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Altare vivente

ALTARE VIVENTE

 

 

 

 

 

 

Aldo Brienza

Fra Immacolato Giuseppe di Gesù

15 agosto 1922  - Campobasso - 13 aprile 1989

 

 

 

 

11 maggio 2007

chiusura del processo diocesano di canonizzazione

 


INTRODUZIONE

 

 

Si presenta questo opuscolo che  riassume la vita di Aldo Brienza presa dal libro scritto su di lui dal prof. Giuseppe Biscotti: “FRA IMMACOLATO BRIENZA CARMELITANO SCALZO” (Ed. OCD 2007), dal ricco epistolario (non ancora stampato) e dai ricordi delle sorelle e dei nipoti.

Vuole essere un omaggio alla sofferenza accettata ed offerta con gioia da un giovane che a quindici anni è stato colpito da una malattia incurabile, che lo ha inchiodato al letto per cinquantuno anni.

Diventato adulto ha mantenuto i medesimi sentimenti di immolazione dedicandola ai sacerdoti.

Ha voluto abbracciare la vita religiosa da laico in famiglia, con indulto del Santo Padre, nell’Ordine dei Carmelitani Teresiani. Da quest’Ordine e dai suoi santi ne ha incarnato lo spirito contemplativo che anche nelle più crude sofferenze gli facevano vedere e gustare la gioia della risurrezione.

E’ una risposta al mistero della sofferenza, non una spiegazione. Con Cristo in croce, con Maria ai piedi della sua croce, è riuscito a infondere, a chi lo accostava, serenità e pace che trasparivano dai suoi luminosi e profondi occhi e dal suo ininterrotto sorriso, oltre che da quanto riusciva a scrivere e a dire, quasi soffiando, illuminato certamente dallo Spirito Santo.

“Altare vivente” è la definizione data dal suo Vescovo che tante volte lo è andato a trovare, celebrando anche l’Eucaristia  in camera sua.

Che Fra Immacolato, come volle chiamarsi, ottenga dal Signore la grazia a chi è afflitto da qualsiasi dolore di saperlo accettare e sublimare come ha fatto lui.

 

N.B.

Le lettere sono citate con un numero che dovrebbe raccoglierle per la stampa.
INFANZIA  E  ADOLESCENZA

  

            Aldo Brienza nasce a Campobasso il 15 agosto 1922. La casa dei genitori è sita nello spazio antistante la stazione ferroviaria, Piazza Vincenzo Cuoco.

            Il papà Emilio ha potuto acquistare questa casa con i soldi guadagnati in America dove è emigrato agli inizi del 1900. Si sposa il 5 settembre del 1915 con Lorenzina Trevisani. Da questo matrimonio nascono otto figli, uno solo morto in tenerissima età. Il quartogenito è il nostro Aldo.

            Il 21 agosto 1922 Aldo  riceve il sacramento del Battesimo nella chiesa Cattedrale di Campobasso.

 

             L’infanzia del piccolo Aldo trascorre serena e felice. E’ circondato dall’affetto dei genitori, delle sorelline e soprattutto di nonna Maria, con la quale, soprattutto nel periodo pre-scolare, trascorre gran parte del suo tempo libero.

            Dalla nonna apprende i sani principi pratici, espressione della sapienza popolare. A lei deve, in modo particolare, l’atteggiamento di fiducioso abbandono nelle mani della misericordia di Dio, il senso della pietà cristiana e l’attaccamento alle pratiche religiose. Tra tutte spicca l’amore sconfinato per la Madre del Signore.

            Con lei è solito trattenersi a pregare  nella vicina chiesa di Santa Maria della Croce. Quella chiesa, come ricorderà qualche tempo dopo, che tante volte “lo aveva visto bambino in preghiera dinanzi all’Addolorata Mamma nostra” (299).

            Lo colpisce la statua della Madonna che tende le braccia al figlio suo deposto dalla croce. Questa immagine gli sarà sempre cara e diventerà il sostegno nella terribile malattia che presto lo colpirà.

            Frequenta alla “D’Ovidio” di Campobasso la scuola elementare. E’ un bambino come gli altri, docile, buono e studioso.

            Sappiamo poco della sua infanzia. Qualche nota la prendiamo da due lettere scritte nel 1948 al padre spirituale don Michele Ruccia. Ricorda i primi incontri con il peccato. Non commesso da lui, ma probabilmente visto fare da altri. Non ci sono dettagli, ma solo la sua forte impressione che dopo una ventina di anni rivive descrivendola al confessore. Era stato affidato dai genitori, per una “cura marina”, ad “una persona di fiducia”. Ma nonostante la stima quella persona non aveva vigilato abbastanza perché “pur non volendo” non assistesse a qualcosa che Aldo definì “scene orrende”. Scappò “inorridito e disgustato” (128). La sua sensibilità infantile ne restò colpita. I bambini vedono tutto e tante volte non immaginiamo le impressione che si stampano nel loro cuore. Nella sua semplicità, benché tanto piccolo, comprese, come le definì, che si trattava di “scene cattive”. Attribuisce al Signore la grazia di potersene allontanare con la convinzione precoce di disapprovazione.

            Un po’ più avanti nel tempo, “sui dieci anni”, la sua innocenza fu tentata di nuovo. La chiama, sempre in una lettera al medesimo sacerdote, “tentazione impura” e l’appellativo che usa è “sofferta”. Insiste nell’attribuire la prova al maligno e la vittoria al Signore. Si viveva allora con molta riservatezza e tante cose che oggi i nostri ragazzi conoscono e spesso anche vivono, allora erano considerate “impossibile per un ragazzo di tale età”.

            Queste esperienze che avrebbero potuto influire negativamente sulla sua vita lo porteranno invece a riconoscere: “posso dire che Gesù mi ha amato con predilezione fin dalla più tenera età” (299).

 

            Gli scarni ragguagli contenuti in questi racconti che lo vedono, ancora ragazzo, ignaro protagonista, riferiti con l’intento esclusivo di illuminare il padre spirituale, ci rivelano l’animo di un fanciullo sensibile, perfettamente consapevole della  gravità del peccato e delle sue conseguenze.

            Fin da piccolo il valore della purezza e la bellezza della santità brillano davanti ai suoi occhi.

Come tutti i bambini, dopo i sette anni, si accosta con fervore a ricevere Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia.

            Preparò il suo primo incontro con il Signore  nel modo migliore. Gli insegnamenti appresi alla scuola della dottrina cristiana s’impressero nella sua mente, come s’impresse indelebile nel suo animo il senso del peccato e una perfetta consapevolezza in ordine alla sua gravità e alle sue terribili conseguenze.

            Frequenterà con assiduità la Messa domenicale con la Comunione, facendola precedere dalla confessione sacramentale, come allora si usava. La nonna continua ad essere il suo angelo custode che lo accompagna spesso in chiesa.

            Riesce a vivere la preghiera con grande raccoglimento. Ammira i sacerdoti e quando gli capita di imbattersi con qualche monaco, si sente attratto da quella vita. All’età di 13 anni sente la chiamata del Signore per una vita di consacrazione. Vuole donare a Gesù la sua vita, di appartenergli e di essere suo in modo esclusivo. Nel suo animo aleggia già una certa preferenza. Dirà infatti che benché “religiosi di Ordini diversi mi avevano invitato nei loro istituti, la Certosa mi affascinava” (299).

            Nonna Maria è la prima persona di famiglia che raccoglie i moti di quel cuoricino scosso dalla voce di Dio. Lei, la nonna buona che meglio di ogni altro conosce i sentimenti del piccolo Aldo, non si stupisce; aveva probabilmente da sempre avuto la percezione che Dio avrebbe preteso per sé quell’angelo innocente e buono. Incoraggia il nipotino a perseverare e a pregare perché la volontà di Dio si realizzi nei modi e nelle forme da lui volute. Lo invita inoltre a pazientare, nell'attesa del momento opportuno per parlarne anche in famiglia. Timidamente qualcosa comincia a dire alla mamma. Per il papà è meglio aspettare.

            Intanto frequenta la scuola media inferiore ad indirizzo tecnico, presso l’Istituto “Leopoldo Pilla”.

 

            Terminato il ciclo di questa scuola, obbediente alle indicazioni paterne, a 14 anni si iscrive e frequenta con ottimo profitto il primo anno della sezione commerciale dell’Istituto tecnico superiore. Ancora silenzio in famiglia sul suo desiderio di seguire la via religiosa, di ritirarsi nella “bianca silente Certosa”. E silenziosamente Dio continua a operare nel suo cuore imprimendogli lentamente la finalità di quella vita offerta per amore in riparazione dei peccati.

 

L’ultimo giorno di scuola

 

            E’ lunedì 13 giugno 1938, la campanella annuncia la fine delle lezioni e dell’anno scolastico. Dalle aule, che s’affacciano sui lunghi corridoi dell’Istituto, gli alunni, vocianti più del solito, vanno a passo svelto verso le sospirate vacanze, incuranti dell’austero sguardo del preside. Tra loro vi è anche Aldo.

            Anch’egli, felice come tutti, si appresta a lasciare la scuola. Non sa, né può in nessun modo immaginare, che non vi tornerà più, che non varcherà più l’austera cancellata di quell’edificio. L’ultimo giorno di lezione di quell’anno coinciderà anche con l’ultimo giorno di scuola della sua vita.

            Ignaro per ora del progetto che Dio ha in serbo per lui, più che alle vacanze appena iniziate, pensa ai suoi cari, alla gioia di papà Emilio quando leggerà la pagella. Non si trattiene con i compagni davanti alla scuola come spesso fanno i ragazzi. Ma svelto attraversa la strada e, appena voltato l’angolo, è già nel portone di casa. Mamma Lorenza l’aspetta. Ha udito anche lei il suono squillante dell’ultima campanella di quell’anno scolastico. Dalla stanza di Aldo, proprio dirimpetto alla scuola, infatti, si poteva udire. E Aldo continuerà a sentirlo negli anni successivi tornando con la mente a quei giorni sereni.

            L’eccellente profitto con cui Aldo termina il suo primo anno di scuola superiore merita certo un premio. E papà Emilio pensa bene di mandarlo alla colonia marina di Termoli, organizzata dal comando federale della G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio).  Aldo non osa contraddire il suo papà, anche se non ha nessuna voglia di andarci. Non era questo il regalo che s’aspettava. Avrebbe voluto ben altro. Continua a non manifestare quello che sente nel suo cuore. Non ne parla. Attende, come gli ha suggerito nonna Maria e anche mamma Lorenza, che intanto ha preso le sue prime segrete confidenze.

            I primi giorni di vacanza passano sereni e tranquilli. Aldo, come sua abitudine, non manca di partecipare alle funzioni religiose che si tengono nella chiesa parrocchiale; non manca soprattutto ora, che è il mese dedicato al Sacro Cuore di Gesù.   

 

 

27 giugno 1938

 

            La famiglia Brienza si reca in gita nella villetta appartenente ad un loro congiunto, sita sul lato destro  della strada che porta da Campobasso a Terrazzano.

            Sulla strada del ritorno, improvvisamente una fitta lancinante al piede sinistro blocca il saltellare gioioso di Aldo. Deve essere aiutato per tornare a casa con i propri piedi. Zoppica vistosamente, mentre il dolore si fa sempre più acuto. Si pensa alla puntura di un insetto. Passerà.

            Mentre a casa tutti sono occupati a rimettersi in ordine, mamma Lorenza è attratta da un lamento persistente di Aldo. Presto il lamento diventa urlo. Grida. Chiede aiuto. Si dimena.

            In casa nessuno è in grado di soccorrerlo. Nessuno sa cosa fare, anche perché nulla appare all’esterno.  Aldo descrive il dolore e lo paragona al “morso di un cane che strappa e lacera la carne e al chiodo che trafigge da parte a parte”. Ha la febbre che presto diventa altissima. Mamma Lorenza, spaventata alla vista di tanta struggente sofferenza, che in nessun modo riesce a placare neanche per un istante, manda  a chiedere aiuto. Subito giunge papà Emilio. Giungono anche altri parenti. Con il passare delle ore il dolore e la febbre non concedono tregua. Il medico di famiglia, accorso per una prima diagnosi, non si sbilancia, neanche lui sa con precisione. Prende tempo. Chiede di sollevare il povero Aldo dal letto, ma gli uomini presenti non riescono a tenerlo fermo. Quel “chiodo” che gli fora il piede da parte a parte fa vibrare le sue membra come un elastico in tensione. Neanche la somministrazione di calmanti  si rivela efficace. Si decide per il ricovero in ospedale.

            Seguono mesi di peregrinazioni tra ospedale e medici. Mesi di “febbre rovente e continua, di dolori lancinanti e senza tregua” e di diagnosi che si ripetono, una diversa dall’altra, fino alla consapevolezza che il male che lo ha colpito è  inguaribile e  non lascia scampo.

 

            Sarà Ernesto, il nipote di Aldo a descrivere qualcosa di questo male che ha colpito lo zio. Sentiamo la sua testimonianza: “Aldo da quel 27 giugno 1938 non abbandonò più il suo letto…. Il male fu rapidamente aggressivo, con l’infezione che si estese ad entrambi gli arti, al bacino, alla colonna vertebrale, inchiodandolo definitivamente e senza alcuna speranza di guarigione. L’osteomielite non gli provocò soltanto gravissime deformazioni ossee, ma gli causava - fino agli ultimi giorni di vita - periodiche febbri con temperatura elevatissima e dolori che sono descritti dai testi medici come lancinanti. Talmente estesa e radicata in profondità era la malattia, resta un vero mistero come abbia potuto sopravvivere così a lungo. Soprattutto nei primi tempi, ad ogni violento episodio febbrile, i medici davano poche speranze di vita: “Sono giorni rubati” esclamava il professore Montalbò che lo aveva in cura, facendo chiaramente capire l’ineluttabilità della malattia; ma quei giorni furono settimane, mesi  e poi anni, cinquanta lunghissimi anni”.

           

            Come si è ammalato Aldo? La descrizione di una gita in campagna ne offre una tenue giustificazione. E’ stato punto da un insetto? Non lo sappiamo. Egli, il 30 gennaio 1942, si rivolge a P. Giovan Battista Carmelitano e, chiedendogli di poter appartenere al suo Ordine, descrive così ciò che ormai lo tiene al letto da quasi quattro anni: “Nel 27 giugno del 1938, per la puntura di un insetto velenoso, ebbi un flemmone al piede sinistro ed in seguito a varie operazioni chirurgiche ebbi la setticemia, indi osteomielite deformante alle gambe”(1). E’ la prima manifestazione scritta del desiderio di guarire per poter consacrare la sua vita al Signore. I disegni di Dio sono differenti. Sarà una consacrazione, ma nel dolore.

 

            Anche se resta misterioso quell’evento, a noi le conseguenze sono una realtà che si illumina giorno per giorno.

            Il desiderio di essere certosino, prima, e in seguito carmelitano per dimostrare il suo amore al Signore, non lo abbandona. Con la malattia la sua vita prende una svolta. Sempre per il Signore realizzerà questo desiderio con l’offerta di sé e delle sue sofferenze per amore.

            Il dolore diventa un dono che il Signore gli offre perché a sua volta possa rioffrirlo a lui arricchito dall’accettazione, senza riserve, alla sua Volontà.

            Senza avvedersene comincia la salita al Calvario con Gesù, fino alla  crocifissione come lui.

 

            Un anno è già trascorso da quel 27 giugno 1938: un tempo infinito tra ospedale, medici, operazioni, verdetti che si susseguono ad ogni terapia infruttuosa. Poi ancora nuove diagnosi, spesso ipotetiche e la certezza della sopraggiunta “setticemia” che si aggiunge alle vane e “varie operazioni chirurgiche”. Finalmente, la resa. Per la medicina ufficiale dell’epoca ormai non vi sono più dubbi: il problema da cui è afflitto il giovane Brienza, come già ipotizzato, si chiama osteomielite deformante degli arti. E’ una infezione del tessuto osseo che in era pre-antibiotica era quasi sempre mortale. Le uniche guarigioni si avevano o con l’amputazione o con esiti di gravi deformità e invalidità. Un verdetto severo e inappellabile, che consegnava il paziente al suo destino di sofferenze indicibili e continue. D’ora in avanti il responso medico lo farà sentire solo, senza nulla sperare, senza nulla attendersi dal soccorso umano. Le previsioni sono per la scienza medica quelle di una vita sì di dolori lancinanti, ma breve

            Il tempo comincia a segnare le ore e i suoi interminabili giorni.

 

            Tra gli infuocati deliri dei primi mesi di febbre, Aldo ripete e invoca di volere sul letto “l’abito bianco che la Madonna aveva deposto nell’armadio della camera attigua, quella della mamma”. E mamma Lorenza, che soffre intensamente, ma in silenzio, come sanno soffrire le mamme, aspetta che il delirio passi e, con il delirio, l’insistente richiesta dell’abito bianco.

            Invece con il passare dei giorni e dei mesi, come non si attenua la sofferenza, così non viene meno la richiesta di Aldo.

            Cosa significasse quel suo chiedere “l’abito bianco” che la Madonna aveva riposto nell’armadio della mamma è lecito pensare a una speciale vocazione di candore di innocenza e, perché no, anche del nome nuovo che avrebbe dovuto prendere, Immacolato, ma soprattutto del mantello bianco che rivestirà come carmelitano, negli anni successivi.

            Per ora bianca era solo la Certosa. Confiderà in seguito: “Durante il mio primo anno di malattia, chiesi la guarigione, se conforme era ai divini voleri, solo per scomparire nella bianca silente Certosa”.

           

            Passano gli anni ma non passa il dolore. Aldo comincia a vedere sempre più lontana la sua guarigione. Anche il desiderio di rinchiudersi nella “bianca certosa” si attenua. Scopre lentamente che il Signore ha altri disegni per lui.

            L’immagine  della Madonna Addolorata con Gesù morto tra le braccia, soprattutto quel piede forato che viene fuori dal gruppo della Pietà esposta nella Cappella laterale del Santuario di Castelpetroso, sembra identificarsi con il suo piede “morso da un cane che strappa e lacera la carne” oppure al “chiodo che lo trafigge da parte a parte”. Si commuove e sente nell’animo che il Signore gli sta dando la grazia di partecipare ai dolori della sua crocifissione.

            La preghiera per la sua guarigione pian piano si trasforma in un atto di ringraziamento per quanto il Signore gli sta donando.

            La casa di Aldo comincia ad essere frequentata da religiosi e da laici impegnati. Ora a Campobasso tutti sanno che Aldo non potrà più abbandonare il suo letto di sofferenza. Molti avvertono il dovere cristiano di recarsi a fargli visita. Tra questi vi sono i suoi ex compagni di scuola e un piccolo gruppo di signorine dell’Azione Cattolica. Anche alcuni religiosi presenti in città si recano in casa Brienza per portare la Comunione al giovane Aldo. Tra questi vi è il cappuccino padre Umile da Toro e il padre Argentieri degli oblati di Maria Immacolata di Ripalimosani. Sono questi che raccolgono per primi le confidenze di Aldo e il suo desiderio per la Certosa. Non se la sentono di contrariarlo anche se sanno che la vita di Aldo è appesa a un filo. Anzi proprio per questo motivo lo incoraggiano nel suo sogno.

 

            Fu in una di queste preziose visite che Aldo ricevette quella di Santa Teresa di Gesù Bambino attraverso “La Storia di un’anima”. Fu come folgorato. La piccola santa del Carmelo lo spinse ad andare oltre.

            Fu lei che aprì la strada alla conoscenza di altri santi carmelitani. Fu lei che gli presentò la Madonna del Carmine nel suo dono dello scapolare.

            Aldo legge, legge molto e si bea di libri spirituali che nutrono il suo animo a gli danno la forza nella sofferenza.

            Assimila con facilità ciò che entra nel suo spirito attraverso queste letture. Il suo cuore si riempie di amore sempre più grande per la Vergine Santissima, da lui chiamata “Mamma nostra, Mamma celeste”.

            Ciò che legge di giorno la notte spesso è oggetto di sogni. Sogni o rivelazioni? Non lo sappiamo. Lui li chiama semplicemente sogni.

            Racconterà “Per due volte sognai la Mamma Celeste che mi rivestiva una volta del Santo Scapolare ed una volta me lo porgeva” (299).

            Anche il Profeta Elia entra nella sua vita e nei suoi sogni. Lo vede, sembra proprio lui. Forse gli è rimasta impressa qualche immagine. Il manto, la spada, il fuoco. Il mantello del profeta diventa l’abito carmelitano. “Lo indosserai al Carmelo!” (299), sente dirsi.

           

            A mano a mano che cresce la conoscenza del Carmelo, svanisce il pensiero per la Certosa. Al principio è abbastanza titubante e perplesso.  Del resto a Campobasso i Carmelitani non solo non erano presenti, ma probabilmente l’adolescente Aldo non aveva mai avuto l’opportunità di conoscerli personalmente, né mai aveva avuto la possibilità di  conoscerne la spiritualità.

            Il rinchiudersi in una certosa per vivere solo di Dio diventa col tempo un sogno che si allontana. Monaco certosino non può diventare. Un cammino spirituale può, però, cominciarlo anche dal letto. Santa Teresina e la sua vita da ragazza, tutta protesa a Dio, l’affascina. Lo spirito carmelitano comincia ad aleggiargli intorno.  L’abitino, o Scapolare della Madonna del Carmine, può diventare non solo una veste di stoffa, ma una meta da raggiungere per ottenere di esserne ricoperto dalla stessa Vergine Santa nell’imitazione delle sue virtù. E’ questa la prima tappa che vuole raggiungere.

            Mentre cerca di informarsi sulle modalità, i privilegi e gli obblighi, fa un altro sogno: “sognai -scrive in una lettere a una suora carmelitana- di trovarmi nella chiesa che mi aveva visto bambino, in preghiera, dinanzi all'Addolorata Mamma nostra, come ero solito fare quando con la mia nonna materna, dopo la funzione serotina ci trattenevamo a pregare nella Cappella dell'Addolorata. Mentre pregavo e dicevo alla Mamma nostra di farmi conoscere in quale Ordine mi voleva, la vidi animarsi, stendere la sinistra verso il lato destro della chiesa e dirmi: <E’ tra quei religiosi che ti voglio>. Mi voltai e vidi venire dalla nostra parte una doppia fila di nostri Religiosi tutti avvolti nelle bianche cappe” (299).

            Torna il bianco, quell’abito bianco chiesto con tanta insistenza nel delirio della febbre alta. Prosegue affermando: “Pur dando al sogno l'importanza che gli spetta, incominciai ad amare il Carmelo, ad interessarmi ad esso” (299).

            Tra i religiosi che vanno a fargli visita qualcuno prende a cuore questa nuova direzione vocazionale. Un domenicano gli illustra la vita di silenzio, di preghiera e di immolazione come caratteristiche dell’Ordine Carmelitano. Aldo mentre continua a confrontarsi con Santa Teresina che si è offerta vittima all’Amore Misericordioso, comincia a leggere la vita e gli scritti di Santa Teresa d’Avila. Poi passa velocemente a quelli di San Giovanni della Croce.

            E’ già carmelitano col cuore. Ora deve pensare a diventarlo anche con la vita.

            Si informa. Chiede. Finalmente da un Padre francescano riesce a sapere l’indirizzo della Casa Generalizia dei Carmelitani Scalzi. Scrive. Si rivolge al segretario del Generale dell’Ordine, P. Giovan Battista della Madre di Misericordia. La prima lettera probabilmente va perduta a causa della guerra e di tutte le vicende belliche che in quel tempo affliggono l’Italia.

            Il 30 gennaio 1942 scrive di nuovo. Probabilmente è convinto ancora della sua guarigione per intercessione della Vergine Santissima. Si appoggia anche all’intercessione di una suora morta in concetto di santità, Suor Marie de Saint-Pierre, che è legata alla “Storia di un’anima”. Era stata lei a diffondere il culto per il santo Volto di Gesù che tanto aveva incantato la santa di Lisieux.

            Aldo si sente attratto da quel Volto dinanzi al quale come santa Teresina vorrebbe passare la sua vita, contemplandolo e facendolo contemplare. Nella richiesta esprime anche il sogno dei sogni: la guarigione per diventare sacerdote carmelitano. Per la sua realizzazione piena continua a vedersi guarito.

            In questa seconda lettera, spiega: “Il  vostro  indirizzo mi  fu  dato dalla carità di  un francescano, che conosce tutta l’odissea della mia grama giovinezza. Ne feci tesoro e vi scrissi, sperando in una vostra risposta consolatrice e nell’affermazione d'interessamento e di preghiere. Ma l’irregolarità della posta in questi tempi calamitosi (credo) abbia fatto smarrire la mia supplica. Ed ecco perché, chiedendovi perdono, torno a scrivervi”. Poi fa la descrizione del suo stato di salute con le complicazioni accadutegli dopo quella “puntura di un insetto velenoso”. Dice: “Da tre anni e mezzo guardo il letto pregando ed amando il Signore. L’animo mio mi predice che guarirò e tutta la mia vita l’ho donata a Gesù, con la ferma intenzione di farmi frate e suo Ministro. Chiedo perciò la grazia, né dubito d'averla” (1).

