MARIA ELETTA DI GESU’
(Dall’opuscolo “Madre Maria Eletta di Gesù” del Monastero SS. Giuseppe e Teresa di Terni)
I
INFANZIA E VITA RELIGIOSA
La città italiana di Temi, circondata a Nord dalla brulla catena che la ripara dai venti gelidi, non si può dire che sia artisticamente una gemma. Il suo aspetto, anzi, si presenta freddo per la cortina di nebbia che persino d’estate, nelle prime ore del giorno, la riveste di una sottile patina.
Nei primi del Seicento era una città piccola, sonnolenta ed operosa, in cui una nobildonna, Artemizia, giunse, già anziana, a maturare il progetto di scegliere la vita monastica, sostenuta nella sua determinazione dal suo padre spirituale, il Canonico, di nobile prosapia ma di scarsi beni, Don Angelo Tramazzoli. Suo cugino Alessio, sposato con la nobile Europia Ciamborlani, aveva cinque figli, tra i quali una, nata il 28 gennaio 160S e battezzata in Cattedrale con il nome di Caterina, la protagonista di questa storia.
La nobile spagnola Eufrasia, sua inseparabile consorella a Praga, racconta in una lettera:
“... Caterina era obbediente e di umiltà profondissima e questo fin dai suoi più teneri anni edera la più amata da suo padre che lei serviva con umiltà e siccome a suo padre piaceva che lo servisse trovava giusto obbedire e di altro non si curava”
Obbediva a tutti indistintamente prescindendo dall’età e dall’estrazione sociale, come testimonia la sorella Lucia:
“Caterina aveva una natura di ubbidire a tutti con una grazia particolare “. Questa scrupolosità l’accompagnerà per tutta la vita e le sarà motivo di grandi sofferenze interiori.
Tra tutti i parenti soprattutto lo zio Don Angelo era affascinato da Caterina. In quegli anni aveva il posto di Rettore della Chiesa parrocchiale di S. Giovanni Evangelista in Terni. Andava spesso a trovare la famiglia e, guardando la fanciulla, con entusiasmo diceva ai genitori: “Educate la bambina con cura! la sua vita sarà piena di copiose virtù; Dio mostrerà al mondo intero, attraverso lei, tutta la sua potenza”.
I genitori si impegnano con diligenza e saggezza a darle una vera educazione religiosa. Cercano di educare non solo la ragione della loro figlioletta, ma anche la sua volontà, integrando l’istruzione religiosa con esempi concreti.
La fede mette in lei profonde radici e Caterina non solo impara a conoscerla ma, soprattutto, a viverla. Sente una grande attrattiva per la preghiera. A sette anni riceve la prima Comunione. Soltanto il Signore sa cosa sia avvenuto in quel giorno nel suo cuore.
Soltanto lui ha ascoltato le preghiere ardenti, le forti decisioni che la fanciulla prese in quegli istanti di paradiso.
Ma presto arriva la prova: il padre di Caterina si ammala gravemente. Quante preghiere innalza al Signore, Caterina, perché l’amato padre possa riavere la salute! Ma non viene esaudita. Maturo per il cielo il padre muore quando Caterina ha solo 10 anni. Immersa in un grande dolore, Caterina avverte interiormente alcune parole che la consolano assai e la rendono ancora più decisa a vivere totalmente per il Signore:
“Non avere paura, adesso sarò io tuo padre!”
La tutela dei ragazzi viene affidata allo zio Don Angelo che intanto sta tessendo una fitta rete di relazioni diplomatiche per realizzare il progetto della fondazione a Temi di un Monastero dell’ordine delle Carmelitane Scalze, secondo la poderosa Riforma che Teresa d’Avila aveva realizzato. Tale monastero viene fondato nel 1618.
Caterina visita spesso la chiesa delle carmelitane dove si sente a suo agio, attratta da una vita silenziosa e ritirata. Trascorrere la vita in tal modo le sembra il culmine dei suoi desideri: “Oh, se potessi servire Dio lontano dal mondo e vivere solo per Lui!” sospira spesso durante la preghiera. Ha solo 21 anni quando confida alla sorella Lucia la decisione, sollecitandola ad imitarla. Lucia si convince ben presto e tutte e due chiedono consiglio al loro confessore, lo zio Don Angelo, non potendo disporre di alcuna dote.
Nel 1626, mentre infuria la guerra dei Trenta Anni, la storia “ufficiale” passa per Terni, con l’arrivo dell’Arciduca Leopoldo fratello dell’Imperatore, che si ferma presso i frati carmelitani di San Valentino, lasciando una donazione di cui abbiamo memoria in una lapide dell’epoca. In quel 1626, il 3 giugno, Caterina e sua sorella entrano nella clausura del Carmelo fondato dallo zio e l’anno successivo emettono i Voti. Caterina diventa Sr. M. Eletta di S. Giovanni Battista.
A quell’epoca il monastero delle Carmelitane era in condizioni poverissime: le poche celle mancavano di porte e finestre, sostituite da un vecchio telo per proteggersi dal freddo e dai ladri. Il regime alimentare non poteva essere più misero; solo nelle feste importanti si portava in tavola il pesce, se i benefattori lo davano in elemosina. In occasione di una visita del Padre Provinciale, Padre Serafino di Santa Maria, Sr M. Eletta estrae a sorte un biglietto con le parole: “Figlia, sforzati di diventare santa, io voglio che la fama delle tue virtù si propaghi per tutta la terra”
II
CONFONDATRICE A VIENNA
Da molto tempo l’Imperatrice Eleonora, della famiglia dei Gonzaga, aspettava l’arrivo delle fondatrici del suo Carmelo viennese. Suo marito, Ferdinando IIi Asburgo, Imperatore sempre in armi per difendere la sua dinastia dai protestanti, era stato detronizzato in Boemia dal conte palatino Federico. Da qui la guerra dei Trent’anni, la più terribile combattuta in Europa, la battaglia della Montagna Bianca a Praga e la vittoria dell’ Imperatore cattolico.
Il S settembre 1629 Sr. M. Eletta, a 24 anni, è chiamata a partire per la fondazione del Carmelo di Vienna. Vive in un grande fervore di spirito. Non immagina quanto sia oneroso fondare monasteri né quanta esperienza richieda. La mattina in cui le viene comunicata la notizia, stando in orazione, si sente mossa interiormente da una straordinaria forza d’amore ad aderire al volere altrui, anche in cose grandi, con totale ed eroica sottomissione. Terminata l’orazione, si ritira in cella dove la trova Sr. Caterina, Maestra delle Novizie, che le comunica la volontà dei Superiori. Il suo spirito esulta nella speranza di poter convertire tanti eretici e magari morire martire.
Eleonora Gonzaga organizza tutto per l’arrivo delle carmelitane scalze fondatrici: due sorelle da Genova, Madre Paola Maria e Sr. Maria Teresa di S. Onofrio e due da Temi, Madre Caterina, maestra delle Novizie, e Sr. M. Eletta, la più giovane di tutte. Madre Caterina e Sr. Maria Eletta, accompagnate dalle sorelle, Lepida e Chiara e dal fratello Giuseppe, partono alla volta di Bologna per congiungersi con le monache di Genova. Il viaggio dura 14 giorni. Le genovesi giungono a Bologna il 30 settembre. La partenza viene fissata il 6 ottobre, per Innsbruk.
Fa parte del seguito una nobildonna con suo figlio, un ragazzo attento e curioso che ci ha lasciato una vivacissima descrizione delle traversie e delle avventure di questo incredibile viaggio: “Le carrozze sovrastate e sommerse dal fango, gli incontri con soldati con gli archibugi in spalle et il miccio acceso in mano, le quali cose pare che diano un non so che di terrore, Sr M. Eletta ne aveva grande paura.”
La domenica il corteo giunge a Trento e si ascolta la Messa in Duomo, dove si svolse il Concilio Tridentino, nella meraviglia del suono dell’organo che dicono sia il migliore del mondo. Il martedì si comincia a percorrere la via Tedescaria: cammino spaventoso e strano, montagne altissime, fiumi impetuosi, strada strettissima, da una parte il monte, dall’altra il fiume impetuoso, la ruota della carrozza sul precipizio. Il 21 ottobre arrivo ad Innsbruk, dove l’Arciduca Leopoldo e sua moglie, Claudia de’ Medici le accolgono con tenerezza e stima.
Durante il viaggio erano accaduti avvenimenti memorabili. Documenti d’epoca narrano che il cavaliere austriaco Hartmarm von Karlstein, capo della spedizione, è mosso a pentirsi dei suoi molti peccati, innominabili, dall’innocenza e dalla purezza delle quattro monache che affrontano con coraggio e generosità tutte i disagi del viaggio. La più giovane Sr. M. Eletta, mai uscita dalla sua città e per di più sofferente del viaggio: la nausea che la colpisce di fronte al cibo tedesco, il burro rancido, immangiabile per lei abituata alle pesche dolci degli orti di Terni, al dolce olio degli uliveti umbri. Finisce per cibarsi solo di pane ed è così debole che gli improvvisi spaventi del viaggio la fanno piangere, quando, dalle gole dei monti, macigni precipitano rumorosamente in Adige. Il cronachista del viaggio insinua: chi avrebbe pensato che quella monaca, la più giovane del gruppo, che coraggiosamente moriva di paura, avrebbe, nella Germania, confuso gli eretici ed introdotto il sublime magistero di Teresa d’Avila? Dio elegge i piccoli per confondere i grandi.
