Lelia e Ulisse di Angelo Montonati
di Angelo Montonati
LELIA E ULISSE
Storia dì ordinaria santità di una coppia cristiana
ANGELO MONTONATI
36
COLLANA CAMPIONI
ELLEDICI
1° ristampa: dicembre 2000
© 1998 Editrice ELLEDICI - 10096 Leumann (Torino)
ISBN 88-01-00136-3
Questo profilo biografico nasce dalla volontà di due fratelli — entrambi sacerdoti — nei quali il ricordo dei genitori è rimasto talmente inciso da indurli a rivelare anche al di fuori della cerchia famigliare il segreto di un amore vissuto nella dimensione della fede da una coppia di cristiani giustamente ritenuta esemplare.
Lelia Cossidente e Ulisse Amendolagine fanno parte di quel filone di santità laicale che, dopo il Vaticano Il, ha visto la Chiesa riproporla come modello ai fedeli. Non è un mistero che fino all’epoca di Pio XII, a parte i martiri, all’onore degli altari venivano elevati soltanto vescovi, preti, religiosi o suore. Se si trattava di laici, dovevano appartenere almeno a uno dei terz’ordini. Fu proprio Papa Pacelli, nel 1947, a rompere questa specie di «tabù» beatificando il giurista milanese Contardo Ferrini e, dopo di lui, Domenico Savio, un giovane allievo dell’Oratorio di Don Bosco. Ma fu soprattutto il Concilio a rivalutare il ruolo del laicato nella Chiesa, ricordandoci che la santità è un traguardo doveroso e raggiungibile da tutti i battezzati, in qualsiasi stato essi vivano.
Uno dei due fratelli Amendolagine, don Roberto, è attualmente parroco di San Vitale, una comunità al centro di Roma dove vissero la beata Elisabetta Canori Mora (peraltro terziaria dell’Ordine della SS. Trinità) e i servi di Dio Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi. Pensando ai propri genitori, don Roberto li ha trovati così affini all’esperienza di questi laici sposati da indurlo a non disperderne la memoria: «Le malattie di Lelia e Ulisse», scrive il sacerdote, «sposi e genitori cristiani, l’armonia coniugale ed educativa di due differentissime personalità potrebbero essere luce e conforto a tanti altri genitori... Sono consapevole che le mie considerazioni possono essere spinte dall’affetto che nutro per la loro memoria al punto che potrei far vedere oro ciò che oro non è; ma d’altronde se non lo fa un figlio, sarebbe lecito aspettarselo da altra persona imparziale».
E imparziale è sicuramente chi scrive, poiché non conosceva la famiglia Amendolagine prima di essere interpellato in merito. Ed è opinione non soltanto sua che queste pagine meritassero di essere dedicate a due sposi animati da una profonda fede, la cui storia di ordinaria santità non potrà che far dcl bene a chi ne verrà a conoscenza.
LUI DI SALERNO, LEI DI POTENZA
Cominciamo da «lui». Ulisse Amendolagine nasce a Salerno il 14 maggio 1893 da Leonardo, funzionario del Ministero dell’Interno, e da Nunzia Minutillo. E battezzato esattamente un mese dopo coi nomi di UlisseEttore-Francesco-Oreste
La famiglia di un funzionario statale, soprattutto allora, non aveva fissa dimora: così eccola traslocare da Salerno a Massa Carrara (1894), poi a Catania e a Barletta (1896), quindi ad Alessandria (1899), Torino (1900), Napoli (1901), Potenza (dal 1903 fino al 1913, con una parentesi di 9 mesi a Como (1906) e, infine, a Roma.
A Potenza Ulisse viene cresimato. A Roma, compiuti con ottimo esito gli studi (tutti, come Lelia, in scuole statali), si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza alla «Sapienza» e nel 1917 si laurea. Tre anni dopo comincia il suo servizio — anch’egli come il padre presso il Ministero dell’Interno — a Massa Carrara. Dal 20 ottobre 1922 è a Roma, definitivamente. Farà parte per quarantacinque anni della parrocchia di Santa Teresa dei Carmelitani scalzi.
Qui dobbiamo correre con le date: sappiamo che il 3 febbraio il Nostro entra a far parte della Congregazione Prima Primaria presso la chiesa di Sant’Ignazio. Un segno di solida maturità spirituale. Pochi mesi dopo, in autunno, si fidanza con quella che sarà sua moglie, Lelia-Irma-Giulia-Maria Cossidente, nata il 4 maggio 1893, di famiglia benestante, anch’essa figlia di un «ministeriale»: suo padre Giuseppe, infatti, è impiegato presso il Ministero Lavori Pubblici (Genio Civile), dove finirà la carriera in qualità di Archivista capo.
La mamma è Ernesta Vaccaro. Lelia è venuta alla luce a Potenza, ma la famiglia nel 1904 si è trasferita a Roma, dove fa la prima Comunione (1907) e riceve la Cresima (1908) a 5. Giovanni in Laterano, preparata in orario extrascolastico dall’Istituto Volpicelli di via XX settembre. La famiglia Cossidente fece parte per quasi venticinque anni della parrocchia del S. Cuore dei Salesiani. Nel 1913 consegue la licenza magistrale e subito dopo, per un anno, insegna in una scuola elementare nel quartiere San Lorenzo. Frequenta anche per un anno un corso di inglese e la facoltà di Pedagogia all’Università, trovando poi un impiego come cassiera in una banca romana e — dal 1920 — come bibliotecaria presso il Magistero Statale di Roma.
1115 gennaio 1929 le muore il padre e in autunno conosce Ulisse. Da quel momento, le loro strade si fonderanno. Sappiamo che fu Ulisse a chiedere la mano di Lelia, secondo le usanze del tempo soprattutto Ira famiglie di origine meridionale. La ragazza aceetlù di «frequentare» quel giovane per il quale dovclk suhilo provare simpatia: in precedenza, infatti, aveva rifiutato una proposta di matrimonio. La simpatia si trasformò presto in amore.
Del resto, Ulisse era quello che si dice un bell’uomo, con una sicura posizione lavorativa, dotato di un carattere che pareva fatto apposta per completare quello della futura sposa: estroversa ed espansiva lei, piuttosto introverso e di poche parole lui. Tutti e due molto equilibrati, sobri, amanti della musica, della cortesia e del creato; pieni di letizia con grande distacco dal denaro e con amoroso rispetto e aiuto ai propri genitori fino all’anziana età: caratteristiche che la limitatezza cronologica dell’epistolario e specialmente la brevità di queste pagine non permettono di mettere adeguatamente in luce. Ma a cementare l’intesa tra quei due cuori fu soprattutto la scoperta reciproca di una solida fede, che avrebbe costituito il punto di forza della loro avventura coniugale.
Prima del «sì», avevano già avuto modo di dirsi tutto, di confidarsi senza segreti, con sincerità e trasparenza. Tra l’altro, avevano promesso che quando uno dei due fosse stato in pericolo di morte, si sarebbero detti la verità del pericolo senza nulla nascondere. Il che accadde, non senza reazioni risentite del parentado che non condivideva tale decisione.
I due si sposarono nella chiesa di Santa Teresa al Corso d’Italia il 29 settembre 1930: un rito senza sfarzo, ma col decoro che si addiceva al rango sociale dei due giovani.
Il viaggio di nozze durò quasi un mese, con soste in varie città italiane: Firenze, Bologna, Venezia (con l’inevitabile gita in gondola dei due innamorati al chiaro di luna) e Trieste.
Col ritorno a Roma iniziava per Lelia e Ulisse un’avventura di fede all’insegna del comune desiderio di consacrare a Dio la loro vita nel matrimonio.
La donna sapeva che per lei non sarebbe stato facile guidare una famiglia nella quale inizialmente convivevano anche i suoceri, la propria madre, nonché l’invadente cognata Giuseppina col marito e un figlio. Ma qui Lelia dimostrò di possedere equilibrio e capacità manageriali non comuni: in casa tutto filava in perfetto ordine, grazie anche al suo innato senso organizzativo. Ulisse era praticamente un «esterno», occupato tutto il giorno in ufficio con orari stressanti: 8,30-14.30; 17,30-20,30. E poi non gli piaceva immischiarsi troppo nelle faccende domestiche, che riteneva di esclusiva pertinenza della moglie.
Era ancora Lelia a seguire da vicino i figli nei minimi particolari: per ognuno di loro, infatti, si era fatta un quaderno sul quale segnava tutto ciò che li riguardava: carattere, tendenze e gusti, malattie, rendimento scolastico, ecc. Alla sera, prima di coricarsi, i ragazzi erano convocati per una specie di rendiconto della giornata, presente Ulisse il quale interveniva per aiutare qualcuno nei compiti e nelle lezioni. Naturalmente, mai discussioni tra i coniugi davanti ai figli: se tra loro due sorgevano divergenze, venivano risolte pacatamente in privato.
Il primo dei figli ad arrivare fu Leonardo, il 30 agosto 1931; il 6 ottobre dell’anno successivo fu la volta di Giuseppe, seguito l’11 gennaio 1934 da Roberto (i due futuri sacerdoti) e, il 27 maggio 1935, da Francesco; ultima della serie fu Teresa, che vide la luce il 28 maggio 1937. Poche settimane dopo, l’11 luglio, moriva il padre di Ulisse, in seguito ad una trombosi, raggiungendo così la sua sposa, scomparsa nell’agosto 1932.
DIO AL PRIMO POSTO
In una famiglia sinceramente cristiana, Dio occupa il posto più importante. In casa Amendolagine si prega al mattino e alla sera, in compagnia dei figli. Nella stanza degli sposi ci sono due inginocchiatoi, situati ai piedi del letto, dai quali Ulisse e Lelia cominciano e terminano la loro giornata. Ogni domenica, la messa e la comunione: non un semplice rito abitudinario, ma qualcosa che marito e moglie si sforzano di vivere e di trasmettere ai figli con la testimonianza personale e sotto forma di poche idee-chiave, necessarie per impostare l’esistenza in un certo modo: «Ricordati che Dio vede», «accetta qualche sacrificio per amore di Dio», e soprattutto «la Provvidenza aiuta sempre». E con i parenti che insistevano su visioni naturalistiche della vita ripetevano: «I figli non li abbiamo fatti per noi, ma per Dio».
