Giovanni di Gesł Maria

INDICE
PRESENTAZIONE
INTRODUZIONE
CRONOLOGIA
1. INQUADRAMENTO STORICO
2. IL CARMELO RIFORMATO E LE SUE ORIGINI
3. JUAN DE SAN PEDRO Y USTÀRROZ: ORIGINI, INFANZIA E PRIMI STUDI
4. INGRESSO AL CARMELO E N0VIZIAT0 A PASTRANA
5. PROFESSIONE SOLENNE E STUDI AD ALCALÀ DE HENARES
6. GENOVA
7. ORDINAZIONE SACERDOTALE E CAPITOLO GENERE DI CREMONA.
8. MAESTRO DEI NOVIZI A GENOVA
9. ORIGINI DELLA CONGREGAZIONE D’ITALIA E REVISIONE
DELLE C0STITUZ10NI
10. MAESTRO DEI NOVIZI A ROMA
11. DIFENSORE DELLE MISSIONI CARMELITANE
12. CONSIGLIERE E AMICO DI PONTEFICI, CARDINALI E SANTI
13. DEFINITORE GENERALE DELLA CONGREGAZIONI, D’ITALIA
E DOCENTE UNIVERSITARIO
14. PROCURATORE GENERALE (1608—1611)
15. PREP0SIT0 GENERALE (1611—1614)
16. L’ESPANSIONE DELL’ORDINE
17. LA DIREZIONE DELLE CARMELITANE SCALZE
18. PROFILO SPIRITUALE
19. MONTECOMPATRI
20. LE SUE RELIQUIE
21. VERSO L’ONORE DEGLI ALTARI
22. GLI SCRITTI
CONCLUSIONE
APPENDICE
BIBLIOGRAFIA
***************
Venerabile
GIOVANNI DI GESU' MARIA
Nato a Calahorra, in Spagna, nel 1564, a diciannove anni emette la sua Professione nell'Ordine dei Carmelitani Scalzi da poco riformato da Santa Teresa e San Giovanni della Croce. A quarantasette anni è eletto Generale dell'Ordine e dopo quattro anni è chiamato dal signore a ricevere il premio della vita eterna
Preghiera
Spirito Santo, che hai donato a Giovanni di Gesù Maria la sapienza per insegnare la via dell'unione con Dio, la prudenza per formare e dirigere i figli del Carmelo nella conoscenza e nella pratica del genuino spirito teresiano, la fortezza per offrire a tutti un grande esempiuoi di fedeltà a Dio nelle difficoltà e nella sofferenza, per sua intercessione, aiutami nelle mie necessità, affinché la gloria che egli ha dato a Dio in questo mondo, con la sua Beatificazione risplenda ancora nella tua Chiesa. Amen.
°°°°°°°°°°°°
Nato a Calahorra, in Spagna, nel 1564, da Diego de San Pedro e Anna Ustarroz, è battezzato il 27 gennaio col nome di Juan.
A 18 anni, ancora vivente Santa Teresa, passa dalla Università di Alcala de Henares al noviziato dei Carmelitani Scalzi di Pastrana, avviato pochi anni prima da S.Giovanni della Croce, col nome di Juan de Jesus Maria e il 23 gennaio 1583 emette la sua Professione.
Nel 1585 viene inviato a Genova, nel recente Convento di S.Anna.

Partecipa nel 1593 al Capitolo di Cremona, nel quale avviene la separazione degli Scalzi dai Calzati. Rientrato nel Convento di Genova, eretto in Noviziato, assume la cura dei Novizi, che sarà il maggiore impegno di tutta la sua esistenza.
Nel 1597 è chiamato a Roma, principale estensore delle Costituzioni della nascente Congregazione d'Italia. Di nuovo Maestro dei Novizi in S. Maria della Scala e incaricato per la formazione nell'Ordine, è consigliere di cardinali, di papi e di santi.
Nel 1611 viene eletto terzo Preposito Generale e il 28 maggio 1615, giorno del!' Ascensione, si spegne nel convento di S. Silvestro a Montecompatri, presso Frascati. Là ancora oggi si venera il suo corpo incorrotto.

Le Costituzioni, che come vero Padre Legislatore egli illustra nelle fondamentali caratteristiche contemplative (Arte di amare Dio, la Teologia Mistica e la Scuola di Orazione) ed apostoliche (Trattate col quale si rivendicano le Missioni e Voto in favore dellt Missioni) reggono l'Ordine dei Carmelitani Scalzi, da 1600 fin quasi ai nostri giorni.
Come S. Giovanni della Croce in Spagna, egli è il Maestro dei Novizi per eccellenza nella novella Congregazione d'Italia. La sua Istruzione dei Novizi è famosa ancora oggi.
Primo biografo e panegirista carmelitano di Santa Teresa di Gesù, Maestro di vita e di orazione insuperabile, è il più fecondo scrittore del Carmelo Teresiano ed il più celebre dopo i Santi Fondatori.
Mistico dell'aspirazione verso l'unione intima con Dio, è esemplare di fedeltà incrollabile al Signore nella totale aridità. e sofferenza dei sensi e dello spirito.
Da poco è ripresa la Causa della sua Beatificazione con l'apertura ufficiale del processo presso il Vicariato di Roma (1997).
UN MISTICO CONSUMATO
P. GIOVANNI DI GESU' MARIA
di P. ROMANO ZAFFINA
Nella storia della famiglia del Carmelo la figura del P. Giovanni di Gesù Maria occupa un posto eminente; viene ad essere uno di quei doni preziosi che il Signore suole fare alle famiglie religiose quando vuole che si consolidi lo spirito evangelico.
Tutto questo per la enorme importanza che egli ebbe nella formazione spirituale della prima generazione carmelitana in Italia e all' estero in qualità di maestro dei novizi ed estensore delle nuove costituzioni della neonata congregazione d'Italia.
Nacque nella città di Calahorra in Ispagna il 27 Gennaio 1564 dal Dott. Diege De S. Pedro detto "il baccelliere" e da Anna De Ustarroz.
Cristiani convinti com'erano, si adoperarono molto per educarlo nella fede e nella carità ed egli crebbe nel santo timore di Dio e nell'esercizio delle virtù cristiane.
Di spiccato ingegno, manifestò subito una grande disponibilità per lo studio E vi si dedicò con tutte le sue energie acquistando una sapienza straordinaria che nel tempo lo paragonerà allo stesso "Crisostomo".
La sorella di suo padre, donna di grande pietà, ebbe in fin di vita come un deliquio e un presentimento profetico che volle rivelare a quegli illustri e pii genitori: "Rallegratevi poiché io vidi vostro figlio in Roma tra i religiosi carmelitani Scalzi rivestito del loro abito e venerato come un santo".
La profezia si compì a perfezione anche se la Chiesa ancora tarda a proclamarne la santità.
Gli storici notano subito come egli si specializzasse nella carità e nello studio tanto da intenerirsi dinanzi ai poveri e verso gli infermi a tal punto da dedicarsi a raccogliere denaro e viveri presso parenti e conoscenti per poterli aiutare.
Oltre che nella pietà, il giovanetto eccelleva nello studio delle lettere possedendo una straordinaria vivacità di ingegno. Fiorivano in quel tempo le università di Salamanca e di A1calà de Henares, famosi centri di studi, tanto benemerite in campo internazionale. Egli sembra che le abbia frequentate con grande progresso, specializzandosi in lingua latina e greca, divenendo elegante latinista, eccellente dialettico nelle controversie scolastiche e conoscitore della lingua ebraica.
Il suo fu un vasto apparato scientifico che unito alla conoscenza filosofica e teologica, gli gioverà immensamente in tutto il corso della sua vita.
CHIAMATO ALLA VITA RELIGIOSA
Una pia leggenda narra che s'incontrò, accompagnato dalla mamma essendo ancora bambino, con S. Teresa di Gesù. Questa lo avrebbe accarezzato e gli avrebbe predetto che un giorno sarebbe stato religioso della famiglia dei suoi figli. Così accadde: commosso dalla viva predicazione dell'agostiniano B. Alfonso De Orozco, impressionato dalla pessima fine di un certo ecclesiastico, decise di abbandonare il mondo. Lo fece per timore dell'inferno? Durante tutta la vita dimostrò che tale decisione era stata purificata e arricchita senz' altro da un grande amore a Cristo e alla sua Madre Ss.ma.
Lasciata l'università entrò nel noviziato di Pastrana, primo convento della riforma Teresiana e ancora profumato della presenza spirituale di S. Giovanni della Croce. Vi giunse nel gennaio 1584 diretto dal maestro P. Giovanni Battista detto il "rammendato".
Assetato di perfezione attinse abbondantemente lo spirito teresiano alle sorgenti, dedicandosi allo studio delle regole, allo spirito di orazione e di penitenza che lo porteranno ad essere anche lui nella storia dell' Ordine, uno dei più qualificati maestri di spirito; autentico teresianista e grande mistico. .
La acquistata fama di religioso dotto e santo raggiunse il superiore P. Nicolò Doria genovese, il quale avendo impiantato il Carmelo fuori del suolo spagnolo, volle arricchire la neonata comunità carmelitana di Genova di qualificati elementi. Scelse pertanto lo studente Fr. Giovanni non ancora sacerdote ma tanto ricco di sapienza, di straordinarie doti di perfezione, tanto necessarie per la diffusione dell' Ordine.
Il Servo di Dio vi arrivò lo stesso anno della fondazione del convento genovese e vi trovò una comunità costituita di elementi ben formati allo spirito teresiano; tutti provenienti dal convento di Pastrana abbondantemente nutriti della "celestiale dottrina di Giovanni della Croce".
Aveva appena 20 anni e si dedicò molto alla pietà e allo studio, soprattutto delle sacre Scritture che riteneva per buona parte a memoria insieme ai santi padri e a S. Tommaso d'Aquino.
Interessanti sono le preghiere che compose in quel tempo; tutte adatte a far sì che tutte le azioni della giornata, compreso lo studio, fossero dirette alla gloria di Dio e alla propria santificazione.
Fu ordinato sacerdote a 26 anni nel 1590 nella stessa città. Vi si preparò con grande impegno e fu talmente preso dalla devozione al SS .mo
Sacramento dell'altare e al S. Sacrificio della Messa che era di grande edificazione ai confratelli fortunati di potergliela servire. Accompagnava la celebrazione di essa con copiose lacrime e con profonda fede.
MAESTRO DEI NOVIZI
Prima nella città di Genova, poi in Roma, il giovanissimo P. Giovanni esercitò egregiamente l'ufficio tanto delicato e tanto importante di maestro dei novizi. La sua azione educativa fu una vera e propria manna piovuta dal cielo, poiché esperto com' era, attirò all'Ordine elementi validissimi provenienti da ogni ceto sociale, tanto importanti da dare lustro a tutta la congregazione d'Italia, da poco tempo eretta.
Scriverà più tardi, che il progresso e il buon andamento di un istituto dipende sempre dalla migliore formazione spirituale delle nuove leve.
Era un pedagogo nato, che al lavorìo della grazia, sapeva unire la sua cooperazione nella santificazione dei giovani a lui affidati; li sapeva capire, aiutare e spronare nell'a via della perfezione con cuore più di madre che di padre e maestro. Il suo segreto di riuscita consisteva nel saperli avviare nella via dell' orazione considerata come scala di perfezione e santità.
Il suo carattere sereno, qualificato come uniforme e immutabile, soave e pieno di bontà verso i giovani, gli procurava un ascendente straordinario e una enorme confidenza e fiducia; li incoraggiava, li illuminava con la sua dottrina e soprattutto li trascinava con il suo esempio. Il suo punto di partenza era anche l'osservanza esatta della regola del Carmelo considerata come sintesi di perfezione.
Per quanto riguarda la parte ascetica del suo insegnamento pedagogico, si sforzava di inculcare un impegno di discernimento delle passioni umane per poterle regolare e dominare. Insisteva sul ruolo della mortificazione e della penitenza tanto necessarie per l'orazione e per la comunione con il Signore. Proveniva dalla scuola di Giovanni della Croce; scuola del "nulla" per il possesso del "tutto" che è Dio.
Tale itinerario di perfezione esigente e costante era tuttavia illuminato e diretto sempre dalla carità; ossia da un immenso amore a Cristo, senza il quale, ogni servizio virtuoso sarebbe stato vanificato.
Tale sostanzioso magistero, con tocco esperienziale, fu da lui messo in iscritto in due operette che costituiscono il suo capolavoro: "La istruzione dei novizi" e quella "del maestro dei novizi". Quello che più di tutti onorò la sua figura di maestro di spirito fu un eletto gruppo di religiosi che, da lui diretti nella vita spirituale raggiunsero le vette della santità.