Dalla penna di Cecilia Teresa sappiamo inoltre che durante il viaggio il nome di Suor M. Eletta di S. Giovanni Battista viene cambiato in quello di Suor M. Eletta di Gesù, in seguito ad una visione avuta da Madre Paola Maria immersa nella preghiera. Dio le ha fatto conoscere che Sr. M. Eletta deve chiamarsi “di Gesù perché Egli l’ama molto ed essendo la Sua sposa più cara deve portare il suo nome”.
A Innsbruck le monache prendono parte alla celebrazione in onore di S. Ursula. Tutti notano non solo le loro vesti grossolane, ma anche il profondo raccoglimento. A Vienna, capitale splendida di un potere smisurato distante anni luce dalle colline povere e lontane dell’Umbria, il corteo giunge atteso. Sr. M. Eletta deve aver sussultato di gioia nello scorgere di lontano le mura della capitale, il corteo delle dame imperiali giunte ad incontrarle, l’Imperatore che le accoglie facendo intonare il Te Deum per le sue monache, come chiamava le quattro italiane, che chiedono di essere condotte subito in monastero, dove un corteo regale le accompagna l’8 novembre. Celebrata la messa solenne l’Arcivescovo stabilisce la clausura.
Il 14 agosto del 1631 Sr M. Eletta scrive dalla clausura di Vienna alla Madre Geltrude di Terni: “Madre mia, non pensi che il mio mal di testa provenga da troppo fervore di spirito, che da ciò sono molto lontana, anche se sono come immersa nell’ardente fuoco del buon esempio che mi danno le consorelle. Nondimeno io me ne sto con la mia solita freddezza, agghiacciata del tutto, tanto che credo sia questo il motivo per cui sento il mal di testa.”
E ancora: “... O Madre mia, le voglio parlare delle ultime sorelle di questo monastero, le quali erano dame di sua maestà l’Imperatrice, ricchissime e potenti... le racconterò la vestizione di una di loro, può immaginare quale sfarzo: sono giunte sulla carrozza di Sua maestà intarsiata d’oro, vestite di broccato bianco a fiori d’oro, cosparso di brillanti, ornate di gioielli sulla testa, intorno al collo e alla cintura.., erano così belle che parevano angeli!.., tutte e tre sono buonissimi soggetti, per quel che ne sento dire dalla nostra cara Madre, che io di ciò non me ne intendo. Spero che facciano una buona riuscita con l’aiuto di Nostro Signore…” Lei era giunta nella splendida capitale con gli occhi sgranati per l’emozione, vestita di stracci subito sostituiti da una abito monacale più decoroso. Saggia lo stava diventando sempre più e concreta se annota: “... il 12 di questo mese prenderà l’abito una sorella conversa. Tutte le nostre converse, grazie a Dio, sono sane, di buon criterio e robuste, si affaticano volentieri.”.
Sr. M. Eletta matura a Vienna per 14 anni. Supera qui i difficili inizi della vita del convento; il freddo tale da minacciare addirittura la vita, la diversità delle lingue, impara il tedesco, è testimone della crescita del Carmelo di Vienna, è attraversata dalla preoccupazione di tutte le consorelle per il trambusto dell’assidua frequentazione della Corte dell’ Imperatrice. Diviene Maestra delle Novizie ed all’età di 32 anni viene chiesta per lei la dispensa papale per diventare Priora, essendo ancora troppo giovane in età, ma non in saggezza. Anche i monarchi della terra sono attirati dalla fragranza del Carmelo di Vienna che racchiudeva anime di singolare levatura morale e, su tutte, Sr. M. Eletta.
A Vienna non si ebbe mai Priora più amabile, più prudente e più saggia di questa ternana, alta di statura e di portamento imponente come le Madonne dell’ iconografia barocca. Un’immagine del tempo mostra un volto dagli occhi chiari, dalle sopracciglia ben disegnate, dalle labbra un po’ pronunciate, dal sorriso buono in un viso aperto e franco. Soffriva a causa di svariate e penose malattie, ma fu preservata dalla morte perchè aveva una missione da compiere.
Il priorato di Vienna è per Madre M. Eletta anche fonte di umiliazione. Attraverso una crocifissione spirituale, Dio la preserva da ogni forma di orgoglio, mantenendola nell’umile cognizione del suo nulla. Viene presa di mira da una monaca che, mossa da antipatia, appoggiandosi alle sue origini ed ai suoi rapporti con la più alta nobiltà, si permette di giudicare altezzosamente la condotta della giovane Priora e di mortificarla. La Madre tollera con pazienza i ripetuti affronti, finché il P. Provinciale ritiene opportuno trasferirla, destinandola a Graz per una nuova fondazione.
Fin dal 1634 Dio aveva rivelato a Maria de Cardenas Villanueva, una dama di Corte dell’Imperatrice allora reggente, che sarebbe stato fondato un monastero di Carmelitane Scalze anche a Praga. In visione vede la città di Praga e il nuovo monastero, in cui una Priora guida, in mezzo a tante ostilità, un gruppo di carmelitane. Quando nel 1637 Maria de Cardenas entra nel Carmelo di Vienna, come postulante, riconosce in Madre M. Eletta la futura fondatrice del monastero di Praga.
III
FONDATRICE A GRAZ
Graz, nella Stiria, era il luogo di provenienza e la residenza originaria della famiglia imperiale.
Ferdinando II era stato seppellito là ed anche la vedova di lui, l’Imperatrice Eleonora, promotrice della fondazione del Carmelo di Vienna, era solita trascorrere un certo periodo in questa città. Non desta dunque meraviglia se viene scelto questo luogo per fondare un altro monastero di Carmelitane nell’Impero Asburgico.
Il progetto era stato di Ferdinando II, ma viene realizzato da Ferdinando III.Il 18 dicembre 1643 i sovrani imperiali, sentiti i Superiori dell’Ordine, decidono la fondazione del nuovo Carmelo a Graz. Motivi di ordine politico lo impongono: l’esigenza di creare un avamposto della espressione più raffinata ed avanzata del cattolicesimo riformato in una terra di confine, la Stiria, esposta alla frizione con l’altro mondo, quello terribile al solo nominarlo, dei Turchi.
Madre M. Eletta, cara alla coppia imperiale, viene designata come fondatrice. Parte alla volta di Graz con Madre Paola Maria ed altre due monache. Il viaggio da Vienna a Graz è molto penoso per la neve e il freddo intenso. Trascorsi sei mesi Madre M. Paola torna a Vienna e Madre M. Eletta resta a Graz come Priora.
Nella pace di un monastero da lei organizzato e diretto, Madre M. Eletta rivela doti grandissime. Si prodiga instancabilmente verso le inferme. Ma la sfera della sua carità non si limita all’ambito del monastero, giunge anche al di fuori. Si distingue per la sollecitudine verso i poveri e la compassione per le loro infermità più ripugnanti.
“L’amore di Dio non è mai ozioso, se è vero amore opera grandi cose, mentre se lascia di operare non è vero amore”. Come la sua santa Riformatrice, avrebbe sacrificato “volentieri mille vite pur di salvare un ‘anima sola”.
La virtù le dona, senza che lei se ne renda conto, un’attrattiva singolare che suscita fiducia e fervore. Tutti cercano la sua amabile conversazione, religiosi e secolari, Principi e Imperatori. P. Leone dei Re, carmelitano scalzo e Lettore di Teologia a Graz, confessore di Madre M. Eletta, è interprete della gratitudine e dell’amore degli abitanti verso la Madre e dedica il suo libretto “Pensieri della S. Madre Teresa e di S. Giovanni della Croce” a Madre M. Eletta di Gesù, vera figlia e degna erede dello spirito dei Riformatori del Carmelo. Dopo la morte della Madre, P. Leone testimonia che ella è stata una delle anime più pure e sante che in quel periodo abbiano combattuto per la Chiesa.
Il 15 giugno 1646 muore a Vienna Madre Paola Maria. Sul letto di morte dice alle figlie che l’attorniano:
“Figlie mie, preparate una sedia a Madre M. Eletta e ditele di sedersi perchè a lei conviene che si sieda”. Madre M. Eletta non verrà mai a sapere di questa profezia che la riguarda. Appresa la notizia della morte della Madre, scrive a Sr. Eufrasia:
Gesù + Maria
La grazia del Signore abbondi sempre più nell’anima di V.C., mia cara figlia Sr Eufrasia, ho ricevuto la sua graditissima con la quale mi sono molto consolata sentendo che si trova consolata col suo ufficio, del che ne ringrazio Nostro Signore. Cara figlia, già la nostra cara Madre Paola Maria sta godendo e vedendo che beni apporta l’esser sempre obbediente al volere divino. La cara Madre è sempre vissuta come vera Carmelitana scalza, ch’è dove possiamo dar gusto e mostrare l’amore che portiamo a Nostro Signore. La nostra cara Madre Paola Maria ci ha lasciato
l’esempio, procuriamo noi di imitarla che ne teniamo la stessa vita..., mia cara figlia, preghi Nostro Signore che io lo sappia fare che predico agli altri e resto sempre indietro; mi è stato molto caro sentire che la cara Madre ancora nell’ultimo mi nominasse il che mi dava speranza che la cara Madre ancorchè non lo merito si ricordasse di me e spero lo farà ancora appresso Nostro Signore. Cara figlia, se ben so che non c’è bisogno, con tutto ciò le raccomando più che mai la cara Madre Priora chè la buona Madre è già vecchia e tutto quello che V.C. farà ad essa... lo riceverò come se lo facesse a me...”
