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da P. Raffaele Zelia e Luigi Martin

UNA  COPPIA  BEATA  PER  LE  NOSTRE  FAMIGLIE

(La famiglia sorgente di vita nel tempo e nell'eternità)

 

INTRODUZIONE

 

            Abbiamo tanto bisogno, oggi soprattutto, di esempi che ci incoraggino a vivere la vita nella dimensione del matrimonio voluta dal Creatore.

            Si è tentati a vivere da soli, senza vincoli, senza obblighi, senza doveri. Si sta attenuando il bisogno di amare e di essere amati. Siamo contenti con noi stessi e l'altro o l'altra ci danno fastidio.

            Anche se troviamo il compagno, la compagna, con i quali ci sembra di stare bene, poi ci stanchiamo e cambiamo o, per lo meno, vogliamo cambiare. Si cerca solo l'appagamento, la soddisfazione, il piacere di noi stessi, e ci siamo dimenticati del fine per cui stiamo al mondo: amare!

            L'egoismo dilaga e sta affogando l'umanità. Amore e vita sono due termini stravolti nel loro significato più profondo, più vero.

            Viviamo per amare, viviamo per dare la vita. E l'amore e la vita non sono limitati, o non dovrebbero essere limitati dal tempo, dal tempo presente. L'amore e la vita, iniziano con la nascita terrena, poi si allargano a dismisura, tanto da spaziare nell'eternità.

            Per poter vivere queste due caratteristiche della nostra esistenza, Dio ha creato la coppia, l'uomo e la donna che si aiutano completandosi per portare avanti questo progetto di Dio stesso.

            Da quando l'uomo sta su questa terra ha sempre scoperto e vissuto l'istituzione matrimoniale come essenziale per la vita stessa di ciascuno.

            Amore e vita nella coppia: ecco il matrimonio!

            Amore e vita, sempre in coppia, senza limiti: ecco perché si vive!

            La Chiesa sta presentando alcune coppie di sposi che hanno vissuto questa dimensione in pienezza, cioè, più che potevano. Magari con semplicità, nella vita ordinaria di tutti giorni, ma con la mente e il cuore intenti a realizzare il disegno del Creatore.

            La vita è fatta per tutti di sacrifici, di sofferenze. Ma anche queste possono essere sublimate, riconosciute ed accettate senza condizioni.

            E' possibile oggi tutto questo? Forse senza la fede, no. E la fede va alimentata con la preghiera. Fede e preghiera sempre a due, in due. Insieme. Perché l'uno diventi il sostegno dell'altro.

            Insieme si diventa sempre più aperti all'amore e alla vita.

            Questi coniugi che presentiamo sono una testimonianza di come può essere presa la vita. Anche se questo esempio risale al 1800, pure tante vicende assomigliano a quelle dei nostri tempi. Ci sono certamente differenze soprattutto nel modo fisico di vivere, ma difficoltà, sofferenze, dispiaceri, apprensioni, dolori dell'anima e del corpo, sono sempre gli stessi.

            Farà certamente meraviglia vedere come sono prese la nascita e la morte soprattutto dei piccoli. Ma sono forse proprio questi eventi che devono essere rivalorizzati oggi.

            La vita è un dono di Dio. La vita dei figli è affidata ai genitori da Dio, ma ne è Lui il Padre, il "padrone". A Lui devono tornare, quando Lui vuole. A noi spetta conservare, custodire, curare meglio che si può. Poi c'è l'abbandono fiducioso nelle Sue mani, con lo sguardo rivolto al Cielo, dove tutti dobbiamo arrivare. Così è stata la vita di questi coniugi dei quali ci accingiamo a farne un profilo biografico.

            Leggiamo con questo animo questa testimonianza, raccomandandoci alla loro intercessione per le nostre famiglie e per quelle di tutto il mondo.

 

 

Zelia e Luigi

 

            La famiglia Martin è una famiglia ordinaria, o meglio straordinaria nell'ordinarietà della vita. Straordinaria perché non è facile trovare delle famiglie come questa, ma nello stesso tempo la vita di questa famiglia si è svolta senza fatti fuori dell'ordinario. Lavoro, preoccupazioni, malattie, difficoltà economiche. L'unica cosa che non è mai mancata è stata la fede, ovviamente, alimentata dalla preghiera.

            Perciò nulla in più di una semplice famiglia che ha voluto vivere il Vangelo come Gesù l'ha dettato.

            Straordinario è stato anche l'equilibrio spirituale mantenuto nelle vicende politico-religiose di quei tempi, che rischiavano di travolgere la vita ordinaria, facendo dimenticare Dio, come oggi succede anche a molti "buoni".

            Diamo uno sguardo a questa coppia, Zelia Guérin e Luigi Martin, dichiarata "beata" da Benedetto XVI° nel 2008.

            Abbiamo provvidenzialmente molte lettere scritte da Zelia, poche invece quelle di Luigi, ma importante è la testimonianza di Santa Teresa di Gesù Bambino, loro figlia, nei suoi manoscritti autobiografici.

 

            Questo breve racconto non ripete ciò che Santa Teresina ha già scritto. Per questo rimandiamo alla lettura soprattutto del "manoscritto A". Stralciamo invece alcuni passi dalle lettere di Zelia che ci faranno da filo conduttore in questa breve narrazione.

 

            Nelle lettere è indicato a chi sono rivolte e la data che ci fa percorrere il percorso della loro vita.

 

            Siamo nel 1800 in Francia.

            L'infanzia dei nostri coniugi, ciascuna nella propria famiglia, non  presenta particolari note. La radice affonda per tutti e due in un solido cristianesimo vissuto nell'ambito militare.

            Prima di parlare di questa coppia diamo uno sguardo all'origine di ciascuno.

 

 

LUIGI MARTIN

 

            Luigi nasce a Bordeaux il 22 agosto 1823. Il Battesimo, come si usava a volte in quei tempi, è amministrato immediatamente in casa, anche se il rito di completamento e conclusione in chiesa è ritardato fino al 28 ottobre seguente, perché si aspettava il padre, Pietro, occupato nella spedizione di Spagna nel 19° Reggimento di fanteria. Al bambino sono dati i nomi di Luigi, Giuseppe, Lodovico e Stanislao

            Pietro, quando nasce Luigi, ha 46 anni ed è sposato da cinque con Anna Maria Fanie Boureau, di soli ventitre anni, figlia di un capitano, suo intimo amico. Dal loro matrimonio nascono quattro figli, morti però tutti prematuramente, eccetto Luigi, il terzo, l'unico a crearsi una famiglia.

            Luigi voleva probabilmente seguire il padre nella vita militare, ma forse le disfatte dell'esercito francese di quegli anni lo fanno ripiegare a un' altra vita. Amava la contemplazione e soprattutto si beava nell'osservazione delle piccole cose, dei piccoli capolavori che la natura o l'arte dell'uomo gli presentavano. Gli piaceva di viaggiare e nei suoi spostamenti diventa ospite per qualche tempo di un cugino di suo padre che lo inizia alla meccanica di orologeria.

            Interrotti gli studi, si appassiona a questi lavori di precisione che lo portano ad una vita più raccolta e silenziosa. Lavora e medita, ma continua ogni tanto nei suoi viaggi anche fuori della Francia. A Strasburgo si ferma per due anni da un amico di famiglia che aveva un laboratorio di orologeria, dove, oltre a studiare il tedesco, può specializzarsi  in quell'arte.

 

ZELIA GUERIN

 

            Zelia Guérin nasce il 23 dicembre 1831 nella località Pont del villaggio Gandelain, sulla strada nazionale che da Parigi porta a Brest. E' figlia di Isidoro, nel suo quarantaduesimo anno di età, e di Luisa Gianna Macé, dalla quale aveva già avuto, due anni prima, Maria Luisa, che diventerà Visitandina e, dopo dieci anni, il piccolo Isidoro, alla cui famiglia si attaccherà molto la famiglia Martin. Zelia è battezzata, il giorno dopo, nella chiesa di Saint-Denis-sur-Sarthon, del villaggio dove abitavano.

            Nonno Isidoro, anche lui militare, rinuncerà più volte il grado di capitano. Aveva nel sangue l'umiltà e il giusto apprezzamento delle cose: prima la famiglia, il resto passa in second'ordine.     Da giovane era sempre stato non solo ligio al suo dovere, ma anche un eroe, meritando una medaglia al valore da Napoleone III.

            Anche nella famiglia Guérin si respira un'aria militare profondamente cristiana. Uno zio di suo padre farà onore alla parentela come un autentico testimone della fede. E' Don Guglielmo Marino Guérin, "prete refrattario", che, cioè, aveva rifiutato il giuramento allo stato laico di quei giorni. Nascosto, incarcerato e alla fine liberato, operò come parroco per trentatre anni  a Boucé nell'Orne. Sarà Isidoro da bambino che lo aiuterà a nascondersi e a prevenire i brutti incontri con i persecutori. Da nonno rivivrà quelle memorie con i nipoti ricordando come un giorno era riuscito a distrarre i soldati che stavano perquisendo la casa, facendo il comico seduto sulla madia dove era nascosto lo zio.

            Il papà di Zelia, per quanto rigido con gli altri, amava i suoi figli e sapeva trasmettere rettitudine e giustizia con dolcezza. Meno vicina alla nostra Zelia fu invece la mamma, forse perché tutta presa dal figlio più piccolo. Sembra proprio che non abbia saputo trasmettere l'affetto che questa desiderava. Questa difficoltà la prendiamo da una lettera scritta un giorno da Zelia al fratello Isidoro:

            "La mia infanzia, la mia giovinezza, sono state tristi, come una coltre funebre, perché se mia madre ti viziava, per me, tu lo sai, era troppo severa; lei pur così buona, non sapeva prendermi, e così ho molto sofferto nel mio cuore" (07.11.1865).

            Nonostante questa preferenza, Zelia non mostrò mai gelosia nei confronti di questo fratello più piccolo, anzi proprio perché c'era la differenza di dieci anni, fu per lui come una seconda mamma continuando anche da grande a seguirlo, consigliarlo ed anche rimproverarlo.

            Intanto il papà, in previsione di andare a riposo, aveva acquistato una casa ad Alençon, dove presto si trasferì con tutta la famiglia. Quando vennero ad abitarvi, lui si dilettava in piccoli lavori di falegnameria e la mamma, per qualche anno, aveva aperto un piccolo bar.

            Fu provvidenziale per i figli quel trasferimento. Isidoro potrà risolvere facilmente i suoi problemi scolastici frequentando il liceo di quella città. Alle due ragazze si offrì l'occasione di conoscere un istituto tenuto dalle Suore dei Sacri Cuori che influì molto nella loro formazione culturale e religiosa.

            Sia Zelia che Maria Luisa coltivarono con cura lo spirito di fede e il giusto apprezzamento dei beni terreni. Nacque così, presto, in tutte e due il desiderio di un distacco completo dal mondo. Maria Luisa poté realizzarlo entrando tra le Visitandine, dove visse e morì santamente. Zelia tentò la medesima strada, ma per un provvidenziale disegno di Dio non fu accettata. Era stata la mamma che,  vedendola sensibile alle necessità del prossimo e premurosa verso gli ammalati, l'aveva accompagnata un giorno dalle suore di San Vincenzo de' Paoli. La superiora, senza rivelarne il motivo, disse che non era quella la volontà di Dio.

            Quando Zelia rassegnata tornò a casa, cominciò a sognare una numerosa famiglia nella quale i figli avrebbero potuto fare quella scelta che era stata a lei impedita. Intanto aveva appreso l'arte della merlettaia, che approfondì in una scuola. Ci riuscì meravigliosamente, tanto che in poco tempo ottenne ufficialmente il titolo di "fabbricante del punto di Alençon". 

            Era un lavoro che doveva essere svolto in gruppo da più persone, ognuna con la sua mansione particolare. L'attività era simultanea e coordinata da una di loro. Una specie di catena di montaggio. Zelia ne divenne presto la dirigente.

            La sorella Maria Luisa con il padre curavano la parte commerciale. L'economia della famiglia prosperò. Il lavoro svolto in gestione familiare durò parecchi anni. Zelia intanto continuava ad alimentarsi di fede, bevendo, insieme alla sorella, alla fonte della grazia, offerta dalle suore vicine.            Le due sorelle erano inseparabili in tutto, ma specialmente nel campo religioso. Fu così compensata in Zelia quella mancanza di affetto che avrebbe dovuto avere dalla mamma.

            Scriverà alla figlia Paolina, dopo la morte della sorella:

            "Io amavo tanto mia sorella. Non potevo stare senza di lei. Un giorno, qualche tempo prima che partisse per il convento, lavoravo in giardino e lei non era con me. Non potei restare senza di lei ed andai a cercarla. Mi disse: come farai quando non ci sarò più? Le risposi che sarei partita anch'io. E infatti tre mesi dopo sono partita anch'io, ma non per la stessa strada" (4 marzo 1877).

            La sorella entrò tra le suore della Visitazione, nonostante la malferma salute, restando un punto fisso di riferimento per lei. La strada di Zelia invece la stava portando al matrimonio. Il cuore di tutte e due si mantenne unito per tutta la vita. Tutte e due mantennero e si comunicarono l'unione con Dio che ciascuna viveva in modo differente.

            Zelia aveva un carattere delicato, vivo e amabile, anche se fermo nelle decisioni prese. Il suo spirito era brioso e colto. La sua fede era e continuava ad essere intrepida. Scansava con energia ogni occasione che potesse contenere l'ombra del male. Lavoratrice modesta, non amava esibirsi. Viveva la sua femminilità con grazia e dolcezza, come manifesteranno le sue lettere.

            Quando si sarebbe avverato il sogno della famiglia?

 

 

ANCORA LUIGI

 

            Intanto anche per Luigi il tempo passava.

            L'abbiamo lasciato di ritorno da Strasburgo con il mestiere di orologiaio ormai provetto. Tra un orologio e l'altro, immerso in quei delicati congegni, il suo cuore continuava ad essere vicino a Dio. Il lavoro favoriva  quel rapporto intimo con il Signore, ma non era soddisfatto. Avrebbe voluto dedicarsi tutto e solo a Lui. Un giorno partì con questo intento.

            Nei suoi viaggi gli avevano parlato di un monastero sul Gran San Bernardo, dove, nella contemplazione di Dio attraverso la natura, i Canonici Regolari di Sant'Agostino vivevano lontani dal mondo. Armato di buona volontà tentò di realizzare il suo sogno. Arrivò fin lassù. Chiese di parlare con il Superiore che l'accolse benevolmente. Volentieri quel convento gli avrebbe aperto le porte, ma nella conversazione venne fuori che non aveva studiato il latino. Impossibile diventare frate senza questa conoscenza. Doveva tornare ed eventualmente riprendere gli studi. Poi si sarebbe visto.

            Non scoraggiato era tornato a casa, aveva comprato tanti libri, andando anche a lezioni private. Improvvisamente dovette interrompere tutto. Una malattia gli suggeriva di lasciare più libera la mente, dire definitivamente addio ai suoi studi e al sogno della vita religiosa.

            Continuò a viaggiare un po' perché gli piaceva e un po' per perfezionarsi nel lavoro di orologiaio, che ormai era diventato la sua vita.

            Per due o tre anni soggiornò a Parigi. Anche se lontano da casa e in mezzo alla mondanità di quella città, non si lasciò abbindolare dalle false luci che gli brillavano intorno. Riuscì a mantenersi fedele ai principi di fede e di morale praticati in famiglia. Aborriva il peccato ed era guardingo per fuggirne le occasioni.

