Teresa di Gesł S - 15 ottobre
PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO AL SIGNORE
PER IL DONO
DI SANTA TERESA D'AVILA
Ti ringraziamo, Signore, per il dono dei Santi attraverso i quali hai continuato e continuerai a manifestare il tuo amore. Abbiamo bisogno della tua presenza, abbiamo bisogno del tuo esempio, abbiamo bisogno del tuo aiuto. Tutto vuoi a noi donare per mezzo delle tue creature, specialmente di quelle che non hanno posto ostacolo alla tua grazia. Le hai riempite di Te ed esse ti hanno accolto ed hanno saputo rifletterti e donarti agli altri.
Una luce oggi ci viene da Santa Teresa d'Avila che da più di quattro secoli è un faro per tutta la Chiesa.
Una luce oggi ci viene da Santa Teresa d'Avila che da più di quattro secoli è un faro per tutta la Chiesa. Da bambina le hai fatto sentire il desiderio di incontrarti. "Voglio vedere Dio" fu il suo primo sogno. Fu un sogno infantile dal quale non volle mai risvegliarsi. Anzi con gli anni, pur circondata da galanterie e da esempi cavallereschi, continuasti ad attirarla verso il bene e le facesti sentire forte la nausea per il peccato che la minacciava, al quale decise di non cedere mai.
A venti anni, lasciando le frivolezze, che tentavano di travolgerla, la chiamasti al Carmelo ed ella rispose fuggendo da casa per donarsi a Te con i voti religiosi.
Le facesti comprendere come Tu la volevi incontrare nella preghiera, e alla preghiera si dedicò, cercando di vivere la vita di orazione, anche se l'ambiente troppo vasto e gremito di sorelle non riusciva a darle quel raccoglimento che avrebbe desiderato.
Te voleva, Te cercava e Tu ti donasti a lei facendole sentire la gioia di essere religiosa, gioia che non le venne mai meno, come segno della tua compiacenza.
Poi la nutristi col cibo dei forti. Sofferenze dell'anima e del corpo la investirono, ma non riuscirono a strapparla dall'attenzione a Te.
Una malattia misteriosa la portò alle soglie della morte. Fu creduta morta, quando Tu delicatamente la risvegliasti e la riconducesti alla vita, per quella strada per la quale ella stessa avrebbe diretto in seguito tante anime.
Nella convalescenza non ti perdeva di mira. Voleva donarti alle anime, come Ti eri donato a lei. Cercava di comunicare Te alla gente, che numerosa aveva piacere di partecipare ai suoi incontri spirituali. L'intenzione era buona, ma le troppe conversazioni nel parlatorio del monastero arrivarono a distrarla.
Parlava di Te, ma pian piano dimenticava di parlate con Te. Anzi per una falsa umiltà decise di lasciare l'orazione. Se ne sentiva indegna.
Non osava più fermarsi a lungo a pregare come prima. Percepiva tutto il disagio dell'allontanamento dalla sorgente, ma non si decideva a cercarla di nuovo. Era confusa. Debole. Soffriva.
Tu vegliavi su di lei e dopo averle fatto sentire l'amarezza della distrazione la volesti incontrare. Fu attraverso una tua immagine sanguinante. Ti vide. Ne fu colpita. Si buttò ai tuoi piedi piangendo, supplicandoti di illuminarla, di liberarla da quella morsa malefica. Ti chiese il dono dell'orazione, di poter bere di nuovo a quella fonte che l'avrebbe dissetata in eterno.
Fu l'incontro definitivo. L'amore per Te trionfò e da quel giorno Teresa fu trasportata alle vette più alte dell'unione con Te.
La guidasti attraverso sacerdoti santi, dotti e saggi ai quali ella aprì il suo animo.
La rendesti docile e sottomessa alle loro direttive, che preferiva anche a ciò che nel frattempo cominciasti a comunicarle attraverso grazie straordinarie di estasi, locuzioni ed apparizioni.
Cercò la verità e, più che in sé stessa, stabilì di scoprirla e seguirla nelle direttive della Chiesa che le si manifestavano attraverso i sacri ministri. Solo in loro era sicura di scoprire la Tua Volontà.
Si abbandonò all'amore per Te, un amore così forte, che nutriva contemplando la Tua Santissima Umanità. Te, Dio fatto Uomo, Uomo dei dolori accettati, anzi scelti, per noi, la spinsero a volersi identificare con le tue sofferenze. Il patire divenne il suo paradiso anticipato, l'incontro più intimo con Te, tanto da farla esclamare: "O morire, o patire!".
Ti presentasti a lei nella Tua umanità di Bambino e alla sua affermazione di essere "Teresa di Gesù" Tu rispondesti affabilmente di essere il "Gesù di Teresa".
Darti anime, farti amare, adorarti nel Sacramento dell'Eucarestia diventò la sua ansia.
Facesti nascere in lei il desiderio di una vita più austera, più piena di Te e la portasti a riformare l'Ordine del Carmelo che allora, un po' come tutti gli Ordini Religiosi, soffriva per una certa mitigazione che rallentava il cammino alla santità.
Le desti il coraggio di viaggiare, di percorrere per lungo e per largo la sua terra di Spagna nella quale riuscì a fondare diciassette monasteri riformati.
Gioiva nel vederti adorato in quelle nuove chiesette, spoglie, povere come la grotta di Betlemme. In esse comunicava alle sue sorelle lo spirito di orazione e di raccoglimento, che ormai la rapivano, pur in mezzo a mille spostamenti e travagli.
La facesti incontrare con San Giovanni della Croce e insieme li conducesti a dare vita alla riforma anche nel ramo maschile.
Il suo "intimo rapporto di amicizia con Te dal quale sapeva di essere amata" la rese donna prudente e saggia, ma forte e decisa nello zelo per la Tua causa.
Anche i carri, che la portavano in giro con le sue monache per le varie fondazioni, sapeva trasformarli in oratori, dove, come in un monastero, al richiamo di una piccola campana, scandiva il tempo per la preghiera.
Le comunicasti il tuo Amore così forte da farla sentire ferita da un serafino che con un dardo infuocato le trapassava il cuore.
Maria divenne sua Madre, quando a quindici anni perse la mamma terrena, e le restò Madre per tutta la vita.
A Maria affidò le chiavi di quel difficile monastero quando fu inviata dai superiori come Priora, e alle centocinquanta sorelle agitate riuscì a far sentire la maternità della Vergine Santa facendo loro riacquistare serenità e pace.
Le ispirasti la confidenza in San Giuseppe e, per sua intercessione, non facesti mai mancare il necessario ai suoi monasteri.
Lo Spirito Santo la illuminò nei tanti suoi scritti, nei quali, tra le descrizioni delle Tue grazie e delle opere che le facevi compiere, riuscì così bene a coinvolgere le anime da contagiarle, con le sue stesse espressioni, nella gratitudine, nell'abbandono e nell'amore per Te.
"Nulla ti turbi" e "Solo Dio basta" furono il sostegno nelle tante tribolazioni. "Tutto passa. Con la pazienza tutto si acquista. Se hai Dio nel cuore non manchi di nulla", portava scritto nel Breviario che aveva sempre davanti agli occhi.
"Sono figlia della Chiesa" le facesti pronunciare prima di incontrarsi definitivamente con Te, indicandoci così la strada più sicura per la nostra salvezza.
Mentre ti ringraziamo per averci donato una santa e un esempio sì sublime, ti preghiamo per la sua intercessione di concedere anche a noi un po' del suo spirito e di continuare a farci bere a questa sorgente che zampilla per la vita eterna.
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SANTA TERESA
DI GESU'
VERGINE, DOTTORE DELLA CHIESA
E MADRE DEL CARMELO RIFORMATO
15 ottobre
Teresa de Ahumada y Cepeda (Avila, Spagna, 28 marzo 1515 - Alba de Tormes, 4 ottobre 1582 - il giorno dopo, per la correzione gregoriana del calendario, diventò il 15 orrobre), donna di eccezionali talenti di mente e di cuore, entrò a vent'anni nel Carmelo di Avila, dove concepì e attuò la riforma che prese il suo nome. Unì alla più alta contemplazione un'intensa attività. Insieme a S. Giovanni della Croce, fondò nuovi monasteri e conventi dell'Ordine, riportando in essi la purezza e l'austerità delle origini. Fedele alla chiesa, nello spirito del Concilio di Trento, contribuì al rinnovamento dell'intera comunità ecclesiale. Lasciò nella sua autobiografia e nei suoi scritti di spiritualità un documento di profonda esperienza mistica. Fu canonizzata da Gregorio XV il 12 marzo 1622 e fu dichiarata Dottore della Chiesa da Paolo VI il 27 settembre 1970.

