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Chiara Colonna

"VENERABILE"
M. CHIARA DELLA PASSIONE (COLONNA)
 


            Se al Carmelo maschile trapiantato dalla Spagna in Italia non mancarono figure eminenti per santità e dottrina, altrettanto si potè dire delle figlie di S. Teresa.
            M. Chiara della Passione fu una delle più rappresentative, anzi la più illustre in quanto seppe assimilare lo spirito della Serafina del Carmelo in modo stupendo. Nacque ad Orsogna in Abruzzo il giorno 11 aprile 1610 da Don Filippo Colonna Duca di Paliano e gran conestabile del regno di Napoli, nipote di S. Carlo Borromeo. Sua madre, Donna Lucrezia Tomacelli, discendeva dai Duchi di Spoleto e marchesi delle Marche. Nella numerosa famiglia composta di 12 figli, lei fu la nona e fu battezza nella Chiesa parrocchiale, ricevendo i nomi di Vittoria Giovanna. Nel 1612 tutta la famiglia si trasferì a Roma dove la piccola crebbe in un ambiente sano, educata ai sani principi della religione, avendo una naturale tendenza alla preghiera e alla carità, volendo alleviare con le sue elemosine i disagi dei numerosi poveri che popolavano la città.
            Insieme a queste nobili e sante qualità, si rivelò in lei un caratterino piuttosto ribelle e irrequieto, scontroso e superbo, orientato a tutt' altro che alla perfezione evangelica. Amava le allegre compagnie, le lunghe e frequenti cavalcate, il lusso e soprattutto il culto della propria persona. Il 6 agosto le venne a mancare la mamma perdendo così una guida sicura. La pianse amaramente perché all'improvviso si vide privata dell'affetto materno e del necessario sostegno. Il padre, temendo il peggio, pensò bene di affidarla alle religiose Agostiniane di Napoli nel monastero detto "Dei Ruffi" allo scopo di darle una buona formazione culturale e religiosa sperando in tal modo in un cambiamento del suo carattere tanto irrequieto; vivacissimo e indomito.
Prima di entrare in quel monastero-convitto, fece un patto con suo padre: voleva che per nessun motivo le si parlasse di monache e di monasteri, nutrendo per allora. un' avversione viscerale.
            Lo dimostrò subito attraverso una vita piuttosto insignificante e indifferente fatta di passatempi e accompagnata da dispetti e stravaganze varie. Diede ad intendere che per nessuna cosa al mondo si sarebbe fatta tagliare la ricca capigliatura tenendo lontana le mille miglia l'idea di farsi religiosa. Ci si mise il P. Scaranza, suo confessore, il quale un giorno ebbe l'infelice idea di prospettargliela con queste ingenue parole: "Donna Vittoria, come sarebbe più bella se V.E. si vestisse da monaca, e divenisse sposa di Gesù". Fremette di sdegno e rispose con un silenzio beffardo e quantomai significativo.
            L'ora della grazia arrivò lo stesso e la raggiunse attraverso il contegno molto edificante e pio di due religiosi agostiniani durante la celebrazione della S. Messa e attraverso l' occasionale lettura della vita dei santi, interpellata potentemente: "perché loro sì e lei no?"
            Vi si aggiunse una visione straordinaria di Gesù che fugando dalla sua mente ogni dubbio, la determinò. Non la dimenticherà giammai descrivendola con espressioni molto vive: "Le sue vesti erano candide e la sua faccia un abisso di luce. Al vederlo provai nel mio interno una grande quiete e sperimentai un vivo desiderio di darmi all' orazione".
           

            Da quel momento tutta la sua vita si trasformerà totalmente. Volle emettere intanto il voto di castità e il proposito di farsi religiosa smentendo così il proposito precedente che era in senso contrario. Vide, in una successiva visione, un monastero molto angusto e povero, ricco di regolare osservanza che sembrava fatto apposta per lei. Era il monastero delle Carmelitane scalze provenienti dalla Spagna e dopo avere fondato nella città di Genova, si erano impiantate anche nella città di Roma nel quartiere Trastevere, con il titolo di "S. Egidio". Manifestò ben presto questa sua decisione a suo padre, trovando in lui molta opposizione, poiché Don Filippo vagheggiava l'idea di darla in sposa al nobile Ludovico Guglielmo principe di Paternò e primogenito del Duca di Montalto.