            La penna della moglie in seguito racconterà qualche particolare di questo soggiorno da lui confidatole. Si tratta di alcune lettere scritte da Zelia al fratello che, per motivi di studio, stava nella capitale. Eccone uno stralcio:

            "Sono molto inquieta a tuo riguardo. Mio marito mi fa sempre delle tristi profezie. Conosce Parigi e mi dice che sarai esposto a delle tentazioni alle quali non resisterai, perché non hai sufficiente pietà. Mi racconta quello che ha provato lui stesso, e quanto coraggio gli fu necessario per uscire vittorioso da tutti quei combattimenti. Se sapessi per quali prove è passato!..." (1° gennaio 1863).

            Tra l'altro aveva rischiato di cadere in una trappola che lo avrebbe vincolato in una società segreta.

 

            Nel 1850 Luigi compra una casa ad Alençon dove si trasferisce con i genitori, creando un bel laboratorio di orologeria, che lo vedrà al lavoro attento e silenzioso per otto anni.

            Gli capitò l'offerta di matrimonio con una giovane molto ricca, amica di famiglia, ma preferì la sua solitudine in cui si intratteneva sempre più intimamente con il suo Dio. Nei giorni di festa amava le lunghe passeggiate e il fermarsi in riva al fiume a pescare. Molto tempo lo passava anche nella lettura di libri edificanti.

            Presto acquistò una villa più appartata con piccolo giardino. In esso troneggerà la statua della Vergine Santa che un giorno contribuirà alla guarigione della figlia, santa Teresina. Per mantenere la presenza di Dio aveva riempito la piccola abitazione di immagini e scritte sacre.

            Non c'era in lui il pensiero di farsi una famiglia, mentre la mamma se ne preoccupava, perché aveva quasi trentacinque anni.

 

 

SI INCONTRANO, SI SPOSANO

 

            Ecco come si realizzò il disegno della divina Provvidenza.

            La mamma di Luigi nei momenti liberi frequentava dei corsi professionali per specializzarsi in alcuni punti del celebre merletto d'Alençon. In questi aveva conosciuto ed apprezzato Zelia Guérin. Chi può fermare una mamma? Sognò e con tatto cominciò a parlarne al figlio.

            Un giorno sul ponte di San Leonardo casualmente i due giovani si incontrano. Si guardano semplicemente e fugacemente. Fu l'inizio. L'attrazione è vicendevole. Ciascuno si informa dell'altro. Poi si incontrano di nuovo. Si fermano. Si piacciono. Nasce la stima e l'amore.

            Si trovano soprattutto concordi nella sensibilità religiosa che investiva la vita di tutti e due. Ciascuno confida all'altro il desiderio di voler fare la volontà di Dio nel sogno di una vita di consacrazione purtroppo non potuta realizzare. Ora avrebbero potuto aiutarsi a conoscere ed amare più profondamente Dio, creandosi una famiglia. Insieme sarebbe stato più facile scoprire e realizzare il progetto che Dio aveva su di loro.

            Dopo appena tre mesi dal loro primo incontro sigillano il loro amore ai piedi dell'altare nella chiesa di Notre-Dame. A quei, tempi per la gente ordinaria, c'era meno sfarzo di oggi nei matrimoni e sembra che i nostri coniugi si siano promessi fedeltà pensando più al raccoglimento necessario per ricevere la grazia che all'esteriorità. Era il 13 luglio 1858.           Con il matrimonio erano consapevoli di realizzare il disegno della creazione sull'uomo e la donna, voluto da Dio.

 

            Zelia diciannove anni dopo ricorderà alla figlia Paolina, in una lettera, i suoi primi sentimenti, dopo quel grande avvenimento. Erano andati, subito dopo, a fare una visita alla sorella suora:

            "Posso dire che quel giorno ho pianto tutte le mie lacrime; più di quante ne avessi versate nella mia vita e ne dovessi versare in avvenire. La mia povera sorella non sapeva come consolarmi. Non soffrivo di vederla là, no: al contrario avrei voluto esservi anch'io, e confrontando la mia vita con la sua, le lacrime mi scendevano più copiose. Per parecchio tempo ebbi lo spirito e il cuore alla Visitazione. Andavo spesso a vedere mia sorella e là respiravo una calma e una pace che non saprei esprimere. Quando tornavo mi sentivo così infelice d'essere in mezzo al mondo, che avrei voluto nascondere la mia vita nella sua.

Tu che ami tanto tuo padre, forse pensi che gli facessi pena, o che gliene avessi fatta il giorno del mio matrimonio. Ma no, lui mi comprendeva, mi consolava come meglio poteva, perché aveva dei gusti simili ai miei. Credo, anzi, che il nostro affetto reciproco ne sia risultato rafforzato; i nostri sentimenti erano sempre all'unisono e mi fu sempre un consolatore e un sostegno" (4 marzo 1877).

            Erano guidati da un padre spirituale, Don Hurel, decano di San Leonardo, che aveva benedetto le nozze. Lo stesso padre segue i loro primi passi di vita a due.

            I nostri sposi si stabiliscono sopra il laboratorio di orologeria, mentre al piano terra restano i genitori di Luigi. La casa era grande e si poteva condurre una vita completamente autonoma. Così continuano a vivere senza difficoltà la riservatezza necessaria a una famiglia nascente.

            L'attenzione principale doveva essere la cura dell'altro nel rispetto delle aspirazioni o tendenze reciproche. Zelia, respinta da un convento, dove avrebbe voluto darsi completamente a Dio, sognava tanti figli per la gloria di Dio. Luigi era più preso dallo spirito contemplativo che gli faceva tenere a freno le esigenze della carne, messe da Dio per continuare l'opera della creazione nei figli. Per dieci mesi si accordano di vivere il matrimonio in perfetta castità. C'era il reciproco aiuto e si sentivano tranquilli in coscienza. Sembrava quella la volontà di Dio.

            Non di questo parere era invece il padre spirituale. Tutti e due tenevano in grande considerazione ciò che potevano dire i sacerdoti. Fu così che, dopo dieci mesi, fu aperta loro la mente nella rivelazione della santità anche con l'unione dei corpi. Stabilirono così di vivere in pienezza il  sacramento del matrimonio.

            Messo da parte un amore tutto spirituale, si aprirono alla vita nella donazione più completa.

Capirono, e sperimentarono in seguito, come l'unione dei corpi avrebbe favorito l'unione degli spiriti e li avrebbe fatti diventare, come dice la Bibbia, "una sola carne", nel significato più completo.

            Cominciò una nuova vita con il proposito di riempire la famiglia di figli e figlie, tanti quanti il Signore avrebbe loro donato. Sarebbe stata questa la loro strada per la santità.

            E ci fu il primo concepimento.

 

 

PRIMA BAMBINA, MARIA

 

            Il 22 febbraio 1860 la prima nascita. E' Maria. Sono d'accordo di iniziare con il nome della Madonna che avrebbero ripetuto ad ogni maternità, aggiungendone uno differente per creatura. Ai maschietti si sarebbe dato anche quello di Giuseppe.

            A quella prima esperienza ci fu preoccupazione, anche paura. Alla fine la gioia fu grande. Ne dà testimonianza una lettera che Zelia scrisse qualche anno dopo alla cognata che aspettava anch'essa il primo bimbo. Il fratello, infatti, si era nel frattempo sposato anche lui:

            "Quello che mi confidi, è forse la speranza di divenire mamma?. Ecco stanno per arrivare i piccoli crucci; ma quante soddisfazioni proverai! Ho saputo da mio padre che sei stata ammalata: alla mia prima bambina ero comete; credevo che tutto fosse perso ed ho pianto, io, che desideravo tanto un figlio: ma ciò non ha impedito che la piccola giungesse bene al suo termine e che fosse molto robusta" (13 gennaio 1867).

 

 

SECONDA E TERZA BAMBINA, PAOLINA E LEONIA

           

            Poi fu la volta di Maria Paolina, il 7 settembre 1861. Tutto bene per le prime due figlie. Le difficoltà cominciano con la terza, Maria Leonia, che nasce il 3 giugno 1863. E' gracile. E' malaticcia. Zelia scriverà al fratello l'11 marzo 1864:

            "La piccola Leonia ha nove mesi compiuti e non si regge sulle gambine, come faceva Maria a tre mesi. La povera bambina è molto debole; ha una specie di pertosse cronica, fortunatamente meno forte di quella che ha colpito Paolina, altrimenti non la supererebbe. Il Signore dà solo quanto si può sopportare".

 

 

 

 

 

QUARTA BAMBINA, ELENA

           

            Quando venne alla luce Maria Elena, il 13 ottobre 1864, la mamma dovette rinunciare a darle il proprio latte, perché non stava bene. Apparvero, infatti, a Zelia i primi sintomi della malattia che l'avrebbero portata  alla morte. Si cercò una nutrice. Luigi accuratamente domandava anche il suo stato morale.

            La piccola fu affidata ad un'altra mamma robusta e piena di salute. Zelia si doveva accontentare di andarla a trovare ogni tanto, ma il suo cuore era vicino alla piccina che cresceva bene. Era una consolazione, dopo tante preoccupazioni per Leonia che continuava a far stare in ansia la famiglia.

            Sono sempre le lettere che, oltre a narraci gli avvenimenti, ci fanno scoprire i sentimenti nascosti di questa mamma.

            Al fratello il 5 marzo 1865 scriveva:

            "Martedì scorso sono andata a vedere Elena. Sono partita sola alle sette del mattino, sotto la pioggia e il vento, che mi hanno accompagnata nell'andata e nel ritorno. Puoi immaginarti la mia fatica lungo la strada; ma ero sostenuta dal pensiero che presto avrei stretto tra le braccia l'oggetto del mio amore. Elena è un gioiellino, è bella da incantare. Non ricordo di aver mai provato un senso di felicità così emozionante come nel momento in cui l'ho presa tra le braccia e mi ha sorriso con tanta grazia, che credevo di vedere un angelo. Insomma, è una cosa inesprimibile per me: credo che non si sia ancora vista e che non si veda mai una bambina così incantevole. Mia piccola Elena! Quando avrò la gioia di possederla interamente? Non so rendermi conto di avere l'onore di essere la madre di una creatura così deliziosa!... Oh, va', che non mi pento d'essermi sposata".  Poi c'è un'allusione a Leonia che chiama "meno bella", aggiungendo, però, subito: "che amo come le altre".

            Ogni famiglia ha la sua croce e alla famiglia Martin le croci furono tante. Una fu il carattere di Leonia che continuerà a dare problemi anche da grande, fino alla morte di santa Teresina che dal cielo ottenne la grazia tanto desiderata. Un'altra fu la piccola Elena, tanto cara alla mamma, rapita in Cielo a cinque anni.

 

            Perché la storia di questa famiglia rimanesse come esempio e sprone per tante altre famiglie il Signore donò a Zelia il carisma di saper scrivere. Le pagine che sono state conservate sono ricche di delicatezza e calore umano, ma insieme di tanta fede e abbandono in Dio da fare meraviglia.

 

            Zelia era molto attaccata al fratello Isidoro. Da lontano era messo al corrente della vita della sua famiglia. Le confidenze forse più intime,  più profonde, però erano riservate alla sorella Luisa, ormai suora della Visitazione, suor Dositea. Con questa il legame era più spirituale. Ne fa testo un biglietto scritto, tra il serio e lo scherzoso, al fratello il 5 marzo 1865:

            "Non so più cosa dirti. Se tu, però, vedessi la lettera che ho scritto a mia sorella di Le Mans, ne saresti geloso: cinque pagine! Ma a lei dico quello che a te non confido. Ci intratteniamo su un mondo misterioso, angelico; a te bisogna parlare del fango della terra...".

            Peccato che moltissime lettere alla sorella suora siano andate perdute. Quelle rimaste e quelle scritte, oltre che al fratello, alle due figlie più grandi negli anni che erano educande alla Visitazione, ci mostrano l'animo di Zelia e, tra le righe, quello meno palese del marito.

Vivevano in piena armonia e i pensieri, i sentimenti, dell'uno possiamo considerarli dell'altro. Ognuno con il proprio carattere.

            Zelia era amabile, allegra, pratica, infaticabile, nemica del dilettantismo e delle cose complicate. Coi piedi saldamente piantati in terra e lo sguardo fisso in Dio, era sopratutto buona, infinitamente amante e devota, senza mostrarsi mai debole. Lo spirito di fede, che è presente in tutta la sua vita affiora dalle lettere con delle belle descrezioni.

 

            Ecco un esempio di questa sorella che fa anche da mamma, dopo la morte di questa, al fratello più piccolo, giovane, spensierato, mentre, con uno spirito un po' troppo goliardico, studia a Parigi. Gli presenta le vicende di suo marito che, come già accennato in una precedente lettera a lui medesimo, aveva fatto una esperienza simile in quella città:

            "Ti scongiuro, mio caro Isidoro, fa' come lui: prega, e non lasciarti trascinare dalla corrente. Se cadi una volta, sei perduto. Nella via del male, come in quella del bene, costa solo il primo passo; dopo si è travolti. Ti chiedo una cosa sola e se tu me la volessi regalare come strenna, sarei più felice che se mi mandassi tutta Parigi. Ecco: tu abiti molto vicino a Nostra Signora delle Vittorie. Ebbene, entra lì solo una volta al giorno per dire un'Ave Maria alla Madonna. Vedrai che ti proteggerà in una maniera tutta speciale, ti farà aver successo in questo mondo, per darti, poi, una eternità felice. Quello che ti dico non nasce in me da una pietà esagerata e senza fondamento. Ho motivo di aver fiducia nella S. Vergine; ho ricevuto da Lei dei favori che io solo conosco. Sai bene che la vita non è lunga. Tu ed io saremo presto alla fine e ci diremo soddisfatti d'aver vissuto in modo da non rendere troppo amara la nostra ultima ora. Adesso, se sei di cuore cattivo, ridi di me, ma se non lo sei, mi devi dare ragione" (17 gennaio 1864).

            Parigi rischia di rovinare il fratello. Zelia prega e fa pregare le suore Clarisse. La sorella suora può poco perché il monastero non permette troppa corrispondenza con i familiari.

            Isidoro incontra una donna che non presenta tutte le garanzie di brava persona. Vorrebbe sposarla. Con forza e sincerità Zelia interviene descrivendo la sposa ideale.

            Senza volerlo fa un autoritratto:

            "E' vero che tu pensi sempre alla signorina? Credo che tu sia pazzo! Io ho un'idea fissa: finirai per romperti la testa, con lei, o con qualche altra, perché tu prendi in considerazione solo le cose più stupide, come la bellezza e la fortuna e non ti preoccupi delle qualità che fanno felice un marito, o dei difetti che causano la sua desolazione e la sua rovina. Sai bene che non è tutto oro quel che luccica; la cosa principale è di cercare una vera donna di casa, che non abbia paura di sporcarsi le mani a lavorare, che non ami la moda più del necessario, che sappia educare i bambini al dovere e alla pietà. Una donna simile ti farebbe paura; non sarebbe sufficientemente brillante per gli occhi del mondo. Ma le persone di buon senso preferiscono una donna come questa senza dote, piuttosto che un cervellino con cinquantamila franchi" (14 luglio 1864).

 

            La Provvidenza interviene. Isidoro interrompe gli studi di medicina e lascia Parigi. Si trasferisce a Lisieux come farmacista. Assumerà la gestione della casa Fournet e l'11 settembre 1866 ne sposerà la figlia Celina.

            Zelia aspetta per la quinta volta e non può partecipare alle nozze.

