Famiglia nido d'amore
FAMIGLIA
"NIDO D'AMORE"
"Posso chiamare il mio letto ‘il nido d’amore’
perché tutto quello che mi succede,
voluto o permesso dalla divina volontà
è amore.
E’ l’Amore che mi dilania il corpo;
è l’Amore che mi fa soffrire,
che mi nutre di dolore,
che me lo fa gustare.
Sì, è l’Amore che mi prova, che mi abbatte,
che mi sostiene,
perché mi vuole santo, perché mi ama"
(lettera 192)
Brevi tratti biografici presi dal libro "Fra Immacolato Brienza" (ed.o.c.d.) di Giuseppe Biscotti
15 agosto 1922 - Campobasso - 13 aprile 1989
PRESENTAZIONE
Dopo l'opuscolo su Aldo Brienza, chiamato "Altare Vivente", in cui ho tracciato brevemente la sua vita traendola dal libro a lui dedicato dal prof. Giuseppe Biscotti, ho il piacere di intrattenermi ancora con lui in questo nuovo opuscolo, ancora più breve, al quale ho voluto dare il titolo che egli stesso aveva dato al suo letto di dolore: "NIDO D'AMORE".
Se il letto è stato il suo "nido d'amore", a maggior ragione può chiamarsi così la sua famiglia. Ha percorso il cammino della santità, senza camminare, a casa, tra i suoi.
Questi "suoi" l'hanno accompagnato con premura, affetto e insieme con tanta discrezione. Sono stati i custodi della sua vita. Angeli incarnati che hanno sofferto con lui silenziosamente, accettando insieme a lui il compimento della Volontà di Dio.
Una famiglia, come tante altre, colpita da quella che chiamiamo "disgrazia", che invece ha saputo trasformare in grazia, in "dono d'amore".
Veramente "tutto è grazia", o, per lo meno, lo può diventare. Così ha fatto Aldo insieme ai suoi.
Siamo grati a Dio che in questi tempi, in cui la famiglia è "strapazzata", ci offre un esempio di santità proprio in famiglia.
La Provvidenza mi ha fatto frequentare questo "nido d'amore" negli ultimi trent'anni della sua vita. Con discrezione ero accompagnato dai suoi, che, come ombre, mi aprivano la porta, senza dire mai nulla, oltre al modesto saluto.
In queste poche righe ho cercato di rivivere ciò che leggevo nei suoi occhi, nel suo sorriso, nelle sue poche parole quasi soffiate.
Mi voleva bene. Ci volevamo bene.
Forse anch'io sono "frutto" della sua immolazione per i sacerdoti. Dopo Dio sono grato anche a lui.
P. Raffaele
Infanzia e adolescenza
Aldo Brienza nasce a Campobasso il 15 agosto 1922. La casa dei genitori è sita nella piazza della stazione ferroviaria.
Il papà Emilio ha potuto acquistare questa casa con i soldi guadagnati in America dove era emigrato agli inizi del 1900.
Si sposa il 5 settembre del 1915 con Lorenzina Trevisani. Da questo matrimonio nascono otto figli, uno solo morto in tenerissima età. Il quartogenito è il nostro Aldo.
Il 21 agosto 1922 Aldo riceve il sacramento del Battesimo nella chiesa Cattedrale di Campobasso.
L’infanzia del piccolo Aldo trascorre serena e felice. E’ circondato dall’affetto dei genitori, delle sorelline e soprattutto di nonna Maria, con la quale, specie nel periodo pre-scolare, trascorre gran parte del suo tempo libero.
Dalla nonna apprende i sani principi pratici, espressione della sapienza popolare. A lei deve, in modo particolare, l’atteggiamento di fiducioso abbandono nelle mani della misericordia di Dio, il senso della pietà cristiana e l’attaccamento alle pratiche religiose. Tra tutte spicca l’amore sconfinato per la Madre del Signore.
Con lei è solito trattenersi a pregare nella vicina chiesa di Santa Maria della Croce. Quella chiesa, che, come ricorderà qualche tempo dopo, tante volte
“lo aveva visto bambino in preghiera dinanzi all’Addolorata Mamma nostra” (299).
Lo colpisce la statua della Madonna con suo Figlio deposto dalla croce. Questa immagine gli sarà sempre cara e diventerà il sostegno nella terribile malattia che presto lo colpirà.
Frequenta alla “D’Ovidio” di Campobasso la scuola elementare. E’ un bambino come gli altri, docile, buono e studioso.
Sappiamo poco della sua infanzia. Possiamo solo accettare ciò che egli stesso ha scritto in una lettera:
“posso dire che Gesù mi ha amato con predilezione fin dalla più tenera età” (299).
Si tratta, da ciò che egli stesso descrive, come una speciale protezione per non farlo cadere in peccato.
E' un fanciullo sensibile. Gli piace pregare e andare in chiesa.
Come tutti i bambini, dopo i sette anni si accosta con fervore a ricevere Gesù nel Sacramento dell’Eucaristia.
Prepara il suo primo incontro con il Signore nel modo migliore. Gli insegnamenti appresi alla scuola della dottrina cristiana s’imprimono nella sua mente, come s’imprime indelebile nel suo animo il senso del peccato e la consapevolezza della sua gravità.
Frequenta con assiduità la Messa domenicale con la Comunione, facendola precedere sempre dalla confessione sacramentale, come allora si usava. La nonna continua ad essere il suo angelo custode che lo accompagna spesso in chiesa.
Riesce a vivere la preghiera con grande raccoglimento. Ammira i sacerdoti e quando gli capita di imbattersi con qualche monaco, si sente attratto dalla loro vita.