Suor M. Eletta di Giesù.
1febbraio 1646
Il 16 maggio 1655 muore a Vienna Madre Caterina. Le sue ultime parole sono una rinnovata profezia su Madre M. Eletta:
“Figlie mie, chi è quella monaca che sta davanti all’altare che avete eretto qui?” Le monache non vedono nulla e Madre Caterina insiste: “Qui c’è Madre M. Eletta, ma deve sedersi, datele una sedia perché si segga.” Madre M. Eletta era Priora a Graz.
I tredici anni che Madre M. Eletta trascorre a Graz possono essere considerati i più felici della sua vita. Sr. Cecilia Teresa, ricordandosi di questo periodo, scrive: “Abbiamo avuto per lei un grande rispetto ed una grande devozione e abbiamo sempre creduto che fosse una grandissima serva di Dio...”
Le fatiche della Madre attirano molte benedizioni sul monastero e sulla città, ma un’ispirazione interiore la spinge a scrivere ai Superiori per offrirsi per la fondazione di Praga. L’offerta di Madre M. Eletta potrebbe essere interpretata come un desiderio di protagonismo o smania di viaggiare per acquistare fama. Sarebbe un giudizio non oggettivo poiché la Madre, che aveva tanto sofferto fisicamente nelle precedenti fondazioni, sa per esperienza quanto le sarebbe costato un simile viaggio. La pace di Temi, che non aveva trovato nei quattordici anni di soggiorno a Vienna, l’aveva ritrovata a Graz, mille volte di più, in una comunità fervente. Che cosa poteva desiderare di meglio? Una mistica sete la divorava e sentiva solo il bisogno di saziarla, affaticandosi per la gloria di Dio e la diffusione della Riforma di S.Teresa. E la grande storia decide ancora una volta per lei.
IV
FONDATRICE A PRAGA
In una lettera del 22 luglio 1653 Madre M. Eletta scrive alla Priora del Carmelo di Terni: “...Prostrata ai piedi di V.R., Madre, le chiedo la carità di far pregare per me tutta la Comunità di Terni per una mia intenzione ed il bisogno grande di una cosa che mi preme molto...”
Si tratta del proposito di partire per la fondazione del Carmelo di Praga. La fondazione di questo Carmelo era stato un progetto della coppia imperiale sin dagli anni trenta, per un voto fatto dall’Imperatrice che aveva promesso a Dio di fondare un monastero qualora le avesse concesso l’erede al trono, ma per diversi motivi il Carmelo di Praga fu realizzato soltanto nell’ anno
1656.
Praga era importante non solo come capitale della Boemia ma anche per la sua posizione strategica, punto di collegamento dell’Impero con il Regno polacco, cattolico. Nel settembre del 1655, Varsavia prima e successivamente Cracovia, erano cadute nelle mani degli Svedesi. Le monache polacche di Cracovia fuggirono dal loro convento a causa della guerra e furono accolte,
a Praga, dall’Imperatore Ferdinando III e sistemate negli edifici del convento inizialmente riservati alle monache tedesche.
L’8 agosto 1656, il Superiore dell’Ordine, P. Alessandro di Gesù, scrive a Graz, a Madre M. Eletta, che la questione della fondazione era giunta a buon termine e che l’Imperatore esprimeva il desiderio che a Praga andasse lei stessa. Il mattino del 16 agosto la Madre parte per la capitale boema insieme a Sr. Maria Teresa di Gesù. Vienna è la prima tappa del loro viaggio. Vi giungono la mattina del 20 agosto e vi rimangono per due giorni. L’incontro con le sorelle viennesi è molto cordiale.
Il 22 agosto, un gruppetto di cinque monache accompagnate da P. Alessandro, parte dal monastero viennese. Sono Madre M. Eletta, Sr. Paola Maria, Sr. Eufrasia di Gesù Maria, Sr. Teresa di Gesù e Sr. Giuseppa di Gesù. Madre M. Eletta porta con sé un documento che la dichiara Vicaria di tutte le carmelitane di Praga con il compito di organizzare la nuova comunità carmelitana.
Il primo settembre, verso le 16, arrivano a Praga. Venerano nella chiesa dei Padri Carmelitani la statua miracolosa del Bambino Gesù e si recano nella casa adibita a monastero dove si trovano le monache polacche. Al sopraggiungere delle cinque carmelitane, le monache polacche vanno loro incontro con i mantelli bianchi, le abbracciano con grande gioia e, poiché non conoscono la lingua tedesca, ripetono: “Benedictus qui venit in nomine Domini “. Per le consorelle appena arrivate hanno preparato solo due camere molto semplici, povere e cinque pagliericci ornati di fiori. La povertà le aveva accompagnate anche qui, come in tutte le fondazioni. Del resto anche le polacche hanno solo il necessario. La maggiore difficoltà sta nella impossibilità di comunicare, superata, pur se in minima parte, con l’aiuto della lingua latina.
Appena l’Imperatore apprende che le sue fondatrici sono arrivate, vuole andare a visitarle. Madre M. Eletta è nominata Vicaria e l’Imperatore elegge S. Giuseppe protettore del monastero. Madre M. Eletta ordina ogni cosa con sapienza, prudenza e grande abilità, doti che possiéde in sommo grado. Insieme ad altre monache impara la lingua locale per rendersi utile alla popolazione. Malgrado la sua malferma salute, le sue faccende d’ufficio e le sue preoccupazioni, precede tutte col suo meraviglioso esempio e la benedizione di Dio si posa visibilmente sul nuovo monastero. Il vescovo Suffraganeo di Praga, un grande servo di Dio, dopo aver parlato più volte con Madre M. Eletta, riconosciute le sue virtù, dice a Sr. Eufrasia: “E’ chiaro che il buon Dio ha preso il monastero sotto la sua speciale protezione perché ha una Priora santa”.
Trascorsi alcuni mesi, l’animo di Sr. M. Eletta viene sottoposto a esperienze drammaticamente contrastanti. Nascono tensioni e conflitti con le consorelle polacche, poco inclini alla rude e severa disciplina da lei imposta. Due converse ne compromettono la fama, accusandola di eccessivo rigore anche presso l’Arcivescovo che la teneva in grande stima.
“Sia benedetto Dio perché qui sono ben conosciuta” è il commento di Madre M. Eletta.
I Superiori, importunati da continue lettere che la denigrano, pur non dandovi del tutto credito, pensano tuttavia che ci sia qualcosa di fondato. Quando giungono a Roma i Padri capitolari della Provincia di Polonia, questi vengono interrogati sull’operato della fondatrice di Praga. Purtroppo non giovano per nulla alla Madre, la cui sofferenza si acuisce allorché l’unico fratello carnale, Giuseppe, troppo credulo, si mostra sdegnato per la sua condotta.
Immersa in un terribile martirio spirituale, la Madre fa tesoro della sofferenza stringendosi al suo Amato Crocifisso, convinta che Dio la crocifigge per concederle maggiori grazie. L’unico conforto le viene dalla corrispondenza con il suo caro Carmelo di Terni da cui, benché sia conosciuta la tempesta e le vengano richiesti chiarimenti, riceve qualche consolazione. Non possono negare il conforto a questa consorella ritenuta colpevole da tutti, che non sa discolparsi e che attraverso la corrispondenza manifesta la sua moderazione e la sua umiltà.
Nella “ Breve Relazione” del 1675 scritta dal carmelitano scalzo, P. Sebastiano del B.G., confessore del Carmelo di Terni, si legge: “Sr M. Eletta esprimeva talvolta nelle lettere inviate al Carmelo di Terni il dolore dell’animo e senza punto lamentarsi degli autori attribuiva a se stessa ogni colpa, meritevole, come diceva, dell’ istesso inferno per i suoi peccati. Ed io avendo tenuto sott’occhio molti fogli di simile lettura confesso il vero, che al suono degli umili sentimenti della Madre sentivo anch’io, quantunque risentito nelle mie passioni, qualche moto nella volontà che tacitamente mi inclinava alla mansuetudine ed a soffrire nelle occasioni qualunque travaglio per Cristo.”
Il 22 ottobre 1662 Madre M. Eletta scrive alla Priora di Terni: “Praga è luogo di croci e di mortificazioni. Di tutto sia sempre benedetto il Signore”.
Sr. Marta di Cristo, una novizia conversa, nutriva una certa antipatia nei confronti della Madre, pensando di non esserle gradita. Un giorno, durante la celebrazione della Messa di Pentecoste nell’anno 1662, la novizia vede entrare attraverso la porticina della comunione, una candida colomba che va a posarsi sulla testa della Madre. Dopo questo avvenimento la sorella rimane libera da ogni pregiudizio e spesso la si sente ripetere: “La Madre è una santa!”
Vivente la Madre, Sr. Marta non rivela a nessuno l’accaduto, a dopo la sua morte è costretta a manifestarlo per obbedienza. Prima di morire, nell’anno 1684, lo conferma con giuramento alla presenza del confessore di comunità, P. Fabiano di S. Alessandro.