            Quando conoscerà la cognata ne resterà entusiasta. Era proprio quella che ci voleva per il fratello. Un domani sarà una grazia per l'intera famiglia Martin. Per ora la lontananza crea del disagio alla sorella, ma ormai il fratello non ha più bisogno di essere guidato: ha messo la testa a posto. Continuerà a scrivergli, rievocando soprattutto i ricordi della vita passata, ma senza amarezza, anzi mostrando come i legami tra le due famiglie si stringono sempre di più. Eccone un'altra testimonianza:

            "Mi fa pena che tu pensi sempre ai nostri piccoli puntigli. Tutto ciò non è nulla, io li ho già dimenticati da molto tempo. Ti conosco da vecchia data e so che mi ami e che hai buon cuore. Se avessi bisogno di te, sono sicura che non mi verresti meno. La nostra amicizia è sincera; non è fatta di belle parole, è vero, ma non per questo è meno solida e meno granitica; né il tempo, né gli uomini, né la morte la distruggeranno mai. Il matrimonio non deve mettere una distanza tra i cuori e io son ben persuasa che il tuo affetto per me è sempre il medesimo.

Il mio è raddoppiato: t'amo sempre molto, e la mia giovane cognata l'amo come te. Non sai come sia felice al pensiero che tu abbia fatto una scelta così bella. Prima del tuo matrimonio ero parecchio inquieta sul tuo avvenire, e te l'ho detto molte volte; ora trovo che la tua felicità è assicurata" (18 novembre 1866).

 

            Intanto la vita della famiglia Martin va avanti non senza altre croci che cominciano a far sentire il loro peso.

            C'è sempre Leonia che continua ad avere bisogno di molte preghiere perché la scienza medica non riesce a sbloccarla:

            "La piccola non cresce bene; pare che non voglia camminare. E' un cosino da nulla, piccolissima e debolissima, pur senza essere malata" (maggio 1864).

            La supplica al Signore ha una condizione:

            "Se un giorno deve diventar santa, guariscila, Signore!".

            E la grazia si ottiene. La si vede "correre come una coniglietta", mostrando "un'agilità incredibile".

           

            Nel 1865 ci sono preoccupazioni per la medesima Zelia che scrive al fratello:

            "Tu sai che quand'ero ragazza ho preso un colpo al petto urtando contro lo spigolo del tavolo. Allora non ci ho badato, ma ora ho una ghiandola al seno, che mi preoccupa, soprattutto da quando mi fa soffrire. Quando la tocco non mi fa male, ma tutti i giorni e più volte al giorno mi sento come intirizzire, ho qualcosa che è difficile da spiegarti e che però, questo è certo, mi fa soffrire. Che cosa devo farci? Sono molto perplessa. Non mi spaventerei di fronte ad una operazione; ci sono, anzi, preparata: ma nei dottori di qui non ho che una mezza fiducia. Io vorrei approfittare del tuo soggiorno a Parigi, perché mi aiutassi molto in questa congiuntura. Mi trattiene una cosa sola: come farà mio marito nel frattempo?" (23 aprile 1865).

            Poi più nulla per più di dieci anni. C'erano altre malattie e, purtroppo anche morti, che avrebbero assorbito tutta l'attenzione.

           

 

MORTE E VITA SI INTRECCIANO

 

            Nello stesso anno, il 27 giugno, annuncia al fratello il decesso del suocero:

            "Mio suocero è morto ieri, all'una del pomeriggio; giovedì scorso aveva ricevuto i sacramenti. E' morto come un santo: si muore come si è vissuti. Non avrei mai creduto, però, che la sua fine mi potesse fare tanta impressione: ne sono abbattuta. La mia povera suocera ha passato delle notti intere a curarlo, per due mesi e mezzo, senza accettare nessuno che l'aiutasse. Lei stessa lo ha composto nella bara e gli è vicina notte e giorno: ha davvero un coraggio straordinario e delle qualità bellissime. Io lo confesso: la morte mi spaventa. Ho visto or ora mio suocero: ha le braccia così rigide e il viso così freddo! E dire che anch'io vedrò i miei allo stesso modo, o loro vedranno me così!... Tu sei abituato a vedere la morte; io non l'avevo mai vista tanto vicina".

            E la morte si accosterà sempre di più alla sua famiglia. I lutti e le angosce si succederanno a breve scadenza nei cinque anni successivi, con qualche piccola breve parentesi di gioia.

            Il 20 settembre 1866 nasce finalmente un maschietto, Maria Giuseppe Luigi. L'intera famiglia esulta. La mamma non sa contenersi. Deve essere dato anche lui a balia, ma quando torna se lo coccola come fosse una bambola.

            E' il primo dell'anno:

            "Per capodanno l'ho vestito come un principe: aveste visto com'era bello, come rideva di gusto! Mio marito mi diceva che lo portavo in giro come un santo di legno. Lo mostravo, infatti, come una curiosità rara. Ma... o vanità delle gioie del mondo! All'indomani, alle tre del mattino, sentiamo picchiare forte alla porta. Balziamo dal letto, corriamo ad aprire e ci dicono: 'Venite subito, il vostro bambino sta malissimo, abbiamo paura che muoia!'. Potete immaginare se ci ho messo molto a vestirmi! Son corsa attraverso la campagna, nella notte freddissima, nonostante la neve e il ghiaccio. Non ho chiesto a mio marito di venire ad accompagnarmi; non avevo paura e avrei attraversato da sola anche una foresta: ma naturalmente non ha voluto lasciarmi andare senza di lui" (alla cognata il 13 gennaio 1867).

            Il piccolo si rimette, ma il 14 febbraio 1867 vola al Cielo. Ora è la sorella suora che scrive a Zelia addolorata:

            "Cara sorellina. Ho ricevuto ieri sera il tuo telegramma, alle cinque e mezzo. Il nostro angioletto era già dunque in Cielo. Cara sorella, come devo fare a consolarti? Io stessa ho bisogno di conforto, tanto sono afflitta, anche se rassegnata alla volontà di Dio! Egli ce l'ha dato ed Egli ce l'ha tolto: sia benedetto il suo nome! Stamane, durante la Santa Comunione, mentre pregavo Nostro Signore di lasciarci il povero piccolo, che noi avremmo voluto, del resto, educare a gloria sua e per la conquista delle anime, mi è parso di sentire rispondere interiormente che Egli vuole le primizie e che ti darà più tardi un altro bambino, che sarà come lo desideriamo".

            La mamma, infatti, lo sognava prete, missionario.

            Si fa una novena a San Giuseppe che termina il giorno della sua festa, il 19 marzo 1867 e nove mesi dopo, puntuale, arriva il nuovo Giuseppe.

            La mamma trema. Rosina, la nutrice, lo porta a casa sua e Zelia non vede l'ora di riaverlo.       Scrive prima al fratello:

            "E' grazioso come un mazzolino di fiori, sorride come un beato: quanto sarei contenta se il Signore me lo lasciasse! Glielo chiedo, supplicandolo, tutti i giorni. Ma se Lui non volesse, dovrei pur rassegnarmi" (14 febbriao 1868),

            poi alla cognata:

            "E' un lavoro così dolce, quello di occuparsi dei propri piccoli! Se avessi solo questo da fare, sarei la donna più felice del mondo. Ma è pure necessario che il papà ed io lavoriamo per preparare loro una dote; altrimenti potrebbero non essere contenti di noi, quando saranno grandi".

 

            Si pensa al futuro, ma Dio sta portando avanti il suo disegno, attraverso il dolore che di nuovo bussa alla porta dei Martin. Il piccolo, dopo tre mesi di bronchite, riportato a casa, spira davanti alla mamma incapace di soccorrerlo.

            Il 23 agosto 1868 aveva scritto al fratello:

            "Io sono proprio scoraggiata e non ho più forza di curarlo. Mi si spezza il cuore a vedere soffrire un bambino in un modo così atroce: non fa che emettere un gemito lamentoso e non chiude occhio da quarantotto ore. Sotto il morso del dolore si piega in due".

            E il giorno dopo un nuovo angelo protettore dal paradiso può guidare la famiglia:

            "Il mio caro Giuseppe è morto nelle mie braccia stamane, alle sette. Ero sola con lui: aveva passato una notte di sofferenze crudeli e io domandavo con le lacrime agli occhi la sua liberazione. Mi sono sentita alleggerire il cuore quando l'ho visto spirare".

 

            Le preghiere non vanno mai a vuoto. I nostri coniugi lo sanno. Si prega e ci si affida tutto a  San Giuseppe, sempre, però, sottomessi alla volontà di Dio. Sa Lui ciò che è bene per le sue creature. La mamma continua a sperare in altre nascite. La zia Visitandina propone di affidare le eventuali altre creature a San Francesco, ma la mamma prontamente dice:

            "morire o non morire, il bambino si chiamerà sempre Giuseppe".

 

            Adesso è la volta del papà di Zelia. Già la mamma era spirata il 9 settembre del 1859, a 55 anni. Abitavano un po' lontano dalla figlia, ma quando il papà era rimasto solo, già lo volevano sistemato a due passi dalla figlia, non riuscendoci.

            Nel 1866 gli acciacchi della vecchiaia suggeriscono di nuovo di non lasciarlo solo. Ecco allora la generosità di Zelia, accompagnata da quella del marito. Il papà è sempre papà e Zelia tranquillizza il fratello:

            "Suggeriscigli di non prendere un'altra domestica e di venire ad abitare da noi. Non puoi credere quanto mi sia difficile trovargli una persona di servizio sicura e devota. Mio marito accetta questo accomodamento; e non potresti trovare un genero su cento che sia buono col suocero come lui. Papà. tu lo sai bene, è un gran buon uomo, ma ha le sue manie da vecchio. Siamo noi, suoi figli, che lo dobbiamo sopportare e io sono decisa a farlo. Se tu abitassi qui verrebbe più volentieri in casa tua, perché ti ama più di me; ma se non vuoi cambiare città, bisogna che resti con noi fino al termine dei suoi giorni" (23 dicembre 1866).

            Cos' il vecchio Isidoro comincia a far parte della famiglia Martin. Come si prevedeva i mali si moltiplicano. Prossimo ai 79 anni a causa di un tumore e a crisi di soffocamento è in fin di vita. Zelia rassicura il fratello:

            "Non stare in pensiero; io gli sono sempre vicina e posso quasi dire di non lasciarlo un istante. Gli medico io stessa il suo male due volte al giorno e gli do tutto quello che mi sembra gli sia più utile... Il nostro povero caro papà mi fa immensamente compassione. Tutto egli sopporta con molta pazienza..." (8 giugno 1868).

            Dopo un leggero miglioramento, il crollo. E' il 3 settembre 1868. Così Zelia dà la notizia alla cognata:

            "Ho il cuore spezzato dal dolore e insieme ripieno di celeste consolazione. Sapeste con quali sante disposizioni s'è preparato alla morte! Alle tre faceva ancora il segno di croce. Spero, anzi sono certa, che il caro papà è stato benignamente accolto dal Signore: desidero che la mia morte assomigli alla sua".

            Da appena dieci giorni aveva perso il secondo Giuseppe.

            Al dolore non ci si abitua mai! Quattro giorni dopo descrive alla cognata qualcosa di questo dolore:

            "Ieri sono andata al cimitero: a vedermi, si sarebbe potuto dire: ecco la persona più indifferente del mondo. Inginocchiata presso la tomba di mio padre, non potevo pregare. A qualche passo di distanza erano sepolti i miei due angioletti: mi sono soffermata anche là, con la stessa apparente indifferenza... Ho rifatto la strada che avevo percorsa cinque settimane prima col mio bambino e mio padre: non so esprimervi quello che ho provato. Non badavo affatto a ciò che avveniva attorno a me: facevo attenzione solamente ai posti in cui s'era seduto il mio babbo. Rimanevo là in piedi, colla testa vuota, quasi senza un pensiero. Nella mia vita non avevo mai provato simili strette al cuore. Tornata a casa, non ho potuto mangiare: avevo l'impressione che qualsiasi dolore mi avrebbe lasciata insensibile".

 

            Il vuoto è grande, la nostalgia immensa. Il primo novembre seguente scrive ancora al fratello:

            "Molte volte desidero averti vicino per sentirti parlare di papà. Come è morto santamente, povero babbo!... Ti ricordi quando ci stringeva la mano, la vigilia della morte? Che aria da santo aveva! Se il Signore mi volesse dar retta, lo dovrebbe introdurre oggi stesso in Paradiso. Se dipendesse da me, ce lo metterei subito! Quel caro uomo non era avvezzo a soffrire: io non mi spavento al pensiero di dover andare in Purgatorio: tanto mi sembra naturale aver da patire. Se il Signore volesse, sottoscriverei subito il contratto di fare il Purgatorio di papà, oltre che il mio, pur di avere la gioia di saperlo felice".

            Non era tutto finito. Venne la volta della sorella Visitandina. Si anticipò la prima Comunione della figlia più grande, Maria (2 luglio 1869) che chiederà al Signore la grazia della guarigione della zia.

            Al fratello e alla cognata Zelia aveva scritto:

            "Ho l'anima in pena: se mi venisse a mancare, perderei tutto, tanto è intimamente cara a me e preziosa per l'educazione delle mie bambine. Tutte le volte che ci penso, il cuore mi si riempie di amarezza. Quando dovrò tornare alla Visitazione e lei non ci sarà più, sento che me ne mancherà il coraggio" (gennaio 1869).

            La zia, benché gravissima, si riprende, probabilmente proprio grazie alle preghiere di quell'anima innocente.

            Da quella data, a scadenze regolari, la famiglia festeggerà la Prima Comunione di tutti i bambini. Un esempio l'abbiamo nella descrizione che farà Teresa della sua.

 

 

NASCE CELINA

 

            Ma un altro grande avvenimento nel frattempo era accaduto. Il 28 aprile 1869 Zelia dava alla luce Maria Celina. Quante ansie durante la gestazione!

            Qualcosa la descrive alla cognata a febbraio:

            "Non potete credere quanto mi senta spaventata al pensiero della creaturina che attendo: mi pare che la sorte degli ultimi due debba essere anche la sua; per me questo è un incubo continuo. Credo che l'apprensione sia peggiore del male. Quando le disgrazie succedono, mi so rassegnare facilmente; invece la paura nell'attesa è per me un supplizio. Stamane, durante la Santa Messa, mi avevano assalita dei presentimenti così foschi, che mi ero sentita profondamente sconvolta. La cosa migliore sarà quella di mettere tutto nelle mani di Dio, attendendo gli eventi nella calma e nell'abbandono alla sua santa volontà. E' quello che mi sforzo di fare".

 

 

ELENA MUORE A CINQUE ANNI

 

            Poi, forse, la prova più grande, allora, per tutta la famiglia. Improvvisamente dopo un solo giorno di crisi, tra le braccia della mamma muore la piccola Elena a poco più di cinque anni.

Lasciamo la descrizione commovente della mamma in una lettera alla cognata e al fratello:       "Guardandola triste negli occhi offuscati, nei quali più non brillava la luce della vita, scoppiai a piangere. Allora ella mi gettò le sue braccine intorno al collo e tentò di consolarmi meglio che poté. Tutto il giorno non fece che dire: 'La mia mammina che ha pianto!'. Ho passato la notte vicino a lei; una notte pessima. Il mattino le chiesi se volesse prendere il brodo; rispose di sì, ma non poteva inghiottirlo. Tuttavia fece uno sforzo supremo, dicendomi: 'Se lo bevo, mi vorrai più bene?'. Lo prese tutto, ma dopo fu assalita da dolori terribili e non poteva avere riposo. Guardava la bottiglia della medicina che il dottore le aveva ordinato e la voleva bere, dicendo che quando l'avesse presa tutta sarebbe guarita. Verso le dieci meno un quarto mi sussurrò: 'Sì, presto guarirò, sì, subito...'. E mentre la sostenevo, la sua testolina mi è cascata sulla spalla e gli occhi si sono chiusi: cinque minuti dopo, non viveva più...

