p. pietro della Madre di Dio
P. PIETRO DELLA MADRE DI DIO
(Dal libro "Sintesi storico-cronologica della Provincia Romana dei Padri Carmelitani Scalzi" del P. Onorio Di Ruzza)
Il 26 agosto del 1608 muore a Nocera Umbra P. Pietro della Madre di Dio.
Muore a 43 anni appena nel convento dei Padri Conventuali dove si tratteneva per ordine del Papa a curarsi dai molti fastidiosissimi mali.
Paolo V, annunziandone la precoce morte in pieno concistoro, disse: «È caduta una grande colonna della Chiesa ».

Di questo grande religioso definito all'inizio di questa sintesi «uomo di eccezionali virtù religiose e apostoliche» i Cenni storici... tessono il seguente elogio: "di vita illibata e innocente, dotto, prudente, osservantissimo; fu Commissario Apostolico e poi II° Preposito Generale della nostra Congregazione d'Italia, Commissario Apostolico degli Agostiniani Scalzi; Sopraintendente Generale della Congregazione 'De Propaganda Fide'; fondatore della missione di Persia che fu lo prima della nostra Congregazione; predicatore apostolico; confessore del Conclave e di Papa Leone XI dal quale gli venne offerta la S. Porpora che l'umile teresiano rifiutò costantemente"» (p. 47).
Il celebre Card. Baronio nel tomo 12 dei suoi Annali, tessendo l'elogio di Leone XI De' Medici, prozio del nostro Padre Alessandro di S. Francesco, parla del P. Pietro come «uomo degnissimo... come carmelitano spagnolo custode e propagatore della Riforma del quale era difficile in quel tempo trovare a Roma uomo più santo ».
P. Pietro, al secolo Pietro Villagrasa, nato a Daroca (Saragoza) il 1565 e professo a Pastrana il 23 gennaio 1583, verso il 1590 ancora diacono viene inviato in Italia come compagno del P. Giovanni di S. Girolamo, procuratore generale della Congregazione di Spagna a Roma.
Suo primo impegno fu quello di aiuto del procuratore, incaricato fra l'altro di far le compere al mercato. Questo gli diede l'opportunità di mescolarsi tra la gente e d'impadronirsi della lingua, cosa indispensabile per un oratore nato come lui.
Dal 1593 al 1595 viene inviato nella casa di S. Anna a Genova. Nel 1596, dietro invito del Cardo Pinelli protettore dell'Ordine, è di nuovo a Roma a predicare la quaresima. Le sue prediche produssero tale effetto nella Città Eterna che il Papa Clemente VIII lo nominò in seguito Predicatore Apostolico, ufficio in cui lo confermarono Leone XI e Paolo V. Fu questo prestigio personale del P. Pietro che indusse il Papa a desiderare una fondazione di Scalzi a Roma.
Il ricordo del P. Pietro in questa « Sintesi », come quello dei PP. Giovanni di G. Maria e di Ferdiriando di S. Maria, è doveroso anche per il ruolo determinante che ebbe nella formazione della nostra Provincia. Fu il fondatore del nostro primo convento di S. M. della Scala dove egli visse più a lungo e col suo esempio e colla sua illuminata parola, ora come priore e ora come superiore generale, plasmò i nostri primi padri dell'autentico spirito teresiano.
Inoltre fu fondatore del convento di S. Silvestro in Montecompatri e collaborò alle fondazioni dì Terni e di S. Maria della. Vittoria.
Il suo corpo, riesumato tre anni dopo la sua morte per interessamento del V. P. Domenico di G. Maria e trovato incorrotto, fu trasportato da Nocera Umbra e tumulato nel convento della Scala.
Da "FIGURE DEL CARMELO"
Il Ven. P. Pietro della Madre di Dio
di P. Romano Zaffina
Rileggere la storia della propria famiglia religiosa è di grande importanza specialmente quando ci si riferisce ai personaggi che ne furono protagonisti. P. Pietro della Madre di Dio è infatti la colonna portante della Riforma teresiana in Italia.
Nacque a Daroca - Spagna il 16 Agosto 1565 dal Dott. Pietro Villagrasa e da Gerolama De Albanque, famiglia benestante e numerosa di fede profonda attinta e nutrita della parola di Dio e accresciuta attraverso la lettura dei libri devoti del tempo, quali il "Flos sanctorum" e il "contemptus mundi". Il fanciullo vi respirò subito l'autentico spirito cristiano attraverso l'esempio dei genitori e frequentando il vicino convento dei Francescani dove manifestò grande devozione per il sacramento dell'altare. Ben presto vi congiunse un intenso spirito di preghiera e di penitenza."ritirandosi spesso in una caverna a somiglianza dei padri del deserto.