Ci piace ricordarne qualcuno: il P. Angelo di Gesù Maria, figlio del marchese di Soncino, Massimiliano Stampa; Fr. Arcangelo di Gesù Maria, della famiglia Spinola, stimato da Urbano VIII; P. Paolo Simone, della nobile famiglia Rivarola, legato apostolico di Clemente XIII in Persia e di Paolo V presso la corte di Spagna; P. Alessandro di S. Francesco, della nobile famiglia Ubaldini, pronipote di Leone XI ( De Medici). Questi nel giorno in cui lo zio ascendeva al soglio pontificio, vestiva l'umile saio del Carmelo preferendolo alla porpora cardinalizia. Fu tanta la sua fama di santità che ben presto nella città di Roma furono celebrati i processi di canonizzazione.
La consegna della bellissima Chiesa romana di S. Maria della Scala, e dell'annesso grandioso convento, furono voluti dal Papa Clemente VIII ammirato della straordinaria personalità del Ven. P. Pietro della Madre di Dio. Per tale attuazione fu chiesto il parere del Carmelo di Spagna e del re Filippo II. La risposta fu del tutto negativa temendo che con la immediata diffusione fuori dell'ambito Iberico, lo spirito teresiano sarebbe venuto meno. Il Pontefice domandò al procuratore dell'ordine quanti religiosi scalzi contasse in Italia. Questi gli rispose: "solo trenta". "Ebbene - soggiunse il Papa - se con due carmelitani si iniziò la riforma in Ispagna con tanto successo, ben lo potremmo diffondere noi con trenta in Italia". Egli tagliò corto e il 20 maggio 1597 separò questo gruppo di religiosi da quelli di Spagna e costituì la cosidetta "Congregazione d'Italia".
Il Servo di Dio P. Giovanni giunse in Roma l'anno dopo e cioè, nel 1598 con l'incarico di maestro dei novizi unitamente all'altro molto delicato, di rivedere le costituzioni e le leggi dell'ordine sfrondandole delle cose ritenute superflue, coordinandole meglio e arricchendole del suo carisma.
SPIRITO MISSIONARIO
Il Carmelo da quando viveva S. Teresa, fu sempre missionario, e la Santa fu felicissima di compiacersi con i suoi figli che partivano per la prima volta per l'Africa con la prima spedizione. Poi, per tanti motivi, difficili da spiegare, tale spirito si affievolì tra i religiosi di Spagna e fu ripreso con grande vigore tra gli Scalzi d'Italia. Il p. Giovanni di Gesù Maria fu uno dei più grandi assertori e sostenitori, considerandolo come parte essenziale dell'Ordine. A proposito della riscoperta dello spirito missionario scrisse: "È volere di questa nostra santa madre Chiesa che i suoi figli dividano le loro cure ed occupazioni in due parti: dedicandosi, da una parte al servizio e all' amore di Dio, dall'altro servendo il prossimo ed offrendogli il calice dell'acqua viva della carità". Aggiunse poi: "Il nostro santo ordine, irrigato dalle acque di questa duplice sorgente ha ricevuto in sorte la più preziosa e pingue eredità, cioè la mistica unione dell'anima con Dio, per mezzo della contemplazione, quale scopo precipuo, e la cura della salute del prossimo, come fine efficace, quantunque secondario". (Op. Cito pag 87).
Le Costituzioni, per incarico del Ven. P. Pietro, furono da lui studiate e mandate alle stampe durante il suo generalato nel 1611.
Rivedute e corrette per ben tre volte, ebbero delle importanti aggiunte: il voto di non ambire cariche dentro e fuori della famiglia religiosa ed insieme venne asserita la disponibilità di tutti a favore delle missioni, impegnando così tutti i religiosi a recarsi nelle diverse parti del mondo per la evangelizzazione dei popoli. In tal modo la famiglia carmelitana, pur divisa in due filoni, portava avanti due impegni importanti; quella spagnola si dedicava agli studi, e quella italiana, pur non trascurando affatto gli studi, si dedicava in modo egregio alle missioni sorretti dallo stesso Pontefice.
Clemente VIII avuto tra le mani il testo completo delle costituzioni ebbe a dire: "datemi un carmelitano scalzo che abbia osservato fedelmente queste costituzioni ed io lo canonizzerò". Questa profonda convinzione e questa riscoperta dello spirito missionario egli volle elegantemente mettere in iscritto in un opuscolo dal titolo: "Trattato con il quale si asseriscono le missioni e si rifiutano le ragioni contrarie".
Tale presa di coscienza ebbe nel Carmelo una risonanza stupenda a tal punto che nel primo capitolo generale celebrato nel 1605 tutti i superiori presenti rinunciarono al loro ufficio per rendersi disponibili a recarsi nelle terre di missione per operare la conversione degli infedeli e degli eretici.
Partendo dalla situazione concreta del mondo, dove paganesimo e divisioni vi dominavano; dove nelle Americhe prevaleva più il desiderio dell'oro che non quello della conversione delle anime, assicurava che solo con l'azione del missionario il mondo poteva cambiare rotta.
Pertanto la missione non solo era lecita, ma assolutamente necessaria. Adduceva poi l'esempio di Gesù Cristo, il quale passava lunghe ore in preghiera per poi dedicarsi ad annunciare il Vangelo.
Aggiungeva che: "non era giusto che il carmelitano scalzo interrompesse un poco il gusto dell'orazione e si dedicasse al profitto e alla santificazione del prossimo quando lo stesso Gesù abbandonò il seno del Padre e discese sulla terra per salvarci ed annunciarci il Vangelo?".
Contro la paura dell' esiguità numerica rispondeva dicendo che tutti gli ordini religiosi iniziarono la loro avventura spirituale con pochi elementi. All'altra difficoltà del sovrabbondante lavoro, opponeva il fatto che proprio questo non avrebbe dato adito alla rilassatezza e alla pigrizia.
Con la fondazione del convento di S. Silvestro in Montecompatri avvenuta il 17 aprile 1605 le quattro comunità carmelitane furono erette in Congregazione autonoma e pertanto si celebrò il primo capitolo generale il primo maggio. Nove erano i gremiali, paragonati dallo storico ai nove cori degli Angeli. Il Ven. P. Pietro apparteneva al coro dei serafini per il suo ardente amore; P. Giovanni apparteneva al coro dei "troni" per la sapienza divina con la quale illuminava chiunque avesse la fortuna di trattare con lui. Egli fu eletto consigliere generale e maestro dei novizi. Successivamente nel capitolo generale del 25 aprile del 1608 fu eletto procuratore generale dell'ordine; ufficio con il quale portò avanti la causa di canonizzazione della M. Teresa di Gesù. Già nel 1602 ogni anno, nell'anniversario della morte della santa, con elegante orazione latina, la commemorava in S. Maria della Scala in Roma dinanzi ad un pubblico scelto e talvolta con la presenza del Papa e dei cardinali di curia. Ne scrisse la vita che dedicò a Paolo V perché si rendesse conto di persona della straordinaria figura di quella donna. Il Pontefice Paolo V la gradì la lesse tutta d'un fiato e il 14 aprile 1614 la beatificò.
SUPERIORE GENERALE DELLA CONGREGAZIONE D'ITALIA
Il capitolo generale questa volta si celebrò nella cittadina di Montecompatri il 23 aprile 1611 e il P. Giovanni fu eletto Preposito generale dopo ripetute votazioni dovute non alla mancanza di stima nei suoi riguardi, ma solo alla preoccupazione della poca salute del candidato, necessaria per un buon governo. Il Servo di Dio mise subito in atto le sue straordinarie doti, tanto più che da tutti ci si aspettava un consolidamento più consistente dello spirito teresiano e della sua espansione nel mondo.
Non deluse affatto le aspettative e governò con amore e soavità tanto da conquistarsi rispetto e fiducia da parte di tutti. Egli zelava la osservanza della regola con "severa benignità" e, dovendo correggere inevitabili difetti nei suoi sudditi, lo faceva con somma pazienza e carità, cosicché era difficile sottrarsi ai suoi richiami senza un vero e proprio ravvedimento. Profondo psicologo qual era, si rendeva conto che molti difetti presenti nella vita degli stessi religiosi erano effetto di distrazione e di innata fragilità. Pertanto dinanzi alle manchevolezze usava sempre il cuore di padre intento sempre a rispettare la persona umana. Questo metodo pedagogico era usato da lui con i novizi e con tutti i suoi sudditi e i frutti erano sempre ottimi e abbondanti.
Il biografo sottolinea e riassume magnificamente le sue doti di educatore nato, scrivendo: "Il P. Giovanni fu ai suoi novizi più che maestro, madre, tenero e in pari tempo saggio verso i sudditi a lui affidati da Dio, vedendo sempre in loro anime da condurre alle altezze della perfezione religiosa, amandole tutte, aiutandole, sorreggendole finché esse vollero, rialzandole se cadute, fino alla meta.
Diresse il Carmelo rimanendo nella sua cella poverella; lo aveva fatto capire ai suoi elettori, impedito com' era di visitare le comunità, teresiane come il suo cuore avrebbe desiderato; tale patema sollecitudine la esercitò attraverso le lettere pastorali e il suo carteggio epistolare. I temi ricorrenti erano, la osservanza delle leggi; la custodia della pace; la carità fraterna.
A proposito di quest'ultima così scriveva: "Nessuno esageri i difetti del prossimo, ma tutti pensino, parlino, operino e scrivano secondo le esigenze della carità, la quale essendo vincolo di perfezione, unisce tutti i cuori nel cuore di Gesù Cristo che è l'autore della pace unica e vera." (op. cit. 222).
In un' altra lettera, la VI, tratta il grave problema e l'obbligo che ogni religioso ha di tendere alla perfezione. Enumera alcuni difetti molto comuni soffermandosi su quelli che particolarmente minacciano la stessa vita religiosa e cioè, la mormorazione e le lamentele. Il suo insegnamento, poi, espresso in tutti i suoi scritti è diretto particolarmente contro alcune calamità che potrebbero colpire la vita religiosa. Le enumera con estrema chiarezza attribuendole all'eccessiva cura che il religioso potrebbe avere della propria persona, nell'abito, nel cibo, nell'abitazione a scapito della povertà. Premunisce contro la tentazione di ambire titoli e onori, prestigio personale e vanto contro la virtù dell'umiltà. Una particolare attenzione riserva contro il polverone mondano che il religioso da fuori potrebbe introdurre in convento a scapito della vita fraterna.
PRODIGIOSA ESPANSIONE DEL CARMELO TERESIANO
Con la guida di un uomo tanto saggio e tanto dedito alle cose di Dio, l'ordine fece grandi progressi. Egli, con occhio vigile ed attento guardò alle grandi città d'Europa dove fioriva la cultura, volendo che i suoi religiosi fossero come li voleva S. Teresa di Gesù, dotti e santi. Le fondazioni si ebbero a ritmo serrato: Parigi, Lovanio, Leopoli, Colonia, Milano, Bologna. La fondazione di Bologna ebbe come principale protagonista il Card. Maffeo Barberini legato a latere del Papa, favorita dall'arcivescovo della città Card. Borghese nipote di Paolo V. Come riconoscenza verso l'illustre pastore, il servo di Dio gli volle dedicare un opuscolo dal titolo: "Arte di governare".
Si osserva come egli dedicasse tutti i suoi scritti ai personaggi illustri e potenti; non lo faceva certamente per vanità o per interesse o per adulazione, ma solo perché gli giovassero in qualche modo nell' opera di espansione dell' ordine e, quindi dello stesso regno di Dio.
Ci piace ricordare come la fondazione di Leopoli effettuata il 25 Novembre 1613 avesse un intento ecumenico e cioè, quello di formarvi dei religiosi che fossero difensori della causa cattolica e assertori generosi della riconciliazione dei popoli Ruteni con il Romano Pontefice.
La fondazione di Milano per probabile "ruggine" tra il pio cardinale Federico Borromeo e la Spagna, incontrò opposizione da parte del medesimo prelato. La pazienza del P. Giovanni, fu messa a dura prova fino a quando il suddetto cardinale si ravvide e pentendosi di aver trattato così male i figli di S. Teresa, permise che finalmente si insediassero nella sua città il 22 gennaio 1622. Altro fatto importante durante il governo del Servo di Dio fu la fondazione di numerosi conventi in terra di missione e la istituzione del "Seminario delle missioni" dapprima presso la piccola Chiesa di S. Paolo negli orti sallustiani di Roma, oggi denominata S. Maria della Vittoria, trasferito in seguito presso la Basilica di S. Pancrazio fuori le mura. Questa provvidenziale istituzione, benedetta dal Papa, aveva il compito di formare i futuri missionari.
Si poterono aprire gl'immensi campi da evangelizzare a Ormutz famoso porto del Golfo persico, nel 1612; quello di Tatta sulla foce dell'Indo; quello di Goa nelle Indie e finalmente la missione d'Inghilterrra. Il famoso cardinale Wisemann inaugurando il convento di Londra ebbe a dire: "che alla conversione e alla conservazione della fede cattolica, contribuirono molto efficacemente i figli di S. Teresa." Il suo generalato si concludeva in bellezza, poiché proprio 4 giorni prima della sua convocazione, la riformatrice del Carmelo saliva alla gloria degli altari con sua grande soddisfazione vedendo così abbondantemente ripagate tutte le sue fatiche.