All’età di 13 anni sente la chiamata del Signore per una speciale consacrazione. Vuole appartenere a Gesù. Vuole donare a Lui tutto se stesso.
Nel suo animo aleggia già una preferenza.
Dirà infatti che benché
“religiosi di Ordini diversi mi avevano invitato nei loro istituti, la Certosa mi affascinava” (299).
Nonna Maria è la prima persona di famiglia che raccoglie i moti di quel piccolo cuore scosso dalla voce di Dio.
Lei, la nonna buona, che meglio di ogni altro conosce i sentimenti di quel bambino, non si stupisce. Incoraggia il nipotino a perseverare e a pregare perché la volontà di Dio si realizzi nei modi e nelle forme da Lui volute.
Intanto, conoscendo il papà, gli suggerisce di pazientare prima di rendere pubblico questo suo desiderio.
Frequenta la scuola media inferiore ad indirizzo tecnico, presso l’Istituto “Leopoldo Pilla”.
Terminato il ciclo di questa scuola, obbediente alle indicazioni paterne, a 14 anni si iscrive alla sezione commerciale dell’Istituto tecnico superiore.
Ancora silenzio in famiglia sul desiderio della vita religiosa, di ritirarsi nella “bianca silente Certosa”, come la chiamerà egli stesso.
Finisce la scuola
E’ il mese di giugno del 1938, il campanello annuncia la fine delle lezioni e dell’anno scolastico.
Gli alunni, più allegri del solito, corrono verso le sospirate vacanze. Tra loro vi è anche Aldo.
Anch’egli, felice come tutti, si appresta a lasciare la scuola.
Non sa, né può immaginare, che non vi tornerà più, che non varcherà più quella soglia.
Il buon risultato con cui Aldo termina il suo primo anno di scuola superiore merita un premio.
Papà Emilio pensa di mandarlo alla colonia marina di Termoli, organizzata dal comando federale della "Gioventù Italiana del Littorio".
Aldo non osa contraddire il suo papà, anche se interiormente ne soffre. Non era questo il regalo che si aspettava. Avrebbe voluto ben altro.
Continua a non manifestare quello che sente nel cuore. Non ne parla. Attende, come gli ha suggerito nonna Maria.
I primi giorni di vacanza a casa passano sereni e tranquilli. Aldo, come sua abitudine, non manca di partecipare alle funzioni religiose che si tengono nella chiesa parrocchiale. E' il mese di giugno dedicato al Sacro Cuore di Gesù.
27 giugno 1938
La famiglia Brienza si reca in gita nella villetta appartenente ad un loro parente, sita sulla strada che porta da Campobasso a Ferrazzano. Sulla via del ritorno, improvvisamente Aldo accusa una fitta lancinante al piede sinistro che gli impedisce di camminare. Deve essere aiutato per tornare a casa. Zoppica vistosamente. Il dolore si fa sempre più acuto. Si pensa alla puntura di un insetto. Passerà.
Mentre a casa tutti sono occupati a rimettersi in ordine, mamma Lorenza non sta tranquilla. Sente il lamento di Aldo che presto diventa urlo. Aldo grida, chiede aiuto, si dimena. In casa nessuno è in grado di soccorrerlo. Nessuno sa cosa fare, anche perché nulla appare all’esterno. Aldo descrive questo malessere paragonandolo al “morso di un cane che strappa e lacera la carne e al chiodo che trafigge da parte a parte”.
Ha la febbre che presto diventa altissima. Mamma Lorenza, spaventata, chiede aiuto. Subito giunge papà Emilio. Giungono anche altri parenti. Con il passare delle ore il dolore e la febbre non concedono tregua. Il medico di famiglia, accorso per una prima diagnosi, non si sbilancia. Neanche lui sa con precisione cosa sia. Prende tempo. La somministrazione di calmanti non si rivela efficace. Si decide per il ricovero in ospedale. Seguono mesi di peregrinazioni tra ospedale e medici. Mesi di febbre rovente e continua, di dolori lancinanti e senza tregua e di diagnosi che si ripetono, una diversa dall’altra.
Purtroppo quel male diventa rapidamente aggressivo, con l’infezione che si estende ad entrambi gli arti, al bacino, alla colonna vertebrale, inchiodandolo al letto con poche speranze di guarigione.
E' diagnosticata una forma di osteomielite che con il tempo può procurare gravissime deformazioni ossee e periodiche febbri con temperatura elevatissima. Ad ogni violento episodio febbrile, i medici danno poche possibilità di vita. La fine appare sempre imminente.
L'osteomielite deformante degli arti, è una infezione del tessuto osseo che in era pre-antibiotica era quasi sempre mortale. Le uniche guarigioni si avevano o con l’amputazione o con esiti di gravi deformità e invalidità. Le previsioni sono, per la scienza medica, quelle di una vita sì di dolori lancinanti, ma breve. Il tempo comincia a segnare le ore e i suoi interminabili giorni.
Colpito da questo male, che ne è dei suoi desideri sulla Certosa?
Tra gli infuocati deliri dei primi mesi di febbre, Aldo ripete di volere sul letto “l’abito bianco che la Madonna aveva deposto nell’armadio”. Ma nell'armadio non c'è nessun abito bianco. Era certamente quello che avrebbe voluto indossare da certosino. Lo sogna.
Passano gli anni ma non passa il dolore. Aldo comincia a vedere sempre più lontana la sua guarigione. Anche il desiderio sulla Certosa si attenua. La preghiera per la sua guarigione pian piano si trasforma in un atto di rassegnazione che diventa accettazione e quindi ringraziamento per quanto il Signore gli sta donando. Percepisce che sta ricevendo la grazia di partecipare ai dolori della crocifissione di Gesù.