D i grande acume intellettuale frequentò le scuole di grammatica, di retorica; di filosofia e teologia presso l'Università di Alcalà de Henares. Fornito di ottimo carattere gioioso e faceto congiunto ad un certo fascino non tardò ad attirare le attenzioni di una ragazza che nutriva nei suoi riguardi serie intenzioni di matrimonio. Le fece capire senza mezzi termini che quella non era la sua strada avendo scelto quella di totale servizio del Signore nella vita religiosa. A contatto con la nuova comunità teresiana di S. Cirillo in Baeza, si sentì attratto da quella vita così semplice ed austera di quei religiosi votati al servizio di Dio e delle anime; chiese e vestì l'abito del Carmelo il 22 Gennaio 1582, nello stesso anno in cui Teresa di Gesù volava in cielo. L'anno di noviziato lo trascorse nel famoso convento di Pastrana senza che quel progetto di vita povera e austera lo intimorisse, dove tutti si impegnavano a tendere alla perfezione.
Il 23 Gennaio 1583 emise i voti religiosi e da quel momento nutrì per la Riforma teresiana un amore immenso e una stima che lo vide impegnato per tutta la vita nelle molteplici iniziative dirette al suo consolidamento e alla sua espansione. Si era fatta una idea così profonda della vita Carmelitana che scrivendo ai suoi, così la sintetizzò: "La religione è scuola di virtù, maestra di sapienza celestiale, modo di vivere angelico. .. .In essa tutti sono uniti dal vincolo della carità a servizio gli uni degli altri nella pace e gioia del Signore, poiché tutti cercano ciò che Dio vuole". Di salute cagionevole fu inviato a Mancera e ad Alcalà dove a contatto con P. Alfonso degli Angeli, famoso oratore di tutta la Spagna, fu introdotto e guidato in quell'arte facendovi dei progressi enormi, tanto più che si coniugava con la santità del giovane. Nella città di Siguenza fu ordinato diacono e si dedicò subito al ministero della predicazione con grande profitto delle anime sedotte dalla parola di Dio che fluiva dalle sue labbra ed erompeva dal cuore infiammato d'amore. Incontratosi un giorno in una località denominata "Molina" con l'uccisore di suo padre durante una "corrida", non solo gli accordò il perdono, ma con spirito di evangelica carità e umiltà gli baciò i piedi trasformandolo così in un vero amico.
La fama di santità e la sapienza di questo religioso indussero i superiori ad inviarlo in Italia nella prima fondazione teresiana di Genova. Dovette imparare la lingua a contatto con il popolo e, appena la possedette, si dedicò alla predicazione non solo nella città di Genova, ma anche a Roma, a Cremona, a Pavia e in altre città italiane con enorme profitto delle anime. Tra i suoi uditori vi fu lo stesso protettore dell'ordine Card. Pinelli il quale rimase rapito dal contegno, dalla parola, dalla sapienza e santità di questo religioso e recandosi in udienza del Papa Clemente VIII così glielo presentò: "Abbiamo un uomo incomparabile ed esimio predicatore; gioverà moltissimo alla Chiesa santa di Dio se V. S. lo trattenga a Roma e gli conceda un luogo adatto per la sua religione". Il Pontefice si convinse subito di aver a che fare con un uomo straordinario ricco di grande sapienza e soprattutto dotato di quella che viene dall'alto e lo nominò subito "Predicatore apostolico" della casa Pontificia; compito molto prestigioso e onorifico che l'umile religioso tentò di declinare inutilmente. Il Pontefice ordinò che si cercasse un luogo adatto per gli Scalzi nella vecchia Roma. P. Pietro e il P. procuratore della Spagna in Italia vollero informare i superiori della Spagna e chiedere il permesso. Fu negato con il pretesto che per allora lo spirito teresiano con la sua austerità non poteva essere vissuto fuori del suolo Iberico.
