Rossi card. Raffaele
Servo di Dio Cerd. Raffaello Carlo Rossi

Si erano conosciuti durante il periodo degli studi presso l'Università Gregoriana di Roma; ora lui era consultare del S. Ufficio, come allora si chiamava la odierna Congregazione della dottrina della fede, e Mons. Eugenio Pacelli che era minutante nella Segreteria di Stato. Si incontravano sempre più spesso in Vaticano e fuori e il saluto convenuto era: "Prega per me, Don Eugenio", cui prontamente il futuro Pontefice Pio XII rispondeva: "Prega per me, P. Raffaello". Era il segno semplicissimo e cordiale di un'amicizia e di una stima reciproca che durerà per tutta la vita.
Chi più di tutti conobbe il Cardo Rossi fu il suo direttore spirituale Mons. Pio Bagnoli, carmelitano anche lui, divenuto più tardi zelante Vescovo di Avezzano. Prevedendo una imminente nomina vescovile del P. Raffaello, diede ottime informazioni sul suo conto, ma per allora cercò di allontanare questa eventualità ritenendolo ancora molto utile alla sua provincia religiosa.
Carlo Rossi nacque a Pisa da famiglia benestante il 28 Ottobre 1876. Suo padre si chiamava Francesco e sua madre Maria Palamidessi, quando una improvvisa crisi familiare si abbattè sulla sua famiglia e i genitori si separarono per sempre lasciando in lui e nei suoi fratelli una profonda nostalgia e una sofferenza immensa che si riflettè su tutta la vita. Li circondò ugualmente di grande affetto filiale e tanto si adoperò con sacrifici e preghiere che ottenne la riconciliazione alla vigilia della loro morte.
Frequentando gli studi superiori nella sua città natale, ebbe la fortuna di conoscere e stimare il Ven. prof. Toniolo che gli fu maestro e amico.
NELLA TERRA DEL CARMELO
Frequentando il Convento carmelitano di Pisa, approfondì la sua vita spirituale sotto la guida di P. Pio Bagnoli e a contatto con la spiritualità del Carmelo sentì imperiosa la chiamata alla vita religiosa. Quantunque ostacolato da suo padre, vestì l'abito dell' Ordine nel convento di Arcetri - Firenze il 19 Dicembre 1898.
Superato felicemente l'anno di prova, emise i voti con la professione religiosa il 21 Dicembre 1899. Il suo maestro di noviziato, essendosi recato in udienza dal Papa Pio XI, ed essendo stato presentato come maestro del Card. Rossi, si sentì dire dallo stesso pontefice: "procurate di averne molti di simili novizi". Tale scelta era stata determinata sicuramente dalla devozione alla S. Vergine cui la famiglia carmelitana appartiene, e da S. Giovanni della Croce attraverso la conoscenza della sua dottrina, meditata e vissuta nel "nulla" divenuto suo stile di vita, non per il gusto della rinuncia e del nascondimento fine a se stesso, ma solo per realizzare la comunione intima con il Signore.
I biografi, scrivendo di lui, hanno messo in luce questo suo voto particolare e cioè quello della "perseveranza". Esso non gli lascerà mai spazio per indulgere in una vita cristiana e in una vita religiosa fatta di mezze misure, di accomodamenti e di mediocrità spirituale. Terminato il corso teologico in Pisa, fu ordinato sacerdote il 21 Dicembre 1901. La sua Messa divenne subito il centro di tutte le sue giornate, celebrandola con somma pietà ed esortando i religiosi e i sacerdoti a fare altrettanto. Bastava vederlo celebrare per accorgersi di essere dinanzi ad un uomo invaso dal divino, intento ad attingere sempre nuovo vigore spirituale necessario per affrontare i numerosi e delicati incarichi che la S. Sede mano a mano gli affidava. Volle vivere la sua vocazione religiosa immergendosi nel silenzio e nel raccoglimento che unitamente allo spirito di orazione saranno i capisaldi di tutta la sua vita. Più tardi volendo tracciare un programma concreto di vita spirituale lo riassunse in tre parole emblematiche: orazione mortificazione - apostolato. Vi si mantenne fedele dovunque la Provvidenza lo condusse: a: Pisa, a Firenze, a Volterra, a Roma.
