Profilo biografico di
FRA IMMACOLATO
Aldo Brienza
Il Servo di Dio nasce a Campobasso il 15 agosto 1922. La casa dei genitori è sita nello spazio antistante la stazione ferroviaria, Piazza Vincenzo Cuoco.
Il papà Emilio ha potuto acquistare questa casa con il lavoro fatto in America dove era emigrato agli inizi del 1900. Sposato il 5 settembre del 1915 con Lorenzina Trevisani, ha otto figli. Il quartogenito è il Servo di Dio, che riceve il Battesimo nella chiesa Cattedrale di Campobasso, il 21 agosto 1922.
L’infanzia del Servo di Dio trascorre serena. E’ circondato dall’affetto dei genitori, delle sorelline e soprattutto di nonna Maria, con la quale, soprattutto nel periodo pre-scolare, trascorre gran parte del suo tempo libero.
Dalla nonna apprende i sani principi pratici, espressione della sapienza popolare. A lei deve, in modo particolare, l’atteggiamento di fiducioso abbandono nelle mani della misericordia di Dio, il senso della pietà cristiana e l’attaccamento alle pratiche religiose. Tra tutte spicca l’amore sconfinato per la Madre del Signore.
Con lei è solito trattenersi a pregare nella vicina chiesa di Santa Maria della Croce. Lo colpisce la statua della Madonna che tende le braccia al Figlio suo deposto dalla croce. Questa immagine gli sarà sempre cara e diventerà il sostegno nella terribile malattia che presto lo colpirà.
Frequenta alla “D’Ovidio” di Campobasso la scuola elementare. E’ un bambino come gli altri, docile, buono e studioso.
Sappiamo poco della sua infanzia. Qualche nota la prendiamo da due lettere scritte nel 1948 al padre spirituale, don Michele Ruccia. Ricorda i primi incontri con il peccato. Non commesso da lui, ma visto fare da altri. Non ci sono dettagli, ma solo la sua forte impressione che, dopo una ventina di anni rivive, descrivendola al confessore. Era stato affidato dai genitori, per una “cura marina”, ad “una persona di fiducia”. Ma, nonostante la stima, quella persona non aveva vigilato abbastanza perché non assistesse a delle scene definite “orrende”. Era scappato “inorridito e disgustato”. La sua sensibilità infantile ne era rimasta colpita. Benché tanto piccolo, aveva compreso che era stato il Signore a farlo allontanare.
Un po’ più avanti nel tempo, sui dieci anni, la sua innocenza è tentata di nuovo. Attribuisce la prova al maligno e la vittoria sempre al Signore.
Queste esperienze che avrebbero potuto influire negativamente sulla sua vita lo porteranno invece a riconoscere che Gesù lo prediligeva fin dalla più tenera età e che, perciò, doveva rimanergli fedele per sempre.
Questi particolari rivelano l’animo di un fanciullo sensibile, consapevole della gravità del peccato. Fin da piccolo il valore della purezza e la bellezza della santità brillavano davanti ai suoi occhi.
Come tutti i bambini, dopo i sette anni, si accosta con fervore a ricevere Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia. Sembra che il papà non partecipasse con entusiasmo a quella sua festa.
Frequenterà con assiduità la Messa domenicale con la Comunione, facendola precedere dalla confessione sacramentale, come allora si usava. La nonna continuava ad essere il suo angelo custode che lo accompagnava spesso in chiesa.
Riesce a vivere la preghiera con grande raccoglimento. Ammira i sacerdoti e quando gli capita di imbattersi con qualche monaco, si sente attratto da quella vita. All’età di 13 anni sente la chiamata del Signore per una vita di consacrazione. Vuole donare a Gesù la sua vita, appartenergli ed essere suo in modo esclusivo. Nel suo animo aleggia già una certa preferenza: è per la Certosa.
Nonna Maria è la prima persona di famiglia che raccoglie queste sue confidenze. Non si stupisce. Incoraggia il nipotino a perseverare e a pregare perché la volontà di Dio si realizzi nei modi e nelle forme da lui volute. Lo invita, però, a pazientare, per non dispiacere al papà.
Intanto il Servo di Dio frequenta la scuola media inferiore ad indirizzo tecnico, presso l’Istituto “Leopoldo Pilla”.