Il Buon Dio vuole mostrare quanto le preghiere della Madre e delle monache Gli siano gradite. Nel 1658 un terribile temporale si abbatte su Praga; spaventosi fulmini si scaricano sul monastero che sembra debba scomparire dalla faccia della terra. Madre M. Eletta con le sue monache prega con fervore e il popolo, improvvisamente, vede una croce d’argento, tra le nubi, ferma sopra il monastero. Le nuvole poco dopo si disperdono e il temporale cessa. Nella cronaca del Convento di Praga - par. 27 - viene descritto questo temporale insieme alla visione che ha P. Cirillo, carmelitano scalzo, durante la S. Messa. Nella visione Dio gli aveva rivelato che il temporale era stato causato dal maligno, rabbioso contro Madre M. Eletta e Sr. Eufrasia, sua fedele compagna di fondazione.
Una lettera scritta e firmata dalle consorelle di Madre M. Eletta in data 22 febbraio 1660, attesta l’amore e la stima delle monache per la loro Priora.
G.M.+G.T
Preghiera umilissima che le carmelitane scalze del povero monastero di S. Giuseppe di Praga espongono umilmente al Rev.mo Padre Generale
Reverendissimo Padre:
Noi, indegne figlie, sottomesse a Vostra Reverenza, ci rivolgiamo tutte con la più profonda umiltà a Lei, nostro Superiore Maggiore e preghiamo supplicando che Vostra Rev.za abbia pietà del nostro monastero e approvi con magnanimità la nostra richiesta. Rev.mo Padre, noi sappiamo benissimo quali benefici, specialmente spirituali, la nostra amatissima Madre M. Eletta abbia arrecato al monastero di S. Giuseppe ed arreca tuttora soprattutto per quanto riguarda le nostre anime. Non solo la sua virtù, la sua sapienza e altri rari doni, ma anche la sua ricca esperienza come Priora la rendono per noi indispensabile. Perciò riteniamo sia nostro dovere pregare umilmente che questo aiuto spirituale per la conservazione della perfetta disciplina dell‘Ordine non ci venga tolto.
Noi, povere Carmelitane Scalze, senza di lei, saremmo come pecore senza il loro fedele e vigilante pastore. Imploriamo quindi, in ginocchio, che la nostra amatissima e veneratissima priora non ci venga tolta. Le firmatarie pregano inoltre, per maggiore sicurezza, che questa grazia venga loro concessa non solo oralmente ma anche per iscritto e accreditata col sigillo del Generale.
Monastero delle Carmelitane Scalze di S. Giuseppe in Praga, il 22 febbraio 1660.
Le indegne e riconoscentissime serve e figlie:
Suor Paola Maria di Gesù
Suor Eufrasia di Gesù e Maria
Suor Teresa di Gesù
Suor Giuseppa Maria di Gesù
Suor Maria di £ Giuseppe
Suor Maria Eleonora di S. Leopoldo.
Questa richiesta viene consegnata al Superiore Generale dopo il suo arrivo a Praga nel mese di febbraio. P Domenico della SS. Trinità rimane così commosso per la semplicità delle monache, che soddisfa con gioia la loro preghiera e alla richiesta aggiunse di proprio pugno: “Io, firmatario, soddisfo volentieri la giusta, pressante preghiera delle mie sottoposte e aggiungo che proibisco alla Rev.da Madre M .Eletta, nei tre anni del mio servizio, di lasciare il Monastero di S. Giuseppe in Praga senza mio ordine espresso.
Dato a Praga il 22febbraio 1660.
P. Domenico della Santissima Trinità Superiore Generale
V
MALATTIA E MORTE
Il 24 agosto 1662, festa di S. Bartolomeo, in occasione dei festeggiamenti per il primo centenario della Riforma introdotta da S. Teresa, il Signore rivela a Madre M. Eletta che l’ora della sua morte è prossima. Durante la Santa Comunione lei stessa prega il Signore di liberarla dalle sue sofferenze e Gesù le promette di venire presto a prenderla. La Madre esulta di gioia perché ormai non desidera altro che unirsi al suo Sposo.
Quindici giorni prima della morte viene colpita da una tosse così insistente da non avere più un attimo di sollievo. Quando comprende che la sua fine è prossima vuole salutare le consorelle.
Le chiama una dopo l’altra e parla a ciascuna con amore. Parla così serenamente che nessuno prevede la fine imminente. Dà a ognuna un suo ricordo: l’immagine di un santo, una reliquia o una croce benedetta.
Il giorno dell’Epifania i dolori diventano così forti che la malata comincia a tremare, a malapena riesce a tenersi in piedi, tuttavia vuole partecipare alla celebrazione per la rinnovazione dei Voti. Appoggiata alle consorelle arriva priva di forze in Coro e come Priora rinnova per prima la sua Professione. Lo fa con un tale fervore che tutte rimangono profondamente edificate. Sono le ultime ore che trascorre vicino al SS. Sacramento verso cui nutriva una particolare devozione. Pare che neppure il suo cadavere potesse star lontano dal tabernacolo poiché dopo essere stato allontanato dalla chiesa fino al 1747, fu poi riposto in una specie di nicchia a fianco dell’altare maggiore.
La tosse, sempre più insistente, rischia di soffocarla. Per quattro giorni lotta con la morte. Ormai sfinita, ordina ad una novizia di bruciare i suoi scritti perché le sembrano tutte “ipocrisie”. L’ultimo giorno lo trascorre nel pieno abbandono alla volontà di Dio nonostante i dolori intollerabili. Verso sera chiede l’olio degli infermi e alle 22 arriva il suo confessore con il Priore dei Carmelitani. Poiché si ritarda a somministrarle i Sacramenti, la Madre, che presagisce la sua morte durante la notte, comincia a recitare da sola le preghiere dei morenti.
Allora il Confessore le dà l’ultima assoluzione e si prepara a somministrarle anche la Comunione come Viatico. Sr. Eufrasia corre in sagrestia per preparare il necessario, ma nella fretta dimentica di portare con sé il lume. E’ così agitata che chiude dietro di sé la porta, piombando nell’oscurità. Piena di paura implora Dio: “Signore, se è tua volontà che Madre M. Eletta muoia stanotte mandami una luce per merito suo affinché possa preparare il necessario per i suoi estremi conforti”! Tutta la sagrestia si illumina di una luce abbagliante e la monaca riesce a trovare senza difficoltà l’occorrente. Nel frattempo la sottopriora, non vedendo tornare la sagrestana, manda un’altra monaca con un lume a rendersi conto dell’accaduto. Entrata in sagrestia, scompare subito il chiarore meraviglioso e Sr. Eufrasia esclama dispiaciuta: “Che peccato! Con la vostra misera luce avete fatto sparire il fulgore celestiale e avete portato l’oscurità in questo luogo. Ciò mi fa comprendere che Nostra Madre morirà sicuramente stanotte!”
Durante l’estrema unzione Madre M. Eletta prega ancora con voce chiara e ferma, poi si fa avvicinare l’immagine della Madonna portata da Vienna, la fissa con amore per più di due ore, si stringe al cuore la croce, rivolge lo sguardo al cielo, respira profondamente due o tre volte e rende l’anima al suo Creatore tra le due e le tre del mattino.
Aveva 58 anni. Era il giovedì dell’11 gennaio 1663
VI
I FUNERALI
Dalla descrizione di Maria di S. Giuseppe e dal postscriptum di una lettera di Cecilia Teresa, in cui vengono descritte la morte e la sepoltura di Madre M. Eletta, si apprende come la Madre fosse conosciuta e amata anche fuori delle mura del monastero. Nello scritto di Maria di S. Giuseppe si legge:
“Essendo stata resa pubblica la notizia della morte della Madre venne una moltitudine di gente per vedere il corpo posto nel Coro davanti alla grata. Alcuni diedero le loro corone, altri misero ghirlande di fiori che toccassero il corpo per poi conservarli come reliquie.., nondimeno per la nobiltà accorsa in gran copia e per altre numerose persone, fu necessario aprire le porte del monastero per poter assistere ai funerali Fatte le esequie dai nostri Padri venne Sua Eminenza per vedere il corpo e celebrò una Messa privata per la defunta, come anche nobilissime Dame fecero cantare solennemente con musica una Messa per lei in chiesa nostra et un Padre domenicano fece nella medesima una predica nella quale assai lodava la Madre e profetizzarono tutti, tanto religiosi quanto secolari, che quel corpo resterebbe incorrotto “.
Il lutto delle carmelitane per la morte della loro amatissima Priora è grande. La bara, estremamente semplice, di legno di quercia, risulta purtroppo troppo corta e troppo stretta e la salma non vi può entrare interamente. Così tra il coperchio e la bara rimane una fessura abbastanza grande.
La tomba era stata preparata nell’area del monastero, su una collinetta rocciosa dove le monache avevano il loro piccolo cimitero. Il giorno del funerale il freddo è intenso. L’acqua e la malta che servivano ai muratori si congelano e per terminare la muratura è giocoforza aggiungere in continuazione acqua bollente.
L’acqua si versa sulla bara e penetra addirittura dentro la stessa che non era chiusa ermeticamente, così la tomba si riempie d’acqua fino all’altezza di un piede. Anche il luogo della sepoltura non era adatto perché il sole, durante i mesi estivi, ardendo direttamente sulla tomba avrebbe accelerato la decomposizione della salma. Dio permise tutti questi inconvenienti per mostrare, più tardi, la santità di Madre M. Eletta. L’intensa drammaticità delle vicende della riesumazione del corpo della Madre, miracolosamente non corrotto dal tempo, contribuiscono a gettare una luce di mistero sulla sua vita.
VII.