L'impressione che mi ha fatto non la scorderò più; né io, né mio marito ci aspettavamo una fine così improvvisa. Quando lui è rincasato e ha visto la sua bambina morta, è scoppiato in singhiozzi gridando: 'Mia piccola Elena! Mia piccola Elena!'. Poi insieme l'abbiamo offerta al Signore...  Prima che la seppellissero ho passato la notte accanto alla mia piccina: era più bella morta che viva. L'ho vestita io, l'ho messa nella bara; credevo di morire, ma non volevo che altri me la toccassero" (24 febbraio 1871).

            Fu una prova tremenda. Le sorelline in collegio non si davano pace. Era la preferita da tutti. Il dolore del papà, brevemente descritto, lo conosce solo Dio.

            La mamma ne fa ancora un accenno, un mese dopo, scrivendo sempre alla famiglia del fratello:

            "A volte, immagino di andarmene tranquillamente, come la mia piccola Elena. Vi assicuro che la vita non mi interessa più. Da quando ho perso quella bambina, sento solo il desiderio ardente di rivederla. Ma quelli che restano hanno bisogno di me, e per loro prego il Signore di lasciarmi ancora qualche anno sulla terra. Ho pianto assai i miei due maschietti; ma il dispiacere per la perdita di lei è ancora più forte. Cominciavo a sentirmene orgogliosa e felice, tanto era graziosa e carezzevole e precoce per la sua età! Non passa minuto del giorno ch'io non pensi a lei. Aveva ragione la suora che le faceva scuola, di dirmi che bambine come quella non possono vivere molto. Sì, è in Cielo, più felice che qui; ma a me pare che mi sia stato tolto tutto il mio bene" (27 marzo 1870).

            I disegni di Dio sono imperscrutabili. Ancora qualche prova, poi la gioia che oggi invade il mondo intero: la nascita di Santa Teresina.

            La zia in queste ultime circostanze aveva scritto alla sorella: "Sta pur sicura che Iddio ti benedirà e che la misura delle tue pene sarà quella delle consolazioni che ti saranno riservate".      Quasi una profezia non solo per la mamma, ma per tutti.

 

 

NASCE E MUORE MELANIA TERESA

 

            Nel 1870 c'è la guerra. Zelia è all'ottava gestazione. Come sempre è felice. Sogna, come da tempo, un maschietto. Anche la cognata è incinta. Zelia le scrive:

            "Mi sento felice che l'agosto prossimo tutte e due avremo un bambino. Io, almeno, aspetto un maschietto. Comunque, maschio o femmina, accoglieremo con riconoscenza quello che il Signore ci darà, giacché Lui sa meglio di noi ciò che ci necessita. Mi angustia soltanto il pensiero di dover ancora affidare a una nutrice la mia creaturina: è tanto difficile trovare delle persone per bene ! Mi piacerebbe anche tenermi la balia in casa ma non è possibile; ho già troppa gente! Insomma, il Signore mi aiuterà. Lui sa bene che non è la pigrizia che mi impedisce di allattare i miei bambini; io non ho paura dei fastidi" (12 febbraio 1870).

            Nasce Maria Melania Teresa. Non fu facile trovare ciò che desiderava, anzi fu un errore affidare la piccola ad una incosciente balia che la trascurò fino a farla deperire. Riportata a casa non ci fu nulla da fare, nonostante Luigi girasse e bussasse a tutte le porte. L'8 ottobre anche Melania, tra le braccia della mamma, vola al cielo.

 

            Qualcuno potrebbe insinuare che per la morte dei piccoli così ripetuta e a breve distanza, la mamma fosse diventata meno sensibile, che emergesse in lei una specie di abitudine che ne attenuasse il dolore. Ma non è così. Basta leggere le lettere che accompagnano questi tristi eventi. Solo la fede è il suo sostegno. Fede e speranza nell'incontro definitivo nell'aldilà.

            Eccone un'altra testimonianza. Il giorno stesso scrive alla cognata:

            "Non si può immaginare quello che la bimba ha sofferto! Io ne sono affranta: l'amavo tanto! Ad ogni nuovo lutto mi sembra di amare più degli altri il figlio che perdo. Era graziosa come un mazzolino di fiori, e poi io sola pensavo a lei. Oh! anch'io vorrei morire! Son due giorni che non ho forza; non ho mangiato quasi nulla e sono stata in piedi tutta la notte, in una angoscia mortale",

            e subito dopo al fratello:

            "Era una bambina tanto graziosa! Aveva due occhi bellissimi, come se ne vedono pochi nei neonati, e dei lineamenti assai fini. E dire che me l'hanno fatta morire di fame! E' spaventoso! Non puoi immaginare quanta gioia io provassi al pensiero di allevarla da me. Ero felice come se fosse stata il mio primo bambino... E invece, tutto è finito, irrimediabilmente: non resta che rassegnarsi. Lei è beata in cielo, e questo pensiero mi conforta".

            Colpita dal dolore, la capisce solo chi passa la medesima prova. Brilla la fede che vuole comunicare anche agli altri. Solo la fede può confortare. Così l'anno seguente, quando la cognata dà alla luce un figlio morto, Zelia è pronta a infonderle coraggio:

            "La disgrazia che vi ha colpito da poco mi affligge profondamente: siete davvero molto provata. Povera cara cognata, il Signore vi doni la rassegnazione alla sua santa Volontà, in questo, che è uno dei primi vostri dolori. Il vostro bambino è vicino a Lui, vi vede, vi ama, e un giorno lo ritroverete: è una grande consolazione, che io ho già provata e che gusto tuttora.

Quando chiudevo gli occhi ai miei cari figlioli e li accompagnavo al cimitero, sentivo un grande dolore, ma sempre rassegnato. Non mi sono mai rammaricata per le pene e le preoccupazioni sopportate per loro. Molti mi dicevano: 'Sarebbe stato meglio non averli avuti'. Io non potevo soffrire questo modo di parlare. Non mi pareva che fosse giusto mettere a confronto le mie pene e le mie preoccupazioni con la beatitudine eterna dei miei bambini. E poi non erano persi per sempre: la vita è corta e piena di miserie, li ritroverò lassù.

E' stato soprattutto alla morte del primo, che io ho sentito più vivamente il conforto di avere un figlio in Cielo. Il Signore mi ha dato la dimostrazione sensibile del suo compiacimento verso il mio sacrificio. Per l'intercessione di quell'Angioletto, infatti, ho ottenuto delle grazie straordinarie" (17 ottobre 1871).

 

 

GUERRA IN FRANCIA

 

            Tralasciamo le vicende della guerra. Alcune lettere di Zelia fanno una dettagliata descrizione soprattutto di ciò che capitò alla sua famiglia. Fu testimone delle barbarie commesse, dei feriti e dei morti che incontrò quando andò a prendere, appena possibile, le due figlie più grandi al collegio di Le Mans. Poi i soldati a casa. Le requisizioni. Le granate. Il rifugio in cantina e la carestia. Tutte le guerre sono uguali. Sembra la descrizione della nostra seconda guerra mondiale.

            Poi la guerra finì, ma non fu meno tragico il dopoguerra. Si visse uno sbandamento generale, oltre alla mancanza di tutto. Non mancò la persecuzione religiosa. Come non mancarono i profeti di sventura che seminavano paura e sconcerto. Il rifugio per la famiglia Martin era sempre la preghiera. Si pregava a casa, si pregava in chiesa, si partecipava a pellegrinaggi. 

            Nel maggio 1873 Luigi scrive a Paolina:

            "Prega molto, cara piccina, per il buon esito del pellegrinaggio di Chartres, al quale anch'io prenderò parte. Esso riunirà numerosi pellegrini della nostra bella Francia ai piedi della Madonna, per ottenere le grazie di cui la nostra Patria ha tanto bisogno per mostrarsi degna del suo passato".

 

            Nel 1871 Luigi aveva ceduto a un nipote la gioielleria e si era trasferito con tutta la famiglia nella casa del papà, in Via Saint Blaise. La mamma invece restava lì, dimorando sopra il negozio.

Prima di andarvi ad abitare Luigi l'aveva arredata secondo i gusti soprattutto della moglie. La casa è modesta e riservata. Nella prima stanza Zelia continuerà la sua arte di merlettaia e riceverà periodicamente le operaie che lavoravano per lei. Luigi, ormai libero dall'orologeria, l'aiuterà con maggiore continuità.

 

 

NASCE SANTA TERESINA

 

            In questa casa nascerà Santa Teresa di Gesù Bambino. La zia suora aveva predetto la ricompensa dei sacrifici e dolori di Zelia con la nascita di una grande santa. Zelia aveva quarant'anni e Luigi ne toccava i cinquanta. Più di qualcuno bisbigliava: "Basta!". Qualche altro si sforzava di dimostrare che il buon Dio aveva tolto dal mondo quattro creature perché non ce l'avrebbero fatta a portarle avanti. Zelia si sfoga con la cognata scrivendole:

            "Io non intendo le cose a questo modo... Dio è il padrone dell'universo e non doveva certo chiedermi dei permessi. Però, fino ad ora, ho sopportato benissimo tutte le fatiche della maternità, confidando nella sua Provvidenza. D'altra parte, che volete? Non siamo sulla terra per divertirci: quelli che badano solo a spassarsela hanno torto e rimangono estremamente delusi nelle loro speranze" (5 maggio 1871).

            Poi il 21 luglio 1872 il lieto annuncio, sempre alla cognata:

            "Vi devo mettere al corrente di un evento che si realizzerà probabilmente verso la fine dell'anno e che, per ora, interessa soltanto me. Sarei felice se sapessi di poter allevare la creaturina che sta per giungere al nostro focolare; vorrei sperare che non ci lasciasse, fin che mio marito ed io saremo al mondo. Sto meglio dell'altra volta, ho buon appetito e non mi vien mai la febbre. Spero che questo bambino mi nasca bene: le disgrazie non bussano sempre alla stessa porta. Ad ogni modo, sia fatta la volontà di Dio".

            Il 15 dicembre seguente, avvicinandosi il gran giorno scrive ancora con un pizzico di timore:    "Ora, di giorno in giorno, aspetto il mio angelo e sono fortemente angustiata perché non ho ancora trovata una nutrice. Ne ho viste parecchie, ma non facevano al caso nostro e mio marito non ha mai potuto risolversi ad assumerne una. Non è per la spesa; è che non vorremmo introdurre in casa gente poco desiderabile... Se il Signore mi facesse la grazia di poter allattare il mio bambino, sarebbe per me un piacere allevarlo. Io amo pazzamente i bambini, ero nata per averne; ma sarà presto tempo di non averne più. Farò quarantun anno il 23 di questo mese: è l'età in cui si comincia a diventar nonne!"

            Finalmente l'evento. Maria Francesca Teresa vede la luce giovedì 2 gennaio 1873. La chiamano anche Francesca probabilmente per non contrariare la zia suora che aveva suggerito di affidare le nuove nascite a questo santo protettore. Anzi quando la piccola cominciò a preoccupare per la salute, la medesima zia si raccomanderà a San Francesco di Sales e suggerirà ai genitori di fare il voto di mettere al primo posto il nome di Francesca se ne avessero ottenuto la guarigione. Zelia e Luigi non vollero darle retta: la santa del Carmelo, che da poco aveva preso con sé l'altra piccola Teresa, doveva avere il suo posto nella famiglia.

            La bimba passò dei brutti momenti. Si riprendeva e ricadeva ammalata. Bisognava a tutti i costi affidarla a una nutrice. Si pensò a Rosina che aveva allattato i due maschietti, ma abitava lontano. La mamma, di notte, da sola, correrà a chiedere aiuto a questa donna che dopo molte insistenze andò con lei. Quando la vide, scoraggiata esclamò che era fatica sprecata, comunque la prese in braccio mentre Zelia si ritirava piangendo.

            Nel marzo del 1873, descriverà alla cognata ciò che era accaduto:

            "Son corsa subito in camera, mi sono inginocchiata ai piedi di S. Giuseppe e gli ho chiesto la grazia che la piccina guarisse, pur rassegnandomi alla volontà di Dio, che la chiedesse per sé. Non piango molto di frequente; ma mentre facevo questa preghiera mi scorrevano le lacrime dagli occhi. Non sapevo se dovevo scendere.., poi mi sono decisa. E cosa vedo? La bambina poppava a tutta forza: ha mollato ch'era quasi l'una del pomeriggio, ha rigettato qualche boccata e poi s'è abbandonata come morta sulla nutrice. Le eravamo intorno in cinque, impressionatissime. Un'operaia piangeva; io mi sentivo gelare il sangue nelle vene. La bambina? Apparentemente, non emetteva respiro: noi ci si curvava su di lei per vedere di cogliere un segno di vita e non scoprivamo niente. Ma era così calma, così serena, che ringraziavo il Signore d'avermela fatta morire tanto dolcemente.           Infine, un quarto d'ora dopo, la mia Teresina apre gli occhi e si mette a sorridere. Da quel momento fu guarita: ha riacquistato la bella cera e la sua allegria e ora tutto procede per il meglio. Ma la mia piccina è partita: è doloroso davvero allevare una bambina per due mesi e poi essere obbligata a metterla in mano ad estranei. Mi consola il pensiero che il Signore vuole così.... Ad ogni modo, anche questa dura prova è finita".

 

 

MARIA SI AMMALA E GUARISCE

 

            Ma non sono finite le prove. Di lì a poco un 'altra afflizione prostra la famiglia Martin. Maria, che aveva ormai tredici anni, si ammala di febbre tifoidea. La mamma e il papà tremano. La famiglia deve organizzare l'isolamento. La febbre cresce. Si teme la morte.

            Zelia il 10 aprile 1873 scrive alla cognata:

            "... Speriamo che Dio non permetta una prova grande quanto la perdita di questa bambina. Mio marito è desolato: non lascia più la casa. Siccome oggi, giovedì, sono stata costretta a ricevere tutta la mattinata le operaie, mi ha sostituito come infermiere improvvisato. Ma a sentir gemere la bambina sta male anche lui e si perde di coraggio. Addio, cara amica, pregate per me perché, se il Signore ci chiedesse un sacrificio così grosso, abbiamo almeno la forza di sopportarlo".

            Luigi va a raccomandarsi alle preghiere di un sant'uomo, in un santuario sulla collinetta di Choumont, che è considerato un taumaturgo. Va e torna a piedi senza toccare cibo per penitenza. La grazia è ottenuta. La bambina si ristabilisce.

 

            Ma anche altre circostanze spingono Zelia a scrivere. Il fratello Isidoro subisce un rovescio economico ed ecco il suo intervento a lui e alla sorella suora che se ne affliggeva:

            "Le ho scritto di non rompersi la testa per tutto ciò. C'è da fare una sola cosa: pregare il Signore, dal momento che né lei, né io possiamo aiutarti in altro modo. Ma Dio, che non è per nulla perplesso, ci leverà d'impiccio quando gli parrà che abbiamo sofferto a sufficienza. Allora riconoscerai che il tuo successo non lo devi né alla tua capacità e neppure alla tua intelligenza, ma a Lui solo. E' quello che capita a me, col mio merletto di Alençon: questa convinzione è salutarissima; credi a me, che ne ho fatto l'esperienza. Tu sai che tutti siamo portati a essere orgogliosi: io noto poi che quelli che si sono fatti una fortuna sono d'una sufficienza insopportabile. Non dico che se fossi riuscita ad ammassare soldi sarei giunta a tal punto, come neppure tu, ma saremmo stati intaccati più o meno dall'orgoglio, perché è certo che la prosperità costante allontana da Dio. Egli non ha mai condotto i suoi eletti per questo sentiero; li ha fatti passare, invece, per il crogiuolo della sofferenza allo scopo di purificarli. Mi dirai che ti faccio la predica, benché non ne abbia l'intenzione. A queste cose ci penso molto spesso e per questo te le scrivo: se poi vuoi chiamarla predica, fa' come ti pare".