            A lui sembra di scoprire in questo suo desiderio la volontà di Dio. Quella volontà che ha “in questi tre anni fatto sempre”.

            E’ una preghiera, una supplica, una grazia che “ardentemente” implora.

            “Frate e suo ministro”, dunque, e per diventarlo deve conoscere. Vuole approfondire lo spirito del Carmelo attraverso i suoi santi. Chiede alcune immagini. In seguito ne domanderà anche la vita.  Nomina sant’Alberto, sant’Andrea Corsini, san Pier Tommaso, santa  Maria Maddalena  de’ Pazzi, oltre a santa Teresa d'Avila.

            Si sente già carmelitano ed invoca la preghiera della prima comunità di questo Ordine, cioè della Casa Generalizia.

           

            Devono passare quasi due mesi per ricevere una risposta. Ricordiamo che stiamo nel mezzo della guerra.

            La risposta di P. Giovan Battista lo commuove. Il Padre intuisce il tesoro di grazia che vive nel cuore di questo giovane appena ventenne. Lo incoraggia e lo esorta nella via dell’offerta della sua malattia al Signore.

            Con la risposta inizia quella ricca documentazione di lettere che da quell’anno fino alla morte saranno una preziosa testimonianza di fede e di amore nella sofferenza quotidiana.

            Nelle prime lettere Aldo scongiura il Padre a dargli del tu: “Se io vi do del voi è per rispetto all'abito ed agli anni; ma un meschinello come me non desidera che il linguaggio famigliare” (2). Si sente già appartenente alla famiglia carmelitana ed ha piacere di sentirsi trattato come tale.

            In attesa della risposta si rivolgeva anche a un altro Padre, sempre della Casa Generalizia, P. Vincenzo, chiedendo “una biografia ampia di S. Teresa del Bambino Gesù”. Questo Padre era il postulatore, cioè colui che curava le cause dei santi. A lui non sarebbe stato difficile accontentarlo. Probabilmente sempre per motivi della guerra, non riceve nulla. Insiste. Finalmente arriva il pacco. A questa prima spedizione ne seguiranno altre. La sete di conoscere lo porta a chiedere sempre qualcosa in più. E’ la volta di Santa Teresa d’Avila. Poi immagini per quadri, reliquie e santini.

            A P. Giovan Battista apre il suo animo e timidamente comincia a manifestare i suoi sentimenti. Ad agosto dirà: “sono sempre sofferente, ma sempre tranquillo. A che protestare se questo è il volere di Dio? Sappiamo noi i suoi fini? Non sono sempre giusti?” (4).

            Il mese seguente mostra di aver fatto tesoro del famoso motto della santa di Avila. Fa, infatti, sue le parole di Teresa: “nessuna cosa che riguarda me, mi turba, nulla mi sgomenta e resto sereno tanto se mi si dice che guarirò, tanto se mi si profetizza la morte a breve scadenza,  sto a completa disposizione di Dio e sia di me quanto lui vuole” (5).

            Invia al Padre una sua fotografia per creare una vicinanza maggiore con lui. Chiede che il Padre faccia altrettanto così le preghiere che innalza per lui “riusciranno più calde, più sentite”. Il rapporto cresce di confidenza. Si scusa: “dico quello che sento” (6).

            La salute? A questa domanda, che gli viene rivolta più volte un po’ da tutti, cerca di rispondere in forma quasi evasiva, per lo meno molto generica. Solo con i Padri spirituali dirà in seguito qualche particolare. Questa volta risponde: “sono sempre sofferente e nessuna miglioria mi fa sperare la guarigione. Ma credetemi io non ci tengo e se desidero guarire, è solo per veder sorridere la povera mamma e tutti i miei cari” (6). Pur immergendosi sempre più nel Carmelo, non dimentica la famiglia nella quale vive.

            Le lettere sono tante. Questa corrispondenza lo fa sentire sempre più carmelitano. Prima di Natale scrive: “La mia vita che materialmente è inutile, moralmente e spiritualmente è tutta del Signore ed a Lui offrirò la mia lunga malattia… nessuna miglioria nel corpo, ma molto nello spirito. Ogni trafitta, ogni febbre, ogni strazio, mi fortifica e mi dà la comprensione vera ed esatta, di tutto quello che si guadagna soffrendo, e mi sento felice” E si dichiara un “meschino che sospira al Cielo e che ama Colui che per Amore s'immolò sulla Croce” (7).

            Non tristezza per questa sua situazione, ma gioia. Una giuria che si respirerà in tutte le sue lettere anche in quelle più drammatiche nelle quali descriverà le prove sia fisiche che spirituali.    

            Non parla, dopo la prima lettera, del Carmelo, ma sembra già viverne pienamente, ormai guidato da questo Padre, la sua spiritualità. I Santi, la cui lettura gli prende il tempo tra una sofferenza e l’altra, lo nutrono e gli insegnano a immedesimarsi con i dolori di Cristo come loro.

            Ha un male che non perdona. Ogni giorno c’è qualche complicazione. Per Natale un  semplice biglietto di auguri. Il male infierisce e non gli permette di scrivere.

            Confessa dopo le feste che solo la lettura dei libri che riceve gli dà conforto. E ne ha bisogno perché dirà che le sue “condizioni fisiche sono peggiorate”. Infatti: “Da due giorni il mio lato destro con un gonfiore e rossore accentuato, mi ha portato la febbre a 40°. Il dottore ha detto che si tratta di un richiamo della piaga sulla schiena, dovuta alla continua posizione supina a letto”. Si mostra coraggioso, non solo rassegnato. Si sente nelle mani di Dio. Ha fiducia: “Passerà anche questo e non me la prenderò a cuore, perché il mio corpo è nelle mani del Creatore ed il mio spirito è guidato da Lui. Vi può essere un medico più pietoso ed infallibile?” (9).

           

 

CARMELITANO SECOLARE

 

            Appena può torna sull’argomento carmelitano. Vi ritorna dopo “infinite meditazioni”. Capisce che nel suo stato può far poco e probabilmente “essendo immobilizzato” non potrà operare per l’Ordine. La vita spirituale, però, anche nel mondo può essere vissuta. Lo sa. Lo chiede. Carmelitano secolare diventa il suo desiderio: “vorrei essere Terziario Carmelitano e lo chiedo con la stessa umiltà di chi è sano e può svolgere con inappuntabile esattezza la sua missione. Dal canto mio, sarò laborioso con l'anima e con l'intenzione di operare il bene”.

            Presentando questo suo progetto, cercando quasi di giustificarsi, vuole avvalorare la sua richiesta con qualche motivazione più solida. Timidamente racconta: “tempo fa sognai la Vergine Addolorata che mi vestiva dello Scapolare del Carmine”. E promette di essere utile con la preghiera perchè “raccomanderà al Signore tutti i Carmelitani della terra”(10).

            Ormai conosce il posto che occupa la preghiera nel Carmelo. Non in convento, ma a casa, a letto, nessuno può impedirgli di darsi a questa sublime attività.

 

            P. Giovan Battista questa volta si affretta a risponde. Vede che ciò che Aldo chiede è attualizzabile. Come membro dell’Ordine secolare, proprio perchè fuori di convento, può diventare una preziosa testimonianza per il mondo che lo circonda. Il suo stato di vita, di malato, potrà essere prezioso, oltre che per sé, per l’Ordine e per tanta gente. Come Carmelitano, perciò, potrà diventare  diffusore del suo spirito.

            Si devono osservare alcune formalità: la delega a un sacerdote che lo accolga a nome dell’Ordine, il nome nuovo, la preghiera di ammissione e di vestizione.

            Aldo si affretta a scrivere. Desidera di chiamarsi fra Giuseppe di Maria Addolorata. Come Santa Teresa è molto devoto di San Giuseppe. L’immagine della Madonna Addolorata è stata quella che più l’ha colpito fin dall’infanzia.

            La delega la chiede per un giovane sacerdote che dal 1940 frequenta la sua casa portandogli spesso la Comunione. E’ Don Antonio Picciano che è e sarà la sua guida spirituale, anche se in maniera non continuata, fino al 1946.  

            Aldo deve ancora ricevere la cresima e si stabilisce di unire i due riti. Don Antonio sarà il padrino di Cresima e insieme il delegato per la sua entrata ufficiale nell’Ordine del Carmelo. 

 

            Finalmente  il  suo  “sogno”,  anche  se  in  parte,  sta  per realizzarsi. Intensifica la preghiera e con rinnovato slancio  offre al Signore la sua incessante sofferenza.

            In casa  Brienza fervono i preparativi per la cerimonia della vestizione religiosa. Occorre sbrigarsi.  Aldo  vuole suggellare l’ingresso nell'Ordine della Madre del Carmelo  proprio  il  giorno dell'Annunciazione, il giorno dell'ingresso nella storia dell’amato Signore. Il  25  marzo è prossimo.     Purtroppo   le sue condizioni  di salute si  aggravano proprio in quei giorni. La situazione sembra dover precipitare da un  momento all'altro. Le forti febbri fanno temere, come accadrà altre volte, il preludio della fine. In  queste  condizioni la pietà cristiana suggerisce  di accelerare ogni  procedura. Il vescovo di Campobasso, monsignor Secondo Bologna prontamente concede  le autorizzazioni del caso e si impegna ad amministrare di persona il Sacramento della Cresima e a presiedere la cerimonia della vestizione religiosa  proprio il giorno richiesto.  La comprensione e la disponibilità del vescovo di recarsi in casa sua il giorno dell'Annunciazione del Signore sono per Aldo un segno e il balsamo della Provvidenza. Sembrano a lui il  sigillo di Dio sul suo ingresso nella grande famiglia del Carmelo.

            Il  25  marzo del 1943, di buon mattino,  don  Antonio Picciano è già al capezzale di Aldo. La notte appena trascorsa è stata terribile. La febbre altissima, che induce il dolore fino alle soglie del  delirio, non l'ha abbandonato un istante.

            Sembra la  fine  di un’esistenza  che  Dio  vuole  strappare anzitempo agli affetti dei familiari. E' questo il pensiero che accomuna i presenti  senza  essere espresso. Ma i presentimenti degli uomini spesso  non coincidono con i progetti di Dio.  La sofferenza,  anche nelle forme più acute e strazianti,  sarà l’inseparabile amica di viaggio fino alla completa  identificazione con il Signore. Lo impareranno a  loro spese i  medici  che, numerosi al suo capezzale, spesso  ne indicheranno invano la fine imminente. 

            Alla vista di don Antonio Aldo  si rianima, i suoi occhi tornano a brillare  di  luce intensa,  il sorriso si illumina e la gioia  di  vivere,  che sprigiona dal suo corpo, “deforme e straziato”, contagia i presenti. Della cupa sensazione della morte imminente non c'è più traccia.  E'  il miracolo di Aldo. Un miracolo che si  ripeterà più volte.  E' il miracolo che egli chiede e chiederà a Gesù, ottenendolo sempre: dissimulare agli altri la sua agonia sulla croce.  Neanche i  familiari più intimi, forse  neanche l’adorata  mamma,  hanno  avuto la percezione chiara dell'interminabile e struggente agonia sulla croce del loro Aldo. La croce che porterà al Golgota infinite volte al posto degli altri.

            La colonnina di mercurio continua a salire oltre i 40 gradi, ma Aldo ha l'aspetto della letizia.

            La sofferenza in questa circostanza non può e non deve essere in nessun modo protagonista. E come per incanto la gioia si stampa anche sui volti dei suoi familiari e dei presenti.

            Aldo chiede di confessarsi. Tutto è in ordine. Ci sono i fiori bianchi dinanzi  alla  statua della Madonna che sta accanto al letto. C’è il tavolo, che  funge da altare, addobbato con tovaglie finemente ricamate. C’è il crocifisso, due ceri accesi e  il messale. Poi le sedie per i parenti e gli amici. Infine mamma Lorenza sistema con grande cura sullo schienale della sedia,  posta  accanto all'altare, lo scapolare che i Padri della Casa Generalizia di  Roma  hanno donato al suo Aldo.

            Arriva il Vescovo. La famiglia Brienza approfitta per far fare anche la prima Comunione al primo nipotino, Manfredi, figlio della sorella di Aldo.

    

            Prima la Cresima. Aldo, mano nella  mano  del padrino,  rinnova le promesse battesimali e con straordinario fervore promette  di diffondere e difendere le verità della fede cristiana. Il Vescovo segna la fronte  con  il Crisma. Lo Spirito Santo scende e prende dimora in quel suo “tempio” caro  e prediletto. Mamma Lorenza  si accosta con lo scapolare del Carmine e Don Antonio dà inizio al rito della Promessa e della vestizione di Aldo: “Vuoi abbracciare la  forma  di  vita evangelica che si ispira all'esempio ed alle parole di santa Teresa  d’Avila  e di san Giovanni della Croce, esposta nella Regola di Vita del Terz'Ordine Secolare dei carmelitani scalzi?”. Il sì di Aldo si staglia forte e deciso.

            Terminato il rito della Promessa, don Antonio si appresta a benedire il santo scapolare come segno di amore e di protezione e chiede il dono della perseveranza nella grazia di Dio fino alla morte, per intercessione della Beata  Vergine Maria del Monte Carmelo. Glielo impone aiutato da mamma Lorenza.  

            E’ facile intuire i sentimenti e le emozioni, soprattutto di Aldo. La gioia e il  ricordo di quel momento lo accompagneranno per tutta la vita. Ora è divenuto un figlio dell'Ordine Secolare della Vergine del Carmelo. Ora non è più Aldo Brienza, ma Fra Giuseppe di Maria Santissima Addolorata e come tale partecipa dei tesori spirituali di uno dei più prestigiosi Ordini religiosi della Chiesa.

            Il Vescovo, inizia la santa Messa. La Comunione è il momento più intenso di raccoglimento e di gratitudine. Insieme a lui fa la sua prima Comunione il piccolo Manfredi. Tutta la famiglia è in festa.

 

            A tre giorni di distanza dalla cerimonia, Aldo, ancora traboccante di gioia, informa Padre Giovan Battista dell'avvenuta cerimonia: “Padre, unisco alla mia un'immaginetta ricordo del  felicissimo giorno  della mia vestizione e della mia Cresima nel  bel giorno dell'Annunciazione  di Maria Santissima. Non so descrivere la mia gioia. I miei dolori, aumentati e resi più acuti, sono tanti fiori che offro continuamente alla Vergine del Carmelo e mi rallegro che le sofferenze non  danno tregua al mio corpo, che deforme e straziato,  offro  a Colui che me ne ha fatto gradito dono” (14).

            Sul retro dell’immaginetta ricordo della sua vestizione religiosa, rivolgendosi alla Madre del Carmelo, riporta la seguente preghiera: “A te Vergine benedetta del Carmelo offro l’anima mia, la mia giovinezza, il mio cuore e tutto me stesso. E tu, Madre benedetta, fanne dono al tuo Divin Figliuolo, affinché la mia vita e la mia morte, siano un olocausto di fede ardente e di amore alla croce”. (14 nota)

           

 

APOSTOLATO

            Con l’entrata nell’Ordine comincia per Aldo il suo nuovo apostolato. Far conoscere e far vivere il Carmelo anche da altri. Subito dopo la sua vestizione chiede la delega per la vestizione di una persona sofferente come lui. Seguiranno nel tempo tante richieste per persone anche sane e molte anche giovani come lui. Si interesserà per ottenere quanto necessario per l’ammissione. Creerà un vero e proprio Terz’Ordine che seguirà personalmente. Non ci sono Carmelitani vicino che possano dargli una mano. Senza ufficialità ne diverrà il direttore spirituale. A tutti offrirà ciò che assimila dalla lettura delle vite dei santi carmelitani. Anche qualche sacerdote ne diverrà membro.

            Al suo letto ormai è una processione di gente. Poche parole. Uno sguardo intenso. Ascolta e discretamente suggerisce o annuisce semplicemente, con il suo consueto movimento del capo, alle domande che gli vengono poste. Quasi sempre sono gli stessi visitatori che intuiscono le sue risposte: ne chiedono solo la conferma.

            Comincia anche l’apostolato scritto. Con coloro che non possono venire a trovarlo, ci sono le lettere. Tante lettere.

 

            Prima di inoltrarci nella corrispondenza, facciamo una parentesi per descrivere, sempre prendendo da Aldo le notizie, la situazione particolare della guerra che si stava vivendo in Italia, vista da lui. Siamo nel 1943.

            Le vicende belliche avevano coinvolto anche Campobasso. Infatti, dopo l’8 settembre di quell’anno, la guerra colpisce duramente anche il Molise. Dopo i bombardamenti di Isernia, Venafro e Bojano, anche Campobasso è dolorosamente colpita dai bombardamenti alleati: “Qui - informa Aldo - la prima vittima del flagello inesorabile è stato il nostro santo ed amato Vescovo. S'offrì vittima per la salvezza della città; pregava quando una cannonata lo toglieva ai figli suoi e con lui anche una suora”(21). Infatti, Il 10 ottobre 1943, alle 21.00, monsignor Bologna, mentre si trovava  nella cappella  del  Seminario  per le preghiere  della  sera,  una  bomba dell'aviazione  anglo-americana centrava in pieno la cappella  del Seminario vescovile. L'arcivescovo spirava  poco dopo,   alle  22,20,  nel pagliericcio  del piantone della caserma dei carabinieri, ove era stato trasportato per i soccorsi del caso.

            Gli effetti della guerra coinvolgono in qualche modo anche Aldo: “Gesù, leggiamo in una sua lettera a padre Giovan Battista, ha salvato dai tedeschi un mio fratello, non ha fatto subire nessun danno alla mia abitazione pur essendoci scoppiate vicine tre granate.” (21).

            E’ contento per l’evoluzione della guerra, quando la pace sembra vicina. Così gioirà perché il P. Giovan Battista è salvo e prega che presto ci sia pace dappertutto: “Siete salvo Padre! Che Dio sia benedetto. Gesù mio, mio Bene, mio tutto…  calma anche ora lo sdegno giusto dell'Eterno e fa che tutta l'umanità resti sbalordita dal miracoloso ritorno alla pace!” (17)

 

            Racconterà in seguito ciò che gli era capitato nei primi anni della malattia: “Avevo ricevuto la cartolina per la leva militare e dovevo quindi presentarmi in caserma. Non potetti naturalmente presentarmi; qualche giorno dopo vennero i carabinieri a casa mia. Appena entrati nella mia stanza mi intimarono di scendere dal letto e di seguirli in caserma, se non volevo essere denunciato per rifiuto agli obblighi militari. Quei militi insistevano, anche con tono minaccioso. Fu a questo punto che fui costretto a scoprire la coperta che avevo sulle gambe. I carabinieri a tale vista scapparono via esterrefatti e mortificati” (da un racconto fatto ai suoi coetanei).

            Ma anche con i tedeschi l’aveva passata liscia. Dirà che il Signore l’ha salvato dall’ira di un tedesco che per sbaglio stava per ucciderlo. Altro non sappiamo.

 

            Chiusa questa parentesi, riprendiamo a seguire Aldo nella sua missione di offrire a Dio le sue sofferenze a vantaggio dei fratelli.   

            Abbiamo detto che la sua camera stava diventando meta di tanta gente che lo va a trovare. Ne approfitta per fare del bene. Il primo bene è quello di comunicare e rendere partecipi anche gli altri dello spirito del Carmelo del quale è imbevuto. Così oltre ai suoi vecchi compagni di scuola, lo vanno a trovare le ragazze dell’Azione Cattolica. Domanderà per tre di loro l’autorizzazione per essere ammesse nel Terz’Ordine Carmelitano.

            Poi ci sono gli ammalati. Le sue parole sono accettate più facilmente perché vengono da uno che sanno malato più di loro.

 

            Da gennaio 1945 Aldo comincia a scrivere a due ragazze, una è molto malata l’altra le sta vicino, sono, Anna e Wanda. Le conosceva dall’inizio della sua malattia. Venivano spesso a trovarlo e si incoraggiano nell’immolazione per i sacerdoti. Possiamo definirle catechiste, maestre e poi discepole di Aldo. Fanno, insieme ad altri sofferenti, una specie di confraternita, un gruppo di preghiere e di immolazione. Wanda ne è la maestra, ma il vero maestro è Aldo al quale piace chiamarle spesso “Sgabelli di Maria”. Scriverà: “Stimiamoci onorati di essere stati eletti da Maria, per divenire "sgabelli" per il trionfo della sua gloria. Ora lo sgabello sopporta di essere calpestato, non ha alcuna esigenza per sé, sta sotto i piedi di tutti”(331).

            Con loro si stabilisce anche per lettera un rapporto intenso di comunione nella sofferenza.  Anna si aggrava proprio quell’anno. Aldo è loro vicino  e quasi settimanalmente soffia sul loro dolore quel conforto che le aiuterà ad andare avanti. Ad Anna servirà anche per affrontare serenamente la fine della vita terrena.

            Le lettere sono una iniezione di coraggio continua. Espone più volte la finalità del dolore accettato e offerto. Insiste molto sulla gioia con cui si deve soffrire. Le lettere sono un manuale di vita per chi non sta bene. Sono una fonte di meditazioni sul valore della sofferenza.

            Aldo non si atteggia a predicatore. Parla di sé, di ciò che sperimenta sulla sua pelle per incoraggiare le “sorelline”, come le chiama spesso.  A volte lo fa anche in modo giocoso per sdrammatizzare le situazioni. Un esempio è il biglietto che invia loro ad aprile di quell’anno:

Ave Maria!

                 Il consiglio generalizio della Pia Congregazione degli sciancati rende noto che l’Ill.ma Sign.ra Wanda Di Lauro, Presidente parrocchiale delegata diocesana della G. F. di A. C. è stata nominata infermiera perpetua di detta Compagnia.

Il Superiore. Aldo Brienza

 La Maestra: Rosalia Rumorino.

    Dato in Cbasso lì 5.4.1945 presso la Rev.da Casa Madre e Generalizia della Pia Congregazione degli sciancati” (42).

            Una volta, dopo qualche tempo di silenzio di Anna, a causa del male che la opprime, scrive lamentando il silenzio in modo ugualmente scherzoso: “io ospedale ambulante e vivente con una sola mano abile ti ho scritto e ti scrivo e tu, con due mani e con due zampe a tua disposizione ancora non ti fai viva nemmeno a mezzo della tua sacerdotessa” (43). La sacerdotessa in questo caso è Wanda.

            Un’altra volta alla stessa Anna per il silenzio di Wanda scrive: “Wanda è ancora nel numero dei vivi, non ne sento parlare da nessuno e temo ci abbia preceduti nell’oltretomba, se è in vita dalle i miei saluti, se è nel regno dei trapassati fammelo sapere così adempirò al mio dovere. Tre Requiem bastano?” (41). E fresca dell’entusiasmo per lo spirito carmelitano, scherza con la “cara sorellina” che è invece imbevuta di spirito francescano: “che lo spirito dei Francescani era spirito di letizia lo sapevo, che la letizia arrivasse a tanto lo ignoravo proprio! Debbo confessarti però che il nostro è superiore al vostro. Il nostro doppio spirito è: “preghiera e penitenza”. E poi Carmelitano è sinonimo di vittima, Francescano sai dirmi di chi è sinonimo? Cambio discorso per paura di vedere tutti i Francescani dar di piglio ai loro cordoni e scaraventarmisi addosso” (30/b). Viene da pensare che Aldo stia bene vista tutta questa voglia di scherzare. Invece soffre sempre tanto. Più volte ne descrive qualcosa anche a loro. Con altri è più discreto, ma sa che parlando dei suoi dolori lenisce quelli delle “sorelline”.  Spesso nelle lettere con loro si firma: “Giuseppe o Aldo dell’Addolorata” oppure “Crocifisso dell’Addolorata”. Qualche lettera la scrive e firma come se fosse di Gesù. Comunica loro ciò che sente venire da Gesù per lui.

            Però, dallo scherzo passa subito a considerazioni più serie. E’ come se aprisse improvvisamente lo scrigno della sua anima e prendere e offrire a quelle sue compagne di sofferenza il tesoro dei suoi non solo pensieri, ma atteggiamenti di vita. Aggiunge: “Anna, se il cammino è angusto, il sentiero difficile e sdruccioloso, i pericoli innumerevoli, guardiamo incessantemente Colui che è Via, Verità e Vita. Consideriamo quello che Lui ha fatto, quello che Lui ha sofferto ed allora i Suoi dolori saranno il nostro sollievo, la Sua debolezza, la nostra forza, i Suoi meriti, la nostra ricchezza, la Sua pazienza e la Sua rassegnazione il nostro modello. Gesù per primo ha voluto entrare nella via regia della Croce per appianarci le difficoltà e dissiparci i timori. Dietro a Lui viene Maria Addolorata nostra Madre, poi vengono i Santi nostri protettori e nostri amici. Dunque con Essi segniamo le tracce del Sangue Divino e con Essi giungeremo al termine desiderato. Anna, abbracciamo la Croce di Gesù, prendiamola con intero abbandono, stringiamola con amore al nostro cuore, portiamola ovunque, preferiamola a tutte le cose in modo che l’amore di Gesù e la Sua Croce, formino tutta la nostra felicità”.