preghiera
O Dio, che per mezzo del tuo Spirito hai suscitato nella Chiesa santa Teresa di Gesù per guidarci nel cammino della perfezione, concedi a noi, che la veneriamo maestra e madre, di nutrirci spiritualmente della sua dottrina per essere infiammati da un vivo desiderio di santità.
S.Teresa di Gesù nacque ad Avila (Spagna) il 28 marzo 1515 da Alfonso Sanchez de Cepeda Beatrice de Ahumada.
Agli inizi di quel secolo la Castiglia non era più una semplice contea e neppure solo un regno: era diventata improvvisamente (con Carlo V) il centro di un impero su cui non tramontava mai il sole.
Teresa non aveva ancora 16 anni che la sua piccola città di Avila, splendida come un castello, si apriva per accogliere l'imperatrice che veniva a passare l'estate col piccolo Filippo II, di quattro anni: trecento coppie di fanciulle della nobiltà (tra le quali certamente Teresa) avevano danzato per festeggiare l'arrivo delle loro imperiali maestà.
Qualche anno dopo lo stesso Carlo V (che nel 1530 aveva ricevuto dal Papa a San Petronio di Bologna la corona d'oro d'imperatore) entrava trionfalmente ad Avila inaugurando una di quelle feste per le quali era capace di spendere quanto sarebbe bastato per armare un esercito.
Nella casa di Don Alfonso de Cepeda vivevano sei maschi e tre femmine. La madre era morta quando Teresa aveva appena dodici anni.
Uno alla volta i maschi partivano per il nuovo mondo scoperto da Cristoforo Colombo, al di là dell'Oceano, spinti da un impulso che stava a metà strada tra il desiderio di carriera e di conquista e la coscienza d'avere una missione cristiana da compiere.
Restavano a casa le tre femmine, delle quali la più impetuosa era certamente Teresa.
A sei anni era già capace -in quel tempo!- di leggere da sola, e il libro che la affascinava era il Flos sanctorum che raccoglieva assieme la vita di Cristo e quella "eroica" di alcuni santi (martiri, eremiti e sante vergini).
Durante le lunghe sere lo si leggeva insieme in famiglia, ma poi Teresa si prendeva il volume per suo conto e ne ragionava col fratello Rodrigo di otto anni.
Erano insieme affascinati dalla parola: "sempre, sempre, sempre" che andavano ripetendo riferendola all'eternità di felicità in Dio.
Un mattino desiderosi di incontrare Dio, assai presto, i due piccoli fuggirono di casa: volevano andare in una imprecisata "terra dei mori" (la Spagna era stata liberata dal dominio arabo solo da poco), in modo da farsi uccidere per la fede, come i martiri, e così poter entrare in quella "vita eterna" che tanto li affascinava.
Allo zio che riuscì a rintracciarli (quando ormai quasi li piangevano morti, pensandoli caduti in uno dei numerosi pozzi aperti nelle campagne), e poi anche alla mamma che li rimproverava inquieta, Teresa, con la voce e gli occhi pieni di desiderio e di sfida, insisteva: "io voglio andare a vedere Dio".
Altro fascino su di loro era la vita eremitica. Così pensarono che se non potevano diventare martiri, potevano almeno vivere come eremiti. Cominciarono a costruire assieme, nel giardino di casa, una specie di celletta in muratura, ma - dice la santa - "accatastavamo piccoli sassi che finivano per cadere quasi subito".
C'era in fondo un vago desiderio di amare Dio, anche se prevaleva quello del godimento eterno.
Ed ecco che man mano che Teresa entra nello splendore della sua adolescenza e poi della giovinezza, scopre, sì, d'amare Dio come si ama la bellezza, la felicità, l'eternità, ma scopre anche di amare la vita, il suo corpo, il fascino degli affetti e delle avventure umane.
Comincia ad amare assieme, per così dire, il cielo e la terra e non sa bene come le due cose si possano conciliare.
Come a sei anni aveva letto ripetutamente il Flos sanctorum, così nella prima adolescenza legge di nascosto quei romanzi di cavalleria che allora riempiono la Spagna, con i quali la madre malaticcia si distrae nelle lunghe ore di degenza.
Vi consuma "tante ore del giorno e della notte", bene attenta a che il papà non la scopra, e se ne imbeve talmente che sempre col fratello Rodrigo ne scrive uno a due mani: un romanzo cavalleresco che di nascosto i fratelli e i cugini si passano di mano in mano. E pare sia stato molto apprezzato.
Intanto fiorisce la squisita femminilità di questa fanciulla che per tutta la vita riuscirà sempre ad affascinare chiunque le si accosti.
Iniziò a coltivare esageratamente la sua persona: "Cominciai a vestirmi con ricercatezza e a desiderare di comparire. Avevo somma cura delle mani e dei capelli. Usavo profumi e ogni altra possibile vanità: tutte cose che, essendo io molto raffinata, non mi bastavano mai" (Vita 2,3).
Contemporaneamente, nel gruppo dei cugini e dei parenti, diventa lei la confidente di tutte le piccole avventure amorose, e il centro dove s'intrecciano le fila di tutte le affezioni. Lo fa con ingenuità e innata signorilità, ma è nell'età più pericolosa e ciò che osserva e ascolta le si imprime dentro profondamente.
Da un lato resta inestirpabile in lei la persuasione dei valori eterni, definitivi, ai quali occorre consacrare interamente la vita, dall'altro si sviluppa in lei il fascino di tutto ciò che nel mondo è bello, desiderabile, cavalleresco, raffinato, amabile.
A volte il pensiero del chiostro la affascina col suo radicalismo, a volte ne prova "fortissima avversione". E d'altra parte anche il matrimonio le sembra limitare la sua passione per il tutto.
Così Teresa a vent'anni decide di rischiare tutto: sfida il padre che non vuole neppure sentir parlare di vocazione monastica e, all'alba del 2 novembre 1535, fugge di casa e si presenta al monastero carmelitano dell'Incarnazione.
Una strana malattia interrompe i rapidi progressi che la giovane carmelitana va facendo nella vita religiosa. I medici non ci capiscono nulla. Si ricorre perfino a un'empirica che con i suoi rimedi non fa che aggravare l'inferma. Anzi, questa appare morta e già se ne preparano i funerali. Dopo quattro giorni di catalessi, ritorna alla vita, ma in uno stato da far pietà: tutta rattrappita per violentissimi dolori di nervi, ravvolta in se stessa come fosse un gomitolo. Dato che i medici della terra sono impotenti a guarirla, ricorre a quelli del cielo. E San Giuseppe fa il miracolo. Poco, dopo quella che era stata data per morta tornava giubilante, benché ancora debolissima, al monastero dell'Incarnazione, dal quale era uscita momentaneamente per le cure necessarie.
La convalescente ritornò al monastero con i più grandi desideri di consacrare al Signore la vita tanto misericordiosamente riavuta. Ma il demonio non dormiva. Ricominciarono, attraverso la grata, le conversazioni frivole e mondane della sua adolescenza.

E cos' "di passatempo in passatempo.di vanità in vanità, di occasione in occasione, cominciai a metter di nuovo in pericolo la mia povera anima sino a vergognarmi di continuare con Dio quella particolare amicizia che deriva dall'orazione" (Autob.)
Parlava anche di Dio, ma non solo di Dio. Aveva paura di abbandonare tutto, non riusciva ancora a credere completamente che l'amore di Dio solo potesse colmarle il cuore.
Un episodio particolare diede una svolta alla sua vita.
Un giorno, tornando da uno di quei colloqui spirituali che ormai la turbavano e la impoverivano, si trovò a passare davanti a un'immagine di Cristo piagato, che occasionalmente era stato portato in convento per una certa celebrazione.