            Questa lettera porta la data del luglio 1872. E' inutile farne il commento. Sono dei capolavori di spirito evangelico.

 

            Un'altra volta per incoraggiare la figlia Paolina al digiuno della Quaresima 1876 scrive:             "Arrivederci a presto, Paolina! Ancora ventuno giorni; ma ventuno giorni lunghissimi; perché bisogna digiunare! E' una cosa massacrante: la settimana scorsa ho creduto di doverci rinunciare: avevo un male di stomaco così forte, da non poter sentirmi addosso la veste: ho sofferto in quel modo tutto il pomeriggio. Ero decisa a cedere; ma poi, alla sera, il padre Cappuccino ha fatto una predica che mi ha dato coraggio".  

            C'è anche dell'umorismo a proposito della penitenza che a volte si deve fare a causa dei predicatori. Infatti per la quaresima dell'anno precedente aveva invece scritto sugli oratori:

            "L'uno non predica meglio dell'altro.., e tutti e due sono una penitenza in più". Viva la faccia della sincerità!

            A proposito di umorismo anche nei momenti tragici della guerra, Zelia non manca di particolari che fanno ridere. Così fu nella descrizione della scorribanda dei soldati. Racconta, infatti, il particolare di un contadino che voleva salvare a tutti i costi il suo maiale requisito. Si era attaccato alla coda con tanta forza da vincere, ma che cosa? Solo la coda recisa da un colpo di sciabola del militare che lo portava via.

 

            Che dire poi delle sofferenze  e umiliazioni subite per fare la carità, per essere imparziali, giusti? Nulla frenava i nostri coniugi. I poveri, poi, erano i preferiti nei loro rapporti con il prossimo. Spesso erano coinvolte le piccole per fare da intermediare nel dare l'elemosina, come racconterà la medesima Santa Teresina.

            Tante sofferenze per fare del bene, per essere onesti, per difendere la giustizia. Sofferenze causate da spiriti irrequieti, forse invidiosi della calma che, nonostante tutto, regnava in questa famiglia.

 

            Tutto era accettato e sofferto insieme. Sintonia di pensieri e di sentimenti. Le descrizioni dello stato d'animo scritte da Zelia possono considerarsi identiche per il marito. Luigi d'altronde, come già detto, amava poco lo scrivere. Abbiamo di lui solo pochi biglietti, sobri, scarni, ma nei quali si intuisce ciò che ha dentro. Partecipava attivamente alla vita familiare. Condivideva con le bambine i giochi, cantava per loro, le faceva divertire imitando la voce degli animali. A casa si respirava la serenità anche quando si era circondati da situazioni meno liete.

 

            Quando le figlie cresceranno, nelle lettere che Zelia scriverà, quando sono lontane, crescerà anche la confidenza con loro. Il motivo della lontananza è per farle frequentare il collegio delle Visitandine dove studiano. La principale attenzione di Zelia e Luigi è sempre per una completa educazione civile e religiosa delle figlie.

            Zelia prevedeva imminente la sua fine ed aveva premura di formare bene colei che avrebbe preso il suo posto, la figlia più grande.  La faceva lavorare con lei, comunicandole suggerimenti e consigli.

            Per un certo periodo però nota in Maria qualcosa di inevitabile per le ragazze di quell'età. Aveva infatti quindici anni.  Non la inquieta con rimproveri. Aspetta pazientemente il passaggio della crisi giovanile. In una lettera si sfoga con Paolina che sta lontano:

            "Maria sogna di andare ad abitare in una bella casa, in via della Demi-Lune, di fronte alle Clarisse. Ne ha parlato ieri sera durante tutta la veglia; si sarebbe detto che per lei quella casa sia il Cielo! Purtroppo i suoi desideri non potranno realizzarsi: bisogna restare dove siamo. Non dico che lei ci debba rimanere per tutta la vita; io, però, la lascerò solo quando sarò morta. Tua sorella, che del resto non ha gusti mondani, non s'accontenta mai della condizione in cui si trova. Ha l'ambizione di stare meglio, vorrebbe avere un bell'appartamento, con delle camere vaste e ben ammobiliate... Quando avrà questo ed altro, forse in lei il vuoto si farà sentire ancora di più" (16 gennaio 1876).

 

            E' preziosa la corrispondenza con questa figlia, la seconda, Paolina, che sembra somigliare tanto alla mamma. E' saggia. E' la preferita da tutti e due. Luigi la chiama "il piccolo Paolino", riferendosi a San Paolo.

            In una lettera alla ragazza, ormai quindicenne, Zelia ricorda la sua nascita:

            "Non dimenticherò mai l'otto dicembre 1860: ma non ci posso pensare senza sorridere. Ero proprio come una bambina che domanda una bambola alla sua mamma. Volevo avere una Paolina come quella che adesso ho, e insistevo nel mettere i puntini sulle i, nella paura che la Madonna non capisse bene quello che io desideravo. Senza dubbio, bisognava che la bambina che aspettavo avesse, per prima cosa, una bella animuccia, capace di diventare santa; ma mi premeva anche che fosse molto carina. Quanto a questo, devo dire che no, non è molto graziosa, la mia Paolina; ma io la trovo bella, anzi, bellissima: è proprio così che la volevo! Quest'anno andrò ancora a trovare la Madonna... Non le domanderò più un'altra bambina: la pregherò soltanto perché quelle che m'ha dato siano tutte sante e perché io le possa seguire da vicino. Ma bisogna che siano molto più buone di me" (5 dicembre 1875).

 

 

LEONIA DIFFICILE

 

            Chi dava più pensiero era ancora e sempre Leonia. Lasciamo la descrizione alla penna della mamma che scrive al fratello nel luglio 1872:

            "E' una bambina difficile da educare: la sua infanzia non darà molte soddisfazioni. Ma credo che in seguito varrà quanto le sue sorelle. Ha un cuore d'oro; la sua intelligenza non è sviluppata e resta al di sotto delle capacità delle bimbe della sua età. Tuttavia non manca di risorse e trovo in lei un certo buon senso, unito ad una energia di carattere ammirevoli... Insomma, è una natura forte e generosa, di quelle che mi vanno a genio. Ma se la grazia di Dio non ci assistesse, cosa varrebbero le doti umane?".

            Dopo due anni, fallito il tentativo di farla educare dalla zia suora, scrive alla cognata:

             "Come potete immaginare la cosa mi ha vivamente contrariata; e non mi pare di dire tutto, confidandovi di essere ancora afflitta da una pena profonda. Per l'educazione della bambina, ormai speravo solo in mia sorella ed ero convinta che me l'avrebbe rifatta. Invece, nonostante la sua buona volontà, non è stato possibile raggiungere alcun risultato positivo. Bisognava separarla dalle altre, perché appena è in compagnia non si controlla più ed è d'una dissipazione difficilmente immaginabile. Così ora, per cambiarle carattere, non mi resta che aver fede in un miracolo. E' vero che io un miracolo non lo merito, ma mi ostino a sperare contro ogni speranza. Più la vedo difficile, più mi persuado che il Signore non può permettere che resti così: e pregherò fino a che Egli non si lascerà piegare. A diciotto mesi è stata guarita da una malattia mortale. Perché il Signore me l'avrebbe salvata allora, se non avesse avuto su lei i suoi disegni misericordiosi?"(1° giugno 1874).

            La grazia, o il miracolo, così chiamato dalla mamma, avvenne in forma completa e definitiva subito dopo la morte di santa Teresina, come già detto.

            I metodi usati per correggerla erano stati tanti. La mamma puntava sui piccoli sacrifici da offrire a Gesù e qualche volta ci riusciva. Infatti in un'altra lettera scrive:

            "le ho detto di fare qualche fioretto per vincere il suo pessimo umore, suggerendole di mettere in un cassetto una nocciolina per ogni vittoria riportata...".

            Non violenza, ma persuasione, invito. Questo era il metodo pedagogico usato da Zelia.

 

            Molto più facile invece fu l'educare Celina. Fu affidata alle cure della sorella più grande che ne era anche la madrina. I risultati furono più che soddisfacenti. Molti particolari si possono trovare sempre nella corrispondenza di Zelia.

 

            Sull'educazione e il carattere della nostra Teresina rimandiamo a quanto ella stessa ha raccontato nella sua autobiografia, che chiama "storia di un fiorellino invernale".

 

 

LA MALATTIA DI ZELIA

 

            Continuiamo a seguire questa coppia di sposi nella quale ormai si sta per rompere il vincolo terreno.

            I primi sintomi del male che porterà Zelia alla morte li aveva avuti nel 1865. Era una ghiandola al seno che ogni tanto faceva sentire la sua presenza con fastidi e dolori. Poi il da fare, le maternità e, purtroppo, le morti avevano assorbito e distratto la sua sensibilità al male.

            L'8 novembre 1876 scrive alla figlia Paolina:

            "Aspiro al riposo. Mi manca perfino il coraggio di continuare la lotta e sento il grande bisogno di raccogliermi un poco per pensare alla mia salvezza, che gli impegni del mondo mi fanno trascurare. Dovrei ricordare la parola dell'Imitazione: 'Perché cercate il riposo, se siete nati per il lavoro?'. Ma quando le occupazioni assorbono troppo e non si ha più l'energia degli anni giovanili, non si può fare a meno di augurarsi di esserne alleggeriti, almeno in parte. Vivo di questa speranza... Penso che quando non avrò più tra mano il merletto di Alençon, sarò più buona, o per lo meno avrò il tempo di lavorare per la mia perfezione. Ah! che bel giorno quello in cui sarò finalmente libera!".

 

            Il 17 dicembre 1876, manda alla cognata una lettera, che ha il tono di un testamento. Aveva ricevuto da poco il verdetto dal medico che diceva che non c'era più nulla da fare:

            "Non ho potuto trattenermi dal dire tutto in casa. Adesso me ne pento, perché è successa una scena desolante... tutti piangevano: la povera Leonia singhiozzava. Ma ho citato tante persone che erano state dieci o quindici anni nelle mie condizioni, e poi sembravo così poco inquieta, attendendo alle mie occupazioni, allegra come sempre - e forse più del solito, - che li ho tranquillizzati un pochino. Tuttavia non mi faccio illusioni e alla sera, quando penso all'avvenire, stento a prendere sonno. Mi rassegno meglio che posso, ma devo dire che ero ben lontana dall'aspettarmi una prova simile.

            Mio marito è inconsolabile; ha lasciato il passatempo della pesca, ha portato le canne in solaio e non va più al circolo Vital; è come annientato... Vorrei che la cosa non vi tormentasse troppo e che vi rassegnaste alla volontà di Dio. Se Egli mi avesse trovata utile sulla terra, certamente non avrebbe permesso che prendessi questa malattia; perché io l'ho pregato tanto di non togliermi dal mondo fin che fossi stata necessaria alle mie bambine. Ora Maria è grande, s'è fatta un carattere serio e ha perso tutte le illusioni dell'adolescenza. Sono sicura che quando non ci sarò più, sarà una buona padrona di casa e farà tutto il possibile per educare bene le sorelline e per dar loro buon esempio.

            Anche Paolina è tanto cara, ma Maria ha più esperienza, e poi gode molto ascendente sulle sorelline. Celina dimostra le migliori attitudini e sarà una fanciulla molto pia: è raro trovare alla sua età le inclinazioni che ha lei per la preghiera. Teresa è un vero angioletto. Leonia, solo il Signore la può cambiare, e io sono convinta che lo farà... Quando non ci sarò più saranno felici di avere voi; e voi le aiuterete coi vostri buoni consigli; e se dovessero, per sventura, perdere anche il papà, le prenderete in casa vostra, non è vero? Nella disgrazia mi consola molto il pensiero che ho dei buoni parenti, che potranno sostituirmi assai bene.     Quante povere madri ci sono, molto più sfortunate di me, che non sanno cosa diventeranno i figli che lasciano, senza aiuto, nel bisogno: io non ho nessuna preoccupazione per questo. Insomma, non vedo tutto nero: è una grande grazia che il Signore mi fa...".

            Dopo dieci mesi la mamma non c'era più.

 

            In famiglia non si danno pace. Vogliono che la mamma strappi il miracolo a Dio. Nonostante la debolezza e le complicazioni causate dal male, desiderano che vada a Lourdes per invocare la Madonna. Zelia accetta per farli contenti, ma chiede la grazia sempre se è volontà di Dio.

            "... Andrò a Lourdes, al primo pellegrinaggio e spero che la Madonna mi guarirà, se sarà necessario" (24 dicembre 1876), scrive al marito, quasi per tranquillizzarlo, dopo avergli rivelato l'esito negativo di una visita specialistica a Lisieux.

 

            Continuò fino alla fine a lavorare in famiglia, trascinandosi, ma non trascurando le faccende anche non strettamente necessarie. Continuò la corrispondenza con  Paolina che stava ancora in collegio. La vita doveva continuare. Faceva frittelle, organizzava feste, scherzava per distogliere l'attenzione su ciò che incombeva.

 

            Guardava in faccia la morte con serenità, ma desiderava anche vivere, specialmente per la famiglia. Il 20 febbraio 1877 scrive alla cognata:

            "Il Signore mi fa la grazia di non spaventarmi; sono molto serena e mi sento quasi felice, tanto che non cambierei la mia sorte con quella di qualsiasi altra persona. Se il Signore vuole guarirmi, ne sarò contentissima, perché, in fondo, desidero vivere: mi costa molto lasciare mio marito e le mie figliole. Ma d'altra parte dico a me stessa:  Se non guarirò, sarà forse più utile per loro che io me le vada".

 

            Intanto anche la sorella suora stava terminando il suo pellegrinaggio terreno. Zelia l'era andata a trovare dopo le feste di Natale di quell'anno. Non le aveva detto nulla del suo male che inesorabilmente avanzava. L'ultima conversazione fu tutta spirituale. Zelia restò edificata di come anche la sorella fosse preparata per il Cielo.

            Suor Maria Dositea, la dolce a cara sorella Maria Luisa, si spense serenamente il 24 febbraio 1877, a quarantanove anni di età. Sei mesi, e le due sorelle si sarebbero di nuovo incontrate.

           

 

LOURDES

 

            Finalmente si trova il posto in una pellegrinaggio che va a Lourdes. La famiglia si aggrappa a quest'ultimo tentativo. Zelia, contrariamente all'indole del marito, non amava viaggiare, si sottomette alle fatiche di questo trasferimento. Va con le tre figlie più grandi. La partenza avverrà da Angers il 18 giugno. Poco prima aveva scritto al fratello e alla cognata:

            "E' impossibile che la Madonna non si lasci commuovere. Che lettera mi ha spedita Paolina! Apre il cuore alla fiducia. No, il Cielo non ha mai visto e non vedrà preghiere più fervide, né fede più viva. In Paradiso, c'è mia sorella che s'interessa di me, e i miei quattro angioletti pregano per la loro mamma: tutti li avrò vicini a Lourdes" (7 giugno 1877).