            Naturalmente il suo sguardo, e vuole anche quello loro, deve mirate a quel “termine desiderato” che è l’incontro definitivo con Gesù risorto nel suo Regno.

 

            Dopo cinque mesi d'agonia e dopo un inutile intervento chirurgico, Anna vola al cielo, perfettamente lucida. E’ un’anima bella e gentile, che  si è consumata nella lode al Signore e nel servizio, prima ai numerosissimi fratelli di sangue e poi a quelli nella fede. Il giorno seguente il corteo funebre muove da casa Fiorilli, e senza che nessuno sollevi obiezioni di sorta al desiderio del giovane discepolo di salutare per l’ultima volta la cara “sorellina”, si dirige in Cattedrale attraversando non il corso, come al solito, ma via Elena e poi piazza Cuoco, sulla quale si affaccia la finestra della camera di Aldo. E da dietro ai vetri della finestra Aldo, agitando il fazzoletto bianco, che ha tra le mani, saluta la maestra, l’amica e la sorella che passa; quel fazzoletto bianco, che sventola al cielo, sembra dirle: aspettami, presto sarò anch’io lassù in Paradiso con te.

 

            Prima di andare avanti riportiamo uno stralcio delle lettere scritte a quest’anima eletta.

Quando viene a sapere che le sofferenze di Anna sono aumentate: “sei proprio sulla croce con Gesù! Beata te che sei fatta segno delle divine predilezioni” (38).

            Pensa ai religiosi poco religiosi: “Quanto è bello soffrire per Gesù, potergli offrire qualche cosa per le Mani di Maria Addolorata, poterlo consolare di tutti gli oltraggi che riceve continuamente anche da chi per la sua vocazione dovrebbe consolarlo” (37).

            E’ un crescendo di entusiasmo, quasi euforia: “Mie care sorelline, amiamo, amiamo ma amiamo tanto che l’Eterno Padre volgendo a noi il Suo sguardo Divino possa dire: Ecco i miei figli diletti nei quali ho riposto le mie compiacenze!  Oh! se il mondo comprendesse cosa vuol dire amare soffrendo Gesù. State sicure che si farebbe a gara a chi potrebbe procurarsi più sofferenze; oggi ho una grande voglia, sapete quale: quella di gridare tanto forte ma tanto forte che tutto il mondo dovrebbe udirlo: Gesù è amore, amatelo, amatelo, santificatevi nella verità. Sorelline mie smetto di scrivere per paura di perdere le staffe. Anna, soffri con gioia, soffri con Gesù e con Lui godrai in questa e nell’altra vita” (37).

            In questa la gioia è avvolta nel dolore, nell’altra sarà piena. Comunque sempre gioia, gioia, gioia. Ma come goderne? Bisogna guardare in alto: “Cara sorellina dato che in Paradiso ci si nutre della Volontà Divina trasformiamo il nostro esilio terreno in un lembo di Paradiso. Come fare? Basta abbandonarci al Divin Beneplacito, basta scorgerlo sempre negli avvenimenti, nelle sofferenze fisiche o morali, nei casi imprevisti, ecc. Se vuoi così faremo, bandiremo dalla nostra vita ogni sofferenza e vivremo in Paradiso anticipato” (43).

            Sono espressioni che fanno intuire ciò che Aldo già gode.

           

            Quando la salute glielo permette, dunque, scrive. Scrive molto. Ci sono, però, dei periodi di vuoto epistolare. Egli stesso li giustifica appena può. Dipende dal riacutizzarsi del male o l’insorgere di nuove complicazioni.

            Privilegiate dei suoi scritti sono le suore. Prime fra tutte sono quelle dei monasteri carmelitani. Roma, Firenze, Loreto, Bari, Gallipoli, Pescara. Poi ci sono le Domenicane, le Benedettine, le Clarisse. Le suore di Cassino, di Fabriano, di Ripatransone. E molte altre che non siamo riusciti a scoprire. Chi gli scrive riceve sempre una risposta. I riscontri sono sempre densi di suggerimento ed elevazioni spirituali.

 

            Qualche volta appare anche severo: “Sono veramente virtuose le monache a sopportarla ancora, io l’avrei da tanto mandata via perché ha un caratteraccio superbo ed irriducibile” (630).

            Non fa complimenti nell’esprimere i suoi giudizi: “fatti e non parole!  Ho letto la sua lettera circolare, troppe belle parole incoerenti col suo modo di agire. Per il suo bene e per evitarle atti di superbia le consiglio di rassegnare le dimissioni da zelatrice”(811).

            Commentando ancora il troppo dire:Forse oggi le “teologie”, i “discorsi su Dio”, per quanto importanti, non bastano più. Ci vogliono esistenze che gridano silenziosamente il primato di Dio. Ci vogliono uomini che trattano il Signore da Signore, che si spendano nella sua adorazione, che affondano nel suo mistero, sotto il segno della gratuità e senza umano compenso per attestare che egli è l'Assoluto”(962)..

 

            Un posto eminente ce l’hanno le lettere ai Padri spirituali. Sono un po’ tutti i sacerdoti che incontra E’ solo con loro che si ferma a descrivere il suo doppio cammino, quello dello spirito, che avanza nell’unione con Dio, e quello del male, che avanza ugualmente consumando il suo corpo. Naturalmente, come già detto, gli accenni alla salute fisica sono fugaci. Giusto per rispondere educatamente alle loro domande, o semplicemente per mettere la cornice all’immolazione che descrive.

            Può fare impressione, a noi che leggiamo di seguito, nelle sue missive la ripetizione di certi concetti, ma pensiamo che sono diluiti in cinquant’anni. Se si seguono in forma cronologica si vede anche come il suo cammino spirituale lentamente avanza.

            Da buon carmelitano riporta la sua “salita” al Monte Carmelo, comunicandola quasi per farvi partecipare chi lo legge. San Giovanni della Croce ne aveva fatto un tracciato. Era quello del nulla, nulla, nulla. Aldo lo percorre, salendone faticosamente la strada piena di dolori fisici e spirituali.

 

            Quando don Antonio Picciano, il suo “caro Padrino”, deve lasciare definitivamente Campobasso perché nominato parroco della Cattedrale di Boiano (1945), continua il suo rapporto con Aldo attraverso una intensa corrispondenza. Ma già dal 1943 abbiamo preziose lettere che Aldo gli scrive perché lontano. Infatti, gli era stata affidata la cura di San Polo Matese. Fu proprio quell’anno che ricevette la delega per accettare nel Terz’Ordine Carmelitano Aldo. Quel giorno gli farà anche da padrino alla Cresima. Per questo si rivolgerà a lui chiamandolo sempre “padrino”.

            La prima lettera è scritta a settembre del 1943. Conosceva Aldo dall’inizio della sua malattia, quando era ancora seminarista. Aldo gli scrive dandogli notizie non su se stesso, ma sulla situazione ancora precaria della sua città che aspetta di essere occupata dalle forze alleate. Dopo i bombardamenti che hanno vista illesa la sua casa dice che non è capitato “nessun avvenimento degno di rilievo”. Ma di rilievo ci sono le “offese al Cuore Immacolato e materno di Maria”. Cosa che ripeterà nelle lettere seguenti. E’ l’inizio della manifestazione del suo desiderio di offrirsi vittima per riparare i peccati. Questa offerta col tempo prenderà una ben più definita direzione. Sempre riparazione, ma unita alla santificazione che chiede per i sacerdoti.       

            Purtroppo la pace porta una dilagante immoralità. Dice: “Ogni cuore è inquieto, perché alla strage che strazia l’umanità  si unisce una immoralità che fa venire i brividi e fino alle mie orecchie che godono il silenzio della mia stanza, testimoni di sei anni di prigionia, giunge l’eco dei mille oltraggi ai Cuori S.S. di Gesù e Maria” Poi si compiace e ringrazia il Signore, perchè è stata ottenuta “la grazia invocata dal Santo Padre di lasciare illesa la Roma santificata dalla presenza del Sommo Pontefice”(20).

 

            E’ Carmelitano. Ci tiene a firmarsi con il suo nuovo nome: “Fra Giuseppe dell’Addolorata”. Dovrà, però, aspettare due anni per emettere i primi voti come Terziario. L’attesa, il desiderio crescente di donarsi a Dio, gli fanno maturare altri pensieri.

            La vigilia della festa della Madonna del Carmine seguente, a poco più di un anno dalla vestizione dello Scapolare, nel solito eloquio diretto e chiaro, a padre Giovan Battista scrive: “Vi chiedo di essere ammesso nell'Ordine carmelitano come vero religioso del Primo Ordine con la facoltà di fare la professione solenne come i chierici carmelitani coristi. Padre non negatemi questa carità, appagate l’ardente mia brama di vestire le sacre divise del Primo Ordine; pensate che sono un essere che mai potrà guarire e che deve passare la sua vita mortale sempre inchiodato in un letto di dolore" (21). Crediamo a questo punto che non faccia più illusioni sulla sua guarigione.

            Qualche mese dopo chiede: "Mi piacerebbe avere il libro delle Regole e Costituzioni del Primo Ordine. Me  le darete?”(23). E di nuovo, in modo esplicito, nel dicembre dello stesso anno 1944, torna sull'argomento:"Riguardo alla professione del Primo Ordine che mi dite? Vi prego, accontentatemi"(30). Intanto si prepara a fare tutto come se lo avesse ottenuto:  "Padre, desidero un breviario secondo il calendario carmelitano"(36).

            Non sappiamo quali siano le ragioni che lo spingono a chiedere con tanta insistenza di appartenere al Prim’Ordine. Non possiamo escludere che tra le ragioni per essere ammesso “nel Carmelo teresiano come vero religioso del Primo Ordine”, vi sia un intervento diretto della Madre del Signore. Non a caso queste reiterate richieste cominciano proprio la vigilia della festa della Madonna del Carmine. Ma non tutto sappiamo del suo intimo rapporto con la Madre del Signore.

            Se questa grazia ritarda, Aldo non si ferma nella sua offerta a Dio. Ottiene (6 gennaio 1945) dal confessore il permesso di potersi offrire “vittima per la santificazione dei sacerdoti”(17). Preferirà la parola “di giustizia”, perché gli sta a cuore la riparazione. Ma è l’amore che lo spinge, lo divora. Sa che i sacerdoti sono le persone più atte a far amare Dio. Più lo amano e più riusciranno a farlo amare. Probabilmente vede intorno a sé qualche tentennamento in questo amore. Ne soffre e vorrebbe rianimarlo. Intanto pensa a ripararlo. Il Signore accetta questa sua offerta.

            Con il passare del tempo, le terribili sofferenze si intensificano a ritmo crescente. Alle sofferenze fisiche ora si aggiungono quelle dello spirito. “Dal gennaio 1945, confida al padre spirituale, dopo la  mia  offerta alla divina giustizia, per la santa causa del sacerdozio cattolico, è incominciato per me un periodo di aridità, di sofferenze spirituali, di dubbi, angustie, che mi fanno orribilmente soffrire”(85).

 

PRIMI VOTI

 

            Aveva chiesto nel frattempo di poter emettere la professione nel Terz’Ordine, ma le ultime vicende belliche ritardano la risposta. Il 13 marzo del 1945, a due anni esatti dalla vestizione religiosa, con indescrivibile serenità interiore, scrive a P. Giovan Battista: "Ancora non mi è dato di fare la professione religiosa, Dio ha voluto così: sia benedetto il suo santo nome". Non ho nessuna ragione di lamentarmi, mentre ne ho tante, invece, per ringraziare il Signore: fiat, fiat, amen sempre con gioia” (36). Aveva infatti scritto in precedenza: “Appena il mio Padrino sarà più libero dalle sue occupazioni inerenti al suo ufficio di Arciprete farò la professione e vi manderò l'attestato” (30).

            Dovrà aspettare ancora un anno. Alla fine quel giorno arriverà. Sarà anche il giorno del commiato definitivo da Don Antonio, che, ormai Parroco di Boiano, non potrà più seguirlo spiritualmente, perchè troppo impegnato nella sua parrocchia. Sarà l’ultimo atto di affetto e di guida spirituale.

            Il 26 marzo del 1946, in casa Brienza, vi è un'insolita atmosfera di festa e di gioia. Tutto è pronto per la celebrazione della Santa Messa e per la professione di Aldo. La sua commozione e la gioia sono inesprimibili. Sta per realizzarsi una tappa importante della sua vita: una tappa che l'avvicina ancora di più al traguardo che la "Mamma celeste” gli ha indicato alcuni anni addietro.     Circondato dall'affetto dei cari, degli amici e, siamo certi dalla presenza dei Santi Patroni del Carmelo e della stessa "Mamma celeste”, nelle mani del sacerdote amico, quale rappresentante delegato del Carmelo teresiano, con voce rotta dalla commozione e dalla gioia, legge la formula della professione, legandosi definitivamente all'Ordine della Regina del Carmelo.  E il buon don Antonio, nel nome del Signore e del Carmelo teresiano, accoglie con gioia il pio voto di Fra Giuseppe dell'Addolorata, Terziario carmelitano.

            Insistiamo sulla parola gioia, perchè l’atmosfera che si respira intorno al suo letto e alla sua vita, non appaia triste, nera. Basterebbe leggere le sue lettere, ma non possiamo che riportarne dei piccoli brani. Basterebbe affacciarsi nella sua camera, ma ormai è vuota… Il suo letto è sì la croce sulla quale lentamente è crocefisso, ma nel suo aspetto sembra già di vedere la gioia della risurrezione. In croce, ma trionfante, come Gesù.

 

            Il giorno seguente, Aldo, ancora vibrante di gioia, per l’avvenuta professione religiosa, invia a padre Giovan Battista il ricordino e l'attestato della professione e lo mette al corrente di quanto avvenuto: "Padre, ho il piacere di comunicarvi che ieri, 26 marzo (1946), ho fatto la professione del Terz’Ordine ed il mio nome s'è stretto in vincolo d'immenso amore alla SS. Madre del Carmelo. Sono felice, Padre, ho tutto con me. Che può desiderare di più un cuore che si sente stretto alla Celeste Regina della misericordia? Nella mia stanzetta il mio padrino di cresima, Rev.do Don Antonio Picciano celebrò la Santa Messa, mi fece partecipe della sacra mensa, mi disse parole sublimi che penetrarono il cuore e benedisse ogni mia intenzione. La felicità mia fu tanto grande, che mi fa conservare ancora davanti agli occhi la dolce visione dell'Ostia divina e nel cuore profonda riconoscenza a Gesù, a voi mio buon Padre ed a quanti hanno contribuito a tanta gioia spirituale. Padre, rammentatemi nelle preghiere e dite al buon Gesù che sempre mi tenga a sé unito sulla Croce e sull'altare fino al giorno benedetto che sarò chiamato dal suo divin Padre" (75).

 

            Intanto nel mondo s'annuncia una primavera assai diversa da quella degli anni precedenti. La vita torna, sia pure gradualmente, alla normalità. Dell’atmosfera cupa degli anni di guerra resta ancora qualche traccia, ma solo nei ricordi. A Campobasso, come in tutta Italia, la dialettica politica, spentasi di fatto per molti anni, torna ad accendere gli animi. In gioco è il destino di una nazione che vuole rinascere, che vuole chiudere definitivamente i conti con il suo passato recente disseminato di lutti, distruzioni e tragedie. Anche le associazioni religiose riprendono le loro ordinarie attività. La casa di Fra Giuseppe torna ad essere frequentata giornalmente da tanti giovani.

            Aldo ne approfitta per lanciare i suoi messaggi sulla sofferenza accettata per amore del Signore. Anche l’attualità fa  parte delle loro discussioni. La politica invade tutti i campi. Aldo non ne è esente e partecipa come può secondo le direttive della Chiesa

            Il 2 giugno 1946 si reca alle urne accompagnato dai suoi giovani amici. Non avendo un lettino da trasporto adatto ai malati allettati, viene utilizzata una branda a molle. E così, sobbalzando ad ogni sconnessione del manto stradale, adempie il suo dovere di cittadino. La notte seguente è per lui una delle tante notti in cui il pensiero della fine imminente è  dominante. Ma Dio ha disposto diversamente. “La mattina seguente, racconta una suora che l’assisteva, seppi della terribile notte trascorsa da Aldo e subito andai da lui. Aldo, come stai?, gli chiesi. E lui, sorridente come sempre, rispose: Bene grazie. Ma ho saputo, replicò la giovane amica, che sei stato male questa notte. E lui, come se nulla fosse successo, rispose: Hanno lasciato i fiori nella stanza. Non aggiunse altro”. Della sua sofferenza, commenta, non amava parlare, anzi posso attestare di non essermi mai accorta, nelle tante visite fattegli, di trovarmi dinanzi una persona tanto sofferente da essere divenuta un enigma per la stessa medicina ufficiale"[1].

            Fra Giuseppe si recherà alle urne anche il 18 aprile del 1948. Assolverà a questo dovere fin quanto potrà.  In seguito le difficoltà aumentano. Infatti per le elezioni politiche del 7 giugno 1953 scriverà al direttore spirituale don Ruccia: E’ proprio necessario che io vada a votare? Mi sento tanto stanco e tanto male, non c’è una parte del mio corpo che non soffre. Se il buon Dio non mi aiuta, non so come farò a tirare innanzi; ma ho tanta fiducia. Non ho paura di soffrire, temo solo di essere in disgrazia di Dio” (377).

 

            Un altro tragico evento prova il nostro Aldo. Padre Giovan Battista, il primo interlocutore, il religioso che formalmente lo ha accolto nella fraternità carmelitana, il 27 agosto del 1946 ha perso la vita in un incidente stradale, insieme con il Padre Generale e il Provinciale del Texas.

            Oltre all’assenza di Don Antonio ora gli viene a mancare anche quella relazione spirituale che lo aveva nutrito dai primi anni del suo calvario.

            Ne è addolorato, ma la divina provvidenza interviene per mezzo di Santa Teresa d’Avila. Così narra il suo nuovo direttore spirituale, svelando un segreto che aveva sempre tenuto nascosto:

“l'apparizione ad Aldo di  santa Teresa di Gesù che gli parlò: Guarda quel sacerdote che passa, è lui il tuo confessore, mandalo a chiamare e parla con lui”.

            Apparizione o locuzione, non sappiamo, rivelata a Don Michele.

            Era lui: “Passavo ogni mattina alle 6.45 in  piazza Cuoco, partendo  dal Seminario per andare a celebrare al convitto “Giovanni Speranza” in  viale Regina Elena. Dal suo letto …  mi vedeva passare ogni giorno” (dal Manoscritto del 1999  di don  Michele Ruccia).

            Chi è questa nuova guida spirituale che  Santa Madre Teresa ha voluto prudente, di buon criterio e di esperienza, ma anche ben introdotta nella spiritualità carmelitana?.

            E’ un  giovane prete pugliese, arrivato a Campobasso alcuni anni addietro con monsignor Romita. Si chiama Don Michele Ruccia. In realtà Aldo conosce già il suo futuro padre  spirituale. Don  Ruccia,  tra  la primavera e  l'autunno  del 1944, in sostituzione di don Antonio Picciano, sempre più impegnato allora a San Polo Matese, si era recato in casa Brienza, sia pure sporadicamente,  per comunicarlo.

            Comincia così con Aldo un rapporto spirituale che ci guiderà nel continuare il racconto della sua vita. Mentre di lettere di un certo rilievo indirizzate a Don Antonio ne conserviamo una decina, quelle con Don Michele sono più di cento. Anche quando la sua direzione spirituale sarà presa da Don Michelino, con Don Michele manterrà il suo rapporto epistolare raccontando soprattutto la luce che riceve a proposito della sua piccolezza e debolezza di fronte alla bontà di Dio. Questa relazione durerà fino alla vigilia della morte.

            Le lettere indirizzate a P. Valentino, una cinquantina, lo portano pian piano a manifestare al buon Padre Carmelitano le sue grazie mistiche che, a volte, potremmo chiamare anche estasi. Così anche con lui riprende ciò che aveva iniziato con P. Giovan Battista.

           

            Diamo ora uno scorcio a queste lettere. Per non appesantirne la lettura eviteremo ogni volta di citare il nome di coloro a cui sono indirizzate.

 

            Il primo suo interlocutore per scritto era stato, dunque, P. Giovan Battista. A lui aveva mandato all’inizio, una breve relazione sul suo stato di salute: “Le mie condizioni di salute sono sempre le stesse, però il mio spirito è sempre sereno. Padre, le pene non mi sgomentano, le piaghe sono nel corpo e non nell'anima. Sia benedetto Colui che mi ha elargito un dono così prezioso” (16).

            Con lui tratta, come suo superiore nel Carmelo, descrivendo i suoi atti di generosità verso il Signore e i suoi sacerdoti: “Come mio superiore - scrive - vi faccio noto che nella festa dell'Epifania ho emesso, con il consenso del mio direttore, il voto di vittima per la santificazione dei sacerdoti”. E aggiunge: “Come è buono Gesù con me, non mi ha dato di essere sacerdote e mi ha chiamato ad una sublime missione quale è quella delle ostie sacerdotali. Sì, mio buon Padre, la mia missione è offrire e soffrire per ottenere al mondo sacerdoti santi e santificatori”(36).

            Ora dovrà scrivere a un altro. Continuerà a rivolgersi alla Casa Generalizia per chiedere libri. Sono i santi carmelitani, i loro scritti, la loro spiritualità di cui è assetato. Appena sente che ne è uscito uno, lo chiede. Non esiste un religioso sugli altari del quale non conosca l’anima. Abbiamo accennato a Santa Teresa di Gesù Bambino e ai due santi riformatori del Carmelo, Teresa d’Avila e Giovanni della Croce. Seguono la Beata Elisabetta della Santissima Trinità, Santa Teresa Margherita Redi, oltre a santa Maria Maddalena de’ Pazzi e anche altri santi precedenti la riforma teresiana.. Non mancherà l’interesse per gli ultimi come Edith Stein e Teresa de los Andes. Anche i venerabili o quelli morti in concetto di santità lo attirano. Non è curiosità, ma desiderio di conoscere per imitare.

            Spesso nelle sue lettere cita delle espressioni, o addirittura delle intere pagine, di questi maestri della sua anima. Molte volte fa sue le loro aspirazioni di amore e di immolazione.

            Quasi tutte le lettere, escluse quelle che trattano solamente l’acquisto di oggetti religiosi, sono dei capolavori di riflessioni utili per la meditazione.

           

            Lentamente, come già detto, prende confidenza con i nuovi padri spirituali. Per lettera con il P. Valentino, che morirà tre mesi prima di lui, solo a voce con Don Michelino Fratianni, che lo accompagnerà fino all’ultimo respiro. Con Don Michele Ruccia il rapporto vocale si trasformerà esclusivamente in quello epistolare che sarà portato avanti fino al 1954 ininterrottamente, poi con dei lunghi intervalli riprenderà ancora, fino a concludersi, dopo qualche anno, quasi definitivamente. Non sappiamo se realmente non ci siano più stati scritti, oppure siano andati smarriti. Sembra più valida questa ultima ipotesi perché il discorso ripreso dopo anni, dal contesto, sembra non essere stato mai interrotto.

            Scrive anche a P. Vincenzo che fa parte del Consiglio Generale.

            Una nutrita corrispondenza intercorre con le Suore, sia Carmelitane che di altri Istituti. La più intensa sarà con il Monastero di Firenze.

            Tra i laici privilegiano la sua attenzione gli ammalati. Alcuni soffrono nel corpo. Altri nello spirito. I casi poi di depressione sono innumerevoli. Nelle lettere c’è solo qualche accenno. Dal 1957 a fianco al suo letto c’è il telefono e quelli di casa testimoniano che spesso riceve telefonate anche di notte. Alcune vengono dall’estero e si possono giustificare con i fusi orari differenti. Altre sono di persone che hanno dei problemi, oltre che spirituali, spesso psichici.

            Sembra che Aldo non dorma mai. Sempre pronto a rispondere per non disturbare i familiari.

            Alle due di notte il telefono squilla per chiedere aiuto per un dolore alla gamba! Aldo sorride.

 

            Non parla mai della sua malattia o di altri malesseri che gli capitano. Alla domanda: “come stai?” Risponde, quasi soffiando: “Bene! bene!”

            Per lettera invece accenna al suo stato di salute. Ma, come già detto, lo fa con i suoi Padri spirituali. Spesso troviamo delle frasi come questa: “non so se sbaglio, ma sento che è tempo oramai di prepararmi a ben morire” (217). Oppure, quando la crisi è passata, scrive che tutti credevano che fosse proprio la sua fine. Ovviamente questo argomento è sempre legato al ringraziamento o offerta al Signore.

