coloro che volgeranno lo sguardo a lui ne saranno illuminati» (Salmo 33) e: «la Luce è spuntata nelle tenebre per coloro che hanno il cuore retto». La prima parola è per me e la seconda per la mia compagna, che aveva veramente il cuore retto. Quando giunse l'ora in cui avevamo deciso di incontrarci la povera sorellina gettò gli occhi su di me e vide subito che non ero più la stessa; si sedette accanto a me arrossendo; e io, appoggiando la sua testa sul mio cuore, le dissi con voce rotta dalle lacrime tutto quello che pensavo di lei, ma con espressioni così dolci, mostrandole un affetto così grande che ben presto le sue lacrime si unirono alle mie. Riconobbe con molta umiltà che tutto quello che dicevo era vero, mi promise di cominciare una nuova vita e mi chiese come una grazia di avvertirla sempre delle sue mancanze. Alla fine, al momento di separarci, il nostro affetto era diventato tutto spirituale: non c'era più niente di umano. In noi si realizzava questo passo della Scrittura: «Il fratello che è aiutato dal fratello è come una città fortificata».

308. Ciò che Gesù fece col suo pennellino sarebbe stato ben presto cancellato se Egli non avesse agito per mezzo suo, Madre mia, per compiere la sua opera nell'anima che Egli voleva tutta per Sé. La prova parve molto amara per la mia povera compagna, ma la sua fermezza, Madre mia, trionfò, e fu allora che potei consolare quella che lei mi aveva dato per sorella fra tutte, spiegandole in cosa consiste il vero amore. Le mostrai che amava se stessa e non lei, Madre; le raccontai come io stessa la amavo, e i sacrifici che ero stata costretta a fare all'inizio della mia vita religiosa per non attaccarmi assolutamente a lei in modo materiale, come il cane si attacca al padrone. L'amore si nutre di sacrifici; più l'anima si priva di soddisfazioni naturali, più il suo affetto diventa forte e disinteressato.

309. Ricordo che da postulante, avevo talvolta delle tentazioni così violente di entrare da lei per cercare conforto, per trovare qualche goccia di gioia, che ero costretta a passare rapidamente davanti alla procura e aggrapparmi alla ringhiera della scala. Mi veniva in mente una folla di permessi da chiedere: insomma, Madre amata, trovavo mille ragioni per accontentare la mia natura. Come sono felice adesso di essermene astenuta fin dall'inizio della mia vita religiosa! Godo già della ricompensa promessa a coloro che combattono coraggiosamente. Non sento più necessario rifiutarmi tutte le consolazioni del cuore, perché la mia anima è resa stabile da Colui che volevo amare unicamente. Mi accorgo con gioia che, amando Lui, il cuore si dilata e può donare incomparabilmente più affetto a coloro che gli sono cari, che non se si fosse concentrato in un amore egoista ed infruttuoso.

310. Madre diletta, le ho ricordato il primo lavoro che Gesù e lei, Madre, vi siete degnati di compiere per mezzo mio: era soltanto il preludio di quelli che mi dovevano essere affidati. Quando mi fu dato di penetrare nel santuario delle anime, capii subito che quel compito era al di sopra delle mie forze. Allora mi sono messa tra le braccia del buon Dio, come un bambino piccolo, e, nascondendo il volto tra i suoi capelli, Gli dissi: Signore, sono troppo piccola per nutrire le tue figlie; se per mezzo mio vuoi dare loro ciò che conviene a ciascuna, riempi la mia manina e io, senza lasciare le tue braccia, senza voltare la testa, darò i tuoi tesori all'anima che verrà a chiedermi il cibo. Se ella lo trova di proprio gusto, saprò che non a me, ma a te lo deve; se invece si lamenta e trova amaro ciò che le offro, la mia pace non sarà turbata, cercherò di persuaderla che quel cibo viene da te e mi guarderò bene dal cercarne un altro per lei.

311. Madre mia, da quando ho capito che mi era impossibile fare qualcosa da sola, il compito che mi ha imposto non mi è più parso difficile: ho sperimentato che l’unica cosa necessaria era di unirmi sempre più a Gesù e che il resto mi sarebbe stato dato in aggiunta. Infatti mai la mia speranza è stata delusa: il buon Dio si è degnato di riempire la mia piccola mano tutte le volte che ciò è stato necessario per nutrire l'anima delle sorelle. Le confesso, Madre amata, che se mi fossi appoggiata minimamente alle mie sole forze, avrei subito ceduto le armi. Da lontano sembra tutto rose e fiori far del bene alle anime, far loro amare Dio sempre di più, insomma modellarle secondo le proprie vedute e idee personali. Da vicino è tutto il contrario: le rose e i fiori spariscono, si capisce che far del bene è una cosa tanto impossibile senza l’aiuto del buon Dio quanto far brillare il sole di notte! Si sente che bisogna assolutamente dimenticare i propri gusti, le proprie opinioni personali e guidare le anime sul cammino che Gesù ha tracciato per loro, senza cercare di farle camminare sulla propria strada.

312. Ma non è neanche questa la cosa più difficile: ciò che mi costa soprattutto è notare le mancanze, le più lievi imperfezioni, e scatenare contro di loro una guerra a morte. Stavo per dire: sfortunatamente per me (ma no, questa sarebbe viltà); quindi dico: fortunatamente per le mie sorelle, da quando ho preso posto tra le braccia di Gesù, sono come la sentinella che osserva il nemico dalla torretta più alta di una roccaforte. Niente sfugge ai miei occhi; spesso sono meravigliata di vederci così chiaro e trovo che il profeta Giona è davvero scusabile se fuggì invece di andare ad annunciare la rovina di Ninive. Preferirei mille volte ricevere rimproveri che farne alle altre, ma sento che è molto necessario che questo sia per me una sofferenza perché, quando si agisce secondo natura, è impossibile che l'anima alla quale vogliamo rivelare le sue mancanze capisca i propri torti. Essa vede una cosa sola: la sorella incaricata di dirigermi è arrabbiata e tutto ricade su di me, che invece sono mossa dalle migliori intenzioni.