Ecco come ella stessa lo racconta:
"Appena lo guardai... il dolore che provai, la pena dell'ingratitudine con la quale rispondevo al suo amore fu così grande che mi parve che il cuore mi si spezzasse. Mi gettai ai suoi piedi tutta in lacrime e lo supplicai di darmi la grazia di non offenderlo più" (9,1).
Fu come una nuova nascita; Teresa ne parlerà come dell'inizio di una "nuova vita".
Era accaduta una conversione profonda, difficile da descrivere. Capisce che Cristo è assieme il nostro Dio e il nostro prossimo, l'eterno che è entrato nel tempo, l'amico con cui si può vivere, parlare, stare come e più di quanto si faccia con ogni altro amico.
Non solo, ma Cristo è il centro in cui tutto può e deve essere nuovamente raccolto. Da allora si dedicò con passione assoluta alla preghiera percepita secondo un metodo particolare: fare compagnia a Cristo nei misteri della sua vita terrena, attraverso il massimo realismo possibile: quello delle immagini, ma soprattutto quello dell'Eucaristia.
E fu una inondazione di visioni, di esperienze, come se si fosse appunto lacerato un velo che la separava un po' da Cristo.
"Mi sembrava -scrisse Teresa- che Gesù mi camminasse sempre a fianco... Sentivo chiaramente che mi stava sempre al lato destro, testimone di ciò che facevo e mai potevo dimenticare, se appena mi raccoglievo un pochino o non ero molto distratta, che Lui era accanto a me" (27,1).
"D'ora in poi -le disse un giorno Gesù- non voglio che tu parli più con gli uomini". E Teresa obbedì non nel senso di entrare in uno spiritualistico mutismo (ché anzi la sua vita si riempirà come non mai di contatti umani, di dialoghi, di affari perfino), piuttosto nel senso di un nuovo, profondo senso di prendere la vita.
Tutto dunque può essere nuovamente "detto", e tutto può essere nuovamente "amato", ma "in Lui".
Teresa ha ormai quarantacinque anni e una nuova pagina della sua vita sta per essere voltata. Attraverso circostanze apparentemente casuali le è chiesto di ripensare alla sua vocazione. Vive in un monastero dove sono radunate quasi duecento monache; i problemi pratici, economici, disciplinari non mancano. Dirà che quel gran numero di suore non la disturbavano nel suo rapporto con Dio "più che se fosse stata sola". Tuttavia ascolta qualche amica che le fa balenare dinanzi il proposito di un piccolo, povero convento, con poche suore (dodici come il collegio degli apostoli), che nel profondo silenzio e in vera povertà sia come "un angolino di cielo".
Era necessario pregare e far pregare per la Chiesa che stava attraversando un periodo di grandi prove. L'eresia luterano, dopo aver strappato da Roma il cuore dell'Europa, cercava di avviluppare e soffocare tra i suoi tentacoli le altre nazioni.
La notizia dei danni e delle stragi che l'eresia andava accumulando in Francia giunse anche alle sue orecchie. Ne provò una pena profonda. Non le retava veramente che pregare e far pregare con tutto il fervore possibile.
Il sogno di un nuovo monastero tutto dedito a questa preghiera si fece strada nel suo animo. Era necessario essere in poche. Dopo molte traversie Teresa lo realizza, accogliendovi alcune ragazze di Avila a cui fa da Madre nelle vie dello spirito, e là vive convinta d'aver toccato il porto della sua vita, felice soprattutto di quella sintesi finalmente accaduta tra l'eterno e il tempo, tra l'amore di un Dio sommamente amato e l'amore altrettanto pieno e caldo per quelle creature che Lui stesso le ha affidate.
Lei, Teresa, è tutta felice di vivere con quelle "anime così sante la cui brama era solo quella di servire e lodare il Signore... (Egli) ci provvedeva del necessario senza che lo chiedessimo e quando ce lo lasciava mancare -ciò che avveniva assai di rado- la gioia era ancora più grande".
Sono le prime parole del Libro delle Fondazioni: nei primi capitoli Teresa raccoglie i "Fioretti" carmelitani, assai simili a quelli dell' esperienza francescana.
Tutto sembra concluso, e invece tutto sta per cominciare; per ora Teresa "muore di non morire", vive cioè, come dice lei stessa, sobbalzando di gioia ogni volta che l'orologio scandisce le ore, pensando che l'incontro definitivo con Cristo si è ancora un po' avvicinato.
"Questa casa -scriveva finalmente Teresa- è un cielo, se ce ne può essere uno sulla terra".
Ma ormai appartiene totalmente a Cristo ed è disponibile a tutto. A volte veramente ha l'intuizione che qualcosa non sia ancora compiuto. Scrive: "Mi veniva spesso da pensare che Dio, nel ricolmare quelle anime (parla delle sue compagne) di tante ricchezze, doveva avere una qualche grande finalità".
Sente d'altronde crescere in sé il desiderio di comunicare ad altri quel bene che esperimenta "parendomi molte volte di essere come una persona in possesso di un grande tesoro e desiderosa di farne parte a tutti" (Fond. 1,6).
Viveva. A un tratto le viene rivelato il volto tragico e dolente della Chiesa del suo tempo. Proprio mentre ella fonda il suo primo nuovo monastero carmelitano, in Francia si scatenano le guerre di religione.
Uno scenario mai immaginato si apre davanti alla coscienza di Teresa: cristiani che combattono e uccidono altri cristiani, le chiese Incendiate e devastate, monasteri aggrediti e svuotati, l'Eucaristia profanata, il papa e i vescovi divenuti bersaglio di odio e disprezzo.
Teresa era troppo intelligente per non capire subito che quei "grandi mali della Chiesa" -come li chiamava- erano il triste risultato di una realtà antecedente che lei stessa definì "le grandi necessità". Troppi cristiani erano stati infedeli alla loro vocazione. La decadenza della vita religiosa, ad esempio, non le era del tutto ignota.
Oltre a questo giungevano a Teresa tristi notizie anche "Indie", cioè dalle nuove terre scoperte da Colombo.
Rodrigo - il compagno delle sue infantili avventure e dei suoi mistici desideri di allora- era morto combattendo sul Rio de la Plata. Anche il fratello Antonio (quello che ella in un primo tempo aveva convinto a farsi religioso come lei) era morto combattendo.
Ma ciò che più la rattristava erano le anime che si perdevano, divenuti preda di caccia da parte di certi conquistatori spagnoli disumani e feroci.
"Rimasi così afflitta -racconterà Teresa- che mi ritirai tutta in lacrime" .
Scriverà un giorno al fratello Lorenzo che si trovava ancora oltremare: "Quante sventure sia qui da noi che là da voi! Molte persone mi parlano e molte volte non so proprio cosa dire se non che siamo peggio delle bestie".
Di tutto quello che udiva, lei faceva argomento di preghiera, di dialogo con Cristo, di decisione.
Nella sua santità e umiltà attribuiva a sè la responsabilità di tante disgrazie. Dirà al Signore: "Forse sono proprio io quella che Ti ha incollerito con i miei peccati, al punto di far piombare sulla terra tanti mali". Confesserà, infatti, nella Autobiografia: "Mi pareva di essere così perversa, da credere che tutti i mali e le eresie del mondo fossero effetto dei miei peccati" (30,8).
Così, per un insieme di circostanze e di richieste autorevoli, capì di doversi dedicare non solo alla guida di quel primo conventino. Divenne fondatrice di ben diciassette monasteri, dove il Signore poteva essere amato al posto di coloro che non lo amavano.
Le vicende sono descritte abbondantemente nel libro delle Fondazioni.
......
"Dio -ha scritto un giorno Teresa- non vizia le anime": più le ama e più fa loro percorrere tutta la strada percorsa da Gesù Cristo, fino alla Croce.
Così, per un disegno misterioso di Dio, negli ultimi giorni della vita, le accadde ciò che, fino a qualche tempo prima, le sarebbe sembrato impossibile.
Il suo ultimo viaggio, affrontato con pena e per pura obbedienza perché ormai si sentiva "molto vecchia e stanca", fu tutto un seguito di umiliazioni e di delusioni.