 

 

            Nelle lettere ai suoi Padri spirituali spesso fa delle confidenze sulla vita di persone che lo vanno a trovare. Non per lamentarsene, ma per chiedere preghiere. Lo fa sempre con molta discrezione, cercando di evitare l’identificazione delle persone di cui tratta. Riesce a veder più di quanto appare. Soffre per loro. Si meraviglia di certi atteggiamenti. Non rimprovera. La sua disapprovazione la si legge negli occhi. Quel suo silenzio e quello sguardo profondo gli fanno acquistare una serietà che colpisce. Se la cosa non va, tace. Al massimo un leggero dondolio del capo dice tutto.

            Poi per scritto si sfoga: “Quanto male mi ha fatto il sentire un sacerdote religioso che s’augurava un’attività ancora più dinamica….  Non s’accorgono che attraverso la frenesia dell’attività che li strugge e non li sazia essi sentono un vuoto, una insoddisfazione che altro non è se non l’anelito dell’Assoluto? … Perché abbandonare l’intima unione con Dio, rinunciare alla contemplazione per gettarsi delusi nel turbine di un’azione inebriante e vana ed illudersi che nella esteriorità s’uniranno a Dio?” (224).

            Oppure: “soffro per la mania (che si è impossessata di tante anime buone) della eccessiva attività. Troppa azione e poca preghiera, tanto attivismo ma poca vita interiore, eppure un pochino di puro amore è più utile che tutte le altre opere unite insieme”(304).

            Alcune volte la sua preghiera appare un po’ cattivella, per lo meno audace: “stamani al ringraziamento ho visto quanto dispiace a Gesù che alcuni Sacerdoti hanno la motocicletta. Oh, quanto ciò li distrae. Al vedere il dispiacere di Gesù, sentite cosa ho fatto: l’ho pregato che faccia si che ogni qualvolta usano la moto senza necessità li faccia cadere. Ho detto male non è vero? Ho avuto uno zelo troppo spinto, non vi è stata carità e comprensione nella mia preghiera, ma il fatto è che pur riconoscendo la mia mancanza sarei contento se qualcuno, senza male grave, prenda qualche ruzzolone che gli faccia mettere giudizio” (278).

 

            Non manca qualche esplicito rimprovero: “Sorella, non so perché, ma la tua lettera mi ha tanto deluso. Mi aspettavo di leggere tutto il disagio e tutto il rammarico di non poter vivere che di Dio solo, di non poter stare che ai suoi piedi… (265).

            Oppure: “non riesco a comprendere come ti sei fissata che devo essere io a darti il divin Volere. Sei tu e il tuo direttore che dovete decidere…” (229/b).

            Parlando degli allievi ai responsabili di un seminario: “Quanto poco di Dio vi è in loro, non sono sempre mossi dallo spirito di Dio, quanta vana gloria, quante mire umane. Aiutateli, non tralasciate la lettura spirituale in comune…. Con voi portateli alla visita a Gesù Sacramentato. Insegnate loro che è con volontà ferma, decisa e generosa che si custodisce e si fa progredire la vita divina, che … resistendo con tutta generosità in ogni prova interiore ed esterna… si fa crescere Gesù nell’anima nostra” (230).

            Per situazioni scabrose: “Non parlerò, non agirò più, pregherò, mi immolerò, soffrirò, solo Gesù può aggiustare certe tristi situazioni, solo Lui può mutare certi cuori. Mi fido di Lui, trionferà…” (230).

 

            Molte lettere  sono indirizzate a una ragazza, prima postulante, poi monaca, che non ha pace. Entra, esce, gira per diversi monasteri e case religiose. E’ agitata, inquieta. Lo va spesso a trovare. E’ anche invadente con i familiari di Aldo. Quando è lontana si tiene in contatto con lui per posta. Aldo le risponde sempre, consigliando, esortando. Anche con lei a volte è un po’ duro. Ma ci vuole.   La segue quasi giorno per giorno, senza stancarsi. Si immerge nella sua situazione e suggerisce ciò che probabilmente lui stesso avrebbe fatto. La medesima cosa con altre persone che vivono nel mondo.

            Particolare è quella che scrive a un giovane affetto dalla stessa sua malattia (Sergio Spallone). Sarà operato e guarirà completamente. Intanto Aldo lo incoraggia: Fratellino carissimo, lascia che ti chiami così, poiché quaggiù nella carità di Gesù Cristo siamo tutti fratelli. Tu già sai chi sono io, un povero piccolo niente, che come te soffre, insieme a te e per te soffre. Mio caro fratellino, io so il sacrificio che ti costa, negli anni più belli della vita, vederti costretto a letto, io so quanto tu soffri e so cosa vuol dire soffrire e soffrire tanto a 15 anni. Se dopo le tante e gravi sofferenze di quaggiù, io non vedessi una eternità di gaudio e di contento, sarei ben triste pensando alle tue sofferenze, ma siccome io vedo per noi tutti un'eternità di godimento, di riposo e di gioia io ti esorto con tutto il cuore a soffrire e ad accettare con amore qualunque sofferenza Gesù ti manda. Oh! Se sapessi, mio caro Sergio, com'è soave, com'è bello soffrire con Gesù e per Gesù sotto lo sguardo amoroso della Regina dei Martiri.

     Coraggio, fiducia, per un pò di sacrificio una eternità di gaudio. Per un poco di unione dolorosa a Gesù vittima, un'eternità di unione a Gesù glorioso a Gesù trionfante. Gesù ha sofferto per noi  e noi vorremmo amarlo senza bere, parte, del Suo Calice?  Vorremmo nella gloria seguirlo, senza averlo prima seguito nel dolore? Il nostro amore per Gesù, non potrebbe soffrire una simile scelta. Su, Sergio, soffriamo, con Gesù e per Suo amore che con Lui e per Lui, saremo glorificati. Ed ora, caro mio fratellino, ti chiedo una grande carità, qualche tua pena, qualche tua sofferenza, qualche tua preghiera, offrila al Signore per una mia particolare intenzione, debbo ottenere in questi giorni una grande grazia, aiutami, fido tanto nelle tue preghiere e sofferenze. Sergio, amiamo la nostra Mamma Celeste, essa ti porti il mio cuore e ti dica quanto io t'amo.

            Nel Suo Addolorato Cuore tuo aff.mo     Aldo dell'Addolorata” (54)

 

 

 

LE VISITE

 

            Quante persone sono passate a fianco al suo letto? Nessuno ne ha preso nota. Con lui vivono prima i genitori con i fratelli e le sorelle. Ricordiamo che ha due sorelle poco più grandi di lui e gli altri sono nati tutti dopo di lui. La differenza tra l’uno e l’altro è quasi sempre di due anni.

            La sorella più grande, la prima, Clara, è quella che ha vissuto di più al suo fianco         . Racconta che nella mattinata c’era sempre un via vai di gente di ogni condizione, nel pomeriggio aumentava.            Non ha mai rifiutato di accogliere qualcuno. Anche quando stava male, si ricomponeva ed accoglieva tutti col sorriso. Mai un minimo accenno o smorfia per le sofferenze che lo martoriavano continuamente.

            Un nipote racconta che una volta aveva notato entrare nella camera di Aldo una persona con un aspetto molto brutto. Lui era ragazzo e intuendo che quella persona avrebbe potuto fare del male allo zio, entrò e si mise ai piedi del letto. La scena era silenziosa. Nessuna parola. Solo lo sguardo sempre più fosco dell’ospite che sembrava addirittura minaccioso. Aldo fa un cenno col capo al nipote invitandolo a lasciarli soli. Il nipote esce, ma confesserà di rimanere attaccato alla porta per sentire. Nulla, neppure una parole. Dopo una decina di questo tetro silenzio l’ospite con fare furioso, sbattendo quasi la porta esce e se ne va. Aveva, dice sempre il nipote, una faccia tutta rossa, spaventosa. Chi era? Che voleva? Aldo non risponde. Fa quel suo consueto movimento del capo accompagnato dallo sguardo remissivo rivolto al cielo. Sorride.

            Un altro nipote racconta che da bambino non capiva lo zio Aldo cosa avesse. Era sempre così sereno e con i nipoti gioioso, allegro, che gli viene in mente di spiare lo zio. Attraverso la porta semichiusa sbircia quando non c’è nessuno. Niente. Dice che solo qualche rara volta e molto fugacemente lo zio mordeva le labbra coi denti. Anche da solo riusciva a dominare i terribili dolori che lo affliggevano.

            A proposito di visite, Aldo in una lettera accennerà a qualche visita scomoda. Al confessore dirà il disagio che sente interiormente con alcune persone. Propone di correggersi, ma intanto esternamente non appare mia nulla.      

 

            Non sono mancate prove più serie in questo modo di comunicarsi con gli altri. Qualcuna proprio nelle visite che riceveva. Il Signore permetteva anche questo per purificarlo.

            Chi fa il bene la deve pagare: è questa la teoria del maligno. Così gli è capitato di allontanare una persona da una  relazione peccaminosa con un sacerdote”. Questi, però, invece di ravvedersi anche lui, oltre “a tornare alla carica”, vedendosi sempre respinto “ha deciso -dirà in una lettera al suo confessore- di farmela pagare… agirà per calunniarmi”(646).

            Aldo non si lascia intimorire. Domanda come deve comportarsi per evitare, nell’eventuale sua difesa, il danno alla reputazione dell’altra. Cosa deve fare?

            Dopo queste minacce ci sarà l’attacco diretto. Riceverà per molto tempo da quella persona, visite veramente scomode, piene di insulti e cattive parole.

            Possiamo immaginare il turbamento di Aldo. Ma leggiamo come risponde: “ Devo riconoscere che la Madonna mi fa amare sinceramente chi mi fa soffrire. Non solo non serbo rancore, ma voglio per loro tutto il bene possibile e prego che siano ricompensati con grazie celesti, per quanto potranno e diranno per umiliarmi o cagionarmi dolore” (654).

 

            La lotta interiore che sente la confida sempre al padre spirituale per chiederne perdono ed essere illuminato sul da farsi.

            Gli danno fastidio gli elogi. Non ammette minimamente che si parli bene di lui. Capita comunque che qualche persona è imprudente, forse nell’atteggiamento più che nelle parole. Quel senso di ammirazione lo pietrifica. Non parla. Si immobilizza. Racconterà che una volta vanno a fargli visita delle persone da San Giovanni Rotondo. Così descrive l’accaduto: “stamani mi è mancato il coraggio di dirvi che tanta angustia e sofferenza mi ha lasciato la visita delle persone di S. Giovanni Rotondo. Perché? Non so! Ho tanto pregato Gesù a farmelo capire, ma nulla. Sarei contento poter dimenticare quella figura… , è mia abitudine non guardare in viso, ma ieri, proprio per cancellare la triste impressione, alzai gli occhi”. Ne resta ancora più turbato. Turbamento che ancora gli dura. Si scusa: “Mi avevate pregato di <ascoltare benevolmente>, presi alla lettera l’obbedienza, ma… per tutto il tempo che sono restate da me, niente hanno avuto da dirmi… quella figura è qui a darmi dolore; ma soffro con tanta pace. Ditemi: che sarà? Meglio forse sarebbe stato se non fosse venuta a Campobasso” (327).

           

            Su P. Pio c’è un avvenimento curioso. Una visita veramente bella. E’ quella di un personaggio misterioso. Sentiamo la sua descrizione, fatta a Don Michele a giugno del 1948: “Sentite ciò che mi capitò la settimana scorsa. Venne un uomo che dall’aspetto sembrava un contadino. Appena fu in camera mia incominciò a parlarmi della bellezza del patire e dell’eterna ricompensa, dopo di che mi disse che doveva farmi alcune confidenze e, facendomi capire che era un prediletto del Signore, mi narrò alcune sue pene ed alcune sue gioie, mi parlò di visioni, di rivelazioni e tutto ad un tratto mi disse: ‘Il Signore fra non molto ti chiamerà all’eterna ricompensa’. Di questo non ci feci e non ci faccio caso poiché oramai sono abituato ai verdetti degli altri. Ciò che mi colpì era la maniera con cui quell’uomo parlava, sembrava che era fuori di sé, gli occhi fissi in un punto e diceva parole sì belle e profonde che è difficile trovarle in bocca ad un uomo niente istruito come lui. Di questa persona non posso dirvi nulla. So solo, poiché lui me lo disse, che è di Pietracatella”(115).

            Chi era quell’uomo che si era recato a visitarlo? Con certezza sappiamo che Fra Giuseppe non lo aveva mai visto prima e neanche in famiglia nessuno sa chi è, nessuno lo conosce. Fatte le ricerche a Pietracatella, piccolo borgo di circa 1000 anime, non c’è nessuno che risponda alla descrizione dell’insolito visitatore. Ma era proprio Pietracatella il nome del paese del misterioso personaggio?. Dato che a fra Immacolato non era noto il nome del paese di P. Pio, Pietralcina, e che forse non l’aveva mia sentito dire, si pensa che abbia fatto una certa confusione.

            E’ certo però che P. Pio conosceva Fra Immacolato. Il guardiano dei Cappuccini dove viveva P. Pio, narra che un giorno gli sentì dire: “A Campobasso avete un santo in carne ed ossa”. Essendo anch’egli molisano, incuriosito gli domandò: “Padre chi è questo santo?”. E Padre Pio rispose: “E’ Fra Immacolato e abita nella piazza della stazione”.

 

            La difficoltà che sente a volte di rapportarsi con la gente, la narra al p. spirituale perché vorrebbe correggersi. Si scusa. Il suo rammarico è soprattutto per il fastidio che può dare agli altri.  Don Michele probabilmente gli chiede di essere più aperto, forse di parlare di più. Così gli risponde: “non siete il solo a lagnarvi di ciò, tutti quelli che mi conoscono o direttamente o indirettamente mi hanno fatto la stessa lagnanza. Anche i miei di questo e per questo mi rimproverano, anzi vi dico che alcuni miei parenti hanno la sensazione che io mal li sopporto e, sempre per lo stesso motivo, in alcune circostanze do occasione di farmi giudicare e chiamare ‘zoticone’. Mi accorgo che a volte questa mia abitudine reca vero dispiacere a chi mi avvicina”(171).

            Racconta come una volta una Terziaria carmelitana era rimasta delusa, “avvilita e depressa” per il suo silenzio. Se ne duole. Vuole correggersi e in parte pian piano ci riesce.

            La sua difficoltà all’inizio è per l’altro sesso: “alla luce di Dio ho esaminato quanto stamani mi avete detto. In parte è stato vero perché fino a poco tempo fa quando vedevo qualche persona, specie dell’altro sesso, mi mettevo subito in ‘stato d’allarme’ però dopo parecchi anni ho compreso che con l’intento di far bene mi facevo male, perché era proprio quel prender posizione, che mi cagionava risentimento, avversione ed altro. Ho smesso da un po’ di tempo questo modo di fare e tratto ora tutti con grande semplicità, sforzandomi di farmi tutto a tutti per tutti guadagnare a Cristo. Non son riuscito però a vincere la mia timidezza e credo che non ci riuscirò, essa è nata con me, con me a suo agio si è sviluppata e con me morrà. I miei risentimenti attuali, sono dovuti a un certo non so che, che provo di fronte a gente che vuole per forza agire umanamente, a gente che si  serve di Dio come di uno scudo, per poter così appagare i suoi umani desideri e forse anche le sue passioni, di fronte a gente che ha messo Dio al secondo posto o che non vuole agire bene perché non ha coraggio di impegnarsi nella via della perfezione”(275). Giustifica la sua timidezza: “Bambino, sono cresciuto solo con i nonni; nei pochi anni di adolescenza che ho trascorso in buona salute non ho avuto amici; ora passo la maggior parte dei miei giorni in solitudine. Come vedete tutto ha cooperato e coopera a consolidare sempre più il mio carattere”(171).  Chiede aiuto: “Se dovrò essere, come desidero ardentemente, espansivo con il mio prossimo, dovrete voi insegnarmelo”(171).

            Si dispiace se dà l’impressione che le visite gli rechino disturbo. In passato aveva ringraziato il Signore di averlo liberato da visite importune, ma allora si trattava di gente che definiva “bigotta”, probabilmente esagerata negli atteggiamenti di devozione nei suoi confronti. Infatti diceva: “Oggi più che mai ho compreso quale grazia grande il Signore mi ha concesso nell'allontanarmi dai secolari bigotti, quale insigne favore mi ha elargito nell'isolarmi dalle persone, nel liberarmi dai visitatori. Oh sì, per quanto santi essi siano hanno sempre delle vedute differenti dalle nostre, per quanto miseri noi siamo abbiamo sempre qualcosa da perdere in loro compagnia” (125). Ora invece, dice “se si sapesse quanto sollievo e quanta gioia mi recano alcune visite, quanto bene mi fa, specie in alcuni momenti, l’intrattenermi, sia pure per stare in ascolto con persone che mi comprendono, che stimo, che nutrono la mia fiducia”.

            Il suo desiderio resta sempre: “che chiunque mi avvicini senta, veda in me Gesù e si allontani da me portando con sé squarci di paradiso” (171). 

 

            Naturalmente le visite più accette sono quelle dei sacerdoti. Per loro stravede. Li ascolta incantato se parlano di spiritualità. Quando è nominato un santo si mette in sintonia con chi parla. Fa sue le espressioni di stima che sente. Lui parla poco. E’ l’interlocutore che indovina ciò che direbbe e lui si accontenta di annuire con quel soave leggero movimento della testa e degli occhi. Diventa un dialogo di poche parole ma ricco di espressioni del volto luminoso. I sacerdoti ne escono edificati, estasiati.

 

IL DEMONIO

 

            A proposito di visite, oltre a qualcuna non gradita per i motivi descritti, ci sono quelle terrificanti che non vengono dagli uomini, bensì dallo spirito del male.

            Qualcosa l’ha scritta ai padri spirituali, ma tante non le sapremo mai. Il demonio non lo lascia in pace. L’ha sempre fatto con i santi. Spesso si accanisce presentandogli delle scene terrificanti. Come quella dei topi. Don Michelino ne ha sentito il racconto fatto solo a voce.     Una volta o più volte il demonio l’ha infastidito con una “scorribanda agghiacciante di topi grandi come gatti sul suo letto”. Dice che entravano sotto le coperte e lui non si poteva muovere… Lasciamo l’impressione e la paura a chi legge.

            Per lettera chiede chiarimenti. Il diavolo è chiamato “infernal nemico” o “tentator nemico”. In una lettera domanda se questo tentator nemico poteva anche infierire con percosse. Evidentemente qualcosa di ciò deve anche aver sopportato. Non ne parla.

            Parla invece di altri fatti. Sentiamone il racconto: “Vengo a dirvi - fa sapere al padre spirituale - ciò che mi fa soffrire il tentator nemico. Ha cambiato tattica nel tormentarmi. Da un po' di tempo a questa parte mi rappresenta nell’immaginazione insidie, pericoli, sciagure, peccati. Queste rappresentazioni sono così vive che spesso sussulto e mi atterrisco. Tutto questo non dovrebbe meravigliarmi, me lo devo aspettare. Sentite ciò che mi capitò nel terzo anno di mia infermità (1941). Era l'alba di uno degli ultimi giorni di settembre, tutti di casa dormivano ancora; sento nella sala d'entrata un terribile boato, che ha il caratteristico rombo del tuono che si avvicina, passa per la camera di mamma, arriva sulla porta della mia camera e con lo stesso tremendo boato mi si presenta ai piedi del letto, a una certa distanza, il tentator nemico. Aveva la forma di  un satiro, era color della terra, gli occhi e la bocca aveva color di brace, dimenandosi e digrignando i denti - capivo che non poteva avvicinarmi -  mi disse: Quante te ne vorrei fare, come vorrei tormentarti, ma non mi è concesso. Ciò detto sghignazzando con gran fragore disparve” (200).

            Un’altra volta a proposito di difficoltà di ogni genere che gli capitano domanda: “In un lontano mattino di Settembre il demonio rabbioso e tanto orrendo mi disse: <Se potessi quanto male ti farei>. Cercò di strangolarmi, di farmi male, piegandomi, senza riuscirci, in due. Chissà che non c’è il suo codino?” (501).

           

            Specialmente all’inizio della sua malattia, e perciò della sua immolazione, il demonio si manifesta in forma materiale. In seguito sembra che lo spirito del male lo insidi solo spiritualmente. Non ne siamo certi perché non sempre scrive. Spesso parla e si confessa con i Padri spirituali che lo seguono e delle confessioni non possiamo sapere nulla.

            L’anno 1947 appare l’anno di più intense vessazioni diaboliche. Sono tentazioni di ogni tipo, sono disturbi anche fisici percettibili con i sensi.    

            A volte sono terrificanti: “Questa notte verso l’una ho incominciato ad avvertire la presenza di qualche essere sconosciuto e dopo un po’ ho sentito come un grande peso che mi si posava sulle ginocchia, a me è sembrato questione di momenti, questo non mi ha causato nessun dolore; invece nella notte del 7 febbraio scorso, sentii sollevarmi il letto dalla parte posteriore e contemporaneamente come una morsa che mi stringeva le caviglie, tirandomi le gambe per piegarmi in due. Avvertii un gran dolore sia nelle gambe che nelle anche, che restai privo della voce e non potetti chiamare nessuno in mio aiuto” (103/b).

            Il diavolo se la prende con le immagini sacre. Una volta gli capitò di sentir fastidio per delle visite prolungate. Ascoltando la gente che gli sta intorno non riusciva a stare attento a ciò che dicevano. Gli vengono dei pensieri cattivi sulle medesime persone. Sono impressioni che chiama “giudizi temerari”. Non sa come allontanarli. Capisce che vengono dal “tentator nemico”. Prega e il tentator nemico scappa in modo violento. Eccone la descrizione: “Ed ora eccomi a narrarvi della Madonna. Ieri, nel pomeriggio, verso le ore 3 mi sentivo tanto stanco e tanto avvilito per non riuscire ad allontanare da me alcuni pensieri che potevano generare in vere mancanze di carità ed in giudizi temerari e sentivo il bisogno di rimanere solo e rifugiarmi nella preghiera per cercare un sollievo a tanto tormento. Non lo potevo poiché ero in compagnia e per avere una distrazione dissi a Clara di togliere dai fiori la mortella, mentre essa si avvicinava al comodino, io invocai tanto la Madonnina che mi lasciasse solo, sperando così di poter liberarmi dai cattivi pensieri. Avevo appena finita l'invocazione che vidi la statua fare un semicerchio e cascare a terra. Appena sentii il rumore fui liberato dai cattivi pensieri e pensai che la Madonna aveva ciò permesso per distrarmi e per rimproverarmi di non saper sopportare le lunghe visite e di offendere tanto il Signore. È inutile dirvi che ciò tanto mi ha scosso, ma ciò che mi impressiona è il modo in cui ho visto cadere la Madonna, sembrava proprio che una mano la prendeva nella cintura e la capovolgeva, buttandola a semicerchio a terra” (105).

     Il demonio, vinto e umiliato dalla straordinaria forza d’animo di Aldo, lo lascia in pace. Non per molto, però. Il tempo necessario per escogitare forme più subdole. “Le sensazioni notturne - scrive infatti Aldo qualche mese dopo - son ricominciate, però non con la stessa frequenza di prima, l’intensità è la stessa con la differenza che ora ho l’impressione che da un momento all’altro potrò vederlo” (121). Negli anni successivi scriverà ancora: “Sono ricominciate le visite del nemico, ma come sono differenti. Ora ho la certezza quasi che è il diavolo a starmi vicino. Lo vedo. Oh, i suoi terribili occhi. Li ho fissi nelle pupille, mi seguono, mi spiano, a me sembra che sono lì a ricordarmi che non sono la preda di Dio. Questa volta però non m’incute tanto terrore" (301).

           

      Passano dei periodi abbastanza lunghi di pace, ma il Padre spirituale lo mette in guardia. Il diavolo sarebbe tornato. Magari in forme nuove, ma la tentazione non doveva considerarla finita. Infatti il modo di infastidirlo sarà differente. Saranno gli scrupoli, la paura di essere dannato, di commettere peccato, di sentire Dio non più come amico.

            Scrive in seguito a don Michele Ruccia: “Avevate ben ragione di dirmi che il tentator nemico sarebbe tornato all’assalto, questa volta non gliela vorrei dar per vinta, mi affido alla Vergine Santa e mi rifugio nella preghiera. Credo che i miei interni turbamenti, le mie tendenze a scrupolosi esami, vengono proprio dal demonio, il quale altro non cerca che togliere la pace alle anime” (91). In una lettera seguente aggiunge: “Il tentator nemico è sempre alla carica, anzi ha aggiunto qualche cosa al suo modo di tormentarmi. Oltre ai soliti pensieri e rappresentazioni mi pone in mente dei veri e propri giudizi temerari sul conto di altri, desideri di supremazia e di vendetta (questo non lo so comprendere) e poi sono preso molto spesso da un senso di paura, anzi di terrore. Di chi? Di che cosa? Non lo so; ho solo la sensazione che un essere sconosciuto, a me nocivo, mi è d’intorno. Ciò mi avviene quasi sempre di sera e mi dura per tutta la notte, anzi vi dico che una notte mi sembrò che una mano poderosa, pesantissima mi stringeva la gola. Era impressione? Era suggestione? Non so! Solo vi dico che sentii soffocarmi ed incapace anche di formulare un pensiero” (95).