La Madonna del Carmine
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La casa di Aldo comincia ad essere frequentata da religiosi e da laici impegnati.
Ora a Campobasso tutti sanno che non potrà più abbandonare il suo letto di sofferenza. Molti avvertono il dovere cristiano di recarsi a fargli visita. Tra questi vi sono i suoi ex compagni di scuola e un piccolo gruppo di signorine dell’Azione Cattolica.
Anche alcuni religiosi della città o di paesi vicini si recano in casa Brienza per portare la Comunione al giovane Aldo. Sono assidui soprattutto i Cappuccini e gli Oblati di Maria Immacolata.
In una di queste preziose visite riceve in dono "La Storia di un'anima" che fa entrare nella sua vita Santa Teresa di Gesù Bambino. La piccola santa del Carmelo gli apre la strada alla conoscenza di altri santi carmelitani, ma soprattutto gli presenta la Madonna del Carmine nel suo dono dello scapolare.
Aldo legge e rilegge quei libri e si bea della spiritualità che promana dalla vita carmelitana. Ne trova vantaggio persino nella sofferenza. E' un prezioso nutrimento per andare avanti non solo rassegnato, ma con gioia, prendendo sempre con maggior coraggio la sofferenza che ormai offre con piacere al buon Dio.
Nel suo cuore cresce l'amore per la Vergine Santissima.
Ciò che legge di giorno, la notte spesso è oggetto di sogni. Sogni o rivelazioni? Non lo sappiamo. Lui li chiama semplicemente sogni.
Racconterà: “Per due volte sognai la Mamma Celeste che mi rivestiva una volta del Santo Scapolare ed un'altra me lo porgeva” (299).
Anche il Profeta Elia entra nella sua vita e nei suoi sogni. Lo vede, sembra proprio lui. Forse gli è rimasta impressa qualche immagine. Il manto, la spada, il fuoco. Il mantello del profeta diventa l’abito carmelitano. “Lo indosserai al Carmelo!” (299), sente dirsi.
Vuole approfondire il significato di queste "sensazioni". Del resto a Campobasso i Carmelitani non solo non sono presenti, ma Aldo non li ha mai incontrati, né mai ne ha sentito parlare.
Rassegnato che monaco certosino non può diventare, si convince che un cammino spirituale può farlo anche dal letto. Santa Teresina e la sua vita da ragazza, tutta protesa a Dio, l’affascina. Lo spirito carmelitano comincia ad aleggiargli intorno.
L’abitino, o Scapolare della Madonna del Carmine, nel suo significato simbolico può diventare non solo una veste di stoffa, ma uno stato di vita rivestito dalla protezione di Maria nell'esercizio delle sue virtù. Questa diventa la prima tappa che vuole raggiungere.
Mentre cerca di informarsi sulle modalità, i privilegi e gli obblighi, fa un altro sogno:
“sognai -scrive in una lettere a una suora carmelitana- di trovarmi nella chiesa che mi aveva visto bambino, in preghiera, dinanzi all'Addolorata Mamma nostra …. Mentre pregavo e dicevo alla Mamma nostra di farmi conoscere in quale Ordine mi voleva, la vidi animarsi, stendere la sinistra verso il lato destro della chiesa e dirmi: <E’ tra quei religiosi che ti voglio>. Mi voltai e vidi venire dalla nostra parte una doppia fila di nostri Religiosi tutti avvolti nelle bianche cappe”. Confida concludendo: “Pur dando al sogno l'importanza che gli spetta, incominciai ad amare il Carmelo e a interessarmi ad esso” (299).
Lo colpisce l'offerta di Santa Teresina come vittima all'amore misericordioso. La parola "vittima" si imprime nel suo animo. Vittima, amore, misericordia sono tre termini che lo affascinano e cominciano a fargli vedere il significato della sua sofferenza.
Da Santa Teresina passa alla conoscenza di santa Teresa d'Avila e di san Giovanni della Croce. Sembra proprio di aver trovato la sua vocazione. Si sente già carmelitano nel cuore. Ora vuole diventarlo con tutto se stesso.
Riesce a sapere l’indirizzo della Casa Generalizia dei Carmelitani Scalzi. Scrive. Si rivolge al segretario del Generale dell’Ordine, Padre Giovanbattista, è il 30 gennaio 1942. Nelle prime lettere manifesta la speranza e il desiderio di guarire per diventare carmelitano sacerdote.
Così scrive:
“Da tre anni e mezzo guardo il letto pregando ed amando il Signore. L’animo mio mi predice che guarirò e tutta la mia vita l’ho donata a Gesù, con la ferma intenzione di farmi frate e suo ministro. Chiedo perciò la grazia, né dubito di averla” (1).
Le lettere
La risposta di P. Giovanbattista lo commuove. Il Padre intuisce il tesoro di grazia che vive nel cuore di questo giovane appena ventenne. Lo incoraggia e lo esorta nell’offerta della sua malattia al Signore.
Inizia così quella ricca documentazione di lettere che da quell’anno fino alla morte saranno una preziosa testimonianza di fede e di amore nella sofferenza quotidiana.
Le prime lettere le indirizza anche ad altri padri della Casa Generalizia. Chiede libri. Ha sete di conoscere sempre meglio l'Ordine Carmelitano. Poi domanda immagini per quadri, reliquie e santini.
A P. Giovanbattista apre il suo animo e timidamente comincia a manifestare i suoi sentimenti. Ad agosto dirà: “sono sempre sofferente, ma sempre tranquillo. A che protestare se questo è il volere di Dio? Sappiamo noi i suoi fini? Non sono sempre giusti?” (4).