In un monastero, per una questione di eredità, si vide male accolta e quasi cacciata; in un altro, la Priora che le era sempre stata affezionata le si mostrò così ostile (per un richiamo ricevuto) che la Santa afflitta non riuscì a prendere sonno e la mattina se ne partì febbricitante, senza aver il coraggio di chiedere nulla per il viaggio.
Durante il lungo cammino si sentì male e chiese qualcosa da mangiare; la suora che l'accompagnava non riusciva a trovar nulla e le portò, piangendo dal dispiacere, qualche fico secco rimasto nella bisaccia.
"Non piangere, figlia mia -le disse Teresa-, questo è quello che Dio ci chiede adesso". "Mi consolava -raccontò la compagna- dicendomi che non mi dovevo affliggere perché quei fichi erano veramente molto buoni e che tanti poveri non avevano neppure quel piccolo dono".
Finalmente giunse ad Alba de Tormes e chiese di potersi subito coricare: "Mio Dio -disse-, come mi sento stanca, sono più di vent'anni che non mi corico così presto" .
Numerose emorragie la sfinirono. Stava nel suo letto come una povera vecchietta e tutti la udivano ripetere: "O Dio, non disprezzare il mio cuore contrito e umiliato" .
Si sentiva afflitta al ricordo dei suoi peccati e chiedeva perdono d'aver servito Dio così male. Alle sue suore diceva di restare fedeli alla loro vocazione e alla Regola e di non guardare il cattivo esempio che lei aveva dato. Le guardava tutte attorno al suo letto e diceva: "Sia benedetto Dio che mi ha condotto in mezzo a voi", come se esse fossero il suo rifugio e la sua protezione.
Ripeteva spesso, come per spiegarlo al Signore: "In fondo sono figlia della Chiesa", e aggiungeva: "Ti ringrazio, Signore Dio mio e Sposo della mia anima, perché hai fatto di me una figlia della tua Santa Chiesa Cattolica".
Le chiesero se voleva essere seppellita ad Avila, in quel monastero che tanto amava. Si mostrò stupita oltremodo:"Gesù! - disse -. È une cosa da chiedere questa? Ho forse io qualcosa di mio? Qui non mi faranno la carità di un po' di terra?".
Raccontò il suo biografo:
"Alle cinque della sera chiese il Santissimo Sacramento e stava ormai così male che non riusciva più a muoversi nel suo letto.., quando si accorse che giungevano con l'Eucaristia e vide entrare per la porta della cella quel Signore che tanto amava, ella, benché fosse così prostrata e avesse addosso una pesantezza mortale che le impediva anche solo di rigirarsi, si sollevò senza l'aiuto di nessuno, tanto che pareva si volesse gettare dal letto e bisognò tenerla... Diceva: "O Signore mio, e mio Sposo, è giunta l'ora che ho tanto desiderato. È tempo ormai che ci vediamo. È tempo che io venga, è giunta l'ora".
Verso le nove di sera -poco prima di morire- il volto le si illuminò in un modo impressionante, divenne radioso; la mano che stringeva il Crocefisso si serrò con tanta forza che non riuscirono più a toglierglielo. Morì muovendo le labbra e sorridendo come se parlasse a qualcuno che era finalmente giunto. Era il 4 ottobre 1582. Aveva sessantasette anni e mezzo.
Le suore di tutti i monasteri raccontarono poi i prodigi che accaddero dappertutto, mentre la loro Madre moriva.
Quelle di Alba de Torres raccontarono il prodigio più delicato: c'era un alberello rinsecchito davanti alla finestra della cella in cui Teresa moriva, un arbusto che non aveva mai dato fiori né frutti; ed ecco che, dopo quella notte, all'alba era tutto coperto di fiori bianchi come di neve. Ed era ottobre.

VEGLIA DI PREGHIERA IN PREPARAZIONE ALLA FESTA
DI SANTA TERESA D'AVILA
LA SAMARITANA E L’ACQUA VIVA
(Gv 4,1-42)
Canto d’inizio
Celebrante: Nel nome del Padre…..
Guida: La stanza principale della casa paterna di S. Teresa, ad Avila, era adorna di un grande dipinto raffigurante Gesù in dialogo con la Samaritana presso il pozzo di Giacobbe. Teresa ha potuto contemplarlo durante tutta la sua giovinezza, e deve aver letto e ripetuto più volte l’iscrizione alla base del dipinto: « Domine, da mihi hanc aquam ».
La Samaritana è una delle figure del Vangelo in cui S. Teresa si specchia: è una convertita che le dà grande consolazione (Vita 9,7).
Le qualità dell’anima della Samaritana sono le stesse note caratteristiche di quella di Teresa: sete di Dio, umiltà, ardore apostolico.
Per S. Teresa l’« acqua viva », di cui parla Gesù alla Samaritana, è divenuta il simbolo per eccellenza dell’«orazione di unione con Dio ».
Rispondendo all’appello di Dio, raggiungerà lei stessa, in tappe successive, la sorgente d’« acqua viva » che è il Cristo.
Teresa ha bevuto abbondantemente a questa sorgente, all’amicizia di Gesù, tanto che ella stessa è divenuta, come Gesù aveva promesso alla Samaritana, "una sorgente di acqua zampillante per la vita eterna".
Divenuta maestra di orazione, ha soddisfatto la sete di molti "spirituali", mostrando loro il cammino che conduce a questa sorgente segreta e nascosta. Il suo insegnamento è tanto più efficace in quanto essa stessa ha conosciuto crisi e lotte, anni di preghiera difficile. La sua esperienza ci mostra come Dio prenda sempre l’iniziativa e ci perseguiti col suo amore e, d’altra parte, come spetti a noi togliere gli ostacoli perché egli possa invaderci.
Dall’intuizione che la preghiera consiste in un rapporto di amicizia, in un frequente colloquio con il Signore, deriva tutto il messaggio di S. Teresa.
Non si tratta di un mero sentimentalismo. L’amicizia è incontro di due che si amano. E « fare orazione » per Teresa è incontrarsi con Dio come con un amico, nella convinzione che lui ci vuol bene.
Ora, chi di noi non ha un’esperienza di amicizia? L’amicizia è colloquio, è sguardo, è abbandono. Siamo attirati potentemente da chi ci ama.
Per questo S. Teresa nella sua definizione dice che pregare è intrattenersi con « Colui che sappiamo che ci ama ».
La consapevolezza di questo amore immenso - fatta di fede e non di sentimento - sostiene la speranza nella ricerca di quel Bene che «solo basta» e ci stimola a una risposta generosa nell’amore, rendendo sempre più vivo il desiderio di unione con l’Amico divino.
Vogliamo vivere questa veglia di preghiera accompagnati da alcune delle riflessioni che S. Teresa esprime sul tema dell’« acqua viva ».
VANGELO : Dal Vangelo di Giovanni (Gv 4, 3-15) (Cronista, Gesù, Samaritana)
" Gesù lasciò la Giudea e si diresse di nuovo verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samarìa. Giunse quindi ad una città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno.
Arrivò intanto una donna di Samarìa ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere ». I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: « Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? ». I giudei infatti non mantengono buone relazioni con i samaritani.
Gesù le rispose: « Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva ». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge? ». Rispose Gesù: « Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell’acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna ». « Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua ».
Riflessione personale (pausa di silenzio)
I MOMENTO
Desiderio dell’acqua viva
Guida: Parlando dell’orazione, S. Teresa usa un’immagine suggestiva per illustrare il progresso che un’anima compie nel cammino della preghiera, quella dell’«acqua», e dice: « Non trovo nulla di più adatto per spiegare certe cose di spirito quanto l’acqua che io amo assai e che ho osservato con attenzione speciale, a preferenza di ogni altro elemento » (Castello interiore IV,2,2).
1° Lettore: Dall’Autobiografia di S. Teresa d’Avila (Vita 30, 19).
Quando l’anima sente che Dio la favorisce di trasporti d’amore, gli effetti che ne derivano sono così vistosi che l’anima avverte quasi subito il proprio miglioramento, perché si sente immediatamente agitata da generosi desideri e non riesce a sentirsi mai soddisfatta.