I propositi che formulò nell' Eremo di Montevirginio alla vigilia della consacrazione episcopale rivelano il grande desiderio che aveva della santità. Vi si legge: "Voglio vivere presso Gesù in Sacramento, consumarmi dinanzi a Lui nel silenzio dell'orazione e dell'amore". Fu un impegno serio che portò avanti in maniera molto decisiva. Aggiunse: "Perfetta dovrà essere da qui innanzi la mia vita in quanto ad uomo fragile è possibile. Lo servirò nella pratica più costante delle virtù, vorrò essere sempre di somma consolazione alle anime a me affidate". Ribadì per ultimo, secondo le esigenze della sua vocazione Carmelitana, di voler nutrire una tenera ed intensa devozione filiale per la Regina e Madre del Carmelo e la pratica della dottrina di S. Giovanni della Croce che lo aveva introdotto nella terra del Carmelo.
A SERVIZIO DELLA CHIESA
L'attenzione dei superiori e della S. Sede si posò su di lui, considerato come religioso sapiente e santo e vollero subito affidargli incombenze di alta responsabilità. Fu nominato consultore dell' allora "S. Ufficio" in qualità di coadiutore e successore del Vescovo carmelitano Mons. Steiaert. Seguirono la nomina di visitatore di alcune Diocesi e seminari e molti altri nei quali mise in opera tutte le sue qualità di mente e di cuore senza mai risparmiarsi a servizio della Santa Chiesa. Tutto fu condotto con estrema precisione, assiduità e silenzio. Si può affermare giustamente che il Servo di Dio si santificò tra le scartoffie delle congregazioni romane coniugando mirabilmente la sua vocazione di "orante" con quella di semplice impiegato.
È risaputo come il suo orario giornaliero fosse molto esigente e puntuale: iniziava alle ore 5 e terminava verso la mezzanotte. Per far fronte ad un lavoro così difficile ed impegnativo attingeva sapienza, consiglio, prudenza presso il Santissimo Sacramento dell'altare, dove in ginocchio trascorreva lunghe ore in adorazione e contemplazione.
La sua ascesi era tutta intrisa di cose molto ordinarie, ma compiute con tanta esattezza e precisione, badando a che tutte fossero attuate per amore e mai per altri fini, quali potevano essere una promettente carriera ecclesiastica. Se era molto esigente con se stesso, non lo era affatto con gli altri, verso i quali pur sempre riservato, era colmo di amabilità e carità.
Una prima impressione lo dava per persona chiusa in se stessa, rigida e piuttosto scostante; poi mano a mano che ci si avvicinava più da vicino ci si accorgeva di avere a che fare con un padre tenerissimo di cui ci si poteva fidare affidandogli molto spesso la direzione della propria anima.
VESCOVO DI VOLTERRA
Le croci hanno sempre il loro peso, ma quando sono d'oro, ne hanno uno doppio, quello proprio e quello degli altri. Mons. Rossi così vide la nomina episcopale che gli piovve addosso come fulmine a ciel sereno, il 22 aprile 1920. Fu il Papa Benedetto XV che, stimandolo grandemente, lo prepose alla Chiesa di Volterra credendo così di fare a quella Diocesi un grande regalo. Egli fece del tutto per deviare la nomina facendo ricorso ai cardinali e allo stesso Pontefice, adducendo come difficoltà la sua condizione di religioso impreparato ad un compito così alto. A nulla valsero le sue ragioni e dinanzi alla volontà risoluta del Papa piegò il capo e accettò. Fu consacrato vescovo nelle Basilica di S. Teresa in Roma il 25 maggio 1920.