Il Ven. P. Pietro e altri religiosi abitarono inizialmente presso S. Maria della pace, poi presso l'ospedale di S. Spirito ospiti di Mons. Tarugi e finalmente presso la erigenda Chiesa di S. Maria della Scala in Trastevere. Quella prima dimora nell'insieme somigliava molto al poverissimo primo convento della riforma di Duruelo. Il Papa Clemente VIII, potendo contare ormai su una trentina di religiosi, tagliò corto, e separandoli dalla Spagna li costituì in "Congregazione d'Italia" sotto la sua giurisdizione nominando lo stesso P. Pietro "Commissario Apostolico" con il compito di dirigere e diffonderla in ogni parte del mondo, ad eccezione dei domini spagnoli. Sancì poi tale decisione con un "Breve" dell'anno 1600 "In apostolicae dignitatis culmine". Da quella data il Carmelo teresiano si divise in due rami fino alla definitiva riunificazione operata dal B. Pio IX nel 1875.
Precedentemente nel 1598 si erano radunati in 'Capitolo' uomini qualificati per scienza e santità figurandovi tra essi i Ven. P. Ferdinando di S. Maria e P. Giovanni di Gesù Maria. Vennero discusse le leggi della Congregazione sostanzialmente identiche a quelle della Spagna; vi si aggiunse il voto "de non ambiendo" con il quale si precludeva la via all'ambizione di cariche in seno all'Ordine e nella Chiesa. si osservò come in tutti aleggiava un grande spirito di carità animati com'erano nella via della santità. La città di Roma ne usufruì abbondantemente attraverso il loro esempio di orazione, di austerità e di zelo per la salvezza delle anime. Lo stesso Pontefice quando di lì a qualche tempo si trattò di esaminare le virtù eroiche della madre Teresa di Gesù disse che: "sarebbero state sufficienti a provare la santità della madre, le virtù dei suoi figli".
Dove poi si evidenziò la grande fiducia che il ven. Padre ebbe nella Divina Provvidenza fu specialmente durante la costruzione del noviziato della Scala. Molte volte non avendo il denaro per pagare gli operai, all'improvviso gli arrivava in modo prodigioso. Nel Capitolo del 1605 fu eletto come primo preposito generale dell'Ordine P. Ferdinando di S. Maria e non il P. Pietro per difetto di età. Fu interessante la proposta dello stesso che mirava a rilanciare la Congregazione nel campo missionario in maniera massiccia e organizzata. Fu accettata da tutti con grande entusiasmo disponibili tutti a recarsi nelle varie regioni del mondo per annunciarvi il vangelo di Cristo. Chi più di tutti la accolse fu il ven. P. Giovanni di Gesù Maria che in difesa dello spirito missionario scrisse una delle numerose sue opere. Già nel 1604 un primo drappello di frati scalzi era partito per le vaste regioni della Persia.
Ci si domanda che cosa ci fosse di interessante nella persona di quest'uomo da coinvolgere nella sua predicazione? Era lo Spirito di Dio che ardendo potentemente nel suo cuore, si irradiava attraverso la sua parola calda e convincente. C'era in lui la capacità di interessare, di entusiasmare avvalendosi di una straordinaria intelligenza e vasta cultura. Non si ripeteva mai nei diversi quaresimali ascoltato dal popolo e dai dotti del suo tempo fino ad essere chiamato "il metafisico di Dio", Una predicazione offerta con chiarezza, fermezza e coraggio per denunciare i vizi del tempo. Predicando al S. Collegio e in presenza del Papa ebbe l'ardire di trattare la piaga del nepotismo. Si pensò che quella fosse stata l'ultima sua predica, ma non fu così. Il Card. S. Roberto Bellarmino e Cesare Baronio si compiacquero con lui abbracciandolo.
Lo stesso Pontefice per nulla risentito gli disse: "Dio la ripaghi per il bene che ha predicato; così devono agire gli uomini apostolici". Gli fu offerta la porpora cardinalizia da tre Pontefici, ma egli da umile figlio di S. Teresa preferì la vita semplice e povera del religioso. Il Ven. P. Giovanni di Gesù Maria in cammino anche lui verso la santità ne scrisse la vita, poiché tra santi ci si intende bene, definendolo: "rerum divinarum studiosissimus". E tali verità altissime, studiate, approfondite e pregate illuminavano potentemente la sua persona e lo rendevano amabile, generoso e disponibile da parte dei confratelli e dei numerosi poveri che accorrevano a lui per un aiuto.
Finalmente nel 1608 fu eletto preposito Generale del Carmelo Italiano e posto alla guida della famiglia religiosa vi profuse tutte le sue doti di mente e di cuore. Salvaguardò anzitutto la carità fraterna e l'osservanza delle leggi come risposta concreta all'amore di Dio. Insisté sul culto e sulla devozione alla Vergine SS.ma volendo che si cantasse la salve Regina al Sabato e la messa in suo onore. La devozione allo scapolare era da lui vista come consacrazione e appartenenza alla Vergine. Molto si adoperò per diffonderla in mezzo al popolo e i frutti non mancarono affatto con strepitose conversioni.
