fra immacolato aldo brienza
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fra Immacolato. http://it.gloria.tv/?media=44937

INCONTRO
su FRA IMMACOLATO
Salone CELESTINO V
Campobasso
Martedì 11 maggio 2010
ore 18,00
(anniversario -1948- dell' indulto speciale del S. Padre per poter appartenere al Primo Ordine pur rimanendo nella sua casa)
RELAZIONE DI P .LUIGI MARIA LAVECCHIA O.F.M.CAP.
(organizzato da Don Fabio Di Tommaso)
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Abbiamo ricevuto una lettera
In questi ultimi tempi ho dovuto affrontare diversi interventi chirurgici con relative terapie (precisamente 4 in 7 mesi). A mio sostegno morale ho avuto occasione , in questo stesso periodo, di conoscere la vita di un Frate Carmelitano, da molti definito un Crocifisso vivente, morto in concetto di santità: frate Immacolato Brienza. Me ne ha parlato, nei nostri contatti telefonici, una cugina che vive a Campobasso, sua devota, tenendo viva in me la fiducia nelle misericordia di Dio attraverso l'intercessione di frate Immacolato e della Vergine Santissima da lui sempre teneramente amata ed invocata. Nel mio ultimo controllo di normale routine è stata rilevata, tramite biopsia, la presenza di cellule tumorali. Con la mia famiglia è stato subito
deciso per l'intervento chirurgico, anche se annunciato come intervento di grande demolizione, sapendo che non si sarebbe potuto ricorrere a radio e chemio terapia in quanto già utilizzate per guarire, alcuni anni prima, un tumore all'intestino. Già avere una diagnosi precoce su un male così subdolo è una grazia, ma quanta più grande è stata l'emozione , indescrivibile, di apprendere, dopo l'intervento, che le biopsie effettuate non evidenziavano più tracce di tumore.
La gioia della grazia ricevuta è stata così grande da decidere di andare a Campobasso per conoscere più da vicino frate Immacolato, rendendo testimonianza ai suoi devoti e all'Autorità Diocesana di quanto avvenuto.
So che nei giorni precedenti l'intervento molte persone si sono unite alle preghiere di mia cugina e a loro va la mia riconoscenza.
Mi auguro che la notizia di questa grazia da me ricevuta rinvigorisca la fede e la speranza in ognuno di noi per non affievolire mai la lode a Dio attraverso la Vergine Santissima e i suoi Santi.
(firmata)
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Aggiornamento sullo stato dell'iter per la beatificazione
luglio 2009 (da Giuseppe Biscotti)
Iter romano del processo
di beatificazione e canonizzazione
del Servo di Dio
Fra Immacolato Giuseppe di Gesù
ocd
1. Il 5 febbraio 2008, l’arcivescovo di Campobasso mons. Giancarlo Maria Bregantini, accompagnato dal vicario episcopale mons. Armando di Fabio, dal postulatore e dal presidente del Tribunale diocesano della causa beatificazione del Servo di Dio Fra Immacolato Giuseppe di Gesù ocd, consegnava alla Congregazione delle Cause dei Santi in duplice copia gli atti (transunto) del processo diocesano;
2. La Congregazione delle Cause dei Santi, dietro istanza del postulatore, alla presenza della Ecc.ma delegazione campobassana, nello stesso giorno - 5 febbraio 2008 – procedeva all’apertura del plico e, dopo aver verificato la correttezza formale di tutta la documentazione presentata, con proprio provvedimento provvedeva alla rilegatura di tutti gli atti del processo diocesano, riservando per Sé l’originale rilegato e in data 21 settembre 2008 inviava al postulatore la “Copia pubblica” anch’essa rilegata;
3. in data …………( comunque successiva al 21 settembre 2008) il postulatore inoltrava istanza affinché la Congregazione dei Santi procedesse allo studio della validità dell’inchiesta diocesana, condizione necessaria perché la Congregazione possa formulare il Decreto di validità del processo diocesano;
4. ad oggi si è in attesa del Decreto di validità del processo;
5. Il Decreto di validità del processo diocesano consentirà al postulatore di produrre istanza di nomina del Relatore (la postulazione, all’atto di chiedere la nomina del Relatore, dovrà presentare una breve sintesi storico-critica della vita del Servo di Dio e indicare il Collaboratore che coadiuverà il Relatore nella redazione della Positivo; il Collaboratore del Relatore deve allegare un breve curriculum vitae)
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MARTEDI' 14 APRILE 2009
a CAMPOBASSO
nel 20° anniversario della morte
(13 aprile 1989)
si è ricordato
FRA IMMACOLATO
(Aldo Brienza)
ore 17 da casa sua
(Piazza della Stazione)
alla chiesa cattedrale
(ore 19 Concelebrazione presieduta dall'ARCIVESCOVO BREGANTINI )
CARMELITANO SCALZO
15 - 08 - 1922 + 13 - 04 - 1989
Il 14 gennaio 2009, l’arcivescovo di Campobasso mons. Giancarlo Maria Bregantini, ha riunito un gruppo di persone interessate alla beatificazioine di fra Immacolato.
Presa visione della situazione del processo di questa beatificazione, è stato proposto:
1) che il postulatore della causa, Don Gabriele Teti, che è il medesimo che ha operato nella diocesi di Campobasso, faccia la domanda ufficiale all'ufficio competente di Roma per la nomina del relatore che dovrà presentare la POSITIO nell'iter di detto processo. Detto relatore sarà aiutato, per la stesura, da un collaboratore da lui medesimo scelto.
2) di fare una solenne commemorazione della entrata in Cielo di Fra Immacolato (13 aprile 1989) il 14 aprile (martedì dopo Pasqua), con un incontro presso la casa di Fra Immacolato alle ore 17,00, preghiera e breve processione fino alla Cattedrale, dove l'Arcivescovo celebrerà alle ore 19,00 la santa Messa.
3) di organizzare il primo convegno su Fra Immacolato con il tema "P. Pio e fra Immacolato" che si dovrebbe tenere il 15 maggio prossimo, se possibile.
4) di organizzare una uguale commemorazione a Boiano
DECRETO CHE HA INTRODOTTO LA CAUSA DI CANONIZZAZIONE
ARMANDO DINI ARCIVESCOVO METROPOLITA
DI CAMPOBASSO-BOJANO
Prot. 113/SE13AP0005/178
- Visto lo scritto dello ottobre 2004 del Rev. Don Gabriele TETI, postulatore nella causa di canonizzazione del servo di Dio Fra Immacolato BRIENZA, col quale sollecitava l'introduzione di detta causa;
- Sentiti i Confratelli nell'Episcopato della nostra Regione Ecclesiastica e il Consiglio Presbiterale Diocesano e fatte le altre dovute ed opportune indagini;
- Convinto del fondamento solido della causa e che non esistono ostacoli perentori contro la stessa, come consta anche dalla comunicazione della Congregazione delle Cause dei Santi del mese di dicembre 2004 (Prot. n° 2636-1/04);
- Avendo la responsabilità pastorale dell'Arcidiocesi di Campobasso-Bojano,
DECRETO
l'introduzione della causa di canonizzazione del servo di Dio Fra Immacolato BRIENZA (Aldo al battesimo e allo stato civile), in modo che si apra il processo sulla vita, virtù e fama di santità di detto Servo di Dio, a norma della vigente legislazione per le cause dei santi.
Non potendo presiedere personalmente il Tribunale che deve istruire detto processo a causa delle occupazioni pastorali, con la presente nomino per l'istruzione dello stesso,
come Giudice delegato, il Rev. Don Vittorio Perrella, come Promotore di giustizia, il Rev. Don Ugo Iannandrea,
come notaio attuario il dott. Francesco Carozza;
e come notaio aggiunto il Prof. Giuseppe Biscotti.
Il nostro Cancelliere informerà diligentemente i citati membri del Tribunale della nomina attribuita a ciascuno di essi, perché siano presenti il 13/04/2005 alle ore 19,00 nella Chiesa cattedrale di Campobasso, col fine di accettar gli incarichi di cui sono stati insigniti prestando giuramento e di intervenire nelle altre pratiche del menzionato processo.
Dato a Campobasso, dalla nostra sede Metropolitana, addì 11 aprile 2005
Sac. Saverio Di Tommaso
(Cancelliere Arcivescovile)
+ Armando Dini
(Arcivescovo Metropolita
di Campobasso-Bojano

Il primo ottobre 2004 l'Arcivescovo di Campobasso, Armando Dini, ha dato inizio al Processo di Canonizzazione di questo nostro confratello.
Alle ore 19 nella Cattedrale, gremita di gente, con una solenne concelebrazione eucaristica, alla quale hanno partecipato più di venti sacerdoti, si è affidato al Signore il buon esito del Processo.

Oltre all'Arcivescovo della Diocesi erano presenti Mons Antonio Nuzzi vescovo emerito di Teramo (nativo di Boiano) e da Roma in rappresentanza dei Carmelitani Scalzi il P. Onorio Di Ruzza, già Provinciale e attualmente membro del Consiglio, con altri confratelli.

All'inizio il Postulatore della Causa, Don Gabriele Teti, ha domandato formalmente l'apertura della Causa descrivendo brevemente l'afflusso di popolo sulla tomba del Servo di Dio, le centinaia di lettere, di contenuto profondamente spirituale con le quali, benché sempre a letto, ha confortato tanta gente e il ricordo vivo di tante persone che visitandolo hanno attinto dalla sua santità preziosi consigli.
L'Arcivescovo nell'omelia ha illustrato la preziosità del sacrificio di fra Immacolato e il bene enorme che ha fatto con cinquanta anni di letto e di atroci e spesso nascoste sofferenze. Ha messo in luce le sorgenti a cui fra Immacolato si è abbeverato: prima Santa Teresa di Gesù Bambino per la quale nutriva una specialissima devozione (la data di oggi, festa di questa santa, è stata scelta proprio per questo), insieme alle due colonne del Carmelo, Santa Teresa d'Avila e San Giovanni della Croce.
Alla fine il Postulatore della Causa ha letto un breve profilo biografico che poi è stato distribuito ai fedeli in forma di "santino".
Riportiamo il testo:
Fra Immacolato (Aldo Brienza) nacque a Campobasso il 15 agosto de1 1922.
A 15 anni fu colpito da Un improvviso ed acutissimo dolore ai piedi "come di un chiodo che li trafigge da parte a parte".
Da quel momento, accudito amorevolmente dalla famiglia, non abbandonò più il letto. "Altre malattie infierirono su di lui. Eppure, per cinquanta anni, non un lamento, non un attimo di sconforto, non un momento di commiserazione, nulla". "Benedico il Signore - dirà - perché neppure chi mi è intimo s'accorge della profondità dei miei dolori".
Anima profondamente sacerdotale, nutrì ardente passione per l'Eucarestia e amore sconfinato per i Sacerdoti. Per la loro santificazione si offrì vittima alla Giustizia divina.