Terminato il ciclo di questa scuola, obbediente alle indicazioni paterne, a 14 anni si iscrive e frequenta con ottimo profitto il primo anno della sezione commerciale dell’Istituto tecnico superiore. Ancora silenzio in famiglia sul suo desiderio di seguire la via religiosa, per ritirarsi nella “bianca silente Certosa”.
Il 13 giugno 1938, hanno fine le lezioni e dell’anno scolastico. Torna a casa non sapendo che non varcherà più quella soglia. Sarà l’ultimo giorno di scuola della sua vita.
Durante l'estate il papà pensa di mandarlo alla colonia marina di Termoli, organizzata dal comando federale della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio), ma prima di partire succede qualcosa che manda a monte ogni progetto.
E' il 27 giugno 1938, la famiglia Brienza si reca in gita nella villetta di un loro congiunto sulla strada che porta da Campobasso a Terrazzano.
Al ritorno, improvvisamente, una fitta lancinante al piede sinistro blocca il Servo di Dio quasi completamente. A casa la mamma Lorenza impressionata per le condizioni di salute del figlio, chiede aiuto. Giunge papà Emilio. Giungono anche altri parenti. Con il passare delle ore il dolore e la febbre non concedono tregua. Il medico di famiglia, accorso per una prima diagnosi, non si sbilancia, neanche lui sa cosa sia successo. Persino la somministrazione di calmanti si rivela efficace. Si decide il ricovero in ospedale.
Seguono mesi di peregrinazioni tra ospedale e medici. Mesi di febbre rovente e continua, di dolori lancinanti e senza tregua e di diagnosi che si ripetono, una diversa dall’altra, fino alla consapevolezza che il male che lo ha colpito è inguaribile e non lascia scampo.
Riportiamo una postuma descrizione fatta dal nipote Ernesto medico:
“Aldo da quel 27 giugno 1938 non abbandonò più il suo letto…. Il male fu rapidamente aggressivo, con l’infezione che si estese ad entrambi gli arti, al bacino, alla colonna vertebrale, inchiodandolo definitivamente e senza alcuna speranza di guarigione. L’osteomielite non gli provocò soltanto gravissime deformazioni ossee, ma gli causava - fino agli ultimi giorni di vita - periodiche febbri con temperatura elevatissima e dolori che sono descritti dai testi medici come lancinanti. Talmente estesa e radicata in profondità era la malattia, che resta un vero mistero come abbia potuto sopravvivere così a lungo. Soprattutto nei primi tempi, ad ogni violento episodio febbrile, i medici davano poche speranze di vita: “Sono giorni rubati” esclamava il professore Montalbò che lo aveva in cura, facendo chiaramente capire l’ineluttabilità della malattia; ma quei giorni furono settimane, mesi e poi anni, cinquanta lunghissimi anni”.
E’ stato realmente punto da un insetto? Non lo sappiamo. Anche se resta misterioso quell’evento, le conseguenze diventano l'occasione propizia per la sua santificazione. Con la malattia la sua vita prende una svolta.
Il dolore diventa un dono che il Signore gli offre perché a sua volta possa rioffrirlo a Lui arricchito dall’accettazione, senza riserve, alla sua Volontà. Senza avvedersene comincia la salita al Calvario con Gesù.
Il primo anno lo passa tra ospedale, medici e operazioni. Niente da fare, è osteomielite deformante degli arti, cioè, una infezione del tessuto osseo.
Si potrebbe ricorrere ad una amputazione, ma il male sta invadendo gran parte del corpo. Si pensa ad una fine imminente: sarà una vita di dolori lancinanti, ma breve, per cui meglio aspettare.
Tra i deliri dei primi mesi di febbre, il Servo di Dio invoca l'abito bianco della Certosa. Non sa che ugualmente bianco era il mantello dei Carmelitani. Prega e desidera guarire per potersi consacrare a Dio nella vita religiosa. Pian piano questo desiderio si attenua trasformandosi in un atto di ringraziamento per quanto il Signore gli stava donando.
La casa del Servo di Dio comincia ad essere frequentata da religiosi e laici impegnati. A Campobasso tutti sanno che non potrà più abbandonare il suo letto di sofferenza. Molti avvertono il dovere cristiano di recarsi a fargli visita. In una di queste preziose visite riceve “La Storia di un’anima” di Santa Teresa di Gesù Bambino. Ne rimane folgorato. La piccola santa del Carmelo gli apre la strada alla conoscenza di altri santi carmelitani.