313. So bene che le sue agnelline mi trovano severa. Se leggessero queste righe, direbbero che sembra non costarmi niente inseguirle, parlare loro con tono severo facendo loro vedere il loro bel vello insudiciato oppure riportare loro qualche leggero fiocco di lana che si sono lasciate strappare dalle spine del sentiero. Le agnelline possono dire tutto quello che vogliono; in fondo, sentono che io le amo di un amore vero, che mai imiterei il mercenario che, nel veder venire il lupo, abbandona il gregge e fugge via. Sono pronta a dare la mia vita per loro, ma il mio affetto è così puro che non desidero lo conoscano. Mai, con la grazia di Gesù, ho cercato di attirare a me i loro cuori: ho capito che la mia missione era di condurle a Dio e far loro comprendere che quaggiù, è lei, Madre mia, quel Gesù visibile che devono amare e rispettare.

314. Le ho detto, Madre diletta, che istruendo le altre avevo imparato molto. Prima di tutto ho visto che tutte le anime hanno press’a poco le stesse lotte; ma che d'altro lato sono così diverse che non faccio fatica a capire quello che diceva il padre Pichon: «Ci sono molte più differenze tra le anime che non tra i volti». Perciò è impossibile comportarsi con tutte allo stesso modo. Con certe anime sento che devo farmi piccola, non temere affatto di umiliarmi confessando le mie lotte, le mie sconfitte: nel vedere che ho le loro stesse debolezze, le sorelline mi confessano a loro volta le mancanze che esse si rimproverano e sono contente che io le capisca per esperienza. Con altre ho visto che per far loro del bene occorre invece avere molta fermezza e non tornare mai su una cosa detta. In questo caso, abbassarsi non sarebbe affatto umiltà, bensì debolezza. Il buon Dio mi ha fatto la grazia di non temere la guerra: bisogna che io compia il mio dovere ad ogni costo. Più di una volta ho sentito questa parola: «Se vuole ottenere qualcosa da me, bisogna che mi prenda con la dolcezza: con la forza non otterrà nulla». Io so che nessuno è buon giudice nella propria causa e che un bambino al quale il medico fa subire una dolorosa operazione non mancherà di protestare violentemente, dicendo che il rimedio è peggiore del male; però, se si trova guarito pochi giorni dopo, è tutto felice di poter giocare e correre. Lo stesso vale per le anime: riconoscono presto che un po’ di amaro è talvolta preferibile allo zucchero e non esitano a confessarlo.

315. A volte non posso fare a meno di sorridere intimamente, vedendo che cambiamento avviene dall'oggi al domani: è fantastico! Vengono a dirmi: «Aveva ragione ieri di essere severa! All’inizio la cosa mi ha spinto a ribellarmi, ma dopo mi sono ricordata di tutto e ho capito che era molto giusta. Senta: mentre me ne andavo pensavo che tutto era finito e mi dicevo: “Andrò dalla nostra Madre e le dirò che non vado più da Suor Teresa di G. B.”. Ma ho sentito che era il demonio che mi ispirava questo e poi mi è sembrato che lei pregava per me: allora sono rimasta tranquilla e la luce ha iniziato a brillare. Ma adesso bisogna che lei mi illumini del tutto ed è per questo che sono qui». La conversazione si avvia molto in fretta: io sono felicissima di poter seguire l’inclinazione del mio cuore, facendo a meno di servire cibi amari. Sì, ma... mi accorgo subito che non bisogna andar troppo in là: una parola potrebbe distruggere il bell'edificio costruito nelle lacrime. Se ho la sfortuna di dire una parola che sembra attenuare quello che ho detto il giorno prima, vedo che la mia sorellina cerca di riaggrapparsi ai rami: allora faccio dentro di me una preghierina e la verità trionfa sempre. Ah, è la preghiera, è il sacrificio che formano tutta la mia forza: sono le armi invincibili che Gesù mi ha dato, possono toccare le anime molto più delle parole. Ne ho fatto spessissimo l’esperienza e ce n’è una tra tutte che mi ha fatto un’impressione dolce e profonda.

316. Era durante la quaresima: in quel tempo mi occupavo soltanto dell’unica novizia che si trovava qui e della quale ero l'angelo. Una mattina venne da me tutta raggiante: «Ah, se sapesse, mi disse, cosa ho sognato stanotte! Ero accanto a mia sorella e volevo distaccarla da tutte le vanità che lei ama tanto, perciò le spiegavo questa strofa di ‘Viver d'amore’: Amarti, Gesù, che perdita feconda! – Tutti i miei profumi son per te solo –. Sentivo che le mie parole le penetravano nell'anima ed ero al colmo della gioia. Stamattina svegliandomi, ho pensato che forse il buon Dio vuole che io gli doni quest'anima. Se le scrivessi dopo la quaresima per raccontarle il mio sogno e dirle che Gesù la vuole tutta per Sé?». Io, senza pensarci su a lungo, le dissi che poteva provarci, ma che prima bisognava domandare il permesso alla Nostra Madre. Poiché la fine della quaresima era ancora molto lontana, lei, Madre amata, è stata molto sorpresa di una richiesta che le sembrò troppo prematura e, certamente ispirata dal buon Dio, ha risposto che non era affatto con le lettere che le carmelitane devono salvare le anime, ma con la preghiera. Quando seppi della sua decisione, Madre, capii subito che era quella di Gesù e dissi a Suor Maria della Trinità: «Dobbiamo metterci all'opera: preghiamo tanto! Che gioia se alla fine della quaresima fossimo esaudite!». Oh, misericordia infinita del Signore, che si degna di ascoltare la preghiera dei suoi figli! Alla fine della quaresima, un'altra anima si consacrava a Gesù. Era un vero e proprio miracolo della grazia, miracolo ottenuto dal fervore di un'umile novizia!