Tutto questo nel clima della religiosità che caratterizza gli anni ‘30 e ‘40, prima della ventata conciliare. Non sono minimamente in discussione le leggi della Chiesa, c’è massima considerazione per quanto afferma il Papa e per i consigli del confessore. E poi si praticano diverse devozioni, soprattutto quelle al Sacro Cuore di Gesù, alla Madonna e a santa Teresa del Bambino Gesù, canonizzata nel 1925 da Pio XI: e proprio in onore della carmelitana di Lisieux, Ulisse e Lelia daranno il nome di Teresa all’unica figlia.
Alcuni santi, infine, vengono invocati in determinate circostanze: così, per il mal di pancia che tormenta spesso il secondogenito, Giuseppe, ci si rivolge a santa Teresa Margherita Redi (un’altra carmelitana beatificata e canonizzata da Pio XI°), mentre una devozione particolare è riservata da Lelia a san Giuda Taddeo, invocato soprattutto nei momenti di ristrettezze economiche. Non si sa esattamente come sia nata questa devozione, dal momento che san Giuda, fratello di Giacomo e quindi parente di Gesù, nel Vangelo fa delle fugaci apparizioni, mentre tra i libri del Nuovo Testamento figura una sua breve lettera contro i falsi profeti. C’è però una curiosa leggenda che lo riguarda: un giorno, questo apostolo si lamentò con Gesù perché, a causa del nome che portava (identico a quello del traditore, Giuda Iscariota), nessuno chiedeva la sua intercessione. Il Signore, dopo averlo ascoltato, gli disse: «Non te la prendere. Ti darò una grande possibilità per diventare famoso tra i credenti. Tu porti il nome di colui che mi vendette per trenta denari, ma tu mi sei sempre stato fedele. Ti nomino quindi protettore dei bisognosi: coloro che, trovandosi in difficoltà economiche, ti invocheranno, vedranno risolti i loro problemi». Da quel giorno, la fama di san Giuda Taddeo crebbe enormemente.
Fin qui la leggenda. Ma di aiuti provvidenziali Lelia ed Ulisse ebbero davvero bisogno, specialmente negli anni della guerra che prosciugarono gran parte del reddito famigliare (tra l’altro, gli stipendi degli impiegati statali erano modesti e anche quello di Ulisse, pur di grado superiore, non consentiva di navigare nell’ oro). In quei frangenti, Lelia era solita invocare san Giuda e sappiamo che la risposta arrivava sempre, provvidenziale, al momento giusto.
Gli anni della guerra furono davvero difficili per una serie di circostanze concomitanti. Ulisse, da buon cattolico e da fedele diocesano del Papa, era un attento lettore de «L’Osservatore Romano», il quotidiano della Santa Sede che in pieno fascismo svolgeva anche un prezioso ruolo di contro-informazione nei confronti della stampa di regime. Non per caso un giorno alcuni fascisti strapparono di mano al dottor Amendolagine, non senza qualche minaccia, il giornale vaticano che riportava un duro commento di Papa Pacelli sull’andamento del conflitto mondiale.
Il momento era delicato: dopo il periodo iniziale di euforia, gli italiani cominciavano a capire che quella che era stata presentata come una «passeggiata» a fianco dell’invincibile Terzo Reich e dei giapponesi, si stava rivelando una impresa fallimentare. Tra l’altro, scarseggiavano in tutto il territorio nazionale i generi alimentari, rigorosamente razionati. Fu così che intervenne ripetutamente san Giuda, calorosamente pregato da tutti i famigliari.
Il dottor Amendolagine era in rapporti di cordiale amicizia con mons. Roberto Ronca, da lui conosciuto ancora da studente universitario: un prelato che, tra l’altro, aveva avuto l’incarico da Pio XII di distribuire viveri alle famiglie in difficoltà. Arrivarono così per suo tramite i soccorsi. Nulla di eccezionale, comunque: i figli ricordano che si trattava di castagne, baccalà e barbabietole: queste ultime venivano cotte, ottenendone un’acqua «dolcificante», con la quale si faceva il caffè d’orzo (quanto al sapore, meglio non parlarne, ma allora non si badava a certe sottigliezze).
In quegli anni duri non si fecero nemmeno le vacanze: gli Amendolagine si erano recati l’ultima volta al lido di Ostia a prendere il sole nel settembre 1942. In quella occasione Lelia si era comprata una sveglietta da comodino che — coincidenza suggestiva quanto inspiegabile — si sarebbe fermata proprio nell’ora precisa della morte della donna. Oltre che rinuncia forzata alle vacanze, la guerra significò per Roma anche bombardamenti e sfollamenti in campagna: precisamente a Cappadocia presso Tagliacozzo, in provincia dell’Aquila, dove tra l’altro Lelia avvertì i primi sintomi del male che l’avrebbe portata alla tomba.
Mons. Ronca si rivelò strumento ancor più prezioso della Provvidenza dopo 1’ 8 settembre 1943, dopo l’armistizio che spaccò l’Italia in due dando origine, nel nord, alla Repubblica Sociale Italiana. Ulisse, funzionario del Ministero dell’Interno, era malvisto per la sua intransigente fedeltà al Pontefice e alla Chiesa. Quando nacque la Repubblica di Salò, il suo Ministero fu trasferito a Verona, ma egli si rifiutò di lasciare Roma, non volendo rendersi complice di un governo alleato dei
nazisti. Venne subito collocato a riposo d’ufficio e, per non finire internato in Germania, dovette imboscarsi: per sei mesi trovò rifugio nel Seminario Maggiore in Laterano — zona extraterritoriale — dove era rettore lo stesso mons. Ronca. Qui ebbe la sorpresa di trovarsi in compagnia di numerosi leader politici, esponenti della Resistenza clandestina, tra i quali un «mangiapreti» come Nenni o anticlericali come Ruini e Saragat, i quali non avevano trovato di meglio che mettersi sotto la protezione del Papa per salvare la pelle! Ulisse, in attesa della liberazione, si occupò della biblioteca del seminario.
Durante quei mesi, essendo venuto a mancare lo stipendio, Lelia per tirare avanti si industriò come poteva, cominciando a vendere tutto ciò che di prezioso c’era in casa: l’argenteria innanzitutto, il servizio di bicchieri di cristallo, qualche oggetto d’oro. Al resto pensò, come sempre, il solito san Giuda.
Il 4 giugno 1944, con la liberazione di Roma, Ulisse venne reintegrato nel suo incarico al Ministero. In quello stesso anno, a conferma di una crescita spirituale non ostacolata, anzi ravvivata dalle tante avversità, egli si faceva Terziario Carmelitano assumendo il nome di fra Giovanni della Croce.
In un clima famigliare così imbevuto di religiosità autentica non potevano non nascere vocazioni religiose, e con singolare precocità. Già nel 1946, ad esempio, il piccolo Francesco, poco più che undicenne, esprime il desiderio di consacrarsi al Signore tra i Fratelli delle Scuole Cristiane, fondati da san Giovanni Battista de la Salle. Sarà costretto a rientrare in famiglia tre anni dopo, per motivi di salute; lo segue a ruota il tredicenne Roberto, che nell’ottobre 1947 entra anch’egli tra i Lasalliani, mentre Giuseppe (15 anni) nello stesso mese sceglie l’ordine dei Carmelitani Scalzi.
LO STATALE MODELLO
L’Ulisse formato famiglia non era molto diverso da quello che sedeva in un importante ufficio del Ministero degli Interni: stessa coerenza con la propria fede, anche in pubblico; massima puntualità nel raggiungere il posto di lavoro, massimo impegno e massima lealtà nello svolgerlo. La famosa frase «il dottore è fuori stanza», tipica di tanti impiegati statali assenteisti, non venne mai usata per lui. Ulisse, inoltre, era impermeabile ad ogni genere di pressione. Aveva dato anche in famiglia severe disposizioni affinché si respingesse, con educazione ma con fermezza, qualsiasi dono in denaro o in natura: una volta la suocera, già malandata in salute, fece entrare un signore che recava un mazzo di fiori. Nella busta che accompagnava l’omaggio c’erano dei soldi. Ulisse, forse per la prima volta in vita sua, alzò la voce con la povera donna, mentre il denaro fu subito rispedito al mittente con vaglia telegrafico e i fiori finirono in chiesa davanti all’altare della Madonna.
Su questo punto, Ulisse aveva una sensibilità persino esagerata: non era raro, infatti, il caso di qualcuno che, senza la minima intenzione di corrompere, volesse semplicemente ringraziarlo per il buon esito di una pratica (conoscendo la burocrazia ministeriale, certi risultati avevano il sapore del miracolo!). Niente da fare. Diceva no anche ad una bottiglia di buon olio d’oliva (a Lelia avrebbe fatto comodo in certi momenti!). Nell’ufficio, ad esempio, c’era abbondanza di carta e di articoli di cancelleria (gomme, matite, colla, ecc.). Guai ad approfittarne. I figli impararono da lui a utilizzare per le minute dei loro compiti i larghi bordi bianchi de «L’Osservatore Romano».
Accettò soltanto, come vedremo, una immagine della Madonna della Vigna, che sistemò sotto il cristallo della scrivania, lasciandovela però al momento di andare in pensione.
C’è al riguardo un altro episodio illuminante: negli ultimi anni, quando già malato si recava in ufficio solo saltuariamente, Ulisse prendeva un taxi e lo faceva sostare davanti ad una chiesa in cui era esposto il SS. Sacramento: li si tratteneva alcuni minuti in preghiera. Quando, per ragioni di salute, il Ministero gli mise a disposizione un’auto blu, evitò di fermarsi per non far perdere tempo all’autista: diceva che la visita a Gesù era un fatto privato per il quale egli non poteva utilizzare una vettura di Stato. Cose d’altri tempi, dirà il lettore, visto quello che ci raccontano i giornali su certi funzionari statali! Ma viene anche il rammarico che, con gente simile, non si sarebbe coniato il vocabolo «tangentopoli» nel nostro Paese.