Entrato nella città toscana, fece grande impressione per la sua umiltà e semplicità con le quali si presentò, accolto festosamente da tutti. Si mise subito all'opera rivolgendo il suo ministero pastorale al clero e al seminario senza tuttavia trascurare il popolo. Il suo programma fu molto preciso e chiaro e non doveva affatto rimanere sulla carta. Dal clero ben preparato e da un seminario fiorente si attendeva un grande progresso spirituale di tutta la Diocesi. I frutti non tardarono a venire e la diocesi di Volterra conobbe un triennio d'oro, come fu definito. Si era costituita tra il clero, il popolo e il Vescovo una vera e propria comunione d'amore a tal punto che quando Mons. Rossi fu trasferito a Roma per incarichi superiori, fu unanime il disagio e il dispiacere di tutti che avevano con lui una grande intesa. Si sentiva molto legato da grande affetto a quel gregge che lo stimava e ricambiava obbedendogli e avrebbe voluto trattenerlo per sempre.
UNA PORPORA DI COLORE BIANCO
Trasferito a Roma in qualità di Assessore della Concistoriale, così si chiamava la odierna Congregazione dei Vescovi, e nominato Arcivescovo di Tessalonica, gli furono conferiti altri delicati incarichi molto impegnativi: consultore dei seminari degli studi, della segreteria di stato, dei religiosi, dei riti e via di seguito, sempre a ritmo serrato data la competenza e la stima che si era acquistata presso tutti. Si può affermare che non vi fu congregazione romana che non abbia usufruito della sua opera di silenzioso ed infaticabile lavoratore. Anche il Papa Pio XI non rimase indifferente e, dopo il felice lavoro condotto avanti con positiva conclusione del concordato tra la S. Sede e l'Italia, lo volle premiare con il conferimento della porpora cardinalizia. Lo stesso Pontefice un giorno, confidenzialmente gli volle mostrare su un foglio i nomi di alcuni ecclesiastici che di lì a poco avrebbe insignito della porpora cardinalizia. Vi lesse il nome di un certo Mons. Rossi e ingenuamente, pensando che fosse un altro prelato dello stesso cognome, gli domandò chi fosse questo illustre sconosciuto. Il Papa gli rispose ridendo: "è proprio lei, Monsignore!". Non l'avesse mai detto; si turbò profondamente e lo scongiurò a volere allontanare da lui quella dignità reputandola impari alla sua persona di semplice religioso. Aggiunse che non sapeva fare il cardinale ma solo il "frate scalzo".
Con una solenne cerimonia in S. Pietro il Papa gli impose il berretto cadinalizio il 30 giugno 1930 tra l'esultanza dei suoi confratelli, dei familiari e di quanti lo conobbero. Terminato il rito e recatosi in udienza qualche giorno dopo, il Pontefice gli domandò: "Ebbene ora sa fare il cardinale? ha imparato bene?". Aveva talmente imparato bene che dopo qualche tempo ancora, il 4 Luglio dello stesso anno, fu nominato segretario della Concistoriale; ufficio molto importante in quanto con la nomina di tutti i vescovi si allargavano gli orizzonti del suo servizio alle necessità della Chiesa universale.
SPIRITUALITÀ DEL CARDINALE
Con la nomina cardinalizia la vita di Mons. Rossi rimase quella di un semplice religioso che pur adattandosi al nuovo compito, non venne meno alla sua vocazione di Carmelitano Teresiano chiamato alla santità. Lo dimostrò subito introducendo lo spirito di povertà e di semplicità nello splendido palazzo della Cancelleria dove dovette abitare. Due assi sorreggevano le tre tavole del suo lettuccio, accompagnate da un semplice tavolo e poche sedie in stile del tutto fratesco; tutto qui. La sua personalità e il suo spirito si rivela in parte attraverso il fitto epistolario che i Padri Vito e Valentino Bondani hanno amorevolmente raccolto e pubblicato unitamente alle lettere pastorali. Da tutto emana una carica interiore che irrompe e rivela il cuore di un vero innamorato di Cristo.
La sua è una caratteristica particolare definita come "carisma della paternità spirituale". Le anime appartenenti ad ogni categoria ne usufruirono abbondantemente. Era un torrente di Grazia che scaturiva dal Cuore di Cristo e si riversava potentemente attraverso la direzione spirituale. Sono Sacerdoti, seminaristi, religiosi suoi confratelli e anime consacrate che ne usufruivano abbondantemente attraverso una saggia direzione. Sono tocchi semplici e decisi che incoraggiano nelle vie dello spirito e nello stesso tempo sospingono verso la perfezione cristiana. Non è che questa schiera di anime si recasse da lui per trovare un maestro accondiscendente verso una vita spirituale a scarto ridotto; tutt'altro, era paziente sì, ma esigente.