Il pensiero sulla Certosa comincia a dileguarsi per essere sostituito da quello del Monte Carmelo. Lo sogna e sogna di ricevere dalla Madonna il santo Scapolare.
Sogna anche il Profeta Elia e pian piano diversi altri santi carmelitani. Tutti lo trattano come un loro figlio, un carmelitano.
Pur dando ai sogni poca importanza, comincia ad amare l'Ordine Carmelitano.
Si informa. Chiede. Finalmente riesce a sapere l’indirizzo della Casa Generalizia dei Carmelitani Scalzi. Scrive. Si rivolge al segretario del Generale dell’Ordine, P. Giovan Battista.
Vuole diventare carmelitano ed invoca la preghiera di quella prima comunità dell'Ordine.
Il Padre lo incoraggia e lo esorta nella via dell’offerta della sua malattia al Signore.
Dopo questo primo approccio inizia quella ricca documentazione di lettere che da quell’anno fino alla morte saranno una preziosa testimonianza di fede e di amore nella sofferenza quotidiana.
Nel 1942 scrive a P. Giovan Battista 13 lettere. I due anni seguenti si rivolge anche al padrino di Cresima, Don Antonio Picciano che è trasferito lontano da Campobasso.
Dal 1945 in poi beneficiano della sua corrispondenza epistolare diverse suore, altri Padri carmelitani ed altri religiosi. Non mancano alle sue premure epistolari i laici. Tra questi primeggiano due ragazze dell'Azione Cattolica, una, gravemente ammalata, è accompagnata dall'altra alla tomba e tutte e due sono seguite e incoraggiate dal Servo di Dio.
Uguali incoraggiamenti e suggerimenti darà a chi gli confida il desiderio di abbracciare la vita religiosa. Come accompagnerà, con uguale delicatezza, chi ne dovrà uscire per motivi di salute.
Presto la corrispondenza con la Casa Generalizia diventa una richiesta: vuole diventare "Terziario" carmelitano. In seguito esprimerà il desiderio di appartenere al "Primo Ordine".
Deve insistere molto, perché a letto e a casa non è facile ottenere le dispense necessarie.
In occasione della "Vestizione" come Terziario, riceve dal Vescovo, Mons Bologna, il sacramento della Cresima. E' il 25 marzo 1943.
Vive come gli altri, ma sempre dal letto, gli avvenimenti della guerra che colpiscono il Molise. Bombardamenti. Irruzione dei tedeschi. Poi, finalmente, l'arrivo degli Alleati. Il Vescovo muore sotto le macerie. Il Servo di Dio prega per i suoi cari. Chiede informazioni sulla sorte dei conventi e monasteri. In ultimo gioisce per la fine della guerra e l'incolumità delle persone che conosce.
Il dopoguerra si presenta non meno preoccupante per la sua sensibilità. Al suo capezzale giungono notizie sull'immoralità dilagante. Si offe vittima della giustizia divina per salvare i peccatori. Le sofferenze fisiche aumentano. Non solo non si lamenta, ma è felice di poter offrire qualcosa al buon Dio per la loro conversione.
In quel tempo nasce il lui il desiderio di offrire il suo stato doloroso per una intenzione più particolare. Quella per la santificazione dei sacerdoti. Anche e soprattutto per loro ottiene dal confessore il permesso di offrirsi vittima (6 gennaio 1945).
Nelle lettere chiederà a tutti la partecipazione con la preghiera per il raggiungimento del medesimo scopo. Quando la salute glielo permette, dunque, scrive. Scrive molto. I periodi di vuoto epistolare dipendono solo dal riacutizzarsi del male o dall’insorgere di nuove complicazioni.
A chi lo va a trovare non parla mai della sua malattia o di altri malesseri che gli capitano. Alla domanda: “come stai?” Risponde, quasi soffiando: “Bene! bene!”