Avviene come in certe piccole polle d’acqua sorgiva che io ho visto sgorgare dal terreno, dove la sabbia sovrastante non cessa mai di ribollire verso l’alto. Mi sembra proprio che questo paragone ritragga al naturale le anime giunte fin qui: l’amore pulsante in esse è sempre in stato di ebollizione e progetta continuamente nuove imprese, è incapace di contenersi come quell’acqua sembra non poter restare dentro la terra e ne zampilla fuori.
Ecco lo stato abituale dell’anima arrivata a questo stadio, che non ha requie e per l’amore pulsante nel suo intimo e dilagante in lei non sa più contenersi: vorrebbe che tutti ne bevessero, visto che lei ne ha d’avanzo, per aiutarla a lodare Iddio.
Oh, quante volte mi sono ricordata dell’acqua viva di cui parlò il Signore alla Samaritana! Sono molto affezionata a quel passo del Vangelo, e lo ero fin da bambina, tanto che, senza ancora comprendere, come adesso, il valore di questo bene, supplicavo spesso il Signore a darmi di quell’acqua; e nella mia stanzetta tenevo un quadro che rappresentava Gesù vicino al pozzo, con sotto le parole: « Domine, da mihi aquam! ».
Riflessione personale (pausa di silenzio)
Canto
II MOMENTO
Gradi di orazione
Guida: Nell’orazione Teresa si apre a Cristo per ricevere in abbondanza l’acqua della grazia, l’acqua della sua presenza divina. Nel brano che leggeremo, S. Teresa comincia a disegnare a grandi linee, il trattato delle « quattro acque » o « quattro modi » di irrigare il giardino della sua anima. In sostanza sono quattro forme o « gradi di orazione », che descrivono l’evoluzione della vita spirituale, il cammino ascensionale per accostarci a Dio ed entrare in familiarità, in intima comunione con Lui.
2° Lettore: Dall’Autobiografia di S. Teresa d’Avila (Vita, 11,1.5.6.7)
Parlando di coloro che cominciano a essere servi dell’amore, mi pare che ciò consista nel determinarsi a percorrere il cammino dell’orazione dietro a Colui che tanto ci ha amato…
Se possedessimo perfettamente il vero amore di Dio, avremmo insieme ogni sorta di beni. Ma noi siamo così avari e così lenti nel darci a Dio che non ci determiniamo mai a metterci nelle disposizioni per riceverlo, anche perché essendo esso tanto prezioso, il Signore esige che non sia goduto se non a caro prezzo…
Questa è la via battuta da Gesù Cristo, e questa devono pur percorrere coloro che intendono seguirlo se non vogliono perdersi…
Sarà necessario che mi serva di qualche paragone… Chi muove i primi passi in questo campo, deve far conto di tramutare in giardino di delizie, per il Signore, un terreno molto incolto, nel quale non germogliano che erbe cattive. Sradicare le erbe cattive e piantarne di buone è lavoro di Dio, che supponiamo già fatto fin da quando l’anima si determina per l’orazione e comincia a praticarla. Ora a noi, come a buoni giardinieri, incombe l’obbligo di procurare, con l’aiuto di Dio, che quelle piante crescano: perciò innaffiarle affinché non muoiano, ma producano invece fiori di deliziosa fragranza per ricreare il Signore.
Vediamo ora in che modo si può irrigare un giardino, per capire che cosa dobbiamo fare, la fatica che ci verrà a costare, fino a quando farla durare e se questa sarà superiore o minore del guadagno.
Mi sembra che un giardino si possa irrigare in quattro modi: - cavando l’acqua da un pozzo, che è il modo più faticoso; - portarla negli acquedotti per mezzo di una noria, ossia col far girare una gran ruota, che qualche volta ho manovrata pur io; sistema che fa estrarre più acqua con minor fatica; - derivandola da un fiume o da un ruscello, che è il sistema migliore perché la terra rimane più imbevuta d’acqua, non occorre irrigarla tanto spesso, e il giardiniere ha molto meno da faticare; - e, finalmente, con una buona pioggia, nel qual caso è Dio stesso che irriga senza alcuna nostra fatica; sistema certamente migliore di tutti gli altri sopra elencati.
Riflessione personale (pausa di silenzio)
Canto
III MOMENTO
Difficoltà a concentrarsi
Guida: Spesso restiamo facilmente alla superficie degli avvenimenti, di noi stessi, dei rapporti con gli altri e non cogliamo l’anima di tutto.
S. Teresa parla di questa nostra situazione come una atrofia dello spirito: insufficiente vita di grazia e facile accondiscendenza a ciò che ci trascina fuori dell’orbita di Dio. In realtà, le vere difficoltà della preghiera non dipendono tanto da temperamento, errore di metodo, ecc., quanto dall’incoerenza tra preghiera e vita.
Non si possono porre le premesse dell’amicizia con Dio, senza lottare: a pregare, infatti, si impara... pregando, come a camminare si impara camminando. Si tratta, in fondo, di incontrare il Signore così come siamo, senza aspettare di sentirci «buoni», per metterci davanti a Dio; ma avere la ferma decisione di non tirarci più indietro, di essere fedeli all’appuntamento con il Signore, costi quel che costi.
Cominciare, non è riuscire. Il realismo, perciò, deve accompagnarci sempre per saper ricominciare dopo ogni caduta senza illusioni e scoraggiamenti: certi che è Dio che ci chiama e ci dà la forza di rispondere.
3° Lettore: Dal Cammino di perfezione di S. Teresa d’Avila (Cammino 19, 1.2).
Con l’aiuto di Dio, voglio suggerirvi alcuni consigli per fare orazione, e farvi comprendere che sono molte le anime che soffrono di non poter fermare l’intelletto, affinché non abbiate a scoraggiarvi, se siete anche voi di questo numero.
Vi sono delle anime e delle menti così scombinate che somigliano a cavalli sfrenati, che nessuno riesce ad arrestare: vanno ora qui ora là, sempre in perpetua agitazione… Le anime che per la loro stessa natura, o perché Dio lo permette, tirano avanti in questo modo, mi fanno molta compassione.
Mi sembrano infatti delle persone torturate dalla sete, che vedono l’acqua da molto lontano, e quando vogliono recarsi sul posto a bere, trovano chi sbarra loro l’accesso all’inizio, nel mezzo e al termine del cammino.
Succede magari che quando, dopo aver tanto faticato, sono riusciti a vincere i primi nemici, si lasciano sopraffare dai secondi, e preferiscono morire di sete piuttosto che bere un’acqua destinata a costare tanto: si perdono di coraggio e cessano di lottare.
Altri invece ne hanno a sufficienza anche per vincere la seconda pattuglia di nemici, ma poi manca loro l’energia per battere il terzo schieramento, magari proprio quando ormai sono che a due passi dalla sorgente. E crollano nei pressi di quella fonte d’acqua viva attingendo alla quale, come dice il Signore parlando alla Samaritana, « chi ne beve non avrà più sete in eterno ». (Gv 4,13).
Oh, com’è vera questa parola pronunciata dalla stessa Verità! L’anima che beve di quell’acqua non avrà più sete di alcuna cosa offerta da questa vita; in compenso però, nell’anima cresce, molto più gagliardamente di quanto possiamo immaginare, rapportandoci all’arsura naturale, la sete per le cose dell’altra vita.
Con quanto ardore si desidera quella sete, di cui si comprende il grande valore! Benché sia penosissima ed estenuante, tuttavia porta con sé tanta dolcezza da stemperarne gli ardori, perché, mentre spegne la bramosia delle cose terrene, infonde al suo posto un senso di sazietà con le celesti.
Per cui la grazia più grande che Dio possa fare a un’anima quando si degna di dissetarla, è quella di lasciarla ancora assetata; sicché la sua massima aspirazione resta quella di tornare a chiedere di quest’acqua: più beve, più desidera di bere!
Riflessione personale (pausa di silenzio)
Canto
IV MOMENTO
Proprietà dell’acqua viva
Guida: Per S. Teresa è chiaro che l’orazione plasma la vita, e che l’orante, se è coerente, diventa della stessa condizione dell’Amico, secondo il proverbio: «Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei».