Il suo incarico comprendeva mansioni particolarmente delicate: tra l’altro, era lui a vagliare le richieste di cittadinanza italiana. Nell’immediato dopoguerra il Ministero aveva emanato direttive assai severe. Per indagini rigorose e valutazioni adeguate delle dichiarazioni che i richiedenti facevano durante i colloqui, occorre- vano discernimento e capacità di introspezione psicologica, per scoprire la vera personalità degli interlocutori. Ulisse in questo era un maestro: trattava tutti con la massima affabilità, aveva l’intuito giusto che lo guidava nel giudicare le persone. In quella sezione del Ministero, il nome del dottor Amendolagine era pronunciato con grande rispetto anche da coloro che non condividevano le sue convinzioni: era giudicato da tutti un fior di galantuomo. Se ne ebbe la prova allorché, tornato in ufficio dopo una lunga assenza dovuta alla paresi che lo aveva colpito, i colleghi gli riservarono un’accoglienza calorosissima. Un esplicito riconoscimento gli venne anche dallo Stato, che serviva così fedelmente, con le onorificenze di Cavaliere e di Commendatore e, al termine della carriera, di Prefetto della Repubblica.
Non è raro che un «capo», soprattutto in certi apparati pubblici di particolare prestigio, tratti i subalterni con arroganza e scarsa considerazione. Ulisse, al contrario, preferiva talvolta subire un affronto che far valere il suo rango. C’era, ad esempio, nel suo ufficio un tale che, essendo parente del Direttore Generale, faceva un po’ i suoi comodi, prendendo ad esempio le ferie quando gli pareva, senza avvisare il suo diretto superiore, che era appunto Ulisse. C’era di che offendersi e rivalersi, ma lui, per convinzione di fede e di carità, non lo fece mai.
DUE AUTENTICI EDUCATORI
Stessa «linea» anche nei rapporti famigliari. I figli, in casa Amendolagine, venivano educati al rispetto per gli altri e alla pacifica composizione dei contrasti. Ad esempio Giuseppina, una sorella di Ulisse, ad un certo punto accampò pretese per via di un’eredità. Non era facile trovare un accordo che salvaguardasse i diritti della famiglia, ma Ulisse, d’intesa con Lelia, riuscì nell’intento. Questa donna, inoltre, tendeva ad essere un po’ invadente, nel tentativo di far valere ipotetici diritti di sorella maggiore, quasi che Ulisse avesse ancora bisogno della sua tutela. Così, di tanto in tanto si intrometteva nella faccende domestiche, criticava le scelte dei due coniugi e li accusava (a torto) di disinteressarsi dei figli o di essere troppo bigotti. Con tatto e senza provocare rotture, Lelia e il marito trovavano il modo di spiegarsi e di rivendicare la loro autonomia in campo educativo.
Dei figli, gli Amendolagine si interessavano, eccome, e non soltanto per ciò che riguardava la scuola: Ulisse li portava con sé, specialmente nei giorni festivi, attraverso i giardini pubblici di cui è ricca Roma e approfittava di queste passeggiate per chiarire loro le idee su temi riguardanti la fede o la pratica religiosa. Lelia faceva lo stesso con quelli che la accompagnavano durante la spesa, e lungo il tragitto non mancava di sostare in una chiesa per una breve visita al SS. Sacramento.
Ai figli, inoltre, entrambi ricordavano che Dio va pregato e onorato sempre, non soltanto quando si ha bisogno di qùalche grazia speciale. Quando gli americani liberarono Roma, tutta la popolazione fece festa nelle strade, mentre quasi nessuno sentì il bisogno di ringraziare il Signore per l’evento: il pericolo era passato, pareva che non ci fosse più bisogno di Dio. Lelia non mancò di sottolinearlo. Era, la sua, una forma di catechesi familiare spicciola, che però avrebbe lasciato un’impronta indelebile nei giovani destinatari. E non si trattava soltanto di parole: i bambini ricevevano quotidiane lezioni di carità. Se un povero stendeva la mano per chiedere l’elemosina, i genitori davano loro una moneta perché gliela consegnassero personalmente, accompagnandola con un sorriso.
Certo, la mamma era la più sacrificata, perché in casa c’era sempre qualcosa da fare: cucinare, pulire i pavimenti, lavare i piatti, sistemare i letti, lavare e rammendare la biancheria. Lelia, tra l’altro, sapeva cucire molto bene e confezionava maglie e vestitini per i ragazzi. Eppure, era riuscita a instaurare coi figli un rapporto di affettuosa confidenza.
Clima sempre idilliaco, dunque, tra quelle mura? No certo, soprattutto quando i figli — tutti vivacissimi — litigavano tra loro come è inevitabile che accada in ogni famiglia normale. Ma questa era un’altra occasione per educare al rispetto reciproco e alla convivenza pacifica: alla sera, prima della preghiera comune, le baruffe erano dimenticate e i contendenti si rappacificavano. A mantenere la serenità e l’allegria pensava soprattutto la mamma, grazie al suo carattere gioviale e decisionista che faceva da contraltare a quello di Ulisse, più portato a meditare e spesso alquanto incerto sulle scelte pratiche da fare.
Si è visto che l’appuntamento serale era importante in casa Amendolagine. Purtroppo, oggi l’irruzione violenta della televisione in famiglia ha quasi cancellato questo tipo di dialogo. Allora per fortuna non era così: per Ulisse, il dopo-cena era anche il momento ideale per valutare i progressi scolastici dei figli: ciascuno doveva rendere conto di ciò che aveva fatto (o non fatto) nella giornata, dei compiti eseguiti, delle lezioni studiate. Se c’era qualche poesia da mandare a memoria, bisognava recitarla seduta stante. Se gli insegnanti stilavano qualche nota negativa sul quaderno, occorreva darne la spiegazione. Poi Ulisse o Lelia, a seconda dei casi, si recavano a scuola per parlarne con gli insegnanti e risolvere insieme gli eventuali problemi.
Chi meglio sapeva indagare a fondo nel carattere dei figli era la mamma, che — come si è accennato — registrava sui quadernetti dedicati a ciascuno di essi le circostanze più significative del loro comportamento, realizzando così un originale sistema di «monitoraggio» che le consentiva di mettere a punto le contromisure adatte ai bisogni dei singoli: infatti, se identica per tutti era la strategia educativa di base, la tattica di intervento variava di volta in volta in relazione alle situazioni concrete ed ai diversi modi di reagire dei figli.
Bisogna dire che in questo campo Lelia aveva già alle spalle un singolare tirocinio, avendo da giovane preso con sé Dino, il figlio avuto da un suo fratello fuori del matrimonio (cosa che, a quei tempi, aveva scandalizzato i benpensanti). Non badando alle chiacchiere della gente, si era dedicata con tanta passione a quel bimbo, facendogli veramente da mamma (e come tale la considerava lui). Nell’azione educativa l’aiutava anche una certa preparazione specifica: al Magistero, nel decennio 1920-30, aveva conosciuto e letto le opere dei migliori pedagogisti di allora e in precedenza si era affinata nell’ arte educativa come insegnante elementare (sia pure per un solo anno, nel quartiere di S. Lorenzo): l’avevano chiamata «maestra di dolcezza».
REGINA DELLA CASA
In casa, dunque, Lelia era davvero sovrana. Superate presto le difficoltà di adattamento quando, assieme ai due sposini, convivevano altre sei persone, si dimostrò ben presto un’ottima manager. Non potendo sempre coprire da sola l’intero arco dei bisogni, riuscì a coinvolgere nel «ménage» domestico anche i figli, i quali impararono a turno a scopare e spolverare, e qualcuno (Francesco, soprattutto) persino a cucinare, Lei, come si è detto, pensava soprattutto alla... sartoria: ovviamente, quando i vestiti dei figli più grandicelli cominciavano ad essere stretti, venivano sapientemente adattati dalle mani abili di Lelia e passati ai fratelli minori. Nulla veniva buttato prima che fosse veramente necessario. Si usava così anche nelle famiglie benestanti: chi scrive ricorda una lettera in cui la moglie del senatore Frassati (il padre del beato Piergiorgio) scriveva testualmente: «Ho provveduto a rivoltare il paletot di Pier Giorgio». Eppure, si trattava di gente a cui i quattrini non mancavano certo (i Frassati erano, tra l’altro, proprietari del quotidiano torinese «La Stampa»). Negli anni della guerra, soprattutto, e in quelli immediatamente successivi il «riciclaggio» degli abiti era anche imposto dalle circostanze.
In cucina, inoltre, Lelia non aveva rivali. Era un mistero come riuscisse quasi sempre a soddisfare l’appetito della numerosa famiglia facendo fronte anche alle circostanze «straordinarie» come le festicciole organizzate dai figli in occasione di onomastici, compleanni e simili. I cinque figli concordemente non la ricordano mai «seduta» a mensa con loro, ma sempre con il sorriso pronta a servirli.
Un particolare tocco di intimità sapeva dare alle ricorrenze tipicamente famigliari. Era stata ancora lei, ad esempio, ad avviare in casa la tradizione del presepe: nei primi anni ci pensava da sola, ma col tempo trovò entusiasti collaboratori e imitatori. Francesco, in particolare, si rivelò un piccolo genio, creando originali effetti di luce grazie ad accorgimenti elettrici di sua fantasia.
Il Natale aveva in casa Amendolagine un proprio suggestivo rituale all’insegna della tradizione: la sera della vigilia, si formava una piccola processione durante la quale il più giovane della famiglia portava la statuetta di Gesù Bambino verso la capanna per deporla nella greppia. Poi si mangiavano le «frappe» col miele preparate dalla mamma: per l’occasione si invitavano anche i parenti, ce n’era per tutti. I regali, invece, preceduti dalla solita letterina piena di «Caro Gesù, vorrei...», arrivavano soltanto all’Epifania, sistemati su alcune sedie attorno al presepe.
LA FORZA DELLA PREGHIERA
Come si pregava in casa di Ulisse e Lelia? Come in ogni famiglia autenticamente cristiana, dove si è convinti che la preghiera è necessaria quanto il cibo; ma non in modo asfissiante e, soprattutto, dando l’esempio. Preoccupazione dei genitori era che i bambini non si stancassero: così, ad esempio, durante il mese di maggio, alla sera si recitava soltanto una decina del rosario; più tardi, Lelia insegnò ad usare il rosario come segnatempo nel corso della giornata. L’importante era lo spirito con cui gli eventi legati alla pratica religiosa venivano vissuti: prima comunione e cresima, ad esempio, si festeggiavano in maniera contenuta, invitando al pranzo soltanto i padrini e con piccoli regali adatti alle circostanze. Non era certo l’esibizione consumistica di oggi.
