Tito Brandsma B - 27 luglio
TITO BRANDSMA (Beato)
SACERDOTE E MARTIRE
27 luglio
TIto (Bolsward, Olanda, 1881 - Dachau, Germania, 26 luglio 1942) entrò fin da giovane nel Carmelo. Ordinato sacerdote nel 1905, fu docente di filosofia e storia della mistica e poi rettore dell'Università di Nimega. Giornalista professionista, nel 1935 venne nominato consulente ecclesiastico dei giornalisti cattolici. Si distinse per la sua disponibilità verso tutti e tutto. Prima e durante l'invasione nazista in Olanda, lottò, nello spirito evangelico, contro il diffondersi delle idee nazionalsocialiste, per la libertà delle scuole e della stampa cattolica e contro le leggi razziali. Per questo venne arrestato, e dopo un vero calvario nelle carceri e nei lager, fu internato a Dachau, dove fu ucciso tra inenarrabili sofferenze e umiliazioni, mentre infondeva serenità e conforto agli altri deportati e ricambiava con gesti di bontà e di perdono gli aguzzini. È Sfato proclamato beato da Giovanni Paolo II il 3 novembre 1985.
preghiera
O Dio, fonte e origine della vita, che hai trasmesso la forza del tuo Spirito al beato Tito, perché testimoniasse col martirio la libertà della Chiesa e la dignità dell'uomo nelle dure prove della persecuzione e negli orrori dei campi di sterminio, concedi anche a noi di non vergognarci del Vangelo e di riconoscere la tua presenza in ogni evento della vita per l'annunzio profetico del tuo regno.
qualcosa in più
P. Tito Brandsma è un carmelitano olandese che i nazisti uccisero nel campo di concentramento di Dachau. Ed è stato proclamato "Beato" dalla Chiesa perché andò incontro alla morte consapevolmente, volutamente, per difendere i principi cristiani contro il mostro che allora divorava l'Europa e le coscienze.
Il fatto che egli sia uno dei pochi che abbia ottenuto la qualifica teologica di "martire" (se si pensa che morirono altre migliaia di sacerdoti e di laici, ugualmente imprigionati a motivo della loro fede) dipende anche da una circostanza provvidenziale: prima della fine della guerra, la "polizia di sicurezza" distrusse tutti gli archivi e tutta la documentazione relativa ai prigionieri, ma il fascicolo di P. Tito (verbali dei processi, prove a carico, appunti dal carcere, e ritratto in uniforme da internato, fatto da un compagno di prigionia) fu salvato dall'inceneritore. Colui che era stato incaricato di distruggerlo, non ebbe il coraggio di eseguire l'ordine: "In queste carte - disse - c'è qualcosa di straordinario, non ho il coraggio di bruciarle".
Così la Chiesa ha avuto a disposizione le prove necessarie che dimostrano, oltre ogni possibile dubbio, che P. Tito Brandsma fu ucciso proprio in odio alla sua fede e alla sua missione sacerdotale, e non solo per motivi politici.
Ha studiato filosofia e teologia nel collegi dell'Ordine e ha dato qualche preoccupazione per certe idee che allora sembravano un po' "moderniste" .
Dopo il sacerdozio, si è specializzato a Roma in filosofia e sociologia, e ha cominciato a precisare il suo orientamento apostolico.
Lo affascinano due campi di lavoro apparentemente lontani tra loro: il giornalismo e lo studio degli antichi autori mistici.
Come giornalista ha cominciato fin da studente a collaborare ai periodici locali, e ha fondato una rivista di cultura carmelitana. Da sacerdote diventa caporedattore del quotidiano di Oss, la città nel cui convento risiede.
Come studioso di mistica - dopo un lungo viaggio di studio in Spagna - inizia la pubblicazione in lingua olandese delle opere di S. Teresa d'Avila. Ha una visione profonda del carisma carmelitano, del quale ne delinea in brevi tratti soprattutto il "cuore mariano".
Nel 1923 viene fondata a Nimega l'Università Cattolica, e a Tito viene offerta la cattedra di filosofia e di storia della mistica. Ed è soprattutto questa materia che lo attrae: si specializza nello studio dei grandi mistici carmelitani e nella ricerca sui mistici medievali olandesi. Sulla sua vita di "consacrato", non c'è molto da dire, se non che egli riscuote la stima di tutti per la serietà e la bontà con cui vive la sua vocazione religiosa, amalgamandola con gli impegni professionali.