Altre poche volte è portato fuori casa in barella. Una volta per partecipare ad una funzione religiosa in Cattedrale, in occasione della "Peregrinatio Mariae", durante la quale leggerà una preghiera alla Madonna. Altre tre uscite saranno sempre mirate ad un incontro più profondo con la Vergine Santissima. Sono i tre pellegrinaggi a Loreto (nel luglio del 1947, nell'estate del 1948, e il 9 agosto 1949). I parenti lo fanno partecipare perché desiderano la sua guarigione, ma il Servo di Dio prega per gli altri. Accetta i disagi dei viaggi ed ottiene solo grazie spirituali.
Tre sacerdoti si succedono nell'assisterlo spiritualmente con il sacramento della riconciliazione, dell'Eucarestia e per ricevere le sue confidenze. Il primo è don Antonio Picciano. Gli succede (1944) don Michele Ruccia. Fino alla morte, invece, sarà sostegno nella sua Via Crucis don Michelino Fratianni. Con i primi due si intreccerà anche una nutrita corrispondenza, mentre lettere indirizzare a don Michelino non esistono. Questo sacerdote, comunque, starà spessissimo a fianco al suo letto, essendo di Montagano, paese molto vicino a Campobasso.
Le lettere che contengono il suo stato d'animo, oltre che ai due sacerdoti sopra accennati, presto sono indirizzate a P. Valentino Macca, carmelitano, sempre della Casa Generalizia. Sono una cinquantina. In esse manifesta pian piano le sue prove della Notte Oscura e le sue grazie mistiche. Chi più di un carmelitano poteva capirlo?
Nel 1948 riceve la visita di un personaggio misterioso. Era forse P. Pio?
E’ certo però che P. Pio conosceva Fra Immacolato. Il guardiano dei Cappuccini dove viveva P. Pio, narra che un giorno gli sentì dire: “A Campobasso avete un santo in carne ed ossa”. Essendo anch’egli molisano, incuriosito gli domandò: “Padre chi è questo santo?”. E Padre Pio rispose: “E’ Fra Immacolato e abita nella piazza della stazione”.
Un'altra volta un malato che era andato a fargli visita si incontra ai piedi del suo letto con un cappuccino che poi a San Giovanni Rotondo riconoscerà essere stato Padre Pio.
Naturalmente le visite più accette sono quelle dei sacerdoti. Li ascolta estasiato se parlano di spiritualità. Quando è nominato un santo si mette in sintonia con chi ne parla descrivendone altri particolari letti nelle biografie. Legge infatti molto, ma solo vite di santi o libri spirituali. E' autodidatta anche nello studio della teologia.
Quando deve descrivere qualche luogo fa impressione sentirne l'ubicazione precisa con tutti i particolari. Solo memoria?
Ci sono anche visite poco gradite. Quelle di uomini, anche se fanno soffrire sono accettate con benevolenza, ma quando si tratta del demonio ne resta turbato e deve ricorrere al padre spirituale.
Sempre dalle lettere apprendiamo come satana più volte gli abbia dato fastidio. A volte lo ha anche percosso fisicamente.
L’anno 1947 appare l’anno di più intense vessazioni diaboliche con tentazioni di ogni tipo.
Il Servo di Dio viveva in famiglia e della famiglia aveva anche tutti gli oneri. I nipotini che crescevano andavano da zio Aldo per chiedergli dei suggerimenti nei compiti e nelle ricerche. Li accontentava senza mostrare il minimo fastidio. Anzi era contento. Le ricerche vertevano non solo su argomenti religiosi, ma un po’ su tutto. Il Servo di Dio sapeva risolvere tutti i problemi. Il suo forte era naturalmente la fede, la Parola di Dio. Il nipote Manfredi, infatti, grazie al suo aiuto, vinse il Concorso Veritas dell’Azione Cattolica in terza media.
Quando la famiglia si allargava e nascevano i nipotini, questi avevano piacere di giocare con lui. Li teneva anche in braccio, senza esagerare nelle coccole. Poche carezze, ma molta dolcezza.
Li intratteneva con racconti e favole. Ma con loro farà anche delle cose serie: per Natale dirigeva dal letto il Presepe. Li accontentava nell'esigenza di averlo la domenica a tavola con loro. Così si faceva trascinare sul letto, che ha le rotelle, e i nipotini divertiti lo portavano in giro spesso per tutta la casa.
La famiglia, da parte sua, segue il Servo di Dio, nella sua salita al calvario, con attenzione e premura.