FISIONOMIA SPIRITUALE
Per capire meglio la figura di questo illustre Carmelitano occorrerebbe ripercorrere i processi di beatificazione completati in questi ultimi anni e i numerosi scritti. Le prime memorie storiche raccolte nell' anno 1628 lo descrivono come uomo di grande fede, immerso nella mistica comunione con Dio. Tutti i suoi scritti lo documentano. Egli non solo crede alle verità rivelate, ma le vive, le prega, le contempla traducendole in quelle stupende espressioni e invocazioni che ne sono la trasparenza. Anche in mezzo alle tribolazioni che non gli mancarono mai, era costante e ardente il suo amore per Gesù Crocifisso; gli si infiammava il cuore facendogli ripetere: "Accresci in me la fede o Signore; aumenta il mio amore per Te." Dinanzi alle tentazioni contro la fede e contro le altre virtù, specie in punto di morte, ripeteva: "allontanati da me ingannatore, non è questo il tempo di disputare bensì di credere con fermezza. Io credo fermamente e confesserò questa fede sino all'ultimo respiro". (Op. cito P. Fiorenzo pag 320).
La speranza poi illuminava tutta la sua vita dandogli la forza di poter sopportare tutte le sofferenze fino a desiderare il martirio. Nei frangenti più difficili e nelle prove andava ripetendo: "Io spero, Signore, che alla fine della battaglia, vinta per la tua grazia, Tu mi darai la corona della gloria. Se un esercito di tentazioni sorgesse contro di me, se tutto l'inferno mi combattesse e riuscisse a trascinarmi dalla sua parte, io spererei sempre, o Signore, nella tua grande misericordia" (Op. cito 321).
La fiamma della carità gli ardeva nel petto vivendola ogni giorno e traducendola in tutte le sue sfumature, di mitezza, di pazienza,di bontà e di sopportazione. Ne aveva dato una definizione quanto mai significativa ed esatta: "È la virtù mediante la quale l'anima si unisce a Dio per ragione della stessa divina bontà. Essa dà vita a tutte le virtù; senza di essa tutto è morto nell'anima, perciò a guisa di aquila, solleva tutti gli atti delle sue virtù e le pone al sole della giustizia" (Op. cito 321).
Questo amore, come torrente impetuoso dilagava dal suo cuore e si esprimeva in invocazione di sublime intensità: "O Dolcissimo Signore, che tu riservi il mio cuore per Te solo e per il tuo perfetto dominio. Io immolo le mie viscere sopra il tuo altare per amor tuo. Io cerco Te solo che sei la mia migliore eredità e il mio unico tesoro... O Re dei regi che io ti possieda! Signore potentissimo, vivi, domina, impera su la mia volontà e sul mio cuore" (Op. cito 322
Di questo argomento trattò nei due opuscoli dal titolo: "Scuola di orazione e Lettera di Cristo all'uomo" spiegando le virtù teologali e le virtù morali.
Adorno di una grande umiltà, sapeva nascondersi dinanzi alle persone altolocate e nobili a tal punto da far perdere la sua identità ed essere considerato come fratello portinaio.
Riguardo all'orazione e alla presenza di Dio, la viveva intensamente e sapeva trovare industrie nuove e straordinarie per conservarla con frutto e trasmetterla attraverso i suoi scritti e attraverso tutti i suoi atti. Il P. Fiorenzo di Gesù Bambino, più volte citato, da di lui questa significativa immagine: "In lui splendeva una particolare bontà e dolcezza d'animo che gli accattivava subito i cuori e gli guadagnava l'amore e la stima di quanti avevano a che fare con lui".
Aveva un debole per la beata solitudine del convento di Montecompatri; si estasiava dinanzi alle bellezze incontaminate che lo circondavano e quando le sue molteplici occupazioni gli consentivano di trascorrervi qualche tempo, era felicissimo perché vi si immergeva in santa contemplazione e lo splendore delle creature lo elevavano mirabilmente a Dio in un inno di riconoscenza e di amore. Il famoso" Viale della contemplazione" di cui ora nulla più rimane, voluto da lui, era lo scenario naturale delle sue mistiche ascensioni, trascorrendovi delle giornate intere dinanzi alla sacra Icona della Vergine del castagno. Per diversi secoli la sua memoria vi rimase impressa e gli stessi Pontefici, Paolo V, Urbano VIII e Alessandro VII vi trascorsero sublimi momenti di silenzio e di comunione con Dio.
CONSIGLIERE DI PONTEFICI E AMICO DI SANTI
Ci si domanda, dove quest'uomo avesse appreso tanta sapienza, tanta prudenza e tanto consiglio da poterli distribuire ai dotti e agli ignoranti del suo tempo? La risposta è quanto mai ovvia; solo alla scuola del Crocifisso e attraverso una profonda e intensa vita interiore.
Erano gli stessi cardinali della curia romana che si recavano da lui per la direzione spirituale e per consiglio, talvolta necessario in questioni difficili e delicate.
Ci piace ricordare tra i tanti il santo cardinale Roberto Bellarmino. Lo frequentava nella sua celletta povera di S. Maria della Scala dove talvolta baciandogli la mano si reputava fortunato asserendo di aver trattato con un "novello S. Giovanni Crisostomo". Tra l'altro gli era stato di valido aiuto in certe questioni di teologia. Fu tra i trenta consultori della congregazione "De auxiliis et de gratia" ma senza mai partecaparvi di persona a causa della malferma salute cooperando solo per iscritto.
Chi più di tutti fu suo amico e si servì di lui, fu il Santo Prete spagnolo Giuseppe Calasanzio. Trovandosi affranto da infamanti calunnie con il pericolo di imminente soppressione della Congregazione da lui fondata, si rivolse al P. Giovanni e trovò in lui incoraggiamento e valida difesa presso il Papa Paolo V male informato di tutto.
Il Pontefice quando il servo di Dio si recò in udienza per informarlo, risolta positivamente ogni cosa ebbe a dirgli: "P. Giovanni, da quale incubo voi ci liberate! Ci avevano parlato delle scuole pie tanto sinistramente!".
Altra eminente figura fu il trinitario S. Giovanni della Concezione il quale passò molto tempo nel convento di S. Maria della Scala, alla scuola del Calahorritano, rimanendo sempre grato e riconoscente a lui e al Carmelo per tutto il.bene ricevuto. Anche il confratello Ven. P. Domenico di Gesù Maria ebbe molti contatti e grande amicizia con il P. Giovanni. Con lui resse le sorti della Congregazione d'Italia come superiore generale. A lui taumaturgo e immerso in una vita straordinaria, impose per obbedienza il compito di scrivere l'autobiografia e mettere in luce tutte le grazie straordinarie concesse dal Signore.
FECONDO SCRITTORE
Senza voler esagerare si può dire che nella storia del Carmelo nessuno ha scritto tanto quanto lui.
Una produzione vastissima messa a disposizione dei confratelli e del pubblico. Trattò di mistica teologia, di storia, di agiografia. Commentò il Cantico dei cantici e le lamentazioni di Geremia in occasione probabilmente della eruzione del Vulcano mentre risiedeva in Napoli. L'opera che fu reputata quale suo capolavoro fu: "L'arte di Amare Dio", trattato di mistica teologia che abbinata all'altra dal titolo: "La Scuola di Gesù Cristo" completa il corso ascetico.
Vi dettò i requisiti essenziali per essere veri discepoli di Cristo basandosi sull'ascolto della parola, sulla costanza nell' apprendere, sulla purezza di cuore per conservarla, e sullo zelo per predicarla e se occorre, sulla disponibilità a morire per confermarla. Nell'opera "Scuola di orazione" scritta per i confratelli, commenta la dottrina teresiana dividendo la via dell' orazione in 6 parti, dando la preferenza alla presenza di Dio.
Scendendo nei particolari, fornisce utili consigli per tutti; per gli avvocati, per i medici, per i commercianti, i principi, i prelati e per tutte le altre categorie essendo la santità cristiana vocazione di tutti, e l'orazione, via e mezzo che vi conduce. Egli, come è noto, non camminò su un tappeto di rose e fiori durante la sua vita terrena, ma, come i grandi mistici, dovette attraversare la "notte oscura dello Spirito". Non gli mancarono tribolazioni di ogni genere, tentazioni e prove varie, unite a malattie e malferma salute.
Il gemito della sua anima immersa nel dolore e anelante al cielo, si rivela in espressioni tanto significative e toccanti da somigliare a quelle del Santo Giobbe. "E perché, o Signore, siete così severo col tribolato, così avaro di consolazioni con l'afflitto, così sordo e inesorabile verso colui che grida a voi dal profondo dell'anima affogata nelle acque della tribolazione?" Era l'ora del calvario, il momento della risposta d'amore che il Signore attendeva da lui nel momento della prova. Ben presto la luce di Dio sfolgorante e radiosa tornava a dissipare le tenebre della sua anima, illuminandola con ardore sempre più intenso.
UN APPUNTAMENTO IN PARADISO
Terminato il suo mandato di superiore generale e prevedendo prossima la fine, si volle ritirare nella splendida solitudine di Montecompatri. Il Carmelo d'Italia era ben consolidato nello spirito e contando su numerosi e qualificati religiosi, poteva proseguire il suo cammino con una certa fiducia. Egli malato, fu accolto molto amabilmente dalla comunità Tuscolana, servito con tanta premura e carità.
L'appuntamento con il Signore era fissato per il giorno della sua Ascensione al cielo. Fece chiamare al suo capezzale il Ven. P. Domenico di Gesù Maria, perché, come suo direttore di spirito e come suo confessore, lo assistesse nell' ora estrema. Il P. Domenico venne subito e non si mosse più da quella celletta di dolore, impegnato nel comunicargli i conforti della Chiesa, nell' esprimergli la sua immensa stima e riconoscenza per quanto aveva operato a favore dell' Ordine.
Gli furono amministrati i santi sacramenti che ricevè con immensa pietà. Volle chiedere perdono a tutti; esortò i presenti alla perfezione religiosa scongiurandoli a non volere imitare lui, ma il vero e divino modello, Gesù. Ordinò al superiore di prendere dalla sua cella tutto quello che c'era: volendo morire da vero povero. Il biografo, fra i tanti particolari, disse che ad un certo punto non parlò più; fece segno che fosse tolto da quella posizione reclinata e fu posto a sedere sul letto mentre, sostenuto dal fratello infermiere, fissava lo sguardo su una immagine della Regina del Carmelo.
Il suo volto cominciò a trasfigurarsi e ad assumere i colori più vivi che gli impressero una bellezza straordinaria. Sorrideva alla celeste Regina che fu sempre il fulcro di tutti i suoi affetti, e in questo sguardo soffuso di luce e di speranza, spirò nel giorno in cui Cristo Gesù salì al cielo, il 28 maggio 1615.
Il giorno seguente furono celebrati i funerali nella piccola Chiesa di S. Silvestro in Montecompatri e gli abitanti accorsero numerosi per venerare quest'uomo di Dio che li aveva sempre accolti e confortati nelle difficoltà della vita. Da allora la fama di santità è andata crescendo sempre più e la cittadinanza ha voluto dedicare alla sua memoria una strada nel centro storico e un busto bronzeo accanto al santuario di S. Silvestro. Lo stesso Ven. P. Domenico che lo conosceva molto bene e lo stimava immensamente, assicurò tutti dicendo che il P. Giovanni era entrato nella gloria dei cieli nel giorno in cui Cristo Gesù vi era asceso con la sua gloriosa umanità.
Il popolo continua ad invocarlo nelle sue necessità spirituali e temporali, mentre la Chiesa ne sta studiando le virtù per potere proclamare la sua santità.
Il citato autore P. Fiorenzo di Gesù Bambino, nella sua biografia così ne sintetizza e delinea la figura: "Egli fu ricco di virtù contemplata, insegnata, vissuta con penetrazione di un sapiente, con la passione di un santo, con la semplicità di un fanciullo" .
Per saperne di più:
Fiorenzo di Gesù Bambino
Ven. P. Giovanni di Gesù Maria
Versione dallo spagnolo di P. Francesco Saverio Federici.
Scuola tipogr. Italo - Orientale S. Nilo 1924 - Grottaferrata.
Cenni storici della provincia romana dei Carmelitani Scalzi
di P. Francesco Saverio Federici - Ed. Roma 1925.
Di Berardino Pier Paolo
Un Carmelitano per la nuova Europa Edizioni O.C.D., Roma 1994.
Di Ruzza Onorio
Quattro secoli di cultura Roma 1996.
Ven. Giovanni di Gesù Maria
Soliloqu(q dell'anima fedele
Traduzione italiana di P. Giovanni Strina O.C.D.
Editions Soumillion, Bruxelles, 1994.