Quando Hitler sferrò l'offensiva contro l'Olanda il 10 maggio 1940 e la conquistò in tre giorni, con un'incursione aerea che distrusse a terra le poche forze di cui quel paese disponeva, Tito Brandsma la sua lotta l'aveva ingaggiata già da tempo. Non era uno sconosciuto. Aveva allora 59 anni, era professore di Filosofia e di "Storia della Mistica" all'Università Cattolica di Nimega, di cui era stato anche Rettore Magnifico; aveva la tessera internazionale di giornalista ed era Assistente ecclesiastico dei giornalisti cattolici olandesi.
Era inoltre uno stimato conferenziere noto in tutta Europa e anche oltreoceano, e i suoi studi di "spiritualità" facevano testo. La sua bibliografia enumera -tra libri e articoli- 796 titoli. Nel 1935 i vescovi olandesi gli avevano affidato il compito di "assistente ecclesiastico" dei giornalisti cattolici.
Tito era fastidioso al nazismo perchè in mille odi aveva contrastato la sua politica di espansione e soprattutto quella di soppressione degli ebrei. "Ciò che si fa ora contro gli ebrei -aveva scritto- è un atto di vigliaccheria. I nemici e gli avversari di questo popolo sono davvero meschini se ritengono di dover agire in maniera così disumana, e se in tal modo pensano di manifestare o di aumentare la forza del popolo tedesco, ciò è l'illusione della debolezza".
Non è difficile immaginare come dovessero bruciare queste espres- sioni a coloro che pretendevano di imporre il culto della razza ariana, declamandone la forza, la nobiltà e la mistica superiorità.
Un quotidiano berlinese, in un articolo lo chiamava "Quel professore maligno"
La costituzione del "Partito nazionalsocialista olandese" (N.S.B.) avviene già nel 1936, e immediatamente i Vescovi proibiscono ai cattolici di aderirvi. Nel 1937 Pio XI promulga l'Enciclica "Mit brennender Sorge" in cui definisce il nazismo "provocante neopaganesimo", "rinnegamento dell'unica Chiesa", "manifesta apostasia".
Nel 1938 la Santa Sede chiede a tutte le Università Cattoliche di confutare su basi scientifiche le teorie nazionalsocialiste, in modo da aiutare i credenti in una resistenza anche culturale. Subito Tito, nell'anno scolastico 1938-39, offre ai suoi studenti dei corsi sulle "funeste tendenze" del nazionalsocialismo, in cui affronta tutte le tesi nodali: valore e dignità di ogni singola persona umana (sana o malata); uguaglianza e bontà di ogni razza; valore indistruttibile e primario delle leggi naturali rispetto ad ogni ideologia; presenza e guida di Dio nella storia umana contro ogni messianismo politico e ogni idolatria del potere.
Nelle prediche, poi, approfondisce l'aspetto religioso della questione, spiegando che ogni esaltazione della razza, della purezza etnica, della forza è un tentativo di abolire il Vangelo e di colpire al cuore la fede cristiana.
Non si ferma naturalmente solo alle denunce verbali. Nel 1940 collabora a un piano per permettere a 1000 ebrei di emigrare in Brasile (il permesso del governo brasiliano è stato ottenuto direttamente da Pio XII).
All'inizio del 1941 i Vescovi olandesi dichiarano che l'appartenenza al Movimento Nazionalsocialista è illecita sotto pena di peccato grave.
E Tito spiega che l'invasione di una simile ideologia -che definiva "nera menzogna" - era "più terribile della stessa invasione militare".
E' un uomo di cinquantanove anni, malaticcio. Di salute precaria, lo è stato per tutta la vita. Per questo, negli anni della formazione ha dovuto interrompere spesso gli studi; è stato a volte costretto a ritardare degli esami, e ha dovuto perfino superare un attacco di tisi: lunghi mesi a letto, tra la vita e la morte.
Proprio subito dopo l'invasione deve farsi ricoverare in ospedale, perché - dice- "le gambe non mi sorreggono più, e le mie ginocchia si piegano ad ogni istante".
Ad un amico scrive: "Per fortuna posso ancora occuparmi di ciò che è indispensabile, e per il resto mi piego con pazienza".
"Ciò che è indispensabile" è la lotta mortale che sta intraprendendo.