Per spiegarlo, Teresa riprende il linguaggio figurato: ricorre alle proprietà dell’acqua, tre specialmente tra le molte che ha notato: quella di rinfrescare, lavare e dissetare!
Colui che prega si apre all’influenza divina, si lascia impregnare dell’acqua della grazia, dell’amore dell’Amato. Egli non deve fare altro che ricevere: essere semplicemente attento a non lasciar passare l’ora della grazia.
L’acqua scorre: dobbiamo soltanto lasciarci bagnare!
4° Lettore: Dal Cammino di perfezione di S. Teresa d’Avila (Cammino 19, 3-8).
Fra le molte proprietà dell’acqua se ne notano specialmente tre, che fanno al caso mio.
La prima è quella di rinfrescare. Difatti, per quanto caldo uno abbia, se egli s’immerge nell’acqua, se ne ha refrigerio; così è anche di un grande fuoco che si spegne con l’acqua, a meno che non sia di catrame, perché allora, dicono, si accende ancor di più.
Oh, buon Dio, quale meraviglia suscita vedere un fuoco che con l’acqua si accende di più: un fuoco forte, potente, non soggetto agli elementi, O buon Dio, come ciò è meraviglioso! Vedere un fuoco che con l’acqua si ravviva di più: un fuoco forte, potente, non soggetto agli elementi, in quanto l’acqua, pur essendo il suo contrario, non lo smorza, ma anzi lo alimenta!...
Quando Iddio vi porterà a bere di quest’acqua,… la gusterete a fondo e comprenderete anche come l’amore di Dio sia il padrone incontrastato di tutti gli elementi del mondo, purché sia forte, sgombro da ogni attacco terreno e superiore ad ogni cosa.
Non temete che questo fuoco, che deriva da ben altro, possa essere spento dall’acqua, che sgorga dalla terra; benché siano due fattori in contrasto fra loro, l’acqua non ha alcuna forza contro l’amore di Dio, perché è un fuoco dominatore, non è soggetto agli elementi naturali…
Altri fuochi di amor di Dio, deboli e inerti, si spegneranno per il più piccolo incidente, ma non questo: gli si rovesciasse sopra anche un mare di tentazioni, continuerebbe ad ardere ugualmente, fino a dominare anche quello.
Meno ancora si spegne se l’acqua gli cade sopra dal cielo, perché allora i due elementi, oltre a non essere contrari, provengono dal medesimo regno.
Non temete quindi che si danneggino a vicenda, perché anzi ciascuno contribuisce ad incrementare l’effetto causato dall’altro, perché mentre l’acqua (delle vere lacrime, data dal Re del cielo nel tempo della vera orazione) ravviva e contribuisce ad alimentare il fuoco, il fuoco da parte sua aiuta l’acqua a rinfrescare sempre più..
Oh, splendido e meraviglioso spettacolo, gran Dio, vedere un fuoco che raffredda! Sì, e perfino raffredda tutti i legami affettivi del mondo, purché sia mescolato insieme a quell’acqua viva che discende dal cielo...
Quest’acqua, dunque, ci toglie ogni legame affettivo per le creature e ci impedisce di fermarci ad esse, salvo che per accenderle di quel fuoco che, per natura sua, tende già non ad accontentarsi di poco, ma a consumare, potendolo, tutto il mondo. (Cammino 19, 3-5).
5° Lettore: La seconda proprietà dell’acqua è quella di lavare. In che stato sarebbe il mondo, se non ci fosse l’acqua per lavare!...
Orbene, voi sapete quanto lava quest’acqua viva, quest’acqua celestiale e chiara, quando cade dal cielo limpida, o quando non è torbida e non contiene fango, ma si attinge direttamente alla sorgente? Io sono sicura che basta berla una sola volta, per lasciare l’anima netta e pura da ogni colpa.
Quest’acqua significa l’orazione di contemplazione e di vera unione: una grazia totalmente soprannaturale, indipendente dalla nostra volontà, che Dio concede all’anima di bere per purificarla, renderla più netta, e mondarla dal fango e dal disonore in cui si trova immersa, a causa delle sue colpe.
Le dolcezze invece, che ci sperimentano nella meditazione mediante il lavoro dell’intelletto, sono sempre, malgrado tutto, un’acqua che non si beve direttamente alla sorgente, ma, scorrendo sulla terra, non è tanto pura e tanto limpida per il fango che incontra nel suo corso. Di conseguenza io, questa, non la chiamo «acqua viva», perché, standoci di mezzo l’intelletto, è facile che l’anima, anche senza volerlo, si attacchi a qualcosa di terrestre, a causa della nostra misera natura. (Cammino 19, 6-7).
6° Lettore: La terza proprietà dell’acqua è quella di placare e togliere la sete.
Per «sete», secondo me, s’intende il desiderio di una cosa che ci è talmente indispensabile, da condurci alla morte qualora ci venga a mancare.
Strano elemento l’acqua! Se ci manca moriamo, e moriamo pure se l’abbiamo in abbondanza, come si può vedere dai molti che muoiono annegati.
Oh, Signor mio, magari potessi sommergermi in quest’acqua viva sino ad annegare! Sennonché, ciò non può succedere. No, perché l’amore e il desiderio di Dio possono crescere al punto da far, sì, che il soggetto umano non riesca più a sopportarne la veemenza e a farci veramente soccombere, come è successo a molte persone che ne sono morte per davvero.
Io ne conosco una la cui sete era così lancinante e il suo desiderio crescere con una tale intensità, da capire lei stessa, qualora Dio non l’avesse immediatamente soccorsa con un flusso abbondantissimo di quest’acqua viva, accompagnato da rapimenti, che con ogni probabilità sarebbe davvero morta di sete!... Benedetto sia colui che ci invita ad andare a bere al suo Vangelo. (Cammino 19, 8).
Riflessione personale (pausa di silenzio)
Condivisione (durante il silenzio, chi vuole, potrà esprimere, con brevi frasi, la risonanza esterna
della propria riflessione interiore).
Omelia
Preghiera salmodica (Salmo 42-43)
Rit.: Niente ti turbi, niente ti spaventi
Chi ha Dio, niente gli manca.
Niente ti turbi, niente ti spaventi,
Solo Dio basta!
1. Come la cerva anela ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente:
quando verrò e vedrò il volto di Dio?
2. Le lacrime sono mio pane
giorno e notte,
mentre mi dicono sempre:
« Dov’è il tuo Dio? ». Rit.
3. Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge:
attraverso la folla avanzavo tra i primi
fino alla casa di Dio,
in mezzo ai canti di gioia, di una moltitudine in festa.
4. Perché ti rattristi anima mia,
perché su di me gemi?
Spera in Dio, ancora potrò lodarlo,
lui, salvezza del mio volto e mio Dio. Rit.
5. Un abisso chiama l’abisso
al fragore delle tue cascate;
tutti i tuoi flutti e le tue onde
sopra di me sono passati.
6. Manda la tua verità e la tua luce;
siano esse a guidarmi,
mi portino al tuo monte santo
e alle tue dimore. Rit.
7. Verrò all’altare di Dio,
al Dio della mia gioia, del mio giubilo.
A te canterò con la cetra,
Dio, Dio mio. Rit.
Celebrante: Al termine di questa veglia, vogliamo chiedere anche per noi: «Signore, dammi di quest’acqua!», il dono dell’orazione. Per questo con fiducia filiale, ci rivolgiamo a Dio Padre, invocandolo:
Padre nostro...
Celebrante:
Preghiamo:
O pietoso e tenero Signore dell’anima mia, Voi avete pur detto:
«Venite a me voi che avete sete, e io vi darò da bere».
O Vita che vivificate ogni essere,
non vogliate negarmi quest’acqua dolcissima
che promettete a quelli che la desiderano.
Io la desidero, io ve la chiedo, io vengo a Voi.
Non nascondetevi a me, o Signore.
Voi conoscete il mio bisogno,
e sapete che quest’acqua è l’unica medicina
per l’anima da voi ferita.
O sorgenti vive zampillanti dalle piaghe del mio Dio,
con quanta abbondanza scaturite sempre
per essere di nostro sostentamento!