°°°°°°°°°°°°°°°
UN PENSIERO PER TE
di Laura Isotton
PRESENTAZIONE
“Un pensiero per te” come rubrica fissa della rivista “Il piccolo Fiore di Gesù” dal n. 2 (2000) ha ospitato alcuni spunti di meditazione sulla scia di pensieri scelti dalle opere del Venerabile P. Giovanni di Gesù Maria, il Calagorritano (1564-1615), il cui corpo incorrotto riposa nell’ apposita Cappella della Chiesa del Convento di “S. Silvestro” a Montecompatri (Roma).
Le meditazioni, scritte con slancio e competenza dalla nostra collaboratrice sig.ra Laura Isotton e qui pubblicate come supplemento, sono dodici come gli Apostoli del Signore. Le abbiamo divise seguendo il criterio del progressivo insegnamento nella vita spirituale e le offriamo ai nostri lettori come “memoriale” di un grande umanista, religioso carmelitano, sacerdote e teologo.
Con la speranza che siano di aiuto per la via evangelica della santità nel Carmelo e nella Chiesa.
P. Ennio Laudazi, ocd.
Direttore della Rivista.
IL DESERTO
“Cristo che è la stessa sapienza (... ) fu solito appartarsi in luoghi deserti, perché noi imparassimo quanto sia importante ricercare di tanto in tanto la solitudine e attendere in essa, con ogni cura, ai problemi della nostra salvezza (...) questo è l’esempio di Cristo”. (P. Giovanni di Gesù Maria).
“Vi ho dato l‘esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,15). Giovanni di Gesù Maria, servo obbediente e uomo spirituale, non può non additare l’esempio di quel Cristo, “pietra angolare” e “porta del Cielo”, che è fondamento di tutta la sua vita e spiritualità.
“Gesù si ritirava in luoghi solitari a pregare” (Le 5,16); “Al mattino si alzò quando ancora era buio e uscito di casa si ritirò in un luogo deserto e là pregava” (Mc 1,35). La montagna e il deserto, dunque, quali luoghi di preghiera, si rendono congeniali alla comunione di Gesù con il Padre. Ed è su un monte, il Tabor, che Dio manifesterà la Sua potenza.
Nella Sacra Scrittura è molto frequente l’invito ad appartarsi nel silenzio: “È bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore... Sieda costui (l’uomo) solitario e resti in silenzio” (Lam 3,26-28); “Spinto dalla tua mano sedevo solitario” (Ger 15,17). Nella pedagogia di Dio, questa “solitudine silenziosa” ha un senso ed uno scopo ben preciso: predisporci all’a-scolto del Signore che parla alla nostra anima: “Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo
cuore” (Os 2,16). “Per lunghi giorni starai calma con me...” (Os 3,3).
È un silenzio umile, denso di attesa, …l’attesa di Colui che “certamente verrà”: “Mentre un profondo silenzio avvolgeva ogni cosa e la notte giungeva a metà del suo corso, il tuo Verbo onnipotente, o Signore, è sceso dal cielo, dal tuo trono regale” (Sap 18,14-15).
Il silenzio ci apre all’ascolto, ed è allora che Dio si fa Presenza e rinnova tutte le cose. “Taccia tutta la terra” (Ab 2,20): il silenzio precede sempre un intervento potente di Dio.
In un passo di Geremia, il deserto è immagine di un ideale di vita in cui si manifesta l’amore di Dio che conduce il Suo popolo: “...quando mi seguivi nel deserto in una terra non seminata” (Ger 2,2).
Nel deserto, sulla via della solitudine e del silenzio, ci accingiamo a conoscere Dio e il Suo progetto d’amo-re su di noi, ci apriamo alla salvezza. Il deserto è, dunque, luogo di rinnovamento spirituale: qui si inoltrano Mosè (Es 3,1) ed Elia (1Re 19) per incontrare Dio; ed è nel deserto che Dio dà agli Ebrei la sua legge facendone il suo popolo (Es 20). Tuttavia, il deserto è, per Israele, un luogo di permanenza temporanea in vista del raggiungimento della Terra Promessa.
Il vero silenzio è, innanzitutto, il silenzio del nostro «io»: troppo spesso, infatti, saturiamo le nostre menti con preoccupazioni, pensieri, interessi e desideri terreni, tanto da non avvertire più il vuoto che è nel nostro cuore e il grande bisogno che abbiamo di lasciarlo colmare da Dio. È necessario far tacere il proprio «io»: è solo allora che, nella solitudine e nel silenzio delle profondità dell’ani-ma, nella «cella» del proprio cuore, scaturisce la preghiera pura, la contemplazione... “Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà” (Mt 6,6). La preghiera è, dunque, l’essenza stessa del silenzio.
Teresa d’Avila, richiamando l’immagine del deserto nel quale scaturisce acqua dalla roccia, definisce i messaggi inviateli da Dio durante la preghiera come l’acqua che sgorga dalla roccia che è il Cristo. La preghiera è, per Teresa, intimo incontro d’amicizia con Dio.
Il nostro ritirarci nel silenzio e nella preghiera non è, dunque, un’evasione dalla realtà, ma un aprirci all’Eterno, in un atto d’amore, per fare esperienza intima di Lui. Il silenzio, oltre ad una valenza ascetica, rivela quindi una valenza mistica, conducendo alla comunione con Dio. Solo attraverso questa “esperienza intima” potremo divenire veri apostoli, cioè testimoni di ciò che noi stessi avremo visto e udito.
LA POVERTÀ IN SPIRITO
“Cristo, nostro fratello, scelse la povertà affinché gli uomini, persuasi da così grande esempio, constatassero facilmente che essi, sotto il peso delle ricchezze, non sarebbero stati capaci di percorrere con lena la via della salvezza”. (P. Giovanni di Gesù Maria).
La Povertà Evangelica implica necessariamente un cammino di spogliamento interiore. Gesù “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Fil 2,7), indicandoci l’autentico atteggiamento dell’uomo quale figlio che tutto riceve dal Padre e tutto a Lui restituisce. Tutto è dono! La comprensione di questa realtà induce l’uomo a riconoscere la sua radicale povertà apprezzando quale unica ricchezza Colui dal quale deriva ogni bene, e lo esorta ad aprirsi all’abbandono e alla confidenza filiale: «Non affannatevi di quello che mangerete
o berrete, e neanche del vostro corpo, di quello che indosserete; (...) cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,25-33).
Non è un invito all’inoperosità, bensì una sollecitazione a liberarsi da ogni affanno e preoccupazione, da ogni attaccamento affettivo e suggestione dei beni creati, potendo questi ultimi “catturare” il cuore dell’uomo e distoglierlo dall’unico vero bene: “... Là dov’ è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21).
Troppo spesso, la cultura e l’ambiente in cui viviamo ci condizionano a credere che la nostra felicità sia legata a persone o cose sulle quali, conseguentemente, impostare la nostra vita. Da una parte, vi è lo sforzo costante di accaparrarsi 1’ «oggetto» dell’attaccamento e, una volta raggiunto, di allontanare anche la più remota possibilità di perderlo; dall’altra, una tale dispersione di energie impedisce all’uomo di gustare e vivere in pienezza l’Eterno presente, sviluppando nei confronti dell’oggetto del suo attaccamento una dipendenza emozionale.
L’attaccamento può, infatti, definirsi come lo stato emozionale causato dalla convinzione che senza una data persona o cosa non si possa essere felici. Alla fugace ebbrezza che si sperimenta quando si riesce a “raggiungere” l’oggetto dell’attaccamento, segue inevitabilmente una sensazione di minaccia e trepidazione per il timore di perderlo.
Per ogni attaccamento, dunque, si è condannati a pagare un prezzo d’infelicità, ed è evidente come la persona che ne è «affetta» si trovi nell’impossibilità di entrare, già nel “qui e ora”, nella felicità del Regno dei cieli. Si rivelano, allora, in tutta la loro veridicità le parole di Gesù quando annuncia: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli” (Mt 5,6), o quando afferma: “Quanto è difficile per quelli che hanno ricchezze entrare nel Regno dei cieli” (Mt 10,23).
Quando decidiamo di “conquistarci” qualcuno, o qualcosa, automaticamente diamo a quella persona, o cosa, il potere di “controllare” il nostro comportamento, di renderci felici o infelici, di limitare la nostra libertà. L’uomo libero dagli attaccamenti, invece, vive in pienezza il presente, ed è in condizione di poter amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze.
Il cristiano è dunque sollecitato, in un continuo morire a se stesso, a spogliarsi del peccato per aprire il cuore a Cristo e rivestirsi della grazia: “Vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza ad immagine del suo Creatore” (Col 3,9b-10).
Comprendiamo più chiaramente le parole di Gesù che afferma: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc14,33). Lo Spirito Santo è dato a coloro che hanno il cuore libero, a quei «piccoli» che riconoscono quale unico e autentico bene Dio, comprendendo come, “in realtà, tutto appartiene a Dio e nulla manca all’uomo che possiede Dio, se egli stesso non manca a Dio” (S. Cipriano di Cartagine, De oratione dominica, 21: PL 4, 534 A).
L’UMILTÀ
“Nessuna cosa è più giovevole, per coloro che si pentono davvero dei loro peccati, dell’altissima umiltà insegnata da Cristo. Tutti sanno quanto sia sublime, utile e soave, sebbene non tutti abbiano l’esperienza della sua natura divina. Nessuna filosofia poté giungere a tanta altezza. Solo Gesù Cristo poteva insegnare una cosa tanto grande, che gli uomini, già volti alla terra, ha innalzato al cielo” . (P. Giovanni di Gesù Maria).
“Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt 11,29): Gesù, con il suo esempio, ci rivela che l’u-miltà è comportamento concreto di se stessi davanti Dio e nei confronti del prossimo. Egli è umile perché realmente si è «abbassato»: “Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,6-8). Dal momento dell’Incarnazione, la Sua vita è un incessante umiliarsi per amore. “Imparate da me!” ripete, e – in ginocchio – lava i piedi agli apostoli dicendo: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22, 27).
Umiltà non vuol dire, dunque, sentirsi piccoli, bensì farsi piccoli mettendosi al servizio dei fratelli con gratuità. L’umiltà di Gesù si rivela nella sua totale docilità e obbedienza al Padre: “Allora saprete che Io Sono e non faccio nulla da me stesso, ma come mi ha insegnato il Padre, così io parlo” (Gv 8,28). Solo chi è umile è in grado di rinunciare alla propria volontà per conformarsi a quella di Cristo. E il Padre risponde all’u-miliazione di Gesù esaltandolo e dandogli il nome che è al di sopra di ogni altro nome (cfr Fil 2,9). È l’attua-zione piena della parola: “Chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11).
Sottolineando la natura divina dell’umiltà, Giovanni di Gesù Maria ci rammenta che Dio stesso è umiltà. I Padri della Chiesa parlano di synkatàbasis (condiscendenza) di Dio: Egli, infatti, dall’alto della Sua divinità, non può che scendere. Anzi, potremmo dire che tutta la storia della salvezza è la storia della continua umiliazione di Dio. Egli si abbassa, si mette al servizio dell’uomo, soltanto per amore. Questa gratuità, che sollecita la nostra gratitudine, ci invita altresì a una verifica personale. La tentazione, a volte sottile – anche nello stesso zelo apostolico – è quella di appropriarsi indebitamente dell’opera di Dio, di attribuirla alle proprie capacità, ai propri meriti.
Ecco, allora, la vanità, l’autocompiacenza, la ricerca dell’ammirazione e dell’approvazione altrui. Se è così, Gesù stesso ti dice: «Hai già ricevuto la tua ricompensa!» (cfr Mt 6,16). Ma, hai fatto di te stesso un idolo e non sei più nella Verità: “Cristo che vive in te”. Pieno di te stesso, privi di efficacia apostolica il tuo operato: lo Spirito Santo non t’investe perché non trova la Sapienza di quel beato vuoto che si chiama povertà in spirito. Invece, “quanto più sei grande tanto più umiliati” (Sir 3,18), ben sapendo che “ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce”(Gc 1,17).
Insistente è l’esortazione di Paolo contro le insidie della vanagloria: “Non fatevi una idea troppo alta di voi stessi” (Rm 12,16); “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1Cor 4,7); “Chi si vanta si vanti nel Signore” (1 Cor 1,31). Di fronte alla tentazione della vanità, ripeti in cuor tuo: “Sono un servo inutile; ho fatto quanto dovevo fare!”(cfr Lc 17,10).
L’umile – come gli anawin, i “poveri di JHWH” – sa di dover attendere tutto da Dio, “sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui” (Sal 37,7). E Dio se ne compiace, lo guarda con tenerezza di Padre e accoglie la sua preghiera che si è fatta comportamento di lode: “Eccelso è il Signore e guarda verso l’umi-le” (Sal 138,6; cfr. Is 66,22); “La preghiera dell’umile penetra le nubi” (Sir 35,17).
Il rapporto intimo e personale con Dio comincia con il coraggio dell’umiltà: prendere coscienza della propria povertà e del proprio peccato è il modo di imparare a conoscere se stessi, a fare verità in se stessi, a farsi
Verità. E poiché Dio è Verità, incontri Dio che – nella Sua Misericordia – ti si manifesta proprio in questo “sublime, utile, soave” rapporto umiltà – verità. “Se infatti uno pensa di essere qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso” (Gal 6,3). Teresa d’Avila scrive: “… il Signore ama tanto l’umiltà (...) perché Egli è somma Verità e l’umiltà è verità”.