Non si prega soltanto a parole, ma anche coi fatti: così, ad esempio, salutare col sorriso una persona meno simpatica era considerato un «fioretto» che Gesù avrebbe sicuramente gradito. In casa correva una specie di proverbio: «Il saluto è degli angeli, e non deve essere mai negato». In tale prospettiva anche la carità verso il prossimo acquistava il valore di una preghiera: Ulisse e Lelia insegnavano, infatti, a dare generosamente ai poveri con la massima delicatezza, possibilmente in sordina, senza urtarne la dignità, a confortare i sofferenti, a donare tempo e amicizia ai condomini del palazzo di via Salaria ove abitavano.
La mamma da sempre aveva una sua spina segreta, per la quale pregava incessantemente il Signore: due suoi fratelli e una sorella non frequentavano la chiesa e lei ne soffriva parecchio. Proprio questi parenti, fra l’altro, a suo tempo si erano energicamente opposti all’entrata negli aspirantati alla vita religiosa di Francesco, Giuseppe e Roberto, non risparmiando pesanti critiche a Ulisse e Lelia per aver accondisceso alla loro partenza. Nella corrispondenza col figlio Giuseppe (diventato come vedremo carmelitano scalzo) la madre non si stancherà mai di esortarlo a pregare per la conversione dei congiunti. Sarà finalmente ascoltata nel 1950 allorché la sorella Gilda e il marito Virgilio le faranno sapere di aver lucrato l’indulgenza del Giubileo. Successivamente, una visita a Padre Pio a San Giovanni Rotondo segnerà il loro pieno ritorno alla fede. Lo zio Virgilio scriverà infatti, il 17 dicembre di quell’anno, al nipote fra Raffaele: «Come vedi, il gran giorno è arrivato anche per zio V. e zia G. e quindi, ora che hanno ripreso in piena regola i contatti con Gesù e con la Chiesa, non se ne discosteranno mai più. [...] Peccato che la nostra felicità sia offuscata dal fatto che M. (il figlio Mario, ndr) non ha condiviso con noi la gioia di oggi. [...] Da quanti anni, mio caro fra R., sospiravo la gioia di oggi, ed ora non so spiegarmi perché ho dovuto attendere tanto! Ma il Signore è stato infinitamente misericordioso con me e zia G. Voglia esserlo anche con M.! Ti ringrazio per le tue preghiere e ti abbraccio con tutto il mio affetto».
La lettera si chiude con una sintetica impressione dell’udienza col Papa in San Pietro: «... non dimenticherò mai questo giorno per me così grande e spero che Iddio voglia fare il miracolo per mamma tua!! !».
Il miracolo a cui si accenna era la guarigione di Lelia, le cui condizioni ormai si erano aggravate. Pochi mesi dopo la morte di sua madre (maggio 1949), ai persistenti disturbi alle gambe si erano aggiunti atroci dolori addominali che i medici, inizialmente, avevano diagnosticato come attacchi di colite. Nel marzo 1950, la paziente fu sottoposta ad un intervento chirurgico che evidenziò un tumore maligno al mesentere, già in metastasi. Praticamente, la donna era ormai spacciata.
Toccò ad Ulisse informare di tutto i figli, soprattutto i più giovani (Teresa allora aveva appena 12 anni e Francesco quasi 15), mentre Giuseppe e Roberto intensificavano le loro preghiere per la guarigione della mamma.
La notizia influì comunque negativamente sulla resa scolastica dei figli: Teresa, nel 1951, frequentò i corsi saltuariamente e perdette addirittura l’anno. Anche Roberto fu bocciato, ma Lelia lo consolò così: «Non fa nulla, figlio mio, tu hai tanto buon senso e... filosofia da prendertela per quello che vale. La mia malattia è stata un danno per tutti, perché ha tolto tempo e serenità a tutti gli studenti di casa».
Dall’epistolario degli Amendolagine con i figli, soprattutto con quello carmelitano, è possibile cogliere alcuni importanti dettagli per completare l’identikit spirituale di questi due genitori. Cominciamo da Lelia, la quale già nel gennaio 1950 era stata costretta a letto dai dolori che, nelle fasi acute, le parevano insopportabili. Ulisse informava periodicamente fra Raffaele sull’andamento della malattia dicendogli la verità: «Continua a lamentarsi», scrive il 12 febbraio, «io non so più cosa fare. Stamattina sono un poco stordito». Siccome però quasi sempre scrivevano entrambi sulla stessa lettera, Lelia aggiunge: «Papà ti avrà un po’ spaventato con la sua lettera sfogo. Il guaio è che non riesco a trovare un rimedio che mi faccia bene. [...] Prega pure tu S. Teresa Margherita Redi alla quale raccomandavo, e non invano, i tuoi dolori addominali. [...] Io sono un p0’ avvilita e angustiata per il disturbo che dà. Pazienza!». Più che per sé, l’ammalata appare preoccupata per gli altri e cerca di sdrammatizzare più che può la situazione, di tranquillizzare un po’ tutti, anche se certe cose non si possono nascondere. La stessa scrittura incerta la tradisce: «Ti scrivo dal letto», così al figlio il 27 di quello stesso febbraio: «e perciò non ti meravigliare della calligrafia. Sto un po’ meglio ringraziando il Signore, ma la mia malattia è lunga perché richiede gran riposo e quindi “dolce far niente” con quale mia gioia puoi immaginare».
SIA FATTA LA SUA VOLONTÀ
Si tratta purtroppo di un miglioramento effimero, poiché pochi giorni dopo la donna viene ricoverata in clinica. A Giuseppe è concesso un permesso di tre giorni per stare accanto all’inferma, improvvisamente aggravatasi. Ma al terzo giorno, deve rientrare. Nel suo diario, il giovane carmelitano commenta con amarezza: «C’è voluto un cuore di ferro per dare questo ordine. [...] La madre che da un momento all’altro poteva morire, il figlio parte. [...} Mia madre è del tutto sottomessa alla volontà di Dio e mi lascia andare. Alle 19 sto in convento».
A Roberto, qualche tempo prima, Lelia aveva scritto: «Dolori? Parecchi, un po’ reumatici e un po’ addominali, li offro al Signore per la mia famiglia, ma ora per te che hai tanto bisogno di lumi. Vedrai che, se Dio vuole, potrò anche venire a Torre, altrimenti sia fatta la sua volontà».
Non avendo potuto presenziare alla vestizione dello stesso Roberto, gli manda un’affettuosissima lettera: «Vorrei avere», dice, «la penna di Santa Teresina per scriverti quello che il cuore detta in questi momenti... Non so dirti nulla invece e ti raccomando alla Madonna e a S. Giovanni de la Salle perché ti siano guida ed esempio nella vita religiosa che hai abbracciato con tanto entusiasmo e con tanta assennatezza. Mi sono fatta raccontare un sacco di volte la funzione e il viaggio. Francesco è stato un cronista minuzioso. [...] So che papà ha pianto ma il canto del Magnificat lo deve avere consolato assai. «E due!» mi ha detto quando è ritornato: «Sia ringraziato il Signore». [...] Mi ha commosso la notizia del nome che hai assunto in religione... c’è veramente un S. Lelio? Me lo farai sapere?».
Si rammarica di essere un peso per tutti: «Papà è leggermente raffreddato», fa sapere a Roberto sotto Natale, «ma tira avanti lo stesso: io costituisco un enorme passivo che per giunta non sopporta serenamente i malanni, cosicché povero papà, esercita la sua enorme pazienza e lavora lo stesso senza lamentarsi mai. [...] Hai sentito la bella novità di zia Gilda e Virgilio? E che giubileo! Si sono alzati alle sei per fare la comunione e andare poi a 5. Pietro, Messa papale. «Una cosa paradisiaca» ha commentato poi zia Gilda. [...] Io, povera vecchia, tiro avanti come Dio vuole: dolori, letto, poltrona, non faccio più nulla e dirigo la barca brontolando e predicando; qualche volta sto meglio e allora mi ritorna l’allegria: chissà come andrà a finire questa mia grande avventura... Pazienza e forza».
Il 27 aprile Lelia rientra a casa, ma deve sottostare alle rigide regole imposte dal «consiglio di famiglia». Si sente un po’ meglio e il 4 maggio scrive a Giuseppe: «Mi pare di non aver mai avuto la colite, solo mi preoccupa (da quello che ho potuto capire) il pensiero che la causa dell’occlusione sia rimasta “dentro”, ma sono sicura che la Madonna completerà la grazia [...] con la speranza di passare ancora qualche 4 maggio fino a godere con papà e tutti di casa la tua prima S. Messa; altrimenti sia fatta sempre la volontà di Dio».
Il «leitmotiv» è sempre quello: lasciar fare a Dio. È una frase che compare quasi in ciascuna delle ultime lettere: «Debbo prendere il coraggio a due mani», scrive il 30 giugno, «e richiamare il medico perché si decida a consigliarmi una cura per la gamba [...] anche il cuore va meglio, ma non posso fare niente con mio grande rammarico [...] sia fatta la volontà di Dio. Per la ventilata villeggiatura non se ne parla, costa troppo andare al mare e poi non so se mi farebbe bene. A me piacerebbe un posto tranquillo in campagna, aria sole e luce e niente più. [...] Lo sa il Signore cosa vorrà. Lasciamo fare a Lui».
Il 22 settembre si rifà viva col figlio: «Da quanto tempo non ti scrivo!» gli dice; «ho sempre pronto il foglio e la penna e poi... i miei benedetti dolori pongono il veto proprio come fanno i “Grandi” famosi (Consiglio di Sicurezza dell’ONU) con l’Italia. Pazienza e tanta pazienza! Se sapessi quanti progetti vanno e vengono nella mia mente ma, purtroppo, non riesco a persuadermi che non mi posso muovere, almeno per ora se il Signore non mi aiuta a guarire». Alcuni giorni dopo riscrive al figlio: <do non mi sento di chiedere la guarigione perché sarebbe troppo bello, ma che mi vengano attutiti i dolori addominali che non sopporto con molta pazienza. Sia fatta la volontà di Dio!».