TESTAMENTO SPIRITUALE
Possiamo solo tentare di tracciare le linee fondamentali della spiritualità della Priora del monastero praghese. L’esiguità dei suoi scritti ci costringe a basarci, in gran parte, sulle testimonianze redatte dalle monache e soprattutto dai Direttori spirituali, un carteggio che può aiutare a comprendere meglio la complessità del suo animo e ci apre uno spiraglio sulla sua vita interiore.
Sembra che l’esperienza soprannaturale abbia avuto un ruolo fondamentale nella vita di Madre M. Eletta, fin dalla sua infanzia. Graz è il periodo della fioritura della sua vita mistica, tanto che il Confessore le ordina di annotare le grazie di orazione di cui Dio la favorirà. La Priora ubbidisce e annota stati d’animo, doni mistici e visioni, ma al termine della sua vita, decide di bruciare il quaderno.
Nell’archivio del Carmelo praghese si conservano alcune lettere dei suoi Confessori che ci permettono di penetrare in qualche modo nelle pieghe segrete dell’animo della Madre. In uno scambio epistolare del 25 luglio 1637, P. Jan Ludvilc, suo Confessore durante il periodo viennese, risponde ad una sua, in cui Madre M. Eletta si lamentava degli incubi notturni e delle aggressioni diaboliche che di notte la tormentavano
“.. le dico da parte del Signore che lasci perdere quei timori notturni della mente e li scacci con prontezza dal cuore, disprezzando tutti questi assalti de ‘demoni afferrandosi a Cristo suo sposo con una nuova confidenza, coraggiosamente e né si confessi di quelli, né faccia un minimo caso di loro, non più che una tela di ragno non perdendo tempo inutilmente in pensarci. ..fidandosi di Dio e della direzione dei suoi servi i quali in suo nome glielo dicono e comandano. ..Figlia cara quando sarà “non donna ma uomo...”
E’ la raccomandazione che S. Teresa fa alle sue figlie nel Cammino di perfezione: “Non siate donne ma uomini forti!” Così voi permettete.- continua P. Ludvik - che il diavolo si diverta e vi prenda in giro! Non capite che dovete cogliere le rose più profumate e più fresche in mezzo a spine pungenti? Avete dimenticato così presto quanto vi ho lasciato detto come guida spirituale e cioè che dovevate evitare di dar luogo a questi intrighi interni?...”
Ci troviamo di fronte ad uno dei tanti periodi di prova di Madre M. Eletta, in una delle toccanti lotte interiori che la carmelitana vive. Tra le molte tribolazioni e tentazioni presenti nella vita dei contemplativi non mancano gli scrupoli che il Profeta Isaia chiama “spirito di vertigine”. Questa “vertigine” è un’ oscura sensazione che riempie l’anima di scrupoli e di dubbi così intricati da non poter rimanere contenti di niente nè appoggiare il giudizio a consiglio o a concetto.
In questi periodi è indispensabile all’anima una buona guida spirituale, come raccomandano i maestri del Carmelo; Giovanni della Croce insegna:
“L’anima virtuosa, ma sola e senza Maestro, è come il carbone acceso ma isolato, che invece di accendersi si raffredda” (parole di luce e d’amore 7). “Caratteristica dell’anima umile è quella di non ardire di trattare da sola con Dio e di non potersi sentire soddisfatta senza la direzione e il consiglio umano”( 2 libro della Salita 22,11).
E Teresa d’Avila:
“Il demonio ci può sempre tendere una moltitudine di insidie, per cui non vi sarà nulla di più sicuro che andar cauti...scegliersi un dotto direttore e non nascondergli nulla. Facendo così non ci verrà alcun danno” (Vita 2S,14).
Sintonia d’anime - Padre Simone
Ancora più interessanti sono le istruzioni e i consigli contenuti nella corrispondenza avviata con P. Simone, la guida spirituale più qualificata e significativa della Madre per la profondità del rapporto e la sintonia tra le due anime. “. ..O carissima Madre, come soffro al pensiero che la devo lasciare! Ma la gioia che abbiamo condiviso è stata troppo grande e Dio non voleva riservarci tanta gioia in questa vita...” Madre M. Eletta soffrirà la separazione da questo “Padre della sua anima” e imparerà a riporre la sua gioia soltanto in Dio.
“Il suo amore è così esigente - scrive P. Simone - che vuole distoglierci da ogni gioia terrena per rimanere Lui solo nel cuore di chiama”. E in un’altra lettera del 29 marzo 1647: “...voi cara Madre, pregate, chiedetegli il suo amore perché vi sentite così sola.., avete tutto il diritto di rfugiarvi tra le sue braccia e Lui in qualche modo sarà obbligato ad accogliervi...”
Lo stile di questi carteggi ripercorre la sensibilità teresiana. Mente appassionata, “mujer” inquieta e vagabonda, seducente nella sua ostinata tenacia, nei suoi vagabondaggi missionari per tutte le province di Spagna, Teresa d’Avila è anche una persona che vive nella pienezza affettiva e comunicativa del suo essere donna.
Per comprendere fino in fondo le parole con le quali il Confessore rassicura la Madre, è necessario capire che Dio vuole condurre all’ abbandono totale in Lui, distaccando l’essere umano, in un primo momento, da tutto ciò che non sia Lui, per ridonare tutto allorché si diventa con Lui una cosa sola. La morte o “mortificazione” non è mai fine a se stessa nel cristianesimo, ma è sempre un passaggio alla resurrezione, ad una “vita nuova”.
La lettera del 22 giugno 1647 di P. Simone, si presenta più pacata. E’ un richiamo alla fiducia teresiana che da un lato è fede nella bontà di Dio e dall’altro scaturisce dall’amore a cui tende intensamente. Una fiducia audace che è cammino verso la pienezza dell’Amore “...Sicuramente, scrive P. Simone, la separazione e l’assenza creano un vuoto nella vostra anima.., non dubitate che Colui che ha già fatto tanto per voifarà ancora di più per darvi tutto quello che desiderate... Dategli allora di cuore tutta la vostra fiducia ed in essa esercitatevi molto. E’ di questa che ora avete tanto bisogno come piace al vostro “Amato”... Cercate di liberare il vostro cuore da tutto, fatelo in fretta e definitivamente perché io vi assicuro che Dio si aspetta molto da voi... Sappiate carissima Madre che ciò che visto dicendo è molto importante per voi, accoglietelo come se provenisse dalla bocca di Gesù stesso... State con lutto il vostro cuore solo con Colui che è l’unico ad essere degno del vostro amore...”
La terza lettera datata il 15 luglio 1647 introduce al tema della Croce. P. Simone chiede alla Madre di pregare per lui, perché Dio lo aiuti a farlo decidere per la sofferenza d’amore.
“Mi sembra che Dio mi chieda questo, di imprimere per sempre nel mio cuore un pensiero.. in cruce mea reauies. Con pace e devozione che si può trovare solo nella croce decidiamo quindi, cara Madre, di dire insieme di tutto cuore allo Sposo “fasciculus myrrae dilectus meus mihi inter ubera mea commorabitur!” “Il mio diletto è per me un fascetto di mirra, riposa sul mio seno”. Cantico dei Cantici 1,13
La sofferenza finirà, quello che seguirà non avrà fine; o carissima Madre, figlia e sorella davanti alla quale non riesco a nascondere nulla e che così tanto amo nel Signore. Non ho mai provato per un’altra anima il desiderio di perfezione che ho per la vostra e questo desiderio cresce ogni giorno.., ho sempre la sensazione che lei si debba concentrare moltissimo nell’amore puro e santo per il suo Sposo... cercate di ricavare da tutto, l’amore e non tralasciate di amare neppure un momento...
E se possiamo dire che abbiamo iniziato troppo tardi ad amare quella Bellezza che diremmo se continuassimo ancora a tardare ad amarla?
Non so perché vi predico tutto questo ma non riesco a fare diversamente...”
Sedici anni dopo la loro separazione, P. Simone le scrive ancora il 3 gennaio 1663 perché “non è possibile dimenticare così presto una cara Madre...” Di nuovo è presente il pensiero che tutte le difficoltà e sofferenze di questa vita sono un dono di Dio. Come se avvertisse di scrivere ad una persona che sta lasciando questo mondo - Madre M. Eletta morirà una settimana dopo aver ricevuto questa lettera, fa riferimento alla morte:
“...presto moriremo poiché la nostra vita passa così in fretta. E’ necessario cara Madre che vi esercitiate maggionnente nella speranza in Dio, affidandovi completamente nelle sue mani piene di bontà e di misericordia. Ciò ci aiuta molto a farci perdere la paura che spesso inquieta.”
Nei mistici è frequente l’esperienza dell’oscuramento della fede fino a rasentare la “disperazione”.
Angustie e timori
Accanto ai documenti dei due Direttori spirituali citati, ne troviamo altri di P. Gerardo di S. Luca dell’anno 16S6. Si presentano non solo come documenti di tipo amministrativo, ma anche come consigli e ordini più profondi da cui emerge di nuovo una Madre M. Eletta con le sue angustie interiori. Da un lato la sicurezza datale dal possesso di Cristo e la fusione con la sua volontà, dall’altro le sue tormentose incertezze che le procurano sofferenze interiori e dolori fisici.