La mamma presto si ammalerà e Aldo seguirà triste l’avanzarsi del male chiedendo a tutti preghiere. Morirà di cancro dopo cinque anni nel 1964.
Pochi mesi dopo il papà raggiungerà la moglie, investito da un auto mentre percorreva a piedi la strada che, dopo il lavoro, lo portava a casa.
A casa rimane la sorella con il piccolo Manfredi, che ormai non è più piccolo e che presto si sposerà trasferendosi in Calabria.
La famiglia si assottiglia. Si muore, si nasce, si parte. Aldo sta lì “altare vivente”, come fu definito dal Vescovo emerito di Campobasso, in mezzo a tanti altri Vescovi, quando presentò al Papa il nipote in occasione della sua visita in Calabria.
In camera, per un periodo di tempo, ha anche diversi canarini, che lascia liberi e con i semi nel palmo della mano li chiama e li fa girare tra le sue dita. Si posano persino sul suo capo.
Poco dopo avere ottenuto l'indulto per appartenere al "Primo Ordine Carmelitano", ottiene anche di cambiare il nome in quello di Fra Immacolato Giuseppe di Gesù.
Non solo è rassegnato, ma accetta di essere "sacerdote pur non essendolo" con il "sacrificio di non offrire il Santo Sacrificio". Tutto offre pur di ottenere anche un solo sacerdote santo (449).
E’ difficile descrivere nei dettagli i mali che hanno invaso il corpo del Servo di Dio. Dopo la definizione di “ostiomielite deformante” e la setticemia, è un susseguirsi di aggravamenti e di nuove malattie.
Dalle lettere, anche se solo con pochi accenni, si può seguire il progredire del male nei suoi cinquant’anni di letto.
L’Anno Santo (1950) lo vede peggiorare e nello stesso tempo esultare perché può contribuire alla conversione dei peccatori.
L’imbarazzo più grande nasce quando sono colpite le parti delicate del suo corpo. Cosa che accade a marzo dello stesso anno.
Alla fine dell’anno, per diversi mesi, è colpito da “un tremolio generale”, tanto che sembra la fine.
Dopo tre anni, deve subire una “operazione chirurgica al piede più malato”. Subito dopo subentra una pleurite e tanto altro soffrire.
L’anno seguente, oltre ad “una buona bronchite”(561), dice che deve sottostare ad una "operazione realmente crocifiggente, con un dolore profondamente doloroso" (574), ma non sappiamo di cosa si tratti.
Nel 1958 i mali continuano, anzi si accentuano. Gli viene la broncopolmonite, la peritonite e la colicistite. I medici lo vorrebbero operare, ma temono che l'operazione gli sia fatale.
Le sue lettere continuano ad essere permeate di ringraziamento a Dio per quanto gli dona. La sofferenza è un dono: l’aveva detto tante volte e tante ancora lo ripeterà.
Non vuole pensare ai suoi mali. La sua attenzione è tutta protesa alla salvezza delle anime.
Continuando a peggiorare non può fare a meno di chiedere preghiere anche per sé, perché Gesù sia sempre la sua forza (633).
Per due anni i mali e i dolori si accentuano. Parlare di miglioramenti è improprio, perché, anche se a volte più lentamente, le sue condizioni peggiorano. Lo scrive al padre spirituale nel 1970. Così gli capita anche di non poter più usare la penna per il gonfiore e conseguente dolore alle braccia. Dovrà servirsi della macchina da scrivere. Il suo apostolato comunque continua anche attraverso il telefono, che gli hanno installato sul comodino. Riceve telefonate anche di notte.
Ritarda a rispondere alle lettere che riceve. Chiede scusa. Il motivo è sempre lo stesso. Nel 1971 scrive che l'anca e la spalla destra, hanno interminabili ascessi. I medici con bisturi, siringhe esplorative e specilli vogliono ad ogni costo rimetterlo su. (840). Forse sono gli altri a insistere sperando di ottenerne qualche miglioramento. Anche i suoi devono capire e accettare la Volontà del Signore. Personalmente il Servo di Dio ne è più che convinto e cerca di convincere anche gli altri.
Anno dopo anno peggiora sempre più. Sembra di descrivere la scalata e non la semplice salita di una montagna: è il Monte Calvario. Quando arriverà alla cima?