317. Come è grande la potenza della preghiera! La si direbbe una regina che ha in ogni momento libero accesso presso il re e che può ottenere tutto ciò che chiede. Per essere esaudite non è affatto necessario leggere in un libro una bella formula composta per la circostanza; se così fosse, ahimè, come sarei da compatire! A parte l’Ufficio Divino, che sono molto indegna di recitare, non ho il coraggio di mettermi a cercare nei libri belle preghiere: mi viene il mal di testa, ce ne sono tante… e poi sono tutte una più bella dell’altra! Non riuscirei a recitarle tutte e, non sapendo quale scegliere, faccio come i bambini che non sanno leggere: dico molto semplicemente al buon Dio ciò che voglio dirgli, senza fare belle frasi, e mi capisce sempre! Per me, la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo lanciato verso il Cielo, è un grido di riconoscenza e di amore nella prova come nella gioia; insomma è qualcosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l'anima e mi unisce a Gesù.

318. Madre amata, non vorrei però che lei credesse che le preghiere fatte in comune in coro o nei romitori io le reciti senza devozione. Al contrario, amo tanto le preghiere comuni, perché Gesù ha promesso di essere presente in mezzo a coloro che si riuniscono nel suo nome: allora sento che il fervore delle sorelle supplisce al mio, ma da sola (ho vergogna a confessarlo) la recita del rosario mi costa più che mettermi uno strumento di penitenza! Mi accorgo che lo dico così male! Per quanto mi sforzi di meditarne i misteri, non riesco a fissare l’attenzione. Per molto tempo mi sono afflitta per questa mancanza di devozione che mi stupiva, perché amo così tanto la Madonna che mi dovrebbe essere facile fare in suo nome delle preghiere che le sono gradite. Adesso mi affliggo di meno: penso che, poiché la Regina dei Cieli è mia Madre, vede la mia buona volontà e se ne accontenta. A volte, quando il mio spirito è in un'aridità così grande che mi è impossibile ricavarne un pensiero per unirmi al buon Dio, recito molto lentamente un «Padre nostro» e poi il saluto angelico: allora queste preghiere mi rapiscono, nutrono la mia anima ben più che se le recitassi precipitosamente un centinaio di volte. La Vergine Santa mi fa capire di non essere irritata con me: non manca mai di proteggermi appena la invoco. Se sopraggiunge una preoccupazione, una difficoltà, subito mi rivolgo a lei e sempre, come la più tenera delle Madri, prende a cuore i miei interessi! Quante volte, parlando alle novizie, mi è capitato di invocarla e sperimentare i benefici della sua protezione materna!

319. Spesso le novizie mi dicono: «Ma lei ha una risposta a tutto! Stavolta credevo di metterla in difficoltà. Insomma, dove va a trovare quello che dice?». Ce ne sono di così ingenue che credono che io legga nelle loro anime, perché mi è capitato di precederle dicendo loro quello che pensavano. Una sera una delle mie compagne aveva deciso di nascondermi una pena che la faceva soffrire molto. La incontro già al mattino, mi parla con un viso sorridente ed io, senza rispondere a quello che mi diceva, le dico in tono convinto: «Lei soffre». Se avessi fatto cadere la luna ai suoi piedi non credo che mi avrebbe guardato con più meraviglia. Il suo stupore era così grande che colse anche me: per un istante fui presa da uno spavento soprannaturale. Ero sicurissima di non avere il dono di leggere nelle anime, ed ero tanto più stupita in quanto avevo azzeccato così bene. Sentivo che il buon Dio era vicinissimo, che senza accorgermene avevo detto, come un bambino, delle parole che non venivano da me, ma da Lui.

320. Madre amata, lei capisce che alle novizie tutto è permesso: bisogna che possano dire ciò che pensano senza alcun limite, il bene come il male. Questo è per loro più facile con me in quanto non mi devono il rispetto che si rende ad una maestra. Non posso dire che Gesù mi faccia camminare esteriormente sulla via delle umiliazioni: si limita ad umiliarmi in fondo all'anima. Agli occhi delle creature tutto mi va bene, seguo il cammino degli onori, per quanto ciò è possibile da religiosi. Capisco che non è per me, ma per le altre, che devo camminare su questa via che pare così pericolosa. Infatti, se agli occhi della comunità passassi per una religiosa piena di difetti, incapace, senza intelligenza né giudizio, le sarebbe impossibile, Madre mia, farsi aiutare da me. Ecco perché il buon Dio ha gettato un velo su tutti i miei difetti interni ed esterni. Questo velo talvolta mi attira qualche complimento da parte delle novizie: so bene che non me lo fanno per adulazione, ma che è l’espressione dei loro sentimenti ingenui. Davvero questo non potrebbe ispirarmi vanità, perché ho sempre davanti agli occhi il ricordo di quello che sono.

321. Tuttavia, qualche volta mi viene un desiderio grande di sentire qualcosa di ben diverso delle lodi. Lei sa, Madre amata, che preferisco la vinaigrette allo zucchero; anche la mia anima si stanca di un cibo con troppo zucchero, e Gesù allora permette che le sia servita una buona insalatina, ben condita con l’aceto, bella aspra: non ci manca niente tranne l'olio, e ciò la rende più gustosa. Questa buona insalatina mi è servita dalle novizie nel momento in cui meno me l'aspetto. Il buon Dio solleva il velo che nasconde le mie imperfezioni: allora le mie care noviziette, vedendomi per quella che sono, non mi trovano per niente di loro gusto. Con una semplicità che mi incanta, mi raccontano tutti le lotte che provoco in esse e ciò che in me non piace loro; insomma, non si scompongono di più che se parlassero di un’altra persona, sapendo che mi fanno un gran piacere: è un banchetto delizioso che colma la mia anima di gioia. Non riesco a spiegarmi come possa una cosa che dispiace tanto alla natura causare una felicità così grande: se non l'avessi sperimentato, non riuscirei a crederci. Un giorno che avevo particolarmente desiderio di essere umiliata, capitò che una novizia si prese l’incarico di accontentarmi così bene che pensai subito a Simei quando malediceva Davide e mi dicevo: Sì, è proprio il Signore che le ordina di dirmi tutte queste cose! E la mia anima assaporava deliziosamente il cibo amaro che le veniva servito con tanta abbondanza. È così che il buon Dio si degna di prendersi cura di me: non può darmi sempre il pane fortificante dell’umiliazione esterna, ma ogni tanto mi concede di nutrirmi delle briciole che cadono dalla tavola dei figli. Ah, come è grande la sua misericordia: potrò cantarla solo in Cielo.