P. Gerardo apre la Madre alla prospettiva della morte:
“... Avete già una lunga esperienza che questa vita terrena è piena di spine, paure, incertezze, sofferenze, tentazioni e pericoli, siano quindi lodate quelle persone che giorno per giorno si preparano alla morte. Fate vivere in voi il desiderio di Dio e la fiducia nella Vergine Maria. Dovete credere di essere predestinata alla gloria e ad una vita di amore che essi vi daranno. Creda e speri che il suo patire e le buone opere che fa, benchè spesso con languidezza, pusillanimità e distrazione, nondimeno piacciono a Sua Divina Maestà e sono meritorie di grazia e gloria eterna e non dia luogo alle contrarie suggestioni. Sono abbastanza informato sulla vostra vita e la vostra coscienza per cui mi potete e dovete credere. Con questo allargamento del cuore otterrete molto di più che con la solita strettezza, pusillanimità e timore che dal demonio le viene fomentata ed ha radice nel suo carattere pauroso ed ansioso datovi dalla natura. Per amore di Dio meditate su quello che vi sto dicendo, credetemi, abbi ate fiducia in me e vi sentirete meglio.”
L’assenza di Dio, dopo l’esperienza della Sua presenza nel fondo dell’ anima, che costituisce la caratteristica fondamentale della vita mistica, produce nei grandi contemplativi uno stato di desolazione.
Nella seconda lettera P. Gerardo risponde alle ansie della Madre che vede il suo lavoro incompleto e le difficoltà che circondano il Carmelo praghese:
“VR., carissima Madre, deve esseré convinta che Gesù Cristo e la sua SS. Madre sono già stati glorjficati e lo saranno ancor più per l’avvenire in cotesta fondazione, perciò stimo benissimo impiegato tutto quanto Dio ha disposto e dispone circa la sua persona. L’interesse suo particolare e ogni buon testimonio che può avere di ciò sia questo, come è veramente, che non volendo ci rimetta del suo comodo e gusto cioè non ci trovi in cotesto ufficio né molta sanità e nemmeno quella pace e soddisfazione spirituale che può legittimamente desiderare. Si contenti del suo merito che è di travagliare e di patire per Dio. Creda e speri di guadagnare molto là dove crede di perdere. Ogni dì più conoscerà che Dio resta costì ben servito e se ne renderà conto ancor più nell’ora della morte quando avvertirà la sua gioia e la sua soddisfazione.”
Dio sceglie ciò che nel mondo è debole
Dalle lettere dei Confessori si rileva qualche aspetto della personalità di Madre M. Eletta, donna dal temperamento emotivo, timido, scmpoloso, remissivo, quindi fondamentalmente insicuro. Si direbbe la persona meno adatta per assumere gli oneri di una fondazione o, comunque, moli di responsabilità. Se a questa fragilità si aggiungono pesanti malattie, prove interiori ed esterne, assalti diabolici, c’è da chiedersi dove abbia attinto questa monaca quella forza d’animo che le è stata riconosciuta sia all’interno sia all’esterno del monastero.
Nella Storia d’Israele non mancano personaggi qualificati che presentano caratteristiche temperamentali simili a quelle della Madre. Mosè, elogiato da Dio per la sua mitezza d’animo, è un temperamento insicuro e pauroso: “Mio Signore - risponde a Jahwè, che vuole affidargli la missione di liberare il popolo d’ Israele - non sono un buon parlatore... sono impacciato di bocca e di lingua”.
E di fronte al popolo che mormora contro di lui perché sta morendo di sete, Mosè impaurito invoca l’aiuto del Signore : “Che farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”
Spesso Dio sceglie “ciò che nel mondo è stolto... debole... ciò che è nulla...perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Lui.” (I Corinzi 1,27-29).
Un’ innata modestia spingeva la Madre a nascondere i doni di natura e di grazia, ma lo stile con cui affrontava eventi e persone mostrava, suo malgrado, di quale tempra fosse e come Dio operasse in lei. E non lo si vedeva attraverso eventi “miracolistici” bensì attraverso il miracolo di una vita tesa appassionatamente verso un ideale vissuto in tutta la sua radicalità: Cristo Sposo, il desiderato, l’Amato al di sopra di tutto, l’unica Sorgente della sua forza interiore.
Questo cristocentrismo, tipico della spiritualità teresiana, ha il suo fulcro in Gesù Sacramentato. Quanta rilevanza hanno nella vita dei mistici L’Eucarestia, la devozione eucaristica, la Passione di Cristo! E’ anche il segreto di Madre M. Eletta.
Notte mistica
Partendo da Terni aveva esultato al pensiero di poter spargere il proprio sangue per testimoniare Cristo. Otterrà il dono del martirio, il “lungo martirio” della sua speciale vocazione alla vita contemplativa con le sue terribili Notti del senso e dello spirito. P. Gerardo sprona la Madre all’eroismo nell’umile quotidiano che diventa il suo campo di battaglia in cui “l’amore di Cristo la spinge” ad un “totale disfacimento e annichilimento”. In questo “agone” Madre M. Eletta vive la Notte dello spirito.
Il termine “Notte” è un’espressione simbolica, tipica di Giovanni della Croce e si riferisce al mondo mistico. La Notte mistica relega l’anima nella solitudine, nell’ isolamento e nel vuoto, bloccando l’attività delle sue energie, mettendola in stato di timore con la minaccia dei terrori che nasconde in sé. Sotto la morsa della purificazione l’anima viene meravigliosamente preparata all’Unione. Questa Notte non è soltanto purificazione, è anche pena e tormento. Sprofondando lo spirito nelle tenebre, la Notte non ha altro scopo che quello di fargli luce su tutte le cose Sotto l’influsso di questa luce l’anima si sente così impura e miserabile da sembrarle che Dio sia contro di lei e lei contro Dio...
In una lettera di Madre M. Eletta scritta al Confessore dal monastero di Graz, nell’anno 16S3, si riscontrano quasi tutte le caratteristiche di questa Notte:
* tentazioni contro la purezza e rappresentazioni oscene provocate dal maligno;
* pensieri di disperazione;
* timore di essere in disgrazia di Dio;
* continui dubbi e scrupoli riguardo ai peccati confessati;
* tentazioni di suicidio;
* totale solitudine del cuore.
Inoltre raccomanda al Confessore di dirle
“...tutto quello che il Signore gli ispira sarò per la mia povera anima di consolazione e questa tanto più cara, Padre Nostro, che come sa non ho o almeno mi pare di non avere nessuno in cui io abbia confidenza oche trovi qualche sollievo a questo mio poco patire, qual tutto sia per amor di Dio che per lui solo voglio patire e in sconto dei miei peccati...”
A Praga Madre M. Eletta entra nel folto della Notte: “Praga è luogo di croci e di mortificazioni”, scrive alla Priora di Terni e P. Sebastiano nella “Breve Relazione” parla di “vortici spaventosi” che si abbattono sulla Madre. La sua passione per Cristo e per le anime non può accontentarsi solo di preghiere, di sospiri e di desideri. Le sofferenze vivamente testimoniate dai Confessori le diventano un dono per ingraziarsi lo Sposo, un mezzo per unirsi alla Sua Passione, un martirio d’amore e di dolore che la immerge progressivamente nel Mistero Pasquale.
Le ali della croce
I grandi mistici arrivano tutti a partecipare dell’unica “mediazione di Cristo” e Dio vuole che divengano “mediatori e intercessori”, In Genesi, 18,2S-32, Abramo, divenuto l’amico di Dio, intercede per Sodoma, città corrotta che deve essere distrutta. Tra Dio e il suo eletto si instaura un incalzante dialogo:
“Se si troveranno cinquanta giusti... trenta.., dieci...?” Abramo mercanteggia la misericordia di Dio e Dio con la sua accondiscendenza sanziona il molo salvifico dei Santi nel mondo.
La passione per Cristo e per le anime diventa anche in Madre M. Eletta amore per la sofferenza, mezzo per unirsi alla sua Croce. Nella vita del cristiano la “croce” ha un posto centrale, ma “non si può capire né imparare se non portandola e salendovi.” L’albero della Croce, l’unico in perenne fioritura, produce continuamente nuovi frutti. E ciò avviene perché la Croce di Cristo, in virtù della sua efficacia, è qualcosa di molto più profondo di un semplice segno: è un vero simbolo. Esso comunica l’Amore infinito di Dio per noi, fine ultimo per il quale è stata creata e l’unione si ottiene con la Croce perché l’Amore di Cristo lì si è rivelato. L’energia redentrice della Croce investe tutti coloro che l’accolgono aprendosi alla sua azione e in essi si trasforma in quella energia radiante, vitale e formativa che assume il nome di “Scienza della Croce”“La sola strada che porti alla vita e alla vera pace interiore è quella della Croce”, dice l’Imitazione di Cristo.
La follia della croce
Amare Cristo, amarLo con passione significa anche amare l’Ordine. Nella “Breve Relazione” P. Sebastiano scrive:
“Sentendosi infuocata dall’amore per Dio, si infuocava ancor di più per il rispetto delle regole dell’Ordine”:
La scrupolosità di Madre M. Eletta trova in parte una giustificazione nell’ impegno di una vita che domanda di osservare la Regola “con ogni possibile perfezione”. Tale è l’invito di Teresa d’Avila rivolto alle sue figlie e Madre M. Eletta, vissuta nel periodo più vicino alla Riforma, accoglie l’invito con il massimo fervore. Convinta che amare Cristo e cercare la più profonda unione con Lui significa amare coloro che Cristo ha redento, Madre M. Eletta imita il suo Sposo mite, umile, paziente, soprattutto nel momento del “crucifige”.