Le lettere di Lelia a Giuseppe — che lei chiama affettuosamente «Pepè mio» — denotano col passare delle settimane una più intensa carica emotiva: «Ti benedico con tutta l’anima», così in dicembre, «stringendoti forte forte sul cuore». In casa e da parte di amici e conoscenti si sta facendo di tutto per ottenere la grazia della guarigione: novene a questo o quel santo, soprattutto a Teresa del Bambino Gesù, lettere a Padre Pio da Pietrelcina, imposizione dell’abitino della Madonna del Carmine. Lei ringrazia limitandosi a commentare: «Osservo riposo e sottomissione alla volontà di Dio».
Il 24 gennaio 1951 è zia Gilda che si incarica di dire tutta la verità al nipote: «Fra Raffaele tanto caro, tanto più caro», scrive, «devo dirti che purtroppo per la tua mamma solo Iddio può fare il miracolo e un miracolo grosso assai. [...] Anch’io non riesco a farmi persuasa di quanto ci capita e spero sempre, senonché sperare è come bendarsi per non vedere un treno che ci viene addosso per stritolarci. [...] Bello mio tesoro, bisogna farsi forza e cercare di non pensarci troppo per non impazzire di dolore. Purtroppo mamma tua è “in piena metastasi” cioè il periodo più brutto del decorso del cancro. E può lasciarci quando meno ce l’aspettiamo. Tu mi chiedi di dirti la verità e ho dovuto scriverti la vèrità vera, anche perché sento che per te questa certezza ti è necessaria [...] e ne sono al corrente tutti, anche mamma tua...» (a Lelia aveva detto tutto Ulisse, secondo la famosa promessa che i due si erano fatta al momento del matrimonio).
Giuseppe ai primi di marzo scrive alla madre, la quale risponde il 16 con quella che sarà l’ultima lettera stesa di suo pugno, poiché da allora non riuscirà più nemmeno a tenere la penna in mano: «Figlio mio carissimo, eccoti mamma con tanti e tanti auguri di tutto quello che il Signore dà ai suoi prediletti: a te ora la salute, santa perseveranza, santa letizia ed... egoisticamente tante buone notizie da mamma così sarai più tranquillo. Sto un po’ meglio e dopo la Santa Pasqua vedrò di telefonarti, vorrei mandarti un bel paccone ma non posso far nulla di quello che voglio e sia fatta la volontà di Dio. Vorrei mandarti i fratelli e per mezzo loro qualche cosa chissà... sennò sia fatta sempre la volontà di Dio. Che lettera mi hai scritto “gran Pepè di mamma”!... L’ho riletta solo oggi altrimenti erano pianti e oggi mi sono sentita più forte. E venuto padre Brocardo e m’ha raccontato che il parroco ha ricevuto un’offerta da una signora che ha messo una reliquia di S. Teresina sopra un tumore che aveva ed è stata immediatamente guarita. Beata lei! Preghiamo e in alto i cuori».
A questo punto è soprattutto Ulisse a informare per lettera il figlio sull’andamento della malattia della moglie, non senza attenzione — come già in precedenza — ad altri particolari della vita quotidiana che si prestano a considerazioni di vario genere: dal problema dell’«incarimento della vita» a quello delle case e della disoccupazione; dalle «grane in ufficio, fomentate dai comunisti», alla salute di Francesco, dimesso dai Fratelli delle Scuole Cristiane perché gli sono stati riscontrati insufficienza cardiaca mitralica e artritismo ai piedi; dallo sciopero a singhiozzo dei postelegrafonici alla radio che non funziona per mancanza di corrente. Una inevitabile preoccupazione è anche quella finanziaria: le cure costano, ma fortunatamente San Giuda interviene sempre al momento giusto.
Le notizie legate alla salute della moglie vengono commentate alla luce della fede, con l’abituale naturalezza: «Qui si fa difficoltoso», scrive, «il servizio dell’assistenza notturna a mamma, dovendo io di necessità svegliarmi più di una volta [...] avendo essa bisogno di iniezioni che io non so fare [...] né d’altra parte zia Gilda vuole che sia ricoverata in clinica. [...] Sull’Osservatore Romano della Domenica c’è una bella meditazione: “E dopo la resurrezione dei nostri corpi?” in cui parlando dei secolari si dice che in paradiso non vi saranno più distinzioni fra uomo e uomo, non più professioni, cariche, uffici e che so io...».
Le cose intanto volgono al peggio per Lelia: «Le si è gonfiato l’addome dove le si è anche aperta una ferita [...] gonfiato il viso sotto l’orecchio sinistro, gonfiate un poco le braccia, dolori acuti all’addome e alla testa [...] una specie di coronazione di spine [...] non può mangiare perché ha tutta la bocca infiammata (che calvario!). [...] Al mese di maggio invece di predicare leggono le meditazioni e ieri il Sacerdote ha letto che in paradiso si va solo per due strade: l’innocenza e la penitenza. Perduta l’innocenza occorre far penitenza. Ma la gente non ammette il paradiso o, se lo ammette, vorrebbe andarci comodamente. Gesù invece ha scelto la Croce. Perché non sarebbe stato meglio qualcosa più comoda?, meno santa, meno eroica, meno integrale (amore totale): ma noi siamo uomini piccoli, non siamo eroi, non santi. Perciò occorre la Grazia, è questione di Grazia, gratis, ma occorre fare qualcosa anche piccola per meritarla. Devo ringraziare il Signore perché sinora mi ha assistito miracolosamente per la parte finanziaria. San Giuda. Il Ministro mi ha dato un sussidio e poi mi daranno un prestito sullo stipendio. Certo che le spese sono moltissime, io non ho un’idea di quello che ci vuole, mamma faceva tutto e adesso cerca di dirigere anche dal letto. [...] Un nuovo medico, il dott. Lotti (somiglia a De Gasperi ed è anche lui dell’alta Italia) toglierà a mamma un pezzettino di pelle per farlo esaminare».
Ma il 26 giugno, Ulisse deve ammettere che Lelia ormai non riesce più neanche a parlare: «Si esprime a gesti, è molto dimagrita, le è caduta la fede nuziale ed io l’ho messa in una busta sotto chiave. Stamattina mi ha riconosciuto. Mi guarda come a dirmi: come mi sento male!».
Due giorni dopo, avviene un fatto misterioso, alla presenza di Teresa, mentre Ulisse e gli altri stanno cenando. Il marito ne riferisce così al figlio carmelitano: «Teresa era in camera di mamma. Allora mamma le disse che voleva vedere la statuetta della Madonna che è stata regalata da padre Leonardo e che Teresa ha in camera sua. Teresa gliela portò e mamma disse: “Quanto è bella! “, poi disse: “La vedi la Signora? Quanto è bella. E vero che tu sei la Madonna delle Grazie? E perché non mi fai la grazia? Non te ne andare. Ecco che se ne è andata passando dalla porta”». Quel giorno era la festa liturgica della Madonna delle Grazie.
Secondo il racconto di Teresa, la malata in quel momento aveva avuto la certezza che il miracolo tanto atteso non si sarebbe verificato. La figlia sentì chiaramente queste parole: «Non me la può fare la grazia... non me la può fare».
Ormai Lelia era comunque rassegnata e preparata cristianamente alla morte. «Quando emette qualche voce», è ancora Ulisse che ragguaglia fra Raffaele, «si sente che recita la seconda parte dell’Ave Maria, specialmente le ultime parole “e nell’ora della nostra morte. Così sia”. Sta quasi sempre a mormorare queste parole».
La donna si spegne dolcemente il 3 luglio, col nome di Maria sulle labbra, lasciando un vuoto tremendo in famiglia. Ulisse ne è profondamente scosso, anche perché teme di non essere in grado di mandare avanti la casa da solo. Lo sostiene soltanto la fede e gli daranno una mano soprattutto Francesco e Teresa. Ai funerali interviene una folla straordinaria, segno della stima e della considerazione che questa donna si era guadagnata non soltanto tra i parenti e gli amici, ma anche nell’ambito della parrocchia. Il marito, sopra i loculi già predisposti per entrambi gli sposi, ha fatto incidere la parola della speranza cristiana: «Risorgeremo».
I FIGLI CRESCONO
Il 25 agosto, Ulisse riprende i contatti epistolari con fra Raffaele: «Finora», afferma, «mi sono sentito come se avessi vissuto in un sogno. Da 15 giorni sono ritornato all’ufficio e le pratiche mi hanno un po’ distratto. [...] Sono arrivato nella meditazione all’elenco rituale dove si parla delle feste. Ora sono nella festa della nostra Santa Madre Teresa di Gesù e sto leggendo la vita scritta da lei stessa. Mi ha molto consolato. La leggo cominciando dall’ultimo capitolo a ritroso, tanto la vita la conosco già, ad uso meditazione. [...] Santa Teresa parlava con nostro Signore come si può parlare in famiglia con uno di casa. Sono colloqui privati interessantissimi: visioni, profezie, consigli, conforti, osservazioni e ammaestramenti che fanno molto bene all’anima. Io mi sento un pochettino come addormentato, forse perché penso che, essendo morta mamma, anch’io sono in uno stato che somiglia alla morte, cioè il sonno».
Il ricordo di Lelia è sempre vivissimo, connotato da grande nostalgia. Il 6 ottobre, in occasione dei 19 anni di Giuseppe, Ulisse scrive: «Tanti auguri affettuosi come li può desiderare il cuore di tuo padre. Purtroppo per te e per tutti noi è troppo doloroso il vuoto della cara scomparsa. Stringiamoci e sgorghi più sentito l’augurio. La sera di sabato scorso nell’uscire di chiesa incontro una signorina che abita nello stesso palazzo, piuttosto anziana, alla quale avevo detto di cercare una domestica per noi. Mi ha detto che era impossibile trovarne una adatta e che io piuttosto avrei dovuto sposarmi di nuovo. Alle mie sdegnate proteste, questa insisteva, tanto che ho dovuto chiederle permesso e lasciarla. Sono tornato a casa afflitto e umiliato, quasi piangendo. Guardando però la fotografia di mamma che Leonardo tiene sulla scrivania mi pareva che ridesse, ridesse contenta».