La Vergine Santa, mai assente dai suoi pensieri, lo volle religioso nell'Ordine dei Carmelitani teresiani. E per lui volle, in modo del tutto singolare, che il nome di religione fosse fra Immacolato. La Santa Sede, con speciale privilegio, in data 2 marzo 1948, gli concedeva di emettere i voti solenni nell'Ordine della Regina del Carmelo, pur continuando a vivere in famiglia.
Fu religioso umile, pio, zelante, generoso e semplice, come fanciullo. Si lasciò guidare dalla Provvidenza sulle orme dei Mistici del Carmelo, fin nell'intimità di Dio. E il Signore, apprendiamo dalle lettere ai suoi direttori spirituali, fu prodigo con lui di doni straordinari.
Dal suo letto, altare sul quale celebrava il sacrificio della vita, proclamava il primato della preghiera ed esercitava feconda opera di apostolato.
La sua stanza era meta quotidiana di rifugio e di conforto spirituale. Colpiva la luce dei suoi occhi e la sua serenità. Colpiva la sicurezza con la quale dava consigli, con la quale esprimeva i giudizi relativi alla vita morale e spirituale. Colpiva il profluvio di odori dai quali si era investiti, spesso ancor prima di entrare nella sua stanza e che disponeva 1'animo alla pace interiore.
Il 14 aprile 1989, giorno successivo il "suo beato transito, uscì di casa per raggiungere la Cattedrale di Campobasso. A seguirlo tanta folla silenziosa e meditabonda e, su, tra i folti rami dei lecci di Corso Bucci un tripudio di cardellini, segno in terra, della festa che gli angeli facevano in cielo".
Il significato della vita di fra Immacolato è condensato in un motto che spesso ripeteva: "lavorare è bene, pregare è ancora meglio, ma soffrire in unione a Gesù è tutto".
Fra Immacolato è stato icona vivente della sofferenza vissuta nella gioia del Risorto; è stato eroe silenzioso e discreto delle virtù cristiane. Siamo certi che egli ora; non dalla sua stanza su Piazza Cuoco a Campobasso, ma dal cielo, continua a vegliare sulle debolezze umane.
IN MEMORIA DI FRA IMMACOLATO
Riportiamo quanto pubblicato nella rivista "VITA DIOCESANA", mensile d'informazione e cultura
dell'Arcidiocesi di Campobasso-Bajano
nei mesi di marzo-dicembre 2004
FRA IMMACOLATO NEI RICORDI DEL PADRE SPIRITUALE
DON MICHELE RUCCIA
di Giuseppe Biscotti
Don Michele Ruccia guidò il cammino spirituale di Fra Immacolato Brienza dalla seconda metà degli anni ‘40 fino alla sua dipartita da Campobasso nell’autunno del 1968. Nacque a Modugno il 14 febbraio 1914. Fu Ordinato sacerdote da Monsignor Romita a Modugno il 23 luglio 1939 e su invito del Prelato, suo padrino di cresima, si incardinò nella Diocesi di Campobasso. Qui svolse con zelo il suo ministero: fu Rettore del Seminario diocesano assistente della Gioventù Femminile e di Azione cattolica e Assistente della Coltivatori diretti.
Nel 1968 ritornò a Modugno.
Anche nella diocesi di Bari si distinse per zelo e attaccamento al suo dovere. L’Arcivescovo Ballestrero, già Preposito generale dei Carmelitani Scalzi, lo chiamò all’ufficio di economo del Seminario del capoluogo pugliese e Monsignor Magrassi lo nomina successivamente cancelliere della Curia arcivescovile di Bari e in seguito canonico del Capitolo primaziale della Cattedrale di Bari. Nel 1949 ottenne, anche per l’interessamento di Fra Immacolato, le Lettere di “Affiliazione” all’Ordine carmelitano teresiano; successivamente si consacrò con voti perpetui nell’Istituto Secolare Sacerdoti del S. Cuore. Morì a Modugno il 4 gennaio 2002.
Don Ruccia ha lasciato due manoscritti autografi su Fra Immacolato. Il primo, come è facile riscontrare dal contesto del manoscritto, è stato scritto subito dopo la morte di Fra Immacolato, nel periodo compreso tra il mese di aprile e quello di luglio del 1989. Il secondo manoscritto riteniamo sia stato scritto nel 1999, decimo anniversario della morte di Fra Immacolato e comunque non prima del 1997. La conferma ci viene dal titolare dell’azienda che ha stampato e messo in commercio il taccuino sul quale Don Michele Ruccia scrisse i suoi ricordi.
Entrambi i manoscritti contengono imprecisioni di carattere storico. Gli originali dei manoscritti scritti da Don Michele Ruccia e le lettere di Fra Immacolato, che Don Michele tenne per sè, sono stati donati alla Famiglia Brienza dalla Signora Teresa Ruccia, nipote di Don Michele. Riportiamo il Manoscritto del 1999.
Manoscritto del 1999
Quando giunsi a Campobasso per iniziare il mio ministero sacerdotale (3 ottobre 1939) come insegnante nel Seminario vescovile, fui destinato come cappellano al Convitto Giovanni Speranza. Per questo ogni mattina mi muovevo dal seminario in via Mazzini per andare a celebrare al Convitto G. Speranza. Passavo necessariamente al largo della ferrovia in Piazza Cuoco. Qui abitava il giovane Aldo Brienza al 2° piano. Dalla finestra il buon giovane; quando ormai il suo corpo era consumato e passando tutti i suoi giorni al letto, mi vedeva passare. Qui, il primo fatto straordinario: l’apparizione ad Aldo di S. Teresa di Gesù che gli parlò: “Quel sacerdote, che vedi passare è un mio prediletto, sarà il tuo confessore e il tuo padre spirituale; mandalo a chiamare e parla con lui”. Così mi trovai confessore e padre. Per Aldo furono gli anni delle grandi lezioni. Ma il suo maestro e direttore in quel frangente fu P. Romualdo dei Ponti Rossi.
Era allora provinciale: fu lui ad ammetterlo nell’ordine del Carmelo col nome di Fra Giuseppe. Mentre faceva il suo noviziato, Aldo maturò il pensiero di voler essere immacolato e desiderò cambiare nome prendendo quello di Fra Immacolato al momento della professione religiosa. Fu quello il tempo di una grande corrispondenza epistolare tra la Curia Generalizia e fra Immacolato. Personalmente intervennero P. Silverio e Padre Albino che lo visitò pure di persona. Era già cominciato il cammino di perfezione e i suoi maestri, - è inutile dirlo - furono S. Teresa di Gesù, S. Giovanni della Croce, S. Teresa del Bambin Gesù, P. Albino. Sul suo comodino per la meditazione quotidiana: “ Intimità divina”.
Gli erano familiari “La salita al monte Carmelo”, “Voglio vedere Dio”, “Sono figlia della Chiesa”, “La vita” e “Il Castello interiore”. Per me non era cosa facile guidarlo nella via che percorreva, facevo appello continuo al “Tanquerey”, compendio di Teologia ascetico-mistica. Per quanto vivesse in casa assistito amorevolmente dalla famiglia, quanti sacrifici fecero le sorelle Clara, Ada e Lucia, volle praticare la povertà, accontentandosi del necessario per il cibo e vestiti. Le cure della famiglia non aiutavano a mostrare tutti i lati della povertà in grado eroico. La stanza aveva il letto sempre in ordine, poche sedie per i visitatori, un telefono girevole per poterlo ben usare dalla posizione in cui si trovava, e i libri, molti libri, anche se non visibili. I suoi abiti non avevano bisogno di essere di ottima fattura, ma sempre ben puliti e stirati: la sua camicia bianca e la sua tunica. Era munifico, tramite la famiglia, verso i poveri e chiunque gli avesse fatto un favore veniva ricambiato con un dono. Spesso riceveva dei regalini; li riciclava subito: un carmelitano teresiano doveva possedere solo l’essenziale. La castità traspariva dal suo sorriso continuo: il suo corpo non esisteva più e il suo spirito era guidato da Dio. Attorno al suo letto si avvicinarono molte donne, anche giovani, ma per lui erano anime bisognose di una parola spirituale. E ogni conversazione era una preghiera. Non permetteva di esser toccato da alcuno: solo le sorelle avevano il compito di pulirlo e amministrargli i pasti e le medicine. Io stesso, dopo quasi 30 anni, non riuscivo a toccarlo. Come obbedienza posso dire che dipendeva unicamente dal Provinciale, P. Romualdo dei Ponti Rossi: fu lui a dargli il nome e a cambiarlo al momento della professione.
Poi passò direttamente alle dipendenze della Curia Generalizia, il vero maestro fu Padre Albino. Coltivava l’umiltà e gli dava fastidio essere additato o indicato come uomo di Dio; attribuiva tutto a Dio. Anima eucaristica: sarebbe stato un santo sacerdote, ma Dio volle che celebrasse il sacrificio della passione nel dolore continuo. Ci fu un momento per farlo ordinare sacerdote: non era d’accordo il Vescovo e non ero d’accordo neppure io; accettò la disposizione di Dio e della Chiesa, dicendo: sia fatta la tua volontà. Centro della sua spiritualità era la santificazione e la salvezza delle anime; il suo continuo immolarsi per le anime si accendeva quando si trattava di un sacerdote in difficoltà. Scriveva, pregava, invitava a pregare finchè il sacerdote fosse tornato nella grazia totale di Dio. Il ritorno a Dio lo voleva a costo di soffrire; era disposto ad espiare da solo. Accanto a fra Immacolato si respirava il buon odore di Cristo. Il suo dolcissimo e costante sorriso, mentre nascondeva ogni sua pena, spandeva intorno la pace e la gioia dell’ abbandono in Dio.
Usò il telefono per essere più vicino alle anime in bisogno, ma non volle mai vedere la televisione. Stava accanto alla sua stanza perchè gli ospiti non fossero privati di certe trasmissioni religiose, ma a lui non interessava. Viveva gli avvenimenti in Dio.
Lasciai Campobasso e non potetti continuare la mia opera di confessore e padre spirituale e non potetti assistere alla sua consumazione di vittima di olocausto. Lo visitai in qualche raro passaggio per Campobasso e constatai che sotto la guida di don Michelino Fratianni aveva fatto grandi progressi: suo scopo era strappare anime all’inferno e donarle a Dio L’amore alla Madonna traspariva da ogni parola: faceva dono di qualche immagine quando doveva ricompensare qualcuno di qualche disturbo.
Ricordo la sua devozione all’Angelo custode.
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FRA IMMACOLATO BRIENZA
Fra Immacolato ( Aldo Brienza) nacque a Campobasso il 15 agosto del 1922 dai coniugi Emilio e Lorenzina Trevisani che si erano sposati nella parrocchia della sposa, intitolata a Santa Maria Maggiore e duomo di Campobasso, il 5 settembre del 1915 .