Del Sacerdozio aveva un concetto molto alto, ritenendolo come "dono gratuito di Dio", preziosissimo e allo stesso tempo colmo di grande responsabilità a servizio delle anime. Collegava il Sacerdozio con l'anelito verso la santità che divenne la preoccupazione principale della sua vita, sia da religioso come da Vescovo e da cardinale. Tale desiderio di santità era da lui vissuto e lo istillava particolarmente nei seminaristi e nei novelli Sacerdoti che ricordava sempre nelle sue orazioni attraverso un fitto elenco di nomi. A Nicola Caccianti prossimo al sacerdozio così scrisse: "Rievoca il Cenacolo quando sarai per rinnovare il Calvario. Fa la risoluzione solenne di non voler mai in te e intorno a te che Gesù Signore nostro. Amalo e fa' che tutti lo amino. Per la grazia del Signore non ti venga mai meno il fervore di oggi".
Ad un altro fece pervenire queste espressive raccomandazioni: "Dovrai continuare quest'opera divina; predicare il Vangelo e amministrare i Sacramenti, dar gloria a Dio e conservare e riportare le anime a Lui. Studiati di adempiere questa missione con spirito, con dedizione completa, con sacrificio come fece Gesù che si consumò fino all'immolazione della Croce".
La sua umanità e semplicità si rivelava con tutti e particolarmente con i piccoli. Visitando un giorno l'asilo delle Suore Domenicane di Via Massimi in Roma, fu accolto da questi con grande gioia e spontaneità. Introdusse con loro un improvvisato dialogo domandando: "Chi sono io?" - I fanciulli risposero in coro: "un prete". "E che cosa fa il prete?" - altra risposta: "Dice la Messa"- "e io come sono vestito?" - i bimbi insieme: "di nero e di rosso". "Chi è vestito come me?" - Tutti prontamente: "il diavolo!". Risata generale, compreso il cardinale molto divertito dell'uscita tanto spontanea e singolare.
L'impegno ascetico e l'esercizio delle virtù fu portato avanti con ogni sollecitudine, convinto che la dignità cardinalizia non lo dispensava affatto dal tendere alla perfezione, ma vi aggiungeva un motivo in più. Voleva correggere i suoi difetti ad ogni costo ringraziando coloro che qualche volta glielo facevano notare. Il Cardo Ferretti già suo segretario, riferisce come in una certa occasione aveva comminato delle pene ecclesiastiche con la sospensione dalla celebrazione della S. Messa a certi sacerdoti che clamorosamente si erano ribellati al proprio Vescovo con evidente scandalo dei fedeli. Il suddetto si credé in dovere di fargli notare che un simile provvedimento era alquanto eccessivo. Tanto bastò per farlo recedere e cambiare subito senza firmare il documento e provvedere in maniera del tutto diversa. Altra volta chiese perdono ad un confratello carmelitano sul cui conto era stato informato sinistramente e in modo calunnioso. Il P. Mauro di Firenze gli fece capire che le cose non erano affatto come gli erano state riferite. Il Cardo Rossi corse subito ai ripari ricredendosi con grande spirito di umiltà e di carità. Vederlo poi in ginocchio in S. Pietro, in occasione di qualche beatificazione, dinanzi al Ss.mo Sacramento con la sua inconfondibile cappa bianca, era uno spettacolo di devozione e di fede; raccolto e adorante dinanzi alla maestà di Dio; edificava tutti.
Gli incarichi dei Pontefici Pio X, Benedetto XV, Pio XI e Pio XII, furono molteplici e numerosi, ma dove si destreggiò meglio fu nella Congregazione per le cause dei santi. Tra santi ci si intende sempre bene! Accadde che in una certa occasione fu discussa una causa di canonizzazione per ore e ore senza venire ad una conclusione. Finalmente arrivò il turno del Cardo Rossi; intervenne in maniera sintetica, profonda e soprattutto con argomenti convincenti da fare esclamare al famoso Card. Verde: "Ci voleva un santo per concludere!" Naturalmente il suo viso arrossì alquanto per la improvvisa uscita del collega.