Con che sicurezza camminerà,
fra i pericoli di questa vita,
chi saprà abbeverarsi a questo divino liquore!
(S. Teresa, Esclamazioni dell’anima a Dio, 9).
Benedizione
Canto finale
******************
PREGHIAMO:
O Santa Teresa, che attraverso la tua costanza nella preghiera, raggiungesti le più alte vette della contemplazione e sei stata additata dalla Chiesa quale maestra di orazione, ottienici dal Signore la grazia di imparare il tuo stile di preghiera per poter raggiungere come te quell’intimo rapporto di amicizia con Dio dal quale sappiamo di essere amati.
PREGHIERA DI RINGRAZIAMENTO AL SIGNORE PER IL DONO DI SANTA TERESA D'AVILA
Ti ringraziamo, Signore, per il dono dei Santi attraverso i quali hai continuato e continuerai a manifestare il tuo amore. Abbiamo bisogno della tua presenza, abbiamo bisogno del tuo esempio, abbiamo bisogno del tuo aiuto. Tutto vuoi a noi donare per mezzo delle tue creature, specialmente di quelle che non hanno posto ostacolo alla tua grazia. Le hai riempite di Te ed esse ti hanno accolto ed hanno saputo rifletterti e donarti agli altri.
Una luce oggi ci viene da Santa Teresa d'Avila che da più di quattro secoli è un faro per tutta la Chiesa.
Una luce oggi ci viene da Santa Teresa d'Avila che da più di quattro secoli è un faro per tutta la Chiesa.Da bambina le hai fatto sentire il desiderio di incontrarti. "Voglio vedere Dio" fu il suo primo sogno. Fu un sogno infantile dal quale non volle mai risvegliarsi. Anzi con gli anni, pur circondata da galanterie e da esempi cavallereschi, continuasti ad attirarla verso il bene e le facesti sentire forte la nausea per il peccato che la minacciava, al quale decise di non cedere mai.
A venti anni, lasciando le frivolezze, che tentavano di travolgerla, la chiamasti al Carmelo ed ella rispose donandosi a Te con i voti religiosi.
Le facesti comprendere come Tu la volevi incontrare nella preghiera, e alla preghiera si dedicò, cercando di vivere la vita di orazione, anche se l'ambiente troppo vasto e gremito di sorelle non riusciva a darle quel raccoglimento che avrebbe desiderato.
Te voleva, Te cercava e Tu ti donasti a lei facendole sentire la gioia di essere religiosa, gioia che non le venne mai meno, come segno della tua compiacenza.
Poi la nutristi col cibo dei forti. Sofferenze dell'anima e del corpo la investirono, ma non riuscirono a strapparla dall'attenzione a Te.
Una malattia misteriosa la portò alle soglie della morte. Fu creduta morta, quando Tu delicatamente la risvegliasti e la riconducesti alla vita, per quella strada per la quale ella stessa avrebbe diretto in seguito tante anime.
Nella convalescenza non ti perdeva di mira. Voleva donarti alle anime, come Ti eri donato a lei. Cercava di comunicare Te alla gente, che numerosa aveva piacere di partecipare ai suoi incontri spirituali. L'intenzione era buona, ma le troppe conversazioni nel parlatorio del monastero arrivarono a distrarla.
Parlava di Te, ma pian piano dimenticava di parlate con Te. Anzi per una falsa umiltà decise di lasciare l'orazione. Se ne sentiva indegna.
Non osava più fermarsi a lungo a pregare come prima. Percepiva tutto il disagio dell'allontanamento dalla sorgente, ma non si decideva a cercarla di nuovo. Era confusa. Debole. Soffriva.
Tu vegliavi su di lei e dopo averle fatto sentire l'amarezza della distrazione la volesti incontrare. Fu attraverso una tua immagine sanguinante. Ti vide. Ne fu colpita. Si buttò ai tuoi piedi piangendo, supplicandoti di illuminarla, di liberarla da quella morsa malefica. Ti chiese il dono dell'orazione, di poter bere di nuovo a quella fonte che l'avrebbe dissetata in eterno.
Fu l'incontro definitivo. L'amore per Te trionfò e da quel giorno Teresa fu trasportata alle vette più alte dell'unione con Te.
La guidasti attraverso sacerdoti santi, dotti e saggi ai quali ella aprì il suo animo.
La rendesti docile e sottomessa alle loro direttive, che preferiva anche a ciò che nel frattempo cominciasti a comunicarle attraverso grazie straordinarie di estasi, locuzioni ed apparizioni.
Cercò la verità e, più che in sé stessa, stabilì di scoprirla e seguirla nelle direttive della Chiesa che le si manifestavano attraverso i sacri ministri. Solo in loro era sicura di scoprire la Tua Volontà.
Si abbandonò all'amore per Te, un amore così forte che nutriva contemplando la Tua Santissima Umanità. Te, Dio fatto Uomo, Uomo dei dolori accettati, anzi scelti, per noi, la spinsero a volersi identificare con le tue sofferenze. Il patire divenne il suo paradiso anticipato, l'incontro più intimo con Te, tanto da farla esclamare: "O patire, o morire!".Ti presentasti a lei nella Tua umanità di Bambino e alla sua affermazione di essere "Teresa di Gesù" Tu rispondesti affabilmente di essere il "Gesù di Teresa".
Darti anime, farti amare, adorarti nel Sacramento dell'Eucarestia diventò la sua ansia.
Facesti nascere in lei il desiderio di una vita più austera, più piena di Te e la portasti a riformare l'Ordine del Carmelo che allora, un po' come tutti gli Ordini Religiosi, soffriva per una certa mitigazione che rallentava il cammino alla santità.
Le desti il coraggio di viaggiare, di percorrere per lungo e per largo la sua terra di Spagna nella quale riuscì a fondare diciassette monasteri riformati.
Gioiva nel vederti adorato in quelle nuove chiesette, spoglie, povere come la grotta di Betlemme. In esse comunicava alle sue sorelle lo spirito di orazione e di raccoglimento, che ormai la rapivano, pur in mezzo a mille spostamenti e travagli.
La facesti incontrare con San Giovanni della Croce e insieme li conducesti a dare vita alla riforma anche nel ramo maschile.
Il suo "intimo rapporto di amicizia con Te dal quale sapeva di essere amata" la rese donna prudente e saggia, ma forte e decisa nello zelo per la Tua causa.
Anche i carri, che la portavano in giro con le sue monache per le varie fondazioni, sapeva trasformarli in oratori, dove, come in un monastero, al richiamo di una piccola campana, scandiva il tempo per la preghiera.
Le comunicasti il tuo Amore così forte da farla sentire ferita da un serafino che con un dardo infuocato le trapassava il cuore.
Maria divenne sua Madre, quando a quindici anni perse la mamma terrena, e le restò Madre per tutta la vita.
A Maria affidò le chiavi di quel difficile monastero quando fu inviata dai superiori come Priora, e alle centocinquanta sorelle agitate riuscì a far sentire la maternità della Vergine Santa facendo loro riacquistare serenità e pace.
Le ispirasti la confidenza in San Giuseppe e, per sua intercessione, non facesti mai mancare il necessario ai suoi monasteri.
Lo Spirito Santo la illuminò nei tanti suoi scritti, nei quali, tra le descrizioni delle Tue grazie e delle opere che le facevi compiere, riuscì così bene a coinvolgere le anime da contagiarle, con le sue stesse espressioni, nella gratitudine, nell'abbandono e nell'amore per Te.
"Nulla ti turbi" e "Solo Dio basta" furono il sostegno nelle tante tribolazioni. "Tutto passa. Con la pazienza tutto si acquista. Se hai Dio nel cuore non manchi di nulla", portava scritto nel Breviario che aveva sempre davanti agli occhi.
"Sono figlia della Chiesa" le facesti pronunciare qualche istante prima di incontrarsi definitivamente con Te, indicandoci così la strada più sicura per la nostra salvezza.
Mentre ti ringraziamo per averci donato una santa e un esempio sì sublime, ti preghiamo per la sua intercessione di concedere anche a noi un po' del suo spirito e di continuare a farci bere a questa sorgente che zampilla per la vita eterna.