Il 20 febbraio 1941 il Monitore Olandese pubblica una disposizione del nuovo Ministro dell'Educazione, in base alla quale i membri del clero e i religiosi che insegnano nelle scuole statali si vedono decurtato lo stipendio al 60 per cento. Dopo quattro giorni, si aggiunge che essi non possono in alcun caso ricoprire ruoli di responsabilità, anzi devono essere esonerati, nel caso che già li posseggano.
P. Tito, che è anche Presidente dell'Unione Scuole Cattoliche, chiede al Segretario Generale del Ministero il motivo di una simile decisione. Gli rispondono brutalmente che non c'è altro scopo che quello di tagliare le sovvenzioni alla Chiesa.
Contemporaneamente scoppia la questione della pubblicazione, sui quotidiani cattolici, degli annunci del Movimento Nazionalsocialista Olandese (N.S.B.). Tali annunci vengono rifiutati, anche se sono dati a pagamento. Il Ministero della Propaganda allora informa che è "vietato rifiutare", dato che quegli avvisi "non contengono nulla di disonorevole né per persone né per gruppi".
In realtà contengono di peggio: la propaganda e l'apologia del nazismo e delle sue organizzazioni.
La circolare di Tito non si fa attendere: "Le direzioni e le redazioni sappiano che dovranno rifiutare formalmente tali comunicati, se voglio- no conservare il carattere cattolico dei loro giornali; e questo anche se un tale rifiuto conducesse il giornale ad essere minacciato, ad essere multa- to, ad essere sospeso temporaneamente o anche definitivamente. Non c'è niente da fare. Con questo siamo giunti al limite".
In caso contrario "non dovranno più essere considerati cattolici... e non dovranno né potranno più contare sui lettori e sugli abbonati cattolici, e dovranno finire nel disonore" (Lettera circolare del 31 dicembre 1941).
Non sono passati quindici giorni che la polizia fa ricercare Padre Tito; ma poiché è assente a motivo del suo ufficio, non riescono a rintracciarlo prima del 19 gennaio.
Egli è appena rientrato in convento da un lungo viaggio, quando si presentano due agenti della Gestapo che, spacciandosi per studenti, chiedono un colloquio urgente col professor Brandsma.
Ricevuti con la solita cordialità e premura che il Padre riserva ai suoi studenti, gli intimano con decisione tutta nazista: "Dovete seguirci ad Arnhem col treno delle 18.30". Prima però vogliono perquisire la sua camera.
Mentre rovesciano tutto e affastellano in una valigia lettere e documenti, Tito prepara in silenzio la borsa da viaggio. Poi non senza ironia avverte i due: "E' l'ora, signori. I treni olandesi non sono usi ad avere ritardo, neppure per attendere i poliziotti tedeschi".
I vescovi olandesi, che egli aveva rappresentati nella lotta, gli avevano raccomandato: "In caso di arresto, mettete tutto sul conto nostro". Ma Tito ha deciso di rispondere di tutto personalmente. .
Condotto in un gelido carcere, vi entrò dicendo con ironia al poliziotto che l'accompagnava: "Non è da tutti esser messi in prigione dopo sessant'anni di vita onesta". L'altro non capì la battuta, la credette un lamento e rimbeccò: "Se non volevate finirei dentro, non dovevate accettare gli ordini dell'Arcivescovo". .
Così, senza volerlo, sanzionava il fatto che egli era là per la sua obbedienza alla Chiesa: testimonianza tanto preziosa, quanto non cercata! E infatti Tito rispose che "considerava un onore" l'esser stato arrestato per quel motivo.
Il processo cominciò a L'Aia il 21 gennaio 1942.
Lo interrogava il capitano Hardegen della Polizia speciale e membro delle SS. Si cominciò con una minuziosa ricostruzione di tutti i suoi viaggi, degli incarichi svolti per mandato dei vescovi, soprattutto di quelli relativi alla questione della stampa.
Poi si venne alle contestazioni di fondo.
P. Tito insistette in ogni modo nel tentativo di chiarire la inevitabilità delle posizioni assunte dall' episcopato. Ripeté più volte: "La Chiesa cattolica segue le ordinanze della forza di occupazione delle autorità olandesi soltanto fino a quando non contrastano con i fondamenti della sua fede. Quando sorgono contrasti sui fondamenti dottrinali, allora la Chiesa rifiuta la sua collaborazione e ne accetta le conseguenze" .