 

            Questo da parte dell’infernal nemico. Ma quante grazie gli concede il Signore! Ne parleremo più avanti. Ora riprendiamo il discorso sulla sua vita.

 

IN FAMIGLIA
           

            Tutto questo lo abbiamo detto a proposito delle visite che Aldo riceveva. Ma possiamo anche domandarci se Aldo in quei cinquantun’anni di letto sia mai uscito o comunque mosso da quello stare sempre in quella posizione.

            Dalla sorella apprendiamo che, oltre alle necessarie uscite per ricoveri ospedalieri, uscì solamente per partecipare a una grande preghiera in onore della Madonna, quando essendo già infermo da dieci anni, fu invitato a rappresentare i malati a proposito della “Preginatio mariae”. Naturalmente in barella. Così allora scrisse:  “Sabato p.v. con la Peregrinatio Mariae, verrà a Cbasso la nostra  Madonnina Addolorata apparsa 60 anni or sono (22 Marzo) a pochi chilometri dalla nostra città. Fra tutti i programmi ci sarà probabilmente dopo la Messa per ammalati (lunedì p.v.) un’ora di adorazione. L’obbedienza ha dato a me il compito di parlare in Chiesa. Chiedete alla Madonnina che tutto si compia secondo la divina Volontà, che tutto ridondi a gloria di Dio e solo Lui ne sia glorificato”. (106)

            Poi uscì qualche volta per andare a votare, tre volte per andare in pellegrinaggio a Loreto e una volta sola, dopo tanta insistenza, fu trasportato a vedere, ma solo dall’esterno, la casa di Don Michelino, il suo padre spirituale, a Montagano. Non poteva usare la sedia a rotelle. Per cui doveva essere portato in barella. Non riusciva a cambiare la posizione che aveva nel letto. Sempre immobile. Poteva muovere solo la testa e il braccio destro.

            Non si muoveva, ma di gente ne riceveva tanta. A chi lo andava a trovare comunicava pace e amore. Se poi era un sacerdote che poteva celebrare la Messa in camera sua, era una felicità immensa. Chiedeva i debiti permessi e faceva preparare l’altare su un mobile che aveva un comodo piano di fronte al suo letto. Aveva una grande specchiera così dal suo posto poteva vedere il sacerdote non solo di spalle. Hanno celebrato anche Vescovi su quell’altare. Ha ottenuto di far fare la Prima Comunione oltre che al nipotino Manfredi, figlio della sorella, anche al figlio di questo, dopo parecchi anni. Mentre al primo figlio di Manfredi aveva ottenuto di farlo battezzare a fianco al suo letto. D'altronde questo nipote faceva parte della famiglia di Aldo, da bambino dopo il 1946, da quando cioè la mamma, Clara, sorella di Aldo, rimasta vedova con il piccolo si era ritirata a casa dei genitori. Questa sorella sarà preziosissima per l’assistenza ad Aldo.

                       

            Aldo era religioso, frate a tutti gli effetti, diremmo noi. Poteva godere dei privilegi dei Carmelitani Scalzi. Giuridicamente era Carmelitano di voti solenni. Vedremo come riuscì ad ottenere questo eccezionale permesso-dono. Spiritualmente era più che carmelitano. Nutrito dello spirito del Carmelo, lo viveva in pienezza fuori convento. Gli mancava solo la vita comune.

            Viveva in famiglia e la sua santità è consistita nell’applicare lo spirito carmelitano nella vita da laico. Ha vissuto anche nel mondo pienamente. Ha dovuto combattere le tentazioni del mondo non allontanandosene, come è fatto dai religiosi, ma condividendone tempo e spazio.

            Chissà quante volte nel suo intimo avrà desiderato più raccoglimento, più silenzio, più riservatezza. C’è qualche accenno nelle lettere, ma non come lamentela. Al mattino si raccoglieva in preghiera prestissimo, per essere fedele alle prescrizioni dell’Ordine. Non sappiamo quante ore dava al sonno. Quelli di casa non sanno dirlo, perché tutte le volte che per un motivo o per l’altro si affacciavano alla sua camera lo vedevano sveglio. Pregava con la Liturgia delle Ore come i religiosi ed anche quando l’Ufficio Divino, dopo il Concilio, aveva subito delle modifiche che lo accorciavano notevolmente, lui aveva il vecchio Breviario e recitava tutto sempre come prima. E lo recitava in latino.

            Era autodidatta, perché a scuola, nelle prime tre classi della scuola media il latino era quello che era. Da solo aveva preso con questa lingua della Chiesa tanta dimestichezza, non solo da capire, ma anche da dare suggerimenti ai nipoti che lo studiavano. Il Signore certamente in questo lo deve avere molto aiutato. Una grazia di Dio che ha premiato la sua buona volontà.

            Viveva in famiglia e della famiglia aveva anche tutti gli oneri. Quanto aiuto ha dato ai nipotini che crescevano e che venivano da zio Aldo per chiedergli dei suggerimenti nei compiti e nelle ricerche. Li accontentava senza mostrare il minimo fastidio. Anzi era contento. Le ricerche vertevano non solo su argomenti religiosi, ma un po’ su tutto. Aldo leggeva molto e sapeva risolvere tutti i problemi. Il suo forte era naturalmente la fede, la Parola di Dio. Lo sa Manfredi che vinse il Concorso Veritas dell’Azione Cattolica in terza media, grazie all’aiuto dello zio, meritando tre giorni a Roma!

            Al mattino molto presto, ma lui aveva già pregato, venivano per le medicazioni e la sistemazione del letto. All’inizio era assistito da un infermiere e da una suora, ma quando la sorella più grande era tornata a vivere con i genitori era diventata la la sua infermiera. Da lei abbiamo sentito la descrizione del male ai piedi di Aldo. Oltre alle piaghe causate dal decubito, subito dopo il primo anno, aveva un piede spaccato verticalmente, dice, come se fosse aperto a metà per lungo. L’altra gamba era gonfia e tumefatta. Gettava acqua e doveva essere cambiato anche tre volte al giorno. Vicino al suo letto c’era quello del fratello, che i primi anni dormiva con lui. Quel letto serviva per accoglierlo mentre si sistemava il suo. Doveva essere preso di peso, in braccio. Era un tronco, vivo solo per la sofferenza.

            Quando il nipote Manfredi diventerà giovanotto sarà lui a prendere in braccio lo zio ogni mattina per aiutare la mamma.

            Condivideva le pene e gli affanni della famiglia. E’ stato l’angelo custode del fratello che, come detto, ha dormito nella stessa sua stanza i primi venti anni della sua malattia. Poi è rimasto a casa non sposato fino alla morte avvenuta una decina di anni dopo quella di Aldo.

            Aldo è stato il fratello delle sorelle, che una per volta sono convolate a nozze ed hanno lasciato la casa paterna. Fratello nel senso più pieno. Le seguiva nei loro primi palpiti di amore. Non c’era bisogno di consigli. Bastava guardarlo per capire ciò che era bene. Con la sorella più piccola che qualche volta si faceva prendere dalla moda, quando questa era leggermente meno accollata, brrr! voltava la faccia o chiudeva gli occhi per farle capire che doveva vestire più modestamente. Per questa sorella il papà ha voluto che la festa si facesse a casa Aveva piacere che vi partecipasse anche Aldo.

            Leggiamo in una lettera il disagio di Aldo: “… i miei per quell'eccessiva premura che hanno per me vogliono per forza farmi partecipare alla festa, a nulla sono valse le mie ‘proteste’,  non c'è verso di convincerli... ed intanto mi vengono le vertigini al pensiero della gente. Mi direte sono figli di Dio, sono tempio dello Spirito Santo, sono tuoi fratelli. Sì, è vero, verissimo ciò, ma io non so starci, io già sono in allarme, sarò il ‘numero uno’, attrarrò l'attenzione e non potrò dileguarmi, nascondermi, scomparire. È troppo per me, non so adattarmi, e Gesù vede quanto sforzo, quanta buona volontà ci metto. Ho l'incubo della gente! Se proprio tutto dovrò accettare domando dalla nostra Mamma del Carmelo il favore di vedere Gesù, di guardare a Lui solo, di unire la mia confusione a quella che Gesù provò nella denudazione del Pretorio e del Monte Calvario” (286).

            Quando la famiglia si allarga e nascono i nipotini, tutti sempre a casa di zio Aldo e ne combinano di tutti i colori. Aldo paziente li calma e qualche volta se li tiene anche in braccio, senza esagerare nelle coccole. Anche con i più piccoli mantiene la sua riservatezza. Infatti dirà in una lettera, a proposito di un consiglio per una persona un po’ troppo affettuosa: “…a me ripugna il ‘fare affettuoso’ non lo sopporto né voglio vederlo mai in atto. Neppure con il nipotino lo uso”(597). Poche carezze, ma dolcezza molta. Zio Aldo è tutto per loro.

            Li intrattiene con racconti e favole. Scrive: “Ernesto… dice che zio Aldo è un poco cattivo perché non gli racconta sempre la storia di San Marcisio e poi di Narciso. Vedesse come è carino quando dopo aver sentito per l’ennesima volta questi racconti dice: Ancora, sù, su, racconta Macciso e Nacciso”.(764/b)

            Gioca con loro. Con loro farà anche delle cose serie. Per Natale il Presepe. Aldo dirige dal letto e su quel mobile, che funge anche da altare, ora nasce Gesù Bambino a Betlemme. I più vivaci sono invitati ad uscire. Ne sa qualcosa Manfredi da piccolo…

            Vogliono che lo zio quando stanno a tavola la domenica, non manchi. Allora li vediamo che trascinano divertiti il letto, al quale nel frattempo sono state messe delle rotelle, fino alla camera da pranzo. Qualche volta se lo portano a spasso per tutta la casa.

            La famiglia da parte sua segue Aldo, nella sua salita al calvario, con attenzione. Vorrebbero che mangiasse di più. Anche in questo la croce non lo abbandona. Soffre se inevitabilmente fa preoccupare i suoi. Scriverà al padre spirituale: “Riguardo al cibo i miei insistono non per il superfluo ma pel puro necessario, lo riconosco anch’io che prendo una quantità di cibo inferiore a ciò che mi bisogna; ma diversamente non posso fare: prima, perché non sento appetito e poi perché è tanta la mia debolezza in certi giorni, che non mi sento di prendere il cibo, e tutto mi fa nausea, rifiuto perfino le bevande che tanto gradisco”(131). Mentre un’altra volta dice il contrario: “Soffro da qualche tempo una nuova prova (se così posso chiamarla); avverto, finora solo nei giorni festivi, un grande appetito che somiglia ad una fame rabbiosa, ma contemporaneamente sento l’abituale nausea del cibo che mi impedisce di mandar giù ciò che mi è dato, anche se mi viene presentato ciò che mi sembra convenirmi meglio. Accuso soffocazioni ed oppressioni come mai finora le ho provate”(153).

            Cerca in tutti i modi di nascondere le sue sofferenze. Per grazia del Signore ci riesce. Infatti, scriverà: “ Il Signore mi ha dato la forza di dissimulare. Egli è buono e infinitamente comprensivo e mi ha risparmiato il troppo grave dolore di dare ansie e pene alla mia mamma(564).

            La mamma presto si ammalerà e Aldo segue triste l’avanzarsi del male e chiede preghiere, tante preghiere per la mamma che vede soffrire. Morirà di cancro dopo cinque anni di alti e bassi. Siamo nel 1964.

            Pochi mesi dopo il papà raggiungerà la moglie, investito da un auto mentre percorre a piedi la strada che, dopo il lavoro, lo porta a casa.

            A casa è rimasta la sorella con il piccolo Manfredi, che ormai non è più piccolo e che presto si sposerà trasferendosi in Calabria.

            La famiglia si è assottigliata. Si muore, si nasce, si parte. Aldo sta lì “altare vivente”, come fu definito dal Vescovo emerito di Campobasso, in mezzo a tanti altri Vescovi, quando salutò il nipote in occasione della visita del Santo Padre in Calabria.

            La sua camera oltre ad essere accogliente per qualsiasi persona è un piacevole albergo per i canarini. Ne ha diversi che lascia liberi. Li chiude in gabbia solo quando deve entrare la sorella perché le fa impressione vederseli svolazzare dintorno. “Guarda, guarda -le dice- non fanno nulla!” e con i semi nel palmo della mano li chiama. Li fa girare tra le sue dita. Si posano persino sul suo capo.

 

MARIA

 

            Altare vivente, immolazione continua con Gesù e come Gesù, ai piedi della sua croce non può mancare Maria.

            Per tre volte Aldo è portato a Loreto. I suoi, il medico, gli amici, sperano in un miracolo. Lui sereno va, ma solo per amore. Chiede altre grazie. Soprattutto ringrazia.

 

            Descriviamo i tre pellegrinaggi cercando di viverli con lui.

 

            Nel  mese  di  luglio del  1947  il dottor Tommaso  Correra, che conosce bene il nostro Aldo, con altri collaboratori realizzano il primo pellegrinaggio non ufficiale della Diocesi di Campobasso a Loreto. Vuole che vi partecipi anche Aldo. Il dottore chiede ai coniugi Brienza il consenso. Mamma Lorenza e papà Emilio non possono dire di no. Sanno fin troppo bene che il loro Aldo è in ottime mani; sanno che don Michele Ruccia, al quale Aldo è tanto legato, parteciperà anch’egli al pellegrinaggio e sanno che le sorelle non mancheranno di accompagnare il fratello, per accudirlo come sempre. E poi, come non acconsentire alla speranza, che la Madonna Bruna della Santa Casa possa volgere lo sguardo misericordioso sul  povero Aldo e compiere quello che la medicina non è in grado di compiere? Ben diverse sono invece le ragioni per cui Aldo, incoraggiato dal confessore e padre spirituale, accetta di recarsi a Loreto: egli non cerca la guarigione del corpo, né la fine delle sofferenze. Alla Santa Madre di Loreto chiederà luce e forza per continuare a seguire, umile e gioioso,  Gesù sulla via del Calvario e la grazia di poter finalmente realizzare la sua vocazione carmelitana. Per l’occasione chiede l’ubbidienza di poter indossare l’abito carmelitano che ha ricevuto da poco: Mi sembra giusto - dice - che nella Casa di Maria vada rivestito dell’abito di Maria”(83).

 

            I pellegrinaggi di quegli anni richiedevano evidentemente uno spirito di sacrificio non indifferente e tanta fede.  I vagoni dei treni erano quelli destinati ordinariamente al trasporto del bestiame, di legno e molto scomodi, le camere a Loreto erano umide, fredde e seminterrate e i tempi del viaggio erano lunghissimi. Occorrevano, infatti, circa 17 ore per raggiungere Loreto da Campobasso. Ancor maggiori erano i disagi per il viaggio di ritorno, che avveniva di notte. Non meno pesanti erano i disagi per i disabili.

            I pellegrini, tra  i quali il nostro Aldo, primo malato  barellato  di  questo nucleo  di pionieri dell'Unitalsi molisana, sono pochi.

 

            Per Aldo i disagi furono ancora maggiori per le sue gravi condizioni di salute. Per poco non  scivolò nella tromba delle scale di casa, dalla barella improvvisata, a causa dell'inesperienza dei volontari addetti al suo trasporto . Aldo affronta tutto senza mai lamentarsi, nello spirito di obbedienza e di sacrificio. Era un vero e proprio pellegrinaggio di penitenza.

 

            Alle 12,40 del 25 luglio, incurante del caldo torrido, con mezzi improvvisati messi a disposizione dalle ferrovie molisane, il gruppo di Campobasso parte alla volta di Termoli, dove giunge a sera inoltrata. Dopo alcune ore di attesa arriva anche il treno di Napoli. Un pellegrino napoletano scrive nei suoi appunti di viaggio: “... E’ notte. Uno scossone. Una fermata, siamo a Termoli. Altri pellegrini di Campobasso col loro Vescovo, monsignor Carinci, si aggiungono a noi, e con essi un giovane infermo. Alla fioca luce, scorgo il suo viso sorridente. Egli è paralitico. Si chiama Aldo Brienza. E’ collocato nel treno, come un ospite gradito. Ora che tutti si sono sistemati,  il viaggio può riprendere; ... alle 6 del mattino  si è finalmente a Loreto”.

 

            Alle ore 10 del 26 luglio c’è la prima visita alla Santa Casa. Precedono gli infermi accompagnati, per Aldo portati, dai barellieri e dalle bianche sorelle. Poi i prelati ed altri sacerdoti. Li seguono i medici e pellegrini. Si cade in ginocchio in quella rustica stanza ai piedi della Vergine bruna. Aldo è prostrato solo col cuore. Una commozione profonda invade tutti i presenti alla recita dell’Angelus Domini e alle parole “Hic Verbum caro factum est” (qui il Verbo si è fatto carne).

            Alle 16 in  piazza della Basilica tutti i pellegrini di nuovo. In prima linea sono schierati gli infermi. Una barella e diverse carrozzelle. Precedono in corteo i sacerdoti salmodianti, indi il baldacchino che copre Gesù in Sacramento, portato da monsignor Carinci. Salgono al cielo inni ed invocazioni, mentre Gesù benedice, ad uno ad uno, gli infermi. Aldo ha gli occhi fissi sulla sacra particola. Due lacrime gli bagnano il volto: “Grazie, Gesù, grazie per mezzo di Maria!”

            La sera, uno snodarsi, in ordine, di persone nella piazza buia. Tremolano alcune centinaia di luci. E’ la processione delle fiaccole. Si canta l’Ave Maria di Lourdes, si canta il Credo.

            Il 28 luglio, una voce dà il segno della partenza. Un ultimo saluto a Maria, un’ultima promessa di fedeltà. Per molti un arrivederci, e via alla stazione. Alle 7,30 del giorno 29 luglio si è  di nuovo alla stazione di Campobasso.

 

            Il nostro Aldo, ormai Fra Giuseppe, ritorna a Campobasso trascinando come prima il corpo dolorante, ma lo spirito, pur rimanendo immerso nella sofferenza, è vivificato dal tocco imperioso della benevolenza divina e dalla tenerezza e predilezione della Madre del Signore. “Oh quante grazie – confida in una lettera - ha dispensato la Vergine Santa a quelle anime doloranti; tutti sono tornati alle loro case più fortificati e più amabili verso la croce che li attendeva” (84).

            Sulla via del ritorno la croce non pesa meno; ma non importa. Ora bisogna guardare avanti ed essere solerti più di prima.

 

DAL TERZ’ORDINE ALL’ORDINE

 

            Aveva potuto fare qualche mese prima la professione come Terziario Carmelitano, ma in lui era nato segretamente il desiderio di appartenere all’Ordine in forma piena. Aveva cominciato a scrivere, chiedere. Sembrava che le porte fossero chiuse per una infinità di disguidi e malintesi. Lì nella Santa Casa ha certamente esposto alla Vergine questo desiderio. Ora egli sa che i dubbi degli uomini, ancora una volta, cederanno presto il passo alle certezze di Dio. La Casa Generalizia, o perché interpretava male la sua richiesta, oppure perché credeva di accontentarlo in un modo differente gli concedeva una semplice “Affiliazione all’Ordine”. Era sempre un dono, una grazia, lo potremmo chiamare anche un privilegio, una specie di titolo onorifico, ma non era quello che desiderava Aldo.

            Il Signore esaudirà la sua richiesta presentatagli questa volta dalla “Mamma celeste”. Si spalancano le porte e per indulto speciale e straordinario del Santo Padre, Pio XII, ottiene il permesso di entrare a far parte dell’Ordine Carmelitano con i voti solenni, pur rimanendo a casa.

            Sul santino ricordo Aldo fa stampare una preghiera di ringraziamento al Signore e alla sua Santissima Madre per il dono della vocazione. Una preghiera in cui traccia l’itinerario di quella che è la sua esperienza religiosa e mistica: “Mi staccasti dal mondo e mi incamminasti sulle tue vie. Ascoltai la tua voce, o mio Dio e promisi di seguirti. Mi immolasti, piccola Ostia, alla causa della santificazione del sacerdozio, crocifiggendomi e inchiodandomi in un letto. Questo letto divenne l’altare su cui ogni giorno offrii il mio sacrificio. Dissi sì alla tua parola e tu oggi mi ricolmi di nuove misericordie. Entrando nel Santo Ordine della Vergine tua Madre, penso di entrare nel giardino fertile del Carmelo. Che io sia davvero terreno fertile che produca ogni virtù. I Santi Protettori del Carmelo mi diano lo spirito della presenza di Dio, lo zelo delle anime, l’umiltà più profonda, la semplicità dell’infanzia, l’ardire della Santa Madre Teresa di Gesù”.

 

 

            Nell’estate del 1948, il medesimo dottor Tommaso Correra in occasione del primo anniversario della fondazione della sezione molisana dell’Unitalsi, realizza il suo primo treno bianco regionale per Loreto, non più agganciato ad altre regioni. Al pellegrinaggio partecipano i vescovi di Campobasso, di Isernia e di Termoli,  numerosi  sacerdoti, religiosi, dame, barellieri, tanti laici impegnati e gli  scouts. Tra i numerosi malati c’è di nuovo il nostro Aldo. La sua partecipazione questa volta è stata voluta fortemente, oltre che dal dottor Correra, anche dal vescovo di Campobasso, che è al corrente già da tempo della sofferenza di questo giovane buono e docile. Sa pure che è divenuto da alcuni mesi religioso professo dell’Ordine carmelitano. Tutti coloro che lo conoscono, nutrono ancora una volta forte la speranza che la Madonna di Loreto possa finalmente volgere il suo sguardo misericordioso su di lui.

            Il ricordo, però, del pellegrinaggio precedente non tranquillizza Aldo. Vorrebbe non muoversi. Non sono le sofferenze fisiche che lo bloccano. Il disagio fu per qualcosa che lo aveva turbato. “Lo scorso anno - racconta con discrezione  - capitai con gente che dormiva in modo proprio osceno”. Il caldo torrido di quei giorni e la precaria sistemazione in camerate a più letti avevano autorizzato le persone, che con lui condividevano la stanza, ad assumere atteggiamenti poco adeguati allo spirito del pellegrinaggio. E’ inoltre consapevole della fatica che la cura della sua persona richiede ai suoi accompagnatori.  L’idea di essere di peso agli altri lo trattiene più di ogni altra cosa. Il padre spirituale lo convince. Chiederà comunque, in una lettera, di non dormire insieme con altre persone come nel precedente pellegrinaggio. Poi si pente di simile richiesta. Crede di esser venuto meno alla carità e si affretta a scrivere di nuovo: “Mi si alloggi dove si vuole, nulla devo trovare gustoso”. Non lo aveva domandato per comodità o conforto. Riservatezza e decoro alla presenza della Madre del Signore erano una esigenza dalla quale non si sentiva esonerato e altrettanto desiderava per gli altri.

            Il Signore, “che non si lascia vincere in generosità”, come scrive in una successiva lettera, non trova disdicevole il suo desiderio: “Stasera - fa sapere a don Ruccia - è venuto da me il dottor Correra per dirmi che venerdì p.v. alle ore 18 partiremo alla volta di Loreto e saremo a Termoli verso le 21, mi ha pure assicurato che per accontentarci ha già stabilito che dormirò solo”. Un gran respiro. Bello andare nella casa di Maria e bello il potersi raccogliere in preghiera senza essere disturbato anche nei momenti di riposo.

            E’ tanto contento che in tono scherzoso comunica la bella notizia anche all’amica Wanda: “S’informa la Spett.le Direttrice della colonia marina della G.I. che il giorno 6 p.v. passerà per Termoli tra le 20.30 e le 21 il treno violetto diretto a Loreto. Su detto treno si troverà un religioso dell’ inclito Ordine del Carmelo teresiano, il quale vorrà ricevere tutti gli onori ed i rispetti dovuti al suo grado dallo stato maggiore della colonia. Si raccomanda la puntualità. Con osservanza, il direttore”. Poi aggiunge: “…vado come un gran signore, avrò una camera solo per me, che te ne pare in confronto dell’anno scorso?.

            Il venerdì successivo, 6 agosto, il treno bianco dell’Unitalsi molisana parte dal primo binario della stazione ferroviaria di Campobasso. 

            Il pellegrinaggio a Loreto del 1948 viene vissuto dal nostro Aldo, ormai a tutti gli effetti Fra Giuseppe,  in modo assai diverso rispetto a quello dell’anno precedente.