Per quanto riguardò la vita pastorale si deve dire che fu sempre illuminata: da immensa fede, sostenuta da grande pazienza e tolleranza. Non era affatto avvezzo ai facili entusiasmi di un momento e così esprimeva il suo pensiero: "Bisogna che sentiamo e viviamo quello che stiamo per dire; che esponiamo alle anime non aride considerazioni, ma ciò che è radicato nella nostra mente e di cui è ripieno il nostro cuore". Evidenziava così l'importanza enorme dell'esempio e quindi della coerenza. Dalle lettere pastorali, scaturiva come da limpida sorgente quell'ansia che aveva per la salute delle anime riferendosi alla urgente necessità che si nutrissero della parola di Dio.
Ai Sacerdoti raccomandava: "Predicate Gesù Crocifisso! Bando alle parole vuote e alla predicazione rumorosa e senza contenuto; priva di ogni senso cristiano e incapace di produrre frutto". Aggiungeva con parole più esplicite: "Quando il predicatore vive di Dio, non può non parlare di Dio, con parole meno indegne di Dio, e allora diviene fuoco e spada". Si scrisse più tardi che il Servo di Dio seppe armonizzare un instancabile servizio pastorale con una prodigiosa attività seppure silenziosa e nascosta, coniugandola sempre al raccoglimento e alla contemplazione.
Servizio della Chiesa universale e direzione delle anime furono il suo specifico; allo stesso tempo la sua patema sollecitudine, effetto di intensa carità, fu riservata per gli emigranti e per la congregazione religiosa degli Scalabriniani fondati dal B. Giovanni Scalabrini. Questa era nata in seno alla Chiesa per la formazione dei missionari preposti all' assistenza spirituale degli emigranti nelle diverse parti del mondo. Questo importante incarico gli fu conferito quando fu nominato assessore della Concistoriale. La neonata congregazione Scalabriniana soffriva una certa crisi ed egli cercò di capirla interessandosi e adoperandosi con tutte le sue forze per trarla fuori e rilanciarla in una promettente ripresa. Il suo provvidenziale intervento fu talmente efficace che egli fu poi salutato come un secondo fondatore della medesima. Tale attività socio-caritativa raggiunse il suo apice quando durante il periodo bellico e dell'immediato periodo successivo, dovette interessarsi delle tante e gravi necessità materiali e spirituali delle popolazioni prive di tutto, tramite gli organismi pontifici della "POA" e dell'ONARMO.
Mancava la casa, il lavoro, il pane alle popolazioni danneggiate gravemente dagli eventi dell'ultima guerra mondiale. La carità di Pio XII passava così attraverso le mani del Card. Rossi, di Mons. Baldelli e di altri prelati della Chiesa. A qualcuno sembrò strano osservare come il più ritirato e il più monastico dei dignitari della S. Sede fosse discepolo del più grande sociologo cattolico italiano, Giuseppe Toniolo e come tale fosse impegnato nel realizzare il suo insegnamento attraverso opere altamente benefiche di carità cristiana.
La carità del cardinale non si esauriva solamente attraverso le pubbliche organizzazioni, ma si prolungava con interventi sostanziosi e quotidiani a favore di famiglie nobili cadute in miseria, verso sacerdoti bisognosi, nei riguardi di istituti in gravi difficoltà economiche.