La domestica verrà ugualmente trovata e con una caratteristica tutta particolare: «Il giorno dopo», prosegue la lettera, «andiamo tutti a messa, poi vado all’ufficio e tornando a casa trovo seduta in camera da pranzo una donna... di un paese vicino a Padova, di poche parole, proprio quella che pare fatta apposta per noi e quello che è più sorprendente si chiama Gilda Virgilio, Gilda di nome e Virgilio di cognome (immediato il riferimento ai cognati neo-convertiti, ndr). L’ho subito fissata. E venuta il lunedì pomeriggio e da allora sta con noi. [...] Lo stupore di tutto il parentado per questo avvenimento è stato grande. Certo una grazia della Madonna e di mamma».
La corrispondenza coi figli religiosi era da sempre un rito in casa Amendolagine: la loro lontananza non aveva attenuato il legame famigliare, anzi era l’occasione per scambiarsi impressioni e sentimenti alla luce della fede: le lettere di Lelia e Ulisse, depurate dalla cronaca spicciola che non manca mai, sono il diario sincero di un cammino verso il traguardo comune a tutti i cristiani: quello della santità.
Di notevole interesse sono le lettere inviate in occasione dei momenti «forti»: la partenza dei ragazzi per i rispettivi istituti religiosi — connotata da una vera e propria «liturgia domestica» — la loro vestizione e professione, la prima messa di Giuseppe, e così via. Ecco ad esempio come Ulisse descrive la partenza di Roberto per l’istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane: «Ieri mattina R. ha apparecchiato l’inginocchiatoio, l’acqua benedetta, il calamaio, la penna ed il Santo Vangelo. Recitato il Pater Noster e l’Ave Maria ho scritto la dedica sul Vangelo: NEL GIORNO TANTO DOLOROSO DELLA TUA PARTENZA CI SIA DI CONFORTO QUESTO SANTO VANGELO. Poi con la palma benedetta tenendo egli in mano la candela benedetta l’ho asperso con l’acqua santa. [...] Siamo usciti dal portone... Ma quanta tristezza per noi genitori che siamo stati abituati per tanti anni alla vostra presenza. [...] Ringraziamo Dio poi e principalmente se vi darà la grazia della vocazione religiosa e a te, altresì del Sacerdozio, che è una cosa distintissima e privilegiata per la vita dopo la morte corporale». L’accenno al sacerdozio per il solo Giuseppe si spiega col fatto che i Fratelli delle Scuole Cristiane sono una congregazione esclusivamente laicale, a differenza dell’Ordine carmelitano: difatti anche Roberto, sentendosi chiamato al sacerdozio, più tardi per essere ordinato dovrà lasciare la congregazione, con la quale manterrà tuttavia contatti cordiali.
Alla vigilia della vestizione di Giuseppe — il 31 ottobre 1947 — Ulisse così si rivolge al figlio: «Penso che siccome io sono Fra Giovanni Terziario, invece di padre e figlio siamo diventati fratelli. Come si concilia questa cosa? E poi quando tu sarai diventato Padre, tu sarai il Padre ed io il figlio e tu sarai padre di tuo padre. Vedi che imbroglio! Ma io scherzo perché so bene che occorre distinguere la materia dallo spirito. Padre secondo lo spirito, figlio secondo la carne. Ricordo che avevi appena pochi giorni di vita e io ti tenevo in braccio... quando passavo sotto il quadro della Madonna Immacolata tu sorridevi... ne dedussi una predilezione speciale da parte della Madonna benedetta e infatti tu hai voluto farti dell’Ordine della Madonna. Perciò pregala sempre, non mancherà di benedirti».
Alla vestizione di Giuseppe intervennero entrambi i genitori dopo un faticoso viaggio su carro bestiame (si era nell’immediato dopoguerra e i trasporti erano quelli che erano). Tornati a casa, Ulisse sentì il bisogno di riprendere subito la penna per sottolineare il suo nuovo, speciale legame col figlio: «Carissimo Fra Raffaele (Giuseppe)», comincia così, spiegandosi subito:
«Vedi, tu (Giuseppe) fra parentesi e Fra Raffaele fuori parentesi, io (Fra Giovanni) fra parentesi e Ulisse fuori. Infatti fuori io vesto da secolare e tu vesti da religioso, di dentro siamo religiosi entrambi, o almeno dovremmo esserlo».
Si nota l’impegno esplicito di vivere la consacrazione da laico senza compromessi, coi massimo fervore. Ma è ancora ben presente in lui la coscienza del ruolo paterno: Giuseppe ha appena 16 anni ed è sicuramente in buone mani, ma è appena agli inizi del suo cammino. Ulisse lo accompagna, meglio lo affianca, facendolo al tempo stesso sentire ancora della famiglia, sulla quale non lesina informazioni. Ad esempio, c’è Leonardo che si sta ponendo domande importanti e interpella il padre: «Leonardo mi assedia», così Ulisse, «e vuole da me continue spiegazioni in materia politica e politico-religiosa: se l’infallibilità del Papa si estende anche alla politica, se vi possono essere dei casi in cui la guerra sia giusta, se lo sciopero è lecito o meno».
Il rapporto con Leonardo e Teresa, ad un certo punto toccherà punte conflittuali, il padre fatica a rendersi conto dei cambiamenti in atto nella società. Ad esempio, per la scuola serve un libro di Kant — la «Critica della ragion pura» — e Ulisse non vuole acquistano perché contiene tesi discutibili dal punto di vista cristiano; ma acconsente quando viene a sapere che il volume è commentato da un filosofo cattolico. sempre Leonardo l’antagonista sul piano della curiosità critica: così, dopo aver informato con stile telegrafico che «Mamma, come il solito, dolori testa, reumatismi. Comprato cappello mamma. Mamma lavorato fare paletot nuovo per Teresa. Zio Guido e zia Gilda arrabbiati per tua professione. Prega per loro», aggiunge: «Leonardo vuole sapere perché dottrina cattolica non ammette “Fine giustifica mezzi”, vuoi sapere perché morale kantiana indipendente dalle sanzioni inferno-paradiso non sia giusta, vuoi sapere perché si debbano rispettare libertà democratiche nonostante certi abusi, e così via...». E Ulisse abitua i figli a chiedersi i perché dei perché e a risolverli mostrando la luminosità della fede e della morale cattolica (così afferma Roberto).
Da altre lettere si vede come egli segua da vicino l’evoluzione intellettuale del figlio maggiore, nell’età in cui urgono gli interrogativi esistenziali: «Leonardo si sente la mente ottenebrata, difficoltà ad imparare, scoraggiato, io confortare, tu pregare. Leonardo ha avuto discussione con padre carmelitano circa vocazione religiosa tale ordine. Leonardo contrario su tutto. Grandi dibattiti fascismo-antifascismo. Suo amico Michele, antifascista, sdegnato. Tu prega». E ancora: «Leonardo un po’ insofferente, impaziente per io studio. Vuoi troppo ragionare. La sera va a Santa Teresa e vuole contraddire sempre tutti. Prega per lui». In quello stesso periodo, col consueto senso pratico, Lelia era invece preoccupata per la salute fisica del figlio: «Leonardo dice che si sente esaurito e domani gli farò cominciare una cura di fosforo...».
Si intuisce in ogni caso che, non essendo Leonardo e Teresa sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda degli altri fratelli che stanno vivendo l’esperienza della vita religiosa, faticano a seguire il padre su certi sentieri, soprattutto una volta inseriti in un clima culturale più laico. Così Leonardo, entrato in università, a contatto con un ambiente totalmente diverso da quello della famiglia e della scuola cattolica, si sente provocato sui temi della fede. Ulisse se ne preoccupa e ne mette al corrente Giuseppe: «Ieri sera», scrive, «mi ha trattenuto sino a tarda ora sulla questione dell’esistenza di Dio e dopo si è inginocchiato con me a dire il Rosario». Varie difficoltà in seguito costrinsero il giovane a cambiare facoltà (da ingegneria a scienze politiche) ed egli sarà preda di un forte esaurimento nervoso, con conseguenze assai serie.
Comportamenti sempre più inusitati e imprevedibili del figlio maggiore collaborarono a creare nella famiglia, priva di madre, molte difficoltà. Anche in queste dolorose vicende si notarono la fede, la pazienza e il silenzio di Ulisse.
Su Teresa, che evidentemente ha un carattere più allegro e socievole, come la madre, convergono molte delle sue compagne di scuola, che la vengono a trovare e le telefonano spesso; qualche volta la ragazza rientra un p0’ più tardi del solito e Ulisse la rimprovera.
Egli sente tutto il peso della severità e confessa: «Non riesco a tenere a freno la stizza, mi occorre pazienza, calma, fiducia in Dio e coraggio. Prega e fa’ pregare per me».
LE CONTROMISURE: CONSIGLIARSI, CONTROLLARSI E PREGARE
Ulisse dunque si rende conto delle molteplici difficoltà che incontra sia nell’ambiente di lavoro che in famiglia. Conosce i suoi limiti e per questo si raccomanda alle preghiere di Giuseppe e Roberto, mentre di pari passo intensifica gli sforzi su se stesso per trovare un equilibrio nuovo nei rapporti con gli altri.
Gli interlocutori privilegiati di questa sua umile, sofferta ricerca restano comunque i due figli religiosi, nell’epistolario soprattutto Giuseppe, perché con loro Ulisse si può confrontare e, confessando anche le sue tentazioni o sconfitte, trova in essi un aiuto per accettare cristianamente le prove che aumentano, non ultima quella della malattia che lo colpirà.
Lo spazio non ci consente di approfondire certe pagine di questa corrispondenza, che rivelano anche la dimensione ascetica del Terziario Carmelitano, il suo gusto per la contemplazione: «Ho dei pensieri eucaristici da confidarti», così scriveva già nel 1949 a Giuseppe. «Penso agli altari in cui è conservata la SS. Eucaristia in tutto il mondo. Se tutta l’umanità si raccogliesse ai piedi di questi altari ad adorare Gesù chi sa che cosa avverrebbe?! Il Signore farebbe grandi grazie; gli uomini
hanno a propria portata il Signore dell’Universo immenso ma non ne approfittano. Pensano ad altro e restano immersi nella loro miseria. Mi sembra che non ci sia altro da fare che stare in adorazione perpetua davanti al Tabernacolo. Ma la santa Volontà del Signore è diversa. Pare che ci dobbiamo guadagnare il paradiso attraverso le cose di questo mondo. Quando mi corico la sera, mi rammarico di non potermi recare in chiesa...».