            Un altro tipo di prova si affaccia alla sua anima. Soffre una angosciante aridità spirituale. E’ schiacciato, come egli stesso confida al padre spirituale, da “le tentazioni, i dubbi contro la fede, la disperazione, l'angoscia, l'avvilimento”. Soffre questo stato anche nella Santa Casa dove avrebbe voluto lanciarsi con fervore alla contemplazione di Dio fatto uomo, proprio lì, nel seno di Maria. Ma tutto accetta “solo per l'onore e la gloria di Dio e la santificazione dei Sacerdoti” (124).

 

            Di ritorno da Loreto riprende la vita normale di malato. Sempre a letto. Sempre molto sofferente. Non mancano le complicazioni: “Anche le mie fisiche condizioni sono peggiorate, la causa però va ricercata non nel rincrudirsi del mio abituale male, bensì in una intossicazione avuta per lo sbaglio di medicinale. Sono questi forse gli ultimi tocchi del Divino Artefice? Non sta a me indagare le misteriose vie di Dio”.

            Intanto continua la sua corrispondenza con persone bisognose di conforto e di aiuto. Prime in quel tempo sono Wanda e Anna. Ciascuna ha da piangere i suoi mali. A Wanda scrive, come più di una volta è uso fare, quasi giocando sulle parole: “E’ finita l’alluvione? Oppure ci vogliono i pompieri per aprirmi un varco? Dimmi il vero ti senti meglio dopo aver pianto? Ti spuntano le alucce? Sei rapita al settimo cielo? Se tutto ciò si avvera piangi pure e non finirla più, ma se questo non succede vale la pena di ridere a tutto e per tutto, tanto “buon riso fa buon sangue”.

 

            Poi si prospetta un altro pellegrinaggio a Loreto. Anche se non mancheranno le sofferenze di ogni genere. Alcune non le conosceremo mai. Sa così bene con tutti dissimulare il suo stato doloroso. Per Aldo questi incontri con il soprannaturale, alimentati da luoghi che parlano di una presenza non solo storica, ma attuale del Signore e della sua Vergine Madre, lasciano nel suo animo una impronta indelebile, che l’aiuterà ad affrontare sempre con maggiore serenità la sua condizione di sofferenza e con più entusiasmo quella di immolazione.

 

            L’Unitalsi del Molise è ormai una realtà consolidata. Nel 1949 si parte di nuovo. Ci sarà una partecipazione straordinaria di sacerdoti, religiosi e pellegrini. Sarà solo del Molise.

            Come nei due anni precedenti, il pellegrino d’onore, quello che il dottor Correra, primo organizzatore di questi viaggi della speranza, guarda con particolare affetto e gli sta a cuore, è il nostro Aldo. In molti desiderano ancora che la Madre del Signore volga finalmente il suo sguardo misericordioso su di lui.

            I  suoi genitori, i quali, nonostante siano al corrente del fatto che il male che ha colpito il loro Aldo si è riacutizzato, estendendosi all’anca sinistra e alle mandibole, non vogliono ostacolare questo nuovo spostamento. Continuano anche loro a sognare una guarigione prodigiosa.

            Come per ogni cosa buona, cominciano le difficoltà.  Un contrattempo  del tutto imprevedibile, proprio in prossimità della partenza per Loreto, fa dire al nostro Aldo: “Quest'anno pare, (ed io ne sono convinto) che la Madonna non permette che col fervore delle mie colpe torni ancora una volta a profanare la sua Santa Casa”(163). L’umiltà continua a farlo sentire un grande peccatore. Non si sente degno ed attribuisce gli ostacoli, che si frappongono, a un rifiuto della Vergine di accoglierlo nella sua casa. Si domanda: “Sarà la Mamma del Cielo che non mi vuole?”

            Poi  tutto si appiana. Anzi quasi miracolosamente le persone che avevano difficoltà per accompagnarlo riescono a organizzare il viaggio nel modo migliore.

 

            Si partirà il  9 agosto. I segni della predilezione divina questa volta si manifestano ancor prima della partenza. Agli inizi del mese di agosto del 1949, infatti, al padre spirituale, scrive: “Da una quindicina di giorni vi è qualcosa di nuovo in me. Non più le violente e persistenti scene oscene, non tanto frequenti e forti l'avversione e la ribellione; mi riesce molto facile scacciare i vani pensieri, non tante distrazioni e divagazioni… Avviene che nelle occupazioni esteriori mi accorgo di non esserci per intero. Sì, la volontà resta presa, resta fissa, in chi? Da chi? Forse in Dio. In questo stato nulla mi turba, niente mi sgomenta” (168).

            Il nuovo di cui egli parla, e che gli si presenta nella forma, chiamata dai mistici “orazione di quiete”, prelude a una nuova fase del suo itinerario religioso. A Loreto ne avrà la prova più tangibile.

            Scriverà in seguito al direttore spirituale:  Quest'anno a Loreto non ho sofferto le tentazioni, i dubbi contro la fede, la disperazione, l'angoscia, l'avvilimento dello scorso anno; anzi, sono rimasto nella pace e nella calma. Però per due giorni (i primi due) mi sono sentito schiacciato, direi quasi, dalla santità di Dio, fino a gridargli, specie nella processione Eucaristica del mercoledì: ‘Allontanati da me Signore, volgi il tuo sguardo altrove, poiché troppo misero sono io’. Debbo pure dirvi che ogni qualvolta entravamo nella Santa Casa ed assistevamo alla processione avevo netta la sensazione che Gesù e la sua Santa Madre volevano alleviare le mie sofferenze; a questa sensazione un grande timore s'impossessava di me (fino a sentirmi male) ed altro non riuscivo a ripetere di lasciarmi stare, di alleviare, guarire e consolare gli altri malati ed in questo sono stato esaudito perché nessun miglioramento ne ho riportato e nessuno s'accorgeva quanto soffrivo”. (168).

            I presenti non hanno percepito nulla di ciò che egli racconta al direttore spirituale. Non potevano accorgersi del suo soffrire, perché egli elargiva sorrisi e dispensava parole di speranza a chiunque lo avvicinava. Conservava tutto nel suo cuore, ben consapevole che i “segreti del re” non vanno inutilmente mostrati. Nessuno ebbe la benché minima percezione della generosità eroica che albergava nel suo cuore e che senza tentennamenti gli faceva dire: “Signore non guardare me, ma gli altri”.

            Aldo pensa che forse possano essere questi i segni del vicino definitivo incontro con il Signore. Forse la morte è alle porte? A distanza di qualche settimana, domanda e insieme esprime al suo direttore spirituale i suoi desideri: “Sono questi forse gli ultimi tocchi del divino Artefice? Non sta a me indagare le misteriose vie di Dio; comunque sia, quando morrò nessuno mi perderà poiché tornerò sulla terra, vi tornerò per violentare le anime, affinché amino e conoscano Dio così come Lui vuole essere amato e conosciuto. Vi tornerò per essere il custode, il difensore e il coadiutore dei miei diletti sacerdoti” (151).  Sembra di sentire Santa Teresina, che diceva di tornare sulla terra, dopo la sua morte, con una pioggia di rose.

 

            Questa intuizione sembra stridere con la sua umiltà. Ma ai santi il Signore permette delle volte di uscir fuori dalla loro abituale riservatezza per dire delle verità che loro stessi non sanno di dire. Anche un’altra volta, nel 1952, dopo quattordici anni di malattia, scriverà al padre spirituale che lo segue, per incoraggiarlo nei sacrifici che fa per lui: “Grazie, Padre mio, di quanto fate per me, con me vi tengo sempre alla divina Presenza, sotto la luce del suo grande splendore. Ma ringraziate il buon Dio di quest’onere che vi ha affidato: voi guidate un figlio di Maria che sarà un nuovo decoro del S. Ordine del Carmelo, voi assistete chi sarà tanto amato, chi affascinerà i cuori dei sacerdoti diletti, che per aver sempre detto di sì, è stato eletto da Dio per grandi cose, santo sarò!”(323). Forse, pensiamo noi, è all’inizio del suo calvario, pensa di morire presto, gli sembra di avere sofferto abbastanza, vede vicino il premio della vita eterna. Non lo sappiamo. Fanno impressione certe espressioni.          

            Dopo la morte, perché prima brilla sempre il nascondimento. A una monaca che lo chiama “victima peccatorum” risponde: “si sbaglia di grosso. No, la vittima deve essere pura, santa, immacolata” (302).

            Dobbiamo solo ammettere che da una persona così schiva di ogni minimo apprezzamento, che non ha mai, mai, né provocato, né accettato il benché minimo elogio, questa frase sia stata detta senza piena consapevolezza. Crediamo di non sbagliare affermando che è stato Dio a fargliela dire. Aldo, poi, pensava che il tutto si sarebbe verificato presto.

            In tante altre lettere quando parla di “grandi cose” si riferisce sempre al dono che il Signore gli fa di soffrire e di soffrire bene. Dono di Dio, non merito suo. E Dio ci auguriamo possa completare la sua opera realizzando quanto gli ha fatto dire.

            Comunque il tempo non era ancora tanto vicino. Il Signore aveva ancora dei progetti su di lui. Il cammino è ancora molto lungo. La sua immolazione sofferta nel nascondimento, sarà dura, molto dura.

            Aldo continua a fare del bene dal suo letto di dolore. Continua a dare sorrisi e a seminare speranza.

 

SACERDOTE?

 

            Ora gli balena alla mente un’altra idea. Veramente era quella che nutriva prima di ammalarsi  e all’inizio del suo calvario pensando che doveva guarire. Era il sacerdozio. Poi la malattia lo aveva fatto rassegnare.

            Da lui va gente di ogni condizione. Per quanto prediliga i sacerdoti, a fianco al suo letto corrono suore e laici. Giovani e meno giovani vanno a confidarsi. Molti aprono il loro animo come si trattasse di una confessione. Gli manca solo di dare la grazia, a chi piange per averla perduta, attraverso l’assoluzione sacramentale. Gli manca di essere sacerdote.

            Non risulta comunque che tale aspirazione sia stata solo frutto delle sue riflessioni. Scrive un giorno al suo padre spirituale: “eccomi a confidarvi ciò che sentii ripetermi nella festa della nostra Mamma del Carmelo: “Sarai Sacerdote”. Allora non ci feci caso ma fino ad oggi questo pensiero mi segue ancora ed in questi ultimi giorni è molto persistente. Non so questo da chi mi viene, so solo che questo pensiero dona alla mia anima tanta pace e tanto gaudio e so pure che io non guarirò. Cosa sarà? Che significherà” (218). Anche questo resterà un sogno. Lentamente capirà che quel sacerdozio annunziato dovrà significare non l’ordinazione sacramentale, ma la consacrazione come vittima e sacerdote, come Cristo.

            Sarà vicinissimo alla sua realizzazione. Si confida col suo padre spirituale. Questi forse interpretando alla lettera ciò che Aldo gli aveva confidato insiste perché continui a scrivere, a domandare. Così partono anche altre lettere. 

            Ma il male non demorde, anzi gli fa vedere vicina la fine. Soffre nell’anima e nel corpo:  le mie nuove fisiche torture, il mio tormentoso tormento spirituale mi preparano all’unione con Dio. Lui in questo anno, per noi doppiamente giubilare, compirà nelle nostre anime l’opera sua”.

            Passano i giorni e anche i mesi. Torna a scrivere al padre spirituale: “… durante il ringraziamento: sentii di nuovo ripetermi: “Sarai sacerdote”.  Contemporaneamente mi vidi rivestito degli abiti sacerdotali e pronto a ricevere la consacrazione; mi vidi prono ai piedi di un essere che non ho visto e che fungeva da consacrante, mi sentii circondato da tanti che pur non vidi. Non so cosa voglia significare tutto questo” (233). Dubita di queste ispirazioni o locuzioni, di questi sogni. Continua a non sapere cosa significhino. Solo oggi noi possiamo scoprire il disegno di Dio manifestato attraverso quei sogni e quei segni sacerdotali.

 

            Per molto tempo Aldo non pensa più a questo. Poi torna all’attacco scrivendo a un superiore dei Carmelitani. Gli è stato suggerito. Dovrebbe di nuovo scrivere alle autorità religiose, ma cosa e come deve scrivere? Ha difficoltà a farlo. Poi cede a tanti sacerdoti che insistono perché si muova.

            Scusandosi scrive di nuovo a qualche superiore: “La mia speranza, che in certi momenti è certezza, è stata ravvivata dalla notizia comunicatami da alcuni Sacerdoti, che un Religioso Salesiano, che trovasi nelle mie medesime condizioni, ha ottenuto dal Papa il privilegio dell’ordinazione… Non le nego che sarei felice morir da sacerdote. Ringrazio il Buon Dio che in 16 anni d’infermità mi ha insegnato a soffrire, mi ha dato grazia di offrirgli sempre dolori e croci”(418).

            Inoltre confida a P. Valentino una insolita grazia o miracolo che ha ottenuto senza chiederlo. Una delle difficoltà per il sacerdozio era quella che Aldo non aveva disponibile che la sola mano destra. Improvvisamente anche la sinistra si rende sana. Scrive timoroso: “vengo a V. R. per domandarle un consiglio. E’ da più di un anno che mi trovo guarita la spalla sinistra, che avevo completamente anchilosata. In famiglia mai ho detto niente ma ora mi sembra di mentire tacendo. Voglio sapere da V. R. come regolarmi, mi sia vero fratello e mi dica. Se crede ne parli pure a P. Nostro Vicario Generale, però che la cosa resti tanto segreta fra loro due. Ho tanta paura delle creature e specie di quelle che si dicono cristiane e consacrate. Le temo per davvero. Mi ha fatto male e mi fa male vedere in esse l’insincerità”(419). C’erano state delle incomprensioni, anzi dei falsi giudizi su di lui. Purtroppo anche qualche calunnia. Probabilmente qualcuno che non l’aveva mai incontrato lo accusava di protagonismo. Bisognava -diciamo noi- solo vederlo una volta per capire che assolutamente era una falsa impressione. Il diavolo si serve anche di questo per farlo soffrire. Al Padre spirituale mentre riferisce ciò che ha sentito trasforma la relazione in preghiera: “Ora c’è chi mi dice che voglio apparire, questo mai lo avevo pensato, però tu Gesù mio bene, sai come arrossisco nel sentir dire bene di me. Tu sai che patisco, come sotto la sferza, se mi elogiano. Tu vedi che sempre bado a che la mia ombra non distolga il pensiero d’alcuno da Te mio Dio! Eccomi Signore accetto d’essere umiliato e volentieri mi celo nel mio nulla!”(545).

            Tutto accetta, tutto sopporta e silenziosamente, come sempre, offre al Signore. Con i superiori vuole essere sincero, dire tutto. C’è in lui una lotta interiore. Ha paura di sbagliare, soprattutto di peccare. Gli altri premono Lui trema. Sopra ogni cosa, come sempre, cerca la volontà di Dio. Si confida con il padre spirituale: “Dopo l’ordinazione del Salesiano, come già vi dissi si ripensò alla mia e Padre Nostro Vicario Generale né parlò in Definitorio. Fu deciso di farmi presentare la domanda al Santo Padre. Questa domanda ora mi si chiede ed io vi prego ad aiutarmi, a dirmi la parola che calma i miei timori e dissipa le mie tenebre. P. Larraona, il Padre Cappello, un Monsignore di Roma ed altri, tutti sono favorevoli. Io ho paura, paura di far dispiacere…. Non vi nascondo che vorrei essere Sacerdote e ora per questo ci prego pure. La Madonna v’illumini e vi dica i divini voleri”(427/b).

            In seguito continua: “…non so come regolarmi: non le nascondo che sarei veramente felice morire da sacerdote però non come voglio io, ma come  desiderano e stabiliscono i miei venerati Superiori voglio agire” (441). E anche a lui ripete ciò che aveva detto ai superiori, a proposito del braccio che ha riacquistato la sensibilità e i movimenti: “prendo il coraggio a due mani e vengo a dirvi: posso aprire le braccia in forma di croce, c’è articolazione nella spalla sinistra. Non so come ciò sia avvenuto. Questo mai l’ho chiesto, mai l’ho desiderato, neppure quando me lo avete detto. Non so se mi sbaglio, non so se sono nel vero, non so se ciò durerà. Di questo non parliamone, restiamo in silenzio ad aspettare i Divini Voleri (354)... è stata tanta la confusione stamani che non ho saputo dirvi niente. A me sembra che il braccio sia normale. Sono riuscito a togliere con il sinistro dalla scatola il Messale. Anche la mano che era tanto scarna io la vedo nutrita come la destra. Or ora ho provato a prendere sul comodino l’orologio e ci sono riuscito. Mio Dio che cosa mi hai fatto? Io ho vergogna! Io temo di sbagliare. Ma Padre mio, era veramente anchilosata la spalla; ancora ben visibili sono le cicatrici, sulla spalla, sul braccio, sull’avambraccio. Vorrei dileguarmi ma sono qui per vivere la volontà di Dio”. (355)

            Bello il trionfo della volontà di Dio che nel suo animo ha preso ormai stabile dimora. Un uomo di Dio, il P. Cappello (del quale è iniziata la causa di beatificazione) insiste: “C’è il Padre Cappello S.I. che insiste e si dice pronto a parlare personalmente con il Santo Padre. Vi prego di tenere per voi solo questa confidenza. Io mi affido alla Divina Misericordia perché solo la Volontà di Dio si compia”. (417/b). Questa lettera è conclusa con una relazione spirituale che ci fa capire come al di sopra di tutto in lui vi sia sempre e solo Dio e sotto sotto il desiderio di incontrarlo definitivamente: “Da alcuni giorni mi sento come preso e posseduto da Dio. Il mantenermi alla sua presenza non mi è difficile, è la mia ‘ossessione’, mi sento invadere e possedere. Verrà la consumazione?”

            Finalmente in un’ultima lettera sembra concludersi tutta la vicenda: “…ho capito che posso esser sacerdote pur non essendolo, dando cioè Gesù alle anime e le anime a Gesù e facendo il sacrificio di non offrire il Santo Sacrificio. La mia vita la vorrei tutta spesa, tutta immolata per la santa causa del Sacerdozio cattolico e sarei tanto felice se con la mia immolazione potessi donare a Gesù anche un solo sacerdote santo” (449).

           

            Quindi tutto tace. Il buon Dio accetta questo suo sacrificio. Molti sacerdoti grazie a lui si sono messi e si metteranno certamente sulla strada della santità. La sua immolazione ha portato e porterà ancora molti frutti. Sono i frutti della sua immolazione che aveva accettato fin dall’inizio come vittima proprio per questo.

 

IMMACOLATO

 

            Un altro avvenimento tocca intimamente la vita del nostro Aldo. Quello del cambiamento del nome.

            Come Terziario aveva preso il nome di Fra Giuseppe dell’Addolorata. L’aveva mantenuto entrando a far parte del primo Ordine. Ora non sappiamo con esattezza perché chiede di cambiare nome. Da qualche frase scritta sembra che sia stata proprio la Vergine Santa a dirglielo. E’ un segreto che accenna appena a Don Michele: “La Madonna, che nel giorno della sua gloriosa Assunzione al Cielo mi fece venire al mondo, mi ha guidato passo passo sempre, fino a darmi (è una confidenza che le faccio) il suo Nome e a chiamarmi nel suo Ordine” (428). Una confidenza. Quasi a raccomandare: non lo dica a nessuno.

            Questi suggerimenti che gli vengono dall’alto gli creano sempre una certa angoscia. Non sa se indicano veramente la volontà di Dio. Da buon discepolo di San Giovanni della Croce sa come deve comportarsi. Diffida di se stesso e di quanto vede o sente. Così, infatti, suggerisce anche agli altri: “A Suor… dica di essere umile, sottomessa ed obbediente e deve tener per false le visioni”(719).  Ciò che dice agli altri lo pratica prima per se stesso. Tutto deve essere sottopost al giudizio del padre spirituale.

 

            La prima volta che manifesta il desiderio di voler cambiare il nome di religione risale al 23 febbraio 1951. In una lettera inviata al direttore spirituale don Ruccia scrive: “Da quando ho goduto della presenza della Madonna sento di chiedere ai Superiori del Carmelo di modificarmi il nome di religione. Mi pare che d'ora innanzi dovrò chiamarmi ‘Fra Immacolato’. Sarà vero ciò? A me sembra un nome singolare e non adatto a me che sono fango e peccato e poi non ho il coraggio di chiedere ai Superiori la modifica. Ditemi voi come regolarmi. Ci ricopra Gesù della sua santità, ci faccia vivere la divina volontà la Mamma del Cielo” (223). 

            Approfitta della visita del Provinciale di Napoli per chiedere ed ottenere questo cambiamento. Infatti, scriverà qualche giorno dopo alla Casa Generalizia: “Non so se V. R. ha già saputo che con la visita del Padre Provinciale ho avuto mutato il nome di religione” (240). 

            Da oggi tutta la sua corrispondenza sarà firmata con il nome nuovo “Fra Immacolato Giuseppe di Gesù”.

            Avrebbe voluto che rimanesse il titolo dell’Addolorata, ma gli è fatto notare che nel nome “Immacolato” già è presente la Vergine Santissima. Si rassegna. Infatti, nel nuovo nome c’è ugualmente tutta la Sacra Famiglia.

 

           

GRZIE MISTICHE

 

            La specificità dell’Ordine Carmelitano è la preghiera. Santa Teresa l’aveva definita “un intimo rapporto di amicizia con Colui dal quale sappiamo di essere amati”. Non è semplice preghiera vocale e neppure meditazione, ma vera contemplazione.

            Spesso, quando sono terminate le medicazioni quotidiane, Aldo continua a pregare. Sono preghiera anche le relazione che fa con i suoi padri spirituali. Mentre scrive prega, spesso lo si vede dallo stile.

            Con P. Valentino si intrattiene a descrivere alcune sensazioni che possiamo chiamare “grazie mistiche”. Non tutti riescono a comprendere ciò che passa nell’animo di Fra Immacolato. I Padri carmelitani questi fenomeni li conoscono bene. Santa Teresa e San Giovanni della Croce ne sono stati investiti e nei loro scritti ne hanno abbondantemente parlato.

            Fra Immacolato domanda, ha paura di sbagliare anche in questo, di essere ingannato. Sono possibili queste sensazioni?

            Non abbiamo le risposte dei Padri. Intuiamo da altre lettere il loro incoraggiamento a non temere, ad andare avanti.

            Sono due sentimenti che spesso si incrociano. Da una parte sente la confusione per la sua indegnità. Si sente pieno di peccati. Sempre così i santi. Più vanno avanti nella perfezione e più scoprono la loro imperfezione. E’ la luce di Dio che li fa vedere al suo confronto solo ombra e tenebra. Poi ci sono dei momenti in cui si sentono rapiti in Dio. Questi due stati sono attraversati da quella che San Giovanni della Croce chiama “notte oscura”. In Aldo è anche molto accentuato il senso del peccato del mondo.

            Alcuni esempi: “È dai primi Vespri di Natale che nulla, nulla io sento, tutto è in me tristezza e noia, ma è per Gesù, per il mondo, per le anime. Gesù agonizza d’una tristezza invincibile; è l’angoscia del Cuore Divino di fronte a tanto dilaniare di anime. Vorrei potervi descrivere la marea di mali che si sprigionano dal mondo, come grande è l’angoscia di Dio e come le anime si perdono. Di fronte a tanto dolore, non posso fare a meno di offrirmi a tutti i dolori, a tutte le angosce, a tutti gli strazi; voglio vivere, per Gesù, nella lotta e nel dolore, donandogli tutte le lacrime, tutto il mio sangue. Perché tutte le anime tornino a Gesù, perché Lui possa riversare sulle anime dei sacerdoti e su tutte le anime, l’onda infinita del suo Amore misericordioso, le tenerezze e i tesori del suo amore e ridonare l’innocenza a chi l’ ha persa, accetto di assidermi oggi per rimanerci fino all’ultimo respiro, alla mensa delle tenebre, desolazioni, tentazioni, angosce ed acconsento a bervi il calice dell’amarezza fino alla feccia, lasciando che anima e cuore siano fatti a brani e il corpo si distrugga senza sollievo”(218).

            Poi Dio si dona a lui con più intensità: “Ed ora le confido quello che avvenne in me nella festa della SS. Trinità u.s. (mi dica se sono nella verità). Durante il ringraziamento, alla Comunione, mi sembrò di vedere l'amabile Mistero della SS. Trinità. Ero in Dio, Dio era in me! Non vidi immagine, però chiaramente comprendevo e nello stesso tempo gustavo il mistero di Dio in noi. La SS. Trinità si donava, si comunicava all'anima mia. Per una quindicina di giorni gustai tale comunicazione poi tenebre, dubbi, timori, solo l'abituale Presenza di Dio all'orazione e pure fuori, anche quando mi trovo con le persone, però molto spesso é Presenza arida, priva di consolazione. A volte poi soffro davvero la pena dell'assenza”(491).

            Viene da pensare alla grazia del raccoglimento accaduta anche a Santa Teresina.