Del pubblicano, che non tenta argomentazioni pretestuose per giustificare la propria vita peccaminosa e persistere in essa, “ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore”, Gesù dice: «Questi tornò a casa sua giustifìcato... perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 18,10-14). È la sincerità del cuore (cfr Sal 51,8) a fare breccia nel Cuore stesso di Dio.
La vera saggezza – sosteneva Aristotele – sta nel conoscere noi stessi, ossia la nostra povera condizione di creature «malate di peccato», ma anche «segnate» dall’impronta divina che Dio ha impresso in noi. Giovanni Paolo II ci rammenta: “C’è una differenza essenziale fra chi si sente una nullità e chi sa di essere figlio, di avere un Padre che lo ama, lo guida, lo illumina, lo sorregge, lo prende anche in braccio e gli dice: «cammina umilmente con il tuo Dio»” (Dominum et vivifìcantem).
Facciamo dunque nostra la preghiera del Salmista: “Signore, non si inorgoglisce il mio cuore/e non si leva con superbia il mio sguardo;/ non vado in cerca di cose grandi,/ superiori alle mie forze./ Io sono tranquillo e sereno/ come bimbo svezzato in braccio a sua madre,/ come un bimbo svezzato è l‘anima mia./ Speri Israele nel Signore, ora e sempre” (Sal 131).
LA CROCE
“Non solo ai monaci, ma a tutto il mondo, è stata indicata l’opportunità di adoperare la Croce di Cristo come scala per la quale si sale al cielo, perché coloro che odiano la Croce si rendessero conto che invano potrebbero figurarsi un altro modo per ascenderci” (P. Giovanni di Gesù Maria).
La croce – nelle sue diverse sfumature e sfaccettature, e nelle molteplici gradazioni d’intensità – è parte della vita di ciascun uomo, della storia stessa dell’uma-nità; e sempre, di fronte ad essa, l’uomo si scandalizza e cerca – nel proprio turbamento – di trovare una risposta. È l’esperienza di Giobbe che non comprende le ragioni della propria condizione dolorosa e non trova risposta nei ragionamenti dei suoi amici “Perché dare la luce a un infelice/ e la vita a chi ha l’amarezza nel cuore,/ (...) a un uomo la cui via è nascosta/e che Dio da ogni parte ha sbarrato?/ (...) Ciò che temo mi accade/ e quel che mi spaventa mi raggiunge” (Gb 3,20-25).
Lo smarrimento, lo sconcerto dell’uomo di fronte alla prova sono espressi con sorprendente efficacia dal salmista: “Quando si agitava il mio cuore/ e nell‘intimo mi tormentavo,/ io ero stolto e non capivo,/ davanti a te stavo come una bestia” (Sal 73,2 1-23). Gli stessi apostoli, di fronte all’uomo cieco dalla nascita, chiedono spiegazione a Gesù: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?” Rispose Gesù. “Né lui ha peccato, né i suoi genitori”(Gv 9,2-3).
Sarebbe dunque grave errore considerare la sofferenza una punizione per il peccato. Ma la croce è un dato di fatto; e lo stesso Figlio di Dio ha scelto di viverla in pienezza, scandalizzando e dimostrando stolta la sapienza di questo mondo (cfr 1Cor 1,20b). La croce è mistero! E come tale ci spinge ad un inevitabile assenso di fede, a un atto di apertura e di fiducioso abbandono in Dio: “Quanto il cielo sovrasta la terra,/ tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,/ i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 55,9). Così, Giobbe comprende che la sapienza di Dio – la quale supera di gran lunga ogni sapienza umana – può dare un significato e un valore inimmaginabili alla sua sofferenza: “Ho esposto dunque senza discernimento/ cose troppo superiori a me,/ che io non comprendo” (Gb 42,3). E Dio si compiace di questo atto di umiltà!
Gesù ha scelto la croce affinché in Lui potesse ritrovarsi ogni uomo sofferente, emarginato, oppresso, disprezzato,…Egli non è venuto nel mondo per eliminare la sofferenza, ma per colmarla della sua presenza e darci l’opportunità di convertirla in un atto di puro amore. Nella croce di Gesù ogni vita umana, per quanto mortificata o frustrata, trova pienezza di senso. E la sofferenza dell’uomo – unita a quella di Cristo – è allora assorbita nel mistero stesso di Dio: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).
Di fronte alla mia croce particolare posso, dunque, scegliere la via dell’autocommiserazione e del risentimento, oppure accoglierla insieme a Gesù che ha detto: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è
degno di me” (Mt 10,38); “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mc 8,34b). Allora, la croce stessa di Cristo feconderà la mia croce: “Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24).
Sarò comunque io il primo a beneficiarne, ad essere sanato e salvato, divenendo uomo nuovo. Non mi trascinerò più sotto il peso schiacciante di una croce subita. Accogliendo la croce come opportunità d’amore, non sarò più io a portare lei, bensì sarà lei a portare me, facendosi elevazione soprannaturale della mia condizione umana. Seguire Gesù portando la croce non significa, dunque, seguirlo nella tristezza: “Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia” (Gv 16,20).
Questa promessa non riguarda solo la nostra vita dopo la morte: “Suscitarono una persecuzione contro Paolo e Barnaba e li scacciarono dal loro territorio. (...) I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo” (At 13,50-52);“Avete accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione” ( lTs l,6). E del resto, è proprio sulla croce che Gesù ci consegna il suo Spirito.
La croce di Cristo è la più bella e sconvolgente dichiarazione d’amore di Dio all’umanità: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Dio che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (lGv 4,10); “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13); “Egli diede la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45); “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore” (2Cor 5,21); “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
Guardando Gesù crocifisso, non solo mi è rivelato Dio-Amore, ma mi sono mostrate le mie stesse infermità fisiche e spirituali, trovando in ciò opportunità di guarigione e liberazione: “Dalle sue piaghe siamo stati guariti” (1Pt 2,24-25; cfr Is 53,3-59).
Nel Vangelo di Giovanni, riferendosi alla propria morte, Gesù parla di innalzamento, esaltazione: “Io quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me” (Gv 12,35); “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto (cfr Nm 21 ,4-9), così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14).Gesù risorto mostra agli apostoli le ferite della Passione; la Risurrezione, dunque, non ha cancellato dal suo corpo glorioso le piaghe, rivelando così il proprio inscindibile legame con la morte di croce. “L’umanità di Gesù risorto e asceso al cielo resta piagata, per presentare al Padre l’amore donato e così intercedere in eterno per noi. (...) Ciò che in terra è Passione, in cielo è gloria” (G. Cingolani).
PECCATO E RICONCILIAZIONE
“Ah! Se si comprendesse quanto la grandezza della misericordia divina faccia pressione sul clementissimo cuore di Dio per perdonare a chi si umilia, e come gli sia facile nobilitare anche l’uomo più miserabile, nessuno mancherebbe di confidenza, neppure tra i peccati più orribili” (P. Giovanni di Gesù Maria).
Dio ha tanto amato gli uomini da crearli simili a Lui e chiamarli alla libertà, riunendoli – mediante il battesimo – in un unico corpo mistico la cui regola di vita è l’a-more. Se Egli li ha creati per vivere con loro un rapporto d’amore, il peccato altro non è che il rifiuto e l’inter-ruzione volontaria e cosciente – da parte dell’uomo – di tale rapporto, la rinuncia ad amare Dio e a lasciarsi amare da Lui.
È evidente, dunque, come il senso del peccato sia intimamente connesso al senso di Dio, richiedendo almeno un minimo di fede in Lui quale «creatore, Signore e Padre». Come afferma Kierkegaard, «il contrario del peccato non è la virtù, è la fede». È chiaro, del resto, come senza fede non possa esserci virtù autentica.
È solo dopo aver «incontrato» Dio, il Cristo, che comprendiamo cos’è il peccato e cos’è l’amore; come Saulo (San Paolo) che perseguita la Chiesa di Cristo nella convinzione di offrire un servizio a Dio, e prenderà coscienza del proprio peccato solo in seguito all’in-contro col Signore, sulla via di Damasco.
Il peccato è rottura di un rapporto d’amore: con lo Sposo, con il Padre, con i fratelli. Nell’AT, il peccato è «adulterio»: l’anima peccatrice è la «sposa infedele» che viola l’alleanza d’amore con lo Sposo... “Essa ha detto: ‘Seguirò i miei amanti, che mi danno il mio pane e la mia acqua, la mia lana, il mio lino, il mio olio e le mie bevande’. (...) Seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me. – Oracolo del Signore” (Os 2). Lo stesso Gesù – nel NT– mostra il peccatore come colui che antepone a Dio e al Suo amore i beni e i piaceri terreni; è l’ «adultero» che preferisce «altro» a Dio, vivendo nell’idolatria di se stesso, delle persone e delle cose terrene...
“Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati, ma questi non vollero venire (...) andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari...” (Mt 22,1-5).
Il peccato è, altresì, rifiuto del Padre. La legge violata, in questo caso, è quella dell’amore filiale, e il peccato si rivela quale atto di superbia: la presunzione di decidere a modo proprio cos’ è bene e cos’ è male.
Il peccato, del resto, non è una questione strettamente personale, bensì un fatto sociale: la «rottura con il Padre» provoca inevitabilmente «rottura con i fratelli». A tal proposito, Gesù ci presenta un’efficace immagine del peccato come “rifiuto del Padre e del fratello” nella parabola del figliol prodigo (Lc 15,11 SS).
Nell’AT, gli stessi profeti condannano il peccato mettendo in luce le sue distruttive conseguenze sociali, soprattutto a scapito dei più deboli. Il «peccato del mondo» e il peccato del singolo sono dunque strettamente interdipendenti: “Il mio agire libero mette sempre l’altro in una situazione che lo richiama al bene o al male, che gli offre aiuto o gli toglie aiuto, gli presenta valori o lo distoglie da essi” (p. Schoonenberg). Il nostro peccato non è offesa unicamente a Dio, ma a tutto il Corpo Mistico; è per questo che confessiamo il nostro peccato e ne chiediamo perdono non solo a Dio, ma anche ai fratelli. Ed è allora che, di fronte al limite e al peccato dell’uomo, si pone la misericordia infinita di Dio: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (lGv 4,10).
Il perdono di Dio anticipa, dunque, il pentimento dell’uomo: “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Ma, affinché possa esserci la riconciliazione, è necessario che il figlio torni liberamente dal Padre; questi ha già perdonato il figlio prima ancora che egli lasciasse la casa paterna, ma potrà «abbracciarlo» solo quando tornerà da Lui; anzi, gli basterà vederlo arrivare da lontano per sentirsi mosso a «corrergli incontro».
Il primo passo, nella via del ritorno, è riconoscere il proprio peccato: “Se diciamo che siamo senza peccato inganniamo noi stessi e la verità non è in noi... Se diciamo che non abbiamo peccato, facciamo di Lui un bugiardo e la sua parola non è in noi” (1Gv 1,8-10).
Il secondo passo è riconoscere la propria incapacità a liberarsi dei propri peccati senza la grazia di Dio: “C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. (...) Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Rm 7,18-25).
Fin dall’inizio della sua predicazione Gesù dice: «Pentitevi e credete al Vangelo» (Mc l,15). Ma il pentimento a cui invita Gesù non è solo il dolore per aver peccato, bensì un concreto cambiamento di vita. In greco, il termine «pentimento» è tradotto con la parola «metànoia» che esprime, appunto, un radicale mutamento della mente e del cuore.
Il pentimento induce l’uomo a riconsiderare con umiltà la propria condizione per investirla di un significato e un valore nuovi. La sincera e autentica volontà di rinnovamento, del resto, trae forza dalla certezza che “dove ha sovrabbondato il peccato sovrabbonda la grazia” (Rm 5,20), e dalla consapevolezza che, con la remissione dei peccati – mediante il sacramento della riconciliazione – il Padre dona una nuova infusione di Spirito Santo e, attraverso essa, la guarigione e una rinnovata forza per servirlo.
Sperimentiamo, così, come “la divina misericordia è un amore più potente del peccato, più forte della morte. Quando ci accorgiamo che l’amore che Dio ha per noi non si arresta di fronte al nostro peccato, non indietreggia dinnanzi alle nostre offese, ma si fa ancora più premuroso e generoso; quando ci rendiamo conto che questo amore è giunto fino a causare la passione e la morte del Verbo fatto carne, il quale ha accettato di redimerci pagando col suo sangue, allora prorompiamo nel riconoscimento: ‘Sì, il Signore è ricco di misericordia’, e diciamo perfino: ‘Il Signore è misericordia’ ” (Giovanni Paolo II, Riconciliazione e penitenza, 22).