Nei momenti di sconforto, Ulisse trova le risposte adatte in quell’insuperato capolavoro che è l’Imitazione di Cristo: «Io lo adopero così», spiega a Giuseppe:
«apro ad una pagina qualsiasi così come a caso (il caso non esiste come insegna alla Radio Vaticana il prof. On. Enrico Medi, è invece il Signore, perché non si muove foglia che Dio non voglia) e là dove mi si posa lo sguardo trovo la risposta che mi soddisfa ed alle volte mi dà tanta luce».
Nel maggio 1954, Ulisse ha compiuto 61 anni e si sente alquanto indebolito: «Devo ringraziare il Signore», scrive, «perché non credevo, quando ero giovane, di giungere a questa età. Io sono un po’ stanco per il lavoro e mi prendono improvvise amnesie...». Un giorno, mentre in corridoio sta per dirigersi verso il suo ufficio, perde improvvisamente la memoria e deve rivolgersi ad un usciere per farsi condurre nella sua stanza. «Però non ti impressionare», aggiunge per tranquillizzare il figlio, «non c’è nulla di grave». E racconta un particolare che forse sta alla base di questa inattesa «defaillance»: «C’è stato un deputato democristiano che ha fatto un’interrogazione contro il mio ufficio senza però accennare alla mia persona. Questa interrogazione sarà discussa alla Camera e non so come la cosa andrà a finire. La ragione di tutto questo è perché una pratica non è andata secondo i suoi desideri. Siccome tra le altre cose questo deputato ha detto che l’ufficio non era decoroso, subito mi hanno cambiato i mobili... noce scuro... armadio con uno specchio interno, un divano e due poltrone in pelle». Racconta poi che il giorno 14, in occasione del suo compleanno, il personale dell’ufficio gli ha regalato un mazzo di fiori «in un vaso di cristallo», precisa non senza una punta di ironia, «che sta ad adornare e rendere più decorosa la stanza, secondo i desideri di quel deputato».
Ma il suo pensiero è sempre fisso in Dio: «Carissimo Giuseppe», conclude quella che sarà la sua ultima lettera antecedente la malattia (prima paresi: 24 novembre 1955), «fra Raffaele mio, beato te che puoi lavorare vicino a Lui e puoi quando vuoi durante il giorno andarlo a trovare: il Signore. Il nostro Ministero ha bei mobili, ma non una cappella dove sia custodito il SS. Sacramento. Allora occorre averlo nell’anima. [...] Ma ringraziamo in tutto il Signore e la Madonna benedetta che sempre ci provvederà e ci consolerà».
Nel suo ufficio, Ulisse ha collocato una immagine mariana: si tratta di un regalo, forse l’unico che questo integerrimo funzionario ministeriale abbia accettato in tutta la sua carriera. Lui ne riferisce al figlio così: «Un tale che mi vuole ringraziare.., esco nel corridoio e lo ringrazio dei ringraziamenti e fo per congedarlo ma lui mi corre dietro e mi mette in mano una stampa a colori... io non voglio accettare ma lui insiste.., la cosa mi dà fastidio con tutta quella gente e alla presenza degli uscieri... io la prendo con dispetto e ringrazio. Rientro nell’ufficio e getto la carta sul tavolo.., ma quando ho visto che si trattava di una riproduzione della Vergine Santissima col Bambin Gesù tra le braccia sono rimasto commosso e nello stesso tempo perplesso». Ulisse si fa portare un cristallo sotto il quale — nella parte sinistra della scrivania — colloca la stampa della «Madonna della Vigna» (così si chiama l’affresco riprodotto, che si trova nella cappella cattolica di Neuchatel). «Sono rimasto commosso e perplesso», conclude, «perché non si usa esporre immagini sacre nei principali uffici pubblici italiani.., una benedizione del Cielo.., due suore mi hanno detto di essere rimaste meravigliate ed ammirate».
Il 1955 è un altro anno cruciale per la famiglia Amendolagine. Ulisse sente «sempre più ardua» la mancanza di Lelia e non ne fa mistero, anche perché Leonardo e Teresa hanno accentuato il loro desiderio di indipendenza. In febbraio, egli si sfoga con Giuseppe perché in casa i figli hanno organizzato una festa con gli amici. Nulla di male: nella camera di Leonardo è stato organizzato un buffet freddo, con l’aiuto della domestica Barbara, la quale ha portato anche la figlia. Probabilmente, tutto era stato preparato all’insaputa di Ulisse, il quale scrive: «Sono andato come al solito a prendere la benedizione in chiesa a Santa Teresa. Quando sono tornato ed ho aperto la porta ho visto la sala da pranzo e l’ingresso pieno di signorine e giovanotti.., nella sala da pranzo ballavano al suono del grammofono che suonava ballabili. Io me ne sono andato nella stanza a dire l’Ufficio di Terziario. [...] Tutti senza genitori perché oggi non si usa più conoscerli... Mi sono consigliato con le suore che mi hanno detto di lasciare pure andare Teresa a ballare in compagnia di Leonardo o di Francesco... Anche frate! Mansueto, direttore dell’Istituto dove va Francesco, mi ha detto di non usare severità con i figli, così anche energicamente un confessore americano a Santa Maria Maggiore. Io sento che il mio compito si fa più arduo e sento la mancanza di vostra madre e ho bisogno delle vostre preghiere».
Gli capitano, anche in ufficio, difficoltà e tentazioni di impazienza davanti a certi colleghi scansafatiche. Ed ecco il rimedio: «Matita e pezzo di carta accompagnate dalle solite giaculatorie e dalla preghiera all’Angelo Custode. La matita e il pezzo di carta ho sul tavolo in ufficio, e quando mangio, accanto al piatto. Appena mi accorgo di incominciare ad arrabbiarmi cerco dì scrivere quello che mi fa rabbia. Non ho d’ordinario neanche il tempo di incominciare a scrivere ovvero dopo scritto poche parole, la rabbia si calma. Teresa mi domanda: perché la matita e la carta quando mangi? Ed io rispondo ridendo: “Segreto”».
Sotto l’apparente ingenuità di questi piccoli gesti c’è lo sforzo costante per autocontrollarsi. Ulisse ha ormai misurato la distanza che lo separa dalle nuove generazioni, si consiglia sul da farsi e si adegua, anche se gli costa molta fatica. Anche per questo non rinuncia a tenersi aggiornato culturalmente. Le conferenze del gesuita padre Lombardi suscitano scalpore in tutta Italia: Ulisse, che le segue via radio, ne sottolinea lo «stile impetuoso e gli argomenti religiosi sotto veste sociale, politica, storica».
SERENO TRAMONTO
Il 24 settembre 1955, Ulisse accusa un malore mentre è in ufficio. Si fa accompagnare a casa in taxi. I medici diagnosticano una paresi alla parte destra del corpo, che lo blocca anche nella parola. Rifiuta comunque il ricovero in clinica.
Il 19 ottobre, dopo un periodo di riabilitazione, si riprende e riesce a scrivere con mano malferma a Giuseppe. Poche righe: «Ora sto meglio. Sto a sedere su una poltrona. Oggi è la festa di un amico della Santa Madre Teresa. S. Pietro d’Alcantara. Questi due santi mi hanno impetrato una serenità di spirito grande e ne ringrazio il Signore. Nella tua lettera mi dai tanti consigli spirituali e te ne ringrazio».
Altro biglietto due giorni dopo: «So di certi malati», scrive, «molto più sofferenti di me... essi fanno penitenza come la facevano (volontariamente però) gli antichi anacoreti. Stamane per sbaglio mi hanno portato due volte la 5. Comunione».
Il10 febbraio 1956, accompagnato da Leonardo, Ulisse fa una prima riapparizione in ufficio, dove riceve un’accoglienza calorosa. Ma il superiore gli dice di rimanere a riposo finché dura il cattivo tempo e lo fa ricondurre a casa con la sua automobile. Il decorso della malattia è lento, con scarsi miglioramenti. Ulisse si sente spesso per telefono col suo sostituto e di tanto in tanto alcuni dipendenti lo vengono a trovare a casa.
A partire dalla metà di maggio, la corrispondenza è tutta incentrata sulla imminente ordinazione sacerdotale di Giuseppe. Il padre formula auspici per una serena vita sacerdotale, esorta, prega e fa pregare, si preoccupa anche di questioni organizzative spicciole come la preparazione delle immagini-ricordo e degli inviti. Si accorge che, avanzando negli anni, ha ancor più bisogno di coraggio e di pazienza, oltre che di «più rassegnazione ai santi e spesso imperscrutabili voleri del Signore» perché, confida, «tentazioni in senso opposto purtroppo non mancano».
Poiché, per necessità fisiologiche, si sveglia molto presto (alle 4 o alle 5) senza più riaddormentarsi, approfitta dell’opportunità per fare un po’ di meditazione: «I pensieri e le preoccupazioni della famiglia e dell’ufficio», così a fra Raffaele, «mi assalgono e cerco di scacciarli dicendo che sono materialità, mentre Nostro Signore è venuto per insegnarci le cose dello spirito, che sono poi quelle che avranno importanza perenne, eterna. Richiamo quindi alla mente qualche insegnamento di Nostro Signore. [...] Quando filtrano le prime luci dalla finestra incomincio le mie preghiere di Terziario, dico anche qualche preghiera ad alta voce per farla sentire a Teresa e a Francesco e (indirettamente) a Leonardo. Poi faccio il quarto d’ora prescritto di meditazione sul Vangelo. [...] Quando non vado in ufficio recito il S. Rosario davanti ai quadri sacri della casa e poi la lettura spirituale... nel pomeriggio recito di nuovo il Rosario e le preghiere di Terziario, la meditazione della sera, la Radio Vaticana... poi dico ad alta voce le preghiere della sera e vado a dormire. Comunione spirituale quotidiana, quando non faccio la Sacramentale». Queste pratiche di pietà raccomandava anche a sua sorella vedova, sola e più avanti negli anni.