Il mese seguente mostra di aver fatto tesoro del famoso motto della santa di Avila. Fa, infatti, sue le parole di Teresa: “nessuna cosa che riguarda me, mi turba, nulla mi sgomenta e resto sereno tanto se mi si dice che guarirò, quanto se mi si profetizza la morte a breve scadenza, sto a completa disposizione di Dio e sia di me quanto Lui vuole” (5).
Della sua salute fa pochi accenni e alle domande che gli vengono rivolte per lettera, risponde in forma quasi evasiva, per lo meno molto generica. Solo con i Padri spirituali dirà in seguito qualche particolare. Per ora anche se persiste quel sogno continua a sperare nella guarigione. Esprime questo desiderio motivandolo anche dall'affetto che ha per i suoi. La famiglia in cui vive, nido e culla della sua vocazione, non può essergli estranea. Scrive: “sono sempre sofferente e nessuna miglioria mi fa sperare la guarigione. Ma credetemi io non ci tengo e se desidero guarire, è solo per veder sorridere la povera mamma e tutti i miei cari” (6). D'altronde, amorevolmente assistito, la famiglia soffre con lui.
Altre espressioni ci fanno capire come Aldo sta facendo dei passi da leone nell'abbandono fiducioso nelle mani del Signore.
A Natale scrive: “La mia vita che materialmente è inutile, moralmente e spiritualmente è tutta del Signore ed a Lui offrirò la mia lunga malattia… nessuna miglioria nel corpo, ma molto nello spirito. Ogni trafitta, ogni febbre, ogni strazio, mi fortifica e mi dà la comprensione vera ed esatta, di tutto quello che si guadagna soffrendo, e mi sento felice” (7).
Durante le feste natalizie di quell'anno peggiora. Appena può scrive di nuovo: “Passerà anche questo e non me la prenderò a cuore, perché il mio corpo è nelle mani del Creatore ed il mio spirito è guidato da Lui. Vi può essere un medico più pietoso ed infallibile?” (9).
Carmelitano secolare
La serenità con cui vede il suo male e prevede il suo futuro lo portano pian piano a rinunciare a quel sogno iniziale. Non potrà entrare in convento. Non potrà diventare sacerdote carmelitano. Pensa, desidera e chiede, allora, di poter far parte dell'Ordine almeno come Terziario. Così si esprime: “vorrei essere Terziario Carmelitano e lo chiedo con la stessa umiltà di chi è sano e può svolgere con inappuntabile esattezza la sua missione. Dal canto mio, sarò laborioso con l'anima e con l'intenzione di operare il bene” (10).
Di quale "opera" parla? Conosce il posto che occupa la preghiera nel Carmelo. Non in convento, ma a casa, a letto, nessuno può impedirgli di darsi a questa sublime attività. Come membro dell’Ordine secolare, anche se fuori di convento, può pregare, soffrire, offrire. Il suo stato di vita, di malato, può così essere utile, oltre che a sé, anche all'Ordine e al mondo. Può anche diventare una preziosa testimonianza per il mondo che lo circonda, per tanta gente. Può riflettere, donare lo spirito carmelitano agli altri.
La Casa Generalizia lo accontenta dandogli i necessari eccezionali permessi. Aldo si appresta così ad iniziare una nuova vita. Anche se in parte si sta realizzando il suo sogno.
Chiede ed ottiene di suggellare l'ingresso nell'Ordine della Madre del Carmelo nella festa dell'Annunciazione. Deve ancora ricevere la Cresima e si stabilisce di unire i due riti. Don Antonio Picciano sarà il padrino e insieme il delegato per rivestirlo dell'abito carmelitano.
Purtroppo le sue condizioni di salute si aggravano proprio in quei giorni. La situazione sembra dover precipitare da un momento all'altro. Le forti febbri fanno temere, come accadrà altre volte, una fine imminente. Nonostante ciò si riesce a portare avanti il progetto. Il vescovo di Campobasso, monsignor Alberto Carinci gli amministra di persona il Sacramento della Cresima e presiede la cerimonia.. La comprensione e la disponibilità del vescovo sono per Aldo un segno e un sigillo di Dio. La famiglia Brienza approfitta per far fare anche la prima Comunione al primo nipotino, Manfredi, figlio della sorella di Aldo, che ormai, vedova, viene ad abitare nella casa dei genitori.
Allora si usava cambiare il nome, come segno di cambiamento di vita. E' molto devoto di San Giuseppe e l’immagine della Madonna Addolorata è quella che dall’infanzia porta nel cuore. Chiede di chiamarsi fra Giuseppe Maria dell'Addolorata..
A padre Giovanbattista scriverà: "Non so descrivere la mia gioia. I miei dolori, aumentati e resi più acuti, sono tanti fiori che offro continuamente alla Vergine del Carmelo e mi rallegro che le sofferenze non danno tregua al mio corpo, che deforme e straziato, offro a Colui che me ne ha fatto gradito dono” (14). Siamo nell'anno 1943.
Lo preoccupa la mancanza di notizie di chi è lontano. Intensifica la preghiera. Prega soprattutto per i padri Carmelitani che stanno a Roma. Solo il Signore sa quante offerte avrà fatto della propria vita per salvare quella degli altri!
Quando torna il sereno riprende il suo silenzioso apostolato.
Tutto con semplicità. Quella semplicità dell'infanzia spirituale che lo porterà anche ad esprimersi con ilarità. Un esempio lo troviamo in questo breve scritto rivolto a una ragazza.