Concludendo: "Ebbene, il contegno dell' episcopato olandese lo faccio mio"
Il giorno dopo, il capitano esigette da Tito una risposta scritta alla seguente domanda: "Perché il popolo olandese, specialmente nella sua parte cattolica, si oppone al Movimento Nazionalsocialista Olandese (N.S.B.)?".
Doveva scrivere chiaramente e con tutta tranquillità. Gli concessero anche, per l'occasione, tutto il necessario per poter fumare la sua pipa, com' era da sempre abituato a fare.
Senza farsi pregare, egli stese nove cartelle fitte e con calligrafia minuta. Rispose che il N.S.B. rinnegava le tradizioni del popolo olandese, rinnegava la sua storia, rinnegava soprattutto quei principi cristiani che erano radicati nel cuore stesso della sua gente.
Concludeva: "L'amore per la libertà è grande nel nostro popolo. Tanto grande. Il nostro popolo è realista, posato, soffre e ha fiducia. Attende tranquillo il giorno in cui sarà nuovamente libero. Desidera ardentemente quel momento... L'Olanda è ancora sempre l'Olanda".
In seguito, a un compagno di prigionia confiderà: "Sapevo di firmare la mia condanna a morte...".
In cella Tito cominciò a scrivere un diario.
"...La vocazione per la Chiesa e i! sacerdozio mi hanno arricchito di tante dolcezze e di tante gioie, che ora accetto volentieri tutto ciò che mi può sembrare sgradito. Ripeto con Giobbe: 'Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia sempre benedetto il nome del Signore'... Benché non sappia come andrà a finire, so bene che mi trovo nelle mani di Dio: 'Chi mi potrà mai separare dall'amore di Cristo?".
"Certamente mi mancano la Messa e la Comunione, ma Dio è ugualmente vicino a me, in me e con me... Mi è di consolazione e di sprone i! celebre passo che S. Teresa teneva nel suo breviario: 'Nada te turbe, nada te espante. Todo pasa. Dios no se muda... Solo Dios basta"'.
Rifletteva che lui, come monaco, avrebbe dovuto essere abituato a stare in cella e commenta: "Sì, ma quando si viene messi nella cella di una prigione la sera tardi e la porta viene chiusa dal di fuori con tanto di catenaccio, si resta quanto meno perplessi. Poi i! fatto di andare a finire in carcere alla mia età avanzata mi spinge piuttosto a sorridere per il lato umoristico della vicenda, che a rattristarmi per la sua tragicità".
La polizia gli aveva detto che si trattava solo di una notte, tanto che quando gli portarono la biancheria da letto, la mattina dopo (dopo una notte in cui aveva provato il ribrezzo di dormire su un pagliericcio sporco) disse che ormai non serviva più. "La prenda - gli disse i! giovane carcerato che era stato incaricato di portarglierla -. Anch'io credevo di starci solo tre giorni, ma probabilmente ci starò tre anni".
Sul tavolino della cella mise bene in vista le sue tre immagini del breviario: un Cristo in Croce al centro, Santa Teresa a destra, San Giovanni della Croce a sinistra. Nella mensoletta sopra i! letto teneva i! breviario aperto là dove c'era una splendida illustrazione della Madonna del Carmine con la scritta 'Speranza di tutti i Carmelitani'. Così quella cella di prigione era diventata davvero per lui come la
cella del convento.
"Mi trovo in questa cella come a casa mia. O Beata Solitudo! Sono solo, è vero, ma mai il Signore mi è stato così vicino. Sento la voglia di gridare per la gioia perché egli di nuovo, nella sua pienezza, si è fatto trovare da me; non attendo nessuno, e nessun uomo può venire da me. Dio è i! mio unico rifugio e mi sento protetto e felice. Rimarrò sempre qui, se Egli così dispone. Raramente sono stato così felice e contento". E lì in carcere iniziò a scrivere la Vita di S. Teresa, che aveva promesso a una casa editrice.
Ma deperiva a vista d'occhio: quando lo pesarono, tutto vestito, la bilancia segnò 56 chili, e soffriva già di una seria infezione alla vescica, causata da colibacilli. La stagione rigida certo non l'aiutava: "Nelle giornate più fredde tremo continuamente", annotava nel suo diario.
Ma in quel primo carcere la vita era ancora abbastanza umana. Le cose cambiarono quando lo trasferirono ad Amersfoort, una prigione che i tedeschi avevano attrezzato come "campo di passaggio" prima delle deportazioni. .