Il padre era commerciante mentre la madre casalinga si occupava della numerosa famiglia.
Nella stessa chiesa parrocchiale fu condotto per il sacramento del battesimo il 21 agosto del 1922 . Il 25 marzo del 1943 ricevette da Mons. Secondo Bologna, arcivescovo di Campobasso, presso la sua abitazione il sacramento della confermazione.
È stato terzo di sette figli di cui quattro viventi.
Frequentò la scuola elementare "F. d’Ovidio" in via Roma,
le medie e la scuola di ragioneria "L. Pilla" che si trova proprio sotto casa sua .
A 15 anni fu colpito da un improvviso ed acutissimo dolore ai piedi "come di un chiodo che li trafigge da parte a parte". Da quel momento, accudito amorevolmente dalla famiglia, non abbandonò più il letto. "Altre malattie infierirono su di lui. Eppure, per cinquanta anni, non un lamento, non un attimo di sconforto, non un momento di commiserazione, nulla".
"Benedico il Signore - dirà - perché neppure chi mi è intimo si accorge della profondità dei miei dolori".
Così scriveva al monastero delle Carmelitane Scalzedi Firenze:
"E’ dal 27 giugno 1938 che sono affetto da osteomielite deformante; posso dire che Gesù mi ha amato con predilezione fin dalla più tenera età. A tredici anni pensavo alla Certosa e, durante il primo anno di malattia, chiesi la guarigione, se conforme ai divini voleri, solo per scomparire nella bianca silente Certosa.
Mi ammalai quando ancora non avevo quindici anni. Fin dal primo istante volli la volontà di Dio, non sapevo ciò che Gesù aveva per me in serbo, ignoravo completamente i divini disegni, però mai Gesù mi ha fatto ricalcitrare sotto l’amorosa mano che mi crocifiggeva".
Anima profondamente sacerdotale, nutrì ardente passione per l’Eucaristia e amore sconfinato per i Sacerdoti.
Per la loro santificazione si offrì vittima alla Giustizia divina.
La Vergine Santa, mai assente dai suoi pensieri, lo volle religioso nell’Ordine dei Carmelitani teresiani. E per lui volle, in modo del tutto singolare, che il nome di religione fosse fra Immacolato.
La Santa Sede, con speciale privilegio, in data 2 marzo 1948, gli concedeva di emettere i voti solenni nell’Ordine della Regina del Carmelo, pur continuando a vivere in famiglia.
Fu religioso umile, pio, zelante, generoso e semplice, come fanciullo. Si lasciò guidare dalla provvidenza sulle orme dei Mistici del Carmelo, fin nell’intimità di Dio.
E il Signore, apprendiamo dalle lettere ai suoi direttori spirituali, fu prodigo con lui di doni straordinari.
Dal suo letto, altare sul quale celebrava il sacrificio della vita, proclamava il primato della preghiera ed esercitava feconda opera di apostolato. La sua stanza era meta quotidiana di rifugio e di conforto spirituale. Colpiva la sicurezza con la quale dava consigli, con la quale esprimeva i giudizi relativi alla vita morale e spirituale. Colpiva il profluvio di odori dai quali si era investiti, spesso ancor prima di entrare nella sua stanza e che disponeva l’animo alla pace interiore.
Morì il 13 aprile 1989 in Campobasso e il giorno seguente uscì da casa per l’ultima volta, per raggiungere la Cattedrale.
Il significato della vita di fra Immacolato è condensato in un motto che spesso ripeteva: "lavorare è bene, pregare è ancora meglio, ma soffrire in unione a Gesù è tutto".
Fra Immacolato è stato icona vivente della sofferenza vissuta nella gioia del Risorto; è stato eroe silenzioso e discreto delle virtù cristiane.
Don Gabriele Teti - Postulatore
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PREGHIERA
Per la beatificazione di Fra Immacolato
Signore Gesù, Agnello immacolato, per la salvezza di ogni essere umano, ti prego umilmente di voler glorificare, anche su questa terra, il tuo servo, Fra Immacolato che tanto ti ha amato e, con il suo aiuto, ti chiedo la grazia che tanto desidero. Concedimela, te ne prego per intercessione di fra Immacolato che vivendo tra noi si è offerto vittima per la santificazione dei Sacerdoti e per la redenzione di chi è schiavo del peccato.
Imprimatur: Campobasso 10.12.2003
+Armano Dini - Arcivescovo
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PROFESSIONE DI FEDE DI FRA IMMACOLATO BRIENZA
Nel Nome di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo, nel Nome di Maria Addolorata, supplico la S.S. Trinità di accettarmi, come vittima d’immolazione, d’espiazione, d’impetrazione, di riparazione alla Sua Divina Giustizia a favore di tutti i Sacerdoti, e di ciascuno di essi in particolare. Ricevi o mio Dio, ed accetta l’offerta universale, irrevocabile, l’abbandono totale, e incondizionato che per tua Misericordia Ti faccio di tutto me stesso: del cuore, dell’anima, della volontà, della libertà, della salute, della vita, di quanto m’interessa, posseggo e mi è caro adesso e nell’avvenire, nel tempo e nell’eternità. Tutto il merito dei sacrifici miei, delle mie preghiere, la mia agonia, la mia morte, nulla più mi appartiene e nulla più desidero né preferisco.
Voglio solo aiutare e meritare il mondo del Sacerdozio degno dei Suoi sublimi destini. Oh, Eterno Iddio, per i bisogni dei Sacerdoti, per la santificazione dei Sacerdoti, accetto ed amo il sacrificio della vita mia.
O mio Dio, guardami come Tuo Figlio, rivestito dei peccati delle anime dei Sacerdoti. Ti scongiuro perdona ad essi e scaglia invece sopra di me i colpi che dovrebbero ricadere su di essi. Per il resto della mia vita non risparmiarmi, sono pronto a tutto. Accetto qualunque genere di sofferenza che possa tormentare il mio corpo: “accetto di essere calunniato, disprezzato, umiliato, disonorato, vilipeso, oltraggiato, dimenticato, e calpestato come un granellino di sabbia: perchè essi Sacerdoti siano amati, onorati, conosciuti, rispettati e apprezzati.
Se la tua mano deve gravare su di loro, ma gravala invece su di me. Accetto l’abbandono, l’aridità le desolazioni che possono martoriare il mio spirito.
Accetto di sentirmi impotente, inutile e miserabile come abbandonato da Te, come senza vita, ai Tuoi piedi, felice se, con la mia immolazione, potrò aumentare anche di un grado, benché minimo, la Tua gloria e contribuire a darTi un Santo Sacerdote di più! Infine Divin Cuore di Mio Dio, se ti occorrono ancora dei Martiri per la difesa e santificazione dei Sacerdoti, oh, Ti offro tutto il sangue delle mie vene.
Fa' di me, o dolce Gesù, un’ostia di immolazione a favore dei Tuoi Sacerdoti. Sii Tu stesso, il mio Sacerdote Sovrano, o Gesù. O mio Gesù Crocifisso, in unione a Te, io mi offro vittima alla Divina Giustizia. Voglio la Croce per mia forza e sostegno, voglio vivere con essa: la voglio per tesoro, perché Tu o Gesù l’hai scelta E voglio vivere e morire crocifisso per i Tuoi Sacerdoti, affinché siano Sacerdoti secondo il Tuo Cuore.
Ma io non sono che nullo e non posso nulla di me stesso, tutta la mia forza è in Te,
Ti supplico adunque di aver pietà della mia debolezza e di essere Tu stesso il mio supremo appoggio. Tra le mani benedette della Regina del Cielo, mia Santissima Madre, Maria Addolorata, e del Verginal Suo Sposo San Giuseppe, delle Beata Maddalena di Canossa, di tutti i miei Santi Protettori ed Avvocati e di tutti i Santi Carmelitani, io depongo la mia umile offerta, scongiurandoli di presentarla e confidando così nella loro protezione, come nella Tua infinita Bontà, attendendo con gioia tutte le decisioni che la Tua adorabile volontà vorrà prendere a mio riguardo.
Spirito Santo, degnati visitarmi, abita in me come in un tempio vivente; non lasciarmi senza luce. O Gesù, amato bene dell’anima mia, prendimi e nascondimi nel ferito Tuo Cuore dove imparerò ad amare ed a patire per amore. Vergine Addolorata, Vittima d’amore, fa di me, con Te, un’Ostia viva, Santa accetta a Dio, per la santificazione dei Sacerdoti.
E tu, Pietoso Iddio, accetta e benedici la mia povera offerta e degnati consumare lentamente a goccia, a goccia, per la santificazione del Sacerdozio, questa piccola Ostia, nelle ardenti fiamme dei Tuo Purissimo Amore, affinché l’abisso delle Tue Misericordie si spanda nell’abisso delle mie miserie. Amen - Così sia (Giornata d’offerta 6.1.1944).
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FRA IMMACOLATO BRIENZA CARMELITANO SCALZO
di Giuseppe Biscotti
“La prima lettera dell’Epistolario di fra Immacolato (Aldo Brienza) porta la data del 30 gennaio 1942 ed è indirizzata a P. Giovanni Battista della Misericordia (1) segretario del Generale dei Carmelitani Scalzi. P. Battista ha un ruolo di assoluto rilievo nella formazione iniziale di fra Immacolato: a lui si rivolge per apprendere le forme proprie della spiritualità carmelitana e a lui, per primo, manifesta il desiderio d’entrare a far parte della Famiglia carmelitana.
“Rev.do Padre; gli scrive in quella prima lettera del gennaio 1942 - il vostro indirizzo mi fu dato dalla carità di un Francescano, che conosce tutta l’odissea della mia grama giovinezza... Nel 27 giugno del 1938, per la puntura di un insetto velenoso, ebbi un flemmone al piede sinistro, ed in seguito a varie operazioni chirurgiche, ebbi la setticemia, indi osteomielite deformante alle gambe. Da tre anni e mezzo guardo il letto pregando ed amando il Signore. L’animo mio mi predice che guarirò, e tutta la mia vita l’ho donata a Gesù, con la ferma intenzione di farmi frate e Suo Ministro. Chiedo perciò la grazia, né dubito d’averla, avendo in questi tre anni fatto sempre la volontà di Dio. Mi rivolgo per questo alla Vostra Santa Comunità onde m’intercediate dal Sacro Cuore di Gesù per l’intercessione di Suor Maria Saint-Pierre; quanto ardentemente imploro”.
Nel febbraio del 1943 i Carmelitani della Curia Generalizia, accertata la serietà d’intenti e la profonda pietà di quel giovane di Campobasso gravemente malato e senza possibilità di guarigione, gli concedono, in ossequio alle norme canoniche, di far parte del Terz’Ordine Secolare.