E' una finta nomina onorifica:
“Ave Maria! - Il consiglio generalizio della "Pia Congregazione degli sciancati" rende noto che l’illustrissima signorina Wanda Di Lauro, Presidente parrocchiale e delegata diocesana della Gioventù Femminile di Azione Cattolica, è stata nominata "infermiera perpetua" di detta Compagnia. Il Superiore: Aldo Brienza - La Maestra: Rosalia Rumorino. - Dato in Cbasso lì 5 aprile 1945, presso la Reverenda Casa Madre e Generalizia della "Pia Congregazione degli sciancati". ” (42).
Sdrammatizza le situazioni con il medesimo spirito gioioso:
“io ospedale ambulante e vivente, con una sola mano abile, ti ho scritto e ti scrivo e tu, con due mani e con due zampe a tua disposizione ancora non ti fai viva nemmeno per mezzo della tua sacerdotessa” (43), cioè dell'infermiera.
Altra volta asciuga le lacrime in questo modo:
“E’ finita l’alluvione? Oppure ci vogliono i pompieri per aprirmi un varco? Dimmi il vero: ti senti meglio dopo aver pianto? Ti spuntano le alucce? Sei rapita al settimo cielo? Se tutto ciò si avvera piangi pure e non finirla più, ma se questo non succede vale la pena di ridere a tutto e per tutto, tanto, buon riso fa buon sangue”.
Viene da pensare che Aldo non stia tanto male vista tutta questa voglia di scherzare. Invece soffre sempre tanto. Più volte ne descrive qualcosa anche a loro. Con altri è più discreto. Gli ammalati si sentono sollevati pensando di non essere soli nella sofferenza che li strazia.
Dallo scherzo passa a considerazioni più serie. E’ come se aprisse improvvisamente lo scrigno della sua anima ed offra ai compagni del cammino doloroso il tesoro dei suoi pensieri e atteggiamenti di vita:
"Se il cammino è angusto, il sentiero difficile e sdruccioloso, i pericoli innumerevoli, guardiamo incessantemente Colui che è Via, Verità e Vita. Consideriamo quello che Lui ha fatto, quello che Lui ha sofferto ed allora i suoi dolori saranno il nostro sollievo, la sua debolezza, la nostra forza, i suoi meriti, la nostra ricchezza, la sua pazienza e la sua rassegnazione il nostro modello. Gesù per primo ha voluto entrare nella via regia della Croce per appianarci le difficoltà e dissiparci i timori. Dietro a Lui viene Maria Addolorata nostra Madre, poi vengono i Santi nostri protettori e nostri amici. Dunque con essi giungeremo al termine desiderato. Abbracciamo la Croce di Gesù, prendiamola con intero abbandono, stringiamola con amore al nostro cuore, portiamola ovunque, preferiamola a tutte le cose, in modo che l’amore di Gesù e la sua Croce, formino tutta la nostra felicità”.
Fa impressione parlare di gioia e felicità in mezzo a tanto dolore. Ma come goderne anche su questa terra? Bisogna guardare in alto.
Ecco il segreto:
“Dato che in Paradiso ci si nutre della Volontà Divina trasformiamo il nostro esilio terreno in un lembo di Paradiso. Come fare? Basta abbandonarci al divino beneplacito, basta scorgerlo sempre negli avvenimenti, nelle sofferenze fisiche o morali, nei casi imprevisti. Se faremo così, bandiremo dalla nostra vita ogni sofferenza e vivremo in un paradiso anticipato” (43).
Così passa dal fulgore di una luce, che oltre ad avvolgerlo lo eleva alla contemplazione di Dio, quasi come fosse in paradiso, alla "tenebra fonda", nella quale si sente immerso, ma che gli fanno esclamare:
"però credo, credo, e voglio infondere fede”(986).
Dopo il cambiamento del nome è sembrato a lui e a chi lo dirigeva che potesse raggiungere un'altra meta, la più alta, la più sublime, quella del sacerdozio. Si da' da fare. Scrive. Domanda. E' perplesso perché non se ne sente degno. Comunque non sta fermo. Quando le cose sembrano non aver preso il senso giusto scrive: “…ho capito che posso esser sacerdote pur non essendolo, dando cioè Gesù alle anime e le anime a Gesù e facendo il sacrificio di non offrire il Santo Sacrificio. La mia vita la vorrei tutta spesa, tutta immolata per la santa causa del Sacerdozio cattolico e sarei tanto felice se con la mia immolazione potessi donare a Gesù anche un solo sacerdote santo” (449).
Anche se fisicamente è sempre disteso sulla croce, qualche volta viene portato a spalla su di essa per fare qualche breve puntata fuori casa. Capita il 2 giugno 1946 e il 18 aprile del 1948. Poiché non può nemmeno usare la sedia rotelle, lo vediamo barcollante su un letto a molle giù per le scale del suo palazzo per compiere il dovere delle votazioni politiche.
Non senza enormi difficoltà ed una certa riluttanza per il fatto che deve mettersi in mostra, parteciperà nello stesso 1948 alla "Peregrinatio Mariae". Leggerà, a nome di tutti i malati, una preghiera nella cattedrale di Campobasso che accoglie l'immagine della Madonna Addolorata "apparsa sessant'anni or sono a pochi chilometri dalla nostra città", come scriverà in una lettera, aggiungendo: "l’obbedienza ha dato a me il compito di parlare in Chiesa" e chiede di pregare perché "tutto si compia secondo la divina Volontà, che tutto ridondi a gloria di Dio e solo Lui ne sia glorificato”. (106) . Niente vana gloria, niente compiacimento, solo donazione
Il desiderio di evitare ogni pubblicità lo porterà a partecipare con una certa titubanza anche ai tre pellegrinaggi a Loreto organizzati per gli ammalati. I parenti e gli amici lo spingono ad andare nella speranza di ottenerne la guarigione. Aldo invece vuole solo intensificare l'unione con Dio attraverso la sua santa Madre. In una lettera dopo aver descritto il rammarico di non essersi abbastanza raccolto, fa conoscere i suoi sentimenti: "ogni qualvolta entravamo nella Santa Casa ed assistevamo alla processione avevo netta la sensazione che Gesù e la sua Santa Madre volevano alleviare le mie sofferenze e non riuscivo a ripetere altro che di lasciarmi stare, di alleviare, guarire e consolare gli altri malati" (168).