Era già un vero lager dove erano ammassati i prigionieri politici identificati da un triangolo rosso (i cosiddetti "comunisti", tra i quali stava anche Tito), gli ostaggi olandesi, gli ebrei, gli "esegeti" (appartenenti a una setta religiosa, che usavano la Bibbia per profetizzare la caduta di Hitler), gli ufficiali dell'esercito olandese.
Un altro gruppetto a parte era costituito da 160 prigionieri russi. Ma durarono poco: vennero lasciati per tre giorni nudi al gelo. Ne morirono metà in due mesi. Gli altri furono tutti torturati e uccisi.
Qui Tito cominciò a intravedere la croce che lo attendeva. Ogni domenica i cattolici gli si radunavano attorno e lui, seduto sul letto più alto, parlava tranquillamente. Sembrava una normale conversazione, ma in realtà egli pronunciava lentamente le parole della Messa.
Non avevano il necessario per celebrare una vera Eucarestia, ma Tito recitava a memoria le preghiere, poi commentava un brano evangelico. Alla fine c'era la 'comunione spirituale': egli li fissava uno per uno negli occhi e per ciascuno diceva la formula che allora si usava per la distribuzione dell'ostia santa: "Il corpo di Nostro Signore Gesù Cristo custodisca la tua anima per la vita eterna. Amen".
A far la guardia, per avvertire se i sorveglianti si avvicinavano, si erano offerti i comunisti. Alla sera ciascuno riceveva ancora la benedizione e un segno di croce in fronte.
E' il Venerdì Santo del 1942; i guardiani del campo si danno a un'orgia sfrenata. Poi mettono una corona di spine, fatta con fili di rame, sulla testa di un prete e costringono i prigionieri a cantare l'inno tedesco: "O capo coronato di pungenti spine"; intanto un ebreo è obbligato a fare il racconto della crocifissione.
Alla sera di quel terribile giorno, P. Tito tiene loro segretamente una meditazione sul mistero della sofferenza. Abbiamo il racconto di un testimone.
"Attorno a lui, i prigionieri erano sulle brande disposte in tre file. Tutta la baracca puzzava di zoccoli marci, di vesti sudicie e di sudore. Quegli uomini, dalle teste rapate, lo guardavano con gli occhi spenti e un po' sinistri... Esattamente davanti a me, in piedi sopra una cassetta vuota di patate, il professor Tito, nella sua grigia uniforme, ci parlò della Passione...
"Le parole che gli uscivano direttamente dal cuore, scendevano fino in fondo. E tutta la baracca taceva, mentre quel gracile uomo grigio meditava ad alta voce, da sopra la sua cassa. I suoi occhi brillavano dietro le grosse lenti, e facevano dimenticare il resto della sua cenciosa e meschina figura. Il silenzio si fece quasi oppressivo. Ciascuno lottava con i suoi problemi e la sua miseria, ma il P. Tito dava a tutti una soluzione: il nostro amore per Dio".
Disse: "In questo giorno ci deve essere in noi un'atmosfera di felice riconoscenza, perché possiamo vedere la passione di Cristo unita alla nostra sofferenza".
Raccontò uno dei suoi ascoltatori: "Siamo ritornati in silenzio nelle nostre baracche; nessuno parlava: lo spirito di Dio ci aveva sfiorati".
Altri dissero poi che quello era stato il momento più bello della loro prigionia. I guardiani subodorarono qualcosa di questa strana riunione, e l'indomani Tito fu punito: toccò a lui trascinare il pesantissimo rullo che serviva a spianare la ghiaia sulla strada.
Al campo era tanta l'affezione che ormai provavano per lui, che tutti lo chiamavano "zio Tito". Gli chiedevano conforto ebrei, protestanti, comunisti, atei, e tutti ogni mattina lo ascoltavano mentre, seduto al centro del camerone, raccontava la vita del Santo del giorno. Anzi si lamentavano perché avrebbero voluto racconti più lunghi.
Un giovane prigioniero - poiché Tito si rammaricava a volte d'aver dimenticato la corona del Rosario quando la Gestapo lo ha trascinato via dal convento - gliene fece una con dei pezzetti di legno e di rame.
Restò in quell' orribile carcere fino al mese di maggio, ma ormai non sperava più negli uomini. "Non mi molleranno più e andrò certamente a Oraniénburg o a Dachau, da dove non si torna".