            Altro dono  “… appena dopo la S. Comunione ebbi una conoscenza chiara dell'Immensità di Dio, ebbi coscienza della divina Eterna Essenza. Avvertii Dio, mi sentii profondamente a Lui unito da Lui mosso e governato. Ciò mi aveva infuso una interiore riverente delicatezza e tanto amore. Non desidero altro che immergermi in questa grande immensità e prontamente ripeto: Oh Immensità, oh Immensità! Nascondetemi in voi. Oh grande Eterno Amore!”(504).

            Sembra di sentire la Beata Elisabetta della Santissima Trinità. In questa lettera non la cita, perché avrebbe messo la frase tra virgolette come era solito fare. Quelle espressioni nascevano veramente dal suo cuore.

            Fa queste descrizioni, per sapere se è nell’errore, se deve allontanarle.  “Vorrei una parola di luce riguardo a quanto mi succede” (658), è il ritornello che spesso ripete.

            Amarlo e farlo amare! E’ la copia di Santa Teresina. Si esprime anche nello stesso modo: “Sento tanta insoddisfazione, mi abbandono, accetto tutto, pure l’Inferno, purché lo ami e tanti lo amino. Sono io nella verità?”(701). La piccola santa del Carmelo in un momento di esuberanza di amore si era espressa con l’assurdità che sarebbe voluta andare all’inferno perché anche lì ci potesse essere un’anima che amava il Signore. Sono i paradossi dei santi!

           

            La sua è veramente contemplazione. Fuori convento aveva raggiunto ciò che nei medesimi conventi non tutti riescono a raggiungere. E’ la vita carmelitana vissuta in pienezza nell’intimità divina. E’ il fedele discepolo di San Giovanni della Croce che parlò di “attenzione amorosa”, che fa sua: “Come già vi ho detto me ne sto alla presenza del Signore con un'attenzione amorosa, senza fermarmi su alcun concetto determinato, solo desideroso di rimanere ai piedi del buon Dio a fargli un'affettuosa compagnia”(143).

 

            La medesima presenza sente con la Madonna e San Giuseppe: “Sabato 10 febbraio u. s. mentre godevo della presenza di Dio, tutt’ad un tratto sentii la presenza della Madonna, mai questo mi era accaduto prima d’allora. Sentii, vidi la nostra Mamma del Cielo, senza rappresentazioni corporali o immagini della sua persona. L’ho vista, sentita in un’altra maniera, mi è apparsa, si è manifestata nella Essenza di Dio ingerendomi la cognizione certissima e la percezione della sua presenza in Dio”(224).

            Con  San Giuseppe: “stamani subito dopo la Comunione, mentre pregavo Gesù di concedermi per intercessione del glorioso S. Giuseppe un segnalato favore che tanto mi sta a cuore…. mi è parso, se non m'inganno, di avvertire anzi di sentire ben chiara, in maniera ben distinta, la presenza del caro S. Giuseppe. Ciò è stato come una divina carezza per la povera mia anima”(281).

 

            A volte sente la voce del Signore, ma è un sentirlo nell’anima e non con le orecchie del corpo. Si chiamano locuzioni. Continua a chiedere al padre spirituale: “…negli ultimi giorni del mese di Maggio me ne stavo a contemplare con amore doloroso Gesù morente, senz'altro desiderio che di essere immolato e sacrificato, quando mi sentii dire: Ti voglio solo, solo, nudo, nudo sulla croce, affinché le tue sofferenze straordinarie e dolorose, sfuggano agli occhi di tutti e restino nascoste tra me e te. Mi dica, mio caro Padre, se ciò può essere vero? Se Gesù può servirsi di un misero nulla quale io sono, per continuare la sua Passione”(869).

            Ancora: “Questa mattina durante il ringraziamento alla S. Comunione ho avuto un pensiero che per nulla avevo procurato. Con ragione e verità posso chiamare il mio letto ‘il nido d’amore’ perché tutto quello che mi succede, voluto o permesso dalla divina volontà è amore. E’ l’Amore che mi dilania il corpo; è l’Amore che mi fa soffrire, che mi nutre di dolore, che me lo fa gustare. Sì, è l’Amore che mi prova, che mi abbatte, che mi sostiene, perché mi vuole santo, perché mi ama, ‘come il Padre suo lo ha amato’ ”(192).

            Certe espressioni sembrano in contrasto tra loro. C’è sofferenza e c’è gioia. C’è dolore e c’è piacere. C’è morte e c’è risurrezione. Il tutto in un connubio spirituale che noi a stento riusciamo a comprendere. E’ il frutto dell’esperienza di Dio che hanno i santi.

            L’amore brucia, consuma: “… ho bisogno di dirvi che in me c’è qualcosa che mi dà gioia, che mi brucia, che mi tormenta. Il buon Dio mi investe, mi invade, ovunque io lo vedo è la mia ossessione! Padre mio, aiutatemi, io ardo. Come farò a comprimere tanto fuoco?  Io brucio! Che dirvi poi di ciò che provo, di quel che sento mentre voi recitate le preghiere prima della Santa Comunione? Capisco ora il perché la B. Imelda e S. Caterina da Siena meritarono che Gesù si partisse dalle mani del sacerdote per rendersi uno con le loro anime. Padre mio, è eterno quel po’ di tempo, io sono fuori di me, io più non reggo…. Tutto questo però non mi dura per sempre, poi c’è l’aridità, le tenebre, la desolazione!” (730).

            Più di una volta usa il termine “ossessione”. Non sa come descrivere ciò che sente.

            Sono dei momenti. Non sappiamo quante volte e per quanto tempo durino queste sensazioni, questi sentimenti, queste estasi. Poi “c’è l’aridità, le tenebre, la desolazione”, lo dirà tante volte.       Anche queste sono le prove dei santi che si ripetono. Chi ha letto le lettere di Padre Pio trova con quelle del nostro Aldo una sorprendente somiglianza. Si sente come lui peccatore, indegno. La notte oscura incombe come a lui nelle sua anima, mentre la presenza di Dio si rende così forte da non saperla quasi sopportare. Difficile trovare dei vocaboli adatti descrivere questi fenomeni spirituali.

            Dirà anche: “…vivo in tenebra fonda, però credo, credo, e voglio infondere fede”, aggiungendo una breve preghiera: “Oh dolcissimo Gesù, io confido che tu mi farai giungere, in Te, allo stato di perfetta adorazione, facendo di ogni atomo del mio essere, interno ed esterno, spirituale e materiale, un sacrificio perfetto che si perda e si dilegui nel tuo, con la consumazione perfetta nell’unità”(986).

 

            Concludiamo questa carrellata di espressioni mettendo di nuovo in luce il fine della sua immolazione così riportata: “devo penare col Divino Agonizzante del Getsemani, devo pianger solo, devo subire le umiliazioni, le calunnie, le ingratitudini, gli oltraggi, ogni sorta di abbandoni. Bisogna che tutto, tutto per me sia segnato dalla Croce. Prendi Gesù la mia anima, serviti del mio corpo, stritola l’una e l’altro, disponi del mio dolore, della mia passione. Per Te Gesù, per le anime, per chi mi è caro, per chi mi appartiene”(551).

 

            Chi sono queste anime? Sono i peccatori. Sono soprattutto i sacerdoti.  Per loro più volte esprime il desiderio di essere immolato. Se poi li vede in peccato o in pericolo di peccare si rattrista e chiede per loro preghiere anche agli altri.

            Ne vede e ne sente di tutti i colori. Così scrive al suo direttore spirituale: “Una preghiera fatta di impetrazione e di riparazione vi chiedo per un vostro e mio confratello…. Il poverino ha tutto rinnegato, ha tutto abbandonato per fuggire, non si sa dove, con chi l’ha trascinato nel baratro. Io penso che il poverino è impazzito.”(134). Ancora: “Vi raccomando un’altra anima consacrata che da pochi giorni ha buttato via l’abito religioso per commetter il più infimo e ributtante peccato”(162). Di un’altra dice: “è stanca ormai di soffrire, di tutto e di tutti ha nausea e per questo ha deciso di farla finita con la vita” (221). Infine ancora di un altro con tristezza: “..non crede più e ciò che fa male e l'ostinatezza. Se si tenta dirgli qualcosa, con tanta gentilezza risponde: ‘Per favore parliamo d'altro, ho paura che il Signore mi apra gli occhi’…  Mi hanno detto di scrivergli; lo farò volentieri(381). Naturalmente nelle lettere, anche se dirette ai confessori, omette qualsiasi riferimento che possa far scoprire di chi si tratti.

            Intanto le sue preghiere e la sua immolazione producono qualche effetto salutare. Eccone un esempio: “Ringraziamo la Mamma del Cielo che durante il Congresso del VII centenario ha operato un mirabile mutamento in un’anima che ben conoscevo, anima decisa a tutto rinnegare a tutto apostatare per assecondare un’abominevole tentazione. Quest’anima è stata portata a Roma, ha assistito al Congresso e dalla nostra Bianca Regina ha avuto toccato il cuore, ha riconosciuta la sua aberrazione e se ne è tornata a casa decisa a vivere la sua vocazione” (204). Altri miracoli della misericordia di Dio non li conosciamo. Certamente ci sono stati e ci saranno.   

 

 

LA MALATTIA

 

            E’ difficile descrivere nei dettagli i mali che hanno invaso il corpo di Fra Immacolato. Dopo la definizione di “ostiomielite deformante” e la setticemia, è un susseguirsi di aggravamento e di nuove malattie.

            Prendiamo dalle lettere quei pochi accenni che ne fa nel corso dei suoi cinquant’anni di letto.

            E’ una descrizione che portiamo avanti anno per anno, fino agli ultimi giorni della sua vita terrena. Possono dare l’impressione che parli sempre dei suoi mali, ma non è così. Sono delle piccole parentesi nel corso di lettere piene di concetti spirituali. Non appare mai poi in queste brevi descrizioni la tristezza per ciò che gli accade, né il peso per qualcosa di opprimente. Non è mai una presentazione lamentosa. La sua esperienza non è mai pessimistica. In tutto brilla la luce del soprannaturale, la luce di Dio, la luce della speranza che anche nelle tribolazioni fa vedere il Signore che trasforma tutto in gioia, in felicità, che sarà piena un domani, ma che anche oggi ne fa pregustare la dolcezza.

            Come Santa Teresina il nostro Aldo vede e fa vedere la Croce aperta al mistero pasquale e che perciò fa gioire nello Spirito Santo.

            Cerchiamo di percorrere attraverso queste brevi sue frasi il calvario che sta salendo, la croce che sta portando.

            Le riportiamo in ordine cronologico. Crediamo che dicano più di ogni altra enfatica narrazione.

 

            Dieci anni dopo (1949) l’inizio della sua malattia dirà: “Da parecchi giorni il male si è riacceso nell’anca sinistra e nelle mandibole, specie la superiore, i denti già ne hanno risentito; buon per me che ci tenevo ad aver i denti sani. Senza timore di sbagliarmi posso dirvi che le mie giornate sono un susseguirsi di istanti di luce e di tenebre, un tormento continuo”(164).

            L’Anno Santo (1950) lo vede peggiorare e nello stesso tempo esultare perché può contribuire alla conversione dei peccatori. Sono sorprendenti queste espressioni di gioia per un male che non solo non perdona, ma che gli sta procurando degli enormi dolori: “Oggi il dottore ha constatato che il male si è esteso alla colonna vertebrale e al viso. Ho esultato a questo verdetto! Ho gioito. L’anima mia magnifica il Signore! A Dio ho gridato: Amen, così sia! Fiat! Deo Gratias! E ciò a gloria e lode della Trinità Santa. Com’è ideale il dolore per quelli che Dio ha eletti. Il dolore è nulla per chi crede, spera, ama. Esso per me è l’Amore, la Misericordia e me ne sto in perpetua oblazione, ostia immolata a una messa che Gesù celebra con me e di cui il suo Amore è il Sacerdote! Padre, mi do, mi abbandono, aspetto, confido” (180). Poco dopo dovrà constatare che il male “ha preso le ossa del naso ed incomincia a farsi sentire nella mano e nella spalla destra”. Nonostante tutto continua a dire: “ Dio sia benedetto”(224).

            L’imbarazzo più grande ce l’ha quando sono colpite le parti delicate del suo corpo. Cosa che gli accade a marzo dello stesso anno. Sono come un regalo di San Giuseppe. Questa volta l’offerta acquista una dimensione più precisa, i sacerdoti: “Il coro di S. Giuseppe mi portò l’annunzio di un nuovo male, non ve lo manifesto perché ne ho vergogna, solo vi dico che l’accetto e l’amo in espiazione dei peccati impuri dei consacrati, ne ho ringraziato il buon Dio e ne sono contento perché il carmelitano deve essere un mistico vaso di dolore e di amore”(233).

            Sa come siano insidiati i ministri di Dio. Come è difficile per loro la castità. Ne conosce tanti. Viene a sapere di alcune loro infedeltà. Il sacrificio è grande perché è messa in gioco la sua riservatezza. E’ pronto ad immolare anche questa, se non se ne può fare a meno. Oltre alla sofferenza fisica, della quale non parla, c’è quella psichica che tocca il suo pudore. Si rivolge a Maria: “non chiedo di esserne liberato, se è possibile che mi resti occulto altrimenti, mio Dio, come farò, non potrò sopportarne la vergogna, la confusione delle medicazioni, delle visite mediche. Ci aiuti la Mamma nostra a viver morti per viver santi” (251).

            Poi alla fine dell’anno, quasi tocco finale di una lunga agonia, per diversi mesi è colpito da “un tremolio generale””(275). Sembra la fine. L’Anno Santo è passato. La vittima è stata accettata sacrificata, immolata. Ma non è così. Questa sensazione della fine imminente si ripeterà tante volte e Aldo pronto a incontrarsi col Signore, accetta di ricominciare la salita erta del Calvario.

 

            Dopo tre anni, infatti, scrive al padre spirituale: “sono stato veramente male, credevo proprio d'andarmene”. Ha dovuto subire una “operazione chirurgica al piede più malato”(252). La chiama “piccolissima”, ma sappiamo come attenui i dolori quando li deve manifestare.

            Soffre molto, ma nessuno se ne accorge. E’ contento di questo. Lo manifesta solo ai padri spirituali e “ringrazia Dio che nulla ha fatto trapelare”. Sa che le sofferenze sopportate in silenzio e nel nascondimento hanno più valore. Le considera una occasione, una grazia che può andare a vantaggio delle anime e chiede di pregare per questo: “perché tanta grazia non resti infruttuosa, che io sia fedelissimo alla grazia particolare che il Signore mi dà, affinché possa essere realmente la linfa vitale che lavora nell'oscurità e nel silenzio, il lievito che fa fermentare la pasta, affinché il regno di Dio si estenda fino ai confini della terra”(359).

           

            Subentra una pleurite e tanto altro soffrire che neppure lui sa il perchè. Il Signore lo colpisce “con mano ferma e amabilmente terribile”(522). Da che dipende? “Non so! -dice- è un malessere generale che mi sfibra e consuma”(524), “anche la piaga della schiena ha ricominciato a dar sangue”. Al colmo della generosità conclude: “Che io solo sia la vittima e mi consumi. Non per niente Gesù mi ha dato un cuore per amare, un corpo per soffrire, una volontà per sacrificarla”(532).

 

            L’anno seguente gli “tiene compagnia una buona bronchite”(561), quindi il Signore lo “associa in una maniera particolare alla Sua Passione, con una operazione realmente crocifiggente, con un dolore profondamente doloroso! ”(574). Di che cosa si è trattato? Bisognerebbe andare a cercare sulle cartelle cliniche. A noi importa sapere solo che ha continuato a salire “con Gesù e come Gesù” (574) il suo calvario. Il tifo conclude quell’anno (585).

 

            Nel ventesimo anniversario (1958) della sua malattia scrive: “Le mie condizioni di salute sono quelle di un malato grave, con questo sento di non aver detto nulla però diversamente non saprei, né potrei dire. Soffro, peno, ma so che il Signore é Dio, non desidero nulla, bramo solo piacere a Gesù, glorificarlo e vedere il suo regno in me, nelle anime che mi sono care e in tante, tutte le anime. Voglio compiere, vivere la Divina Volontà, rassomigliare il più possibile al mio Sposo Crocifisso”(600). I mali continuano, anzi si accentuano: “Bronco polmonite, peritonite e colicistite” I medesimi medici non sanno cosa fare “pensano di operarmi e temono che l'operazione mi sia fatale”. Il Signore nonostante tutto gli dona la pace: “niente, nulla mi turba; sono tanto sereno. Si faccia di me secondo i divini Voleri”(605).

            E’ definito dai mediciun mistero di resistenza”, ma lui si affretta a correggere: “mistero di inconcepibile miseria”. Non vede in se nulla di buono. E’ invaso anche da “tormenti  spirituali” e se ne sente “lo zimbello”(607).

           

            Le sue lettere continuano ad essere permeate di ringraziamento a Dio per quanto gli dona. La sofferenza è un dono l’aveva detto tante volte e tante ancora lo ripeterà.

            Non vuole pensare ai suoi mali. La sua attenzione è tutta protesa alla salvezza delle anime. Ora gliene capita una e dice: “non ho tempo di pensare ai miei mali, c'è quest'anima in serio pericolo, c'è chi tanto fa per rovinarla”. Se ne assume con umiltà la responsabilità: “Lo riconosco: sono le mie iniquità che ostacolano l'azione della Grazia in questo sacerdote”(632), per il quale chiede adesso preghiere.

            Continuando a peggiorare non può fare a meno di chiedere preghiere anche per sé: “perché Gesù sia sempre la mia forza”(633). Intanto fa una confidenza a P. Valentino, vuol sapere se credere o meno a quanto gli sta per dire: “alcuni anni fa (posso anche sbagliarmi) durante l'operazione mi sentii dire: ‘Ti farò soffrire, ti priverò di appoggio e di conforto, ti farò sentire solo nelle difficoltà e nelle pene, l'umiliazione e la sofferenza ti stringeranno da ogni parte’ ”(633) . Non conosciamo la risposta del Padre. Le lettere che riceve le straccia subito.

            Per due anni i mali e i dolori si sono accentuati. Poi improvvisamente, a marzo del 1970: “Sto meglio, però non so se è proprio lo stomaco, dato che mi dolora un po’ tutto”. E subito conclude: “Non  rattristiamoci per questo, c’è ben altro da pensare. Dio non è amato, Dio non è amato”(676).

 

            Non si può dire che abbia avuto una pausa il suo soffrire. Forse nulla di nuovo, ma tutto come prima. Poi: “Il mio male ha fatto qualche progresso”. Dice di non rammaricarsi, desidera solo “che Gesù non sia più tanto offeso dai Suoi”(728). Continua così a offrire tutto perché cresca l’amore. Pensa soprattutto ai “suoi sacerdoti”. Dolore, quindi, per l’amore. Dirà, infatti: “il dolore, dopo l’amore, è il dono più grande che Iddio ci ha concesso e più ci abbandoniamo con fedeltà e amore alla sua opera purificatrice, più ne ricaviamo immensi benefici”(719).

 

            Passa qualche altro anno e non mancano “sempre nuove fisiche sofferenze, accompagnate da angosce morali e strazi di spirito”. Le sue giornate sono “per bontà di Dio, dense di sofferenze”(774). Non potrà neppure più scrivere. Userà la macchina perché ha “le braccia doloranti e gonfie”(777). Ma la sua generosità non diminuisce anche se sentiva “che la croce si appesantiva sul fisico, sul cuore, sullo spirito… Nulla rifiuto, niente rinnego: ciò che voglio è di stare vicino a Gesù e vivere accanto a Lui per tenere compagnia alla sua solitudine e al suo profondo dolore e amarlo con l'immolazione di tutto il mio essere” (777).

 

            Un pensiero nuovo per noi, ma non per lui è quello di offrire “il martirio silenzioso della sua vita” come “saluto filiale alla Vergine Santa e per Lei, in Lei, con Lei, adorazione e glorificazione dell’augustissima Trinità!”(780). Che bello! Maria ci immette nella Santissima Trinità.

 

            A Roma intanto si è concluso il Concilio Ecumenico Vaticano secondo.           Cominciano le riforme. Fra Immacolato segue con interesse, ma anche con un pizzico di perplessità le interpretazioni, che a volte, specie all’inizio, sono esagerate. Non legge giornali, ma solo riviste religiose. Alcune cose le apprende da queste, altre gli vengono riferite. L’altare verso il popolo, l’uso dell’italiano, la Comunione nelle mani. Sono novità che accetta solo perché vengono dall’autorità della Chiesa. Comunque ne chiede conferma ai padri spirituali. Qualcosa certamente lo fa meravigliare. Tace. Prega. Domanderà a P. Valentino: “E’ vero che c’è un decreto che autorizza (per la Comunione) a deporre la S. Particola nella mano?”(809). La domanda nasconde evidentemente una certa perplessità. Forse certe cose non le capisce. Forse qualcuno gliele presenta in modo non preciso. A proposito dei facili aggiornamenti dirà: “Si ha l’impressione che il mondo stia per capovolgersi con tutti questi aggiornamenti che danno talvolta effetti di una luce di fanale negli occhi. Speriamo che per tutti sia poi luce di faro, anzi di sole, di luce divina!”(793).

            Comunque quando deve dare qualche suggerimento ai monasteri consiglia sempre di attenersi a quello che stabiliscono i superiori. Non è facile nell’esortazione ai cambiamenti. Modera le innovazioni a carattere personale: “Se i superiori glielo concedono, lo permettono, mantenga pure in vigore l’austerità; l'evoluzione spesso degenera in rivoluzione”(800). Si attiene a quello che dice il Santo Padre: è il supremo moderatore e deve essere ascoltato, seguito.

 

            Prega per la Chiesa e sempre per i sacerdoti, alcuni dei quali vede, dopo il Concilio, forse sbandati. Ovviamente la prima preghiera è per il Papa. La cosa è tanto ovvia che poche volte nelle lettere è descritta. Dirà semplicemente ad una socia nell’immolazione: “Che Gesù ci sostenga nella nostra vita d’immolazione per la santificazione del Sacerdozio, per la Chiesa, per il Papa e l’Ordine nostro”(1082). Quando emergerà la facile infedeltà alle direttive del Papa, dirà: “prego per il Santo Padre e il Signore prenda soddisfazione dalle anime che gli sono fedeli”(822). Poi quando deve esprimersi su qualcosa fatta o scritta dal Santo Padre esclama: “Quanto è bella la Enciclica del Santo Padre per l'Anno Mariano”(1119). A P. Valentino che gli chiede una preghiera speciale per il santo Padre, risponde come se fosse una cosa scontata: “Sì, prego ed offro per il S. Padre, sono qui per questo”(997/b). Sono delle brevissime espressioni che nascondono un cuore attento sensibile e premuroso per le necessità del Papa.

            Più che per lettera la sua devozione, la fiducia e la stima per il Papa la esprime a chi lo va a trovare. I suoi occhi si illuminano come se si parlasse di Gesù. Sente su di sé le sue preoccupazioni. Sembra soffrire insieme a lui per le necessità della Chiesa.

 

            Dopo questa breve divagazione sulla sua attenzione alla vita della Chiesa, riprendiamo a seguire la sua salita al calvario.

 

            Si affaccia al trentesimo anno della sua malattia (1968) scrivendo:Che dirle di me, sono proprio fisicamente in croce. Dio ne sia ringraziato. E’ ben vero che la sofferenza, la croce è dono, è amore, è Gesù!”(792). Infatti durante l’anno dovrà dire: “ho avuto coliche renali, epatiche e poi peritonite. Sono ancora tanto malato, ma veramente felice, che la Trinità Santa in me si glorifichi”(797). E: “Ora sto proprio male, mi meraviglio di essere ancora in vita, ma vedo che è ben misericordioso Gesù che ‘non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva’”(802).

            Questo stato di aggravamento continua. Ormai è ininterrotto. Pochi accenni negli anni successivi. Tutti sempre pieni di ringraziamento a Dio e di offerta per gli altri. Mentre descrive il riacutizzarsi del male o il sorgere di nuovi attacchi, chiede di poter adempiere fino in fondo il dovere di immolazione.

            Alla fine del 1970 scrive: “Vado sempre peggiorando, che la Madonna unisca sempre più la mia immolazione a quella di Gesù”(822).

            Nel  1971:  Mi perdoni il ritardo, ma sono veramente malato. E’ dallo scorso luglio che, causa nuovi focolai del mio male, l'anca e la spalla destra, hanno interminabili ascessi. Disparata è l'opinione dei medici, che con bisturi, siringhe esplorative e specilli vogliono ad ogni costo rimettermi su.  Preghiamo che io sappia veramente esser di Dio e gli altri comprendere la Divina Volontà”(840).