DA NAPOLI A ROMA


            Lasciata la città di Napoli il 20 Settembre 1622 dovette assistere alle nozze di sua sorella Anna. Suo padre le andò incontro a Vallecorsa, la condusse al castello di Genazzano avendo di mira il modo di distoglierla da quel proposito che sconvolgeva tutti i suoi piani.
            Donna Vittoria fece capire che ormai non c'era nulla da fare, essendosi promessa sposa a Gesù Cristo e nessuno doveva distoglierla, neppure il Papa Urbano VIII. Si vestì sfarzosamente per assecondare la volontà del genitore e assistè alla Messa celebrata dal Pontefice nel palazzo di Castel Gandolfo, essendo lo sposo Taddeo Barberini, nipote del Papa. Tutti furono preoccupati di una decisione così radicale e la consigliarono di scegliere almeno un monastero meno rigido e più conforme alla sua condizione per timore di non perseverarvi.

            Il Papa stesso fu del medesimo parere e le permise di vagliare bene ogni cosa e scegliere liberamente tra i numerosi monasteri presenti nella città. Mentre era impegnata in quest' opera di discernimento, le sembrò di vedere lungo le strade di Trastevere un gruppo di povere case che avevano però l'aspetto di un edificio religioso. Fece fermare la lettiga per osservare meglio e vi riconobbe proprio quel monastero avuto in visione. Volle accertarsi chi fossero quelle religiose e le fu risposto che erano proprio "le Carmelitane Scalze". Le frequentò subito e le trovò di suo gusto e assistendo in seguito alla vestizione di una religiosa, si confermò nella decisione di entrare in quella comunità al più presto. Non amando le mezze misure, al Papa Urbano VIII che la sconsigliava per quella decisione così drastica, rispose: "Beatissimo padre, vi prego di riflettere ch'io bramo di fuggire dalle delizie del mondo e non di cercarle nei monasteri ricchi e spaziosi. Se Iddio mi chiama ad uno stato umile e povero, che è il tesoro più prezioso per i seguaci di Cristo, stimerei grave delitto non corrispondergli, perché Egli mi vuole tutta per sé". Il Pontefice, il padre e i parenti, vistala decisa, la ammirarono per la sua determinazione tanto nobile da rifiutare uno sposo terreno per quello celeste.

 

            Volle prima recarsi al Santuario di Loreto, trattenendovisi qualche giorno per effondere i sentimenti del suo cuore verso la S. Vergine pregandola con queste espressioni: "Vergine potente, assistimi con il tuo patrocinio e degnati di accettarmi come tua figlia. Impetrami un'illibata purità di cuore; o Regina delle vergini, dammi forza di corrispondere perfettamente alla sublime vocazione a cui mi chiama il tuo Santissimo Figlio".
Con un atto di grande generosità diede mano ai suoi ultimi risparmi e distribuì 2000 scudi ai poveri e poi con la benedizione del Pontefice e il consenso di Don Filippo Colonna si avviò definitivamente verso il monastero.

UN CORTEO DI LUSSO


            Per le anguste vie dell'antica Roma il 4 ottobre 1628 si snodava un imponente corteo di dame e cavalieri nonché di cardinali, di principi, principesse. La gente si domandava che cosa. fosse accaduto? La principessa donna Giovanna Vittoria, figlia di Don Filippo Colonna, rifiutando le ricchezze, si monacava sposando "madonna povertà" e il padre voleva che tale matrimonio non fosse meno solenne di quello delle altre figlie.
            Il corteo solennissimo si concluse con grande commozione quando lei volle ringraziare tutti i convenuti e mettendosi in ginocchio chiese la benedizione del padre, consolandolo per il grande onore che il Signore faceva alla loro casa scegliendola come sua sposa.