            Quel pellegrinaggio fu un vero martirio, perché ormai il male era tanto avanzato da procurarle atroci dolori. Coraggiosa lo descriverà al fratello e alla cognata:

            "Giunta alla grotta avevo il cuore così stretto che non potevo neppure pregare. Durante la S. Messa ero vicinissima all'altare, ma mi sentivo tanto prostrata che non mi sono accorta di nulla. Sono uscita totalmente accasciata, dirigendomi verso la piscina. Guardavo con terrore l'acqua gelida e quel marmo freddo come la morte. Poi dovetti scuotermi e mi ci sono tuffata coraggiosamente. Sì, ma ho corso rischio di soffocare e sono stata costretta a ritirarmi quasi subito: avrei dovuto andare più piano...Mi sono immersa quattro volte nella piscina; l'ultima, due ore prima di partire. Avevo l'acqua gelida fin sopra le spalle: non era però tanto fredda quanto al mattino. Ci sono restata più di un quarto d'ora, sperando che la Madonna mi volesse guarire. Finché ci rimanevo immersa non sentivo più alcun dolore; ma appena mi ritiravo, il male ricominciava a pungermi come sempre....".

            Già parlando del viaggio aveva scritto:

            "...Ditemi voi se si poteva fare un viaggio più scomodo. Sono certa, però, che in fondo a tutte queste peripezie stanno nascoste delle grandi grazie, che compenseranno largamente le mie miserie... La Madonna ha detto a noi, come a Bernardetta: 'Vi farò felici; non in questo mondo, ma in cielo'" (24 giugno 1877).

 

           

            Paolina sta in collegio e la mamma continua a metterla al corrente sulla famiglia. Il 28 giugno le manifesta la sua ultima preoccupazione per Leonia: "...Ebbene, io aspetto sempre il miracolo dalla bontà e dalla onnipotenza di Dio, per l'intercessione della sua Santissima Madre. Non gli chiedo di togliermi il male, ma solo di lasciarmi vivere qualche anno ancora, per avere il tempo di educare le mie bambine, e sopratutto la povera Leonia, che ha tanto bisogno di me e mi fa tanta pena. Lei è stata meno privilegiata di voi, nei doni di natura; ma, nonostante questo, ha un cuore che domanda di amare e di essere amato; e solo la mamma le può testimoniare ad ogni istante l'affetto di cui ella è avida, seguendola da vicino, come è necessario per farle del bene. Questa cara bambina ha con me una tenerezza senza limiti, previene ogni mio desiderio, nulla le costa e mi guarda negli occhi per indovinare ciò che mi potrebbe accontentare; fa fin troppo. Ma quando le altre le domandano qualcosa, si oscura in viso e l'espressione del suo volto cambia improvvisamente. A poco a poco riesco a toglierle questo difetto; ma spesso se ne dimentica ancora".

            Già una grazia, per questa figliola difficile, l'aveva ottenuta. Il 12 marzo 77, infatti, descrive un notevole cambiamento nella sua vita. Aveva pregato la sorella morta da poco. Scopre il motivo della sua mancanza di docilità. La colpa era della domestica che, a sua insaputa, usava metodi repressivi violenti, tanto da schiacciare la povera bambina:

            "Penso d'aver ottenuto una grazia speciale per le preghiere di tua zia. Le avevo tanto raccomandato la mia Leonia, appena fosse entrata in Cielo, che credo di sentirne gli effetti. Sai com'era tua sorella: un modello di insubordinazione. Non voleva obbedire se non per forza; faceva, per spirito di contraddizione, tutto l'opposto di quello che desideravo, se poi ne aveva voglia: insomma, ubbidiva solo alla domestica. Avevo tentato in mille modi di tirarmela vicina, e tutto era andato a vuoto fino ad oggi: era il più grosso dispiacere che avessi avuto mai nella mia vita. Dopo la morte della zia, l'ho supplicata di rendermi il cuore di quella povera bambina e domenica mattina sono stata esaudita. Adesso lo posseggo completamente. Leonia non mi abbandona un minuto, m'abbraccia fino a soffocarmi, fa tutto quello che le ordino senza replicare, lavora accanto a me tutta la giornata. La domestica ha perso interamente la sua autorità e sono sicura, per il modo come sono andate le cose, che non avrà più ascendente su Leonia. Il colpo è stato duro per lei; quando le ho intimato di partire subito, ché non la volevo più vedere sotto i miei occhi, è scoppiata a piangere dirottamente. Mi ha supplicato con insistenza di concederle di rimanere; aspetto ancora un poco. Ma le ho dato proibizione assoluta di rivolgere la parola a Leonia. Ora prendo la bambina con tanta dolcezza, che spero di arrivare, a poco a poco, a correggere i suoi difetti. Ieri è uscita a passeggio con me e siamo andate dalle Clarisse. Mi ha detto sottovoce: 'Mamma, dillo, dunque, alle Suore di pregare per me, perché io diventi religiosa!'. Insomma, tutto va bene; e speriamo che continui così".

            La dolcezza della mamma stava vincendo. Zelia riconosce che ci vuole del tempo, e non si arrende. Il 10 maggio seguente, sempre a proposito di Leonia, scrive alla cognata:

            "Mi ama quanto è possibile; e con l'affetto per me, penetra a poco a poco nel suo cuore l'amore di Dio. Ha una confidenza illimitata e mi rivela fin le più piccole mancanze. Vuole davvero cambiare vita e fa sforzi che nessuno, quanto me, è in grado di apprezzare. Non posso levarmi di testa che questa trasformazione è dovuta alle preghiere della mia santa sorella, perché tutto il cambiamento s'è verificato due o tre settimane dopo !a sua morte. E' lei ancora che mi ha ottenuto la grazia di trovare il modo di affezionarmi quel cuore e spero che il Signore mi lascerà terminare il mio compito, ch'è ben lungi dall'essere assolto. Ci vuole tempo per vincere una natura come la sua, e capisco che questa missione è affidata a me e nessun altro la potrebbe compiere, neppure le religiose della Visitazione. Mi rimanderebbero a casa la bambina, come hanno già fatto!".

 

 

IL MIRACOLO NON AVVIENE

 

            Possiamo dire che abbia intrapreso quel doloroso viaggio a Lourdes per ottenere non la grazia della guarigione, ma quella di poter ancora per qualche tempo pensare alla piccola, ormai in fase di guarigione. Infatti in una lettera precedente a Paolina aveva confidato ciò che aveva detto al Signore:

            "... Accetto pure che non mi tolga il mio male e che io debba morire di quello: ma che mi conceda, almeno, tanto tempo quanto basta perché Leonia non abbia più bisogno di me" (22 marzo 77). E poco dopo:

            "Dobbiamo metterci nella disposizione di accettare generosamente la volontà del Signore, qualunque essa sia; perché sarà sempre quanto di meglio Egli può disporre per noi" (maggio 77).

           

            I disegni del Signore, infatti, erano differenti e la fine della vita terrena di Zelia si accostava a grandi passi.

            Il 16 luglio 77. ringrazia il fratello e la cognata dell'ospitalità offerta alla famiglia dopo la sua morte:

            "La vostra lettera e quella di mio fratello sono davvero commoventi. Mio marito aveva le lacrime agli occhi: egli ammira il vostro attaccamento. Pensando alla mia partenza dal mondo e vedendo l'aiuto che darete alle mie care bambine, vi assicuro che mi sento molto confortata. Ma quanto a trasferirsi a Lisieux, mio marito non dice né sì, né no; bisogna lasciar passare del tempo".

            Poi ancora un grido di aiuto al fratello il 27 luglio. Sembra la descrizione delle sofferenze causate al Signore dalla sua coronazione di spine:

             "Ieri t'ho chiamato a gran voce, credendo che tu solo mi potessi sollevare. Ho sofferto in ventiquattro ore quello che non ho mai patito in tutta la mia vita; è stato un gemere ed un gridare senza posa. Imploravo tutti i santi del Cielo, uno dopo l'altro; e nessuno mi ascoltava. Alla fine, non potendo ottenere altro, ho chiesto di passare la notte nel mio letto: nel pomeriggio, non ero riuscita a restarci. Ero in una posizione orrenda, nell'impossibilità di appoggiare il capo da nessuna parte. Hanno tentato tutti i modi, ma la mia povera testa non poteva toccare niente; non riuscivo a fare il più piccolo movimento, nemmeno per inghiottire qualcosa. Il collo era preso da tutte le parti e lo spostamento più leggero mi provocava dolori atroci. Finalmente ho potuto stare seduta sul letto. Quando il sonno voleva venire, ogni movimento anche impercettibile che facessi, ridestava tutte le mie sofferenze: ho dovuto gemere per la notte intera. Luigi, Maria e la domestica mi sono stati vicini. Il povero Luigi ogni tanto mi prendeva in braccio come una bambina... Non posso scriverti più a lungo, non ci vedo più e sento una debolezza incomprensibile".

 

            E' stanca, è spossata, è sofferente, eppure continua a scrivere al fratello. Sarà l'ultima lettera, meno di due settimane prima del transito. E' del 16 agosto. C'è il "tutto è compiuto" di Gesù: "Non sono più capace di reggermi in piedi. Scendo appena dal letto per mettermi su una poltrona, e dalla poltrona torno a letto. Ho passato due notti dolorosissime. Due giorni fa mi ero lavata con l'acqua di Lourdes; da quel momento ho cominciato a soffrire molto, specialmente sotto il braccio. Non c'è dubbio, la Madonna non mi vuole guarire. Non posso scrivere più a lungo; le mie forze sono all'estremo. Avete fatto bene a venire ad Alençon intanto che potevo intrattenermi ancora con voi. Che volete? Se La Madonna non mi guarisce, è segno che il mio tempo è compiuto e che il Signore vuole che mi riposi altrove...".

 

            Santa Teresina descriverà gli ultimi sacramenti dati alla mamma la sera del 26 agosto, mentre tutte le figlie, con il papà singhiozzante, stavano intorno al letto.

            Le ultime sofferenze si possono immaginare, ma l'ultimo giorno tutto sembrò calmarsi. Alle prime ore di martedì 28 agosto 1877, la sua bell'anima volò al Cielo.

            Il giorno dopo, i funerali nella chiesa parrocchiale e la sepoltura nel cimitero di Notre-Dame di Alençon.

 

 

LUIGI VEDOVO

 

            Comincia una nuova vita per la famiglia Martin. Sappiamo sempre dalla autobiografia di Santa Teresina, come la sera del funerale le due sorelle più grandi presero in cura le due più piccole. Teresa scelse Paolina.

            Ora Luigi deve decidere come organizzare la casa. Sentitosi con le due figlie maggiori, che avevano sedici e poco più di diciassette anni, anche se non volevano pronunciarsi, stabilisce di far cercare una casa a Lisieux. Voleva far vivere le figlie vicino alla famiglia del fratello della moglie. Erano ancora troppo giovani. Avevano ancora bisogno della mamma. Era necessaria una donna che prendesse il suo il posto. La cognata era l'ideale. Zelia la stimava. Aveva gli stessi sentimenti religiosi. Poi era anche necessario un aiuto al papà che non era più giovanissimo (54 anni) e che certamente avrebbe subito un crollo nella salute a causa di questa tremenda ferita.

            Con loro c'era già tanta comunione. Poi c'erano le due cuginette Maria e Giovanna, vicine all'età di Celina, che avrebbero reso più gioiosa e varia la vita.

            La casa fu trovata dal cognato, zio Isidoro. Piacque subito a tutti. Il 19 novembre seguente si lasciò Alençon.

            Luigi dovette prima sistemare il laboratorio di merletti e poté raggiungere le figlie solo alla fine di quel mese. Ad Alençon rimase la vecchia mamma, che si spense a 83 anni l'8 aprile 1883. Luigi l'affidò alle cure di una brava signora. Conservò una camera per sé, per dormire quando l'andava a trovare.

 

            Terminata la corrispondenza di Zelia ci incontriamo con quella più scarsa di Luigi. Si noterà lo stile differente. Anche in questo i coniugi si completavano.

            Prima di raggiungere le figlie scrive a Maria:

            "Siate docili a tutte le raccomandazioni dello zio e della zia. Conoscete i grandi sacrifici che ho dovuto fare per procurarvi l'aiuto dei loro buoni consigli; non lasciatevi dunque sfuggire una sola occasione per trarne profitto. Tu, cara Maria, che sei la maggiore, la mia primogenita, tu sai quanto ti amo! Ebbene, continua a dedicarti sempre più alle tue sorelline e fa' in modo che esse, vedendoti, abbiamo sotto gli occhi un buon modello da imitare... Addio, care figliole, vi stringo al cuore con tutta la forza del mio affetto e vi affido alla vostra santa mamma" (25 novembre 1877).

             I particolari della vita di Luigi e della sua famiglia, li apprendiamo da quanto scritto da Santa Teresina. Rimandiamo, perciò, alla sua autobiografia sembrandoci superfluo il copiarle.

 

            Il tracciato della vita "a solo" di Luigi, misura diciassette anni di vedovanza dei quali solo undici in discreta salute e sei in salita al Calvario.

            Gli zii abitavano poco lontano. Si incontravano spesso, ma ogni famiglia faceva la propria vita.

            Preziosa la vicinanza di questi parenti che, insieme al padre, erano diventati l'unico punto di riferimento per tutte le ragazze.

            I due uomini, Luigi  e Isidoro, garantivano una presenza di fermezza, di difesa e di coraggio in una famiglia in maggioranza femminile e molto giovane.

            Maria era diventata la nuova mamma, specie per le sorelle più piccole. Insieme a Paolina aveva terminato di frequentare il convitto delle suore.  Ora il collegio toccava a Celina e a Teresa. Ma trovandosi a Lisieux dove ormai abitavano, la frequenza era da esterne, cioè solo diurna.

            Tutte le sere e nelle feste, la famiglia si ritrovava ai Buissonnets (così era chiamata la località dove abitavano). Era il luogo di riposo, ma anche di piacevole svago. L'intimità familiare era ben custodita da tutte. Anche le passeggiate mantenevano quel tono. Essendo in cinque non potevano annoiarsi. Le due cuginette venivano spesso a giocare con le due più piccole. A turno erano anche invitate dagli zii a pranzo.

            Luigi vigilava sulle letture, sulle compagnie e sulla moda che molte volte era esibita nelle feste che si facevano nella casa degli zii. Non permetteva alle figlie di partecipare a quei salotti. D'altronde le ragazze medesime preferivano sempre di più l'intimità della propria casa, che aveva anche un bel giardino.

            Luigi continuò ancora qualche viaggio e soprattutto riprese a pescare nei vicini vivai o nel fiume non lontano. Le figlie avevano i loro passatempi preferiti, ricamo o pittura, che le tenevano occupate anche in giardino o nelle passeggiate.

            La frequenza alle funzioni in chiesa era considerate da tutte non un dovere, ma un piacere.

 

            E' stato un enorme sforzo per il papà supplire in tutto la mamma. Voleva bene alle sue bambine, ma tante tenerezze non era portato per natura a manifestarle. Doveva abbassarsi di più e ci riuscì. Teresa la chiamava "reginetta" e spesso andava a pescare con lei sola. Faceva dei ragionamenti profondi che la piccola capiva senza difficoltà. Insegnava a guardare il cielo, ad ammirate i fiori, le piante, la natura.

            Spesso in famiglia si parlava delle necessità degli altri, dei poveri. Guai a sprecare tempo e denaro: c'era chi non ne aveva.

            Era molto curata la lettura di libri edificanti in cui le virtù erano presentate con il loro fascino. Tutto era bello intorno a loro perché era guardato dai loro occhi semplici, puri.

            Con la mamma le figlie avevano appreso il valore della sincerità. Ora il papà continuava a mettere in risalto questo valore, qualche volta anche con fermezza, ma mai con durezza.

            Già in passato spesso portava ora una, ora un'altra nel suo laboratorio di orologeria. Insegnava ad ammirare i piccoli congegni. A volte si faceva aiutare insegnando a trattare quegli oggetti preziosi con delicatezza. Anche in quei casi c'era il pensiero rivolto a Dio, autore di tante meraviglie nascoste. Non tutto si vede, ma tutto merita il massimo rispetto, diceva. Si doveva collaborare con Dio per conservare la perfezione che aveva messo nel creato, e intanto faceva ammirare ciò che era ben custodito nel suo laboratorio.