            Forse sono gli altri a insistere con i medici sperando di ottenerne qualche miglioramento. Non solo lui, ma anche i suoi devono capire e accettare la Volontà del Signore. Personalmente è convinto che “la Croce è calamita d'amore!” Invita ad accettare ciò che il Signore dispone: “Lasciamolo fare, non "sbaglia mai" e fa soffrire solo per amore”(828).

 

            Chiede preghiere a chi scrive: Mi affido alle sue preghiere per vivere nella volontà di Dio senza riserve, imitando Gesù nell'obbedienza al Padre”(841).

            Sembra di descrivere la scalata e non la semplice salita di una montagna. Quando arriverà alla cima?

            Guarda indietro: “Sono più di due anni che le mie condizioni fisiche sono peggiorate; dallo scorso anno poi il male si è riacceso in tutto il lato destro (flemmoni, piaghe, emorragie e dolori fortissimi si avvicendano a ritmo serrato). Soffro veramente - ma non penso sia giunta l’ora. Mi consola che mi seguite nel mio soffrire e che mi ricordate al Signore; vorrei che tutto sia a bene della S. Chiesa e a gloria di Dio”(843). Oggi: “Umanamente parlando non potrei resistere oltre (lo dicono i medici). Confidiamo totalmente e lasciamo fare a Dio”(845).

            Anno dopo anno peggiora sempre più. Ma ha senso parlare di peggioramento? La vita di Aldo ormai è questa. Peggioramento nel fisico, ma elevazione nello spirito. Dietro ogni frase, ogni parola c’è un mare di dolore, ma c’è anche sempre il sole della gioia che è il Signore, che vede, sente nel medesimo dolore: “Sono crocifisso nel corpo e nell'anima, con la grazia di Dio desidero cantare Amen fino alla fine”(852).

 

            Nuovo Anno Santo (1975), nuove croci da portare:  Vado sempre più peggiorando, in questi giorni poi un flemmone alla gamba destra mi fa penare, ma la grazia di Dio e la sua Misericordia sono sempre più grandi di qualsiasi dolore”(864). Il desiderio di immolazione è sempre lo stesso: “Preghi per me, sto veramente male, che sappia offrirmi continuamente al Padre con Gesù per essere sempre, e con Gesù, solo crocifisso!”(902).

 

            Nel 1980 altre sofferenze: “In questo periodo ho avuto nuove sofferenze e ancora scorgo le spine di un calvario da salire;  vedo però che per un figlio del Carmelo non c'è  che una parola, una via, una verità, una sola ed unica realtà: Gesù! Mi sento quindi interamente fra le sue mani e poiché attendo tutto da Lui, confido che mi trasformerà, mi renderà tale quale mi vuole”(956). Le sofferenze sono sempre considerate una grazia, perciò dice: “ … mi pare che in questa sofferenza si possa cantare più puro il Magnificat della riconoscenza e dell'amore”(957).

 

            A causa delle nuove sofferenze e dall’acutizzarsi di quelle che già aveva, scriverà molto poco. Risponderà con ritardo alle lettere che riceve. Si scusa ripetendo a tutti che la malattia non glielo permette. A volte spiega il perché. Appare sempre la sua intenzione di offerta gioiosa: “Sono stato per mesi tanto sofferente per nuovi focolai del male riacutizzatosi fortemente.

La sofferenza è veramente la mia vocazione, ‘l'appello del Signore alla mia anima’. Sì, la sofferenza mi consente di fare opera di riparazione ed è la risposta a quell'offerta di me stesso a Cristo, per i sacerdoti, per la Chiesa, l'Ordine e per le persone che mi sono care”(994).

            Nell’84 paragona la sua vita alla Via Crucis e scrive a una suora di trovarsi alla stazione della crocifissione: “Che dirle di me? Sono sempre alla XI stazione… Mi aiuti, Madre, a vivere la mia chiamata: ‘Voluntas Dei’ ”. (1036)

            La Pasqua, come ricorrenza, quell’anno, per Fra Immacolato è ancora un venerdì Santo: “La S. Pasqua, per le sofferenze fisiche è stata un vero Venerdì Santo. Ne sia ringraziato Dio”(1041). Verrà la Pasqua di risurrezione. Si accosta a grandi passi,  ma ancora ci vuole qualche anno.

 

            A febbraio del 1985 è ricoverato più volte all’ospedale per la dialisi. Scrive a P. Valentino:   Sono ancora “nutrito di sofferenza”. Sia benedetto Dio, che tutto il mio essere lo lodi. Sì, Gesù, io mi immolo completamente a Te solo e mi ti cedo tutto. Glorificati nella mia libertà, glorificati nella mia volontà, in me(1061)… E’ dai primi di novembre che soffro per male ai reni; ho ricevuto blocchi renali e sono stato ricoverato in Ospedale per la dialisi”(1062).

            E’ affetto da una uropatia ostruttiva da calcolosi multipla. Deve essere operato: “il mio silenzio epistolare ma non orante è stato dovuto al mio ricovero in ospedale (23 marzo, 30 aprile) per grave operazione al rene e all'intestino. Ora sono qui a casa, ancora sofferente e abbandonato ai Divini voleri”(1066). E descrive di nuovo le intenzioni della sua offerta:Più che mai ho capito che devo offrirmi in qualità di vittima per la gloria del Padre, per i sacerdoti e l’Ordine nostro. Mi aiuti padre con la sua preghiera affinché Gesù sia il mio tutto e il mio bene, di essere suo”(1067).

 

            L’anno seguente comincia un male allo stomaco. Sarà quello che lo porterà alla morte. Sembra prevederla. “questa volta è lo stomaco che non funziona. Che tutto in me sia per la gloria di Dio(1091) Mi aiuti, Padre, a pregare la Madonna, che tenga ben aperti i miei occhi, ben desta la mia anima, affinché quando Gesù vorrà visitarmi, la mia anima lo veda, lo senta e si renda conto che è proprio Lui(1097)…. Tacere, soffrire, pregare, amare, ecco quanto con l’aiuto della Madonna mi propongo”(1100).

 

            Un anno e mezzo prima di morire (6 novembre 1987) scrive l’ultima lettera al Padre spirituale, P. Valentino. E’ più breve delle altre. Contiene gli stessi sentimenti: “Non mi dilungo poiché sono tanto sofferente, per un blocco intestinale dal 15-10 u.s. Il Buon Dio mi sostenga e mi consumi a goccia a goccia per la Sua gloria, per i Sacerdoti e il Ordine Nostro. Per V. R. sempre la mia preghiera, la Madonna ci doni Gesù”(1127).

 

            Le ultime lettere sono come il suo testamento spirituale. Al Monastero di Loreto. Fa un bilancio della sua vita: “Quante grazie, quante finezze d’amore in questi 50 anni d’infermità, come poco e male ho corrisposto. Lodo e benedico il Signore, chiedo perdono per le inadempienze, le infedeltà all’Amore, aiuto e forza per essere fedele a tanta grazia. Sì, dare, dare continuamente, dare generosamente, dare tutto. Mi nascondo nel cuore di Gesù pregandolo di bruciare tutto quanto non piace a Lui. Voglio amare dando e dare amando”(1146).

 

            L’ultima a P. Ernesto è per Natale: “il Natale si avvicina ed io non voglio mancare a porgerle il mio augurio. Che il Signore centuplichi la sua grazia e la santifichi nella verità. Preghi anche per me, affinché dia tutto e tutto me stesso a Dio in un atto continuo di amore”(1151).

            Ancora un pensiero sull’Eucaristia: “l'Eucaristia, nelle ore di abbandono, di dolore, di incomprensione, nell'ora cioè in cui fra questo genere di sofferenze l'anima assomiglia all'Ostia vivente dei nostri Altari, mi dà forza, vita” (1152).

 

            Poi un mese prima di morire scrive per l’ultima volta. Sono tre lettere molto brevi. Datate tutte al 13. 03. 89. Sono per i monasteri di Pescara e di Firenze.

            A Suor Teresa Diletta di  Pescara: “ uniti nella preghiera chiediamo l’un per l’altro la grazia al Signore perché ci faccia crescere in fedeltà umile e perseveranti nell’offerta all’amore, sull’esempio di Maria, che con il suo sì ci ha donato il Salvatore. Buona Pasqua”(1156).

            A Madre Carmelita di Firenze: “…  Scriveva bene P. Ancili: ‘Che mistero il dolore! Non solo nelle sue espressioni atroci, ma nel suo significato profondo e definitivo: sapienza di Dio, forza di Dio. Non c’è salvezza e redenzione senza il sangue e il dolore’.  Signore dacci la forza, aumenta la nostra fede. Restiamo uniti nella preghiera e Gesù trionfi in noi. E’ il mio augurio pasquale”(1157).

            A Madre Maria Teresa di Firenze: “… ho tardato a risponderle…. Mi dono però senza timore perché so che Gesù è Amore e tutto mi donerà per vivere il mio “sì”.   Mi abbandono, mi offro, per lasciarmi fare e disfare da Lui. Voglio che ogni giorno della mia vita sia speso per Dio solo, per la sua gloria”(1158).

 

            Termina così il racconto della vita di Fra Immacolato attraverso le lettere. Gli ultimi giorni li prendiamo da testimonianze di coloro che gli sono stati vicino. Sono quelle riportate nel libro del prof. Giuseppe Biscotti.

 

ULTIMI GIORNI

                       

            L’ultima fase della salita al calvario di Fra Immacolato possiamo dire che sia cominciata nel mese di marzo del 1982. E’ a partire da questa data che alla sofferenza vissuta nel nascondimento del focolare domestico s’aggiunge quella dei numerosi interventi chirurgici presso l’Ospedale civile di Campobasso e quella che gli deriva dal dover mostrare, suo malgrado, ad occhi indiscreti il suo “segreto”, le sue piaghe.

           

            L’Ordine Carmelitano gli sta vicino. Nel 1984, a pochi mesi dal secondo ricovero in ospedale, riceve la visita del “suo” padre Valentino Macca. E’ il commiato dal  padre spirituale, da colui che più di ogni altro ha  scrutato i segreti della sua anima e del suo cuore. E’ il commiato dal confratello che alle carmelitane del Carmelo “Tre Madonne” di Roma, ripeteva: “Lo vedremo presto sugli altari”. L’anno seguente va a trovarlo il Procuratore Generale dell’Ordine, inviato a Campobasso direttamente del Padre Generale. E’ l’ultima visita che riceve dai confratelli; è il commiato della comunità religiosa di appartenenza.

                

            Continua invece, come se nulla fosse successo, il “pellegrinaggio” del bisogno ai piedi del suo letto.  Fra Immacolato non si scompone, resta al suo posto, sorridente  e disponibile come sempre. “Ai nostri occhi, scrive una sua figlia spirituale, continuò a presentarsi con il sorriso sulle labbra; il suo viso non lasciava trasparire la sofferenza. Soltanto un giorno, mentre stavo per varcare la soglia della sua camera per uscire, mi sono girata d’improvviso per risalutarlo, senza che egli potesse prevederlo, in un attimo il suo volto si era trasfigurato, aveva le sembianze della sofferenza, le sembianze del Cristo sulla croce”. Questa preziosa testimonianza ci aiuta a capire il significato del sorriso di Fra Immacolato, ci aiuta a capire cosa egli volesse significare  quando diceva: “La mia sofferenza... il Signore sa dissimularla”.   

             I ricoveri ospedalieri non si rivelano risolutivi per la salute di Fra Immacolato. Presto, infatti, iniziano le crisi di sub-occlusione intestinale. Alla priora del Carmelo di Loreto che gli chiede notizie sulla sua salute fa sapere: “Sono di nuovo tanto malato, dopo i reni e l’intestino è la volta dello stomaco che non funziona. Dio è Amore e tutto è Grazia”(1077).           Queste nuove crisi cominciano a manifestarsi in forma saltuaria, ogni due o te mesi, presto però divengono sempre più ravvicinate. La sua alimentazione è ridotta al minimo; anche una semplice pastina in brodo gli provoca vomito incoercibile ed occlusione alle anse intestinali. Il suo corpo si va consumando nel senso letterale del termine. Eppure, nonostante ciò, egli continua a vivere per gli altri. Continua a donarsi e a donare. Ancora a pochi giorni dalla sua morte, il suo pensiero è per gli altri, per i suoi sacerdoti.

            Ad aprile del 1989 le crisi sono pressoché continue; ormai le flebo e i farmaci di supporto non sono più sufficienti. Alla sofferenza del corpo di questi ultimi giorni s’aggiunge quella dello spirito, decisamente più penetrante ed acuta. E’ l’ultima prova, quella più terribile, quella dell’assoluto silenzio di Dio,  capace di trafiggere l’anima fino a separare il corpo dallo spirito.

            Fra Immacolato, che mai si era lamentato, in quelle ultime ore sembra quasi crollare. Rivive quel “passi da me questo calice” di Gesù. Non chiede fino alla fine di essere liberato da quelle sofferenze, ma dice solo e per la prima volta “soffro tanto!” e “mi fa male!”. La sua bocca non aveva mai pronunciato simili espressioni. Mai in cinquantuno anni di dolori. L’ “ho sete!” di Gesù diventa “premi più forte!”. Non aveva mai chiesto il benché minimo sollievo. Neppure un bicchier d’acqua aveva mai chiesto. Mai. Ora sono proprio gli ultimi momenti. Sta per avverarsi anche in lui il “Tutto è compiuto!” di Gesù.

 

            Di questo ultimo appuntamento con la volontà crocifiggente del Signore abbiamo la preziosa testimonianza del suo medico curante. Scrive il dottor de Vincenzi: “E così avvenne che improvvisamente il giorno 12 aprile 1989, verso le ore 13, squillò il mio telefono. Era Fra Immacolato, che per la prima volta, con voce sofferente e affannata mi disse subito: “Dottore soffro tanto, perché? cosa è avvenuto in me? Mi dica perché il mio cuore è fibrillante, perché respiro male, mi dica”. Capii subito che doveva trattarsi di una cosa grave, perché, benché sofferentissimo, mai mi aveva palesato dolori e chiesto spiegazioni e aiuto di questo genere. Fu l’ultimo appello a me, indegno suo amico; di lì a poche ore tutto precipitò e il giorno dopo, alla stessa ora circa, mi telefonarono per darmi il triste annuncio del decesso”.

            Gli ultimi momenti della vita terrena di Fra Immacolato lasciamo raccontarli a chi gli è stato amico e fratello inseparabile per tutta la via e a chi ebbe il privilegio di raccogliere gli ultimi aneliti del suo cuore innamorato di Dio. E’ Don Michelino Fratianni. “E venne il 13 aprile - scrive - ed entrai da lui. Non nego che scrutai con ansia e timore lo sguardo di Clara venuta ad aprirmi, per leggervi un segno, qualunque esso fosse; avevo paura delle parole. Mi incoraggiò una sua certa disinvoltura; ma ne avevo fatto una errata interpretazione, perché avvertii subito in Aldo segni di dramma: agitazioni, anche se contenute, paure, ma non terrori, insofferenze, egli che era la personificazione della remissività. Poi, l’inaudito: Dio! Dio! Madonna! Madonna! Sono queste le esclamazioni più spontanee e ricorrenti sulla bocca degli uomini sorpresi da meraviglia o dolore. Ma quelle esclamazioni furono uno strazio che lacerarono il silenzio di una camera che divenne attonita. Mai Aldo quelle invocazioni! e quel timbro di voce!...Una implorazione che strappava le lacrime. Michelino, mi fa male, mi fa male, qui, qui, e scostò le lenzuola, passaci la mano sopra. Lo stomaco. Ed io a passarla, ma con leggerezza. Premi più forte. No, ho paura di farti male.  E smisi, perché timoroso di fargli del male, e due conati di lacrime mi bruciarono gli occhi all’istante. Poi dovetti andare a scuola”[2].

            Ernesto, uno dei  nipoti di Fra Immacolato, a sua volta scrive: “La notte fra il 12 e il 13, ritornando da casa sua dopo un’ennesima crisi, non riuscii a dormire: avvertivo incombente la sensazione che si era prossimi al momento. Al mattino andai al lavoro lievemente sollevato dopo una telefonata, in parte rassicurante, di zia Clara, ma quando mi chiamarono in ospedale capii che non c’era più nulla da fare. Giunsi a  casa sua ed ebbi la conferma nell’espressione di mia zia: zio Aldo era quasi in agonia, il cuore aveva ceduto ed aveva uno scompenso in atto; provai ad iniettargli un farmaco, ma mi resi conto che ormai potevo solo stargli accanto, stringendogli la mano, ed aspettare con lui. Lui disse soltanto: Ernesto mi fa male; mormorai qualche parola di inutile senso ed ammutolii. Sembrava non dovesse mai morire; ma la sua missione si era ormai compiuta”.

            Fra Immacolato, raccogliendo le ultime energie disponibili, volge lo sguardo alle sorelle vicine, ancora un ultimo respiro per sussurrare loro: “Arrivederci”. Poi, chiude gli occhi, china il capo e si incontra definitivamente con il Signore che tanto aveva amato e desiderato. Era il 13 aprile del 1989, mancavano pochi minuti alle tredici.

            Anche nella morte ha mantenuto fede al suo desiderio “che nulla apparisse di fuori”, né delle sue sofferenze, né del suo intimo rapporto col Signore. Tutto come tutti nell’incontro con la morte, ultimo colpo per l’immolazione completa. Il suo profondo sguardo, ora più gioioso che mai, hanno incontrato Dio.


APPENDICE

 

PREZIOSI SUGGERIMENTI

 

 Mi raccomando: prudenza, prudenza e poi prudenza, le anime vanno aiutate con la preghiera, il sacrificio e l’immolazione. Tutto il resto è accessorio, è secondario e tante volte è bene astenersene”(564/b)

 

 “Niente mortificazioni speciali - mortifichi la sua sensibilità, il suo amor proprio”(603).

 

A una suora preoccupata per i suoi parenti  Vuole un rimedio: non si preoccupi per la sua sorella-consorella, non si interessi più del negozio, non stia più a domandare notizie degli incassi, non riceva o faccia telefonate. Si ricordi che è nell’irregolarità: come può pensare alla perfezione se manca nei primi elementi della vita religiosa? Si è data a Dio ed a Lui ha lasciato la cura dei suoi cari, ma in realtà nella donazione ricerca se stessa e ai suoi cari pensa (per quanto riguarda il materiale) più di prima, ma se vuol continuare così non valeva la pena entrare in religione (614).

 

“Dove c’è pace, c’è Dio. Dove c’è turbamento ed agitazione c’è il demonio” (644).

 

“la sofferenza non è una maledizione, un crudele destino, ma un dono, una grazia, un privilegio”(651).

 

 “quando tutto ti sembra perduto é proprio allora che ti é imminente  il Divino Aiuto”(652).

 

 “Lei non è responsabile delle altre, lei non deve badare alle altre, lei non deve riferire delle altre, solo se le vede peccare mortalmente. Pensi a sé che alle altre ci pensa Dio”(666).

 

“E’ bene non fidarsi di chi, solo se pagato, opera il bene”(679).

 

“Cerchi di non confidarsi con il primo arrivato e sia più discreta nel palesare le sue sofferenze, le sue incomprensioni e le sue perplessità(911/b).    

 

“Ora più che mai vedo che il S. Rosario è proprio l’arma che difende l’anima nostra, in fondo la nostra vita è un Rosario, un susseguirsi di misteri gaudiosi e dolorosi. Ma poi, poi, dopo l’immolazione di ogni giorno, di ogni ora verranno i Misteri Gloriosi e inizierà la vita nell’Eterno Amore!” (950)

 

PREGHIERA-OFFERTA per i sacerdoti

     Questa preghiera, per suggerimento di mons. Lombardi molisano, fu inviata al Papa Pio XII e il 28 dicembre 1944, a firma di  mons. Montini, futuro Paolo VI, il Santo Padre così risponde: "Santo Padre vivamente compiaciuto generosa apostolica offerta sofferenze et vita compiuta dal giovane Aldo Brienza, gli invia particolare benedizione  apostolica  confortatrice  sue  pene, propiziatrice abbondanti grazie celesti"[3].

 

            "Nel Nome di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo, nel Nome di Maria Addolorata, supplico la S.S. Trinità di accettarmi, come vittima d'immolazione, d'espiazione, d'impetrazione, di riparazione alla sua divina giustizia a favore di tutti i sacerdoti, e di ciascuno di essi in particolare

            . Ricevi o mio Dio, ed accetta l'offerta universale, irrevocabile, l'abbandono totale e incondizionato che per tua misericordia ti faccio di tutto me stesso: del cuore, dell'anima, della volontà, della libertà, della salute, della vita, di quanto m'interessa, posseggo e mi è caro adesso e nell'avvenire, nel tempo e nell'eternità. Tutto il merito dei sacrifici miei, delle mie preghiere, la mia agonia, la mia morte, nulla più m'appartiene e nulla più desidero né preferisco. Voglio solo aiutare e meritare al mondo il sacerdozio degno dei suoi sublimi destini.

            Oh, Eterno Iddio, per i bisogni dei sacerdoti, per la santificazione dei sacerdoti, accetto ed amo il sacrificio della vita mia.

            O mio Dio, guardami come tuo Figlio, rivestito dei peccati delle anime dei sacerdoti. Ti scongiuro perdona ad essi e scaglia invece sopra di me i colpi che dovrebbero cadere su di essi. Per il resto della mia vita non risparmiarmi, sono pronto a tutto. Accetto qualunque genere di sofferenza che possa tormentare il mio corpo: accetto di essere calunniato, disprezzato, umiliato, disonorato, vilipeso, oltraggiato, dimenticato, e calpestato come un granellino di sabbia, perché essi i sacerdoti siano amati, onorati, conosciuti, rispettati e apprezzati. Se la tua mano deve gravare, gravala su di me e non su di loro.

            Accetto l'abbandono, l'aridità, le desolazioni che possono martoriare il mio spirito. Accetto di sentirmi impotente, inutile e miserabile come abbandonato da te, come senza vita, ai tuoi piedi, felice se, con la mia immolazione, potrò aumentare anche di un grado, benché minimo, la tua gloria e contribuire a darti un santo sacerdote di più.

            Infine divin cuore del mio Dio, se ti occorrono ancora dei martiri per la difesa e santificazione dei sacerdoti, ti offro tutto il sangue delle mie vene. Fa di me, dolce Gesù, un'ostia d'immolazione a favore dei tuoi sacerdoti. Sii, tu stesso, il mio Sacerdote sovrano, o Gesù.

            O mio Gesù crocifisso, in unione a te, io mi offro vittima alla divina giustizia. Voglio la croce per mia forza e sostegno, voglio vivere con essa: la voglio per tesoro, perché tu o Gesù l'hai scelta….voglio vivere e morire crocifisso per i tuoi sacerdoti, affinché siano sacerdoti secondo il tuo cuore.

            Ma io non sono che nulla e non posso nulla da me stesso, tutta la mia forza è in te, ti supplico dunque d'avere pietà della mia debolezza e d'essere tu stesso il mio supremo appoggio. Tra le mani benedette della Regina del cielo, mia Santissima Madre, Maria Addolorata, e del Verginal suo sposo san Giuseppe, della Beata Maddalena di Canossa, di tutti i miei Santi Protettori ed Avvocati e di tutti i Santi carmelitani, io depongo la mia umile offerta, scongiurandoli di presentarla e confidando così nella loro protezione, come nella tua infinita bontà, attendendo con gioia tutte le decisioni che la tua adorabile Volontà vorrà prendere a mio riguardo.

            Spirito Santo, degnati visitarmi, abita in me come in un tempio vivente, non lasciarmi senza luce.

            O Gesù, amato bene dell'anima mia, prendimi e nascondimi nel ferito tuo cuore dove imparerò ad amare ed a patire per amore.

            Vergine Addolorata, vittima d'amore, fa di me, con te, un'ostia viva, santa e accetta a Dio, per la santificazione dei sacerdoti.

            E tu, pietoso Iddio, accetta e benedici la mia povera offerta e degnati consumare lentamente a goccia, a goccia, per la santificazione del sacerdozio, questa piccola ostia, nelle ardenti fiamme del tuo purissimo amore, affinché l'abisso delle tue misericordie si spanda nell'abisso delle mie miserie. Amen"[4].

 


INDICE

 

 

Introduzione

Infanzia e adolescenza

Carmelitano secolare

Apostolato

Primi voti

Le visite

Sacerdote?

Immacolato

Maria

Dal Terz’Ordine all’Ordine

Il Demonio

In famiglia

Grazie mistiche

La malattia

Ultimi giorni

Appendice

                        Preziosi suggerimenti

                        Preghiera offerta per i sacerdoti

                       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

in occasione della

chiusura del processo diocesano di canonizzazione

11 maggio 2007



[1] La testimonianza di (Rosalia Marino) madre Clara Marino è del 2 giugno 2004.

[2] FRATIANNI Don M. Il cielo sulla casa, op. cit., p. 82.

[3] Il Testo di monsignor Montini è conservato  presso  l’Archivio della famiglia Brienza.

[4] Il manoscritto è conservato presso l’Archivio della famiglia Brienza.

 
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