Dopo il 1972 il male si è riacceso in tutto il lato destro. Flemmoni, piaghe, emorragie e dolori fortissimi si avvicendano a ritmo serrato. Soffre, ma non è giunta ancora la sua ora.
I medici dicono che umanamente parlando non potrebbe resistere oltre.
Mentre il fisico peggiora il suo spirito si eleva sempre più. E' la volta dei "rapimenti" durante la preghiera. Spesso sente forte la presenza di Dio, della Madonna e di qualche santo.
Nuovo Anno Santo (1975), nuove croci da portare. Ora è la volta di un flemmone alla gamba destra. Chiede ancora preghiere per potersi offrire continuamente al Padre crocifisso con Gesù.(902).
Nel 1980 altre sofferenze nelle quali dice di poter cantare più puro il Magnificat della riconoscenza e dell'amore (957).
Nel 1984 paragonando la sua vita alla Via Crucis, scrive di trovarsi alla stazione della crocifissione. La Pasqua, come ricorrenza, dice, quell’anno, che è ancora un venerdì Santo. La Pasqua vera di risurrezione, però, si accosta a grandi passi.
A febbraio del 1985 è ricoverato più volte all’ospedale per la dialisi a causa di blocchi renali. Affetto da uropatia ostruttiva da calcolosi multipla, deve essere operato. Anche all'intestino deve subire un'oparazione. Resterà in ospedale dal 23 marzo al 30 aprile.
Ogni tanto rinnova la sua offerta per i sacerdoti e l’Ordine carmelitano.
L’anno seguente comincia il male allo stomaco. Sarà quello che lo porterà alla morte. Sembra prevederla e si raccomanda di pregare la Madonna affinché, quando Gesù verrà, la sua anima lo veda, lo senta e si renda conto che è proprio Lui (1097). Così scrive in una delle sue ultime lettere, concludendo con il suo programma: tacere, soffrire, pregare, amare (1100).
Nel 1987, subentra anche il blocco intestinale.
I ricoveri ospedalieri non si rivelano risolutivi. Presto, infatti, iniziano le crisi di sub-occlusione intestinale. Queste nuove crisi prima si manifestano in forma saltuaria, ogni due o te mesi, presto però diventano sempre più ravvicinate. La sua alimentazione è ridotta al minimo; anche una semplice pastina in brodo gli provoca vomito ed occlusione alle anse intestinali. Il suo corpo si va letteralmente consumando. Eppure, nonostante ciò, egli continua a vivere per gli altri. Continua a donarsi e a donare. Il suo pensiero è soprattutto per i suoi sacerdoti.
Ad aprile del 1989 le crisi sono pressoché continue; ormai le flebo e i farmaci di supporto non sono più sufficienti. Alla sofferenza del corpo di questi ultimi giorni si aggiunge quella dello spirito, decisamente più penetrante ed acuta. E’ l’ultima prova, quella più terribile, quella dell’assoluto silenzio di Dio, capace di trafiggere l’anima fino a separare il corpo dallo spirito.
Il Servo di Dio, che mai si era lamentato, in quelle ultime ore sembra quasi crollare. Rivive quel “passi da me questo calice” di Gesù. Non chiede fino alla fine di essere liberato da quelle sofferenze, ma dice solo, e per la prima volta: “soffro tanto!” e “mi fa male!”. La sua bocca non aveva mai pronunciato simili espressioni. Mai in cinquantuno anni di dolori.
L’ “ho sete!” di Gesù diventa “premi più forte!”. Non aveva mai chiesto il benché minimo sollievo. Neppure un bicchier d’acqua aveva mai chiesto. Mai. Ora sono proprio gli ultimi momenti. Sta per avverarsi anche in lui il “Tutto è compiuto” di Gesù.
E' il 13 aprile 1989. Don Michelino Fratianni gli sta vicino fin quasi alla fine. Deve andare a scuola e lo lascia alle sorella e al nipote medico, mentre sente le ultime sue invocazioni: "Dio! Dio! Madonna! Madonna!"
Poco dopo, raccogliendo le ultime energie disponibili e volgendo lo sguardo alle sorelle vicine, il Servo di Dio sussurra: “Arrivederci”. Chiude gli occhi, china il capo e si incontra definitivamente con il Signore che tanto aveva amato e desiderato. Mancano pochi minuti alle tredici.