L’EUCARISTIA
“Nulla di più atto del soavissimo Pane eucaristico ad eccitare la fame delle anime e, per conseguenza, l’avidità di riceverlo. Se la carne attira il leone e l’erba la pecorella, nessuna meraviglia che l’uomo di fede si senta attratto a questo adorabile Sacramento che occulta Nostro Signore Gesù Cristo. Se il dolce attira chiunque, qui la dolcezza spirituale si gusta nella sua sorgente” (P. Giovanni di Gesù Maria).
Le Chiese d’Oriente considerano l’Eucaristia mistérion: “iniziazione al segreto di Dio”. In essa, l’Amore di Dio fatto carne si lascia mangiare, diventa alimento da gustare attraverso i nostri cinque sensi unitamente a cuore e intelletto; e come ben scrive S. Tommaso d’Aquino nell’inno Pange, lingua, di fronte a questo Mistero “se il senso si smarrisce, la fede sola basta a un cuore sincero”.
“Prendete e mangiate” (Mt 26,26) : è l’invito insistente di Nostro Signore. E noi – che nell’Eucaristia riceviamo il bacio di Gesù, l’abbraccio stesso della Trinità – come la sposa del Cantico potremmo ben dire: “Le tue tenerezze sono più dolci del vino” (Ct 1, 2). Troveremmo eco in una moltitudine di santi e mistici, come S. Bonaventura che prega: “Concedi che la mia anima abbia fame di Te, Pane degli Angeli, Cibo delle anime sante, nostro pane quotidiano divino, che hai ogni dolcezza e sapore e ogni piacere di soavità”.
Nell’uomo c’è un’innata fame di vita, amore, bellezza, armonia. “Ci hai fatti per Te – afferma S. Agostino –
e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te” (Confessioni 1, 1). Che io sia cosciente o meno del desiderio di Dio, esso è tenacemente radicato nel mio cuore: “Tutti hanno bisogno di Te, anche quelli che non lo sanno. (…) L’affamato s’immagina di cercare il pane e ha fame di Te; l’assetato crede di voler acqua e ha sete di Te; il malato si illude di agognare la salute e il suo male è l’assenza di Te” (Giovanni Papini, 1881-1956).
E Dio risponde a questa fame dell’uomo offrendo lo stesso Figlio Suo: “Chi viene a me non avrà più fame, chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6, 35). Così, a noi in cammino verso la Terra Promessa, Dio dà per alimento il Pane disceso dal Cielo, l’Amore fatto carne, che – solo – può saziare la nostra fame di vita e farsi vita stessa in noi: “Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti. (…) Chi mangia questo pane, vivrà in eterno” (Gv 6, 48-58).
Con il corpo e il sangue di Gesù, mi nutro del suo stesso Spirito “che è Signore e dà la vita”. Il Padre stesso ha preparato questa mensa per me, perché “questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15, 24).
Se dunque mi nutro dell’Amore di Dio esso inizierà a scorrermi dentro e a farsi linfa vitale, a trasformare il mio cuore, i miei rapporti con gli altri, la mia grigia quotidianità con le sue difficoltà, i suoi conflitti, le sue contraddizioni. Tutto quanto avrò presentato sull’altare sarà trasformato dallo Spirito Santo nel corpo stesso di Gesù.
“L’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (Gv 1, 29) mi tocca con le sue stesse piaghe, si china su di me e con il suo amore “lava lo sporco dei miei piedi”, unge e cura le ferite interiori causate dal mio peccato e dal peccato del mio fratello.
Nella Comunione eucaristica, la vita divina meritata dal sacrificio di Gesù diventa la mia stessa vita, l’inizio della vita eterna: “Colui che mangia di me vivrà per me” (Gv 6, 57). Dalla comunione con Gesù, “dalla pienezza di Lui, noi tutti riceviamo grazia su grazia” (Gv 1, 16). Divento conforme a Lui, e come l’apostolo Paolo annuncio con la mia stessa vita: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me” (Gal 2,20); “Per me, vivere è Cristo” (Fil 1,21).
Con Lui, sono offerta e dono a Dio e ai fratelli: “Sei mio; con Te respiro:/ vivo di Te, gran Dio!/ Confuso a Te col mio,/ offro il tuo stesso amor” ( Alessandro Manzoni, Vivo di Te, gran Dio).
L’Eucaristia si fa dunque sostegno e, al tempo stesso, stimolo a una maggior coerenza evangelica nel servizio e nella comunione con i fratelli, come sottolinea lo stesso Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Ecclesia de Eucharistia, firmata il Giovedì Santo del 2003 nella Messa In Coena Domini, in occasione del venticinquesimo del suo Pontificato:
“Significativamente, il Vangelo di Giovanni, laddove i Sinottici narrano l’istituzione dell’Eucaristia, propone, illustrandone così il significato profondo, il racconto della ‘lavanda dei piedi’, in cui Gesù si fa maestro di comunione e di servizio (cfr Gv 13, 1-20). Da parte sua, l’apostolo Paolo qualifica ‘indegno’ di una comunità cristiana il partecipare alla Cena del Signore, quando ciò avvenga in un contesto di divisione e di indifferenza verso i poveri (cfr 1Cor 11, 17-22. 27-34) ” (n. 20).
Di seguito, il Santo Padre ci rammenta che “l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l’evangelizzazione” (n. 22). Gesù, infatti, affida ai suoi discepoli – e a ciascuno di noi – il mandato di portare la salvezza a tutte le genti, con quella promessa che trova compimento proprio nella Comunione eucaristica: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).
Gesù, che è vivo in me, non può restare presenza passiva. Ora, in mezzo al mondo, con Lui nel cuore, inizia la mia «messa». Come Lui, divento offerta e sacrificio, irradiazione di amore e gioia, affinché ogni realtà, ogni persona che incontro sul mio cammino sia trasformata a immagine stessa di Cristo.
IL COMANDAMENTO NUOVO
“L’amore di Dio contiene in sé l’amore verso il prossimo. (…) Gesù Cristo ci aiuta a sopportare i difetti del prossimo col suo esempio e poi dice: Amatevi come io vi ho amati” (P. Giovanni di Gesù Maria).
Ai farisei che lo interrogano circa il più grande comandamento della legge, Gesù risponde: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la tua mente. (…) Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Mt 22,37-39; cfr Lv 19,18). Alla vigilia della sua Passione e morte, rivolgendosi ai discepoli, aggiunge: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato” (Gv 13,34). L’amore del prossimo, dunque, non si modella più sull’amore per se stessi, ma sull’amore di Colui che, per primo, “mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20), poiché “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
Ancor di più, con le braccia aperte sulla Croce, Gesù accoglie nel suo abbraccio non solo gli amici, ma anche i nemici, e intercede per loro giustificandoli: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Mentre, a noi dice: “Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,44-45). È un amore libero, che non si lascia condizionare e sopraffare dal risentimento e dal male, all’unisono con il cuore stesso di Dio, che è per tutti: “Non temete il peccato degli uomini, amate l’uomo anche nel suo peccato, perché un tale amore vi avvicina all’amore di Dio” (F. Dostoevskij).
Se riconosco il mio limite e la mia condizione di peccatore, riconosco anche l’incessante riproporsi, nella mia storia personale, dell’amore di Dio, sempre pronto a perdonarmi, a darmi la possibilità di rialzarmi e riprendere il cammino. Come posso, allora, innalzare contro il fratello il muro del giudizio – io che non sono migliore di lui – e non offrirgli quella stessa rinnovata opportunità di riscatto che Dio offre a me? Cos’altro è il giudizio se non un atto di superbia, una tentazione dello spirito di potere?
Agostino d’Ippona, Padre della Chiesa, ci aiuta a riflettere su questo punto: “Qualora uno che ha fatto progressi spirituali si rifiuta di incontrare chiunque gli rechi molestia, dal fatto stesso che si rifiuta di tollerare la gente si può arguire che non ha progredito affatto. Dice l’Apostolo: ‘Sopportatevi a vicenda con amore…’. Forse in te non c’è cosa che l’altro debba tollerare? Me ne meraviglierei!” (Sul Salmo 99,9).
Tu, forse, replicherai dicendo che spesso non è facile amare chi ci delude, chi ci tradisce e ci fa soffrire. E veramente i sentimenti umani non sempre seguono la Verità! Ma tu puoi, con un atto di libera volontà, agire e pregare per chi ti fa soffrire, cercando di vedere nel suo volto «sfigurato» il Volto di Colui che “non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, (…) eppure si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, (…) è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,2; 53, 4-5; cfr Scuola di preghiera Oreb, Il gioco più bello, ed. Paoline).
Non ho altra possibilità di amare Dio, se non attraverso il mio prossimo: “Se uno dirà: Io amo Dio, e odierà il suo fratello, è mentitore” (1Gv 4,20). Se siamo membra dello stesso Corpo, Gesù è il soggetto di ogni azione soprannaturale, ma è anche l’oggetto dell’amore: “Estendi la carità in tutto il mondo, se vuoi amare Cristo, perché le membra di Cristo sono sparse per tutta la terra. Se ami solo una parte, sei diviso… E se sei diviso, non sei unito al corpo… e se non sei unito al corpo, non sei unito al capo” ( S. Agostino, Comm. Lett. Giov., tratt. X 8).
Anima del corpo mistico è lo Spirito Santo, che vive e ama in noi e attraverso noi. Se ti abbandonerai nelle Sue mani, Egli trasformerà il tuo cuore, e allora sarà Dio stesso ad amare e ad amarsi in te: “E per il fatto che in questa trasformazione, Dio, comunicandosi all’anima le mostra un amore totale, generoso e puro con cui le si comunica con immenso amore trasformandola così in sé. In tal modo Dio indica all’anima il modo di amare che non è altro che mettere tra le sue mani uno strumento per dirle come usarlo” (S. Giovanni della Croce, Cantico Spirituale, str. 38). S. Agostino scrive: “La carità è dono
di Dio a tal punto che la carità è Dio in persona” (Sermone CL VI 5).
Quando ti sembra troppo difficile perdonare il fratello, tollerarne i difetti, accogli nel tuo cuore la Croce di Gesù, e guarda quel fratello attraverso la Croce. Contempla l’amore con cui lo ama Gesù, patendo e versando il Suo Sangue per lui. Soffermati sullo sguardo che dalla Croce Gesù posa su di lui. Allora comprenderai fino a che punto il tuo giudizio e il tuo risentimento Lo addolorano e ti separano dal Suo Cuore. Ma non aver paura di ammettere il tuo limite, perché Gesù già conosce il tuo cuore, e apprezza la tua sincerità. Piuttosto, consegna a Lui la tua impotenza e digli: “Gesù, fatti cuore del mio cuore!”.
TEMPO DI PREGHIERA
“Cristo prega sempre e per te trascorre in preghiera le notti, perché tu sia meritevole della vita eterna e non aborrisca la morte. E tu intessi pretesti e adduci scuse per non dedicare un’ora alla preghiera, almeno a tuo stesso vantaggio?”.(P. Giovanni di Gesù Maria).
La preghiera è dono di Dio, ma per essere accolta e vissuta in pienezza necessita di un costante impegno personale. Gesù trascorre in preghiera intere notti e, per pregare, si apparta spesso in luoghi solitari (Lc 6,1; 5,15-16; 9,18; Mt 1,35), rivelandoci la forza «trasfigurante» della preghiera stessa: “…salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante” (Lc 9,28-29).
È questa forza trasfigurante che tocca il cuore degli apostoli: vedendo il Maestro in preghiera, essi ne colgono lo spirito, l’atteggiamento interiore, e comprendono di non saper pregare: Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1).
L’orazione, dunque, “ha bisogno di un itinerario pedagogico che parte dalla contemplazione di Gesù in preghiera e va coltivata da quel finissimo maestro dell’orazione che è lo Spirito Santo, che la suscita e modella in noi” (Jesus Castellano, Ripartire dalla preghiera, Borgonovo 2001).
Per divenire uomini e donne di preghiera, dobbiamo accogliere in noi la preghiera stessa di Gesù – intima relazione d’amore con il Padre – aprendo il cuore al dono dello Spirito: “I figli di Dio sono guidati dallo Spirito di Dio” (Rm 8,14); “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4,6). Solo allora la preghiera sarà autentica: “È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv 4,23a).
Ne consegue la necessità di sgombrare la propria vita e il proprio cuore da tutto ciò che è di ostacolo all’azione dello Spirito: se, infatti, ti ostini in una scelta di compromesso con il peccato, e non intendi rinunciare ai tuoi idoli, non sei in comunione con Dio! … “Là dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore” (Mt 6,21). E poiché “la bocca parla dalla pienezza del cuore” (Lc 6,45c), la tua preghiera altro non sarà che la «recita» sterile e abitudinaria di «formule» alla lunga noiose e pesanti: “…questo popolo si avvicina a me solo a parole e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me e il culto che mi rendono è un imparaticcio di usi umani” (Is 29,13).