I brevi accenni sul monastero di Praga evidenziano la sua attività intensa nella gestione e nella cura di chi le veniva affidato, non solo all’interno ma anche al di fuori del monastero. Il cuore di questa donna traboccava di tenerezza e di compassione e non mancano testimonianze al riguardo:
“….era così dolce e soave, scrive Sr. Eufrasia, che bisognava amarla per forza...non si sentiva mai parola che non fosse umile ed era estremamente riconoscente” . Eppure è un cuore che deve scontrarsi con 1’ incomprensione, la persecuzione e quella profonda solitudine interiore ed esteriore riservata ai mistici.
Il tipo di rapporto che Madre M. Eletta ha avuto con le monache, specialmente con alcune, non sembra sia stato così chiaro e semplice come potrebbe sembrare a prima vista. Le monache polacche sono lo strumento della sua purificazione. Non reagisce di fronte a tutte le loro accuse, lasciando la sua difesa a chi la conosceva dai tempi del Carmelo di Terni. Alle lamentele mosse contro di lei presso il Cardinale Harrach risponde: “Grazie a Dio che qui sono ben conosciuta”. Di fronte alle accuse trasmesse ai Superiori dell’Ordine, rifiuta di difendersi mantenendo la calma esteriore, in contrasto con la sua innata insicurezza. Inchiodata alla Croce dello Sposo, non rimane travolta dallo spaventoso vortice. Le piaghe di Cristo sono il suo rifugio, il darGli gusto è la sua consolazione:
La “Croce “è fruttuosa per l’anima, in essa dimostra la sua fedeltà allo Sposo. Le parole della Madre sono un’eco di quelle di S.Teresa: “Attualmente mi sembra di non avere altro motivo di vivere fuorché quello di soffrire, e lo domando a Dio con le più vive istanze. Spesso gli dico con tutto il fervore dell’anima: Signore, non vi domando che una cosa: o morire o patire”(V 40, 20).
Questa “sete mistica” giunge al suo apice poco prima della sua dipartita, quando ordina alla novizia di bruciare il manoscritto dove aveva annotato, per ordine del Confessore, tutte le grazie
mistiche che ora le sembrano “ipocrisie”. In questa espressione è racchiuso il dramma dell’anima della Madre che, immersa nel Mistero Pasquale, avverte non più il fuoco di Dio, la sua gloria, ma il Suo abbandono.
Ormai la tela della sua vita sta per rompersi “al dolce incontro” in una “Gloria” senza fine di cui la Madre è un riflesso. Giovanni della Croce a tal proposito commenta: “... vedendo che ormai nulla più le manca fuorché rompere la tenue tela della vita naturale... ardendo dal desiderio di sciogliersi per essere con Cristo.., implora la rottura dicendo: Rompi la tela a questo dolce incontro “.
VIII
RIESUMAZIONE DEL CORPO
La forza spirituale di Madre M. Eletta, protagonista di un’ autentica missione, oltrepassa le mura del monastero. Una volta cessato il suo diretto contributo, rimane l’eredità spirituale, perché la forza spirituale di una persona non agisce soltanto con la sua presenza e la sua influenza, ma anche con tutto quello che sopravvive dopo la sua morte.
Nel monastero in costante sviluppo Madre M. Eletta continua a vivere non solo nella memoria delle consorelle più strettamente legate a lei; nei documenti del monastero di Praga, successivi al 1663, si incontrano spesso riferimenti che la riguardano. Dopo la sua morte ella rimase presente; sr. Geltrude la incontra mentre cammina per il corridoio con un volto splendente come il sole, ad altre monache appare in sogno. Questa sua presenza non cessa neppure dopo diversi anni dalla morte. La sua tomba, nel giardino del monastero, diventa rifugio nei momenti di sconforto e di difficoltà.
Le eminenti virtù di questa Madre hanno lasciato una traccia profonda nel cuore delle figlie nelle quali, ad un certo punto, nasce il desiderio di aprire la tomba per rivedere quella figura discreta che tanto di sé riempiva ogni angolo del monastero, come viene affermato da Cecilia Teresa e da altre testimonianze.
Una notte Madre M .Eletta rivela ad una monaca, durante il sonno, che il suo corpo è rimasto intatto e le suggerisce di riferirlo alla Priora, Sr. Eufrasia.
Nel terzo anniversario della sua morte Sr. Eufrasia decide di far aprire segretamente la tomba dalla quale proviene uno strano profumo, come di violette. Ottenuto il permesso dal P. Provinciale, vengono scelte cinque monache: la Priora Sr. Eufrasia di Gesù Maria, la sottopriora Cecilia Teresa di Gesù e tre monache anziane, Giuseppa Maria di Gesù, Teresa Maria di Gesù B. e Maria di S. Giuseppe. Tutte, con la preghiera, si preparano a compiere quel lavoro.
La tomba deve essere aperta il 14 gennaio 1666 con assoluta discrezione. Nel giorno stabilito possono dare inizio all’opera soltanto tre monache, perché Priora e sottopriora non sono in grado di sottrarsi, senza essere notate, ai doveri comunitari. Le sorelle Giuseppa M. di Gesù, Teresa M. di Gesù Bambino e Maria di S. Giuseppe si recano, all’ora stabilita, presso la tomba e iniziano a scoperchiarla, pregando con fervore.
Il lavoro, a prima vista, non sembra pesante dato che la volta, ormai poco stabile, è quasi pericolante: pietre e tegole si staccano facilmente e ben presto le monache aprono la parete. Quando l’apertura è sufficientemente grande, le tre sorelle guardano dentro, ma la visuale non sembra promettere niente di buono. La tomba, fino al coperchio della bara, è completamente piena di acqua nera e puzzolente e i teli che escono dalla bara sono ricoperti da uno strato di muffa abbastanza spesso. Benché costernate da questo primo rilievo, tuttavia non si scoraggiano. Velocemente demoliscono tutta la parete, staccano la bara dalla tomba e si affrettano a portarla in una vicina stanza del monastero; a malapena riescono a trascinare la bara che, essendo piena d’acqua, è molto pesante. Quindi richiudono subito la tomba perché nessuno si accorga che qualcosa è stato modificato.
Tornate nella stanza cominciano nuovamente a pregare e sollevano il coperchio. Si sente un odore insopportabile e un’esalazione così nauseante che devono aprire le finestre, ma la salma giace completamente incorrotta nella bara. Le monache cadono in ginocchio per ringraziare Dio di tutto cuore. Il corpo, molto enfiato, affonda quasi completamente nell’acqua puzzolente. L’abito e gli altri teli sono talmente ammuffiti e marciti che si decompongono appena toccati.
Inizia il lavoro più pesante e importante: estrarre la salma senza danneggiare il corpo. Sicure della protezione divina, le monache impiegano senza scrnpoli tutte le loro forze per estrarre il corpo dalla bara e lo depongono su un piano di legno. Ricoperto completamente da uno strato fitto di muffa e di marciume, è necessario ripulirlo usando coltellini taglienti e acqua.
Terminata la pulizia, le monache non possono credere ai loro occhi: il corpo si presenta intatto, pulito e bianco, la pelle morbida come quella di una persona morta da poco.
Gli occhi sono appena un po’ infossati, si può distinguere la pupilla dalla cornea. Sul piede sinistro c’è una piccola apertura da cui scorre acqua; questa perdita d’acqua durerà circa quattro anni dal giorno dell’esumazione finché il corpo non si prosciugherà completamente.
Raggiunto brillantemente il loro scopo, le monache vengono prese da una certa presunzione e vogliono rendere Madre M. Eletta più bella di come in realtà sia. Avendo visto alcune macchie scure sul corpo della Madre, dove questo rimase incastrato per l’esiguità della bara, tentano di toglierle. Bollono rosmarino con foglie di rose e incominciano a lavare la salma con questo decotto: un grandissimo errore di cui non si rendono conto. Le macchie non solo non scompaiono, ma tutto il corpo diventa marrone scuro. Spaventate, tentano di rimediare lavando il corpo per ben due giorni consecutivi, ma è tutto inutile, non riacquisterà più il primitivo colore. Immergono degli asciugamani nell’aceto e con questi avvolgono la testa e le mani della defunta, sperando che tornino bianche, ma anche questo procedimento non ha successo. Da allora il corpo di Madre M. Eletta è rimasto scuro fino ai nostri giorni.
Le cinque monache visitano molto spesso la Madre e pregano dinanzi alla salma, ma lo devono fare di nascosto, per non suscitare sospetti nelle altre. Superate le preoccupazioni iniziali, la Priora invia una relazione dettagliata al P. Provinciale e al P. Generale. Si pensa di mettere Madre M. Eletta in posizione seduta perché più dignitosa, ma il corpo oppone una forte resistenza; nel tentativo di rimuoverlo si sarebbe sicuramente spezzato.
Una delle tre sorelle corre dalla Madre Priora, riunita con la Comunità, e le espone la questione. La Madre risponde: “Andate da Madre M. Eletta e pregatela, poiché è stata sempre obbediente in vita, di esserlo anche adesso e di mettersi seduta.”
La monaca torna indietro, insieme alle sorelle solleva il corpo, lo mette davanti alla poltrona e riferisce le parole testuali della Priora. Subito il corpo diviene pieghevole e la Madre viene messa seduta senza difficoltà. Ma si accorgono che in quella posizione sembra molto sfigurata, perché la testa pende sul petto a motivo dell’osso del collo spezzato nel tentativo di far entrare il corpo nella bara. Provano ad alzarle la testa, ma invano. Nuovamente Sr. Teresa corre dalla Priora per consigliarsi e questa le suggerisce di dire a Madre M. Eletta di dar loro la consolazione di alzare la testa. Di ritorno, la sorella si mette in ginocchio davanti alla Madre e riferisce il messaggio della Priora. Pone un dito sotto il mento della Madre e le solleva la testa che non oppone alcuna resistenza, restando nella posizione richiesta.