            Terminata la vestizione, si presentò alla grata del monastero con il nuovo nome di Suor Chiara Maria della passione. Espresse tutta la sua gioia e la sua immensa soddisfazione perché scompariva dinanzi a lei tutto un mondo tanto complicato, ricco di sanità e di interessi terreni, per sostituirsi a quello nuovo fatto di semplicità, di povertà e di essenzialità. Rivolgendosi poi al Signore nel silenzio della sua cella così lo pregò: "Quando mai, o Signore, meritai di ricevere questa sacra veste, con la quale mi annoveri tra le figlie della tua SS.ma Madre? Ti ringrazio, mio Dio, e ti supplico a non abbandonarmi per l'avvenire, ma a farmi grazia di portarla da vera Carmelitana Scalza, imitatrice della mia grande madre e maestra S. Teresa".
            La imitò fino a divenirne una fedele copia come ebbe a definirla il superiore generale dei Gesuiti, suo grande ammiratore.
 

            La povertà e l'austerità del monastero non la impressionarono affatto, decisa com' era di donarsi totalmente al Signore attraverso l'osservanza delle leggi del Carmelo, convinta di fare così la volontà di Dio.
            Il corteo delle virtù teologali e morali furono esercitate in modo eroico, distinguendosi particolarmente nella virtù dell'umiltà che riteneva come base di tutta la perfezione.
            Trascorso l'anno di noviziato emise i voti nelle mani del Servo di Dio P. Alessandro Ubaldini, ritenuto "gigante dello spirito" il 4 ottobre 1629 e dopo qualche giorno celebrò la cerimonia della velazione nelle mani del Ven. P. Domenico di Gesù Maria anch'egli tanto famoso nella storia dell' Ordine.

NELLA VIA DELLA PERFEZIONE


            Nel Carmelo si apriva per lei il panorama e la prospettiva della santità; farsi santa ad ogni costo ed essere sposa di Cristo per sempre; nelle piccole e grandi azioni. Il Signore la prese in parola e pur comunicandole la ricchezza delle sue grazie straordinarie, la volle associare alla sua dolorosa passione come il suo acquisito cognome significava. Due doni singolari le furono concessi: quello di disprezzare le cose del mondo e un immenso desiderio di amare il Signore e farlo amare. Le bastava sentir appena parlare di Dio perché subito fremeva di gioia e le si infiammavano il cuore e il viso.
            Questa fiamma di grande carità la riversava soprattutto sulle consorelle che trattava con. squisitissima carità servendole e rallegrandole con il suo carattere gioioso e faceto.
            Si era fatta un'idea singolare dell'osservanza religiosa paragonandola addirittura al martirio. Con la differenza che i martiri in poco tempo davano al Signore la suprema testimonianza della vita con il sangue, mentre le religiose erano chiamate a darla ogni giorno in una fedeltà assoluta. Chi la guidò nella vita spirituale furono il Servo di Dio P. Alessandro di S. Francesco provinciale di Roma, P. Pietro Francesco di S. Maria, Genovese, e P. Giovanni di S. Girolamo proveniente da Ubeda in Ispagna, e contemporaneo dei santi riformatori.
 

            Alla scuola di S. Teresa, la sua vita fu arricchita di doni soprannaturali, di grandi prove, da tentazioni, aridità e dubbi sembrandole, talvolta di essere abbandonata da Dio. Tutto sopportò, avendo sempre dinanzi agli occhi lo sposo Crocifisso. Furono rapimenti, estasi e visioni che si ripeterono nella sua vita ed ella cercò di spiegarli come effetti dei suoi malanni. Per obbedire al suo confessore dovè mettere in iscritto la sua esperienza mistica in un diario di circa 200 pagine; lo fece perché desiderosa di essere illuminata e guidata sempre dai ministri del Signore. Il suo stato fu classificato come matrimonio spirituale.
            Rapita in estasi, un giorno le sembrò che Gesù, staccandole il cuore dal petto, le imprimesse la sua immagine quasi per prenderne possesso. Altra volta si vide ricoperta del sangue di Cristo con l'aggiunta di queste sublimi parole: "Con questo sangue ti ho redenta".
            In un' altra circostanza le apparve la Vergine santissima che, deponendole tra le braccia Gesù Bambino, le procurò un'immensa gioia. Più tardi, inebriata della continua presenza di Dio, ebbe a dire: "Sento quasi ogni giorno la presenza della SS. ma Trinità che sta intimamente unita alla mia anima e intendo benissimo per esperienza quel senso delle parole del Vangelo: verremo a lui e faremo dimora presso di lui".