Se dunque intendi veramente accostarti al roveto ardente, per aprirti all’incontro intimo e trasformante con Dio – come Mosè sul monte Oreb – “togliti i sandali dai piedi” (Es 3,5). Gesù stesso esorta: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita» (Lc 21, 34a).
Chi si accosta alla preghiera deve essere disposto non tanto a farsi ascoltare da Dio, quanto piuttosto ad ascoltare ciò che lui vuole (S. Kierkegaard). Ma, a volte, siamo così tenacemente attaccati al nostro peccato da aver paura di sentire ciò che Dio ha da dirci; e cerchiamo di farlo tacere riempiendo il nostro tempo con mille impegni futili, o comunque secondari: “Ovunque un popolo ha paura di cambiare, questo popolo non pregherà” (B. Forte, Signore insegnaci a pregare, Milano 1988).
Gesù sta alla porta e bussa: chiede solo di poter entrare nella tua vita e nel tuo cuore per colmarli e trasformarli con la potenza del suo amore! Dire: “Non ho tempo per pregare” è come dirgli: “Non sei importante per me!”.
“Dirai che è difficile trovare il tempo per la preghiera… ma il tempo non lo avrai mai. La soluzione non è avere tempo, ma ‘prendere’ tempo per il Signore… Chi ama sa trovare sempre il tempo per la persona amata. Si tratta di sapere ciò che conta realmente nella vita” (M. Montanari, Il cuore della preghiera, Ed. RnS).
La preghiera si fa sorgente stessa della vita cristiana: “aprendo il cuore all’amore di Dio, lo apre anche all’amore dei fratelli, e rende capaci di costruire la storia secondo il disegno di Dio” (Giovanni Paolo II, Novo millennio ineunte, n. 33). Nel messaggio rivolto ai gruppi del RnS il 28 aprile 2001, il Papa aggiunge: “Non esiste santità senza preghiera, anzi, come vediamo nella vita dei santi, il cristiano vale quanto prega”.
Quando ti accingi a pregare, devi dunque farlo nella convinzione che stai per fare la cosa più importante: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per tante cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta” (Lc 10, 41-42).
Se aprirai il tuo cuore allo Spirito Santo, e lascerai che sia Lui a operare in te, Egli stesso trasformerà la tua vita in un’incessante preghiera di lode: “Quando lo Spirito stabilisce la sua dimora nell’uomo, costui non può più smettere di pregare. Perché lo Spirito non cessa di pregare in lui, sia che dorma sia che vegli, e la preghiera non si separa dal suo cuore. (…) Ormai non dedica più un tempo determinato alla preghiera, ma tutto il suo tempo” (Isacco della Stella).
Gesù sta alla porta e bussa… non rischiamo di perdere per sempre l’appuntamento con Lui!
LA PREGHIERA DI PETIZIONE
«Appena la preghiera prende possesso di un cuore vi fa nascere una grande speranza di felicità. Solo da Dio, infatti, possono venire quei beni che fanno l’uomo felice, e Dio clementissimo è pronto a darli volentieri purché siano domandati con la preghiera» . (P. Giovanni di Gesù Maria).
“Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: ‘Signore, insegnaci a pregare”, (Lc 11,1). E Gesù rispose: “Quando pregate dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno” (Lc 11, 2-3). La preghiera che c’insegna Gesù, quindi, è inequivocabilmente orientata verso la gloria di Dio e la venuta del Suo Regno.
È la sicura ed efficace preghiera di petizione che attira l’attenzione del PADRE NOSTRO, il cui Regno – costituendosi in forza della nostra comunione con Lui e della nostra coerenza alla Sua benevolenza e cortesia verso tutti – ravviva di Verità, di Pace e di Giustizia ogni nostro agire, pensare e parlare. Questo, del resto, significa già chiedere a nostro vantaggio, con vera umiltà e
povertà in spirito, nella consapevolezza che Lui “ben conosce ciò di cui abbiamo bisogno”, mentre dal canto nostro “nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare” (Rm 8, 26).
Gesù ribadisce: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6, 33). Nel Padre nostro c’invita, comunque, a chiedere per noi tre cose: il pane quotidiano, la remissione dei peccati e la forza della grazia (Lc 11, 4).
Di seguito, aggiunge: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Lc 11, 9-10). La fermezza con cui sono pronunciate queste parole ci pone in uno stato di meraviglia e stupore, soprattutto se ci confrontiamo con le nostre esperienze di preghiera «fallimentare». Dobbiamo, forse, dubitare della Parola di Colui che è Via, Verità e Vita, oppure esaminarci in verità e riconoscere ciò che in noi non dà forza ed efficacia alla nostra preghiera?
È anzitutto questione di fede! “Tutto quello che chiederete con fede, nella preghiera, lo otterrete” (Mt 21, 22). È questione di abbandono e fiducia in un DIO che è PADRE ONNIPOTENTE e che, mediante il Suo provvidente intervento quotidiano, si rivela vero protagonista della storia personale e dell’umanità.
Ma, la preghiera è anche questione di perdono: se infatti nutri nel tuo cuore il risentimento, ti separi dal cuore stesso di Dio, il quale certamente ama il fratello che ti ha offeso o che hai offeso. La tua preghiera si svuota, allora, del carisma dell’unzione e dell’energia apostolica: lo Spirito Santo non trova posto dove, invece della carità, è stato innalzato il muro dell’orgoglio.
“Se dunque presenti la tua offèrta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va prima a riconciliarti con tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt 5, 23-24). Così, insieme al dono, offri sull’altare il tuo cuore generoso che sempre è gradito a Dio, trovando in Lui pieno riscontro: “Date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio” (Lc 6, 38).
Carità, umiltà, generosità nel perdonare richiedono esercizio costante, perseveranza di preghiera; e quest’esercizio è preghiera incessante d’intercessione per sé e per il prossimo. Questa è preghiera «gridata»; è la preghiera del Giusto: “E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di Lui?” (Lc 18, 8); “Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza” (Gv 5, 16). È la preghiera stessa di Gesù. “Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. (...) Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena” ( Gv 16, 23-24).
Una preghiera che rifiuta ogni ripiegamento egoistico, trovando compimento nella condivisione fraterna e nella comunione con l’intero Corpo Mistico: “Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve lo concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 19-20).
La preghiera esaudita implica necessariamente un cammino di conversione che si nutre nella fedeltà e non dà spazio al compromesso con il peccato e agli attaccamenti terreni: “Non pensi di ricevere qualcosa dal Signore un uomo che ha l’animo oscillante e instabile in tutte le sue azioni” (Gv 1, 8); “Chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele!” (Gv 4,2).
La preghiera esaudita è quella del cuore «indiviso» che cerca solo la volontà del Padre: “Se rimanete in me, e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato” (Cv 17, 7). Chi rimane in Cristo, non limitandosi ad accettare solo «in linea di principio» la Sua Parola, ma seguendola e mettendola in pratica concretamente e senza sconti, vuole ciò che Dio stesso vuole; è per questo che la sua preghiera sarà esaudita.
Ma la preghiera è, essa stessa, LUOGO DI CONVERSIONE. Ne troviamo testimonianza negli stessi Salmi. Colui che prega innalza a Dio il suo lamento, espone a Lui la sua situazione personale; egli «grida» la sua supplica “Signore ascolta la mia preghiera/ a Te giunga il mio grido” (Sal 102) che presto si traduce in volontario atto di fiducia “Perché ti rattristi anima mia/ (...) Spera in Dio…/ lui, salvezza del mio volto e mio Dio” (Sal 42, 6).
Nella preghiera, l’uomo supera dunque l’autocommi-serazione e il ripiegamento su se stesso per volgere lo sguardo e il cuore a Dio, scoprendo così di essere, a sua volta, guardato e amato da Lui “Ti ho amato di amore eterno, per questo ti conserverò ancora pietà” (Ger 31, 3); “Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (Is 43, 1). Nella preghiera stessa avviene, dunque, la conversione del cuore: la fiducia si cambia presto in certezza e la preghiera si apre al ringraziamento e alla lode “Alta
risuoni sulle mie labbra la lode del Signore,/ lo esalterò in una grande assemblea; poiché si è messo alla destra del povero” (Sal 109, 30-31).
In uno dei suoi messaggi a Medjugorje, la Madonna ha detto: “Chi prega non ha paura del futuro!”. E veramente la preghiera è fonte stessa della nostra speranza, “il canto della nostra felicità eterna” (C. Carretto). Facciamo dunque nostra l’esortazione dell’apostolo Paolo: “Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù” (Fil 4, 6-7).
LA PREGHIERA D’INTERCESSIONE
“Sorte felice quella di intrattenersi, come servi fedeli, innanzi a un sì gran Re per commuovere la sua misericordia per sé, per gli altri, per la propria Congregazione, per tutta la Chiesa, per la conversione dei fedeli”
(P. Giovanni di Gesù Maria).
La prima preghiera d’intercessione riportata dalla Bibbia è quella di Abramo presso le querce di Mamre. Dio gli ha appena rivelato l’intenzione di distruggere le città di Sodoma e Gomorra, consentendogli così di argomentare, controbattere, intercedere,… già sapendo che finirà col lasciarsi convincere da lui a “cambiare idea”.
Nella pedagogia di Dio, c’è dunque una chiara volontà di aprire il cuore dell’uomo alla consapevolezza del peccato e del dolore del mondo, di strapparlo da un’individualità chiusa per aprirlo alle necessità e alle sofferenze dell’altro.
Etimologicamente, intercedere significa «interporsi», «fare un passo tra». L’uomo che intercede diventa con Gesù – “unico mediatore tra Dio e gli uomini” (1Tm 2,5) – mediatore tra Dio e l’Umanità tutta; Gesù stesso, donando il proprio Spirito, fa sgorgare dal cuore dell’uomo la Sua medesima intercessione sacerdotale.
Ed è ancora Cristo – il quale “sta alla destra di Dio e intercede per noi” (Rm 8,33-34) – a farci avvertire il grido che sale dalla «ferita» del fratello: “Ci fosse tra me
e te, Signore, uno che mette la sua mano su di me e su di te, sulla mia spalla e sulla tua spalla” (cfr Gb 9,39).
L’intercessione è dunque una responsabilità forte, a cui nessun cristiano deve sottrarsi: “Quanto a me, non sia mai che io pecchi contro il Signore, tralasciando di supplicare per voi e di indicarvi la via buona e retta” (1Sam 12,23).
Il martire Dietrich Bonhoffer scrive: “L’intercessione è un servizio che ci viene chiesto da Dio e dal fratello, ogni giorno. Chi si rifiuta d’intercedere per il prossimo, gli rifiuta il suo servizio cristiano” ( da La vita comune).
Dio non vuole salvare l’umanità da solo, e sceglie, in un certo senso, di «condizionare» la propria opera salvifica alla collaborazione dell’uomo. È questo l’ineffabile fascino della preghiera d’intercessione.
In riferimento ai peccatori, Gesù confida a S. Caterina da Siena: “Io li aspetto, costretto dalle orazioni dei miei servi. (…) Io non posso disprezzare le lacrime, il sudore e la loro umile orazione, che anzi li accetto. Io stesso sono quegli che li faccio amare e dolere del danno delle anime” (da Il Dialogo della Divina Provvidenza, cap. 4). E aggiunge: “Io voglio fare misericordia al mondo, e con esse orazioni, sudori e lacrime, lavare la faccia della mia sposa , la santa Chiesa” (ibidem, cap. 86). Se lascerai fluire nel tuo cuore la preghiera dello Spirito, Egli stesso lo colmerà della misericordia e della compassione di Gesù; con Lui, allora, scenderai nel cuore del fratello, fino a toccarne le ferite, e saprai accogliere la sua sofferenza e il suo peccato come fossero tuoi. È solo allora che la tua preghiera arriverà a fare breccia nel cuore del Padre, divenendo sorgente inesauribile di grazia per te e per il tuo fratello.
La preghiera d’intercessione è preghiera di liberazione e di guarigione: “Se uno vede il proprio fratello commettere un peccato… preghi, e Dio gli darà la vita” (1Gv 5,16); “confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti” (Gc 5,16). Pregando per il fratello, potrai supplire la sua mancanza di volontà nel bene con la tua stessa preghiera; e dove lui non avrà forza di rinuncia al peccato, sarai tu a rinunciare per lui. Aiuterai Gesù a portare un pezzo della Sua croce, comprendendo cosa significhi veramente “dare la vita perché altri abbiano la vita”.
La preghiera d’intercessione è preghiera di perdono… Gesù t’invita con insistenza a pregare per i tuoi nemici, non solo a loro beneficio, ma affinché tu stesso sia finalmente guarito e liberato dall’orgoglio e dal rancore: “Non posso giudicare o odiare un fratello per il
quale prego, per quanta difficoltà io possa avere ad accettare il suo modo d’essere o di agire” (D. Bonhoffer).
La preghiera d’intercessione è preghiera ecclesiale: “…Quando cerchi di pregare così, e lasci che Gesù preghi in te e che lo Spirito gema in te, tu, che non sei isolato, ma sei una cellula vivente del corpo di Cristo che è la Chiesa (…) incominci a capire la preziosità di quello stare davanti a Dio, fedelmente, per te e per tutti.