322. Madre amata, poiché con lei cerco di cominciare a cantarla sulla terra, questa misericordia infinita, devo dirle ancora del grande beneficio che ho tratto dalla missione che mi ha affidato. Tempo fa, quando vedevo una sorella che faceva qualcosa che mi dispiaceva e mi sembrava irregolare, mi dicevo: Ah, se potessi dirle quello che penso, mostrarle che ha torto, come mi farebbe bene! Da quando ho praticato un po' il mestiere, le assicuro, Madre, che ho cambiato completamente di sentimento. Quando mi capita di vedere una sorella fare un’azione che mi sembra imperfetta, mando un sospiro di sollievo e mi dico: Che felicità! Non è una novizia: non sono tenuta a riprenderla. E poi cerco subito di scusare la sorella e di attribuirle le buone intenzioni che ha senz’altro. Ah, Madre mia, da quando sono malata, anche le cure che lei mi prodiga mi hanno istruito molto sulla carità. Nessuna medicina le sembra troppo cara, e se non fa effetto, senza stancarsi ne prova un’altra. Quando andavo in ricreazione, quanta attenzione aveva perché avessi un buon posto al riparo dalle correnti d'aria: insomma, se volessi dire tutto, non finirei più. Pensando a tutto queste cose, mi sono detta che dovrei essere altrettanto compassionevole verso le infermità spirituali delle sorelle, quanto lo è lei, Madre diletta,nel curarmi con tanto amore.

323. Ho notato (ed è del tutto naturale) che le sorelle più sante sono le più amate: cerchiamo la loro conversazione, facciamo loro dei favori senza che li domandino; insomma, queste anime capaci di sopportare delle mancanze di riguardo, di delicatezza, si vedono circondate dall'affetto di tutte. Possiamo applicare a loro queste parole del nostro Padre San Giovanni della Croce: Tutti i beni mi sono stati donati, quando non li ho più ricercati per amor proprio.Le anime imperfette, invece, non sono affatto cercate: certo a loro riguardo ci atteniamo ai limiti della buona educazione religiosa, ma per paura forse di dire loro qualche parola poco gentile, evitiamo la loro compagnia. Dicendo le anime imperfette, non voglio parlare solamente delle imperfezioni spirituali, poiché le più sante saranno perfette solo in Cielo: intendo parlare della mancanza di giudizio, di educazione, della suscettibilità di certi caratteri, tutte cose che non rendono la vita molto piacevole. So bene che queste infermità morali sono croniche, non c'è speranza di guarigione, ma so altrettanto bene che la mia Madre, non smetterebbe di curarmi, cercando di darmi sollievo, se restassi malata per tutta la vita. Ecco la conclusione che ne traggo: in ricreazione, in licenza, devo cercare la compagnia delle sorelle che mi sono meno simpatiche, compiere presso queste anime ferite l'ufficio del buon samaritano. Una parola, un sorriso gentile, spesso bastano per rasserenare un'anima triste.

324. Ma non è assolutamente per raggiungere questo scopo che voglio praticare la carità, perché so che sarei subito scoraggiata: una parola che avessi detto con la migliore intenzione potrebbe essere forse interpretata tutta di traverso. Perciò, per non perdere tempo, voglio essere gentile con tutte (e in modo particolare con le sorelle meno gentili), per rallegrare Gesù e rispondere al consiglio che Egli dà nel Vangelo press’a poco in questi termini: «Quando offri un banchetto non invitare i tuoi parenti ed amici perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio; ma invita i poveri, gli storpi, i paralitici e sarai beato se non potranno ricambiarti; ti ricompenserà infatti il Padre tuo che vede nel segreto». Che banchetto potrebbe offrire una carmelitana alle sorelle se non un banchetto spirituale composto da carità amabile e gioiosa? Per me, non ne conosco altri e voglio imitare San Paolo che si rallegrava con quelli che trovava nella gioia: è vero che piangeva anche con gli afflitti e qualche volta le lacrime devono esserci nel banchetto che voglio servire, ma sempre farò in modo che alla fine quelle lacrime si cambino in gioia, perché il Signore ama chi dona con gioia.

325. Ricordo un atto di carità che il buon Dio mi ispirò di fare quando ero ancora novizia: era poca cosa, tuttavia il Padre nostro che vede nel segreto, che guarda più all’intenzione che alla grandezza dell’azione, me ne ha già ricompensata senza aspettare l'altra vita. Era nel periodo in cui Suor San Pietro andava ancora in coro e in refettorio. All’orazione della sera stava davanti a me: 10 minuti prima delle 6, bisognava che una sorella si scomodasse per condurla in refettorio, perché allora le infermiere avevano troppe malate per venire a prenderla. Mi costava molto propormi per rendere questo piccolo servizio, perché sapevo che non era facile accontentare la povera Suor San Pietro, la quale soffriva tanto che non amava cambiare accompagnatrice. Tuttavia non volevo perdere un’occasione così bella di esercitare la carità, ricordandomi che Gesù aveva detto: Quello che farete al più piccolo dei miei fratelli l’avete fatto a me.Quindi mi offrii molto umilmente di accompagnarla: ce ne volle perché riuscissi a farle accettare i miei servizi! Finalmente mi misi all’opera e avevo tanta buona volontà che me la cavai perfettamente. Ogni sera, quando vedevo Suor San Pietro scuotere la clessidra, sapevo che quello voleva dire: andiamo! È incredibile come mi costava scomodarmi; soprattutto all’inizio tuttavia lo facevo immediatamente, e poi iniziava tutta una cerimonia. Bisognava spostare e portare il banchetto in un certo modo, soprattutto senza fretta, poi aveva luogo la passeggiata, si trattava di seguire la povera inferma sostenendola per la cintura. Lo facevo con tutta la dolcezza che mi era possibile; ma se, per disgrazia, faceva un passo falso, subito le sembrava che la tenessi male e che stesse per cadere: «Ah, mio Dio! va troppo svelta, mi romperò qualcosa». Se cercavo di andare ancora più lentamente, «Ma insomma mi segua, non sento più la sua mano, mi ha lasciata andare, cado, ah, l’avevo detto che era troppo giovane per accompagnarmi». Finalmente arrivavamo senza incidenti in refettorio; là sopraggiungevano altre difficoltà: si trattava di far sedere Suor San Pietro e di usare molta abilità per non ferirla; quindi bisognava tirarle su le maniche (sempre in un certo modo), poi ero libera di andarmene. Con le sue povere mani storpiate, sistemava il pane nella ciotola come poteva. Me ne accorsi subito e, ogni sera, la lasciavo solo dopo averle reso anche questo servizietto. Poiché non me l'aveva chiesto, fu molto commossa della mia premura e fu con questo mezzo che non avevo cercato espressamente, che mi guadagnai del tutto la sua benevolenza e soprattutto (l'ho saputo più tardi) perché, dopo averle tagliato il pane, prima di andarmene le facevo il mio più bel sorriso.