NEL SONNO DEI GIUSTI
L'incontro con il Signore fu dal Servo di Dio preparato e sospirato per tutta la vita realizzandosi nel sattantaduesimo anno di età. Aveva goduto sempre ottima salute e solo negli ultimi tempi gli era venuta meno con qualche serio malanno: in un primo tempo superato felicemente. Gli avevano fatto notare che ormai non poteva sostenere il solito ritmo di lavoro e gli occorreva necessario riposo. Egli scusandosi con tutti rispondeva che si sarebbe riposato in cielo. Nel mese di Agosto del 1948, esortato dai medici e dai confratelli, si recò a Crespano del Grappa (Bassano) presso i suoi religiosi Scalabriniani sperando in una ripresa generale favorita dal clima, dall'aria pura e dal contatto con la natura. Volle recarsi a visitare la tomba del Card. De Lai, suo amico e predecessore nel dicastero romano; vi aggiunse una capatina alla casa di S. Pio X a Riese, e di lì proseguì per il santuario Mariano di Monte Berico. Si inginocchiò dinanzi al trono della Santa Vergine ed effuse i sentimenti del suo cuore di figlio innamorato di tanta Madre. Si volle avvicinare alla sacra icona quasi per fissarla negli occhi e salutarla qui in terra per l'ultima volta. L'aveva amata e venerata sempre e come nota significativa nel suo testamento spirituale, dopo aver dato disposizioni per la sua vestizione funebre, valle aggiungere: "Lo Scapolare non lo cercate, lo troverete sul mio petto". Era quello il distintivo e il segno visibile della sua consacrazione a Maria, dal quale non si era mai distaccato. La sera del 16 Settembre 1948, dopo aver salutato e benedetto come al solito tutti i suoi missionari, si ritirò nel suo appartamento, quasi in punta di piedi e durante la notte, silenziosamente come sempre era vissuto, senza disturbare nessuno, spirò nella pace del Signore. Il tempo di riposarsi in Dio per sempre era scoccato tra la notte del 16 e 17 Settembre 1948. Fu trovato composto nel suo letto con accanto il S. Vangelo, l'Imitazione di Cristo, e "L'arte di ben morire" del P. Petazzi, gesuita.
Anche dopo la sua morte volle inviare un segno del suo amore incondizionato alla Chiesa e al Sommo Pontefice Pio XII, facendogli pervenire una croce preziosissima avuta in dono da Pio XI; la destinò al Papa per testamento. Lo stesso Pontefice espresse il suo profondo cordoglio per quella grande perdita per la Chiesa e, in una successiva udienza concessa al Card. Piazza confratello e suo successore nello stesso dicastero, dichiarando: "Che non si sarebbe affatto meravigliato, se un giorno la Chiesa avesse voluto glorificare anche qui in terra il suo servo".
Il Card. Piazza, Carmelitano anche lui, ebbe nei suoi riguardi grande stima e rispetto essendogli vissuto accanto per sette anni, fino a quando non divenne Arcivescovo di Benevento, definendolo addirittura "padre tenerissimo".
Ai numerosi attestati di stima e di affetto verso il Servo di Dio, voglio riferire quello dei fratelli Bondani, religiosi Gesuiti i quali furono a contatto can il card. Rossi per molti anni e molto si adoperarono per pubblicarne tutti gli scritti e avviare i processi di canonizzazione. Scrivendo al superiore generale dei Carmelitani scalzi, P. Silverio di S. Teresa, due mesi dopo la marte del cardinale, P. Vito così si esprimeva: "La sua completa persona mi ha colpito come nessun'altra fin qui, tutta pervasa di spirito soprannaturale, di quello spirito, che è proprio dei santi. L'ho conosciuto dai miei 15 anni quando ero seminarista a Volterra; l'ho conosciuto stimato e sommamente amato. Vicino a lui mi sono sentito più unito a Dio".
E concludeva la sua missiva can sentimenti di gratitudine e di stima verso il Servo di Dio e verso il Carmelo, con queste parole: "Ammiro veramente il suo Ordine che ha saputo dare alla Chiesa nel Card. Rossi un'eminenza veramente e, a tante anime, un perfetto esemplare di santità.
P. ROMANO ZAFFINA o.c.d.
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"Lane sotto la porpora"
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Procura generalizia dei Carmelitani Scalzi - Roma - Corso d'Italia - 1947.
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"Come lo conobbero"
Ed. saggi ed esperienze - Largo Cristina di Svezia 17 - Roma 1973
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ed. Àncora - Milano - 1971
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"Studiando il suo esempio"
Ed. Theresianum Roma 1985, tip. Demograf.