Il 25 marzo successivo, alla presenza del Vescovo di Campobasso, Mons. Secondo Bologna, che per l’occasione, gli impartisce il Sacramento della S. Cresima e di Don Antonio Picciano (2), suo padre spirituale e padrino di cresima, Aldo veste l’abito del Terziario carmelitano e assume il nome di fra Giuseppe dell’Addolorata (3). Il 26 marzo del 1946, dopo due anni di noviziato, trascorsi nella fedeltà assoluta all’orazione e nell’ esercizio delle virtù cristiane; senza mai abbandonare il letto e la sua stanza, trasformatasi in cella monastica, don Antonio Picciano, in nome e per conto del Padre Generale, l’accoglie ufficialmente nella fraternità carmelitana del Terz’Ordine.
Il 27 marzo successivo, Aldo con il cuore è ancora traboccante di gioia e da' notizia al confratello di Roma: “Padre, ho il piacere di comunicarvi che ieri, 26 marzo, ho fatto la professione del Terz’Ordine, ed il mio nome s’è stretto in vincolo d’immenso amore alla S.S. Madre del Carmelo. Sono felice, Padre, ho tutto con me . . . che può desiderare di più un cuore che si sente stretto alla Celeste Regina della Misericordia? Nella mia stanzetta il mio padrino di Cresima Rev.do Don Picciano celebrò la S. Messa, mi fece partecipe della Sacra Mensa, mi disse parole sublimi, che penetrarono il cuore, e benedisse ogni mia intenzione. La felicità mia fu tanto grande, che mi fa conservare ancora davanti agli occhi la dolce visione dell’Ostia Divina, e nel cuore profonda riconoscenza a Gesù, a voi mio buon Padre ed a quanti hanno contribuito a tanta gioia spirituale. Padre, rammentatemi nelle preghiere e dite al buon Gesù che sempre a Sé unito sulla Croce e sull’ Altare fino al giorno benedetto che sarò chiamato dal Suo Divin Padre”.
Dio, però, nella sua infinita sapienza, aveva disposto diversamente. La Santa Vergine, del resto, era stata esplicita, quando apparendogli nella chiesa di Santa Maria della Croce in Campobasso, gli indicava la via della vita religiosa regolare. Aldo sente imperiosa la voce di Dio che lo chiama ad operare per realizzare fino in fondo la chiamata alla vita religiosa. Il consiglio illuminato di Don Michele Ruccia (4), suo nuovo direttore spirituale dalla primavera del 1946, gli consente di aggirare gli ostacoli che i Carmelitani e lo stesso Diritto canonico, opponevano alla realizzazione della sua vocazione carmelitana. Sull’esempio di S. Teresa di Lisieux e con il beneplacito di Mons. Lombardi (5), che dal 1945 è al fianco di Pio XII come suo segretario personale, si rivolge direttamente al Santo Padre. E Pio XII, in via del tutto eccezionale, per la prima volta dalla rifondazione dell’Ordine carmelitano gli concede, con il beneplacito dell’Ordinario diocesano e dei Superiori del Carmelo, quanto il suo cuore ardentemente desiderava.
In data 2 marzo 1948 la Congregazione dei Religiosi riconosceva nel “desiderio” di Aldo Brienza i segni della volontà del Signore e della predilezione della Vergine Santissima e ordinava ai Superiori del Carmelo di accoglierlo nel seno dell’Ordine. Il “Rescritto”, a firma di Mons. Pesetto Segretario della S. Congregazione dei Religiosi, recita: “Il caso particolarmente pietoso del giovane Aldo Brienza; che una dolorosa malattia obbliga al letto, impedendogli perciò di soddisfare l’antico e vivissimo desiderio di consacrarsi a Dio ed alla Vergine Santissima del Carmelo in cotesto inclito Ordine teresiano, è stato qui esaminato con molta comprensione.
Sono lieto ora, di significare alla P.V. Rev.ma, perché proceda alle relative comunicazioni, che questo Sacro Dicastero, attesa l’incline volontà dell’Ordine, e l’ampia raccomandatizia di S.E. Mons. Amministratore Apostolico di Campobasso, colla presente concede al Rev.mo Preposito Generale le necessarie ed opportune facoltà per ammettere detto giovane alla professione dei voti solenni, con tutti i privilegi e grazie spirituali annessi; dispensandolo, da tutto quanto non è compossibile con il suo stato. Valga questo tratto di tanta singolare indulgenza dell’Autorità superiore a rendere sempre più il paziente rassegnato ai Divini voleri, e ad infervorarlo nella preghiera per la maggior gloria di Dio, per l’esaltazione della Santa Chiesa e per la salvezza delle anime” (6).
L’11 maggio del 1948 P. Romualdo di S. Antonio, Provinciale della religiosa provincia carmelitana di Napoli, su delega del Generale P. Silverio di S. Teresa, si reca a Campobasso per ricevere la Professione solenne e accogliere nell’Ordine, quale fratello corista, il giovane Aldo Brienza. Il 14 maggio successivo p. Romualdo scrive al P. Generale: “Stetti a Campobasso il giorno 11 corrente mese per ricevere la professione solenne del caro giovane Aldo Brienza. Egli appartiene a distinta famiglia e fin dall’ età di 14 anni si mise a letto con la grave malattia, osteomielite deformante ed il 27 giugno prossimo compie 10 anni che sta a letto. E’ un giovane privilegiato immolatosi per le manchevolezze del mondo e perciò serenamente e con eroismo sopporta il suo male. Le accludo la formula della professione scritta e firmata da lui, più la mia dichiarazione...”(7).
Aldo, a distanza di qualche anno, ripercorrendo, su esplicita richiesta del confratello”P. Valentino Macca, le tappe salienti dell’itinerario che lo portarono al Carmelo, con la semplicità che gli è connaturata, osserva: “La Madonna mi ha sorriso fin dal mattino di mia vita, ha guidato i miei passi sempre. Se ho ben compreso il valore della croce, se dal primo istante ho amato ed invocata la sofferenza è suo dono... la vocazione religiosa, e il Carmelo è suo regalo. Il viver da religioso, a comprendere la vita religiosa è stata la “Mamma” ad insegnarmelo, è stata la mia Maestra, la “mia Madre Maestra” (8). Chi se non la Madonna mi ha insegnato a recitare il Breviario? Tanto la pregai fino a che m’accontentò(9). E per sottolineare ancora una volta la riconoscenza che egli. nutre per la Madre del Signore, alla Superiora del Carmelo di Firenze, confida: "Il modo del tutto singolare con cui sono stato accettato nell’Ordine.. mi fanno toccare con mano che è stata proprio la Madonna a portarmi al Carmelo".
NOTE:
1) P. Battista nacque a Solero (AI) il 4 luglio 1902. Il 10 febbraio 1925 fu Ordinato sacerdote. All’ inizio dell’estate del 1937 fu chiamato a Roma con il compito di segretario del neo-eletto Generale P. Pietro Tommaso. Il 26 agosto 1946 perse la vita in un incidente stradale insieme con il Generale e il Provinciale del Texas; Cf Arch. OCD Monte Carmelo -Loano, “Libro dei Novizi”, p.17.
2) Don Antonio Picciano guidò il cammino spirituale di Aldo, sia pure in maniera non continua, dal 1940 al 1946.
3) Nella primavera del 1951 per volere della Madre del Signore e con il consenso del P. Provinciale assumerà il nome di fra Immacolato.
4) Don Michele Ruccia guidò il cammino spirituale di Aldo dalla seconda metà degli anni ‘40 agli inizi degli anni ‘60; per Aldo restò comunque un punto di riferimento fino alla sua dipartita da Campobasso.
5) Mons. Armando Lombardi, dopo dieci anni d’intensa attività diplomatica nelle Nunziature Apostoliche del Cile e della Colombia, fu chiamato dalla Santa Sede a Roma, per svolgere il delicato compito di segretario di Sua Santità Pio XII. Mons. Lombardi, come era sua abitudine, ogni volta che tornava nel suo Molise, nella sua Cercepiccola, non mancava di salire a Campobasso per celebrare la Santa Messa e incontrare Aldo e i giovani dell’ Azione Cattolica, anime belle che egli aveva indirizzato sulle vie della totale dedizione al Signore durante gli anni d’apostolato svolto a Campobasso; Cfr Don G. Di Fabio Sacerdoti molisani decorati della dignità episcopale dalla Madre Chiesa. Tipolitografia Foto Lampo, Campobasso 2002, p. 222-224.
6) Lettera del 2.3.1948 Prot. n.11508/47, Archivio Congr. P.O. Inst. Vitae Consecratae et Soc. Vita e Apostolicae.
7) AGOCD, “Provincia neapolitanae”, 407.
8) Viene chiamato “Maestro” il religioso che durante il noviziato guida il percorso spirituale dei novizi.
9) P. V. 10.12.52.
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QUELLO CHE NON SAPEVO DI FRA IMMACOLATO BRIENZA
Giuseppe Biscotti
Ho conosciuto Fra Immacolato agli inizi degli anni Settanta. Di tanto in tanto andavo a fargli visita. Mi accoglieva con il sorriso sulle labbra. Non parlava molto, ma ascoltava. Non sapevo fosse afflitto da una sofferenza che lo tormentava senza tregua; non sapevo neppure il suo nome di battesimo; anzi, a pensarci bene devo ammettere che di lui non sapevo nulla. Eppure andavo da lui accompagnato da un senso di timore; un timore non razionale, non giustificato se penso al sorriso immenso e alla gioia che gli si leggevano negli occhi limpidissimi nell’accogliermi e invitarmi a sedere accanto a lui. Eppure, complice anche un intenso profumo di non so cosa, mi sentivo piccolo, come dinanzi al mistero di Dio. E quando, prima di salutarlo, gli dicevo: prega per me egli non rispondeva, ma annuiva sorridendo e con un gesto a lui connaturato, fletteva in avanti la testa in segno di accondiscendenza. Quel gesto, eloquente più delle parole, ancora oggi sembra dirmi: non temere d’ora in avanti ci penso io. Un giorno gli confidai che avevo intenzione di approfondire la spiritualità carmelitana. E lui, da sempre convinto che il “Carmelo è un’altra cosa”, mi regalò i “Manoscritti autobiografici” di Santa Teresa di Lisieux, che conservo come un dono prezioso. Poi, dagli inizi degli anni Ottanta, il mio silenzio... fino a quando non riudii la sua dolce melodia.
Di Fra Immacolato allora non sapevo altro.
Nulla sapevo della straordinaria predilezione divina per lui e nulla sapevo della sua ascesi; come nulla sapevo dell’improvviso ed acutissimo dolore ai piedi, “come di un chiodo che li trafigge da parte a parte” da cui fu colpito ancora quidicenne, tra atroci dolori, per tutta la vita; dolori che la scienza medica, schiacciata su posizioni positivistiche, frettolosamente spiegò essere quelli dell’osteomielite acuta. Nulla sapevo della predilezione della Madre del Signore che lo chiamò alla vita religiosa e lo volle, contro ogni logica umana, professo solenne nell’Ordine dei Carmelitani Teresiani. E nulla sapevo della sua mistica unione protrattasi sulle orme dei mistici del Carmelo, fin nell’intimità di Dio già dagli anni ‘50. E delle amorevoli attenzioni da parte di S. Teresa d’Avila e del Santo Dottore mistico e del loro stare, adoranti con lui dinanzi all’Eucaristia benedetta, ora non mi sorprendo. Ma allora non sapevo; non sapevo che la sua stanza, divenuta chiesa domestica e cella monastica, spesso diveniva paradiso in terra, dimora accogliente dei Santi, del Signore e della Madre sua.