326. Madre amata, forse lei è stupita che io le scriva questo piccolo gesto di carità, passato da così tanto tempo. Ah, se l'ho fatto è perché sento che devo cantare, a causa di esso, le misericordie del Signore. Egli si è degnato di lasciarmene il ricordo, come un profumo che mi spinge a praticare la carità. Ricordo talvolta certi particolari che sono per la mia anima come una brezza primaverile. Eccone uno che mi si presenta alla memoria. Una sera d'inverno compivo come al solito il mio piccolo servizio, faceva freddo, era buio... a un tratto udii in lontananza il suono armonioso di uno strumento musicale: allora mi immaginai un salone ben illuminato tutto splendente di ori, ragazze elegantemente vestite che si facevano a vicenda complimenti e convenevoli mondani; poi il mio sguardo cadde sulla povera malata che sostenevo; invece di una melodia udivo ogni tanto i suoi gemiti lamentosi, invece degli ori, vedevo i mattoni del nostro chiostro austero, rischiarato a mala pena da una debole luce. Non posso esprimere ciò che accadde nella mia anima, quello che so è che il Signore la illuminò con i raggi della verità che superano talmente lo splendore tenebroso delle feste della terra, che non potevo credere alla mia felicità. Ah, per godere mille anni di feste mondane, non avrei dato i dieci minuti impiegati a compiere il mio umile ufficio di carità. Se già nella sofferenza, nella lotta, si può godere per un istante di una felicità che supera tutte le felicità della terra, pensando che il buon Dio ci ha ritirate dal mondo, che sarà mai in Cielo quando vedremo, in un’esultanza e riposo eterni, la grazia incomparabile che il Signore ci ha fatto scegliendoci perché abitassimo nella sua casa, vero vestibolo dei Cieli?

327. Non sempre ho praticato la carità con questi impeti di esultanza, ma all’inizio della mia vita religiosa Gesù volle farmi sentire quanto è dolce vederlo nelle anime delle sue spose; perciò, quando accompagnavo Suor San Pietro, lo facevo con tanto amore che mi sarebbe stato impossibile fare meglio se avessi dovuto accompagnare Gesù in persona. Non sempre la pratica della carità mi è stata così dolce, glielo dicevo poco fa, Madre diletta; per dimostrarglielo, le racconterò alcune piccole lotte che certamente la faranno sorridere. Per molto tempo, all'orazione della sera, il mio posto era davanti a una sorella che aveva una strana mania, e penso... molte luci, perché si serviva raramente di un libro: ecco come me ne accorgevo. Appena questa sorella era arrivata, si metteva a fare uno strano rumorino che somigliava a quello di due conchiglie strofinate l’una contro l’altra. Io ero la sola ad accorgermene, perché ho l'orecchio estremamente fino (un po’ troppo a volte). Dirle, Madre, quanto quel rumorino mi dava fastidio è cosa impossibile: avevo una gran voglia di voltare la testa e di guardare la colpevole che, sicuramente, non si accorgeva della sua mania. Era l'unico mezzo per illuminarla; ma in fondo al cuore sentivo che era meglio soffrire tutto questo per amore del buon Dio e per non dar dispiacere alla sorella. Quindi restavo tranquilla, cercavo di unirmi al buon Dio, di dimenticare il rumorino... Era tutto inutile, sentivo il sudore che mi inondava ed ero costretta a fare semplicemente un'orazione di sofferenza; ma pur soffrendo, cercavo il mezzo di farlo non con irritazione, ma con gioia e pace, almeno nell’intimo dell'anima. Allora mi sforzavo di amare il rumorino così sgradevole; invece di cercare di non ascoltarlo (cosa impossibile) mettevo tutta la mia attenzione ad ascoltarlo bene, come se si fosse trattato un incantevole concerto, e tutta la mia orazione (che non era quella di quiete) trascorreva nell'offerta di quel concerto a Gesù.

328. Un'altra volta, ero in lavanderia davanti a una sorella che mi schizzava l’acqua sporca in faccia ogni volta che sollevava i fazzoletti sul lavatoio: il mio primo impulso fu di indietreggiare asciugandomi il volto, per far capire alla sorella che mi aspergeva che mi avrebbe fatto un favore a stare più calma, ma pensai subito che ero ben sciocca a rifiutare dei tesori che mi venivano donati così generosamente e mi guardai bene dal far trasparire la mia lotta. Feci ogni sforzo per desiderare di ricevere tanta acqua sporca, in modo che, alla fine, avevo preso gusto a questo nuovo genere di aspersione e mi promisi di tornare ancora una volta in quel posto felice dove si ricevevano tanti tesori. Madre amata, vede che sono una piccolissima anima che può offrire al buon Dio solo piccolissime cose: spesso mi succede ancora di lasciarmi scappare questi piccoli sacrifici che danno tanta pace all'anima; questo non mi scoraggia, sopporto di avere un po' meno pace e mi sforzo di stare più attenta la prossima volta.