Altra virtù che adornò la sua persona fu una profonda umiltà a tal . punto da chiedere perdono ai suoi confratelli se per caso li avesse offesi e nei riguardi degli infermi usava tanta dolcezza e benevolenza fino a lavare loro i piedi. Oltre il convento di S. Maria della Scala in Roma, fondò quello di Montecompatri e di Napoli. Quest'ultimo in maniera straordinaria attraverso l'interesse di alcuni nobili napoletani e di una famosa e difficile conversione.
I contemporanei scrissero che tra l'altro, il Ven. possedeva il pregio di persuadere, di ammonire e di far piacere, congiunto a grande vivacità, a commuovere e a suscitare orrore per il peccato anche nei cuori più refrattari. Il mistero Eucaristico era al centro della sua vita; si commuoveva fino alle lacrime specie dopo la S. Comunione, estasiato dalla Divina presenza. La fiamma della divina carità gli si dipingeva nel volto e si irradiava in quanti lo contattavano suscitando in tutti il desiderio della carità. I poveri e i bisognosi occupavano i primi posti nelle sue preoccupazioni e li aiutava confortandoli, consolandoli e servendoli con grande rispetto e benevolenza.
I numerosi e delicati incarichi all'interno dell'Ordine e nella Chiesa non lo sottrassero affatto da una intensa vita di preghiera e di penitenza all'interno della sua comunità religiosa, facendosi per tutti esempio di perfetta osservanza delle regole. Neppure la salute cagionevole lo dispensò dal suo ministero asserendo che erano proprio le fatiche apostoliche che gli restituivano nuove energie. Ed era vero poiché dopo il ministero della predicazione, sembrava rivivere e i suoi confratelli lo notavano dal viso più luminoso e rubicondo.
Ebbe anche il dono delle profezie, del discernimento degli spiriti e un potere soprannaturale sul demonio attraverso il suo intervento sugli ossessi. Pochi mesi dalla elezione di superiore generale della congregazione, fu colpito da grave malattia con febbri insistenti e dolorose accompagnate da coliche che ne indebolirono in breve tutto il suo fisico. I dottori, i confratelli e lo stesso Pontefice gli consigliarono l'uso delle acque medicinali di Nocera-Umbra. Per obbedire vi si recò dopo aver sostato brevemente presso la tomba del Poverello d'Assisi. Arrivò quasi esanime per le continue emorragie e fu accolto con grande carità dai Conventuali di quella città. Ebbe la consolazione di una visita del P. Paolo Simone Rivarola che lo informò del fecondo apostolato che i suoi scalzi operavano in terra Persiana e del promettente avvenire di quella comunità cristiana.
Con singolare fervore ricevette i S. Sacramenti accompagnandoli con giaculatorie tutte intrise di immenso amore a Cristo Gesù, alla Chiesa e alle anime. Li accompagnò con atti eroici di virtù offrendo a Dio la sua vita e confidando nella sua infinita Misericordia. Lo storico descrisse così la sua morte: "Questo immenso desiderio, (della vita eterna) si accese ancor più quando ricevette la SS.ma Eucaristia... dopo aver vinto le ultime tentazioni del maligno, volò al cielo il 26 Agosto 1608". I funerali furono molto solenni e il Pontefice Paolo V in pubblico concistoro ebbe a dire: "È caduta una colonna della chiesa", ordinando che il cadavere fosse traslato a Roma: desiderio che fu eseguito solo nel 1612 segretamente per non fomentare prematura ed eccessiva venerazione dei fedeli.
In in quella occasione il Ven. P. Domenico di Gesù Maria, rapito in estasi: "Vide P. Pietro tutto risplendente di gran gloria accompagnato da gran numero di Angeli e santi che gli diceva "Ecco come bene premia il Signore tutto quello che si fa per amor suo; vengo fra di voi per depositare il mio corpo in questo convento della Scala e gli prometto di non cessare mai di raccomandare a Dio questo luogo e tutta la congregazione. Fu deposto nella cripta della Chiesa e il
P. Domenico ebbe tanta venerazione di lui che lo invocava come già santo, ripetendo nelle sue estasi frequenti: "sancte pater ora pro nobis". Con espressioni molto appropriate lo storico contemporaneo del Venerabile così concludeva: "Si spegneva così questa torcia luminosa a 43 anni di età per inabissarsi nella luce eterna di Dio".