            Quando era viva la mamma anche il suo lavoro fine e delicato era oggetto di ammirazione.

Fin da bambine erano perciò cresciute attraverso una educazione  che nasceva dalla stessa vita.

 

            Il papà, figlio di un militare, esigeva dalle figlie un comportamento disciplinare perfetto, trasmessogli dal padre. D'altronde la mamma aveva uguali origini, per questo nell'educazione dei figli andavano pienamente d'accordo.

            Ora che era solo, forse esigeva qualcosa in più, ma le figlie lo capivano e obbedivano.

 

            Le più grandi con il tempo prenderanno le redini della famiglia. Maria aveva imparato molto dalla mamma e senza difficoltà pian piano riusciva a dirigere e fare tutto.

            Non mancavano viaggi, gite e soprattutto pellegrinaggi. Dovunque si andava la prima visita era alla chiesa o al santuario vicino.

            Per le feste si cercava la Messa meno frequentata per stare più raccolti e si preferiva la Messa della povera gente, piuttosto che quella dell'alta borghesia.

 

            Andando via da Alençon, Luigi si era distaccato dal commercio e dagli affari del mondo. Ciò che doveva continuare a compiere, per il bene della famiglia, era da lui fatto con l'animo unito al Signore. Confidava molto nella provvidenza divina. Doveva amministrare i loro beni e aveva sempre paura di sbagliare. Pregava per chiedere luce. Una volta che stava per intraprendere un viaggio per impegnare gran parte dei suoi capitali, prima di partire prese una storta e non si poté più muovere.  Fu una grazia perché di lì a poco l'impresa, che avrebbe preso i suoi soldi, fallì. Vi vide la mano di Dio, che ringraziò.

            Per tutti a casa nella lettura primeggiava il Vangelo e l'Imitazione di Cristo. Alle più grandi permetteva di leggere il giornale, ma solo La Croix. Lasciava che le più piccole giocassero con le bambole, preparassero pozioni, coltivassero fiori. A Teresa aveva anche regalato un cagnolino che divenne occasione di tanti piccoli sacrifici per distaccarsene e studiare quando era ora. Anche un agnellino con i suoi belati, per qualche giorno, rallegrò la comitiva. Poi c'erano uccellini in gabbia e anche un pappagallo. Insomma il papà faceva del tutto per rendere serena la vita delle figlie anche senza la mamma.

            Partecipava come poteva, non senza difficoltà, ai giochi. Con le più grandi, la dama era il passatempo preferito. Ma con gli anni cresceva in lui il desiderio di starsene appartato raccolto, stare in mezzo a loro solo a guardare e pensare. Una annotazione che aveva come segnalibro di quei tempi ci fa conoscere lo stato avanzato della sua contemplazione. Era scritto: "La grandezza crolla, la bellezza si oscura, la gioia svanisce. Conosci te stesso!".

 

            Teresa, la più piccola, fu un dono di Dio per questo sant'uomo. La sua gioia, il suo sorriso e i salti che faceva per abbracciare il suo papà erano una consolazione che nessun'altra cosa avrebbe potuto offrirgli.

            A tutte le figlie aveva dato un vezzeggiativo: Maria era "il diamante", Paolina "la perla preziosa" o "il mio Paolino". Poi c'era "la buona Leonia" e "la coraggiosa" o "l'intrepida" Celina. Teresa aveva tanti nomi, il preferito era quello di "Reginetta di Francia e di Navarra", a volte la chiamava "l'orfanella della Beresina" o "il maggiolino biondo".

 

 

PAOLINA AL CARMELO

 

            Molte pagine della vita di questo sant'uomo, come diceva anche Santa Teresina, si potranno leggere solo in Cielo.

            Il distacco dalla moglie che amava, che stimava e che veramente considerava il completamento di se stesso, dovette essere dolorosissimo. Solo il dovere di portare avanti la famiglia che Dio gli aveva dato, attenuava questa terribile sofferenza nascosta. I figli, insieme a Zelia, erano considerati di Dio, affidati a loro e si dovevano custodire gelosamente, non guardando a sacrifici. E di sacrifici ce ne furono tanti. Prima erano condivisi e perciò, in un certo senso, anche divisi. Ora toccava abbracciarli da solo.

            Venne l'ora dei distacchi. Cinque anni dopo la morte di Zelia, fu la volta di  Paolina, la secondogenita che chiese di diventare monaca. Pensava alle sorelle più piccole insieme a Maria, per la quale ora aumentava il lavoro e la responsabilità. Anche per il padre sarebbero cresciute le preoccupazioni e gli affanni.

            Paolina entrò al Carmelo il  2 ottobre 1882. Già dal 1881 un certo distacco Luigi lo doveva sopportare per l'allontanamento, anche se solo diurno, della piccola Teresa ch era per lui, oltre ad una dolce compagnia, una distrazione nella sua solitudine. Dovette frequentare il collegio delle Benedettine. Soffrì la bambina, ma soffrì anche il papà che doveva accontentarsi dei suoi abbracci solo la sera quanto tornava a casa o quando l'andava a prendere.

 

            La partenza di Paolina, fece ammalare Teresa. Era il 1883. Il dolore e la paura di Luigi si trasformarono in preghiera. Una novena di sante Messe per chiedere l'intercessione di Nostra Signora delle Vittorie, di cui era molto devoto, ottenne la grazia. Il 13 maggio, la Madonna sorrise a Teresa e la bambina guarì.

            Luigi scriverà raggiante la notizia a un amico: "Ti dirò che Teresa, la mia Reginetta - la chiamo così perché davvero è una bella ragazzina - è guarita completamente. Abbiamo preso d'assalto il Cielo con molte preghiere e il Signore, tanto buono, s' è compiaciuto di capitolare" (al signor Nogrix, 1883).

 

            Nel 1885 il Vicario di San Giacomo, Don Marie, insistette con Luigi per farlo partecipare a un viaggio che l'avrebbe portato in giro per l'Europa Centrale. Voleva probabilmente farlo riposare e distrarre. Luigi, nonostante amasse tanto viaggiare, non avrebbe voluto lasciare la famiglia, ma le due figlie più grandi complottarono con il buon sacerdote e Luigi cedette.

            La nostalgia si fece sentire subito all'inizio. Infatti prima di lasciare Parigi il 22 agosto scrisse questo biglietto alle figlie:

            "Se vi trovate troppo a disagio fatemelo sapere francamente, indirizzando la lettera a Monaco, fermo posta. In tal caso lascerei senz'altro il buon don Marie".

            Poi da Monaco, dopo avere visitato i tesori dei musei, mandò loro una descrizione dettagliata  con questa aggiunta:

            "Vorrei avervi qui, tutte e cinque con me; senza di voi mi manca la più grande parte della mia felicità. In attesa di rivedervi, continuate a pregare per noi".

            Quando a Vienna ricevette gli auguri per la sua festa, rispose commosso:

"Mi pareva di vedervi raccolte intorno a me nel Belvedere, e di sentire la Reginetta cinguettarmi gli auguri con la sua voce simpatica e dolce. Mi sono tanto commosso che avrei voluto essere a Lisieux (lo dico sul serio) per abbracciarvi con tutto l'affetto che vi porto... E tu, cara Maria, tu che sei la maggiore, la mia primogenita, continua a guidare la compagnia come meglio puoi e sii più ragionevole del tuo vecchio babbo, che ne ha già abbastanza di tutte le bellezze che lo circondano e non sogna se non il Cielo e l'infinito. Vanità delle vanità, e ogni cosa è vanità, fuor che amare Dio e servire a Lui solo! Colui che tutte vi ama e tutte vi porta nel cuore".

            Poi finalmente da Roma:

            "Per me S. Pietro è ciò che di più bello v'è al mondo... Qui ho provato le gioie più profonde. Di' alla mia Perla preziosa [Paolina] che sono troppo felice e che 'preparo la schiena', perché così non può durare molto... Vi metto tutte nelle mani di Dio e prego quotidianamente S. Pietro per voi. Il pensiero della vostra mamma mi è sempre presente. A presto... presto... presto!".

            Non mancò un pensiero scritto a Maria anche per Paolina che ormai viveva al Carmelo, come pure la manifestazione della continua  preoccupazione per Leonia. Così il 27 settembre 1885 scriveva alla figlia più grande:

            "Di' al mio caro 'Paolino' che penso spesso anche a lei e che ringrazio il Signore d'averle dato una vocazione così sublime... Come mi sento confortato sapendo che Paolina è tanto felice e che Gesù, anche quaggiù, si compiace di visitarla come Lui solo sa fare! Ringraziamo il Signore, figliola mia, e preghiamolo con tutto il cuore di riempire di grazie anche la nostra povera cara Leonia".

 

            Il giorno prima del suo ritorno a Lisieux, un'ultima nota:

            "Tutto quello che vedo è magnifico, ma è sempre una bellezza terrena; il nostro cuore, invece, è insoddisfatto fin che non possiede Iddio, bellezza infinita. Presto rigusterò le gioie intime della famiglia, quelle che s'avvicinano di più alla felicità eterna" (6 ottobre 1885).

 

 

MARIA AL CARMELO

 

            Poi venne un altro distacco. Il 5 agosto 1886 anche Maria vuole entrare al Carmelo. E' la figlia maggiore, colei che era come una seconda mamma per tutta la famiglia.

            Zelia l'aveva previsto anche se con qualche variante. Non voleva parlarne con l'interessata per non  influenzarla. A Paolina aveva fatto la seguente confidenza su Maria alla quale era passata quella breve crisi giovanile con i suoi tanti desideri descritti sopra. Era il 5 dicembre 1875:

            "Non mi stupirei se diventasse, un giorno, religiosa alla Visitazione. Non ha assolutamente nessun gusto mondano; anzi, sono io, più di lei, a pretendere che si tenga ben vestita. Una sera, poco tempo fa, mentre recitavo le preghiere, dopo aver letto qualche pagina della vita della Chantal, m'è brillata improvvisamente l'idea che Maria avrebbe dovuto farsi religiosa; ma non ci ho pensato molto, perché capita sempre l'opposto di quello che prevedo. Non lo dire a lei: potrebbe immaginare che io lo desideri; mentre ne sarei felice solo se fosse volontà di Dio. Purché segua la vocazione che Egli le darà, io sono sempre contenta".      L'intuizione, e perché no, il desiderio della mamma si avverò. Desiderio che nutriva, non senza l'offerta dell'enorme sacrificio, per tutte e due le sorelle più grandi delle quali prevedeva la consacrazione a Dio. Infatti poco prima di morire aveva confidato in una lettera alla cognata:

            "Nonostante il mio ardente desiderio di offrirle al Signore, se Egli mi domandasse fin da ora il duplice sacrificio, sento che, pur essendo disposta a farlo come meglio posso, ne soffrirei assai".

 

            E' impossibile descrivere la sofferenza del santo vecchio per quest'altro distacco. Luigi ormai ha i suoi sessantatre anni. In quegli stessi giorni anche Leonia faceva il suo primo tentativo tra le monache Clarisse.

            L'anno dopo, il 19 marzo 1887, Maria diventa suor Maria del Sacro Cuore, mentre Paolina oramai da più di quattro anni si chiamava suor Agnese.

            Quel giorno Luigi fa una confidenza, rivelata in seguito, al P. Goffredo Madelaine, allora parroco  di San Giacomo:

            "Sono molto felice. Ecco assicurata la salvezza eterna a due delle mie figliole. Ne ho un'altra, che ha solo quattordici anni e che brucia già dal desiderio di seguirle".

            Era un intuito del papà, oppure qualche espressione sentita dalla sua Reginetta?

 

            Dopo la partenza di Maria, Celina prende la direzione della casa. Aveva solo diciassette anni, mentre Teresa ne aveva tredici. Sarà lei, insieme alla sorella Leonia, che nel frattempo era tornata a casa, ad accompagnare Luigi negli ultimi giorni.

            Teresa nel Natale di quell'anno divenne "adulta", ottenne cioè quella grazia che chiamò "conversione". Da piagnucolosa e sensibile divenne forte. Maturò quasi improvvisamente. Aveva chiesto la grazia di colmare il vuoto, che sentiva per la partenza delle sorelle, ai fratellini che stavano in Cielo. Fu guarita prima dagli scrupoli, che avevano preso a tormentarla, e poi da quella eccessiva sensibilità infantile.

            Il papà si rallegrò nel vedere il progresso della sua Reginetta. Fece un gran respiro. Presto, però, cominciò il suo calvario.

 

 

 

 

MALATTIA DI LUIGI

 

            Il 1° maggio 1887, al mattino, prima di andare, come di consueto, alla Messa, per iniziare il mese dedicato alla Madonna, ha un attacco di congestione cerebrale, cioè una leggera paresi. Nonostante abbia tutto un lato intorpidito e la parola alquanto impacciata, si fa accompagnare ugualmente in chiesa.

            Durante l'anno il male, anche se in forma più leggera, si riaffaccia altre due volte.

 

            Teresa intanto sta maturando i suoi desideri. Li conosceva anche Luigi, come abbiamo visto, ma non c'era ancora nulla di esplicito. Ora vedendo quelle condizioni del padre è timorosa. Come manifestagli il suo proposito? Aspettò la fine di maggio.

            Invocando lo Spirito Santo, il giorno della Pentecoste, si fa coraggio e chiede al padre il permesso di poter entrare al Carmelo a quindici anni, cioè di lì a sette mesi. Quell'incontro, come le vicende seguenti, è descritto dalla medesima Teresa nella sua autobiografia.

 

            Il 16 luglio 1887, Leonia fa un altro tentativo monacale. Questa volta entra tra le Visitandine, Istituto religioso della zia, che aveva lasciato un imperituro ricordo della sua vita nell'animo di tutte le nipoti. Luigi per Leonia trema. E preoccupato per la riuscita, ma non dice nulla.

 

            Riguardo a Teresa, invece, Luigi non solo non ostacola la decisione, ma l'appoggia coraggiosamente con grande meraviglia della gente e dei superiori religiosi.. E' fiero della sua Reginetta e vuole aiutarla per ottenere i dovuti permessi delle autorità competenti.

            I tre reduci della famiglia Martin vanno a Roma il 31 ottobre seguente. E' un pellegrinaggio-gita. Teresa e Celina si incoraggiano a vicenda. Il papà silenziosamente segue le mosse delle figlie. Osserva e prega con loro e per loro. La Reginetta parlerà col Papa. 

   

 

TERESA AL CARMELO

 

            Anche se lì per lì non sembra positivo il risultato, con qualche ritardo, Teresa entra al Carmelo. E' martedì 9 aprile 1888. Il papà ne dà notizia a un amico, scoprendo un angolino dei segreti del suo animo:

            "La mia Reginetta è entrata ieri al Carmelo. Dio solo può esigere un simile sacrificio: Egli mi aiuta così potentemente, che in mezzo alle lacrime, il mio cuore sovrabbonda di gioia".

 

            Anche Celina un giorno, il 16 giugno 1888, parlando con il papà del suo futuro, si era lasciato sfuggire il medesimo desiderio. Il padre invece di affliggersene lodò Dio:

            "Vieni, esclamò, andiamo insieme davanti al SS. Sacramento a ringraziare il Signore per i doni che accorda alla nostra famiglia e per l'onore che mi fa, scegliendo le sue spose in casa mia. Sì, il Signore mi fa un grande onore, domandandomi tutte le mie figlie. Se possedessi qualcosa di meglio, mi affretterei ad offrirglielo".