329. Ah, il Signore è così buono verso di me che mi è impossibile temerlo, sempre mi ha dato quello che ho desiderato o meglio mi ha fatto desiderare quello che voleva darmi. Così, poco tempo prima che iniziasse la mia prova contro la fede, mi dicevo: veramente non ho grandi prove esteriori e per averne di interiori bisognerebbe che il buon Dio cambiasse la mia via, non credo che lo faccia, eppure non posso vivere sempre così nel riposo... che mezzo troverà Gesù per mettermi alla prova? La risposta non si fece attendere e mi mostrò che Colui che amo non è a corto di mezzi: senza cambiare la mia via, mi mandò la prova che doveva mescolare una salutare amarezza a tutte le mie gioie. Non è solo quando vuole provarmi che Gesù me lo fa presentire e desiderare. Da molto tempo avevo un desiderio che mi pareva veramente irrealizzabile, quello di avere un fratello sacerdote: pensavo spesso che se i miei fratellini non fossero volati in Cielo avrei avuto la felicità di vederli salire all'altare; ma poiché il buon Dio li ha scelti per farne degli angioletti, non potevo sperare più di vedere realizzato il mio sogno; ed ecco che Gesù non solo mi ha fatto la grazia che desideravo, ma mi ha unita con i vincoli dell'anima a due dei suoi apostoli, che sono diventati miei fratelli... Voglio, Madre amata, raccontarle nei particolari come Gesù esaudì il mio desiderio e addirittura lo superò, poiché io desideravo solo un fratello sacerdote che ogni giorno pensi a me al santo altare.

330. Fu la nostra Santa Madre Teresa che mi mandò nel 1895, come i fiori che si donano alla festa, il mio primo fratellino. Ero in lavanderia, molto occupata nel mio lavoro, quando madre Agnese di Gesù mi prese in disparte e mi lesse una lettera che aveva appena ricevuto. Era un giovane seminarista che, ispirato, diceva, da Santa Teresa, chiedeva una sorella che si dedicasse in modo speciale alla salvezza della sua anima e l'aiutasse con le sue preghiere e sacrifici quando sarebbe stato missionario affinché potesse salvare molte anime. Prometteva di avere sempre un ricordo per colei che fosse diventata sua sorella, quando avesse potuto offrire il Santo Sacrificio. Madre Agnese di Gesù mi disse che voleva che fossi io a diventare la sorella di quel futuro missionario. Madre mia, dirle la mia felicità sarebbe cosa impossibile: il mio desiderio appagato in modo insperato mi fece nascere in cuore una gioia che chiamerò infantile, perché devo risalire ai giorni della mia infanzia per trovare il ricordo di queste gioie così vive che l'anima è troppo piccola per contenerle; mai da anni avevo gustato questo genere di felicità. Sentivo che sotto questo aspetto la mia anima era nuova, era come se fossero state toccate per la prima volta delle corde musicali rimaste fino allora nell’oblio.

331. Capivo gli obblighi che mi imponevo, perciò mi misi all'opera cercando di raddoppiare il mio fervore. Bisogna riconoscere che in un primo tempo non ebbi consolazioni che stimolassero il mio zelo; dopo aver scritto una bellissima lettera piena di affetto e di nobili sentimenti per ringraziare madre Agnese di Gesù, il mio fratellino non diede più segni di vita fino al luglio seguente, tranne quando mandò il suo biglietto nel mese di novembre per dire che iniziava il suo servizio militare. Era a lei, Madre amata, che il buon Dio aveva riservato di compiere l'opera iniziata: certo è con la preghiera e il sacrificio che possiamo aiutare i missionari, ma talvolta, quando piace a Gesù unire due anime per la sua gloria, permette che ogni tanto possano comunicarsi i loro pensieri ed eccitarsi ad amare di più Dio; ma occorre per questo una volontà espressa dell'autorità, perché mi sembra che altrimenti questa corrispondenza farebbe più male che bene, se non al missionario almeno alla carmelitana continuamente portata per il suo genere di vita a ripiegarsi su se stessa. Allora invece di unirla al buon Dio, questa corrispondenza (per quanto alla lontana) da lei stessa sollecitata le occuperebbe lo spirito; immaginandosi di fare mari e monti, non farebbe assolutamente niente se non procurarsi, sotto pretesto di zelo, una distrazione inutile. Per me questo vale nel caso della corrispondenza come in generale: sento che perché le mie lettere facciano del bene bisogna che siano scritte per obbedienza e che provi ripugnanza piuttosto che piacere nello scriverle. Così quando parlo con una novizia, cerco di farlo mortificandomi, evito di rivolgerle delle domande che potrebbero soddisfare la mia curiosità; se inizia a parlare di una cosa interessante e poi passa ad un’altra che mi annoia senza concludere la prima, mi guardo bene dal ricordarle l'argomento che ha lasciato da parte, perché mi sembra che non si può fare alcun bene quando si cerca se stessi.

332. Madre amata, mi rendo conto che non mi correggerò mai: ecco che sono andata ancora ben lontana dal mio argomento, con tutte le mie dissertazioni; mi scusi, la prego, e permetta che ci ricaschi alla prossima occasione perché non riesco a fare diversamente. Lei si comporta come il buon Dio che non si stanca di sentirmi, quando Gli dico in tutta semplicità le mie pene e le mie gioie come se Egli non le conoscesse già. Anche lei, Madre mia, conosce da molto tempo quello che penso e tutti gli avvenimenti un po' memorabili della mia vita, non potrei quindi farle sapere nulla di nuovo. Non posso fare a meno di sorridere quando penso che le scrivo scrupolosamente tante cose che lei sa bene quanto me. In fondo, Madre, io le obbedisco e, se ora non trova interesse a leggere queste pagine, forse la distrarranno nella sua vecchiaia e poi le serviranno per accendere il fuoco, così non avrò perso tempo... Ma io mi diverto a parlare come un bambino: non creda, Madre, che io ricerchi quale utilità possa avere il mio povero lavoro, perché lo faccio per obbedienza; questo mi basta e non proverei nessun dispiacere se lo bruciasse sotto i miei occhi prima di averlo letto.