Del suo amore sconfinato per l’Eucarestia e per i sacerdoti, molto intuitivo; ora so che per essi, aggiungendo sofferenza a sofferenza con il beneplacido del suo confessore, si offrì vittima alla giustizia divina. E volle che l’impegno assunto fosse ratificato nella forma solenne del voto religioso. Il sacrificio della sua vita non si consumò nei tragici istanti dell’esecuzione capitale, il suo sangue fu versato goccia a goccia per l’intera durata della sua vita.
La sua oblazione, semmai fosse possibile avvicinare in una sorta di similitudine le forme dell’eroismo estremo, non fu meno cruenta e devastante. E il Signore, che non si lascia vincere in generosità ha riversato e riversa su tante anime i benefici di quel gesto eroico. E non è un caso che il demonio, il padre dell’invidia quando non poteva torturarlo fisicamente e moralmente, in segno di aperta sfida gli grida: “Quante te ne vorrei fare!”. Del suo nome singolarissimo non sapevo, allora, che a sceglierlo e a volerlo per lui fosse stata la madre del Signore, né sapevo che egli lo adottò solo dopo l’approvazione dei Superiori, solo dopo la ratifica e il suggello dell’ubbidienza. Quel nome - Immacolato - nel linguaggio di Dio di certo assumeva un significato e un valore profondo, ma io allora non sapevo. E nulla sapevo della sua chiamata “straordinaria” al Sacerdozio ministeriale a cui non giunse perché alle ragioni umane che si opponevano, egli nulla volle obiettare e niente volle svelare dei segreti del suo Re, per timore di offendere, sia pure indirettamente la carità. Nulla sapevo, infine, degli aspetti costitutivi della mistica che caratterizzano la sua esperienza religiosa di carmelitano teresiano, non sapevo cioè che in lui, la ricerca dell’unione con Dio, la conquista e il godimento della sua intimità, si sono realizzati in una esperienza particolarissima della santissima Trinità nella sua anima e nell’abituale presenza di Dio nella sua vita.
E nulla potevo sapere dei fenomeni integrativi della sua vita mistica: dal discernimento degli spiriti alle visioni; dalla chiaroveggenza spirituale, alla prescienza; dalla bilocazione, alle estasi e al dono dei miracoli. E che dire poi di quel particolare evento che si manifestò improvviso il 27 giugno del 1938 con dolore lancinante ai piedi; pur intuendone l’origine vera, preferisco, per prudenza tacere. Posso però riferire che Fra Immacolato celebrò la data del 27 giugno del ‘38 come fosse la ricorrenza a lui più cara e più importante. Posso ancora riferire che solo pochi intimi poterono guardare le ferite dei piedi e le piaghe del suo corpo tra questi vi furono il P. Romualdo di Sant’Antonio, suo superiore provinciale e il suo segretario che così ricorda l’episodio: “La madre (di Fra Immacolato) sollevò il lembo del lenzuolo che copriva le estremità e il Padre Provinciale ed io rimanemmo esterrefatti alla vista di una grande ferita aperta e sanguinolenta alla gamba che certamente doveva dargli intenso e lancinante dolore. In quel momento Fra Immacolato divenne serio in volto, quasi come se si fosse violato un segreto che ci teneva rimanesse nascosto”.
Allora non sapevo e come me, tanti altri, pur intuendo non sapevano. E non sapevamo perché, tra ciò che Dio andava operando in lui e noi, visitatori distratti, si frapponeva la sua profonda umiltà. Nel giudizio di chi lo ha conosciuto egli era una anima eletta che fece della sofferenza il mezzo di elevazione del suo spirito; un’anima generosa che, a dispetto della totale inabilità fisica seppe dare un senso alla sua vita, seppe trasformare la sua debolezza in forza di Dio.
Era, nel giudizio umano, un modello da additare ai tanti che, colpiti dalla sofferenza, non sanno trovare un significato alla loro esistenza. Era in definitiva, una sorta di eroe umano della sofferenza vissuta cristianamente. Ma Dio ha voluto che del suo straordinario mondo interiore restasse traccia nelle sue lettere inviate ai confratelli, alle consorelle e soprattutto ai suoi direttori spirituali.
L’epistolario di Fra Immacolato, la sua finestra sul mondo, che lentamente si va ricomponendo nella forma originaria, ci disvela il mondo interiore di un’anima privilegiata; di un’anima consapevole che “la sofferenza era il bacio del Signore alla sua anima” e la sublime missione a cui Dio lo aveva chiamato ancora adolescente, quale Cireneo nel silenzio, della debolezza e dei peccati di uno dei periodi più travagliati della storia dell’umanità e anche della Chiesa. Ma l’epistolario è anche il mezzo più diretto ed esplicito per conoscere l’itinerario ascetico e mistico di Fra Immacolato. “Ho compreso, scrive al padre spirituale, che per realizzare appieno la mia vocazione carmelitana devo tendere risolutamente alla nudità di spirito, al santo oblio di tutto il creato”. L’itinerario del nullo totale che egli interpreta come totale disponibilità a lasciarsi invadere dalla azione divina, interseca, sin dall’inizio del suo cammino spirituale, la scelta che egli fece della assoluta abnegazione e della incondizionata accettazione della via della croce. Attraverso queste direttrici, egli accede alle ricchezze spirituali della Divina Sapienza e si inserisce pienamente nella spiritualità carmelitana, anzi ne diviene una espressione esemplare. Occorre far luce sulla particolare predilezione che i Mistici del Carmelo manifestarono per lui; occorre indagare le perfette assonanze tra la sua vita interiore e l’itinerario mistico che S. Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce elaborano e descrivono nelle loro opere.
Occorre, in definitiva, tirare fuori la lucerna da sotto il moggio; occorre far luce efficacemente sulla sua intensa vita spirituale. Penso, senza voler anticipare alcun giudizio ufficiale, che Fra Immacolato Brienza, figlio generoso del Carmelo come pochi, rimasto accanto al Signore con eroica costanza, fino alla fine lungo la via della croce e sulla croce, sia destinato a lasciare di sé una traccia profonda.
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RICORDANDO FRA IMMACOLATO
di Padre Raffaele Amendolagine O.C.D
Sono passati quindici anni dalla sua entrata in Paradiso, 13 aprile 1989: sessantasei anni, dei quali cinquantuno passati a letto, sua croce. Carmelitano Scalzo: del primo Ordine, come aveva piacere dichiararsi. Suo convento: la camera nella casa dei genitori a Campobasso. Altare: il giaciglio dove lentamente si consumò tra atroci sofferenze. Unico lamento, prima di morire: “Mi fa male, molto male”.
Ultime parole: un grido: “Dio! Dio! Madonna! Madonna!”.
Qualcuno ha riassunto la sua vita con questa frase: "parlò poco, soffrì molto, sorrise sempre". Con dispensa speciale fu accolto nella famiglia del Carmelo, quando già da dieci anni era ammalato.
Riportiamo ciò che scriveva al Monastero delle Carmelitane Scalze di Firenze: .
“E’ dal 27 giugno 1938 che sono affetto da osteomielite deformante; posso dire che Gesù mi ha amato con predilezione fin dalla più tenera età. A tredici anni pensavo alla Certosa e, durante il primo anno di malattia, chiesi la guarigione, se conforme ai divini voleri, solo per scomparire nella bianca silente Certosa. Mi ammalai quando ancora non avevo quindici anni. Fin dal primo istante volli la volontà di Dio, non sapevo ciò che Gesù aveva per me in serbo, ignoravo completamente i divini disegni, però mai Gesù mi ha fatto ricalcitrare sotto l’amorosa mano che mi crocifiggeva”.
Possiamo affermare che il Signore gli facesse assaporare, quasi subito, nel dolore che gli straziava il corpo, il suo amore di predilezione. Non certosino, ma carmelitano, sulla scia della santa riformatrice del Carmelo, Teresa d’Avila, che voleva “vedere Dio” e che la faceva esclamare: “O morire o patire”. Consapevoli tutti e due che la contemplazione di Dio è riservata, in pienezza, all’altra vita, mentre, su questa terra, lo si può contemplare solo attraverso la sofferenza.
Come nacque la sua vocazione carmelitana lo descrive egli stesso, scrivendo al medesimo Monastero: “... Per due volte sognai la Mamma Celeste che mi rivestiva una volta del santo Scapolare e una volta me lo porgeva. Altra volta invece sognai, se non erro, il santo Padre Elia che mi porgeva tutto l’abito nostro e mi diceva: “Lo indosserai al Carmelo”. L’ultima volta, poi, sognai la chiesa che mi aveva visto bambino, in preghiera, dinanzi all’Addolorata Mamma nostra... Mentre pregavo e dicevo alla Mamma nostra di farmi conoscere in quale Ordine mi voleva, la vidi animarsi, stendere la sinistra verso il Iato destro della chiesa e dirmi: “è tra quei religiosi che ti voglio”. Mi voltai e vidi venire dalla nostra parte una doppia fila di nostri religiosi tutti ravvolti nelle bianche cappe. Pur dando ai sogno l’importanza che gli spetta incominciai ad amare il Carmelo, ad interessarmi di esso e, dietro consiglio di un santo religioso Domenicano, incominciai a pensare come fare per diventare carmelitano. Il modo del tutto singolare con cui sono stato accettato nell’Ordine ed il mio grande attaccamento alla Certosa, ci fanno toccare con mano che è tata proprio la Madonna a portarmi al Carmelo e di questo non finisco mai di ringraziarla”.
Ma che ricchezza di vita nei suoi sessantasei anni, cinquantuno dei quali sulla croce piantata per quarantuno sul Monte Carmelo! Fece i voti religiosi come “fratello della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo”, nella sua camera, nel suo letto, il 19 maggio 1948. Ecco il suo canto di gloria di quel giorno: “Misericordia Domini in aeternum cantabo!
Mi staccasti dal mondo e mi incamminasti sulle tue vie. Ascoltai la tua voce, o mio Dio, e promisi di seguirti. Mi immolasti, piccola ostia, alla causa della santificazione del sacerdozio, crocifiggendomi e inchiodandomi in un letto. Questo letto divenne l’altare su cui ogni giorno offrii il mio sacrificio. Dissi di sì alla tua parola e Tu oggi mi ricolmi di nuove benedizioni.