            Perduta in Dio, si sentì immersa nella passione di Cristo, innamorata di Lui a tal punto che in una delle tante visioni le sembrò che dalle piaghe del Crocifisso emanassero dei torrenti di luce e di fuoco che la invadevano tutta. Erano gli inestimabili tesori della Croce che irrompevano nella sua carne mortale. Come un torrente tali fenomeni soprannaturali non la estraniavano affatto dall' esercizio della carità in tutte le sue sfumature; servizievole con tutte, paziente e umile in un esercizio continuo, poiché era convinta che la santità non si raggiunge in un giorno.
            Ad un certo punto della sua vita, chiese al Signore di essere privata di ogni consolazione per essere partecipe e saggiare lo stesso calice di dolore di Cristo Gesù.

UN NUOVO MONASTERO PER LA REGINA DEL CARMELO


            Il progettato monastero doveva essere un "cielo per la Regina degli Angeli", un santuario di contemplazione, estraneo ad ogni cosa e rumore della terra L'idea fu della sorella donna Anna Colonna- Barberini, principessa di Palestrina, sposatasi contro sua volontà e trovatasi con un parto difficile promise la costruzione di un monastero se avesse avuto salva la vita lei e la sua creatura. Il suo desiderio fu esaudito per intercessione della Regina dei cieli, ed allora eccola pronta a realizzarlo insieme a M. Chiara, nominata fondatrice.

            Superate diverse difficoltà, il 21 novembre 1645 fu posta con grande solennità la prima pietra. Presiedeva il Cardinale Colonna e nella pietra erano segnati i nomi della Principessa Anna e di suo marito Taddeo Barberini quello del regnante Pontefice Urbano VIII e dei regnanti Ferdinando III di Germania, di Filippo IV di Spagna e di Luigi XIV di Francia.
            Vi si inserirono medaglie di argento e di bronzo con l'immagine del Papa. Il tutto doveva essere secondo le prescrizioni delle costituzioni dell'Ordine, senza alcun lusso e con grande rispetto della semplicità e della povertà. .
            Insorsero gravi difficoltà quando il nuovo Pontefice Innocenzo X espresse la volontà di sottometterlo alla giurisdizione dell'Ordinario. La venerabile era di parere contrario, desiderando che fosse sotto la giurisdizione dell'Ordine e tuttavia si raggiunse un compromesso: lo soggettava all' autorità del Carmelo e a quello del Card. Colonna. Il Pontefice emanò il decreto di fondazione e la M. Chiara con tre monache di S. Egidio e una di Temi vi si insediarono solennemente il 14 maggio 1654.
            M. Chiara portava in mano una reliquia di S. Teresa regalatagli dal Nunzio di Spagna Cardo Rospigliosi ed era accompagnata dai cardinali di curia, da molti prelati, dai superiori dell'Ordine: P. Isidoro di S. Domenico vicario generale, dal provinciale della provincia romana P. Simone di S. Maria, e da molti fedeli. Il canto del "Te Deum" e del" Regina coeli" sigillarono quella memorabile giornata. Nel 1656 il monastero si trovò in pericolo per l'imperversare della peste su Roma; si voleva che il nuovo edificio fosse adibito a lazzaretto. M. Chiara si adoperò in ogni modo per scongiurare tale pericolo con misure preventive per la sicurezza della comunità, ottenendo da sua sorella Anna mille scudi per sovvenire in tempo alle necessità della sua comunità. La sua fu una vera e propria crociata di preghiere, processioni e penitenze per scongiurare la divina Misericordia per sé e per il popolo romano.