Fra Raffaele sarà ordinato il 2 febbraio 1957, ma Ulisse non potrà presenziare alla cerimonia. Il 29 gennaio gli fa pervenire il testo di una preghiera composta da Pio XII per la santificazione del clero, il cui testo gli sembra particolarmente appropriato per la circostanza. Vi si legge, tra l’altro: «Sia viva in te la Fede, incrollabile nelle prove la Speranza, ardente nei propositi la Carità. La Parola del Signore, raggio dell’eterna Sapienza, divenga, per la continua meditazione, l’alimento perenne della tua vjta interiore; gli esempi della vita di Gesù e della sua Passione si rinnovino nella tua condotta e sulle tue sofferenze, a erudizione degli uomini, a luce e conforto nei loro dolori. Faccia il Signore che tu, ordinato Sacerdote, sii distante da ogni mondano interesse, unicamente sollecito della Sua gloria e persista, fedele al dovere, con pura coscienza, fino all’estremo andito, rimettendo con la morte del corpo nelle mani di Dio la ben compiuta consegna per ottenere il premio della corona di giustizia, nello splendore dei Santi».
Il padre potrà invece assistere alla prima messa celebrata da Giuseppe nella chiesa di Santa Teresa. Poco più di un mese dopo, chiede al figlio dei particolari sulla nuova vita da sacerdote e qui c’è un curioso scambio di benedizioni: «Non so se sia esatto», scrive Ulisse, «ma una volta sentii dire che la benedizione del padre per i propri figli abbia il valore stesso della benedizione del Papa. Perciò, ad ogni buon fine, continuo ad inviarti la 5. Benedizione. Vuoi dire che tu me ne restituirai un’altra Sacerdotale».
Nell’estate 1965, in seguito ad un nuovo attacco di paresi (dieci anni dopo il primo), Ulisse è trasportato all’ospedale «Villa San Pietro» dei Fatebenefratelli. In precedenza, a causa dell’aggravarsi dell’esaurimento nervoso di Leonardo, si trovava nella casa di riposo «Villa San Francesco» ai Parioli, ove soffrì la solitudine ma godette della presenza di Gesù nei tabernacolo. Ormai l’arteriosclerosi progrediva in maniera irreversibile. Dal1’ ospedale, Ulisse tornerà a casa sua dove si è stabilito anche Francesco, ormai felicemente sposato, che si occuperà di lui con amore filiale.
Se nel rapporto con Dio è quasi del tutto lucido (prega e si comunica con grande fervore), sembra sempre più assente nei problemi con i famigliari che cercavano di non informarlo per non turbarlo: si nota in lui una evidente regressione.
Nel dicembre 1968 anche Roberto viene ordinato sacerdote, ma per decisione del Capitolo Generale dei Fralelli delle Scuole Cristiane può coronare il suo sogno soltanto abbandonando la congregazione. È destinato alla parrocchia dei Santi Protomartiri Romani. Sarà anche lui a portare al padre di tanto in tanto la Comunione e ad amministrargli nell’ultima notte l’Unzione degli infermi.
Negli ultimi giorni, Ulisse fatica anche a riconoscere i figli. Si spegne, tra le braccia della figlia Teresa, nel pomeriggio del 30 maggio 1969, un venerdì. Pochi minuti dopo arrivano anche Giuseppe e Roberto. A Leonardo, che soffre di turbe mentali, la notizia verrà data soltanto diversi giorni dopo.
UNA COPPIA CRISTIANA
Come spesso succede quando una persona scompare dalla scena di questa terra, non ci si rende subito conto della sua statura. Così, con l’affiorare e il comporsi dei ricordi, le figure di Lelia ed Ulisse ci appaiono nella loro reale dimensione. Già da quanto si è detto, il lettore si sarà accorto di avere davanti una esemplare coppia di sposi cristiani, sinceramente impegnati a vivere la fede con la testimonianza quotidiana e coerente della propria vita, La loro vicenda si può rileggere alla luce della «Christifideles laici» come in un parallelo fra teoria e prassi.
C’è ovviamente qualcosa di datato in certi loro atteggiamenti, che oggi possono stupire. Ma bisogna rifarsi a quei tempi. La sostanza è comunque valida anche per i cristiani di oggi, che vi possono trovare stimolo ed esempio.
Si parla tanto — e lo ha fatto ripetutamente anche il Papa con accenti forti — di famiglia in crisi, di coppie che si disgregano, di figli abbandonati a se stessi che arrivano a odiare i propri genitori: in casa Amendolagine, l’armonia coniugale cementata dalla fede fu il segreto ed il collante del progetto educativo. Ulisse poteva dire, ad esempio al figlio: «Non ho mai lasciato tua madre sola una sola notte», eccetto evidentemente il breve periodo in cui Lelia era ricoverata in ospedale. I due erano, come si suol dire, un cuor solo ed un’anima sola.
Una volta Lelia, non potendo accompagnare il marito nella visita al convento carmelitano, scrive a Giuseppe: «Ti benedico e ti abbraccio per mezzo di papà che a voce ti dirà tante cose». Ulisse informa che ha visitato i sepolcri in tre chiese per il Venerdì Santo e aggiunge un pensiero spirituale: «La Resurrezione attesta che N.S. Gesù Cristo è Dio... Se Gesù è Dio la sua Chiesa è divina, la sua dottrina è vera, allora noi abbiamo l’anima immortale, allora Gesù è veramente nella SS. Eucarestia, e se è così perché non stare sempre in compagnia della SS. Eucarestia?». E subito Lelia commenta: «Dopo tutte le cose magnifiche scritte da papà mi sento piccola piccola piccola... Ti auguro una Santa Pasqua proprio Santa».
Un giorno Lelia prega il marito, indisposto, di non andare in ufficio, mentre lui vorrebbe recarvisi ugualmente. Lei commenta, sulla stessa lettera a Gìuseppe:
«Papà fa una vita veramente impossibile, ed io prego assai che il Signore gli dia la salute: alle sette e mezza è già fuori di casa e ritorna quasi alle tre, alle cinque va via un’altra volta fino alle nove e mezza... così lo stomaco non funziona e la salute se ne va...».
E il marito in più lettere: «Mamma cuce, cuce, cuce, lavora per voi»; «mamma lavora, lava (e le fa male), esce per la spesa».
Tra i due coniugi c’era dunque la massima confidenza e concordanza: Ulisse riferiva alla moglie anche i minimi episodi di cui può essere costellata la giornata, e lei incoraggiava e suggeriva. Reciproca era pure la stima: prima di decidere qualcosa, Lelia sentiva il parere di Ulisse e viceversa: «A casa», racconta fra Raffaele, «non ho mai sentito un contrasto tra mamma e papà. Qualche volta era mamma a calmare il marito nei suoi ragionamenti “un po’ troppo filosofici”. Papà aveva una tendenza al pessimismo e mamma glielo faceva notare: era sufficiente un “basta” detto con voce ferma, che papà accettava, sorrideva e taceva. Mamma invece per carattere tendeva all’ottimismo e per questo entrambi si completavano».
«Dinanzi a noi — dice Roberto — scherzavano tra loro sullo star bene chi con lo scirocco e chi con la tramontana».
Anche i resoconti epistolari della cronaca famigliare, redatti insieme, danno l’impressione dì una sinfonia a due voci: «Come ti ha già scritto papà», oppure «Come ti ha detto mamma» erano le frasi ricorrenti in ogni lettera ai figli. Se c’era differenza, era sui contenuti: Ulisse privilegiava le descrizioni e le riflessioni ricavate da letture o da prediche ascoltate, Lelia invece era più coi piedi per terra, vicina alle piccole preoccupazioni di ogni giorno.
Anche per questo,la vedovanza significò per il dot[or Amendolagine un’esperienza molto dura, fatta soprattutto di solitudine, che sicuramente ne accelerò il crollo fisico, anche perché lui non si sentiva all’altezza della moglie come educatore: i suoi pensieri e le sue decisioni, senza il «filtro» equilibratore di Lelia, a volte ottenevano l’effetto contrario. Se la donna sapeva convincere anche a parole, Ulisse preferiva farlo col silenzio e con l’umiltà che lo caratterizzava. Entrambi, comunque, irradiavano a chi li circondava il senso del divino, del soprannaturale, concretandolo nella costante disponibilità ad aiutare e soccorrere chi era nel bisogno, con discrezione ma con generosità.
Questa loro testimonianza aveva i connotati di un apostolato tipicamente laicale: Ulisse e Lelia — si è visto — pregavano e facevano pregare per la conversione dei parenti non praticanti. Lui arrivò a fare catechismo ad una «colf» mentre questa lavava i piatti. La stessa sofferenza era da loro vista come strumento di apostolato: un giorno Lelia, durante il ricovero in clinica, confidò ad un religioso (P. Bernardino...) di avere offerto la propria vita al Signore per la purezza dei figli:
dove «purezza» significava per lei vita di grazia, vita senza peccato.
In famiglia c’era, infine, grande attenzione per le missioni e i missionari. Ricorda fra Raffaele: «Quando partì P. Gioacchino per la Cina fu come se fosse partito uno di casa. Con loro nacque un rapporto epistolare interessante. Mamma soprattutto scriveva spesso e P. Gioacchino rispondeva o mandava notizie a casa nostra per mezzo del fratello, P. Dositeo, che stava anche lui a Santa Teresa. L’avvento del comunismo in Cina era seguito con apprensione da mamma e papà che pregavano molto per lui e ci raccomandavano di pregare».
Analoga attenzione per le vocazioni sacerdotali e religiose, considerate dai coniugi Amendolagine come una vera benedizione del Cielo, anche se il distacco dai figli dovette costare loro moltissimo. Lelia, nella valigia di Giuseppe il giorno della sua partenza per il convento, aveva collocato una statuetta di S. Giuseppe con alla base la seguente scritta: «Ogni giorno della tua vita sia benedetto da Gesù, Giuseppe e Maria e da mamma e papà». E don Roberto afferma che Lelia «chiedeva al Signore che uno dei suoi figli fosse chiamato e diventasse sacerdote». Sarebbe stata esaudita in abbondanza.
Col passare degli anni, il ricordo di questi due sposi è più che mai vivo, anche al di fuori della cerchia dei parenti. Per questo noi abbiamo cercato di riproporne l’avventura cristiana, soffermandoci sugli aspetti più significativi della loro vita, con particolare attenzione sulla loro missione educativa (in quanto genitori) e sulla dura prova della sofferenza, due passaggi vissuti alla luce di una fede profonda, nella certezza di avere Dio, la Vergine e i santi al loro fianco, e nella speranza di un premio che certamente essi avranno meritato. Resta la vaidità della loro lezione e del loro messaggio, che speriamo la Chiesa possa presto confermare additandoli come modelli al popolo cristiano.