E giunge infatti la decisione delle SS di trasferirlo a Dachau. "Mi hanno comunicato che mi tengono prigioniero per precauzione a causa del mio contegno antitedesco: temono che farei cattivo uso della mia libertà agendo contro la Germania".
Sanno che è molto malato, ma il solito Hardegen spiega che a Dachau le cure ai prigionieri sono gratuite, perché si tratta -dice testualmente- "di un istituto di solidarietà umana".
Tito commenta in una lettera al fratello: "Ho messo tutto nelle mani di S. Giuseppe che ha portato il piccolo Gesù dall'Egitto a Nazaret. Come Gesù e la Madonna, mi affido alla sua potente protezione. Unisciti anche tu a me nelle preghiere".
E nel cuore custodisce quel consolante pensiero che è alla radice stessa della sua fede: "Dio è dovunque!".
Lo fermarono nel carcere di KIeve, in attesa di essere smistato; partivano una quarantina di prigionieri ogni settimana. Il cappellano del carcere, che lo conobbe nei giorni della triste attesa, disse di lui: "Dio mi ha concesso la grazia di incontrare un uomo pieno di fede".
Partì in catene il 13 giugno 1942, e l'ultima parola che quel cappellano udì pronunciare da Tito fu: "Non può accadermi nulla di male, perché il Signore mi accompagna".
Di questo aveva una certezza assoluta, tanto più che la sera precedente aveva potuto fare la Santa Comunione. Quando giunse al campo, il 19 giugno 1942, il primo incontro fu con un "capoblocco" (uno dei famigerati Kapos) che nutriva un odio particolare verso gli ecclesiastici. Costui si divertì a percuoterlo con una tavola, tanto per fare conoscenza, e durante la marcia si dedicò a dargli calci nei talloni fino a farglieli sanguinare. E questo a un anziano, macilento e malato!
Il trattamento gli fu poi riservato sistematicamente ogni giorno. Vedendolo così malridotto, una SS gli disse ghignando di non preoccuparsi perché presto "avrebbe potuto festeggiare la sua Ascensione, passando per il camino del forno crematorio".
Gli toccò il numero 30.492, perché tanti erano i prigionieri che lo avevano preceduto... Quando, a fine 1945, il campo verrà smantellato, il numero sarà arrivato a 180.000, senza contare i prigionieri uccisi subito senza passare per la numerazione... Un giorno giunsero in una sola volta più di mille preti polacchi.
Il campo era diviso in 30 blocchi, tre dei quali erano per gli ecclesiastici; ogni blocco aveva quattro camerate doppie, ogni camerata doveva contenere 100 prigionieri; ma giunsero anche a 350, tanto che più persone dovevano dormire in una stessa branda: ed erano talmente smagriti che riuscivano a starci!
Dovevano lavorare come forzati per 13 ore al giorno e non c'erano né domeniche né giorni di riposo. Tra lavoro, marce e appelli, la giornata era terribile: cominciava alle quattro del mattino e finiva alle nove di sera.
Come cibo, 250 grammi di pane per sera e mattina, e a mezzogiorno una scodella d'acqua calda con una manciata di cavoli rossi o di bietole; qualche volta una patata.
La fattoria dove Tito doveva recarsi a lavorare, per una coltivazione d'erbe mediche (ma bisognava dissodare, zappare, trasportare pietre) era chiamata "Villa dell'amore". Benché gli altri preti cercassero di aiutarlo in ogni maniera (dovevano sostenerlo già durante la marcia) non reggeva a quel ritmo, ancor più aggravato dalle continue crudeli punizioni: calci, pugni, frustate fino al sangue. Gli altri dicevano che "era trattato come il Cristo flagellato".
Ma non c'era modo che gli uscisse di bocca una critica verso i suoi aguzzini. Era lui anzi che diceva di un sorvegliante, che gli aveva fatto sanguinare la bocca colpendolo con una gavetta: "Poveretto, mi fa tanta pietà, non posso volergli male".
Si affidava ai suoi amori più cari: la Madonna del Carmelo d'Eucaristia.
Racconta un suo confratello: "La sera, tornando sfiniti dal lavoro e frequentemente anche dalle percosse, Tito mi diceva: Fratello, Maria deve aiutarci e sostenerci; se essa allunga la mano sopra di noi, potremo sopportare molto...".