Allora, proprio per la sua dimensione cristologica, ecclesiale, umana, la tua preghiera diventa preziosa”
(J. Castellano Cevera, Ripartire dalla Preghiera, Borgonovo 2001).
La preghiera d’intercessione è, per il cristiano, l’«azione per eccellenza»: è la preghiera del sacerdote che, come Mosè sul monte, assicura la vittoria al suo popolo tenendo le braccia alzate (cfr Es 17,8-16); ma è anche la preghiera dei fedeli che, come Aronne e Cur, sostengono le braccia di Mosè.
L’intercessione sia, allora, cuore del tuo apostolato e fonte della tua speranza… Credi fermamente che, “…anche quando le apparenze appaiono affermare il contrario, la preghiera – dialogo con Dio che salva – salverà il mondo”
(Enzo Bianchi).
SPIRITO SANTO,
POTENZA E TENEREZZA DI DIO
“O Gesù, redentore del mondo, …oltre le molte virtù con cui adornasti le anime a te gradite, come carissime spose, le hai unte con l’unzione dello Spirito Santo per cui è avvenuto che esse corrano più velocemente dietro a Te di quanto avrebbero corso senza unzione. (…) Quanto è soave, Signore, il tuo Spirito, che dimostra la sua dolcezza nei figli di adozione, infondendo in loro alcune gioie inestimabili con cui sono gratificati quando operano bene ed esercitano con cuori casti le tue virtù” (P. Giovanni di Gesù Maria).
In ebraico, lo Spirito Santo è «Ruach»: è questo il nome con cui lo pregavano Gesù e Maria sua madre, i profeti e i salmisti dell’Antico Testamento. Ruach è «vento» gagliardo, inafferrabile, potente e travolgente; ma è anche «respiro», alito leggero, così intimo e vitale nell’uomo e in Dio: “Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita” (Gn2,7); il Risorto, visitando gli apostoli, “alitò su di loro e disse: ‘Ricevete lo Spirito Santo’ ” (Gv 20,22). Egli è il «respiro» stesso di Gesù: “Dio ha mandato nei vostri cuori lo stesso Spirito del Figlio suo” (Gal 4,6).
Lo Spirito sussurra al tuo cuore che Dio è un Padre che ti ama: “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: ‘Abbà, Padre’ ” (Rm 8,15); ma viene anche ad affermare con forza che Gesù è il Signore della tua vita e della tua storia: “Nessuno può dire ‘Gesù è il Signore’ se non sotto
l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Se ti abbandonerai alla Sua azione, ogni battito del tuo cuore, ogni tuo passo, sarà scandito sul tempo di questi due «accordi»: “… Dio mi ama!… Gesù è il Signore!…”.
Egli, non solo affermerà la signoria di Gesù sulla tua persona, ma ti farà simile a Lui, ti colmerà dei Suoi stessi sentimenti (cfr Fil 2,5): “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato” (Rm 5,5); “da questo si riconosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito” (1Gv 4,13).
Questa azione è tanto profonda e radicale, proprio perché va a ‘toccare’ il cuore, la parte più intima di te:
“Voi siete una lettera di Cristo, composta non con inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori” (2Cor 3,3); “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti” (Ez 36,26-27); “Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore” (Ger 31,33).
Lo Spirito Santo, conquistando il tuo cuore, lo distoglie dall’attrattiva del male. E tu – conformato a Cristo nello Spirito – sei finalmente liberato dal peso della legge, scegliendo spontaneamente la via del bene e volendo ciò che Dio stesso vuole: “Non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia” (Rm 6,14; cfr Gv 1,17); “la legge dello Spirito che dà la vita in Cristo Gesù ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rm 8,1-13).
È questa la libertà redenta donata dallo Spirito: “dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2Cor 3,17). È questa la libertà di chi si lascia guidare dallo Spirito di Dio (cfr Gal 5,18) e a Lui cede le briglie della propria anima e del proprio cuore: “Oh, se gli uomini capissero quale fortuna è per loro quando il cocchiere del re prende lui in mano le briglie” (S. Kierkegaard).
Lo Spirito Santo non è ‘privilegio per pochi’: Egli è dato a tutti coloro che lo chiedono con cuore sincero. Gesù stesso ci assicura: “il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono” (Lc 11,13).
Ma, per poter accogliere questo dono, devi accettare di passare per la croce. Scrive P. Raniero Cantalamessa:
“Lo Spirito Santo è dato solo a coloro che somigliano a Gesù e per somigliare a Gesù è necessario mortificarsi secondo la carne, per vivere secondo lo Spirito, dove «carne» sta per l’uomo vecchio, egoista, incline al male e alle concupiscenze; l’uomo che è in stato di resistenza a Dio e di resa al mondo. ‘Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito’ (Gal 5, 24ss). ‘Se mediante lo Spirito fate morire le opere della carne, voi vivrete’ (cfr Rm 8, 13)”.
È l’appello accorato di S. Paolo: “Dovete rinnovarvi nello spirito della vostra mente e rivestire l’uomo nuovo” (Ef 4,23-24). Per fare ciò, non puoi contare sulle tue sole forze: “non con la potenza, né con la forza, ma con il mio Spirito, dice il Signore degli eserciti” (Zc 4,6). Poiché sta scritto: “Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra” (Sal 104,30); “ci ha salvati…mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo” (Tt 3,5).
Nato dallo Spirito nel battesimo, puoi continuare ad attingere l’«acqua della Vita» nell’Eucaristia, nella Parola, nella preghiera, giorno dopo giorno… Se sarai perseverante e saprai attendere, lo Spirito Santo rivelerà in te tutta la bellezza e la dignità di un figlio di Re. Ti mostrerà quell’inestimabile tesoro che è già tuo, ma che tu – mentre vagavi per il mondo come un pezzente e un mendicante – non sapevi di possedere.
Egli «griderà» al tuo cuore la profonda dignità della tua vocazione di re, profeta e sacerdote, e ti sussurrerà quel «nome nuovo» che è solo tuo: “…Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve” (Ap 2,17)… Lo Spirito , e Lui solo, te lo rivelerà!
A te – “messo a morte nella carne, ma reso vivo nello Spirito” (1Pt 3,18) – Egli stesso “darà ali come di colomba per volare e trovare riposo” (Sal 55, 7) sul Cuore di Dio, per sollevarti dalla tua impotenza e povertà, e correre verso la mèta “dimentico del passato e proteso verso il futuro” (Fil 3, 13-14). Recita l’Imitazione di Cristo: “…Chi ama vola, corre, giubila, è libero e nulla potrà trattenerlo” (III, 5). Non avrai più paura, perché Egli stesso sarà canto e respiro della tua preghiera: “…lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26).
Non temerai più, perché ti lascerai condurre fiducioso dalla Sua mano: “…il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chi è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). E, finalmente, gusterai la dolcezza dei Suoi frutti: “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).
“Forse, fratello, tante volte tu avrai preso la rincorsa per saltare il fosso, il tuo piccolo Mar Rosso, e trovarti nella libertà della Terra Promessa, fuori dall’Egitto, ma il tuo slancio si è andato affievolendo e ti sei arrestato sul ciglio rimanendo al di qua, sulla sponda d’Egitto. Ora il Signore ti invita a ritentare fidando non in te, nel suo Santo Spirito. Con lui ce la farai. Prendi la rincorsa e non fermarti finché non sarai nelle braccia del Padre che ti attende…” (P.R.Cantalamessa).
MARIA MADRE E MAESTRA
“Il miglior culto della Vergine, e da essa particolarmente desiderato, è l’imitazione di Lei. Qualunque cosa il suo devoto faccia, farà invero ben poco profitto se da Essa differisce nei costumi. (…) Dunque il principale studio di colui che desidera aver propizia la Regina del Cielo sia d’imitarne la sua vita innocente”
(P. Giovanni di Gesù Maria).
Nell’inno Akathistos, Maria è “guida delle anime sante alle nozze mistiche” (XIX,15-18), “lampada fulgente, apparsa a chi è nella tenebra” (XXI,1), “raggio di luce spirituale” (XXI,6), “folgore che rischiara le anime” (XXI,8). Paradossalmente, la sua presenza nella Scrittura è discreta, densa di silenzi, espressione di una santità vissuta nell’ordinario, per quanto inserita in una vicenda straordinaria.
“Insignita del sommo ufficio e dignità di Madre del Figlio, e perciò figlia prediletta del Padre e tempio dello Spirito Santo” (Lumen Gentium, 53), Maria – la Theotokos – è icona stessa della Trinità e, al tempo stesso, la più alta espressione della persona umana. A Lei ben si addicono le parole del Libro della Sapienza: “È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia dell’attività di Dio e immagine della sua bontà” (Sap 7,26; cfr Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, V 6,9).
È Gesù stesso a fare di Sua Madre la madre dei discepoli mediante un atto di affidamento posto a sigillo della propria missione salvifica: “vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: ‘Donna, ecco il tuo figlio!’. Poi disse al discepolo: ‘Ecco la tua madre!’ ” (Gv 19,26-27). È l’ultimo atto prima del “tutto è compiuto!” (Gv 19,28). E Giovanni accoglie Maria “tra i suoi beni” (éis tà ìdia), nella propria vita spirituale: “affidandosi filialmente a Maria, il cristiano, come l’apostolo Giovanni, accoglie ‘fra le cose proprie’ la Madre di Cristo e la introduce in tutto lo spazio della propria vita interiore, cioè nel suo ‘io’ umano e cristiano: La prese con sé” (Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, 45). L’espressione “éis tà ìdia” sta dunque a indicare “una comunione di vita che si stabilisce tra i due in forza del Cristo morente” (Ibidem).
Maria, Madre della Chiesa, in sinergia con lo Spirito Santo, genera nei suoi figli l’uomo nuovo, li educa (dal latino educere = tirar fuori) conducendoli alla trasformazione in Cristo. Come ogni maternità-paternità spirituale, la maternità di Maria comporta necessariamente un’e-semplarità: “Cristo stesso addita nella madre il modello della Chiesa” (PaoloVI, Signum Magmum, 5). Il che non significa semplicisticamente «copiarne» il comportamento, bensì lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo affinché crei in noi una nuova icona della Madre.
Maria è l’Odigitria, “colei che indica la via” che conduce a Cristo attraverso la totale e incondizionata docilità all’azione dello Spirito: “sempre la sua mozione provenne dallo Spirito Santo” (Giovanni della Croce, Salita al Monte Carmelo, III, 2, 10). E proprio attraverso questa incondizionata docilità, si sperimenta l’autentica libertà di figli: “Tutti quelli che sono guidati dallo spirito di Dio, costoro sono figli di Dio” (Rm 8, 14). Se dunque ci faremo autentici imitatori di Maria, anche la nostra vita sarà scandita dal nuovo comandamento dell’Amore, poiché “la carità è stata infusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Maria ne è talmente ricolma che ben le si addicono le qualità che S. Paolo attribuisce alla carità: “è paziente, è benigna,… non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,4-7) …
Questo è Maria! È umiltà, mitezza, disponibilità, compassione, premura e servizio verso i fratelli, speranza, preghiera,… Come i poveri di JHWH attende tutto dal Dio fedele, santo, potente e misericordioso celebrato nel Magnificat (Lc 1,49-55). “Essa primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza” (L. Gentium,55)
All’annuncio dell’angelo risponde con “l’obbedienza della fede”: “Sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Si fida, crede nella Parola di Dio, si abbandona al Suo progetto: questa è la vera beatitudine di Maria! “Beata colei che ha creduto nell’a-dempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45); “beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,28). Questa è la condizione irrinunciabile per l’autentica sequela di Cristo che Maria ci addita con sollecitudine: “Quanto egli vi dirà, fatelo” (Gv 2,5; cfr Es 19,8; 24.3.7; Dt 5,27). E Maria è «la prima» tra coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica, la prima «discepola» di suo Figlio” (Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, 20).
La sua fede è dunque tutt’altro che passiva. La sua ricerca di Gesù ritrovato nel Tempio è richiamo per ogni credente alla costante tensione verso l’intimo incontro con Cristo, alla ricerca tenace e spesso faticosa della Verità: «Dolenti ti cercavamo» (cfr Lc 2,41-52). Così, Teresa di Lisieux ama contemplare la Madonna nella sua vita terrena «mortale e dolente»; la sente «più madre che regina», imitabile proprio nella sua semplicità e ordinarietà: “In terra è grande il numero dei piccoli/ che guardarti possono senza tremare./ La via comune, Madre incomparabile,/ percorrere tu vuoi e guidarli al Cielo” (P53, 17).
Maria si mette in cammino con i suoi figli, per loro intercede al cospetto della Trinità: “con la sua materna carità si prende cura dei fratelli del Figlio suo ancora peregrinanti e posti in mezzo a pericoli e affanni, fino a che non siano condotti nella patria beata” (Lumen Gentium, 62).