Entrando nel santo Ordine della Vergine tua Madre, penso di entrare nel giardino fertile del Carmelo. Che io sia davvero terreno fertile che produce ogni virtù. I Santi protettori del Carmelo mi diano lo spirito della presenza di Dio, lo zelo delle anime, l’umiltà più profonda, la semplicità dell’infanzia, l’ardire della Santa Madre Teresa di Gesù”.
Non solo devoto, ma attento discepolo di Santa Teresa d’Avila e di San Giovanni della Croce, ebbe come sorellina spirituale la Santa di Lisieux che lo condusse attraverso la sua “Piccola Via” alle vette della santità che ora gode in cielo.
Il suo cibo quotidiano fu il pane del dolore che dall’età di quindici anni non lo abbandonò mai. Nutrimento amaro che seppe celare agli occhi degli altri con quel suo sorriso perenne che invitava a ricorrere a lui chi aveva bisogno di conforto. Confidò a un Padre Carmelitano: “Benedico il Signore perchè neppure chi mi è intimo si accorge della profondità dei miei dolori... Gesù sa dissimularli”.
Dolore trasformato in amore, amore verso Dio e verso il prossimo, con il quale condivideva le sofferenze che venivano portate al suo capezzale. L’esperienza personale del dolore lo faceva più comprensivo per le miserie degli altri.
Era veramente tutto a tutti. Ascoltava, annuiva, poi la sua espressione consueta: “Lasciamo fare a Dio!” con il sorriso che incantava. Solo il peccato lo rendeva serio: chiudeva gli occhi, quei suoi occhi profondi, che sembrava leggessero nell’intimo dell’animo. Molti possono testimoniare che indovinava le situazioni, conosceva i particolari, sapeva dare un giudizio giusto, conciso, a volte tagliente, come se fosse stato presente agli avvenimenti descritti.
Si può ben dire di lui che aveva il dono del discernimento.
Il male era male e tagliava corto elevando lo sguardo a Dio in una supplica silenziosa per i peccatori. Chi gli stava accanto ne rimaneva coinvolto.
Chi potrà mai dimenticare quel veloce guardare in alto, oltre il soffitto della sua cameretta, come in dialogo con l’invisibile, ma presente, suo Dio?
Quando in conversazione si accennava alla Madonna si notava nel suo volto e nei suoi occhi una luce più viva. Le sue parole acquistavano una delicatezza, una dolcezza, che manifestavano il grande amore per questa creatura che spesso chiamava semplicemente col nome di “Mamma”.
Un anno dopo i suoi voti al Carmelo descrive un rapporto intimo con Maria avvenuto in un suo Santuario, dove era stato portato: “Ogni volta che entravamo nella santa casa di Loreto ed assistevamo alla processione avevo netta la percezione che Gesù e sua Madre volevano alleviare le mie sofferenze; a questa sensazione un grande timore si impossessava di me, fino a sentirmi male, ed altro non riuscivo a ripetere di lasciarmi stare, di alleviare, guarire e consolare gli altri malati... in questo sono stato esaudito”.
In Maria incontrava Dio e Dio si rivelava in Maria. “Ove è Maria, ivi è Gesù”, diceva.
Nel 1951 scriveva: “...Tutt’ad un tratto sentii la presenza della Madonna: mi è apparsa nell’essenza di Dio, ingerendomi una cognizione certissima e la percezione della sua presenza in Dio”.
Due anni prima di morire, quasi pregustando ciò che stava per raggiungere con Maria, scrisse: “Siamo stati affidati a lei che segue con singolare amore ciascuno dei suoi figli. Quando saremo in paradiso come la ringrazieremo avendoci tenuti tanto vicini a sé fin da questa vita”.
Un giorno disse: “Il soffrire passa, l’aver sofferto resta”. Certe pagine della vita saranno lette solo in cielo, disse Santa Teresa di Gesù Bambino. Parlava delle sue pene nascoste. Anche per fra Immacolato si può dire la stessa cosa, anzi le sofferenze che l’hanno accompagnato per cinquantuno anni le conosce solo Dio. Il dolore non può essere mai raccontato.
Cominciò con una fitta lancinante al piede sinistro. Poi la febbre, una febbre rovente e continua per tre mesi, una eternità di terrori, di urla e di delirio “come - dirà lui stesso - sotto i morsi di un cane che mordeva il piede”.
L’osteomielite gli provocò gravissime deformazioni ossee con fistole purulente in tutta la parte bassa del corpo. Poi, fino agli ultimi giorni di vita, periodiche febbri con temperatura elevatissima e dolori che si accentuavano senza tregua. I medici hanno dichiarato che restava un vero mistero come abbia potuto sopravvivere così a lungo,
Un attacco di peritonite lo portò alle soglie della sopportazione e della morte. Anche da questo si riebbe miracolosamente.
Scrive il nipote medico: “E’ impossibile elencare le altre malattie che lo colpirono, queste pagine diventerebbero un testo di patologia; purtroppo il declino iniziò negli ultimi quattro anni: dopo due ricoveri per una insufficienza renale acuta, risolta si prima con la dialisi e poi con un delicatissimo intervento chirurgico, che mi lasciò stupefatto per le capacità di recupero, iniziarono le crisi di sub-occlusione intestinale.
La sua alimentazione era risolta al minimo e gli provocava vomito incoercibile ed occlusione alle anse intestinali..... Queste crisi prima furono saltuarie, ogni due o tre mesi, poi sempre più ravvicinate. Deperiva sempre di più, il suo corpo si stava consumando, nel senso letterale della parola.. Ad aprile le crisi occlusive furono pressoché continue. ... Al mattino del tredici aprile: “Mi fa tanto male!”, Non si era mai espresso in questo modo.
Cinquant’anni di silenzio rotte dal “sitio!” di Gesù. La sua missione era ormai compiuta.
Don Michelino assiste a quegli ultimi spasimi. Sembra di stare ai piedi della Croce, quasi con le stesse esclamazioni di Gesù. Scrive: “Venne il 13 aprile, ed entrai da lui.
“Dio! Dio! Madonna! Madonna!” Quelle esclamazioni furono uno strazio che lacerarono il silenzio di una camera che divenne attonita..
Mai, Aldo quelle invocazioni! E quel timbro di voce!...
Una implorazione che strappava le lacrime, e che partiva dalle radici dell’essere... e scostò le lenzuola, Lo stomaco!.... Ed io a passarla con leggerezza. E smisi, perché timoroso di fargli del male... Quei lunghi silenzi venivano rotti così, da quel nervoso, agitato colloquio. Fu l’ultimo, fu spaventoso”.
Era il “Consummatum est”. Quel male abbracciato con tanto amore aveva dato il suo ultimo tremendo tocco.
Tocco di morte per la vita, inizio della vita eterna.
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TELEGRAMMA DEL SOSTITUTO SEGRETARIO DI STATO G.B. MONTINI A FRA IMMACOLATO
Città del Vaticano
Santo Padre vivamente compiacimento generosa apostolica offerta sofferenze et vita compiuta da giovane Aldo Brienza gli invia particolare benedizione apostolica confortatrice sue pene propiziatrice abbondanti grazie celesti.
28.12.1944
Montini Sostituto
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FRA IMMACOLATO: UN NOME SINGOLARE PER UN RELIGIOSO
“E’ STATA LA MADONNA A DARMI IL SUO NOME”
di Giuseppe Biscotti
Fra Immacolato: esiste un altro religioso con questo nome. Francamente non so, penso però di no. La singolarità del nome che Aldo assunse nel 1951 sorprende non poco, soprattutto se si pensa al riserbo e all’umiltà profonda che lo caratterizzava.
Con l’aiuto di P. Gennaro Ferrantino, che agli inizi degli anni Cinquanta svolgeva le funzioni di segretario personale di P. Romualdo di S. Antonio, superiore della religiosa provincia carmelitana di Napoli, ho voluto ricostruire la vicenda del cambio di nome, con la convinzione che quel nome singolare indica un tratto distintivo della santità di Aldo.
La prima volta che Aldo manifesta il desiderio di voler cambiare il nome di religione risale al 23 febbraio 1951. In una sua lettera inviata al direttore spirituale don Ruccia scrive: “Da quando ho goduto della presenza della Madonna sento di chiedere ai Superiori del Carmelo di modificarmi il nome di religione, mi pare che d'ora innanzi dovrò chiamarmi “fra Immacolato”; sarà vero ciò? A me sembra un nome singolare, e non adatto a me che son fango e peccato; e poi non ho il coraggio di chiedere ai Superiori la modifica. Ditemi voi come regolarmi. Ci ricopra Gesù della sua santità, ci faccia vivere la divina volontà la Mamma del Cielo”.
A distanza di circa due mesi, precisamente il 18 aprile 1951, alla Priora del Carmelo di Firenze, Madre Giuseppa Maria (è in atto anche per lei il processo di beatificazione), fa sapere, senza aggiunta di particolari, che il suo nome di religione è cambiato: “Rev.da Madre, prima del Capitolo provinciale, ho avuto la visita del P. N. Provinciale, che con delicato pensiero è venuto a salutarmi prima di lasciare la carica... quante premure hanno i nostri Superiori per me, veramente mi trattano come "un figlio spirituale privilegiato". In quest'occasione come V. R. potrà vedere, ho avuto mutato il nome di religione”.
Dai testi dell’Epistolario risulta chiaro che l’idea di mutare il nome di religione non fu una sua scelta e che solo dopo aver ricevuto l’ubbidienza di P. Romualdo, suo diretto superiore, si firmerà e si farà chiamare non più Giuseppe dell’Addolorata, nome che aveva assunto il 25 marzo del 1943, al momento della vestizione dell’abito carmelitano, ma fra Immacolato.
Risulta, in altre parole, inestricabile il legame tra l’ubbidienza e il cambio del nome, quasi a voler sottolineare che l’ubbidienza è la ratifica della santità, del mistero e delle rivelazioni divine. Mancava tuttavia una testimonianza diretta che potesse avvalorare quanto Aldo riferiva nell’Epistolario.
Nell’estate del 2003 ricevetti dall’ultra ottuagenario P. Ferrantino una bellissima lettera-testimonianza che riporto integralmente: “Nel 1951 fungevo da segretario del P. Romualdo e con lui mi sono recato due volte a Campobasso. Fummo accolti da una signora, presumibilmente la madre, che ci condusse nella stanza ove fra Immacolato era a letto. Fra Immacolato ci accolse con un sorriso stupendo, con un volto pieno di serenità, bontà e affabilità. Fummo messi al corrente della malattia da cui era stato colpito fin da giovane, costringendolo immobile a letto, poteva muovere solo le braccia. In quello stato era divenuto pian piano centro di attrazione e di apostolato per sacerdoti, laici, suore e finanche vescovi. La madre sollevò il lembo del lenzuolo che copriva le estremità e il P. Provinciale e io rimanemmo esterrefatti alla vista di una grande ferita aperta e sanguinolenta alla gamba che certamente doveva dargli intenso e lancinante dolore. In quel momento Fra Immacolato divenne serio in volto, quasi come se si fosse violato un segreto che ci teneva rimanesse nascosto.