Prezioso era soprattutto il sostegno dell'Eucarestia che i prigionieri riuscivano ad avere quasi ogni giorno dai sacerdoti tedeschi prigionieri nel campo, ai quali era concessa un po' più di libertà. Una particella la conservava fino al giorno dopo nella custodia degli occhiali, e col resto si comunicavano anche in 10, e ogni volta rischiavano le più crudeli punizioni.
La notte, in cui per molte ore non riusciva a dormire, Tito la passava adorando quel pezzetto di Ostia santa e affidandogli la sofferenza di tutti. Diceva che anche Lui, Gesù Eucaristia, era "un grande prigioniero".
Un giorno che lo avevano picchiato più duramente del solito, chiamandolo ad ogni percossa "sacco d'escrementi" (e così lo trattavano, infatti), a chi gli domandava se avesse molto sofferto, rispondeva: "Ah, fratello, io sapevo Chi avevo con me!". Ed era tutto contento perché, prima di cadere a terra, era riuscito a nascondere sotto l'ascella quell'astuccio da occhiali che era diventato il! suo ciborio.
Un "Pastore" protestante, che lo conobbe e lo ammirò in quel lager, disse che P. Brandsma era riuscito ad avere "i! paradiso del cuore, nell'inferno del campo", e a diffondere attorno a sé la pace e la gioia di Cristo.
Era talmente sfinito che i suoi confratelli di prigionia un giorno credettero di far bene raccomandandolo al capo della sezione ospedaliera, per un ricovero.
Costui si mostrò anche troppo disposto ad aiutarli, e Tito venne portato via. Non lo rividero più.
Tutto quello che avvenne poi, lo sappiamo oggi da una testimone d'eccezione. E' lei che ha ucciso Tito, e si è convertita proprio perché il ricordo di lui non l'ha più abbandonata.
Allora era una ragazza che faceva l'infermiera, ma obbediva per paura agli ordini disumani dell'ufficiale medico. A lei toccavano in pratica tutte le esecuzioni.
E' stata lei a raccontare che Tito "al suo arrivo in infermeria stava già nella lista dei morti".
E' stata lei a raccontare gli esperimenti che si facevano sui malati, anche su Tito, e di come le si scolpivano dentro, senza che lei lo volesse, le parole con cui Egli sopportava i maltrattamenti: "Padre, sia fatta non la mia volontà, ma la tua".
E' stata lei a raccontare come tutti i malati la odiassero e la insultassero sempre con i titoli più infamanti, odio che lei cordialmente ricambiava; e come rimase scossa perché quell' anziano prete la trattava invece con la delicatezza e i! rispetto di un padre: "Una volta mi prese la mano e mi disse: 'Che povera ragazza è lei, io pregherò per lei!' ".
A lei i! prigioniero regalò la sua povera corona del rosario, fatta di rame e di legno; e quando ella irritata ribatté che quell' oggetto non le serviva perché non sapeva pregare, Tito le disse: "Non occorre che tu dica tutta l'Ave Maria; di' soltanto: 'Prega per noi peccatori"'.
E a lei quel 25 luglio 1942 i! medico del reparto diede !'iniezione di acido fenico perché glielo iniettasse in vena. Era un gesto di routine, l'infermiera l'aveva ormai compiuto centinaia e centinaia di volte, ma la poveretta ricorda: "Tutto quel giorno mi sentii male". L'iniezione venne fatta alle due meno dieci e alle due Tito morì. "Ero presente quando spirò... Il dottore era seduto vicino al letto con uno stetoscopio per salvare le apparenze. Quando il cuore cessò di battere, mi disse: 'Questo porco è morto"'. Aveva sessantuno anni.
Dei suoi aguzzini P. Tito aveva sempre detto: "Sono anch'essi figli del buon Dio, e forse rimane in loro ancora qualche cosa...".
E Dio gli concesse proprio quest'ultimo miracolo. Il dottore del campo chiamava sarcasticamente quell'iniezione di veleno: "iniezione di grazia". Ed ecco che, mentre !'infermiera gliela iniettava, era !'intercessione di Tito che infondeva davvero in lei la grazia di Dio.
E la poveretta, ai processi canonici, spiegò che il volto di quel vecchio prete le era rimasto impresso nella memoria per sempre perché vi aveva letto qualcosa che ella non aveva mai conosciuto. 'Disse semplicemente: "Lui aveva compassione di me!". Come Cristo.