SUPERIORA DEL NUOVO MONASTERO


            Il nuovo monastero. era stato da lei voluto non tanto per far numero; in città ve ne erano tanti, quanto perché in esso le componenti divenissero tutte sante e con la loro vita dessero lode gloria al Signore. Gli giocarono un brutto scherzo la sua grande esperienza e prudenza, congiunte ad una grande moderazione e capacità di promuovere il vero spirito teresiano, perché nell' Aprile 1657 fosse eletta prima superiora del monastero. Alla presenza del Cardo Ginnetti, protettore dell'Ordine, e del P. Provinciale P. Agostino della Natività prese possesso del suo nuovo ufficio.
            Il suo governo apparve subito illuminato da evangelica mitezza, da vero spirito di servizio e da grande carità e umiltà, fino a sorprendere una consorella inferma altamente meravigliata come la M. Chiara, pur appartenendo ad una delle più nobili e più potenti famiglie di Roma, potesse servirla con tanta disponibilità e amabilità.
            Altra volta, solo perché aveva ecceduto un tantino nel correggere una novizia, chiese perdono in pubblico, dispiaciuta di aver mancato in quel modo alla carità fraterna.
            La venerabile raggiunse i più alti stati mistici descritti da S. Giovanni della Croce e da S. Teresa di Gesù nelle settime Mansioni.
            Il suo fu amore unitivo tanto intenso e indissolubile da non permettere più alcuna separazione. Con molta semplicità descrisse ogni evento per i confessori i quali non solo ne approvarono lo spirito, ma arrivarono a paragonare il suo stato a quello che i mistici definiscono "orazione trasformante". Interessanti sono le sue esclamazioni, invocazioni e gemiti della sua anima che anelava a Dio. " Tu solo puoi illuminarmi, luce intima mia; Tu solo puoi quietarmi e soddisfarmi; tranquilla pace mia. Dunque io non voglio altro che Te e quello che è puramente per Te".
            Per circa due anni ebbe, in una visione di Cristo Crocifisso, il dono di un più grande amore che gli si riversò nell' anima e si fece sentire particolarmente ogni Venerdì facendola esclamare: "Vorrei diventare, Infinito mio bene, tutta lingua per lodarti, tutta cuori per amarti, mentre mi vedo dalla tua potente e liberalissima mano arricchita di beni e di Te stesso che stimo ed amo sopra ogni bene".

COME L'ORO NEL CROGIUOLO


            Le oscurità della notte si alternavano con la luminosità della presenza di Dio nella vita della Serva di Dio, convinta di questa necessità aveva esclamato: "Oh felice penare, cui succede un raggio di luce che scopre le preziose vie per arrivare alla eterna felicità". Queste tenebre venivano causate dagli uomini, dalle malattie, dalle difficoltà e dalle incomprensioni varie. Dolori fisici e morali furono il suo pane quotidiano; per lo spazio di 16 anni fu colpita da dolori atrocissimi cui si aggiunse nei due ultimi la cecità. Non bastando ciò, fu accusata e calunniata in modo violento quando suo nipote P. Nicolò Barberini volle entrare anche lui al Carmelo.
            Si disse che era stata lei a plagiarlo inducendolo a quel passo per interessi personali. Un certo cavaliere, avvicinandosi alla ruota del monastero, la insultò villanamente arrivando ad equivocare sul suo cognome e chiamarla "Chiara delle passioni". Nella stessa costruzione del nuovo edificio dovette soffrire molto poiché venne a mancare, durante i lavori, prima suo cognato e poi sua sorella, ambedue grandi benefattori del nuovo monastero. Sopportò tutto per amor di Dio anche quando altra prova le sopraggiunse dalla. nuova superiora della comunità. Si venne a creare una situazione molto delicata e difficile provocata dal nuovo modo di governare con stile non del tutto evangelico, tra innovazioni e stravaganze varie totalmente contrarie allo spirito di S. Teresa.
            Si crearono nella stessa comunità due partiti opposti, tra incomprensioni varie, atte a distruggere la pace e l'unità con la connivenza dello stesso confessore. Lei fu definita dai malevoli: "Donna di nessuna virtù e senza umiltà, altera e stravagante, rigida e terribile". Tutte menzogne perfettamente contrarie al suo spirito improntato ad estrema mitezza e dolcezza che molto la rassomigliavano alla Santa riformatrice. Come lei un amore grande ebbe per i poveri e per i peccatori sollevando dei primi le varie indigenze e le sofferenze fisiche e morali; a favore di mendicanti ordinari, di vedove e zitelle per i quali si faceva "mendicante" presso i suoi parenti. Dei secondi zelò la salute dall'anima, convinta che le loro penitenze e preghiere a nulla sarebbero valse se non avessero procurato la salvezza delle anime. Accadde che venne a conoscenza di un cavaliere ben noto, ma scandaloso; lei molto si adoperò per farlo tornare sulla retta via. In una estasi fu sentita ripetere: "Ti raccomando quell'anima, mio Dio!". Le sue suppliche, i suoi gemiti e le sue incessanti invocazioni riuscirono ad operare quella conversione. L'amore quando è autentico si diffonde per natura sua: lei lo trasmetteva a tutti quelli che incontrava alla ruota del monastero o in altre occasioni e la faceva esclamare: "Vorrei che non si trovasse niun cuore creato che non amasse quanto puole la bontà infinita di Dio!".