Gli altri! Il pensiero, la preghiera, il suo sacrificio, tutto in Aldo è e deve essere per gli altri. La sua stessa vita deve essere spesa, consumata per il bene degli altri. Si preoccupa che gli altri non soffrano, non siano danneggiati spiritualmente.
La famiglia
La sua attenzione per gli altri ovviamente si rivolge in primo luogo ai suoi. Sono i nonni, i genitori e poi i fratelli, le sorelle. In seguito anche i nipoti e nipotini.
E' circondato dall'affetto della sua famiglia alla quale cerca di dare meno fastidio possibile.
Soffre con la mamma che è colpita dal terribile male del secolo. Un cancro la porterà presto alla tomba. Quando si era ammalato aveva chiesto la guarigione per non far soffrire la mamma, ora chiede al Signore di colpire lui, ma liberare la mamma da quel male. La mamma morirà. Nasconde il dolore del distacco che gli lacera il cuore. Basta leggere alcune sue lettere per capirne l'intensità.
Poco dopo morirà anche il papà. Nella sua corrispondenza chiede preghiere di suffragio; ma quanto avrà pregato per il suo bene spirituale! Era un uomo onesto, laborioso, ma poco assiduo alla chiesa. Seguiva la malattia del figlio in silenzio. Lo guardava pensoso. Ascoltava i suoi desideri di vita religiosa senza dire nulla, forse non approvandoli, però era andato a Roma a prenderne il vestito per accontentarlo. Certamente il Signore avrà esaudito le preghiere di Aldo.
Anche il nonno lo aveva preoccupato.
Un giorno lo aveva sognato in purgatorio tra indicibili sofferenze. Scrive "perché in vita aveva sempre cercato il proprio sollievo, aveva sempre scelto ciò che era più facile e viveva a suo comodo ed a suo compiacimento" (198), e per lui aveva pregato e fatto pregare.
Non solo con la preghiera è vicino ai suoi. Aiuta i nipoti negli studi. Fa loro ripassare le lezioni, li guida nei compiti assegnati per casa. Spesso li intrattiene vicino al suo letto con racconti e favole. Del nipotino scrive: “Ernesto… dice che zio Aldo è un poco cattivo perché non gli racconta sempre la storia di San Marcisio e poi di Narciso.
Vedesse come è carino quando dopo aver sentito per l’ennesima volta questi racconti dice: Ancora, sù, su, racconta Macciso e Nacciso”.(764/b)
Grande soddisfazione gli darà questo nipote invece quando crescendo, con il suo aiuto, vincerà il concorso "Veritas" dell'Azione Cattolica, meritando per premio una gita a Roma.
Accontenta i desideri dei più piccoli quando vogliono che la domenica stia a pranzo con loro e si lascia trascinare con il letto, nella camera accanto dove mangiano. Poi su e giù per le altre stanze tra urti ai muri, alle porte, e il vociare gioioso dei piccoli incoscienti.
Non è assolutamente estraneo alla sua famiglia. Anzi a lui sono affidati i conti di casa e le varie pratiche di economia domestica.
Anche con quelli di casa nasconde la sua sofferenza. Anzi soprattutto con loro, che lo vedono ogni giorno, riesce a camuffare i dolori acutissimi che straziano la sua carne. Un nipote racconta che dalla porta socchiusa una volta volle vedere lo zio cosa facesse quando era solo. Poté notare sul suo volto qualche smorfia di dolore, però anche allora molto frenata. Nient'altro.
Scriverà in qualche lettera che aveva chiesto al Signore questa grazia. Il Signore lo esaudiva, ma lo esaudiva soprattutto in un altro desiderio, quello che "chiunque mi avvicini senta, veda in me Gesù e si allontani da me portando con sé squarci di paradiso” (171)
P. Pio conosceva Fra Immacolato?
Il guardiano dei Cappuccini dove viveva P. Pio, narra che un giorno gli sentì dire: “A Campobasso avete un santo in carne ed ossa”. Essendo anch’egli molisano, incuriosito gli domandò: “Padre chi è questo santo?”. E Padre Pio rispose: “E’ Fra Immacolato e abita nella piazza della stazione”.
Sembra inoltre che per due volte fra Immacolato abbia ricevuto una sua visita (grazie al dono della bilocazione). Una volta era vestito da contadino, ma pieno di Dio e di pensieri santi. Un'altra volta proprio come cappuccino, riconosciuto a fianco al suo letto da un malato al quale avrebbe suggerito il modo di guarire.
Come a P. Pio e a tanti altri santi il demonio infierisce anche fisicamente. Oltre a qualche breve descrizione, domanda al padre spirituale se questo "tentator nemico", come usava chiamarlo, poteva anche percuoterlo. Evidentemente qualcosa di ciò deve anche aver sopportato. All'inizio ne ha paura, poi riesce a superare questo stato di pena interiore ed anche esterna, invocando con tutto il cuore il Signore e la Madonna. L'Eucaristia soprattutto è l'antidoto più efficace contro satana, gli da' il coraggio di affrontarlo, di vincerlo.