333. È ora che riprenda la storia dei miei fratelli che occupano ora un posto così grande nella mia vita. L'anno scorso alla fine del mese di maggio, ricordo che un giorno mi ha fatto chiamare prima del refettorio. Il cuore mi batteva tanto forte quando entrai da lei; Madre diletta; mi chiedevo cosa poteva avere da dirmi, perché era la prima volta che mi faceva chiamare così. Dopo avermi detto di sedermi, ecco la proposta che mi ha fatto: «Vuole occuparsi degli interessi spirituali di un missionario che deve essere ordinato sacerdote e partire prossimamente?». E poi, Madre, mi ha letto la lettera di quel giovane Padre affinché sapessi esattamente cosa chiedeva. Il mio primo sentimento fu un sentimento di gioia che lasciò subito spazio al timore. Le spiegai, Madre amata, che avendo già offerto i miei poveri meriti per un futuro apostolo, pensavo di non poterlo fare ancora secondo le intenzioni di un altro e che, del resto, c’erano tante sorelle migliori di me che avrebbero potuto rispondere al suo desiderio. Tutte le mie obiezioni furono inutili: mi ha risposto che si potevano avere vari fratelli. Allora le ho chiesto se l'obbedienza poteva raddoppiare i miei meriti. Lei mi ha risposto di sì, e mi disse parecchie cose che mi facevano capire che dovevo accettare senza scrupoli un nuovo fratello. In fondo, Madre, io la pensavo come lei e anzi, poiché «lo zelo di una carmelitana deve incendiare il mondo», spero con la grazia del buon Dio di essere utile a più di due missionari e non potrei dimenticare di pregare per tutti, senza lasciar da parte i semplici sacerdoti, la cui missione è talvolta così difficile da compiere quanto quella degli apostoli che predicano agli infedeli. Insomma voglio essere figlia della Chiesa come lo era la nostra Madre Santa Teresa e pregare secondo le intenzioni del nostro Santo Padre il Papa, sapendo che le sue intenzioni abbracciano l'universo. Ecco lo scopo generale della mia vita, ma questo non mi avrebbe impedito di pregare e di unirmi in modo speciale alle opere dei miei diletti angioletti se fossero stati sacerdoti. Ebbene! ecco come mi sono unita spiritualmente agli apostoli che Gesù mi ha dato come fratelli: tutto quello che mi appartiene, appartiene ad ognuno di loro. Sento che il buon Dio è troppo buono per fare spartizioni, è così ricco che dona senza misura tutto quello che gli domando... Ma non creda, Madre, che mi perda in lunghe enumerazioni.

334. Da quando ho i miei due fratelli e le mie sorelline novizie, se volessi chiedere in particolare per ogni anima quello di cui ha bisogno, i giorni sarebbero troppo corti e temerei molto di dimenticare qualcosa di importante. Alle anime semplici non servono mezzi complicati: poiché io sono tra queste, un mattino durante il ringraziamento, Gesù mi ha dato un mezzo semplice per compiere la mia missione. Mi ha fatto capire questa parola dei Cantici: «Attirami, noi correremo all'effluvio dei tuoi profumi». O Gesù, dunque non è nemmeno necessario dire: Attirando me, attira le anime che amo. Questa semplice parola: «Attirami» basta. Signore, lo capisco, quando un'anima si è lasciata avvincere dall'odore inebriante dei tuoi profumi, non potrebbe correre da sola, tutte le anime che ama vengono trascinate dietro di lei: questo avviene senza costrizione, senza sforzo, è una conseguenza naturale della sua attrazione verso di te. Come un torrente che si getta impetuoso nell'oceano trascina dietro di sé tutto ciò che ha incontrato al suo passaggio, così, o mio Gesù, l'anima che si immerge nell'oceano senza sponde del tuo amore attira con sé tutti i tesori che possiede...

335. Signore, tu lo sai, io non ho altri tesori se non le anime che ti è piaciuto unire alla mia; questi tesori, sei tu che me li hai affidati, perciò oso far mie le parole che hai rivolto al Padre Celeste l'ultima sera che ti vide ancora sulla nostra terra, viatore e mortale. Gesù, mio Amato, io non so quando finirà il mio esilio... più di una sera deve vedermi cantare ancora nell’esilio le tue misericordie, ma alla fine, anche per me verrà l’ultima sera; allora vorrei poterti dire, o mio Dio: «Ti ho glorificato sopra la terra; ho compiuto l'opera che mi hai dato da fare; ho fatto conoscere il tuo nome a quelli che mi hai dato: erano tuoi, e li hai dati a me. Ora essi sanno che tutto quello che mi hai dato viene da te; perché le parole che hai comunicato a me, io le ho comunicate a loro, essi le hanno accolte e hanno creduto che tu mi hai mandata. Prego per quelli che mi hai dato perché sono tuoi. Io non sono più nel mondo; ma essi sono nel mondo e io ritorno a te. Padre Santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato. Io ora vengo a te, e dico queste cose mentre sono ancora nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della gioia che viene da te. Non ti prego di toglierli dal mondo, ma di custodirli dal male. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in te. Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato, siano con me, dove sono io, e il mondo sappia che tu li hai amati come m’hai amata».

336. Sì, Signore, ecco quello che vorrei ripetere sul tuo esempio, prima di volarmene tra le tue braccia. È forse temerarietà? Ma no, da molto tempo mi hai permesso di essere audace con te. Come il padre del figliol prodigo al figlio maggiore, mi hai detto: «Tutto ciò che è mio è tuo». Le tue parole, o Gesù, sono quindi mie, e posso servirmene per attirare sulle anime unite alla mia i favori del Padre Celeste. Ma, Signore, quando dico che dove sarò io desidero che ci siano anche quelli che mi hai dato, non dico che non possano giungere ad una gloria molto più grande di quella che ti piacerà donarmi: voglio chiederti semplicemente che siamo tutti riuniti insieme un giorno nel tuo bel Cielo. Tu lo sai, o mio Dio, non ho mai desiderato altro che amarti, non ambisco altra gloria. Il tuo amore mi ha prevenuta fin dall'infanzia, è cresciuto con me, e ora è un abisso del quale non riesco a sondare la profondità. L'amore attira l'amore, perciò, mio Gesù, il mio si slancia verso di te, vorrebbe colmare l'abisso che l'attira, ma ahimè, non è neanche una goccia di rugiada perduta nell'oceano! Per amarti come mi ami tu, devo far mio il tuo stesso amore, solo allora trovo riposo. O mio Gesù, forse è un’illusione, ma mi sembra che tu non possa colmare un'anima con più amore di quello con cui hai colmato la mia; per questo oso domandarti di amare quelli che mi hai dato come hai amato me. Se un giorno, in Cielo, scoprirò che li ami più di me, ne sarò felicissima, riconoscendo fin da adesso che quelle anime meritano il tuo amore molto più della mia; ma quaggiù non riesco a concepire un'immensità di amore più grande di quella che ti sei compiaciuto di prodigarmi gratuitamente senza alcun merito da parte mia.