Poiché il corpo è molto umido, viene portato in una stanzetta sotto il tetto perché si prosciughi del tutto. Frattanto, dal corpo comincia ad uscire un liquido oleoso che emana un gradevole profumo. Le monache pensano di impregnare alcuni pannolini per poi distribuirli come preziose reliquie. Il corpo di Madre M. Eletta rimane nella piccola stanza, sotto il tetto, per circa due anni. Ma giunge l’ora che l’incorruzione venga riconosciuta dagli esperti. La Priora, con il permesso del Generale dell’Ordine, chiama uno dei più famosi medici di Praga, docente universitario, che ha curato Madre M .Eletta e l’ha assistita in punto di morte. Egli sa meglio di tutti gli altri di quale malattia è morta la Madre ed in quale stato si trovava il suo corpo al momento della sepoltura.
Il Dr. Franchimont è non solo un medico dotto, ma anche molto scrupoloso, pio e sincero. Prima della perizia, Madre M. Eletta viene vestita con gli abiti dell’Ordine. Quando il medico la vede seduta non crede ai suoi occhi. Si fa narrare tutto dettagliatamente, poi esamina il corpo della Madre con grande coscienziosità e scrupolosità scientifica. Terminata la perizia dichiara che l’incorruttibilità del corpo non si può spiegare scientificamente, ma si deve attribuire all’onnipotenza di Dio.
Il miracolo viene annunciato a tutte le sorelle solo nel 1670, in occasione della visita del Padre Generale P. Filippo della SS. Trinità. Non appena le sorelle entrano nella cella dove si trova Madre M. Eletta seduta su una poltrona rivestita degli abiti religiosi, si inginocchiano e le baciano le mani e i piedi. Il corpo incorrotto viene nuovamente esaminato dal famoso medico Franchimont e dal chirurgo Cassini de Bagella, poi il prodigio viene annunciato a tutta la popolazione. Da allora il corpo di Madre M. Eletta è oggetto di venerazione e molti sono stati i miracoli e le guarigioni ottenute tramite la sua intercessione.
Dopo la soppressione del Monastero di S. Giuseppe da parte dell’Imperatore Giuseppe II, il corpo della Madre viene trasferito a Pohled dove si erano ritirate temporaneamente le Carmelitane praghesi. Ora si trova nuovamente a Praga, nel convento di S. Giuseppe. Sta lì, custodita dalle Scalze praghesi, le ha seguite nelle traversie della storia, nascosta durante il dominio del laicismo di stato, seduta adesso nel Carmelo, in cima al castello di Praga. E’ visibile dietro una finestra dell’inferriata, a destra dell’altare maggiore, seduta sulla poltrona e nessuno sfugge all’ enorme emozione, constatando che, pur essendo morta da tre secoli, si conserva ancora perfettamente.
Sta lì per dire a tutti che il valore intramontabile dell’obbedienza è sorgente di pace e di prodigi. Forse, nell’ attuale contesto storico, in cui si è promosso fino all’esasperazione il culto della personalità, è bene riscoprire e riflettere su questa figura, su questa “beata” che ha fatto dell’incondizionata obbedienza alla volontà di Dio, attraverso le mediazioni umane, il leit motiv della sua vita. Servirebbe, se non altro, a sottolineare due importanti verità: che Cristo ha compiuto l’opera della Redenzione, il piano della salvezza, proprio attraverso l’obbedienza al Padre e che l’obbedienza, virtù così difficile, contrastata e discussa oggi, resta sempre tanto preziosa agli occhi di Dio. Tutti i Santi hanno vissuto radicalmente questa virtù, a imitazione di Cristo, ma è pur vero che ogni Santo l’ha incantata con sfumature diverse perché l’inesauribile fantasia dello Spirito, quando scolpisce nei cuori l’immagine di Cristo, si diverte a inventare una straordinaria varietà di espressioni.
IX
SE E’ SANTA SI PROTEGGERA’ DA SOLA
Nelle biografie di Madre M. Eletta, nella cronaca del Monastero di Praga e in altri documenti, viene descritto come il corpo della Madre sia rimasto incolume nonostante tante vicissitudini. Anche in questo secolo, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, quando la Cecoslovacchia passò sotto il regime comunista, anticlericale e ateo, il corpo di Madre M. Eletta ha conosciuto diverse peripezie.
L’attuale Priora del monastero di Praga, che porta lo stesso nome della Madre Fondatrice, ne presenta una relazione, scritta in lingua ceka, firmata da lei stessa e da due sorelle come testimoni.
Le vicende del corpo della Madre M. Eletta durante il tempo della dittatura comunista narrate dall’attuale Priora del Carmelo di Praga, Madre M. Eletta di Gesù. (anno 1998)
Il corpo incorrotto di Madre M. Eletta, seduta su un trono, in un armadio di vetro donato dal Cardinale Mattia Ferdinando Sobekz Bilenberka, era collocato nella parte sinistra del presbiterio comunicante con l’oratorio, accessibile dalla parte del monastero attraverso una porta, di modo che le monache potevano visitare la loro fondatrice, confidarle pene e necessità. L’oratorio comunicava con la chiesa attraverso una finestra con grata da cui i fedeli spesso esprimevano la loro devozione alla Madre.
Nell’ agosto 1950 le monache furono deportate. In tre giorni dovettero fare le valigie senza conoscere il loro destino. Angosciate per la sorte del corpo della fondatrice si rivolsero all’Arcivescovo di Praga, Josef Beran, internato a quel tempo nel suo palazzo, per sapere che cosa dovessero fare. Riuscirono a contrabbandare un biglietto nella biancheria intima che gli avevano mandato e questo testimone coraggioso, di cui il processo informativo per la beatificazione è già in corso, mandò a dire loro: “Lasciatela dov’è, se è santa proteggerà se stessa e il vostro monastero “. Le sorelle obbedirono e Madre M. Eletta rimase nell’oratorio. Dall’autobus, i poliziotti di Stato richiamarono Sr. Maria Giuseppa della SS. Trinità, la rotara, per farsi dare la chiave della vetrina dove era posta la Madre. Aprirono la vetrina e tolsero grossolanamente la corona dalla testa di Madre M. Eletta, pensando fosse d’oro, ma visto che si trattava di vile metallo, la gettarono via con disprezzo.
Dopo la partenza delle monache, gli oggetti d’arte rimasti furono consegnati alla Galleria Nazionale. I poliziotti volevano bruciare il corpo di Madre M.Eletta ritenendolo oggetto di superstizione, ma gli storici dell’arte si opposero. Tuttavia, neanche loro vollero assumersi la responsabilità di quelle spoglie mortali, per cui fu lasciata al suo posto. La stanza venne murata e così rimase per nove anni. Frattanto nel monastero si facevano drastiche riqualificazioni dei poliziotti costretti a diventare strumenti obbedienti del potere.
Nell’anno 1959 il monastero, divenuto proprietà del governo, fu stato trasformato in albergo di lusso. L’oratorio murato venne aperto. Si pensò nuovamente di bruciare il corpo di Madre M. Eletta, ma alla fine venne messo nella chiesa, categoricamente separata dal monastero, le cui porte erano state murate. Nella chiesa, in seguito, si svolgeranno le funzioni religiose. L’Amministratore della chiesa di quel tempo, Mons. Schuster, collocò la vetrina con il corpo nella parte posteriore della chiesa, vicino alla porta murata che introduceva in clausura. Poiché temeva di lasciarla esposta, la fece velare e davanti vi pose una statua di S.Teresina con un inginocchiatoio. I fedeli che pregavano davanti alla statua sapevano bene che dietro si nascondeva il corpo di Madre M. Eletta. Durante questo periodo ci furono alcune guarigioni: una guarigione di cancro e la restituzione della vista ad un cieco. Purtroppo non fu possibile documentarle per paura da parte dei medici e degli Ordinari del luogo.
Durante gli anni sessanta, quando fu concessa una maggiore libertà, le monache potevano andare al monastero per cambiare gli abiti a Madre M. Eletta, nella chiesa chiusa a chiave. Nell’anno 1987, durante la restaurazione della chiesa, fu nuovamente proposto di togliere il corpo della Madre, ma anche questa volta arrivò l’impedimento da parte della Sovrintendenza ai beni culturali.
Mentre i lavori di ristrutturazione del monastero in albergo di lusso si trovavano in pieno corso, avvenne la caduta del comunismo; le monache ne approfittarono per chiedere di ritornare in possesso del loro monastero. Malgrado le pessimistiche predizioni dei rappresentanti della Chiesa e i vari intrighi politici, il monastero venne finalmente riconsegnato alle suore carmelitane, restaurato e modernizzato. Il corpo incorrotto si trova di nuovo nell’oratorio, oggetto di devozione da parte delle monache e dei fedeli.
In questi ultimi tempi la devozione è cresciuta, i biglietti con richiesta di preghiere e con ringraziamenti per le grazie ricevute si moltiplicano.
Sr M. Eletta di Gesù, priora
Sr Teresa Margherita del Cuore Immacolato di Maria
Sr M. Giuseppa della SS. Trinità.