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GLI SCRITTI Raccolti in unico volume prendono il nome di "OPERE". Essi sono:
LA VITA.
Autobiografia in 40 capitoli, nei quali descrive la sua vita, presa nel suo aspetto esteriore ed interiore, con riferimenti continui alle grazie e favori concessi da Dio.
I primi sette capitoli contengono il racconto della sua vita, fino al momento in cui Dio interviene, facendole capire come sia importante non lasciare mai l'orazione.
Nel cap. 8° presenta la sua esperienza di risposta a Dio, esortando a fare altrettanto: "Non capisco perché molti non osino applicarsi all'orazione mentale, né di che abbiano paura…. Se per quelli che non servono Dio, per non dire che l'offendono, l'orazione è apportatrice di tanti beni, ed è anzi così necessaria che nessuno può immaginare un maggior danno del tralasciarla, perché dovrà trascurarla chi lo serve e gli vuol essere fedele? E' una cosa che non capisco, a meno che non sia per voler sopportare con maggior pena i dolori della vita e chiudere a Dio la porta per la quale suole inondarci di consolazione. Mi fanno compassione questi che servono Dio a loro spese. Non così chi pratica l'orazione. Le spese di costui le paga tutte il Signore: per un po' di violenza, gli dà tanta gioia da divenirgli leggero qualsiasi travaglio."
Dopo qualche capitolo, nel quale cerca di convincere chi legge a darsi all'orazione, nel cap. 11° comincia a parlare dei quattro gradi di orazione, che illustra col paragone di colui che vuole innaffiare un giardino. Li descrive secondo l'esperienza di quei tempi: il primo modo è quello di cavare l'acqua dal pozzo, con molta fatica, il secondo è quello di servirsi di una gran ruota che si deve far girare con qualche fatica di meno, il terzo è quello di derivarla da un fiume o da un ruscello, cosa molto più leggera e proficua, anche per il terreno che ne resta meglio imbevuto, il quarto è quello di una buona pioggia che viene dal cielo. Fino al cap. 21° spiega questi quattro gradi di orazione.
Dal cap. 22° in poi, riprendendo il racconto della sua vita, con le grazie che il Signore le ha accordato, consiglia e suggerisce il modo di comportarsi, sia alle anime che ai direttori spirituali.
IL CAMMINO DI PERFEZIONE.
42 capitoli di esortazioni e guida per la vita religiosa carmelitana nei monasteri da lei fondati. Molti capitoli (16) sono riservati ad una meditazione sul Padre Nostro.
E' un libro pieno di elevazioni a Dio, di preghiere di lode e di ringraziamento e di suppliche alle sorelle, per esortarle ad agire come l'esperienza la spinge a scrivere.
Dopo avere descritto ciò che l'ha ispirata a fondare quei nuovi monasteri, si ferma su tre cose importanti da osservare "per godere quella pace interna ed esterna che il Signore ci ha tanto raccomandato. La prima è l'amore che dobbiamo portarci vicendevolmente; la seconda il distacco dalle creature; la terza la vera umiltà, la quale, benché posta per ultimo, è prima ed abbraccia le altre".
Nel trattare questi tre argomenti si ferma a parlare dell'amore perfetto, della mortificazione, del distacco dalle cose, dagli affetti e da sé stessi, e dell'umiltà nella sua applicazione pratica.
Il suo discorso non può non toccare il motivo principale che spinge a vivere in monastero, che è quello dell'amore di Dio. Da qui la necessità di un rapporto con Dio attraverso l'orazione. Conciando a parlare dell'utilità dell'orazione vocale ben fatta, nasce il commento al Padre Nostro, che porta avanti fino alla fine del libro.
IL CASTELLO INTERIORE.
Chiamato anche "LE MANSIONI", con il quale descrive il cammino dell'anima per incontrare Dio, in sette tappe o gradi della vita interiore, fino all'unione intima e profonda (la settima mansione), la più alta ed unica possibile in questa vita mortale.
27 capitoli così divisi:
Prima mansione: (due capitoli). Descrive la bellezza dell'anima in grazia di Dio e la deformità di una in peccato. L’importanza di conoscere se stessi, ma con lo sguardo sempre rivolto a Cristo.
Seconda: (un capitolo). Esorta alla perseveranza e descrive come il demonio tenti chi prende questa strada.
Terza: (due capitoli). Descrive la poca sicurezza che si ha in questa vita. Le prove del Signore. L'aridità nella preghiera. L’umiltà virtù fondamentale. Vincere ogni paura.
Quarta: (tre capitoli). Tratta dell'orazione dividendola in tre fasi: 1) contenti spirituali che sono procurati da noi stessi; 2) l’orazione di raccoglimento in cui entra Dio ad operare; 3) i gusti spirituali o orazione di raccoglimento in cui è solo il Signore che li concede (non bisogna cercarli). Paragone dell'acqua in due bacini, uno naturale e l’altro costruito da noi. Illumina coloro che vanno soggetti a molte distrazioni nella preghiera. “L’essenziale, per continuare il cammino, non è già nel molto pensare, ma nel molto amare”.
Quinta: (quattro capitoli). Descrive come l'anima si unisce a Dio durante la preghiera. Prima fase di questa unione (pre-fidanzamento = conoscenza). Desiderio di consumarsi, morire a se stesso (baco da seta). Parla anche dell'unione con Dio attraverso l'amore del prossimo.
Sesta: (undici capitoli). Con la descrizione delle pene interiori (x i peccati) e dei favori "molto grandi e preziosi" (rapimenti, estasi, volo dello spirito), che Dio concede a chi arriva a questo punto, espone i segni per conoscere se vi sia o non vi sia illusione (fidanzamento). Parla della necessità di avere "sempre presente l'Umanità di Nostro Signore, la sua vita, la sua sacratissima passione, la sua Madre gloriosa e i suoi Santi". Suggerisce infine di tenere segrete queste grazie e di non desiderarle.
Settima: (quattro capitoli). Dio-Trinità. Fuoco. Pace. Silenzio. Descrive le grazie sublimi di cui Dio favorisce le anime, che arrivano in questa settima ed ultima mansione, che viene descritta come matrimonio spirituale, differente dalla semplice unione o fidanzamento spirituale (paragone della luce). Conclude esortando "che Marta e Maria devono andare d'accordo", anche con queste grazie straordinarie che Dio concede. Cioè la contemplazione porta a più intense opere di carità.
LE FONDAZIONI.
31 capitoli in cui racconta, con particolari interessanti ed ameni, le "avventure" nelle fondazioni dei vari monasteri riformati.
Non mancano suggerimenti e avvisi sull'orazione e sulle rivelazioni, per coloro che devono impiegnarsi in opere esteriori, o comunque per le Superiore dei Monasteri.
I PENSIERI SULL'AMORE DI DIO.
Sono 7 capitoli sopra alcune parole dei Cantici di Salomone.
Inizia sul come devono essere lette le Sacre Scritture ("Non capisco e godo immensamente di non capirlo: L'anima deve ammirare più le cose che non si comprendono che quelle che i nostri piccoli intelletti possono comprendere").
Descrive quindi come la vera pace, desiderata dalla sposa dei cantici, non è quella che dà il mondo, la carne o il demonio. La pace viene dall'unione di Dio con l'anima. Ne descrive i gusti e le soavità, che l'anima prova per la mediazione dello Spirito Santo, che la porta alla così detta orazione di quiete o di unione, che produce anche la sospensione delle potenze (moto e operazione, intelletto, volontà, memoria…).
Nascono così nell'anima dei forti desideri di sopportare tutto per amore di Dio e del prossimo. Desideri di far conoscere ed amare l'Amato, costi quel che costi (la Samaritana corre a dare l'annuncio).
LE RELAZIONI SPIRITUALI. Brevi descrizioni (67) sulle grazie speciali, richieste dai confessori.
ESCLAMAZIONI DELL'ANIMA A DIO. In 17 capitoletti.
Inoltre tanti SCRITTI VARI che comprendono le Costituzioni per le monache, i suggerimenti sul modo di visitare i monasteri, alcune relazioni particolari, le poesie e un nutrito numero di LETTERE (454).
Le poesie completano i suoi scritti.