Fra Immacolato è una di quelle anime che si sono poste dalla parte di Dio, che “ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio” per redimerlo dal peccato mediante la sofferenza. Fra Immacolato nella sua esistenza e con le sue sofferenze si è inserito nel vortice di quelle anime che completano la passione di Cristo a favore del Corpo Mistico che è la Chiesa. Fra Immacolato con le sue sofferenze ha voluto mettersi sulla bilancia della giustizia divina per inclinarla alla misericordia a favore dell’umanità peccatrice”.
La lettera, pur senza far riferimento alla questione del cambio del nome, dava importanti indicazioni per ricostruire con precisione la vicenda del nuovo nome di Aldo. Risultava plausibile, in altre parole, che proprio in una di quelle visite, a cui faceva riferimento la lettera di P. Gennaro dell’estate 2003, Fra Immacolato avesse potuto ottenere il permesso di cambiare il nome di religione dal P. Provinciale. Una testimonianza in tal senso avrebbe avuto il valore del documento scritto mancante.
E come sempre capita quando si cerca la verità nella luce di Dio, puntuale è giunta la seguente precisazione: “Il cambiamento di nome da Giuseppe a Immacolato - scrive P. Gennaro - è avvenuto in occasione della nostra seconda visita a Fra Immacolato, alla fine del provincialato del P. Romualdo (1948-1951); ciò coincide con quanto Fra Immacolato scrive al Padre spirituale e se ben ricordo, fu celebrata anche la S. Messa”. E a commento di quanto sopra il buon P. Gennaro aggiunge: “Il cambio di nome ha un significato importante nella personalità e santità di Fra Immacolato; ci si rende conto di trovarsi di fronte ad una persona singolare, destinata a lasciare un segno profondo di santità”. Resta ancora una domanda a cui la curiosità umana chiede una risposta: Fra Immacolato esplicitò in modo circostanziato le ragioni che lo portarono a chiedere il cambio di nome? Ne parlò almeno, sia pure in segreto, con il P. Provinciale? O con chi gli fu più intimo a Campobasso? Anche se non sappiamo rispondere, propendiamo per la risposta negativa. Quello che sappiamo con certezza lo attingiamo ancora una volta dal suo Epistolario. Nel 1954 alla Priora del Carmelo di Loreto, nel suo eloquio stringato e mai prolisso, per la prima volta in modo chiaro e inequivocabile dice: “E’ stata la Madonna a darmi il suo nome e a chiamarmi nel suo Ordine” e aggiunge, sottolineandolo più volte: “E’ una confidenza che le faccio”. Quasi a voler dire: non lo dica a nessuno. Fra Immacolato non è solo espressione del mistero della continua sofferenza vissuta nella gioia del Cristo risorto. Per lo meno non è solo questo.
L’inizio della sua inspiegabile sofferenza proprio in quel 1938 che segna l’inizio dello sterminio programmato di milioni di innocenti da parte di Hitler; il suo essere stato chiamato alla vita religiosa regolare, pur restando in famiglia; l’ingresso nel Carmelo lo stesso giorno, mese ed anno di Suor Lucia Dos Santos, il suo nome: Immacolato, che lo lega diritto a Lourdes e al messaggio di Fatima, e per finire il giudizio inequivocabile espresso su di lui da P. Pio: è una vittima prescelta da Dio. Sono tutti fatti che interrogano.
Fatti a cui occorre dare delle risposte.
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Qualche altro ricordo
LA TENEREZZA DELL'ABBANDONO IN DIO
di P. R. A.
Le cose cattive non si devono dimenticare per evitare di ripeterle. Le cose buone bisogna ricordarle per farle continuare.
Ognuno di noi nella vita ha fatto qualche incontro che gli è rimasto impresso e che ogni tanto ha piacere di ricordare. Così accadde a me.
Avevo l'incarico di rivolgermi ai parroci dei paesi per offrir loro la possibilità di accogliere ragazzi con un pizzico di buona volontà nella ricerca della propria vocazione. Era il 1961. Girando per il Molise un amico mi volle far conoscere un malato. Mi disse semplicemente che era da più di vent' anni inchiodato alletto: "È un uomo di Dio; anzi un frate, benché a casa sua".
Entrai nella camera di un appartamento nella Piazza della Stazione di Campobasso. Aldo Brienza mi. accolse con un sorriso che mi colpì. I suoi grandi occhi neri mi fissarono con benevolenza e nacque subito tra noi una grande amicizia. Capì la mia missione e si diede da fare per presentarmi a parroci e sacerdoti di sua conoscenza. Da quel giorno tornai da lui tutte le volte che mi trovavo a passare da quelle parti. Non mi parlò mai di sé e del suo male, e non ebbi mai il coraggio di chiedergli qualcosa che lo riguardasse. Alla mia consueta domanda: "Come stai?", rispondeva sempre con un sorriso che affascinava. "Bene!", diceva con un filo di voce e accompagnato dal movimento della testa col quale si sforzava di dimostrami che quella era la verità interiore, nonostante le apparenze. Sì, perché esternamente mi accorgevo che poteva muovere solamente il capo e la mano destra, e... sorrideva.
Una delle prime volte arrivai da lui zuppo fradicio per un acquazzone preso lungo il viaggio. Telefonò subito al Convento dei Francescani e mi fece ospitare da loro. Mi prestarono anche un loro saio, mentre il mio si stava asciugando. Cenai con loro, vestito da francescano. La comunità mi tempestò di domande. Da dove venivo? Nessuno mi conosceva. Aldo si divertì molto quando, telefonando al Padre Guardiano per ringraziarlo, sentì il racconto della storia di quel carmelitano diventato francescano... con tutti i risvolti del fatto. Quante volte lo ricordammo insieme!
Aldo era anche lui carmelitano e come tale aveva preso il nome di fra Immacolato. Un indulto speciale gli aveva permesso di appartenere pienamente all'Ordine, nonostante sempre a letto e sempre a casa sua. Indossava lo scapolare marrone, grande come il mio, su una camicia bianca.
Parlava del Carmelo, dei Padri che conosceva, alcuni senza mai averli visti Apprezzava gli autori di libri e articoli sulla spiritualità carmelitana e ne descrivevi: l'animo con tanta precisione da meravigliare.
Celebrai la Messa nella sua stanza più di qualche volta. Spesso pranzai anche da lui con un tavolino ai piedi del suo letto. Una volta mi trovai da lui mentre in TV si trasmetteva una cerimonia del Vaticano. Non ricordo se era l'elezione del Papa c qualcos'altro. Fra Immacolato non vedeva la TV e non voleva neppure che stesse ir camera sua. Allora vigevano delle severe norme dell'Ordine sulla TV. Per farmi seguire quell'importante evento fece mettere il video fuori la porta della sua camera, nell'ingresso. Lui sentiva la voce, io guardavo seduto al suo fianco.
Non ricordo quante volte lo sono andato a trovare. Gli confidavo i miei problemi. Lo trovavo sempre comprensivo. Ogni volta si ricordava tutto di me, anzi era lui stesso che mi domandava, anche a distanza di anni. Ricordava tanti particolari che neppure io tenevo più in mente.
Una volta gli raccontai il torto che avevo ricevuto, cercando di giustificare chi me lo aveva fatto. Dicevo che non credevo nella cattiveria degli uomini. Lui con un fare molto serio mi interruppe dicendo: "La cattiveria c'è, la cattiveria esiste!".
Ogni volta andavo via incoraggiato. Sembrava proprio che capisse pienamente le situazioni e condividesse con me le pene e le ansie che mi affliggevano. Ci trovavamo pienamente in sintonia. Non parlava molto, ma annuiva col capo e con quel suo sguardo profondo. Poche parole: "sì!"; "certo!", "Come .no, come no!"La frase più consueta era: "Lasciamo fare a Dio!", poi con un filo di voce sottolineava qualche particolare che a me appariva frutto della sua memoria, Mi meravigliavo come illustrasse i luoghi, dei quali parlavamo, con tanta precisione che sembrava li avesse visti da poco, mentre erano anni che era inchiodato alletto. Gli dicevo che aveva una memoria formidabile. Sorrideva. Era invece il dono del discernimento con la conseguente chiaroveggenza che il Signore gli aveva dato. Lo capii in seguito, quando lessi sul libro "Cielo sulla Casa" a lui dedicato, la seguente testimonianza:
"Nessuno di noi capirà mai il suo strano modo di intuire le cose: le sue infatti, non erano delle semplici intuizioni, frutto di una mente intelligente e acuta, disponibile al contatto umano e capace di penetrare nella psicologia delle persone. Nelle sue parole non c'era il dubbio o l'incertezza; non capiva le cose o le persone: lui conosceva, e questa sua conoscenza avveniva in un attimo, che era già passato o era quello stesso in cui le cose e le persone gli si stavano rivelando".
Quando parlavamo della Madonna, che chiamava "la Mamma", il volto acquistava un atteggiamento di abbandono fiducioso indescrivibile. I Santi del Carmelo lo affascinavano. Per Santa Teresa di Gesù Bambino aveva un debole. È inutile descrivere come conoscesse la spiritualità di tutti. Quando ne parlava, sembrava trattasse qualcosa di personale, tanto ne era imbevuto.
Certamente si vorrebbe sapere di più sulla sua vita. Era nato nel 1923, ha vissuto per più di cinquant'anni a letto, quasi immobile, ed è entrato nell'eternità nel 1989.
Come passava la giornata? Credo che la sua prima e più importante occupazione, da buon carmelitano, fosse la preghiera. Lo sa solo il Signore quante ore abbia passato nella contemplazione. Poi leggeva, leggeva molto, ed erano tutti libri di spiritualità. Si nutriva della vita dei Santi, dei loro esempi. Credo, però, che avesse poco tempo da dedicare a se stesso, perché c'era molta gente che lo andava a trovare. Sacerdoti, Religiosi e anche Vescovi, con la scusa di "visitare gli infermi", approfittavano dei suoi illuminati e discreti consigli. Ammalati nel corpo o nello spirito trovavano grande conforto nell'avvicinarlo. li contatto con lui avveniva anche per telefono e a tutti rispondeva con tanta dolcezza, anche quando il dolore affogava il suo respiro.
Si interessava un po' di tutto, anche dei grandi problemi che affliggevano l'umanità, li seguiva con interesse sentendone il racconto dagli altri. Ma gli aggiornamenti li conosceva più lui che i suoi interlocutori, eppure non leggeva alcun giornale.
Gli occhi rivolti al cielo o socchiusi dinanzi ai fatti più tragici rivelavano il suo atteggiamento di preghiera e di affidamento al Signore per le persone coinvolte. Era sensibile ai problemi del mondo, alla scristianizzazione, alla scarsa frequenza dei Sacramenti. Se ne doleva e ne soffriva veramente.