            Fu anche allora un misto di gioia e dolore che lo portò subito al monastero per ringraziare e far ringraziare il Signore. Le figlie testimonieranno ciò che disse loro:

            "Ci tengo a dirvi che sono costretto a ringraziare e a farvi ringraziare il Signore, perché sento che la nostra famiglia, quantunque umilissima, ha l'onore di essere annoverata tra quelle privilegiate dal nostro adorabile Creatore".

 

            Ma il Calvario cominciato a salire stava presentando la parte più erta, difficile e dolorosa. In una visita alle figlie nel parlatorio del monastero, queste ricordano l'ultima conversazione e il saluto del loro patriarca. E' riportato negli scritti di Teresa:

            "Figliole, torno da Alençon. Nella chiesa di Notre-Dame ho ricevuto grazie così grandi e consolazioni tanto profonde, che ho rivolto al Signore questa preghiera: 'Mio Dio, è troppo, sì, son troppo felice! Non si può andare in Paradiso così; voglio soffrire qualche cosa per voi! E mi sono offerto...".

            Teresa capisce la portata di quella offerta. Trema. Ma si unisce al suo papà offrendosi anch'ella all'amore misericordioso che "ferisce e risana".

 

 

LUIGI SI AGGRAVA

 

            La prima prova fu l'amnesia. Spesso Luigi dimentica ciò che deve fare. Se ne accorge: soffre e tace.

            Poi c'è il sopravvento di paure esagerate. E' terrorizzato dalla persecuzione che gli sembra invada la Francia. Ha paura per le figlie, paura per i sacerdoti.

            In seguito gli torneranno assillanti i desideri di viaggiare e quello di ritirarsi a vita contemplativa in un eremo. Il 23 giugno 1888 scompare. Senza dire nulla a nessuno esce di casa e non si sa dove sia andato. La preoccupazione di tutti è grande. E' ritrovato dopo quattro giorni in stato confusionale.

            Non descriviamo la pena delle figlie anche in monastero. Le preghiere. Poi la gioia nel sentire che sta di nuovo a casa.

            Il 12 agosto e il 3 novembre del 1888 le condizioni del padre si aggravano ulteriormente. Altri due attacchi gli fanno perdere la parola e gli creano una confusione mentale con azioni inconsulte continue. Fu allora che voleva coprirsi sempre il capo, come lo aveva previsto Teresa da bambina.

 

            Continua ad avere, comunque dei momenti di lucidità che lo fanno ancora più soffrire. Si rende conto del suo stato e delle ansie che procura intorno a sé.

            Il 10 gennaio 1889, Teresa prende l'abito carmelitano. Il papà, alquanto ripreso, può assistere alla cerimonia. In parlatorio ammira la sua Reginetta tutta carmelitana. Teresa definì quell'incontro "il suo trionfo, l'ultima festa quaggiù".

            Quel mese di gennaio passò in tranquillità. Subito dopo un nuovo attacco che colpisce la memoria ed accentua i mistici desideri di vita ritirata, vuole continuamente uscire di casa e tenta più volte di farlo. Si nasconde. Non si sa cosa fare per evitare che gli possa succedere qualcosa. A malincuore con il Signor Guérin si decide il ricovero in una casa di cura a Caen.

            Era il 12 febbraio 1889. Prima di lasciare Lisieux, lo portano al Carmelo, ma le figlie non scendono in parlatorio per non aggravare le sue condizioni di salute.

            La mente a tratti appare lucida. Alla suora del "Bon Sauveur" che gli diceva, accogliendolo, che avrebbe potuto fare dell'apostolato anche in quel luogo, rispose che l'apostolato avrebbe preferito farlo in un altro luogo, aggiungendo subito delle espressioni di piena disponibilità alla volontà di Dio. Diceva che era necessario umiliare il suo orgoglio.

            Anche al medico che lo curava mostrò l'accettazione di quello stato umiliante, lui che di umiliazioni nella sua vita non aveva mai avute, diceva. Anzi aggiungeva che era giusto ubbidire, lui che era stato sempre abituato a comandare. Era duro, ma l'accettava.

 

            C'erano in quella casa millesettecento ricoverati. Una numerosa comunità religiosa prodigava l'assistenza con grande carità. Luigi restò in quella casa poco più di tre anni. Rifiutò un appartamento riservato. Trovò tanto conforto nell'incontro con il Signore nella cappella della Casa, che, quotidianamente e più volte al giorno, andava a visitare. Poi la Comunione, anche tutti i giorni, gli dava la forza di andare avanti con più calma. Infatti per farlo tornare normale spesso si doveva ricorrere a qualche discorso religioso, di fede per rimettere l'equilibrio nel suo animo.

            Spesso era cosciente di quei suoi momenti di crisi improvvisi e inaspettati, appena si riprendeva. Se ne doleva più per gli altri che per se stesso. Le figlie in quelle riprese, più di qualche volta, gli avevano espresso il desiderio di unirsi a loro, per fare una novena a San Giuseppe per ottenerne la guarigione, ma lui rispondeva che si doveva pregare solo per fare la volontà di Dio.

            Leonia e Celina si sistemarono per un periodo di tempo in un orfanatrofio vicino al Bon Sauveur, quando il contratto d'affitto della casa ai Buissonnets di Lisieux era scaduto. Fu una provvidenza perché riuscirono ad andare a trovare il papà anche tutti i giorni. Poi ci fu un richiamo all'osservanza del regolamento della casa che permetteva le visite solo settimanali. Allora tornarono a Lisieux ospiti dello zio e della zia che le trattarono come figlie.

            Luigi continuava ad avere gli alti e bassi. Qualche volta stava così bene che faceva sperare in un ritorno a casa, ma ormai il male aveva il sopravvento. Alla fine le sue condizioni peggiorarono compromettendo le facoltà oltre che intellettuali anche motorie.

 

            Per Teresa venne il tempo dei suoi voti. Il rito si svolse, come era prescritto, in forma assolutamente privata nelle mani della Priora, l'otto settembre 1890.

            La velazione, invece, che comportava il cambiamento del velo bianco in quello nero come segno di consacrazione definitiva, era fatta dopo qualche giorno ed aveva un carattere pubblico. Il Vescovo avrebbe benedetto questo velo e attraverso la finestrella della grata, da dove le monache prendono la Comunione, l'avrebbe consegnato alla "velata". In quel momento era permesso l'intervento del padre che benediceva la figlia.

            Si sperò fino alla fine in un miglioramento, quel 24 settembre, che avesse potuto permettere la sopportazione del viaggio e dell'emozione. Ma così non avvenne. Teresa l'offrì al Signore.

 

 

PARALISI COMPLETA E MORTE DI LUIGI

 

            Intanto gli arti inferiori del santo vecchio si erano completamente paralizzati. La permanenza in quella Casa non appariva più necessaria ai parenti. Celina e Leonia lo ripresero con loro, con immenso affetto, il 10 maggio 1892. Si trasferirono in una casa vicino agli zii, presa in affitto. Un brav'uomo, marito di chi sbrigava le faccende domestiche alle due sorelle, fu incaricato di assisterlo, perché ormai anche le braccia erano compromesse. Leonia e Celina godevano di stargli vicino. Arrivarono anche a portarlo al Monastero. Fu una enorme sofferenza per lui, perché quel giorno non riuscì ad esprimersi per niente, pur dando segni di comprensione. Per le figlie è inutile dirlo...

            A casa , nei momenti di lucidità balbettava delle parole che solo le figlie riuscivano a interpretare. Il 25 luglio seguente Celina scrive alle sorelle in monastro: "Papà sta così così: non oso dire benissimo, perché ha avuto parecchie giornate molto tristi, con momenti penosi di angoscia e crisi di pianto che mi straziavano il cuore. Oggi è allegro, e io respiro. Ieri mi diceva: 'Oh! figlie mie, pregate molto per me!'. Poi ha aggiunto che domandassi a S. Giuseppe di farlo morire da santo".

            Quando nel febbraio del 1893 la figlia Paolina, ormai suor Agnese, fu eletta priora, si compiacque tanto, manifestando che era stata una ottima scelta.

 

            Dal 23 giugno 1893 Celina restò sola accanto a suo padre perché Leonia aveva voluto  rientrare tra le Visitandine. In quella estate, portato con la sedia a rotelle,  poté gustare con la famiglia Guérin l'aria di montagna in un castello, parzialmente ereditato dalla cognata, alla Musse. C'era uno parco spazioso ed una visuale incantevole. Lì Luigi  poteva, quando il suo stato glielo permetteva, dare sfogo alla contemplazione di Dio attraverso la natura. Celina continuava ad essere il suo angelo custode.

            L'anno dopo 1894, il 27 maggio, dopo uno degli ormai consueti attacchi, riceve gli ultimi sacramenti. Si trovava di nuovo alla Musse. Poi altra piccola ripresa, ma il 27 luglio di nuovo un più grave attacco. Gli è amministrato il sacramento degli infermi (chiamato allora Estrema Unzione).

            Il 29 mattina entra in agonia. Vicino al suo letto, solo Celina e l'infermiere. Si prega silenziosamente. Poi la figlia pensa di invocare Gesù, Giuseppe e Maria a voce alta. Il papà sembra aprire gli occhi, forse vuole guardare la figlia per ringraziarla e salutarla. Alle 8,15 lascia la vita terrena per unirsi alla moglie e ai quattro angioletti nell'eternità. E' il 29 luglio 1894, domenica, giorno del Signore da lui osservato sempre con la Messa e Comunione.

            E' l'inizio della comunione con Dio definitiva, eterna.

            Aveva quasi settantuno anni, con diciannove anni vissuti nel matrimonio e diciassette in vedovanza.

            Poco più di tre anni dopo lo raggiungerà la sua Reginetta,  la figlia Teresa (30 settembre 1897).

            Fu sepolto a Lisieux il 2 agosto successivo. La tomba con l'immagine del Volto Santo fu fatta riempire dalle figlie di frasi presi dalla Sacra Scrittura e qualche preghiera come: "Signore, prendilo nel segreto del tuo Volto!". E sì, il Volto di Gesù, specie per Teresa, dopo la malattia del padre, era diventata l'immagine che rappresentava il volto sofferente del padre, tanto da modificarne il nome aggiungendolo al "di Gesù Bambino". Da allora, infatti, si chiamerà Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo.

            Gli amici vollero far scrivere un compendio della sua vita con questa frase: "La sua carità era ammirevole, non giudicava mai nessuno e trovava sempre una scusa per i torti del prossimo".

 

            Ecco un prezioso esempio non difficile da imitare nelle nostre famiglie. Santità, dicevamo all'inizio, nell'ordinarietà della vita. Sensibilità come gli altri. Prove come tutti. Ma fede, fede, fede, che ha rinsaldato l'amore tra loro, per i figli, per gli altri.

  

CRONOLOGIA DELLA FAMIGLIA

 

 

Zelia nasce 23.12. 1831

            matrimonio 13.07. 1858 (a 27 anni) -  di matrimonio 19 anni

            muore 28.08.77 (46 anni)

Luigi nasce 22.08. 1823

            Matrimonio 13.07. 1858 (a 27 anni lei e 35 anni lui) di matrimonio 19 anni -

            Vedovanza: 17 anni

Matrimonio  13.07.1858  (anni 35 - 27)

24.02.1859 la sorella di Zelia, Elisa, diventa suora (Suor Dositea), Visitandina

22.02. 1860  nasce Maria

07.09. 1861 nasce Paolina

03.06. 1863  nasce Leonia

13.10. 1864  nasce Elena

23.04. 1865 primi sintomi del male di Zelia

              preoccupazione per Leonia

26.06. 1865  muore il papà di Luigi (a casa - 88 anni)

20.09. 1866  nasce Giuseppe Luigi    - 

            14.02. 1867 muore   (c. mesi 5)

19.12.67  nasce Giovanni Battista  -

            24.08. 1868  muore  ( + 8 mesi)

            si ammala il padre di Zelia

03.09. 1868  muore il papà di Zelia (79 anni)

                le figlie in collegio

1868  si ammala Suor Dositea

28.04. 1869  nasce Celina, battezzata subito, ma completato il rito in chiesa a settembre

02.07. 1869  Prima Comunione di Maria e grazia per la zia

22.02. 1870  muore Elena

16.08. 1870  nasce Melania Teresa

08.10. 1870  muore (per inedia - guerra)

02.01. 1873  nasce Teresa

1876 si riaffaccia il male a Zelia

24.02. 1877 muore suor Dositea

18.06.1877 Zelia va a Lourdes

26.08.1877  viatico a Zelia

28.08.1877 ore 0,30 muore Zelia (46 anni - di matrimonio 19 anni - 12 anni di crescente sofferenza) -

                le figlie hanno anni: Maria 17, Paolina 16, Leonia 14, Celina 8, Teresa quasi 5.

29.08.1877 mercoledì -  funerali ore 9

14 .11.1877 trasferimento di tutta la famiglia a Lisieux

02.10.1882 Paolina entra al Carmelo

08.04.1883 muore la mamma di Luigi a Valframbert (vicino ad Alençon)

08.05.1884 Prima Comunione di Teresa (11 anni)

14.06.1884 Cresima

1885 viaggio di Luigi per l'Europa

15.08.1886 Maria entra al Carmelo - Leonia dalle Clarisse

25.12.1886 Natale con la grazia a Teresa

19.03.1887 vestizione di Maria

01.05.1887 attacco di paresi a Luigi durante l'anno altri due attacchi più leggeri

29.05.1887  Teresa chiede al papà il permesso di entrare al Carmelo

16 luglio 1887 Leonia tenta di nuovo di entrare dalle suore Visitandine, ma dura per pochi mesi

04.11.1887 viaggio a Roma con Teresa e Celina

20.11.1887: udienza dal Santo Padre

02.12.1887  ritorno a Lisieux

01.01.1888  risposta positiva per Teresa

09.04.1888 Teresa entra al Carmelo

22.05.1888 professione di Maria

23.06.1888 risveglio del male con partenza improvvisa di  Luigi che sparisce per 4 giorni

12.08.1888 e 03.11.1888 nuovi attacchi (coprirsi la testa)

10.01.1889 vestizione di Teresa

Alla fine di gennaio 1889 nuova congestione cerebrale con conseguenze di memoria e di volontà

12.02.1889 ultima visita al Carmelo, ma senza vedere le figlie e ricovero al Buon Salvatore di Caen

                  (1.700 persone malate) , dove vi restò per più di tre anni.

10.05.1892  Luigi è riportato a Lisieux

23.06.1893 Leonia ritenta di entrare tra le Visitandine

06.04.1894   Vestizione di Leonia

27.05.94 Sacramento degli infermi a Luigi

29.07.94  muore Luigi (71 anni) - con 19 anni di matrimonio e 17 anni di vedovanza

14.09.1894 Celina entra al Carmelo prendendo il nome di suor Genoveffa

                   muore il 14 aprile 1905 (35 anni)

nel settembre 1895 Leonia esce di nuovo dal convento

            vi rientra definitivamente il 28 gennaio 1899 col nome della sorella Suor Francesca Teresa

            e vi muore santamente il 16 giugno 1941 (78 anni)

Gli zii Guérin muoiono, lei il 13 febbraio 1900, lui (Isidoro) il 28 settembre 1909

Maria (suor Maria del Sacro Cuore) vola al Cielo il 19 gennaio 1940 (80 anni)

Paolina (Madre Agnese di Gesù) si spegne il 28 luglio 1951 (90 anni)

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

Opere complete (S.Teresa di G. Bambino) Lib.Vaticana-Ed.OCD 1997

Consigli e ricordi Ed. Ancora 1955

Il padre di Santa Teresa del B. Gesù  Ed Ancora 1957

Storia di una Famiglia Ed. OCD 1994

Lettere familiari della madre di S. Teresa di G. Bambino Ed. OCD 2004

 
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