Sì, l'Eucaristia! Il dolore suo più grande è quello di non avere sempre qualche sacerdote che gliela porti.
La famiglia si assottiglia. Si muore, si nasce, si parte. Aldo sta lì “altare vivente”, come fu definito dal Vescovo di Campobasso. Ama la natura, ama i fiori, ama gli uccelli..
La sua camera oltre ad essere accogliente per qualsiasi persona è un piacevole rifugio di canarini. Li lascia liberi. Con i semi nel palmo della mano, li chiama.. Li fa girare tra le dita. Si posano persino sul suo capo. Poi quando deve rinchiuderli basta che apra la gabbia.
Consigli spirituali
Le sue lettere continuano ad essere permeate di ringraziamento a Dio per quanto gli dona. La sofferenza è un dono, l’aveva detto tante volte, e tante ancora lo ripeterà.
Non vuole pensare ai suoi mali. La sua attenzione è tutta protesa alla salvezza delle anime.
Quando a Roma si conclude il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo, cominciano le riforme. Fra Immacolato segue con interesse, ma anche con un pizzico di perplessità le applicazioni, che a volte, specie all’inizio, sono esagerate.
Non legge giornali, ma solo riviste religiose. Alcune cose le apprende da queste, altre gli vengono riferite. L’altare verso il popolo, l’uso dell’italiano, la Comunione nelle mani, sono novità che accetta perché vengono dall’autorità della Chiesa, che comunque vuole siano confermate dai padri spirituali. Qualcosa certamente lo fa meravigliare. Tace. Prega.
Quando deve dare qualche suggerimento ai monasteri consiglia sempre di attenersi a quello che stabiliscono i superiori. Non è troppo propenso ai cambiamenti. Modera le innovazioni.
Scrive a una suora:
“Se i superiori glielo concedono, lo permettono, mantenga pure in vigore l’austerità; l'evoluzione spesso degenera in rivoluzione”(800).
Prega per la Chiesa e sempre per i sacerdoti, alcuni dei quali vede, dopo il Concilio, più bisognosi di luce per non sbagliare.
Una volta scrive:
“soffro per la mania, che si è impossessata di tante anime buone, della eccessiva attività. Troppa azione e poca preghiera, tanto attivismo ma poca vita interiore, eppure un pochino di puro amore è più utile che tutte le altre opere unite insieme”(304).
Ovviamente la prima preghiera è per il Papa. Lo venera. Lo ammira. Poche parole.
In una lettera:
“Quanto è bella l'Enciclica del Santo Padre per l'Anno Mariano”(1119).
A P. Valentino che gli chiede una preghiera speciale per il santo Padre, risponde come se fosse una cosa scontata: “Sì, prego ed offro per il S. Padre, sono qui per questo!”(997/b). Sono delle brevissime espressioni che nascondono un cuore attento, sensibile e premuroso per le necessità del Papa. Ma la sua devozione, la fiducia e la stima per il Papa la esprime molte volte solo a voce a chi lo va a trovare. I suoi occhi si illuminano come se si parlasse di Gesù.
Sente come se fossero sue le preoccupazioni del Santo Padre. Quegli occhi chiusi, o rivolti in alto quando si parla delle vicende della vita del Papa, trascinano alla preghiera, oltre che alla partecipazione. Si palpa la sua condivisione alle sofferenze della Chiesa e del Papa.
La sua vita va avanti, nonostante anno dopo anno peggiori sempre più. Ma ha senso parlare di peggioramento? La vita di Aldo ormai è questa. Peggioramento nel fisico, ma elevazione nello spirito. Dietro ogni frase, ogni parola c’è un mare di dolore, ma c’è anche sempre quella gioia, che il Signore gli dona. Ormai la sua volontà è quella di Dio e vuole che sia sempre così.
Scrive:
"Sono crocifisso nel corpo e nell'anima, con la grazia di Dio desidero cantare Amen fino alla fine”(852).
Nuovo Anno Santo (1975), nuove croci da portare: “Vado sempre più peggiorando, in questi giorni poi un flemmone alla gamba destra mi fa penare, ma la grazia di Dio e la sua Misericordia sono sempre più grandi di qualsiasi dolore”(864).
Nel 1980 altre sofferenze:
“In questo periodo ho avuto nuove sofferenze e ancora scorgo le spine di un calvario da salire; vedo però che per un figlio del Carmelo non c'è che una parola, una via, una verità, una sola ed unica realtà: Gesù!”(956).
Le sofferenze sono sempre considerate una grazia, perciò dice:
“ … mi pare che in questa sofferenza si possa cantare più puro il Magnificat della riconoscenza e dell'amore”(957).
A causa delle nuove malattie e dall’acutizzarsi di quelle che già ha, scrive molto poco negli ultimi anni. Risponde con ritardo alle lettere che riceve. Si scusa.
Nell’84 paragona la sua vita alla Via Crucis e scrive a una suora di trovarsi alla stazione della crocifissione: “Che dirle di me? Sono sempre alla XI stazione… Mi aiuti, Madre, a vivere la mia chiamata: ‘Voluntas Dei’ ” (1036). Quasi un nome nuovo che descriva una nuova vocazione e ci tiene a ripeterlo.
A febbraio del 1985 è ricoverato più volte all’ospedale per la dialisi.
E’ affetto da una uropatia ostruttiva da calcolosi multipla. Deve essere operato.
Descrive di nuovo le intenzioni della sua offerta: “Più che mai ho capito che devo offrirmi in qualità di vittima per la gloria del Padre, per i sacerdoti e l’Ordine nostro. Mi aiuti padre con la sua preghiera affinché Gesù sia il mio tutto e il mio bene, mi aiuti ad essere suo”(1067).