DEVOZIONE ALLA SS.MA VERGINE e A S. GIUSEPPE


            Come degna figlia di S. Teresa non poteva non coltivare una grande devozione verso la Vergine Santa e verso S. Giuseppe.
            Alla Madre di Dio volle dedicare il nuovo monastero con il titolo molto suggestivo di "Regina del Cielo". Ripeteva molto spesso che tutta la sua gloria e il suo onore non provenivano dall'appartenere alla famiglia Colonna, ma al fatto di essersi consacrata a Maria rivestendo il suo abito. La sua devozione poggiava sulla sana dottrina della Chiesa e la impegnava nella imitazione delle virtù di Maria sforzandosi di vivere lo stesso suo silenzio e raccoglimento.
            Più volte fu favorita della visione di Maria coronata Regina, risplendente di maestà dinanzi agli angeli e ai santi per la sua dignità di madre di Dio. Il 16 luglio 1661 ricevette come un sigillo particolare impresso nell'anima perché fosse "vera carmelitana". La Vergine e S. Giuseppe la coprirono "di un candido e prezioso manto perché fosse tutta di Dio".
            Verso lo sposo di Maria coltivò una grande venerazione e ammirazione adoperandosi perché il culto di S. Giuseppe fosse diffuso presso il popolo di Dio, chiedendo che il suo patrocinio fosse celebrato in tutta la Chiesa con maggiore solennità.
            Ottenne da lui tante grazie e soprattutto la sospirata pace del nuovo monastero e l'intervento di uno sconosciuto che le consegnò la somma di 1500 scudi per i bisogni della comunità.
            Clemente X acconsentì alla sua supplica e dopo aver preparato i relativi testi liturgici composti dal cardo Bona, estese tale festa a tutta la Chiesa.
            In occasione della sua festa adornava in modo particolare il suo altare, accompagnandolo con devote processioni e con l'esecuzione di alcune canzonette da lei composte, volendo, allo stesso tempo, che le religiose ne imitassero le virtù. Asseriva di non aver mai domandato cosa alcuna che non avesse veduta adempiuta, essendo egli il suo rifugio in tutti i maggiori bisogni del monastero. Riassumendo poi il senso di questa sua devozione ebbe a scrivere: "Ricorro da lui come a persona, la quale tratto con gran confidenza, e mi presento a Lui con tutte le mie miserie pregandolo che mi impetri da Dio un grand'amore a sua Divina maestà".

PER SEMPRE IN DIO


            Le lunghe malattie, le varie sofferenze e tutte le prove che il Signore permise consumarono il suo fisico ma non l'anima che anelava sempre di più verso il possesso di Dio. Lo definiva "candore di luce eterna e specchio senza macchia, unica sua speranza". Era l'amore divino che ormai dilagava nella sua anima prendendovi possesso eterno dopo la purificazione interiore. La sua anima gemeva. "Vorrei sentire, o mio Dio tanto dolore d'avervi offeso da morirne; fate che .sia così". La animava una fiducia e confidenza nella misericordia di Dio da sembrare temeraria. Ebbe a dire: "Signore ancorché mi trovassi sulle porte dell'inferno, spererei sempre nella vostra infinita misericordia, perché sono certa che mi volete salvare; confido di arrivare a possedervi eternamente in cielo, per la vostra bontà, per i meriti e le promesse di Nostro Signore".
            Predisse il giorno della sua morte e vi si volle preparare nel miglior modo possibile. Volle scrivere a sua sorella Madre Ippolita, monaca nel monastero di S. Egidio e malata; la assicurò che prima sarebbe morta lei avendo la precedenza. Premessa la confessione generale anche per lucrare le sante indulgenze dell'anno santo 1675, chiese perdono alle consorelle raccomandando loro la S. Osservanza. Con grande fede ricevette i santi sacramenti. La visita del medico non giovò a nulla se non a darle l'occasione per ringraziarlo per la carità e la premura usatale.
            Alla priora diede l' incombenza di far celebrare tre S. Messe in onore di S. Domenico, di S. Nicolò e in suffragio delle anime del Purgatorio per ringraziarli dei tanti benefici ricevuti.
            Consolò la Madre superiora raccomandandole un buon governo; poi stringendole la mano e conformandosi alla volontà di Dio perse la parola e si aprì ad una estasi dolcissima e in questo stato spirò.
 