337. Madre diletta, finalmente torno a lei, sono tutta meravigliata di quello che ho scritto, perché non ne avevo l'intenzione: visto che è scritto deve restare, ma prima di tornare alla storia dei miei fratelli, voglio dirle, Madre, che non riferisco a loro, ma alle mie sorelline, le prime parole tratte dal Vangelo: Le parole che hai comunicato a me, io le ho comunicate a loro, ecc. ... perché non mi credo capace di istruire dei missionari, fortunatamente non sono ancora abbastanza orgogliosa per questo! Similmente non sarei stata capace di dare consigli alle sorelle, se lei, Madre, che mi rappresenta il buon Dio, non mi avesse ispirato a farlo. Pensavo invece ai suoi cari figli spirituali che sono miei fratelli quando scrivevo queste parole di Gesù e quelle che seguono «Non ti chiedo di toglierli dal mondo... ti prego anche per quelli che per la loro parola crederanno in te». Infatti come potrei non pregare per le anime che salveranno, nelle loro missioni lontane con la sofferenza e la predicazione?

338. Madre mia, credo che sia necessario darle ancora qualche spiegazione sul brano del Cantico dei Cantici: «Attirami, noi correremo» perché quello che ho voluto dirne mi sembra poco comprensibile. «Nessuno può venire a me, ha detto Gesù, se non lo attira il Padre mio che mi ha mandato». Poi, con parabole sublimi, e spesso senza nemmeno usare questo mezzo così familiare al popolo, ci insegna che basta bussare perché ci venga aperto, basta cercare per trovare e tendere umilmente la mano per ricevere quello che chiediamo. Dice inoltre che tutto quello che chiederemo al Padre suo nel suo nome Egli lo concederà.Certo è per questo che lo Spirito Santo, prima della nascita di Gesù, dettò questa preghiera profetica: Attirami, noi correremo. Cos'è dunque chiedere di essere attirati, se non unirsi in modo intimo all’oggetto che avvince il cuore? Se il fuoco e il ferro avessero intelligenza e quest'ultimo dicesse all'altro: Attirami, dimostrerebbe che desidera identificarsi col fuoco in modo che questo lo penetri e lo impregni con la sua sostanza bruciante e sembri formare una cosa sola con lui. Madre amata, ecco la mia preghiera: chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo amore, di unirmi così strettamente a Lui, che Egli viva ed agisca in me. Sento che quanto più il fuoco dell'amore infiammerà il mio cuore, quanto più dirò: Attirami, tanto più le anime che si avvicineranno a me (povero piccolo rottame di ferro inutile, se mi allontanassi dalla braciere divino) correranno rapidamente all'effluvio dei profumi del loro Amato, perché un'anima infiammata di amore non può restare inattiva: certo, come Santa Maddalena resta ai piedi di Gesù, ascolta la sua parola dolce ed infuocata. Sembrando non dar niente, dà molto di più di Marta che si agita per molte cose e vorrebbe che la sorella l’imitasse. Non sono i lavori di Marta che Gesù biasima: a questi lavori, la sua Madre divina si è umilmente sottomessa per tutta la sua vita poiché doveva preparare i pasti per la Santa Famiglia. È solo l’inquietudine della sua ardente ospite che vorrebbe correggere. Tutti i santi l'hanno capito e in modo più particolare forse quelli che riempirono l'universo con l'irradiazione della dottrina evangelica. Non è forse dall'orazione che i Santi Paolo, Agostino, Giovanni della Croce, Tommaso d’Aquino, Francesco, Domenico e tanti altri illustri Amici di Dio hanno attinto questa scienza divina che affascina i geni più grandi? Uno scienziato ha detto: «Datemi una leva, un punto d'appoggio, e solleverò il mondo». Quello che Archimede non ha potuto ottenere perché la sua richiesta non era rivolta a Dio ed era espressa solo dal punto di vista materiale, i Santi l'hanno ottenuto in tutta la sua pienezza. L'Onnipotente ha dato loro come punto d'appoggio: Se stesso, e Sé Solo. Come leva: l'orazione, che infiamma di un fuoco d'amore, ed è così che essi hanno sollevato il mondo, è così che i Santi ancora militanti lo sollevano e i Santi futuri lo solleveranno fino alla fine del mondo.

339. Madre diletta, ora vorrei dirle cosa intendo per effluvio dei profumi dell'Amato. Poiché Gesù è risalito al Cielo, io posso seguirlo solo seguendo le tracce che ha lasciato, ma come sono luminose queste tracce, come sono profumate! Appena getto lo sguardo nel Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre... Non è al primo posto, ma all'ultimo che mi slancio, invece di farmi avanti con il fariseo, ripeto, piena di fiducia, l’umile preghiera del pubblicano, ma soprattutto imito il comportamento della Maddalena, la sua audacia stupefacente, o meglio amorosa, che affascina il Cuore di Gesù, seduce il mio. Sì, lo sento, anche se avessi sulla coscienza tutti i peccati che si possono commettere, andrei, con il cuore spezzato dal pentimento, a gettarmi tra le braccia di Gesù, perché so quanto ami il figliol prodigo che ritorna a Lui. Non è perché il buon Dio, nella sua misericordia preveniente, ha preservato la mia anima dal peccato mortale, che io mi innalzo a Lui con la fiducia e l'amore.

 

 
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