L’anno seguente comincia un male allo stomaco. Sarà quello che lo porterà alla morte. Sembra prevederla. “questa volta è lo stomaco che non funziona. Che tutto in me sia per la gloria di Dio(1091)… Mi aiuti, Padre, a pregare la Madonna, che tenga ben aperti i miei occhi, ben desta la mia anima, affinché quando Gesù vorrà visitarmi, la mia anima lo veda, lo senta e si renda conto che è proprio Lui(1097).
Le ultime lettere sono come il suo testamento spirituale. Al Monastero di Loreto fa' un bilancio della sua vita:
“Quante grazie, quante finezze d’amore in questi 50 anni d’infermità, come poco e male ho corrisposto! Lodo e benedico il Signore, chiedo perdono per le inadempienze, le infedeltà all’Amore, aiuto e forza per essere fedele a tanta grazia. Sì, dare, dare continuamente, dare generosamente, dare tutto. Mi nascondo nel cuore di Gesù pregandolo di bruciare tutto quanto non piace a Lui. Voglio amare dando e dare amando”(1146).
Poi un mese prima di morire scrive per l’ultima volta. Sono tre lettere molto brevi. Datate tutte al 13 marzo 1989. Sono per i monasteri di Pescara e di Firenze.
Le ultime parole sono :
"Mi dono, però senza timore, perché so che Gesù è Amore e tutto mi donerà per vivere il mio “sì”. Mi abbandono, mi offro, per lasciarmi fare e disfare da Lui. Voglio che ogni giorno della mia vita sia speso per Dio solo, per la sua gloria”(1158).
Termina così il racconto della vita di fra Immacolato attraverso le lettere. Gli ultimi giorni li prendiamo da testimonianze di coloro che gli sono stati vicino. Sono quelle riportate nel libro del prof. Giuseppe Biscotti.
Ultimi giorni
L’ultima fase della salita al calvario di fra Immacolato possiamo dire che sia cominciata nel mese di marzo del 1982. A partire da questa data, alla sofferenza vissuta nel nascondimento del focolare domestico, si aggiunge quella dei numerosi interventi chirurgici presso l’ospedale civile di Campobasso e quella che gli deriva dal dover mostrare, suo malgrado, il suo “segreto”, le sue piaghe.
Continua invece, come se nulla fosse successo, il “pellegrinaggio” del bisogno ai piedi del suo letto, quando torna a casa. Fra Immacolato non si scompone, resta al suo posto, sorridente e disponibile come sempre. “Ai nostri occhi, scrive una persona che lo va a trovare, continuò a presentarsi con il sorriso sulle labbra; il suo viso non lasciava trasparire la sofferenza".
I ricoveri ospedalieri non si rivelano risolutivi per la sua salute. Presto, infatti, iniziano le crisi di sub-occlusione intestinale.
Ad aprile del 1989 le crisi sono pressoché continue; ormai le flebo e i farmaci di supporto non sono più sufficienti. Alla sofferenza del corpo di questi ultimi giorni si aggiunge quella dello spirito, decisamente più penetrante ed acuta. E’ l’ultima prova, quella più terribile, quella dell’assoluto silenzio di Dio, capace di trafiggere l’anima fino a separare il corpo dallo spirito.
Fra Immacolato, che mai si era lamentato, in quelle ultime ore sembra quasi crollare. Rivive quel “passi da me questo calice” di Gesù. Non chiede fino alla fine di essere liberato da quelle sofferenze, ma dice solo e per la prima volta “soffro tanto!” e “mi fa male!”. La sua bocca non aveva mai pronunciato simili espressioni. Mai in più di cinquant'anni di dolori.
L’ “ho sete!” di Gesù diventa “premi più forte!”. Non aveva mai chiesto il benché minimo sollievo. Neppure un bicchiere d’acqua aveva mai chiesto. Mai. Ora sono proprio gli ultimi momenti. Sta per avverarsi anche in lui il “Tutto è compiuto!” di Gesù.
Dopo avere salutato Don Michelino, raccogliendo le ultime energie disponibili, volge lo sguardo alle sorelle vicine. Ancora un ultimo respiro per sussurrare loro: “Arrivederci”. Poi, chiude gli occhi, china il capo e si incontra definitivamente con il Signore che tanto aveva amato e desiderato. E' il 13 aprile del 1989, mancano pochi minuti alle tredici.
Dal Cielo guarda la sua famiglia, tanto allargata, guarda Campobasso, l'Ordine del Carmelo, i suoi sacerdoti. Guarda anche te che hai letto queste poche righe. E aspetta tutti in Paradiso.
Terza pagina di copertina:
La Causa di Beatificazione è portata avanti dalla Diocesi di Campobasso.
Per attestare grazie ricevute e rendere la propria testimonianza scrivere a:
Postulazione della Causa di fra Immacolato Brienza
Curia Diocesana - Via Mazzini 76 - 86100 Campobasso
Se si desiderano altri particolari sulla vita di fra Immacolato
ci si può rivolgere a chi l'ha conosciuto personalmente:
Don Alessandro Porfirio - Parroco di Roccaspromonte -86010- (CB) -
tel. 0874.503406
P. Raffaele Amendolagine Carmelitano Scalzo -
e-mail: amendolagine@yahoo.it
Via Tirino 154 - 65129 Pescara - tel. 085.4311680
oppure
a chi ha curato la raccolta e trascrizione delle lettere, ed ha scritto il libro citato:
Prof. Giuseppe Biscotti - e-mail: gbiscotti@libero.it
Via Inghilterra 43 - 86034 Termoli (CB) tel. 338.9851963