Seguiva il lavoro apostolico dei sacerdoti e mostrava un interesse tutto particolare per l'opera missionaria. Dal letto operava come poteva a favore delle missioni. Ricordo il suo interessamento per il Congo. Quante telefonate per organizzare raccolte a favore di quella missione della quale avevo fatto parte anch'io! Seguiva soprattutto un missionario che stava lì. Era una "sua vocazione"... .
Le lunghe giornate, specialmente quelle intrise di maggiore sofferenza, sono scritte in cielo, come disse Santa Teresina. Chi l'ha conosciuto può dire qualcosa, ma il doloroso quotidiano, protratto per più di cinquant'anni, è indescrivibile.
Sulla sua malattia, ma soprattutto sulla sua vocazione alla sofferenza e al Carmelo, rubo ciò che lui stesso ha scritto. È una lettera indirizzata a Suor Maria Teresa di Gesù, del monastero delle Carmelitane Scalze di Firenze, con la quale aveva intessuto una santa corrispondenza.
"È dal 27 giugno 1938 che sono affetto da osteomielite deformante; posso dire che Gesù mi ha amato con predilezione fin dalla più tenera età. A tredici anni pensavo alla Certosa e, durante il primo anno di malattia, chiesi la guarigione, se conforme ai divini voleri, solo per scomparire nella bianca silente Certosa.. Mi ammalai quando ancora non avevo quindici anni.. Fin dal primo istante volli la volontà di Dio, non sapevo ciò che Gesù aveva per me in serbo, ignoravo completamente i divini disegni, però mai Gesù mi ha fatto ricalcitrare sotto l'amorosa mano che mi crocifiggeva.
Per due volte sognai la Mamma Celeste che mi rivestiva una volta del santo Scapolare e un'altra me lo porgeva. Altra volta invece sognai... Sant'Elia che mi porgeva tutto l'abito nostro e mi diceva: 'Lo indosserai al Carmelo'.
L'ultima volta, poi, sognai la chiesa che mi aveva visto bambino, in preghiera, dinanzi all' Addolorata Mentre pregavo e dicevo alla Mamma nostra di
farmi conoscere in quale Ordine mi voleva, la vidi animarsi, stendere la sinistra verso il lato destro della chiesa e dirmi: 'è tra quei religiosi che ti voglio'. Mi voltai e vidi venire dalla nostra parte una doppia fila di nostri religiosi tutti ravvolti nelle bianche cappe.
Pur dando al sogno l'importanza che gli spetta incominciai ad amare il Carmelo, ad interessarmi di esso e, dietro consiglio di un santo religioso Domenicano, incominciai a pensare come fare per diventare carmelitano.
Il modo del tutto singolare con cui sono stato accettato nell' Ordine ed il mio grande attaccamento alla Certosa, ci fanno toccare con mano che è stata proprio la Madonna a portarmi al Carmelo e di questo non finisco mai di ringraziarla".
Don Michelino Fratianni, il suo Padre spirituale, autore del libro sopra citato, aggiunge, come conferma di questa provvidenziale chiamata, che dalle sorelle di Aldo aveva appreso come "tra gli infuocati deliri dei primi tre mesi di febbre, come sotto i morsi di un cane che mordeva il piede, ripeteva e invocava di volere sul letto quell'abito bianco che la Madonna del Carmine aveva deposto nell'armadio "
Quale abito? Era quello dei sogni e del delirio, l'abito del Carmelo. Don Michelino conclude: "ed Aldo entrò in questo Ordine religioso".
Nutriva una grande venerazione per i sacerdoti. Pregava continuamente per loro e se ne vedeva qualcuno vacillare intensificava la sua preghiera e l'offerta delle sue sofferenze per ottenerne il ravvedimento. Spesso si serviva del telefono per comunicare con chi intuiva in pericolo. Non lo mollava fino a che non riusciva a riportarlo al suo fianco con le lacrime agli occhi.
Più volte aveva espresso l'intenzione della sua immolazione per i sacerdoti. Il giorno della sua Professione religiosa (19 maggio 1948), lasciò scritto:
"Misericordias Domini in aeternum cantabo! Mi staccasti dal mondo e mi incamminasti sulle tue vie. Ascoltai la tua voce, o mio Dio, e promisi di seguirti. Mi immolasti, piccola ostia, alla causa della santificazione del sacerdozio, crocifiggendomi e inchiodandomi in un letto. Questo letto divenne l'altare su cui ogni giorno offrii il mio sacrificio. Dissi di sì alla tua parole e Tu oggi mi ricolmi di nuove benedizioni. Entrando nel santo Ordine della Vergine tua Madre, penso di entrare nel giardino fertile del Carmelo. Che io sia davvero terreno fertile che produce ogni virtù. I Santi protettori del Carmelo mi diano lo spirito della presenza di Dio, lo zelo delle anime, l'umiltà più profonda, la semplicità dell'infanzia, l'ardire della Santa Madre Teresa di Gesù".
Le sofferenze, fin dall'inizio, furono tante e la famiglia cercava l'aiuto dal cielo. Fu portato, l'anno dopo (19.08. 49), in pellegrinaggio a Loreto. Ma Aldo non si pente della sua offerta e scrive: "Ogni qualvolta entravamo nella santa casa ed assistevano alla processione avevo netta la sensazione che Gesù e la sua Madre volevano alleviare le mie sofferenze; a questa sensazione un grande timore si impossessava di me, fino a sentirmi male, ed altro non riuscivo a ripetere di lasciarmi stare, di alleviare, guarire e consolare gli altri malati, ed in questo sono stato esaudito".
Dal suo Padre spirituale prendiamo in sintesi il suo profilo biografico: "Aldo parlò poco, soffrì molto, sorrise sempre. Non diceva mai di no agli altri; sempre disponibile, naturalmente, a prova di sacrificio. Egli si sentiva più servo degli altri, che padrone di sé stesso. Non si stancava di ascoltare, e questo anche tra le fitte di dolori mascherati. Non aveva la consapevolezza di essere santo; rifuggiva dal considerarsi superiore agli altri.., mai in lui l'ombra della compiacenza o la suggestione del protagonismo" .
Non mancarono prove e tentazioni, di altro genere. Da una confidenza fatta sempre a Don Michelino apprendiamo, per esempio, anche "di avere sofferto la presenza devastante di satana. Tutta la notte, il diavolo si manifestò attraverso una scorribanda agghiacciante di topi sul suo letto". Ma credo che non sia bene tracciare il cammino spirituale che Aldo deve avere percorso. Il suo rapporto con Dio e l'inevitabile invidia di satana, sono cose così intime che ci spingono a mantenerle nel discreto riserbo, che a lui piaceva tanto in vita.
Sappiamo come riusciva ad avvolgere di discrezione le sue sofferenze fisiche. Riusciva sempre a coprirle e ne ringraziava il Signore. Al Padre Valentino Macca, della Casa Generalizia dei Carmelitani Scalzi, che aveva curato la sua entrata nell'Ordine, il 17.12.55 confidava: "Attualmente veramente soffro... e benedico il Signore perché neppure chi mi è intimo si accorge della profondità dei miei dolori... Gesù sa dissimularli".
Della sua malattia, soprattutto negli ultimi giorni, ne fece una descrizione abbastanza dettagliata suo nipote Ernesto, diventato medico. Per far capire lo spessore delle sue atroci sofferenze, sopportate con eroica accettazione, ne riportiamo qualcosa:
"Zio Aldo sembrava che non dovesse mai morire. Il suo corpo giaceva nel dolore continuo e per questo senza un inizio e una fine che ne scandissero i momenti. (...) In un letto senza poter muovere null'altro che la testa, le braccia ed un po' soltanto il busto, rimanendo il resto del corpo come pietrificato. È stato così oltre cinquant' anni; non solo, ma a questa condizione si aggiungevano i dolori continui, la febbre ricorrente e tanti altri dolorosi momenti che si accanivano contro il suo corpo... E per oltre cinquant'anni non un lamento, non un attimo di sconforto, non un momento di commiserazione, nulla. Solo l'espressione testimoniava la sua sofferenza nei momenti più terribili, solo il sorriso lasciava il posto ad uno sguardo di dolore intimo, rivolto verso se stesso, mai diretto verso gli altri; per gli altri solo conforto e speranza.
La diagnosi: osteomielite, un'infezione del tessuto osseo. Questa malattia non gli procurò soltanto gravissime deformazioni ossee, ma gli causava - fino agli ultimi giorni di vita - periodiche febbri con temperatura elevatissima e dolori, che vengono descritti dai testi medici lancinanti; talmente estesa e radicata in profondità era la malattia; resta un vero mistero come abbia potuto sopravvivere così a lungo...".
Nei primi anni di letto fu colpito anche da una peritonite dalla quale si riebbe improvvisamente e miracolosamente. Il nipote aggiunge:
"È impossibile elencare le altre malattie che lo colpirono, queste pagine diventerebbero un testo di patologia; purtroppo il declino iniziò negli ultimi quattro anni: dopo due ricoveri per una insufficienza renale acuta, risoltasi prima con la dialisi e poi con un delicatissimo intervento chirurgico, che mi lasciò stupefatto per le capacità di recupero, iniziarono le crisi di sub-occlusione intestinale. La sua alimentazione era risolta al minimo e gli provocava vomito incoercibile ed occlusione alle anse intestinali Queste crisi prima furono saltuarie, ogni due o tre mesi, poi sempre più ravvicinate. Deperiva sempre di più, il suo corpo si stava consumando, nel senso letterale della parola... Ad aprile le crisi occlusive furono pressoché continue.
Al mattino del tredici aprile: "Mi fa tanto..male!"... Sembrava non dovesse mai morire; ma la sua missione si era ormai compiuta".
Anche Don Michelino assiste a quegli ultimi spasimi. Sembra di stare ai piedi della Croce, quasi con le stesse esclamazioni di Gesù. Scrive:
"Venne il 13 aprile, ed entrai da lui. "Dio! Dio! Madonna! Madonna!" Quelle esclamazioni furono uno strazio che lacerarono il silenzio di una camera che divenne attonita... Mai, Aldo quelle invocazioni! E quel timbro di voce!... Una implorazione che strappava le lacrime, e che partiva dalle radici dell'essere... «Michelino, mi fa male, mi fa male, qui, qui» e scostò le lenzuola, «Passaci la mano sopra» Lo stomaco!... Ed io a passarla con leggerezza. «Premi più forte» E smisi, perché timoroso di fagli del male... Quei lunghi silenzi venivano rotti così, da quel nervoso, agitato colloquio. Fu l'ultimo, fu spaventoso".
Era il "Consummatum est" di Gesù. Quel male abbracciato con tanto amore aveva dato il suo ultimo tocco, facendo sentire tutta la sua crudeltà. Tocco di morte per la vita, inizio della vita eterna.

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