            Il biografo annotò come "con la faccia infiammata, e sparsa di una soave giocondità, spirò".
            Dinanzi al viso così stupendo e radioso la Regina di Svezia grande sua ammiratrice, ordinò ad un grande pittore che ne ritraesse i lineamenti. Era il 22 Agosto 1675 nell'ottava dell'Assunzione poco prima della mezzanotte, aveva 66 anni, 48 dei quali trascorsi come monaca carmelitana Scalza.
            Fu un rimpianto generale presso confratelli, consorelle parenti e suoi estimatori; si fecero abbondanti suffragi nelle chiese di Roma e nelle comunità dell'Ordine. Apparendo alla sua superiora M. Anna Teresa le rivelò "che il passaggio della vita non fu nel dolore, ma nell'amore che la unì per sempre al Signore e goderlo per sempre nell' eternità". Le ordinò di dire tutto questo alle sue consorelle.
            Tra le tante testimonianze di stima e di venerazione valga per tutte quella del Preposito generale dei Gesuiti, P. Paolo Oliva; scrivendo alla superiora del monastero di regina Coeli, definì la M. Chiara "anima eroica da imitarsi da tutte le spose di Cristo; figlia primogenita della S. Madre Teresa ed erede universale del suo spirito". Volle poi aggiungere la dettatura di una elegante epigrafe latina che posta sulla sua tomba ne sintetizzasse la vita, ,così concepita

"CLARAE MARIAE A PASSIONE - PHILIPPI COLUMNAE FILlAE  - SUAVITATE MORUM AUSTERITATE VITAE - VIRTUTUM OMNIUM CULTU - LEGUM SANCTAE MATRIS THERESIAE TABULAE - MONIALES REGINAE COELI EXCALCEATAE - SORORI LAUDATISSIMAE, PARENTI OPTIMAE - COENOBI AUCTORI - POSUERE - ANNO IUBILAEI MDCLXXV,

che tradotta in lingua italiana così si legge:

"A CHIARA MARIA DELLA PASSIONE - FIGLIA DI FILIPPO COLONNA - PER SOAVITÀ DI COSTUMI, PER AUSTERITÀ DI VITA - E PER CULTO DI OGNI VIRTÙ - VIVA IMMAGINE DELLA SANTA MADRE TERESA - LE MONACHE SCALZE DI REGINA COELI ALLA STIMATISSIMA SORELLA - ALLA OTTIMA MADRE E FONDATRICE DEL MONASTERO - POSERO ­ANNO SANTO 1675.
            Aumentando nel tempo la fama di santità, non mancarono fatti prodigiosi che si verificarono sul suo sepolcro e indussero l'Ordine carmelitano a celebrarne i processi informativi e apostolici, conclusi felicemente il 22 Agosto 1762 quando Clemente XlII ne dichiarò le virtù eroiche.
 

 

P. ROMANO ZAFFINA OCD

 

 

Qualcosa in più si può trovare in:

Biagio della Purificazione
Vita della Ven. Serva di Dio M. Suor Chiara della Passione -

carmelitana scalza. Al secolo Donna Vittoria Colonna -

figlia di Don Filippo gran Conestabile del regno di Napoli.
Stamperia di Giuseppe Vannucci - Roma 1681

Alfonso di S. Giuseppe
La Ven. M. Chiara della passione -

fondatrice delle carmelitane scalze di S. Maria "Regina Coeli"
Tipografia "buona stampa" - Roma, 1932.

 
Provincia Romana dei Padri Carmelitani Scalzi
Via XX Settembre, 17 - 00187 Roma (RM)
Tel: 06/42740571 - P.I. 00937171007
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